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andrea werner mondazzi

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  1. andrea werner mondazzi

    La sindrome di Stoccolma in Isabella

    @Anastassiya grazie per l'attenzione e per le tue indicazioni. Il giudizio finale lo hai pienamente centrato, si riferisce a tutti quelli che hanno girato la testa dall'altra parte: maestre, vicino di casa, amiche, padre, ecc. Vero è che comportamenti ossessivi come quello della madre di Isabella sono spesso derivati da traumi e quindi tendiamo a interpretarli come non coscienti o non deliberati. Tuttavia negli anni mi sono convinto non sia così, anche in base ad esperienze personali. In realtà, ciò che resta fuori controllo ed invisibile alle persone aggressive o manipolatrici non è l'effetto dei loro gesti, che anzi vengono spesso pianificati, quanto la profondità dello stato di pena interiore nelle loro vittime. Si tratta di una carenza di empatia, le persone manipolatrici, a mio parere, non riescono a credere che i dispiaceri di un altro siano veramente profondi e persistenti quanto i propri. Carenza di empatia, come ho detto e spiccato narcisismo. Quindi accettano di fare del male, auto convincendosi che sia a fin di bene (proprio o superiore).
  2. andrea werner mondazzi

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    Grazie.
  3. andrea werner mondazzi

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    Ecco il link al racconto:
  4. andrea werner mondazzi

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    Salve. Ho pubblicato un racconto lungo nell'apposita sezione. Poiché ho compilato male il titolo, chiedo cortesemente agli amministratori di correggerlo. È sufficiente eliminare la parola "Svezia". Grazie mille
  5. andrea werner mondazzi

    La sindrome di Stoccolma in Isabella

    Di Sindrome di Stoccolma, in verità, non s'è ammalato mai nessuno. Quando scorgiamo qualcuno sofferente nel rinunciare al proprio carnefice, semplicemente, siamo testimoni dell'acuizione di un sintomo pregresso. Semmai alcuni, generalmente piuttosto avanti negli anni, guariscono da questo tanto curioso quanto pandemico morbo dello spirito. Ma tutti ne nasciamo affetti. E ciò lo dimostrano le storie dei bambini malcresciuti in famiglia, specialmente se allevati da madri fredde e manipolatrici, donne egoiste e pure ostili. Lo dimostra, per esempio, la storia di Isabella. Bimba che, nell'infanzia, tutti credevano felice. Per esempio, lo credeva la sua maestra, dato che il giorno in cui dispose alla classe che ognuno avrebbe disegnato il proprio più grande sogno, i bambini tutti tratteggiarono auto, razzi, belle bambole e vestitini, mentre Isabella disegnò sé stessa sorridente, tenuta per mano dalla mamma e dal papà, tutti e tre felici su un prato verde e sotto un sole giallo. Non che alla bambina non piacessero tante delle cose disegnate dai compagni, ma ciò che più desiderava era l'irrealizzato sentirsi amata dai propri genitori. Perciò dipinse quello. Tuttavia, che sul foglio fosse ritratta risposta alla specifica richiesta che lei stessa aveva avanzato, sarebbe potuto venir in mente ad una maestra viva, ma non ad una stanca e disaffezionata, non ad una che la propria missione la mimava. Quindi, la distratta docente si concesse un po' di brodo di giuggiole, concluse con sé stessa Isabella essere la sua alunna più serena, ma che la piccola, invece, avesse lanciatole un segnale, quello no, non le balenò in mente. Lo credevano anche i vicini di casa, dato che quando al pomeriggio i bambini del palazzo giocavano schiamazzando tutti insieme nel giardinetto, Isabella era l'unica a rimaner seduta accanto alla propria mamma, tenendole la mano stretta in grembo fra le sue, mentre la donna s'impegnava a raccontarsi i fatti del condominio con le altre madri. Sì che doveva essere un gran tesoro quella figlia, così mite ed attaccata, considerava ogni donna della palazzo. Estasiate, commentavano tra loro "Quanto aiuto deve darle in casa!", non senza un po' di invidia. Però, una capace di giudicare strana la sistematica rinuncia al gioco da parte di una bimba di tale età, no, una che giudicasse questo non vi fu. Forse perché, a chieder conto dei fatti altrui, si teme poi vedersi costretti a render conto dei fatti propri, chissà, ma sta di fatto che così Isabella potè seguitare a rubare quel poco di contatto dalla propria madre, lì, davanti a tutti, quando muovere il gesto di scansarsela di dosso per la donna sarebbe apparso sconveniente. Che lei fosse, anzi, che lei dovesse essere bambina felice lo pensava anche Isabella stessa. Lo pensava e lo ripensava però con grande dramma, poiché il senso di colpa la divorava. Dato che, certo, se in casa la mamma era sempre scura in viso, un motivo c'era. Se la mamma doveva sgridarla sempre, una ragione c'era. Se la mamma ed il papà erano così belli e sorridenti nelle foto del matrimonio, quando lei non era ancora nata, ma ora, una sera sì e l'altra pure, battibeccavano a non finire, questo qualcosa significava. E, quindi, Isabella di essere così cattiva non se lo perdonava. Più avanti, nel tempo della pubertà, ad ascoltar bene Isabella, forse, uno scricchiolio lo si sarebbe percepito. "Ad ascoltar bene", si badi. Infatti, la voglia di fare, di uscire, di andare a far l'adolescente coi ragazzi e con le amiche ad Isabella non mancava. Però non si poteva. Mamma, maledetta mamma, lo spiegava e di ribadirglielo non lesinava: "Finché stai a casa non t'azzardare a disubbidire" e anche "La puttanella, se vuoi farla, devi cancellarti il cognome di tuo padre". Padre che, ad Isabella che in cerca d'aiuto l'osservava, scostando il giornale dagli occhi quel po' che serviva, lanciava uno sguardo un po' irrigidito come a domandare: "L'hai sentita bene?". E che mamma, maledetta mamma, di ragione ne avesse da vendere Isabella dovette ammetterlo per bene, avendolo imparato l'unica volta che, a fare di testa propria nonostante tutto, fino in fondo ebbe insistito, sicura di saper digerire senza conseguenze le minacciose invettive ricevute a casa. Fu la sera che seguì le amiche in giro fino a tardi e che finì con quel ragazzo giù nell'angolo, seduti al tavolo. L'aggredirono tremori non appena le dita d'una mano sentì da quelle di lui sfiorate. Dovette scappar fuori dal locale con lo stomaco stretto in una morsa di terrore: il tempo d'infilarsi in un vialetto defilato e il panico la fece vomitare fino a quando, su dall'esofago, non gli fu rimasta a salire altro che schiuma. Ad ascoltare bene, come detto, le amiche più vicine qualche scricchiolio sarebbero state in posizione di carpirlo. Ma "ad ascoltar bene", come s'è detto, cosa da quelle amiche ritenuta un po' più faticosa che dimenticare di chiamarla ancora per uscire. Specialmente da quando divenne diffusa quella voce: che Isabella i ragazzi li facesse allontanare. Di quella sera, Isabella, maledetta Isabella, sentì così forte la vergogna che, pur di liberarsi, andò a confessare in lacrime dalla sua benedetta mamma, pregando ed implorando per elemosinare qualche giusta punizione. Ebbene, come fin da piccola ogni volta era accaduto, anche quel giorno, piuttosto che sviscerarlo ed elaborarlo, il senso di colpa di Isabella la madre valutó di lasciarlo sclerotizzare. La donna, infatti, sostenne con grande convinzione di non volerle comminare alcuna punizione poiché "Isabella, mamma lo sa bene, tu sei ragazza di cuore e meritevole". Usciva questo dalle labbra, ma dagli occhi uscivano gelide saette che la poveretta contrita ragazza sentiva, con mesto dispiacere, dritte dritte ficcarlesi nel petto. Intanto, in cuor suo, la madre infatti articolava: "Eh no, bella mia, nel senso di colpa ci devi affogare! Vedremo, così, se metterai la testa apposto!". D'altronde, regola voleva che, lasciata cuocere a sufficienza la ragazza nel proprio triste brodo, al momento propizio la donna affondasse il colpo vero, il colpo quello che faceva male. Esattamente come quella volta che il volgere dei fatti sembrò guidato con grottesca e perfetta perfidia, dandosi che la madre, di lì a poco, carpito che a scuola qualche professore discutesse del perché la ragazza spesso fosse cupa, si tutelò invogliando Isabella a partecipare alla festa d'Istituto, così da mostrare la ragazza, tutto sommato, fosse normale. Però, per non perdere le briglie di quell'animo spaurito, programmò di fingere un malanno la sera stessa, quando la giovane già stazionava sulla porta di casa, pronta ad uscire, tutta emozionata. "Vai serena", le disse con tono benevolente da consumata attrice, "Non pensare a me, mamma desidera la tua serenità". Ed anche se Isabella, ricreduta sulla serata, insisteva per rimanerle al capezzale, lei la spinse e incoraggiò ad andare. Sicché la figlia infine cedette: raggiunse la sala della festa d'Istituto, un poco inquieta prima, ma sorridente piano piano e infine allegra, così da scagionare l'ambiente famigliare dai sospetti che s'andavano addensando tra i docenti. Ma sviare le cogitazioni della scuola era solo un pezzetto di quel piano che, invece, aveva per obiettivo di castigare, affondando un ferale colpo, la coscienza di Isabella. E, infatti, a mezzanotte meno un quarto, orario stabilito in cui il padre sarebbe uscito per andar a recuperare la ragazza, la madre finse un aggravamento, finse il delirio e intimò al marito "Portami in ospedale", al che lui chiese "E Isabella?", ma "Lasciala stare" la moglie gli rispose. Gioiosamente uscita dalla sala della festa, la ragazza salutò tutti e stette lì, dove s'era concordato, ad aspettare il padre che, tuttavia, non venne, non concessogli dalla consorte d'abbandonarla in piena notte lì, al pronto soccorso, dove il finto malore la grande attrice continuava ad interpretare. Non solo ad Isabella toccó la strada fino al mattino, ma anche di sentirsi raccontar dal padre "È andata così: che mentre tu festeggiavi, mamma è stata tanto male" (frasetta dettata all'uomo dalla moglie, naturalmente, e per cinque volte fattagli ripetere, onde constatare sapesse proprio con tali parole rinfacciarla ad Isabella). A ben vedere, che quell'uomo fosse un assente pusillanime cosituiva tassello imprescindibile dell'effetto schizofrenogenico che, su Isabella, l'onnipervadente madre produceva. Ciò si lesse chiaramente quando, colta che fu da un ictus invalidante l'onnidistruttiva donna, egli approfittó per sfilarsi dalla sacrifichevole parte di badante famigliare. Quale miglior occasione per svicolare dalle grinfie dell'ormai inferma onniveggente moglie, dove sentiva, già sei mesi dopo le nozze, d'essere malcapitatamente incorso? A Isabella non disse nulla, solo sparí da un giorno all'altro, rispondendole, quando lei casualmente ebbe ad interrogarlo, incontratolo per strada mesi dopo: "Sei maggiorenne già da un po', quindi non puoi sostenere io ti abbia abbandonata. E poi chi meglio di te può prendersi cura di quella?". La salutò lasciandole il contante che aveva nel portafogli. Un abbraccio, un bacio o una carezza, invece, non glieli lasciò. Non era comoda, né appagante, la vita al fianco della madre inferma. Peraltro, zii, cugini ed altri congiunti, che Isabella pure aveva, negli anni s'erano già fatti presenze pallide e lontane, in fuga proprio dall'ostica personalità della onnimanipolante donna. Tutto si trovò a gravare quindi sulla coscienza di Isabella, la quale, dal canto suo, non s'azzardó mai a maledire quel destino, essendosi fatta ben bastare, oltre ai precedenti, l'ulteriore senso di colpa in cui incorse un mattino, poco dopo aver ricevuto il ben servito da suo padre, quando si svegliò con la lietezza data da un senso di liberazione durato due secondi, dopo i quali prese atto esso provenire dal sogno da cui era appena emersa: madre morta soffocata dal vomito, notturnamente eruttato ad inondarle la faringe. Quel sogno, infatti, l'aveva convinta d'essere animale indegno, desideroso del trapasso della propria madre, spingendola quindi, pur di espiare cotanta bruttezza d'animo, a stabilire con ferma decisione di devolvere la propia vita alla cura della genitrice (non che sino ad allora Isabella avesse condotto altro tipo d'esistenza ma, chissà, la fenomenologia d'uno spirito vessatoriamente colpevolizzato potrebbe non riuscire a riconoscersi poi tante scusanti). S'adattòa spesare cure materne, affitto e sostentamento con i pochi soldi guadagnati come addetta alle pulizie in giro per bettole e condomini e con la pensionuccia d'invalidità che l'inferma s'era guadagnata col suo stato. In ogni modo, giacché la condanna a star vita natural durante stesa a letto all'invalida imponeva di sfogare in altro modo la propria onniprepotenza, non ci fu occasione in cui ad Isabella potesse essere restituita, perlomeno, una parola di gratitudine. Passò del tempo fino a che, per la prima volta in vita sua, un giorno accadde ad Isabella di veder riconosciute da qualcuno le proprie sventure. Quelle d'animo prese in considerazione, si vedrà, ancor prima di quelle materiali. Infatti, ormai femmina matura, eppure donna ancora vergine, Isabella non aveva colto l'interessamento del padrone della ditta pulitrice di cui era dipendente. Ancorché magrolina e dallo sguardo triste e spento, il giocondo gigione sessantenne dovette intravedere in lei l'allettante combinazione di chiare circostanze: la debolezza della psiche, il bisogno del portamonete, l'appetibilità dei suoi pur smorti venticinque anni. Una sera, dentro lo spogliatoio dove dismetteva gli abiti da lavoro, le si presentò. Non le saltò addosso. Disse solo "Spogliati e piegati", poi aggiunse "Dovesse piacere anche a te, fammelo sentire e la paga della giornata te la raddoppio". Isabella neanche pensò. Eseguì. Non le piacque per nulla, provò anzi molto dolore. Ma risultandole in gran comodo i due soldi in più, si mosse e contorse tentando di convincere il padrone che anche lei godeva. D'altronde, le grida di dolore che le uscivano di bocca potevano ben sembrare di piacere, almeno finché non iniziò anche a versare lacrime. Ma per allora lo stallone ritrovato aveva eiaculato e, soddisfatto, le aveva già gettato il contante sul pavimento. Quindi lui le disse "Sbrigati ad andartene che devo chiudere", lei obbedì. Poiché i figli non sempre sono figli dell'amore, anche lei, proprio a seguito di quell'unione, concepì. Se ne accorse il giorno che le nausee le impedirono ogni cosa, anche cucinare o cambiare il pannolone all'immobilizzata madre cosicché questa, osservatala con occhio esperto, con stomaco vuoto e cute dei glutei in gran prurito, le gridò "Sozza sgualdrina, ti sei fatta ingravidare!", per poi aggiungere "Sozza sgualdrina che non sei altro, chi bada a me ora?!" La ragazza piombò in un miserevole e disperato panico. Non lo meritava quel bambino. Non lo meritava per l'amore che ne avrebbe inevitabilmente ed incondizionatamente ricevuto, amore che a lei non spettava per demerito palese. Pertanto, Isabella, bambina cattiva, ragazza puttanella e donna sozza e sgualdrina qual'era, nel bagno di casa si auto procurò un aborto, come meglio le riuscì di congegnare. Mentre moriva delle emorragiche conseguenze di ciò che s'era appena inflitta, non smise di ascoltare le grida della madre "Sozza sgualdrina! Sozza sgualdrina!" in cui lei, col suo ultimo pensiero, convenne di riconoscersi, vergognosamente avendo fallito nel restituire alla sua mamma l'amore ricevuto. Vien da interrogarsi, chissà, se il mondo diverrebbe un posto migliore, non tanto se gli squilibrati svanissero tutto d'un tratto, ma se i sani accettassero d'essere coscienziosi.
  6. andrea werner mondazzi

    Il sorriso degli angeli

    Il racconto è ben scritto e, a tratti, emerge un timbro di stile che solleva il testo dal punto di vista linguistico. Sui contenuti credo debbano farsi un paio di rilievi. Intanto, ancorché la descrizione dell'indole del gruppetto di ragazze, nella fase iniziale, contribuisca a rendere un'atmosfera credibile e che a tanti può rievocare in modo efficacie ricordi adolescenziali, non si capisce perché quei caratteri vengano poi completamente abbandonati. Sarebbe stato molto interessante, sul finire della storia sfruttarli ancora, di contrappunto all'introduzione iniziale, per renderne le diverse reazioni psicologiche, magari svelando sorprendenti capovolgimenti di personalità. Così, invece, restano una leva non completamente sfruttata. In secondo luogo, credo avrebbe giovato all'interesse suscitato dal testo un tentativo più spinto, sempre sul finale, di fornire un risvolto allegorico del tragico evento. Ci limitiamo a dire che gli dei sono diventati angeli. Avremmo potuto raccontare anche cosa questo avrebbe cambiato nella vita del gruppetto di ragazze. In alternativa, si sarebbe potuto offrire un piglio più noir al finale, con qualcosa del tipo "eravamo tutte tremendamente colpite dall'accaduto, perché ci fece scoprire di aver celato amara gelosia per la divina perfezione della povera coppia. Infatti, ci accorgemmo di provare più compiacimento che dispiacere". Non sto ora a dire che questa sia l'unica scelta possibile, ma il finale rimane un po' troppo leggero. In ogni caso complimenti per il componimento.
  7. andrea werner mondazzi

    I racconti della Nona luna - Quinto ciclo

    Forse, invece, il caldo eccessivo le ha fuse.
  8. andrea werner mondazzi

    L'odore di nonna

    @Adelaide J. Pellitteri grazie per queste tue parole.
  9. andrea werner mondazzi

    L'odore di nonna

    @Marta96 grazie per l'attenzione. Sono contento il racconto ti sia piaciuto. Quella della mamma è proprio un'esortazione, come a dire: proprio perché ti manca l'affetto di nonna vuol dire che quell'affetto era una cosa preziosa e le cose preziose è bene condividerle. Immagino che la mamma con questa domanda di esortazione miri proprio a fare crescere emotivamente il figlio, aiutandolo a superare l'egoismo istintivo e naturale in una situazione del genere. Per quanto al silenzio della mamma nel passaggio citato, non è certo morta anche lei! Soltanto, la immagino per un momento venir meno alla forza d'animo fino a quel momento manifestata, proprio per le parole del suo bambino. Quella che è morta, infatti, oltre che nonna, era madre, sua madre, manca anche a lei: anche lei vorrebbe poter riabbracciare la madre/nonna. Grazie ancora per l'attenzione.
  10. andrea werner mondazzi

    L'odore di nonna

    - Mamma, dov'è nonna? - ...amore mio, perché me lo domandi? - Dove sta nonna? La sua stanza è vuota. - Vieni con me, andiamoci... Ascolta ora, piccolo mio, ascolta. - ... - Questa è la sua presenza. Senti il suo odore che emana dalle pareti? Senti il suo odore che viene dalle coperte? - Sì, mamma, lo sento fortissimo, per questo non capisco perché nonna non è qui con noi. Dov'è la mia nonna? - Piccolo, lo hai detto tu. Se questo odore richiama in te nonna, significa che lei è con te, è qui con noi. - Ma se lei non si fa vedere presto il suo odore finirà! Sparirà! - Non è vero, piccolo mio, le cose non spariscono. Mutano, si trasformano. Il suo odore sta per trasformarsi del tutto... - Che vuol dire mamma? - ...ricordi, piccolo mio, le storie che leggiamo prima di dormire? - Sì, mamma. - La sera, quando sei nel letto, tu ascolti la mia voce leggere quelle storie. È la mia voce quella che ascolti. E ti porta dentro avventure che prendono ad abitare i tuoi sogni, in cui navighi addormentato, anche quando ormai la mia voce ha smesso di arrivare alle tue orecchie. - Vuol dire che l'odore di nonna che sento ora è un sogno? Vuol dire che nonna è qui ed io sto dormendo? - Vuol dire che l'odore di nonna ha smesso di essere un normale odore. Come fa la mia voce, quando si trasforma nella storia che vivi in sogno. - Nonna è diventata una storia? - La storia in cui nonna si è trasformata, come fa la mia voce quando ti addormenti, è la tua storia. Nonna, piccolo mio, è diventata un pezzetto della tua storia. Il suo odore non è più un normale odore, amore mio, perché si è trasformato in un significato. - ...ma vorrei abbracciarla... - Beh... Non vorrai tener per te tutti i suoi abbracci! Giusto? - ... - L'affetto, la cura, la pazienza, la tenerezza, tutte queste belle cose che nonna ha scritto nella tua storia non vorrai mica farle spegnere così! Vero? Questi significati che ora fanno parte della tua storia, non vorrai tenerli segreti! Dimmi, amore mio, secondo te cos'è una storia? - ...una storia è una cosa che si racconta a qualcuno per... per farlo stare meglio, mamma. - Bravissimo, amore mio! E questo ora spetta a te: il significato che nonna è diventata tu devi trasformarlo in voce, in carezze, in abbracci, tu devi trasformarlo in cose come queste! - ... - Lo puoi trasformare in un odore che sia un odore buono per qualcuno, in una voce che sia una voce dolce per qualcuno, in un abbraccio che sia un tenero abbraccio per qualcuno. - Posso abbracciare te, mamma? - ... - Posso abbracciare la maestra, mamma? - Certo che puoi farlo, piccolo mio, ma devi farlo specialmente con chi ti sembra ne abbia più bisogno. Per esempio, se ti sembra che un amichetto abbia proprio bisogno di quell'affetto che nonna ha scritto nella tua storia... - ...lo darò a lui! Abbraccerò gli amichetti che mi sembrano tristi o spaventati! - Bravissimo! Se farai così, quel significato che nonna ha scritto nella tua storia tornerà cosa concreta per loro! E loro impareranno un pezzetto del significato che gli avrai regalato con quel gesto. - Nonna mi ha dato una cosa importante... Sembra un super potere... Non posso tenerlo tutto per me! - Non puoi, amore mio. - Mi piace che qualcuno possa volermi bene come io ne voglio a nonna. - È la cosa più importante, amore mio. - Sai mamma, credo che la mia storia, con nonna dentro, è la cosa più bella che ho. - ...lo so, amore mio...
  11. andrea werner mondazzi

    Ora, prima e prima ancora

    Il racconto è veramente ben scritto e toccante. Non c'è molto da dire su questo. Provo soltanto a fornire una indicazione dell'unico passaggio che ho trovato migliorabile. Si tratta della svolta finale quando la protagonista capovolge il proprio giudizio sulla nonna grazie alle rivelazioni sul suo passato fatte dalla madre. Ecco, mentre gli eventi della gioventù della nonna si incastrano a perfezione nei gesti e nelle attitudini infastidenti che questa riservava alla nipote, penso che sia poco verosimile quei dettagli siano emersi così tardi (il fatto che la protagonista sia stata lontana dieci anni potrebbe spiegare il fatto, ma sinceramente non accontenta l'animo). Insomma, mentre l'epifania interiore è repentina ed è giusto che sia così, credo questa avrebbe potuto e dovuto essere preparata meglio, con più testo, con più circostanza che si assommano nel tempo fornendo alla fine una figura complessiva (il nuovo giudizio sulla nonna) che appare d'un tratto. Invece, per come è scritto, ci troviamo direttamente sul ciglio del burrone di una nuova consapevolezza senza essercene accorti (e quindi senza aver goduto di quel percorso). Ciò detto, il racconto è molto gradevole anche così e rinnovo la miei chilometri la complimenti.
  12. andrea werner mondazzi

    Lo sguardo del totem

    @AndC grazie di nuovo per l'attenzione che rivolgi ai miei racconti. E grazie per i tanti rilievi. Per quanto ai segni << si tratta di un mero espediente tipografico per segnalare che quanto raccontato nei passaggi che li riportano non si trovano sullo stesso piano narrativo del resto del racconto (infatti si tratta del racconto che la Carla espone al medico circa il proprio sogno). Non sono seguiti dai segni >> proprio per non confondere il loro utilizzo con quello più normale che se ne potrebbe fare per delimitare frasi pronunciate dai personaggi o citazioni varie. Un caro saluto.
  13. andrea werner mondazzi

    Lo sguardo del totem

    <<Rientrò da scuola il bambino, salutò la nonna, baciò il fratellino su una tempia e si recò in salotto dove, in una cornicetta, era esposta la fotografia di quel giorno al parco: il prato verdissimo, lui, la mamma col pancione, il papà, sorridevano. A fianco, la seconda cornicetta: suo fratello in culla. <<Fissò quei ricordi per qualche istante, poi s’andò a chiudere nella camera da letto. Sfilò maglietta e canottiera e, a petto nudo e candido, si fissò allo specchio. Con cura, cercò l'unico segno deturpatore del candore, la cicatrice sopra il cuore, sul cui centro puntò la canna della pistola, presa dall’armadio dove sapeva essere riposta. <<Spalancò, allora, la porta sua madre che, con voce tremante, domandò: “Sei sicuro di volerlo fare?”. Lui con lo sguardo la tranquillizzò. *** "È lo stesso sogno, Dottore. Ogni notte, strappata al sonno da queste immagini, mi ritrovo in lacrime. Lacrime il cui sapore è colpevolezza." "Carla, beva questo. È un farmaco che la calmerà e favorirà il percorso: ci aiuterà ad avviare l'ipnosi. Beva.". "E-ecco, Dottore...". "Bene, Carla. Lentamente. Lentamente, andremo alla ricerca del suo sogno. Ma partiamo da lei. Ne abbiamo già parlato in precedenza. Noi abbiamo già condiviso che lei, Carla, non è responsabile della malattia di suo figlio, né del gesto di suo marito.". "C-certo, Dottore...". "Se fosse stata in grado di fermare suo marito, se vi fosse riuscita e, quindi, se Simone non avesse ricevuto in tempo la donazione, sarebbe stato naturale, non giusto, ma naturale, un dubbio, un dubbio opprimente magari, sì, per la sua coscienza, ma lei...". "Ma io so, Dottore, che non avrei fermato mio marito... Anche se ne avessi avuto la possibilità, non l'avrei fermato...". "Certamente. E per quale ragione non l'avrebbe fermato?". "...". "So che è difficile, Carla, lo so. Ma deve riuscirci. La scala valoriale personale è cosa bizzarra. La coscienza la eredita dalla sfera inconscia. Ne dispone e la può manipolare solo in scarsa misura, lungo la vita intera. Ma finché essa rimane tacita, conserverà l'aspetto d'un totem. Un totem occhiuto, Carla, che incute soggezione, timore.". "Lo sento, Dottore.". "Si rilassi. Chiudendo gli occhi potrà osservarlo.". "Eccolo... È opprimente, dottore." "Se non enuncia apertamente, a sé stessa, le scelte dettate dalla sua tacita scala di valori, non potrà sfuggire allo sguardo di quel totem... Non potrà sfuggire a dubbi, a dilemmi... Forza, Carla, perché non avrebbe fermato suo marito?". "Non l'avrei fermato, perché ero disposta a sacrificarlo... Per salvare Simone, ero disposta a sacrificare Giacomo.". "Lasci gli occhi chiusi e continui." "Neanche il trapianto cardiaco gli avrebbe garantita con certezza la sopravvivenza... Le probabilità che Simone avrebbe guadagnato non erano molte... Ma io accettavo quello scambio." "Ci stiamo addentrando, Carla. Prosegua.". "...". "Carla, prosegua.". "Io desideravo mio marito lo facesse. Lo desideravo! Me maledetta! Quando fu chiaro che il tempo a disposizione di Simone stava esaurendosi, quando fu certo che la donazione non sarebbe arrivata, iniziai a desiderare mio marito compisse ciò che poi ha fatto. Ogni giorno che passava, io lo desideravo con più forza, fino a che decisi di chiederglielo... Non potevo essere io a sacrificarmi, Simone non avrebbe potuto fare a meno di sua madre... Doveva essere suo padre a farlo.". "Suo marito si è ucciso per donare il proprio cuore a Simone. Scrisse di questa sua volontà. Organizzò le cose in modo che il medico avesse il tempo necessario per operare l'espianto, ma non abbastanza per impedirgli di compiere quel gesto. Si procurò la pistola. E si sacrificò.". "Avvenne il giorno in cui ero pronta ad avanzargli la mia richiesta... La notte precedente... La notte precedente avevo preso la decisione, alle quattro del mattino, essendomi spinta in uno stato febbricitante e tremebondo, per poi crollare nel letto accanto a lui, più svenuta che addormentata. Mi svegliò un'ora più tardi l'esplosione del proiettile. L'aveva fatto prima che io potessi chiedergli alcunché. Giacomo aveva scelto di essere per la seconda volta padre di Simone, aveva scelto di dargli una seconda vita. Ed io compresi quale più grande amore avrebbe meritato da me, il mio Giacomo, rispetto a quello che avevo saputo dargli...". "È ora. Siamo dentro, Carla. Siamo nel suo sogno. Lo riconosce?". "S-sì... Dottore... Lo riconosco.". "Dovrà seguire le mie indicazioni. Ogni elemento del sogno è potenzialmente ingannevole. E pericoloso.". "Pericoloso?". "Deve attenersi alle mie indicazioni. Le concederò di avvicinarsi ai soli elementi che anche io, come suo medico, avrò modo di riconoscere. Cose di cui abbiamo parlato in precedenza. Solo questi elementi, poiché fanno contemporaneamente parte della sua realtà e della mia realtà, possono essere considerati effettivamente reali.". "Va bene dottore.". "Vede sua madre?". "La vedo. È lì seduta.". "Bene... Può salutarla, se lo desidera. Lo può fare. Io la conosco. Sua madre l'ha portata da me.". "S-sì, Dottore, ma... Vicino a lei... Mio Dio! Vicino a mia madre... Lo vedo! Dottore, lo vedo... È il fratellino... Mi rivolge sempre le spalle nel sogno... Non ho mai potuto guardarlo in viso... Ora... Ora potrei osservarlo...". "Lo lasci stare, non lo tocchi, non gli parli.". "Dottore... Il fratellino... Quello è...". "Carla! Lasci stare quel bambino! Lo lasci con sua madre... Con sua madre quel bambino sarà al sicuro. Lo lasci lì, Carla! Simone è il suo unico figlio! Vada in salotto.". "Ma Dott...". "Si attenga alle mie indicazioni. In salotto.". "...sono in salotto, Dottore.". "Qui ci sono elementi che dovremo studiare, Carla. Deve cercare le cornici.". "L-le vedo.". "Deve osservarle, Carla. Deve osservare le foto. Guardi i volti. Li identifichi.". "S-sì... Siamo noi...". "Ne è sicura, Carla?". "Certo che ne sono sicura! È il mio sogno, Dottore. Lo stesso di ogni notte... Ne sono sic...". "Ha visto?". "M-mio Dio... Dottore... In quella foto, il mio sguardo... Lo sguardo di Giacomo... Non... Non stiamo sorridendo... S-siamo vicini, stretti, sembriamo farci forza... Ma non sorridiamo... E io... Io sono snella...". "Ogni differenza rilevata rispetto al suo consueto sogno sarà importante, Carla. Osservi Simone.". "Non è Simone, Dottore. Tra me e Giacomo non c'è Simone.". "Chi è quel bambino tra lei e suo marito?". "Non lo conosco... Non lo conosco, perché è lo stesso bambino vicino a mia madre, di là, nell'altra stanza... È il fratellino. E, quindi, io non lo conosco. Perché, come ha detto lei, Dottore, Simone è il mio unico figlio.". "Bravissima, Carla. Ha compiuto un passo importante. Mi dica... È Simone il bambino in culla, nella seconda cornice, vero?". "S-sì... È Simone, Dottore. Ed io ora desidero andare da lui... Di là, in camera da letto...". "Senza fretta, Carla.". "Dottore... La prego...". "Senza fretta, Carla, abbia fiducia in me.". "...". "Carla, perché è snella nella fotografia?". "...". "Perché c'è il fratellino tra lei e suo marito? Perché non c'è Simone tra lei e suo marito?". "Dottore...". "Carla, perché nel consueto sogno Simone osserva il suo grembo materno, rigonfio del fratellino, mentre ora, in quello stesso sogno, lei è snella ed il fratellino ha scambiato il posto con Simone?". "...". "Carla, chi è il fratellino?!". "Ero rimasta incinta, Dottore.". "...". "Accadde circa due mesi prima che Giacomo si uccidesse. Mi sentivo in colpa. Simone moriva e noi avevamo fatto l'amore. Simone in ospedale, io e Giacomo avvinghiati l'uno all'altro, disperati, illusi servisse a lenire il nostro dolore. Il mese successivo scoprii che avevamo concepito. Lo stesso mese durante cui riconobbi di accettare il sacrificio di Giacomo... Dottore... Desidero raggiungere Simone in camera da letto... Ho bisogno di Simone...". "Non ancora, Carla. Non ancora. Vada avanti.". "...". "Carla, prosegua.". "Non potevo raccontarlo a Giacomo... Se avesse saputo, non avrei potuto pretendere nulla da lui, non avrei potuto convincerlo a sacrificarsi, il suo sacrificio non sarebbe stato più... giusto.". "Cosa fece, Carla?". "Non gli dissi nulla. Interruppi la gravidanza. Di nascosto. Fu mia madre, ginecologa, a prescrivermi la pillola abortiva. La notte prima della morte di Giacomo, la notte in cui in cuor mio avevo accettato di sacrificarlo per Simone, lo stato febbrile era dovuto all'azione del farmaco... Quella febbre tremebonda era l'anima mia che accettava il sacrificio di marito e secondogenito, pur di poter ancora credere nella salvezza di Simone... Il mio bambino prediletto...". "Carla, è difficile per entrambi, mi creda... Perché il fratellino è al posto di Simone, in quella fotografia, tra lei e Giacomo?". "La mia anima maledetta! Mio Dio! Mio Dio! Mio Dio! Quest'anima maledetta me l'ha fatto desiderare! Sola. Colpevole. Crudele. Così mi ritrovai, dopo che Simone non sopravvisse all'intervento. Tre cuori! Due sacrificati! Uno divorato dalla malattia! Ma il mio, il mio cuore maledetto, ancora lì, a battermi nel petto! Questo mio cuore maledetto ha bestemmiato ancora, partorendo un nuovo desiderio: che Giacomo non fosse morto, che io non avessi abortito e che Simone, invece, fosse stato già da tempo riposto in una cornice!". "Carla... Mi ascolti, Carla... Cerchi di calmarsi. Mi ascolti: parlo come uomo di scienza, posso garantirle che quanto ha raccontato... quanto ha raccontato è l'essenza della maternità.". "...". "Lei, Carla, né a sé stessa, né ad altri, non a me, deve render conto di ciò che l'istinto materno le ha fatto desiderare. Non si possono giustificare azioni di ogni tipo ma... Le pulsioni che ha affrontato sono questioni istintuali, animali, di cui lei non è soggetto agente. Noi tutti, Carla, siamo posseduti da richiami ancestrali, annidati al di là di un velo sottile che separa noi, la persona, dalla biologia, dalla biochimica, dal percorso evolutivo che hanno formato il nostro inconscio. Dietro quel velo c'è battaglia, Carla. Ma dietro quel velo non c'è persona e, quindi, non c'è responsabilità.". "Dottore... Provo vergogna...". "Basta così, Carla. Prima che l'effetto del farmaco si esaurisca e la trance ipnotica scompaia, devo lasciarla sola nel suo sogno. Ora lei è pronta. La realtà è stata fissata saldamente, non corre più alcun rischio, posso liberarla da ogni mia indicazione. È libera dalla mia voce. Vedrà: ciò che pensava essere il suo sogno si rivelerà qualcosa di incompleto. Quello che ricordava ad ogni risveglio ne costituiva solo una frazione. Le sue lacrime, ognuna di quelle notti, segnavano il rifiuto di portar indietro il resto, nella coscienza. Il pudore che prova ora è il peso dello sguardo del suo totem. Vada lì ora. Affronti il totem. Io attenderò in silenzio. Vada, Simone l'attende.". *** <<Simone entrò in casa tornato dalla scuola e, senza rivolgere a lei neanche uno sguardo, si avvicinò alla nonna, che salutò, ed al fratellino, cui sussurrò furtivo qualcosa in un orecchio, dopo averlo baciato sulla tempia. <<La ferì vederlo sparire rapido nell'altra stanza, cristallizzando così il fatto d'averla ignorata. E la delusione la distrasse per qualche secondo, prima che una sensazione gelida le ricordasse di aver riconosciuto quali parole erano state sospirate al secondogenito: "Grazie e addio". <<Corse dietro a Simone rabbrividendo. <<Spalancò la porta della camera matrimoniale, trovandolo a petto nudo, con la pistola puntata sopra al cuore. Percepì la propria voce tremante domandare “Sei sicuro di volerlo fare?”, ma riconobbe il proprio animo nella serenità dello sguardo silenzioso con cui Simone le rispose. <<Poi lui disse: "Questo porterà indietro le cose. Riavrai papà. Avrai mio fratello". <<Quindi lei: “Allora forza. Fallo. Lo accetto". <<E il pollice di Simone affondò il grilletto.
  14. andrea werner mondazzi

    Leo

    Quando uno che sa scrivere mi introduce lungo un cammino incompleto e che non porta da alcuna parte, provo dispetto e sento di essere stato tradito. Il tuo racconto, scritto in modo pregevole, è così. Perché? Perchè hai costruito un parallelo temporale lungo la vita di Leo e poi non ne hai fatto nulla? Questo è un racconto o un brano estrapolato da altro? E dunque dove sta il ko col quale metti al tappeto il lettore? Dove sta, altrimenti, il culmine suggestivo che, tra lingua e contenuto, il lettore vive quale epifania? Credo sia questo il difetto del racconto altrimenti, lo ripeto, assolutamente ottimo sotto ogni altro profilo (grammatica, semantica, tempi narrativi, dialoghi, ecc ecc). Se una scrittura così ti viene facile, allora devi faticare di più sull'intreccio da nascondere sotto la fabula. Altrimenti continuerai a starmi antipatico (), quale scrittore indisponente (), col vizio di lasciare il lettore col palato asciutto, proprio dopo avergli fatto venire l'acquolina in bocca. Un saluto.
  15. andrea werner mondazzi

    Dio Baia

    @AndC grazie anche a te per le molte indicazioni e per l'apprezzamento. Per quanto a ripetizioni di termini, generalmente ci lavoro su, anche vocabolario dei sinonimi alla mano, per evitarle salvo quando non richieste. Ne consegue che le ripetizioni residue sono in generale desiderate. Ovvio poi che a volte l'esercizio riesce, e la ripetizione funziona, amplifica, alle altre volte l'esercizio non riesce e la ripetizione appesantisce. Poi, ci sono le sviste che non mancano mai, specialmente perché ormai scrivo solo in mobilità e col cellulare. Grazie per l'attenzione!
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