Vai al contenuto

Niccolo' Altini

Lettore
  • Numero contenuti

    30
  • Iscritto

  • Ultima visita

Reputazione Forum

11 Piacevole

1 Seguace

Su Niccolo' Altini

  • Rank
    Sognatore
  • Compleanno 02/04/2001

Contatti & Social

Informazioni Profilo

  • Genere
    Uomo
  • Provenienza
    Modena
  • Interessi
    Letteratura, fotografia, giornalismo, cinema... Tutto ciò che può insegnarmi qualcosa su come vivere!

Visite recenti

Il blocco dei visitatori recenti è disabilitato e non viene mostrato ad altri utenti.

  1. Niccolo' Altini

    I Servizi Segreti

    Ciao @Silverwillow ti consiglio "La guerra segreta" di Max Hastings per quanto riguarda il durante. È uno storico molto famoso e nei suoi libri fa ampio uso di testimonianze dirette quindi credo possa fare al caso tuo. Ci sono sezioni dedicate all'intelligence britannica. Per quanta riguarda il dopo ho trovato che l'operazione degli inglesi equivalente alla Paperclip americana, per accaparrarsi scienziati nazisti, sì chiamava Surgeon. Riguardo all'operazione Surgeon ho trovato questo link, che contiene i documenti ufficiali, resi pubblici di recente. Se sai l'inglese credo possano esserti utili: https://web.archive.org/web/20070415011318/http://www.nationalarchives.gov.uk/releases/2006/march/recent.htm
  2. Niccolo' Altini

    Cercasi Beta Reader

    Buongiorno a tutti! Sono alla ricerca di Beta Reader disposti a leggere il mio primo romanzo e a darmi una loro impressione. Ecco i dettagli: Genere: Storia d'amore/romanzo storico Lunghezza: 70000 parole Numero di beta reader che desidero: potenzialmente illimitato Requisiti beta reader (facoltativo): nessuno in particolare Tipo di commento richiesto (facoltativo): qualsiasi commento sincero e spassionato (anche critiche feroci). Un accenno alla trama: Francia, 1945. La guerra è alle sue battute finali. Il Paese è stato liberato e le ultime forze tedesche resistono soltanto nei pressi di Colmar. Il tenente Reinhard Richter, disertore dell'esercito tedesco, è nascosto nella soffitta di una fattoria nei pressi di Mulhouse. A prendersi cura di lui, ferito nell'ultimo scontro prima della diserzione, c'è la ragazza francese di cui è innamorato da più di un anno: Nicole Blanc. La loro storia d'amore è nata un anno prima a Parigi, dove Reinhard si trovava come ufficiale di collegamento per il Reich. La separazione che gli ha imposto la guerra, dopo lo sbarco degli alleati in Normandia, non è riuscita ad affievolire il sentimento. Ma il loro amore è sottoposto a una sfida ancora più grande quando cominciano a emergere notizie sulle atrocità commesse dai Nazisti in Francia. Nicole scopre con orrore che anche il suo Reinhard ha avuto un ruolo in quei massacri...
  3. Niccolo' Altini

    La dispersione delle ceneri

    Commento
  4. Niccolo' Altini

    La dispersione delle ceneri

    In ospedale trovai Dietrich alle camere ardenti, con una grossa urna dorata tra le mani. Aveva il viso molto stanco e non guardava da nessuna parte. Teneva l’urna con soltanto i polpastrelli delle grosse dita, come se scottasse, e la teneva all’altezza dello sterno a poca distanza dal suo corpo, in una posa molto innaturale. “Come stai Mat?”, gli chiesi. “Tieni tu questa cosa”, mi porse l’urna, “Per piacere. Non posso sopportare l’idea che Jessica sia qui dentro”. “Dammi qui. La tengo io”. Presi in mano l’urna. Non ne avevo mai tenuta in mano una ed era parecchio pesante. Arrivò un medico. “Questo è il permesso per la dispersione”, disse e porse a Mat un foglio. “Grazie. Possiamo andare”. Uscimmo nella piazza di fronte all’ospedale. “Dove le disperdiamo?”, gli chiesi. “Nel mare. Dal Lido. Così mi ha chiesto”. “D’accordo. Troviamo qualcuno che ci porti”. “Ho già avvisato un amico. Seguimi”. Lo seguii in un paio di vie scure e arrivammo di fronte a un piccolo canale. Un vecchio con la barba scura e la schiena curiosamente piegata stava a sedere davanti al motore di una barchetta da pesca. “Buonasera”, disse. Anche io e Mat lo salutammo. Mat non lo chiamò per nome e il vecchio rimase in silenzio per tutto il viaggio. Aveva un espressione da ebete e lo sguardo assente. “Non mi hai detto come ti senti”, dissi a Mat. “Sto meglio di ieri. E spero domani di stare ancora meglio”. “Ne sono sicuro”. Lui annuì nel buio. “Sì, sì. Starò proprio meglio ragazzo”. “Vorrei che domani pranzassimo insieme”. “Sì. Volevo chiedertelo anche io. Rino mi ha detto che il colpo sarà venerdì”. Io lo guardai e poi guardai il vecchio dietro di noi. “Lascialo perdere. Non sa una parola in tedesco”, disse Mat. “Va bene. Ma non parliamo del colpo adesso. Ne parleremo domani. Tu come stai?” “Lo hai già chiesto, ragazzo”, mi sorrise. “Va bene, va bene. Ti va se domani ti presento una ragazza?” “Sei troppo ottimista”, disse, “Io ti chiamo ragazzo perché ti ho sempre chiamato così. Ma dovrei chiamarti vecchio”. “Questa è una ragazza sul serio. Ha ventotto anni”. “Hai una figlia?” “No”. Lui scosse la testa. “Sapevo che il poker ti avrebbe sciupato il cervello”. “No, non è una di quelle”. “E’ un angelo caduto dal cielo”, esclamò. “Qualcosa di simile”. “E quanto ti costa?”, chiese mimando il gesto dei soldi. “Ti ho detto che non è una di quelle”. “Allora sarà matta. Non capisco cosa ci dovrebbe vedere in te. Alterni periodi da riccone a periodi da miserabile, non hai un reddito fisso né un particolare senso dell’umorismo, sei ricercato nel tuo Paese, hai una forte tendenza ad alzare il gomito e non sei più giovane e bello come una volta. Dev’essere proprio matta”. A qualsiasi altro, un discorso a quel modo sarebbe valso una manata. Ma fui felice nel vedere che Mat aveva recuperato un po’ di buon’umore, tanto da prendermi in giro. “Sì, è un po’ matta”. “Allora stai attento che non si innamori di me, quando me la presenti”. “Non è matta fino a questo punto”. Lui rise e mi diede una pacca dietro la schiena. “Oggi le ho raccontato di Sargans”. “Oh, è una cosa maledettamente seria allora”. Arrivammo alla spiaggia poco dopo e per tutto il tempo tenni l’urna in mano. Il vecchio aveva superato il Lido a Nord e adesso stava scendendo nuovamente a Sud, lungo la costa. A sinistra potevamo vedere la lunga distesa nera del mare e qualche luce in quell’oscurità che rappresentava una barca. A sinistra vi era il lungo profilo nero del bagnasciuga, poi più indietro le luci gialle delle case del Lido. All’estremità dei pontili di pietra che si allungavano sul mare, le luci rosse di segnalazione lampeggiavano a un ritmo costante. “Non potete arrivare alla spiaggia senza bagnarvi. Se tiriamo la barca in secca poi sarà una faticaccia ributtarla in mare”, disse il vecchio. “Non puoi accostarti a quel pontile?” gli chiesi. “Potrei. Il mare è piatto. Ma sono rocce scivolose quelle. Non vi consiglio di arrampicarvi sopra”. “Stamani ho visto degli uomini pescarci”. “Sì, ma stavano nella striscia di cemento nel mezzo e sicuramente venivano dalla spiaggia”. Guardai Mat perché decidesse. “Portaci da quel pontile”, disse, “Ce la caveremo con le rocce”. “Come volete”, disse il vecchio in tono sprezzante. Si avvicinò al pontile circondato dalle pietre. Il mare era realmente piatto e lui si accostò a una grossa pietra nera inclinata all’infuori. “Come facciamo a salire sopra questa? Viene verso di noi”, esclamai. “Lo avete detto voi”, disse con molta semplicità. “La vedi quella?”, gliela indicai col dito, “Accostati a quella. Quella è comoda per salirci”. “E’ pericolosa per la barca, ha una sporgenza appena sott’acqua. La vede quando passa quell’onda”. L’onda passò ma non vidi nulla. “Accostati a quella”, gli dissi, “Se questa vasca va a fondo te la ripago io. Non vale ventimila lire”. “Lei è un arrogante”, mi disse. Poi ci andò, il che significava che non c’era alcun pericolo per la barca. Mat aveva ascoltato la discussione divertito. Quando ci accostammo alla pietra giusta, scese facendo oscillare la barca, poi gli passai l’urna e scesi anche io. La roccia non era affatto scivolosa. “Fatti un giro qua attorno e ritorna quando senti un fischio”, dissi al vecchio. Lui obbedì accigliato. Rimanemmo un attimo in silenzio a osservare l’oscurità, spezzata da qualche luce di fronte a noi, con l’urna posata sul cemento ai nostri piedi, poi Mat parlò. “Credi che dovremmo dire una preghiera?” “Era cattolica?”, gli chiesi. “No. Ha anche rifiutato di confessarsi”. “Allora perché dovremmo dirla?” “Nell’eventualità che si fosse sbagliata”. Annuii poco convinto. “Non conosco nessuna preghiera”, gli dissi. “Io nemmeno. Accidenti”. “Ma non credo sia necessaria”. “Dici?” “No”. “Allora che si dovrebbe fare?” “Non lo so”, dissi, “Non ho mai disperso delle ceneri”. “Neppure io, ragazzo”. La tragica comicità della scena aveva perlomeno l’effetto di alleviare la tristezza. “Credo che dovremmo semplicemente versarle in mare”, azzardai. “Come della specie di zucchero”, mi fece eco Mat. “Non intendevo in quel modo”. “Non dovremmo buttare anche l’urna?”, chiese. “Credo di no. Sarebbe illogico”. “Sì, ma non voglio tenermela”, protestò. “La regaleremo al vecchio”. “Allora spargiamo queste ceneri”, disse Mat e si chinò a prendere l’urna dal terreno. In quel momento sentii una forte ventata d’aria fredda colpirmi la faccia. “Attento che abbiamo il vento contrario”, dissi. Mi leccai il dito e lo esposi per accertarmene. “Viene da Nord-Est”. “Lanciandole così dovrebbero comunque finire in mare”. “Non vuoi andare giù alla spiaggia?” “No. Meglio farlo qui”, disse. Sollevò l’urna da terra e svitò il tappo. Poi si voltò verso destra e io mi misi dietro di lui un po’ spostato in avanti per fare da scudo contro il vento. “Ciao Jessica”, disse e scosse l’urna fino a quando tutte le ceneri non furono uscite. Le ceneri finirono in mare. Io non dissi nulla ma gli misi una mano sulla spalla. Lo guardai. Non stava piangendo. Poi Mat fece un lungo fischio che spezzò il silenzio della notte e sentimmo il rumore della barca avvicinarsi a noi nell’oscurità. Quando il vecchio si fu accostato alla roccia Mat mi diede l’urna. “Regalagliela tu”, mi disse in tedesco, “Gli stai molto simpatico”. Salimmo sulla barca e porsi l’urna al vecchio. “E’ un regalo da parte nostra”, dissi, “Per averci sbarcati qui”. Lui mise istericamente una mano attorno alla barra e con l’altra fece il segno delle corna. Mat rise di gusto. “Tienila”, gli dissi, “Non si sa mai”. “Ficcatevela in ...”
  5. Niccolo' Altini

    Più bassa delle stelle

    Caro @Ton il tuo racconto mi è piaciuto. Questo lo trovo molto interessante e ti consiglio di portare avanti questa predilezione. Provo a commentare come meglio posso il tuo racconto (sono tutte opinioni personali). Qui forse è un po' "troppo". Provo a spiegarmi. Anche nelle frasi prima hai usato alcuni termini inglesi e nomi di posti specifici. Quando, soprattutto gli ultimi, diventano tanti e sono tutti vicini possono diventare pesanti. Da lettore che non conosce quei luoghi, tendo ad avere un po' la sensazione che mi si voglia tenere fuori dalla storia, come se il narratore stesse parlando a qualcun'altro che conosce i posti. Prova a sfoltire un po' i luoghi che non sono necessari. Questa frase potrebbe stonare, subito dopo aver detto che Andy (che è uomo) lavora. Manca un "che" o mi sbaglio? Sicuro sia possibile? Dopo queste piccolezze provo a darti una mia idea più completa. La scrittura mi piace. Buono lo stile, ben scritto e scorrevole. Forse un linguaggio un po' sostenuto per una donna in alcuni tratti ma può andare. Mi piace che non complichi le cose. Frasi brevi, efficaci e semplici. In questo racconto c'è l'essenziale, nulla di più, e così dev'essere. In questo modo lasci al lettore la posibilità di far correre la mente. Non mi piacciono tanto quelle due frasi che hai messo nel dialogo sul silenzio e sulla musica. Secondo me stonano e spezzano il ritmo, ma sono gusti. Molto bello il finale. Attraverso alcune efficaci immagini (cotone, corda...) descrivi un avvenimento intero. Il risultato è bello. Nel complesso il racconto per me è promosso a pieni voti. La storia è una storia che vale la pena di raccontare. I personaggi (compreso il narratore) sono ben caratterizzati. Il risultato finale è più che soddisfacente. I miei complimenti, a presto.
  6. Niccolo' Altini

    La stazione

    Grazie @Maria Santiago per il tuo commento
  7. Niccolo' Altini

    La stazione

    @Nightafter ti ringrazio molto per le belle parole. Sono rimasto colpito perché a partire dal semplice dialogo sei riuscito a ricavare tutta quanta la storia, dall'inizio alla fine, in modo impeccabile. Questo mi rende felice perché era proprio ciò che intendevo fare: dire poco, far parlare i personaggi e lasciare il resto all'immaginazione del lettore. Se ti può consolare, io mi ritengo totalmente incapace di descrivere gli ambienti e le azioni dei personaggi, un po' l'opposto tuo. Mi riprometto di leggere al più presto qualcosa di tuo. A presto e grazie ancora
  8. Niccolo' Altini

    Narcotici e risveglio

    Dipende. Sappi che non accade quasi mai che tu sia cosciente senza riuscire a vedere. Magari puoi avere qualche fase in cui senti ciò che accade attorno a te senza avere la forza di svegliarti e aprire gli occhi. Ma una volta completamente cosciente hai quasi sempre recuperato la vista. Olfatto, udito, gusto e tatto arrivano tutti assieme o uno dopo l'altro in un ordine "casuale" (dipende da così tanti fattori che è difficile fare previsioni). Quando sei cosciente, in genere i sensi sono tutti attivi. Alcuni di essi potrebbero essere "attenuati" (senti poco e male, non riesci a distinguere freddo/caldo toccando un oggetto, non senti nessun sapore, fai fatica a mettere a fuoco ciò che vedi...). Di solito ti senti debole a livello fisico.
  9. Niccolo' Altini

    La stazione

    @m.q.s. grazie per il commento. Giustissimo l'appunto su Gloria. Da lettore, sono un profondo ammiratore di uno stile di scrittura basato sui dialoghi. Credo che questo dipenda molto dalla personalità e dai gusti, ma quando leggo un buon dialogo mi penso seduto vicino ai personaggi ad ascoltare quello che si dicono. Sono contento che ti sia piaciuto, alla prossima!
  10. Niccolo' Altini

    La stazione

    @don Durito hai centrato mirabilmente il segno. Film sullo stile di Casablanca e i racconti di Hemingway sono stati ispiratori di questo dialogo (non pretendo, naturalmente, di esserne all'altezza). Grazie per il commento e alla prossima
  11. Niccolo' Altini

    La stazione

    @Kasimiro grazie per il tuo commento passo per passo. La risposta di lui è volutamente misteriosa ma è anche poco vera. Lui si rifiuta di dire a Gloria dove andrà principalmente per proteggere se stesso (quando la polizia troverà il russo morto indagherà e risalirà a Gloria e a lui, che nel frattempo sarà fuggito). Gloria odia i russi perché sa che è a causa del russo che Ralf se ne sta andando. Gloria è un personaggio semplice ed è molto devota a Ralf. Dice ciò per compiacerlo e perché tende a vedere la vita tramite semplificazioni. Niente sarcasmo nella frase su Roma. Ho pensato ai suoi genitori come due credenti è quella frase è il riflesso della sua educazione. Al dialogo manca qualcosa, ne sono d'accordo anche io. Sarebbe bello poter dire che è voluto ma non è così. La verità è che necessita sicuramente di ulteriore lavoro e soprattutto di una revisione del personaggio di Gloria. Grazie, in ogni caso, del commento
  12. Niccolo' Altini

    La stazione

    @mina99 grazie mille per i consigli. Sicuramente dovrò continuare a lavorarci ma sono contento che non ti abbia fatto una cattiva impressione :)
  13. Niccolo' Altini

    La stazione

    @Almissima ti ringrazio per il commento e per i consigli. Per l'ambientazione hai proprio ragione. Ho cambiato idea mentre scrivevo e questo è il risultato.
  14. Niccolo' Altini

    La stazione

    Commento Nel tavolo all'angolo della sala erano seduti un uomo e una donna. Bevevano tequila. “Dove andrai?”, chiese lei. “Più lontano possibile”, disse lui. Beveva molto più di lei. “Ma dove, di preciso?” “Dì, vuoi fare la spiona?” “Sai che non lo farei mai”. “Allora non chiedere. Meglio che tu non lo sappia”. Poi, poco dopo: “Scusa. Non volevo essere scortese”. “Vorrei saperlo perché potrò immaginarti da qualche parte. Se non lo so posso immaginarti solo morto o in galera”. “Immaginami dove vuoi”, disse lui e si versò altra tequila. “Basta che tu dica il meno possibile”. “Sai? Vorrei proprio non dover dire nulla”. “Qualcosa dovrai pur dirlo. Dì il meno possibile”. “E se mi chiedono dove sei?” “Non lo sai”, disse lui. Era una giornata molto umida. Il giorno prima il vento da Nord aveva smesso di soffiare e il calore del sole aveva fatto evaporare un po’ di acqua della laguna. “Sei un tesoro. Lo fai per proteggermi?” “Lo faccio per proteggere tutti”, disse lui. “Sei un tesoro. Non vuoi proprio dirmi dove andrai?” “Il più lontano possibile”. “Andrai in una di quelle isole? In una di quelle... Hai capito?” “Vedi troppi film”, disse lui. “Ma ci rivedremo? Dimmi solo che ci rivedremo”. Lui pensò un momento a ciò che doveva dirle, poi parlò. “Non credo proprio”. “No, no, no. Ti prego”, lei scoppiò in lacrime. “Anche questo lo faccio per proteggere tutti”. “Io non voglio essere protetta. Non così”. “Ma nell’altro modo lo volevi?”, disse. Poi, tra sé: “Le donne, che razza di egoiste”. “Ti prego. Dì che ci rivedremo”. “Non credo proprio che ci rivedremo”. “Ma io ti amo”, disse lei. “Non dovresti”, disse lui, “Non più”. Si sporse in avanti e le accarezzò una guancia. “Che ore sono?”, chiese poi. Si rispose da solo alzando gli occhi sull’orologio a pendolo del bar. Erano da poco passate le quattro del pomeriggio. “Abbiamo ancora venti minuti”, disse. “Ma dimmi che ci rivedremo. Non potrei sopportarlo”. “Non ci rivedremo più”, disse lui, “Quel russo ha rovinato tutto”. “Oh, tesoro. Io odio i russi. Lo sai?” “Lo so”, disse lui, “Fai bene perché quello mi ha messo proprio in un guaio”. “Non posso venire con te?”, chiese lei. “Non se ne parla. Non mi trascinerò dietro te”. “Oh, ma non sarò un peso. Starò sempre dietro a te. Non ti chiederò mai nulla. Ho anche un po’ di soldi. Potrei comprarmi da mangiare e i biglietti per il treno. Nel posto in cui andremo troverò un lavoro così non ti seccherò tutto il giorno”. “Tu non mi secchi”, disse lui. “Allora lasciami venire con te. Ti prego. Oh, non voglio pensare a ciò che succederà se non mi lasci venire con te”. “Farai bene a pensarci, perché non verrai”. “Perché no? Io ti amo. Non troverai mai nessuna che ti ami come me”. “Non conta nulla in questioni come queste”, disse lui. “Allora dimmi dove andrai. Così potrò scriverti e potrò venire da te, più avanti”. “Troppo rischioso”, disse lui, “Lo faccio per proteggere entrambi”. Aveva preso la sua decisione alle tre di quello stesso pomeriggio e non c’era più niente da fare, ormai, per convincerlo. “Quindi non ci vedremo mai più?” “Non credo”, disse lui. “Proprio mai?” “Chi può dirlo”. Lei scoppiò di nuovo a piangere e questa volta era un pianto molto più sincero e molto straziante. “Ma anche tu mi ami”. “Gloria”, disse lui. Ma fu interrotto. “Sì, mi ami”, disse lei”, “Me lo hai detto tante volte. Oh Ralf, ricordi quando me lo hai detto?” Ralf se lo ricordò, ma non disse nulla. “Me lo hai detto per la prima volta all’hotel. Non ricordi, Ralf? Poi me lo hai ridetto quella sera all’Esposizione, davanti al quadro di... come si chiamava?”, singhiozzava molto ma non c’erano altri nel bar all’infuori di loro e del barista mezzo addormentato. “Non me lo ricordo”, disse lui. “Come? Come? Non ti ricordi di avermi detto di amarmi?” “Non mi ricordo del quadro”. “Ma ti ricordi che mi hai detto di amarmi?” “Me lo ricordo”, disse. “Allora lascia che venga con te. Se mi amavi ieri, mi ami anche oggi. Non può essere il contrario”. “Lo faccio per proteggere tutti”, disse lui. Ma non ne era più tanto convinto. “Non puoi proteggermi così. Non voglio pensare a ciò che farò se te ne andrai senza di me”. “Farai ciò che facevi prima di conoscermi. Non seccarmi”. Lei rimase a piangere in silenzio. Erano quasi le quattro e venti e non c’era più nulla da fare per convincerlo. Non c’era più nulla da fare nemmeno per il russo con la gola tagliata nella stanza d’hotel dove Gloria e Ralf avevano vissuto insieme per tre giorni. Forse non c’era più niente da fare nemmeno per Gloria, che continuava a piangere in silenzio e pregava. Oh Dio, Dio, fagli cambiare idea, ti prego. Fagli cambiare idea prima che salga su quel treno. Ti scongiuro, fai che cambi idea e ti pregherò tutti i giorni e andrò a Roma ogni dieci anni fino a quando non sarò troppo vecchia. Darei qualsiasi cosa perché cambi idea. Dio, Dio, lo amo così tanto, fai che mi porti con sé. Fagli capire che andrò ovunque voglia. “Sarò tua moglie”, disse a Ralf, “Ci sposeremo appena vorrai così nessuno potrà dirci nulla”. “No”, disse lui, “Non verrai. Smettila di illuderti”. “E ti darò anche un bambino. Un maschio, ne sono sicura”. “Smettila”. Poi guardò di nuovo l’orologio e vide che era ora di andare. Lasciò i soldi per la tequila sul tavolo e si alzò. Lei lo tenne per un braccio e piangeva con il petto che le sussultava sotto il vestito bianco. “Oh, ti amo così tanto, Ralf. Portami con te”. “Smettila”, disse lui. “Lasciami andare”. “Dimmi almeno dove andrai” “Lascia perdere”, disse. Poi si liberò dalla sua stretta e prese la valigia con cui viaggiava. “Addio Gloria”. Lei non disse nulla e vide la sua sagoma allontanarsi fino a scomparire dietro la pesante porta di legno che dava sulle banchine. “Oh Ralf”, disse tra sé, “Se soltanto mi avessi baciata. Se soltanto mi avessi dato l’ultimo bacio”.
  15. Niccolo' Altini

    Naja (Storia d'altri tempi)

    Ciao @don Durito Intanto complimenti. Hai uno stile narrativo molto particolare ma che, almeno a me, risulta piacevole. Questa frase è molto lunga ma comunque piacevole da leggere. Rende bene l'idea dello stato d'anicmo del maggiore quando guida a quel modo. Forse dirò una cosa sbagliata ma sostituire "ghibli" con "scirocco" non renderebbe più facile la comprensione? A mio avviso, la parola in inglese stona un po' qui. Si tratta di una scelta particolare l'uso della "&". Da un certo punto di vista ricorda molto un tipo di narrazione orale ed è geniale. Considera però che molti lettori potrebbero istintivamente leggerla all'inglese e ne risulta una frase non molto piacevole in quel caso. Ammetto di essere completamente ignorante sul mondo militare, specialmente di quei tempi. Ma non riesco molto bene a capire come un'inchiesta su uno "scherzo" del soldato dovrebbe arrivare alla "filiera di bustarelle" del comandante. Personalmente apprezzo l'uso di termini specifici di un campo quando si scrive di esso. Forse per altri risulta noioso andarsi a cercare i significati della sigla. Infine, ancora complimenti. Questo racconto mi ha ricordato una storia raccontata oralmente con molta enfasi. Questo per dire che il coinvolgimento emotivo che dimostra il narratore finisce per coinvolgere inevitabilmente anche chi legge. E il tuo racconto è uno di quei racconti che valgono la pena di essere letti.
×