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ruairidh

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  • Compleanno 02/11/1989

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    Maschio
  • Provenienza
    Milano
  • Interessi
    Archeologia, oplologia celtica
  1. ruairidh

    La poetica vision

    Spoiler sistemati. Grazie.
  2. ruairidh

    La poetica vision

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/17527-dio-è-morto-di-noia/?p=303331 Avvertenze: 1- il testo è LUNGO (preavviso per coloro che prediligono testi brevi). 2- il testo è in dialetto milanese, secondo la grafia classica tratta dalla bibliografia di riferimento riportata. 3- La traduzione è inserita come SPOILER, come tutte le poesie vernacolari andrebbe prima letta in originale. Bibl. rif: 2001, BERETTA-COMOLETTI, Dizionario Milanese, Vallardi ed., Milano Ciocch come on ratt in su ona quaj panchetta, adree a desmentegamm quajcoss de brutt, me sont sognaa de véd ona scenetta che nanca on fraa el me cred, e v'hoo dii tutt: seri in la via dove el Carlin el stà*, quand l'è scenduu e m'ha comincià a parlà. *via larga, monumento a Carlo Porta (detto <i>Carlin</i>). T: “Accidenti d’un Giuda, cornuti maledetti!”, “cos’è…?”, “ti dico io cos’è successo: non c’è neanche un’arte che non sia prostituta, (o) son tutti venduti o che son finiti nel cesso e, per di più, quel che è ancora sospetto, non c’è più nessuno che la possa fare in dialetto! Varda chi, varda! L'è no el me Milan, sta gran mistura de cerin smorzaa, fighetta e pelanda che a dass la man depoeu se netten perché s'hinn sporcaa. Basta minga mett i bragh de la festa a scond la merda se la nass in testa. T: Un tempo, qui era pieno di brava gente che senza aver soldi o tempo di studiare, sapeva fare tutto e lo faceva con niente, adesso si lamentano tutti quanti se “per disgrazia” confondono il culo e chi lo dava a un altro, ora lo da a tutti e due. A soffrì pussee hinn proppi i poetta vegnemm adree e te'l vedareet de ti." E mi, con duu oegg tond 'me ona polpetta, ghe sont andaa adree, sicur che a fà inscì, se fuss andàa mal avaria fàa on girett e se'l finiss lù, el finirà el sognett. T: “Viviamo in un mondo parallelo al tuo, noi, i poeti di ogni tempo passato, e facciamo insieme, vivendo tutt’ora, quello che in vita facemmo separati. Da quando la gente non sa più cos’è l’arte, siamo in braghe di tela e piedi scalzi. Te vedet giò là, quel mucc de vegett? Quei hinn i classich che vaghen sperduu cercand i pegor per fagh on sonett, ona vacca, on cavron ma i praa gh'hinn pu: dove ona volta gh'era l'erba e'l verd domà cement fino a che l'oegg se perd. T: E questo per colpa di quei bravi coglioni che per dimenticarsi la propria storia e guadagnare di più, fin sopra ai bastioni hanno costruito case e casini per la gloria di essere ricordati come quei culi di ratto che hanno preso il bello e l’han reso sciatto”. Un poo pussee avant, dai part del Navili, gh'eren Romantich, insciì smort e trist, che, nanca a sperà in d'on colp de pontili, quand seren in vita avaria mai vist. Vardaven l'acqua che era lenta e voncia come quel ner che vegn de sott a l'ongia. T: “Io sono di quelli”, mi dice, “e ben comprendo Le loro preoccupazioni, quello che spezza il cuore ed è ricordarsi di qualcosa che perdi che hai visto ben vivo e che piano muore; l’aver cantato e scritto dello struggimento, essere partiti col pianto e finire con il lamento”. E anmò, e anmò ghe n'era: decadent, ermetich e tucc i alter avanguardi, nissun che'l fuss visin a vess content, anca i futuristi el credeven tardi e tucc i surrealisti eren ben coscienti, serraven i man, scrizzaven i denti. T: “E io cosa posso fare?”, gli dico, “tutto!”, rispose, “basta volerlo a sufficienza: per risanare questo mondo che è storto e brutto, ci vuole sentimento, mica la scienza (infusa) ma non lo posso fare io, che sono del passato, lo devi fare tu che devi (ancora) cominciare”. E, prima anmò che me fudess accort, serom tornàa dai part del noster Domm, quand s'è sentuu on quai cant, "hinn ann ch'è mort, el primm ma, mi no soo el perché e el percomm, quand l'ha savuu che l'è arrivàa el second, la soa tristezza l'ha fàa on gir in tond. T: Adesso suonano dentro le trattorie, il Signor G e Vincenzo (Jannacci), sempre insieme, e non c’è verso di farli sembrare i più strani, sempre allegri, loro, sempre in scena e, forse, forse, è anche giusto così: quando uno è morto, non ha mai finito tutto. E come i gott che batten", el me dis, "che te conosset per el 'pic' che fann e poeu sul veder ghe riman el sfris, inscì sarà de quest per i tò man". Serom innanz al pedestall de sass quand lu'l m'haa dii: "Dem, l'è ora de svegliass!" T: E come le gocce che battono”, mi dice, “che le riconosci per il ‘pic’ che fanno e poi sul vetro rimane l’alone, così di questo (sogno) rimarrà nelle tue mani”. Eravamo davanti al piedistallo di pietra Quando lui mi ha detto: “Andiamo, è ora di svegliarsi!” Roberto Villa, Milano, 10/7/2013
  3. ruairidh

    Ma la montagna chiama

    è un'interpretazione interessante, non ci avevo pensato. Nel mio intento originario, ho pensato alla montagna come metafora di qualcosa di desiderabile, sia essa fisicamente una montagna o il concetto di paradiso o qualunque altra cosa simile. Molto semplicemente volevo marcare la separazione fra un concetto di pace e la realtà della vita, dell'esistenza umana. L'uomo spesso sembra girare lo sguardo, ha la possibilità di essere felice ma non la sfrutta o nemmeno la vede, forse perché ne è spaventato. Inoltre, volevo sottolineare come l'essere umano resiste arrabbiatamente attaccato all'esistenza, soffrendo giorno dopo giorno, finché un giorno la sua stessa fine è forse l'unica cosa che gli dà la pace. E, si, sono tendenzialmente Romantico.
  4. ruairidh

    L'autunno

    Grazue, Piccoloranocchio, un amore che, aggiungo ora perché mi viene in mente ora, può essere visto in due modi: - da una parte c'è l'amore in vista del ritorno: se noi vediamo, per comodità, l'autunno come autunno (stagione), è quell'amore che conosce chi è venuto a contatto, anche solo parzialmente, con una realtà agricola, contadina, semplice. L'amore, cioè, che si deve alla terra che riposa sotto la neve in attesa della primavera, durante un inverno che non è morte, bensì riposo. E' l'amore dell'autunno che dice: io sto morendo ma il mio è un morire amletico, shakespeariano (Morire, dormire. Dormire, forse sognare...), amami, prenditi cura di me, perché io tornerò. - dall'altra c'è l'amore che non vuole morire. Sempre nella stessa prospettiva stagionale, è l'amore dell'autunno che dice: io sto morendo ma non voglio. E allora guardami morire, trattienimi, conserva nei tuoi occhi i miei colori, nel tuo naso i miei odori, nella tua bocca i miei sapori, nelle tue mani le mie sensazioni, le mie superfici, il mio calore. Guardami perché muoio ma non voglio e così, per lo meno, rimarrò dentro di te. Ovviamente c'è anche, come sempre, una nota autobiografica, applicabile a molte persone e al loro vissuto.
  5. ruairidh

    L'autunno

    confesso di non aver contato le sillabe. Sono andato a orecchio.
  6. ruairidh

    L'autunno

    Io ti ringrazio per avermi commentato ma hai visto cosa che non sempre trovo condivisibili. Il Foscolo, per quanto lo apprezzi, c'entra poco, non perché si accenna alla sera bisogna scomodarlo! E' comunque vero che mi ha molto influenzato in passato, ma si tratta di esperienze di almeno 5 anni fa e il manierismo spero di averlo sufficientemente superato. La poesia parla dell'autunno in senso lato, certo la stagione ma anche la stagione dell'anima, l'autunno degli ideali o di qualunque autunno si possa pensare. Io, personalmente, trovo che sia una stagione molto empatica, mi trasmette più di qualunque altra e, in conseguenza di ciò, leggo il testo a livello di stagione ma anche a livello emotivo, sentimentale. Senza togliere che gli si possono dare altre interpretazioni. L'anafora iniziale non vuole stupire, è solo un artificio retorico che serve a sottolineare un argomento che poi, o si conferma, come faceva, ad esempio, Cicerone, o si confuta, come faccio io. Perché sono cose che comunemente si dicono dell'autunno, sembrano luoghi comuni, cose banali ma lo sono meno di quello che si pensi. Qui quello che mi sono appuntato appena finito di scrivere: "Sono state tante le metafore e le assimilazioni del ciclo naturale alla vita. E' una cosa abbastanza immediata ed è per questo che, volutamente ho utilizzato il termine "banale", perché in fondo non è affatto banale. Forse, noi la vediamo banale perché non approfondiamo ma questo è sbagliato. Dietro alle cose, a tutte le cose, c'è sempre qualcosa di più profondo, di più intimo, di più vero. Quando ho scritto queste righe avevo le lacrime e le lacrime ho quando ci ripenso, e questo perché l'argomento è qualcosa in cui mi trovo, in cui mi identifico. Quando mi capita di essere in campagna, quando mi capita di essere al fiume, durante questa stagione, succede che mi fermi a guardare il mondo, a lasciarmelo scorrere dentro, ed è quasi un lamento, è quasi un dolore. E' un sentimento potentissimo, e terribile, in senso buono. Qualcosa di bello e triste al tempo stesso, qualcosa di così bello da essere triste. E che cos'è più bello e più triste dell'amore? Perché triste? Perché non sappiamo cosa sia. Lo cerchiamo, lo vogliamo per tutta la vita, ogni giorno, ogni ora, eppure non sappiamo dargli una definizione, eppure non dura mai in eterno e mai ci soddisfa. E anche quelle poche volte che ci soddisfa, ne abbiamo un continuo bisogno, quasi come se non potessimo vivere senza. Come altro lo definirebbe questo, se non triste?" Se noti, infatti, la struttura è semplice: - si formula un'ipotesi bollandola come banale - si avanza un'idea apparentemente opposta, bollandola proditoriamente anch'essa come banale - si conclude dicendo che, in fondo, quello che nelle due strofe precedenti, erroneamente, si pensava banale, in fondo tanto banale non è, cercando, allo stesso tempo, di approfondire il tema, rendendolo un po' più leggero in conclusione. Alla fine non c'è una speranza, nei miei testi non c'è mai una speranza, proprio per la mia natura pessimista che giustamente vedi. Il desiderio d'amore è celato e, quindi, disatteso. Per paura, per natura, per qualunque possibile motivo. Certo è, però, che c'è e, questa, forse, è una nota positiva.
  7. ruairidh

    Amico immaginario

    Mi ha ricordato "Carissimo Pinocchio". Si è detto che è triste ma a me non sembra, sembra più innocente, ingenua e, siccome sono entrambe caratteristiche spesso legate all'infanzia, le si pensa come a un paradiso perduto, a qualcosa che non c'è più. Tristemente. Io la trovo "semplicemente" bella.
  8. ruairidh

    L'autunno

    commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/16817-non-pensare-non-senta/?p=292919 Se davvero pensassi alla morte, in quest'autunno di foglie di sangue, se davvero pensassi alla fine, tra questa nebbia e i sussurri che porta, se davvero pensassi questo, forse, sarei banale. E invece io penso alla vita, che rugge potente il suo ultimo canto, e invece io penso al riposo, che spetta al guerriero che posa le armi, io penso a questo e, forse, ancora rimango banale. Eppure io vedo la sera del mondo, eppure io sento il suo grido che tace, mie le sue lacrime, mio il suo dolore, e la carezza lieve del vento e il desiderio, celato, d'amore.
  9. ruairidh

    Non pensare non senta

    Non ti ho commentato spesso e questo, probabilmente, perché gli argomenti che tratti o il modo in cui lo fai non mi hanno sempre colpito. In parte, a quanto pare, anche per l'ermetismo che ti è proprio: non avrei compreso quello che spieghi e che ho quotato, non del tutto; forse perché non ho seguito il tuo intero percorso? In questo caso, tuttavia ho creduto di trovarci qualcosa, qualcosa di comune, di condivisibile. L'angoscia della vita in senso filosofico, kierkegaardiano, l'inadeguatezza, cioè, di fronte all'imponenza della responsabilità dovuta alle scelte che caratterizzano inevitabilmente la vita ma anche il senso di miseria, tristezza, inadeguatezza, malinconia che tratteggia la vita di molti o, forse, intimamente, l'intero genere umano. Il sottolineare la differenza delle esperienze individuali e, forse, sì, il tuo mondo è diverso dal mio, come forse sarà simile a quello di qualcun altro o, magari, non sarà uguale a quello di nessuno ma, allo stesso tempo, il constatare la presenza di una percezione più ampia che traluce e traspare dall'esistenza stessa, dal mondo e da ciò che ci circonda, da cui la storia stessa sussurra in un gioco di luci e ombre, di costante chiaroscuro. Il constatare che, in fondo, è una diversità irrilevante, anche se io mi spingo a dire che è proprio questa diversità che rende uguali, proprio nella percezione che trasmette l'umanità stessa, il genere umano, la sua essenza, la vita. Anche io, complice il mio mestiere e la città in cui vivo e il modo in cui la percepisco, spesso trovo nei luoghi e nelle persone e anche negli atteggiamenti le tracce di un passato, di una storia, di un divenire degli eventi, di un trascorso sempre importante a prescindere, spesso, dalla sua storicità. Tempo fa, chiamai questa cosa "trasparenza". Io, tuttavia, per una probabile impostazione mentale, tendo a fuggire un futuro che, forse, spaventa, forse, pare segnato e, se mi capita di vedere nelle cose il loro futuro, la loro fine, è spesso più per sfiducia o disprezzo, quindi a una percezione specifica, che non per intrinseca inevitabilità dovuta alla percezione generale che traspare da tutte le cose. Certo è che, però, una fine incombe su tutto, una fine manifesta e palpabile, nelle cose passate, e una fine più tenue, relegata al concetto del probabile e del possibile, intimamente legati, nelle cose future.
  10. ruairidh

    Ma la montagna chiama

    commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/16771-materia/#entry292830 Ma la montagna chiama tra braccia boscose e seni di rugiada, rivoli e torrenti scendono su un grembo di pascoli erbosi. Perché resisti, amaro viandante? Perché non cedi? Cosa trattiene lo sguardo da limpidi cieli e candide nubi? Angoscia la vita, dolore che incalza come onde di un mare in burrasca, impietosa natura. Ogni respiro soffri la lontananza di qualcosa e non sai che cos'è. Ogni giorno esisti tra qualcosa che fuggi e un qualcosa che temi, che ignori, che vuoi. Chi vorrebbe codesto passare? Eppure tu duri ed il cuore, un bel giorno, si tace.
  11. ruairidh

    Milano

    Grazie per la risposta Zanté ma, quindi, secondo te, la metrica non è in grado di smuovere emozioni? Al più, potrei essere io che la uso male...
  12. ruairidh

    Milano

    Dalla morte di Jannacci mi sono ripromesso di continuare quel piccolo sentiero di poesie su Milano (in dialetto e in italiano) che avevo cominciato a tracciare. Questa è una, seguiranno, col tempo, delle altre. Milano è una città molto complessa da capire e da vivere, è una città che, come dici tu, si ama e si odia. Personalmente mi trovo molto legato a questo posto, un po' per esserci nato e un po' per avere un animo Romantico, di quelli malinconici perennemente legati al passato. A causa di ciò, finisce sempre che detesti profondamente quell'accorpamento di grattacieli e traffico che sta ormai prendendo il sopravvento e, allo stesso tempo, che ami profondamente quell'aura perennemente in sottofondo di qualcosa di antico, ancora debolmente palpitante, sussurrato che rappresenta la città vecchia, il suo popolino, le sue tradizioni, i suoi luoghi e suoi piccoli segreti, nascosti qui e là, tra un vicolo nascosto e un canale ormai chiuso da decenni.
  13. ruairidh

    Milano

    commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/16259-il-violino-piange/#entry287163 Milano la santa, Milano puttana, Milano l'agiata, Milano mondana. Milano l'è bella, Milano sognata, Milano tradita, Milano rubata. Milano s'adagia sul piano, tra i fiumi, Milano che giace sepolta dai fumi. Milano che, in fondo, è ancora bambina, Milano lontana ma sempre vicina. Milano ch'è povera ma veste diamanti, Milano la vecchia che amano in tanti. Milano si scrive ma senza l'inchiostro, per strada, nei parchi, dall'ombra di un chiostro. Milano si dice ma non si pronuncia, si ascolta, si annusa, lo sguardo l'annuncia. Milano è tortuosa, la serpe ducale, carezza la lingua, se morde è letale. Milano è una donna che vive del tempo, si nutre di pietra e veste il cemento. Milano sopravvive, atavico cipiglio, un lampo in un riflesso sull'acqua del Naviglio.
  14. ruairidh

    Il violino: piange

    Il testo mi ha sinceramente colpito, per scorrevolezza e melodia. Porgo il mio apprezzamento in particolare per la seconda stanza che trovo la più riuscita. Faccio un paio di appunti di gusto personale: - la rima imperfetta mare/torpore mina leggermente quell'armonia creata nella strofa precedente, un'armonia che non riesce ad essere recuperata nemmeno nell'ultima strofa. - mentre, infatti, la prima parte eccelle la seconda cala un po'. Non mi pare, al conteggio "manuale" delle sillabe che tu abbia mantenuto uno schema preciso o un alternarsi esplicito di versi, tanto è vero che l'ultima strofa ne presenta di più lunghi, tra le 7 e le 9 sillabe, tuttavia la somiglianza fra settenari e ottonari, così come quinari e senari, presenti un po' ovunque, crea una gabbia dove i versi un po' più lunghi non si distinguono eccessivamente, stonando. Ora, a parte un piccolo consiglio di mettere una virgola dopo il "che" di "che se non sei...", cosa che renderebbe il verso un 8+1, avvicinandolo agli altri, noto nell'ultimo verso un po' di fatica, forse dovuta alla preposizione "per" che, bontà sua, inizia e finisce in consonante, rendendo un po' meno fluida la lettura "per strangolarti" sono 4 di fila e "finisce | per" mi da l'impressione di un'impercettibile pausa di divisione delle parole, nella lettura. Anche il verso "in cui vuoi solo cullarti" funziona bene, secondo me, in virtù di un'episinalefe che lo rende, di fatto, un settenario. Sto un po' facendo l'avvocato del diavolo, abbi pazienza, sono cose piccole, la poesia regge bene ma potrebbe reggere persino meglio. In quanto ai contenuti posso dire ben poco, se non che sono sufficientemente intensi da colpire me. Il che li rende molto intensi!
  15. ruairidh

    Trittico del clero

    Grazie a tutti, anche se il paragone con Vian è un po' troppo, sebbene sia lusinghiero. Aggiungo una nota personale, relativa al mio modo di concepire la realtà e di riversare questi concetti nei miei testi: li si provi a leggere non solo come critica sociale a qualcosa di precostituito ma anche da un punto di vista esistenziale. Il giovane è uno, è solo e si trova costretto in un meccanismo molto più grande di lui, che non capisce e che non può cambiare. Di qui tutta una serie di conseguenze che solo il lettore, individualmente può raggiungere, a seconda di come percepisce il testo.
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