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Stefano Verrengia

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Tutti i contenuti di Stefano Verrengia

  1. Stefano Verrengia

    Il pescatore

    IL PESCATORE Guardo quel vecchio canuto, con la pipa che borbotta e la coppola di feltro scolorita. M'incuriosisce l'odore di cognac già di prima mattina, il fumo che svapora nelle parole sussurrate al mare. La lenza è tesa, vibra a volte come la corda di una chitarra pizzicata da dita delicate. Mi avvicino passeggiando come se nulla fosse, come se passassi da lì per caso. Guardo nel secchio per vedere se ha preso qualche pesce. Nulla, solo il sole che guizza nell'acqua, solo il tremolio del vento che l'increspa.
  2. Stefano Verrengia

    All’imbrunire

    Ciao Monica, trovo interessante questo tuo componimento sotto vari aspetti. Innanzitutto, è un componimento "senza pretese": nasce come descrittivo e muore come descrittivo. Nessuna forzatura retorica, nessun arzigogolamento metrico. Racconti del pullulare della vita fino all'imbrunire (e oltre). In tutta l'opera vi è un tema comune, che è il tema del tramontare. Alcuni passaggi sono efficaci, altri meno. Ad esempio, trovo superflua e anacronistica l'apocope utilizzata nel terzo verso. Sto parlando del "chiacchierar" delle vedove al tavolino. Sembra gettata lì un po' a caso, come se, semplicemente, "ti suonasse meglio". Per il testo, è veramente un quadro che lascia spaziare il lettore da immagini e profumi della proprio quotidiana mondanità o, per dir meglio, socialità. Ritrae molto bene la vita cittadina fatta da piacevole ronzio, rumore, frizzante voglia di vita. Decisamente efficace la chiusa: rimasugli di vita all'imbrunire. Racchiude con potenza immaginifica e metaforica un componimento, fino a quel verso, senza "pretese retoriche". Complimenti, ho apprezzato il tuo stile.
  3. Stefano Verrengia

    Lo scafo triste

    LO SCAFO TRISTE Nel silenzio dei venti ho dormito fra le onde come un raggio di luna. Galleggiando sull'abisso andavo e andavo ... e non temevo che il turchese mi inghiottisse nei suoi balbettii, o che il buio m'abbracciasse nel suo tenebroso canto. Le onde mi cullavano e il timone disegnava quel che è eterno e non si vede. Non temevo la schiuma rabbiosa, nubi fameliche o lampi feroci: non c'è tomba più dolce del mare. È nel porto che io muoio, legato come un cane al guinzaglio, con la poppa che scodinzola sognando le profondità dell'oceano. In questa terraferma il sole ti accarezza ma non scalda, non brucia le carni che sanno di sale, di tempesta e voluttà. Gli oblò di dritta si affacciano sul cemento dell'ormeggio, le eliche son ferme, inerme la vela è ammainata ... che io parta, capitano, che io veda ancora il silenzio di una notte cupa dove ondeggio sul terrore dell'abisso, che io scivoli fra i marosi come un serpente fra l'erba. Non tema che son vecchio, non tema le ammaccature, le cicatrici degli schianti. Che io muoia, capitano, ma non nelle mani degli uomini. Non c'è tomba più dolce del mare.
  4. Stefano Verrengia

    Lo scafo triste

    Grazie mille per il tuo commento. Contento che ti sia piaciuta.
  5. Stefano Verrengia

    Memoria di donna

    Ciao Venus, un componimento che tratta un tema molto forte. Mi dispiace moltissimo per quel che hai dovuto subire, deve essere stata un'esperienza terribile e, purtroppo, indelebile. Andiamo all'opera, invece. Pallida e maleodorante quella bocca che sussurrava parole indecenti a una donna ancora bambina. Un orco vestito da agnello seppe celare perfidia ed orrore dietro lo scudo della menzogna. Analizzo questo primo spezzone. Non credo ci sia bisogno di dare un'interpretazione di questi versi, mi sembrano chiarissimi. Il "mostro" (parente, amico di famiglia) ha abusato della tua innocenza infantile attraverso la menzogna. Apprezzo molto lo stile chiaro e conciso, senza fronzoli, ma in questo caso, oltre allo sdegno, non riesco ad accedere all'estasi (anche se in questo caso d'orrore) che è propria della poesia e della sua verticalità. Questo primo spezzone risulta un po' scarno dal punto di vista retorico. E' solo un vomitare un dolore profondo con rabbia e frustrazione (e non è un male, sia chiaro). Ancor tormentata da oscuri pensieri, vomito il ricordo di quelle mani, che il mio corpo impunemente violarono Candida anima macchiata di vergogna, tenero fiore già marcio alle radici Una lama tagliente sepolta nella mia memoria di donna, che talvolta riaffiora e ancora la mia mente perseguita Infatti, il ricordo viene vomitato. Un'esperienza tremenda che viene tradotta in parole semplici e dirette. La poesia diventa un semplice "dolcificante" di questo schifo che hai subito, una maniera per parlarne, discuterne, per confessare al foglio tutto il terrore che hai portato dentro per molto tempo. Il foglio, la penna, diventano il miglior "psichiatra" a disposizione. Diciamo che come componimento è molto scarno, più che una poesia mi sembra un "diario in versi" (ma, d'altronde, chi sono io per dire cosa sia la poesia? Ovviamente intendo il mio modo di vedere la poesia). La scrittura si rivela potente strumento di liberazione dai pesi psicologici che ci portiamo dappresso, nel tuo caso vero e proprio abuso subito in infanzia. Ribadisco che sono profondamente addolorato per quel che ti è capitato, e spero che il dolore diventi sempre più lieve. Sono convinto che con un fatto del genere si può solo "convivere" ed accettarlo (nel senso lato del termine). A presto.
  6. Stefano Verrengia

    Troppo lontano

    TROPPO LONTANO Vorrei catturare il vento a mani nude. È un lavoro stupido ma qualcuno deve pur farlo. È per l'atavico sapore di un tuono fiammeggiante, non l'ho mai assaggiato. Cerco il nero retrogusto di questa luna virulenta. Il cielo è un telo per cadaveri, infinitamente spesso. Getto parole nel silenzio come sassi giù da un dirupo. Il fondo di questo abisso è troppo lontano, troppo lontano.
  7. Stefano Verrengia

    Troppo lontano

    @AzarRudif Nulla da aggiungere (li hai notati proprio tutti i riferimenti, addirittura Turner). Che dire ... mi hai "beccato" in ogni parola. Grazie per il tuo commento estremamente accurato e complimenti per la grande cultura dimostrata nei riferimenti che hai colto!
  8. Stefano Verrengia

    Troppo lontano

    Ciao @Ippolita2018 Ti ringrazio per il tuo commento che giunge puntuale. Il componimento può sembrare, in apparenza, come un insieme di "sensazioni scollegate" l'una dall'altra, in quanto sembrano non condividere un panorama comune (cosa che permette al lettore di contestualizzare le analogie). In realtà, ad uno sguardo e una lettura più approfondita, il panorama diventa molto chiaro (o magari risulta chiaro per me). Comunque il contesto è l'inizio di un temporale notturno. Se lo avessi scritto nel titolo la poesia sarebbe risultata sicuramente più comprensibile sin dalla prima lettura, ma avrebbe perso il senso più profondo che ho cercato di trasmettere. Ti ringrazio nuovamente per il commento e a ri-leggerci.
  9. Stefano Verrengia

    Troppo lontano

    @flambar grazie. Sono su writer's dream da un po' ma non pubblico da molto.
  10. Stefano Verrengia

    In trappola

    Ciao. Amo moltissimo le "poesie brevi". Ad esser sincero, però, devo ammettere che questo tuo componimento mi risulta "ermetico" nella sua accezione più negativa. Proverò a sviscerarlo al meglio delle mie possibilità. Il verso finale contiene la parola "tetto". Il secondo verso contiene la parola "fondamenta" e il terzo "perimetro". Tutto mi fa pensare che si stia parlando di una casa, di una dimora. Il sentore è di un rapporto (amoroso/matrimoniale/affettivo?) fondato sulla menzogna, sulla bugia (sul tradimento?). Non so quale sia il tuo sesso ma presumo che tu sia una donna (o sbaglio, non so). La casa è uno schema costruito su fondamenta illusorie, una trappola che ti rinchiude in uno schema. Le verità circondano il perimetro, quindi solo al di fuori di questa dimora di menzogna si trova tutto ciò che concerne il vero. Il tetto, che è da sempre il "protettore" della dimora dalle intemperie e dall'esterno, non è altro che un costrutto fiabesco, un'ulteriore menzogna che "protegge" un luogo di bugie. La donna (o l'uomo in questione) è quindi racchiusa, intrappolata in un'illusione, in una gabbia di bugie. Non ho apprezzato particolarmente la tua opera breve perché amo profondamente le poesie evocative. Sono dell'opinione che la poesia, in particolar modo quella breve, debba avere una potenza evocativa che sprigioni l'immaginazione del lettore. Mi si potrebbe controbattere dicendo che questo componimento tratta il tema della "trappola", della "gabbia" e quindi il risultato di imprigionare è raggiunto. Anche in tal caso, mi sento di dissentire, in quanto non ho la sensazione di essere in trappola, imprigionato nell'opera, anzi, la mia percezione è totalmente opposta. Ne sono distante, non empatizzo con il testo, non lo sento mio, non sono imbrigliato nei suoi versi. Credo sia molto "cervellotico", raffinato intellettivamente si, ma poco efficace. Rileggerò sicuramente il testo e non vedo l'ora di leggere altre tue opere, magari meno artefatte e più "sanguigne". A presto.
  11. Stefano Verrengia

    sbadiglio

    Ciao, partiamo spediti. Trovo assolutamente interessante la similitudine iniziale. Potessi morire senza accorgermene in un millesimo di secondo come muore un profondo sbadiglio a tarda sera capace di farti chiudere gli occhi ancora una volta. Anche il ritmo dei versi, ben cadenzato, dà la sensazione di scivolare in un "sonno mortale" ma, al contempo, che dona ristoro. Il verso "come muore un profondo sbadiglio a tarda sera" è veramente inciso nella roccia, tanto è ben incastrato nella prima frase. E scivolare via come polvere che la pioggia porta via, che assorbe la terra rinascere erba, che secca e muore rinasce a primavera del colore sempre verde della speranza Da qui in poi, però, la poesia perde completamente lo slancio iniziale. Le similitudini diventano inefficaci, banali, con una chiusa che rovina l'eccellente lavoro fatto nella prima frase. Una "volontà di rinascita" espressa con immagini concatenate che trovo assolutamente mal utilizzate, poco originali, quasi come fossero state buttate lì a caso senza alcuna rifinitura, rilettura più attenta dell'opera. Trovo che la partenza sia ottima, ma penso che tu non abbia rifinito il componimento: scritto, piaciuto, pubblicato. Solo Mozart non rivedeva i suoi spartiti, si dice . Ovviamente è il mio pensiero e potrei sbagliarmi, ma la seconda parte è decisamente meno efficace della prima. A rileggerti.
  12. Stefano Verrengia

    Riunione di condominio

    Ciao Elisa, ancora una volta sei riuscita ad attirare la mia attenzione. Ci riesci perché, in fin dei conti, sei una poetessa "urbana". Non cerchi obbligatoriamente l'universalità dei grandi temi: ti "accontenti" di narrare il quotidiano, e questo attira sempre la mia attenzione. Posso utilizzare un termine controverso? Ti "differenzi" dalla solita poesia. Concluso il complimento. Arriviamo alla critica. Interessante l'attacco da "arena", dove il pover'uomo viene seppellito dalle grida. Ritmica molto interessante con versi corti e ritmati, che danno immediatamente tensione al pezzo. Fino all'ultimo "insolvente" ci siamo. "Se ne stava in silenzio scolpito nell'ebano a gridare" ... chiara l'immagine del povero debitore scolpito nell'ebano, erto, forse addirittura sdegnoso per la mancanza di umanità dell'arena che chiede la sua "morte" come fosse un povero gladiatore. Mi ricorda Farinata Degli Uberti e la sua bara infuocata, che sdegnava l'inferno stesso al quale era stato condannato per il suo ateismo (che immagine che ha tirato fuori Dante, porca miseria). Ecco, questo passaggio è molto apprezzabile. Poi, ti lasci prendere dalla tua "furia retorica", perdi il controllo del pezzo, a mio avviso. "A gridare colpevole, colpevole, colpevole, ecc. ecc." Ma il povero Cristo non era in silenzio? Questo ossimoro funziona ben poco, avrei utilizzato altro per descrivere quel che volevi descrivere, ad esempio un "silenzio colpevole" o roba del genere. Capisco il voler utilizzare l'anafora ma, a mio avviso, si perde tutto il resto. La chiusura è discreta, in alcune parti buona in altre mediocre. Il figlio è lì, ad ascoltare il povero padre umiliato, immagine coerentissima e azzeccata. "Le urla dell'arena" banalizzano l'immagine che eri riuscita a creare precedentemente utilizzando solamente lo strumento dell'anafora. Complimenti, come al solito compi scelte differenti.
  13. Stefano Verrengia

    Che strana la vita!

    CHE STRANA LA VITA! Che strana la vita! Un giorno mi aggrada e un giorno la aborro. È una troia lasciva che in orge d'azzurro e di nero intona i suoi canti. Armonia strana, che in lei è eterno ciò che muore nell'agonia di lamenti e versi rossi. E brucia nelle vene, fiammeggia come tuoni fra nembi ottenebranti, fra venti che urlano e onde che si fracassano come secondi sul tempo. Che strana la vita, un giorno è un fiore e un giorno è una pistola, che odora di violette e polvere da sparo.
  14. Stefano Verrengia

    [LP12] Voglio fare un picnic al cimitero 

    Ciao @Ippolita2018. Analizziamo questo "picnic al cimitero". Sebbene dal titolo si possa pensare che sia un'opera "funebre", non appena si legge il testo, non si può che pensare il contrario. E' un inno alla vita e, tale inno, viene intonato proprio lì dove essa "dovrebbe" essere assente. Le immagini sono chiarissime, quotidiane, senza pretese: la retorica è quasi assente, addirittura la punteggiatura è quasi assente. Quasi una confessione a degli amici ritmata da versi sciolti e parole sciolte. Una poesie piacevole, divertente e rincuorante, che mi ha fatto sorridere. Ti ho immaginato nell'organizzazione del picnic da te descritto e ho riso. Piccolo appunto: in nessuna festa come dio comanda si beve la coca cola.
  15. Stefano Verrengia

    ‘A zizzona

    Ciao Monica. Direi che, essendo un'unica frase, vada analizzata nel suo insieme. Ho letto il titolo e ho pensato:"Una poesia in dialetto su una tettona? La leggo subito." Poi ho cliccato e mi si è aperta la pagina col tuo componimento. "Italiano" ... c'è stato, in me, un attimo di delusione. Mi aspettavo un testo verace in napoletano, o non so quale dialetto. Sai, quei testi "genuini e sporchi" che il popolo canta fra vicoli e viuzze tipo Spaccanapoli. Analizziamo, quindi, quel che ci troviamo di fronte. E' sicuramente un componimento schietto, e questo mi dà sempre piacere: disprezzo i testi arzigogolati che salgono su un piedistallo per ricevere gli applausi del "pubblico". In tal caso, però, non andiamo oltre la schiettezza. Manca la profondità, la condensazione, il mistero di un abisso. Un'immagine semplice, una scena quotidiana di bramosia e di lussuria (che è sempre un bene) che rimane scarna, senza sfumature che possano renderla tridimensionale. La critica che faccio al tuo componimento è molto semplice: l'idea di base è apprezzabile, ma il come viene elaborata e tradotta in versi no. A rileggerti: so che una poetessa o un poeta di rado modificano le proprie opere per altrui parere (ti capisco perfettamente) ma credo che tu possa tirar fuori veramente un bel pezzo se cambi "inquadratura".
  16. Stefano Verrengia

    La poesia del Tirreno

    LA POESIA DEL TIRRENO Il Tirreno brilla turchese e le paranze solcano i flutti per catturar con le reti un altro giorno di speranza. È una danza di piccoli motori che scuotono quel blu profondo prendendo il largo, fin dove possono. I gabbiani garriscono e si fiondano in mare come una penna su un foglio. Ma le parole non dicono quel che vedono gli occhi, sono brezze che scivolano sull’acqua che bisbiglia. La poesia è il vibrar delle onde, la poesia è il profumo d’abisso.
  17. Stefano Verrengia

    Non chiedere a un poeta

    NON CHIEDERE A UN POETA Non svegliarmi domattina. Voglio rimanere fra le lenzuola come un bruco nel suo baco a filare sogni infiniti in questa piccola bara di carne. Lo so che per te la vita è un dono ma nel mio teschio parole di polvere asciugano le aride labbra. Non chiedermi perché, ti prego. È come chiedere all'oceano il perché delle sue onde. Non chiedere a un poeta da dove nasca la poesia, come può una penna esser simile a una croce. È una voce flebile, sottile come un rasoio, che ti sfiora le orecchie disattente. Forse è questo che volevi, forse è questo che so dirti. È un ruggito in un bisbiglio, un giglio insanguinato. Non son nato per il mondo, alieno fra gli alieni. E temo, o si che temo!, anche nei giorni sereni dove l'azzurro m'abbraccia, il nulla oltre le nuvole.
  18. Stefano Verrengia

    Non chiedere a un poeta

    Ciao Elisa, lecito il tuo commento: ognuno ha i "suoi gusti". Abbiamo una visione completamente differente di tutto, a quanto pare. Non credo che si debba trovare qualcosa di nuovo nella poesia, anche perché la poesia rispecchia "l'uomo e i suoi tempi". Non esiste nulla di anacronistico nell'arte (in generale) se esprime potentemente un concetto. Anzi, provo in tutte le maniere a non lasciarmi condizionare dal "nuovo" a tutti i costi per esprimere semplicemente quel che mi viene da dentro e come viene da dentro, per poi raffinarlo successivamente. Poi, ovviamente, sono completamente in disaccordo con i vari riferimenti che hai fatto. "Teschio/Shakespeare" solamente per l'Amleto? Dai, questo no, dare la proprietà del "teschio" a Shakespeare per l'Amleto mi sembra veramente eccessivo. Montale? "Ni", in contesto e modi completamente diversi. Parole abusate? Di tutto, ormai, abbiamo abusato, è come ne abusiamo che fa la differenza. Per il restante è il tuo gusto del quale, ovviamente, sei completamente padrona. Voglio solo farti notare che il poeta non è affatto superiore, anzi, è "alieno fra gli alieni", e non è fuori dal mondo, ma fuori dagli altri. A presto.
  19. Stefano Verrengia

    Se dei suoi giorni sapessi

    Una penna "esperta" si riconosce subito. Credo che, al di là dei gusti, al di là della propria filosofia e del proprio modo di vedere le cose, la "tecnica" rimanga "tecnica". In questo caso l'uso delle metafore è raffinato, elegante per dir meglio, le rime sono leggere, azzeccate, al punto giusto, e "avviluppano" il componimento con un buon ritmo e una buona musicalità. Non ho amato la tua poesia perché non "parla di me", non mi tocca nel profondo, non mi coinvolge. E' come una bella donna che non mi piace. Di certo non ne sono innamorato, ma il bello è bello, anche se non ci fa perdere la testa. "Orizzonti di caligine": eccezionale. "Di quei timori faresti coriandoli": metafora veramente azzeccata e "intelligente". "E dei pensieri avviluppati tra le dita, vergini stelle filanti di vita": ottimo il ritmo e buona la rima, ma l'immagine è, dal mio punto di vista, molto meno efficace rispetto alle precedenti. Giusta l'idea del climax ascendente (caligine, coriandoli, stelle-piccolo, piccolo, abnorme. Non so se fatto appositamente) ma l'ultima è molto meno calzante, avrei provato. Complimenti Sira. A rileggerti.
  20. Stefano Verrengia

    La poesia del Tirreno

    Grazie @Poeta Zaza. Son contento che ti sia piaciuta.
  21. Stefano Verrengia

    Un tipo normale

    Questa è una di quelle poesie che va analizzata "nella sua semplice complessità", quindi interamente. Quando troviamo qualcosa che ci piace è assolutamente impossibile disinnamorarsene per dei nei, anzi, a volte quei nei diventano addirittura portatori di piacevole imperfezione. Questo è uno di quei componimenti che mi è caro per stile e per tema. Ho trovato estremamente piacevole il modo "leggero" con il quale hai trattato l'argomento, senza costruire inutili e complesse architetture retoriche utili solamente (molto spesso) a gonfiare il proprio ego per la propria "bravura" stilistica. Come dire, le solite "baroccate" che il più delle volte distruggono l'essenza di un lavoro artistico. insegue i fiori nel vento? raccoglie le gocce dell’ultima pioggia? prova a riconoscere quel volto che ogni mattina lo fissa da uno specchio? Piacevolissima quartina, bellissima perché limpida come uno specchio d'acqua: lascia al lettore immagini talmente nitide, fulgide, da non lasciar spazio a fraintendimenti. Ed è proprio nella chiarezza che si nasconde il segreto: ognuno si rispecchia in queste immagini. Le prendiamo, le facciamo nostre, le modelliamo come ci pare. E' come se avessi detto a noi "colleghi":"noi questo strano materiale, questo pongo malleabile. Eccolo, ve lo do, fatene quello che vi pare". E poi – ma non so dove l’ho letto – si vergogna di ogni parola con cui si ferisce. Chiusura masochistica che solo chi "scrive veramente" può capire. Ogni parola è un coltello con il quale ci sfregiamo, ogni parola è dolore, sofferenza, cicatrice, malinconia, rabbia. Notevole, limpido e notevole, tratto caratteristico del componimento. Come vedi non ho minimamente citato le altre due strofe. Sono di assai facile lettura, quotidiane, piacevoli, e danno a tutto il testo un'esperienza intima ed amichevole. Stai parlando a noi, tuoi "amici di penna", gli unici che possono capire quanto sia doloroso scrivere, e al contempo quanto sia indispensabile. Siamo con te, o almeno io sono con te. A rileggerti.
  22. Stefano Verrengia

    Resurrectio Christi

    RESURRECTIO CHRISTI Sei uscito dal tuo sepolcro lurido ( nemici urlavano misericordia!), perché tu, per una più alta concordia, togliesti il velo di morte ruvido; t'attendeva l'inconscia Maddalena, mentre quella pietra di non ritorno già era tolta e tu, come una falena, giravi illuminando tutto intorno. T'osannava così tutto il Creato, ti rideva la vita e il mondo in fiore, rappresentante dell'eterno Amore, medico dello spirito dannato. Ma come noi potremo, nostro Cristo, emularti nella Resurrezione? Di cenere è anche la nostra ragione, e l'animo è del divino sprovvisto. Vorremmo, come la nascente Aurora, infiammarci del nostro risorgere, ma in questo vivere che ci addolora dove la speranza si può scorgere? E siamo fatti di nulla e di sogni perché obliati in più oscuri bisogni … Ma quando, quando, per più alti sbocchi, per contemplare massima fattura, vedremo in faccia tutto ciò che dura, uscendo dalla tomba dei nostri occhi?
  23. Stefano Verrengia

    Pagine bianche

    PAGINE BIANCHE Dove vai, serpente ondeggiante fra questa folla di fili d'erba? So che segreto nascondi in quella pochette da 1000 euro o più. Vorrei aprire le tue gambe come un libro mai letto ma son sicuro che le pagine sono tutte bianche. Forse, per una notte, potrei dirti che tuo padre è uno stronzo e tu potresti donarmi 3 secondi di gioia. A volte, ci si accontenta anche di una rosa finta, di una pinta e di una notte meno tetra.
  24. Stefano Verrengia

    Ogni giorno ha la sua pena

    Ciao. Sonetto con pochi spunti interessanti, per il resto artificioso e retorico, a mio avviso. Prima quartina: Mi poggio, comincia un’altra notte sedotto dal pensiero d’obliare ogni ora, speranze più ridotte è bello, più bello che esultare. Questa quartina ha moltissimi difetti. Gli enjamebements utilizzati assai spartanamente in tutto il componimento (tranne in rari casi). Se dovessi trovare un punto favorevole a tale quartina, posso dire che è piacevole lo stacco "sedotto dal pensiero d'obliare/ogni ora". In questo verso la rottura della frase dà un senso di "caduta", che è poi (credo) l'obiettivo che si andava ricercando. Ognuno che ritorna dal suo mondo onesto, o uccello da rapina Importa? Siamo tutti sullo sfondo il buio pian piano s’avvicina. Sebbene si possa trovare assai oscura (o errata sintatticamente), questa quartina è sicuramente la più interessante. Anche qui, ci sono molti passaggi grezzi (in senso negativo), e due piccoli lampi che, se fossero stati seguiti con l'occhio dall'autore in senso inverso, lo avrebbero portato sulle nuvole anziché a un albero bruciato. La rima "rapina/s'avvicina" assai azzeccata e calzante, il miglior passaggio di un componimento complessivamente da rivedere. Il buio, come un "uccello oscuro" (credo un merlo) ci deruba di tutto ciò che brilla nella nostra vita, avvicinandosi pian piano (o librandosi con le sue ali oscure). Le due terzine finali sono, dal mio punto di vista, la spinta verso il baratro per una lirica già con un piede sospeso sul vuoto. Ci sono alcuni passaggi interessanti (il migliore nella seconda quartina precedentemente descritto) che, se fossero stati sviscerati a dovere con quell'elegante cinismo che ha contraddistinto questo piccolo lampo nel buio, avrebbero reso quest'opera e il mio giudizio ben diversi. Son convinto che, rivista, potrebbe essere tutt'altra cosa. A presto.
  25. Stefano Verrengia

    Il Tempo è un figlio di puttana

    IL TEMPO E’ UN FIGLIO DI PUTTANA Se comprendessi il Tempo non lo sprecherei a scrivere. Vivere è uno squarcio elettrico e un boato nel grigio e nel nero. Sento solo la lancetta puntata al mio collo come un coltello affilato. Il Tempo è un figlio di puttana che vuole rubarti ogni secondo, ti entra in casa e ti fotte la speranza dai cassetti, i sogni dall’armadio. È un ladro, un criminale intessuto nel vento e nella disperazione. E nel mio teschio, oceano di angoscia, ogni pensiero è come un'onda di tenebre. E in questa notte, questo oscuro sudario che ci avvolge, accarezzo il tuo corpo come una bara vuota, e tremo.
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