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Superfrancy

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  1. Superfrancy

    Brassotti agency

    Propongono editing a pagamento a prezzi modici.
  2. Superfrancy

    Brassotti agency

    Anch'io sono stata appena contattata via LinkedIn. Vi farò sapere.
  3. Superfrancy

    Concorso Una Storia per il Cinema [30/09/2020]

    Ho fatto qualche ricerca e mi sembra che dietro a questo concorso ci sia la CE Caosfera. Infatti, l'indirizzo di Venetart e quello della CE sui rispettivi siti coincidono. Non capisco perché nel topic relativo a Caosfera, in cui è stato chiesto abbastanza esplicitamente, l'editore non abbia né confermato né negato.
  4. Superfrancy

    Assomigliare a un'idea, un'idea dell'Ikea.

    Vabbè, ho capito: devo proprio continuare a scrivere.
  5. Superfrancy

    Concorso Una Storia per il Cinema [30/09/2020]

    Sì, pare che il film venga prodotto da Halley Pictures o altri partner che si uniranno al progetto.
  6. Superfrancy

    Assomigliare a un'idea, un'idea dell'Ikea.

    Che dire? Grazie, grazie, grazie! Mi fa particolarmente piacere questa frase: "una descrizione che ha il sapore di violenti pennellate date su una tela". Infatti, rappresenta perfettamente il mio approccio alla scrittura: dipingere con le parole.
  7. Superfrancy

    Assomigliare a un'idea, un'idea dell'Ikea.

    Grazie per le belle parole, Adelaide! Per quanto riguarda il corsivo: non so perché, ma copiando e incollando il racconto da word a writersdream il corsivo si è perso. Misteri... Sullo scopo della body suspension... Beh, credo che ogni persona sia un caso a sé con motivazioni molto soggettive e difficili da indagare. Comunque, in rete si trovano sia informazioni che immagini (da guardare solo se non si è impressionabili).
  8. Superfrancy

    Assomigliare a un'idea, un'idea dell'Ikea.

    «Mi chiamano Agrado. Perché per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita più gradevole agli altri». «Proprio com'era mia mamma. Sempre pronta ad aiutare chiunque». pensò Frida alzando lo sguardo annebbiato di lacrime verso il televisore. Trasmettevano Tutto su mia madre, di Almodóvar. Dal 48 pollici appeso alla parete del soggiorno, Agrado sembrava rivolgersi anche a lei, intenta a mettere ordine tra le centinaia di foto di famiglia ammassate alla rinfusa in una scatola di cartone telato. Le aveva sparpagliate tutte sul tappeto di lana grigia dell'Ikea: uno sfondo neutro, perfetto per quell'incerta sequenza di vuoti e di pieni che chiamiamo “vita”. Immagini di soldati, storie di bombe e di tombe, ma anche feste e divertimenti di bimbi, come quella in cui, a dieci anni, giocava a fare la mamma con il fratellino più piccolo ingozzandolo di stelline in brodo fin quasi a soffocarlo. Ora, a quarant'anni, Frida era avviluppata in un asfittico involucro di carne, martoriato dai tatuaggi e inflaccidito dal dimagrimento. Inadatto a ospitare anche soltanto un embrione di vita. Il corpo di una ex grande obesa, bulimica dell'affetto di cui era stata privata, passata da centocinquanta a ottanta chili in due anni. Di quell'enorme zavorra non restava che una pesante camera d'aria sgonfia, larga e spessa. Maledettamente attirata verso il basso. Le sue dita, rapide e ossessive, si muovevano tra le foto cambiandone continuamente la cronologia nel folle tentativo di modificare il passato per sovvertire il presente. C'erano anche dei ritratti di sua madre, morta cinque anni prima; non i soliti cheese tanto per compiacere l'obbiettivo, bensì le smorfie di una malattia precisa, feroce, inafferrabile. Di quelle che attorcigliano il cuore di chi guarda. Ovunque spostasse quelle foto, l'effetto non mutava. Il dolore si muoveva con loro. Nel bel mezzo di quella danza diabolica squillò il telefono. Era Marta, una vecchia amica. «Frida, sabato ho la mia prima prova di body suspension. Ti va di venire a tenermi la mano? Sai, sono un po' nervosa». «Certo. Conta pure su di me». Parcheggiarono l'auto davanti a un capannone, ex sede di una ditta inghiottita dal proprio fallimento, alla fine di una lunga strada a fondo chiuso. Un posto isolato, in periferia. Superati i controlli di rito, entrarono. Mentre Marta si spogliava dietro una tenda nera, gli occhi di Frida, appollaiata su uno sgabello troppo piccolo, correvano rapidi in ogni direzione: prima verso le schiene tatuate, poi i buchi _ non dei comuni piercing _ buchi veri, sangue che sgorga, altri buchi, acciaio che aggancia, cavi, tiranti che tirano, pelle che si scolla, corpi che si issano. «Sì, lo voglio anch'io. Appendetemi» gridò in preda all'esaltazione. Un forte odore di disinfettante. Altri fori. Altro sangue. Altri ganci. «Tutto a posto, Frida?» sussurrò l'operatore, accarezzandole il cranio ispido. «Tutto OK.» rispose Frida, appesa in orizzontale, a poco più un metro da terra, a poco meno di un metro da Marta. Si tenevano per mano e sorridevano al vuoto. Beate in un luogo dove non esistono parole; dove, in un impeto di violenta compassione, il dolore stordisce la sofferenza. Denudate fino a strapparsi la pelle: questo è il pegno da pagare per essere autentiche perché «una è tanto più vera quanto più somiglia all'idea che ha sognato di se stessa».
  9. Superfrancy

    Il bivio

    Invece di dire cosa fa il cielo, io lo descriverei cercando di rendere la sensazione di temporale imminente. Non vedo la necessità di specificare che il vento è forte: se scuote gli alberi non può essere una brezza. Al posto di "le tagliò il respiro" metterei "le mozzò il respiro" perché suona più netto e deciso. Proseguirei con "fu costretta a fermarsi" senza aggiungere altro. Sostituirei "confusa" con "scomposta" e "sparsa sul volto" con "che le nascondeva il volto". Sulla "cosa" (auto, moto, fantasma...) ho qualche perplessità perché subito dopo scrivi che non c'era nessuno. E nessuno fa pensare a una persona. Mi riesce difficile immaginare uno sguardo che si assottiglia. Credo che intendessi qualcosa come "infilò di nuovo lo sguardo nella stradina". Un presentimento la tratteneva dallo staccare i piedi dal suolo. Non era solo stanchezza, c'era dell'altro. Questa frase incuriosisce il lettore. Metterei un punto dopo "strapiombo". Mi sembra più efficace. Toglierei "infine" e metterei "in un istante" al posto di "in quell'istante". Poi sintetizzerei le frasi seguenti: la sua realtà era lì. Come poteva non volerci tornare? I suoi cari, la sua casa... Il suo mondo. Sostituirei "propria" con "sua". Poi alleggerirei un po' le frasi. Ma questo è solo e unicamente il mio gusto personale. Era mai stata veramente felice in quell'appartamento al terzo piano? L'aveva voluto così tanto e così a lungo, come si desidera l'indipendenza. Ma ora si domandava: perché rinunciare a una vita diversa, anche a costo di fare la cosa sbagliata? L'ombra della paura di un "sì" le si insinuò nel cuore. D'improvviso, il fragore di un tuono la riportò al punto in cui i suoi amici erano scomparsi. Nessuno si era accorto della sua assenza, nessuno era tornato a cercarla. Sbuffò di delusione. Poi li giustificò, ancora una volta. La paura, la fretta, la voglia di tornare a casa... L'arrivo dell'Ombra scacciò il fastidioso ronzio di quei pensieri. E così via con lo svolgersi del racconto. La consapevolezza di trovarsi intrappolati in una storia che non è la propria può rivelarsi destabilizzante o salvifico. Chissà che il medaglione non tragga d'impaccio la protagonista...
  10. Superfrancy

    Il barbone con gli occhi da buono

    Grazie, scrittricepazza. In effetti, il fatto di dover ascoltare la canzone o leggerne il testo potrebbe scoraggiare qualcuno alla lettura: non tutti amano Jannacci e non tutti capiscono il milanese. Ti ringrazio ancora per le parole di apprezzamento.
  11. Superfrancy

    Addio, pagliaccio.

    Grazie anche a te per le osservazioni. Sinceramente, non ricordo perché ho scelto un sostantivo piuttosto che un altro. E' un racconto che ho scritto qualche anno fa. "Aggrappolati" è una parola che non conoscevo. Grazie. Mi piace. Sulla punteggiatura non so che dire: ognuno ha le sue preferenze. L'ambientazione americana è dovuta al fatto che si tratta di un esercizio assegnatomi a un corso di scrittura creativa: scrivere un racconto ispirato alla foto Sad Clown della fotografa statunitense Vivian Maier. Tutto qui. In effetti, anch'io penso che sarebbe meglio scrivere di ciò che si conosce bene e, a meno che non si sia vissuti a lungo negli USA, non ha molto senso ambientarvi una storia.
  12. Superfrancy

    Addio, pagliaccio.

    Grazie per il tuo commento così incoraggiante! Penso di pubblicare altri racconti nei prossimi giorni, anche il fatto di dover prima commentare gli scritti altrui mi frena un po'.
  13. Superfrancy

    Addio, pagliaccio.

    Grazie, Floriana! Cercherò di pubblicare altre storie.
  14. Superfrancy

    Addio, pagliaccio.

    Grazie, Elisabeth! Mi fai venire voglia di pubblicare altri racconti.
  15. Superfrancy

    Addio, pagliaccio.

    Devo dire che hai letto il mio racconto con grande attenzione. E questo mi fa piacere. Per rispondere alle tue osservazioni posso dire che secondo me non è fondamentale dare una spiegazione puntuale e razionale a tutto. Le storie possono essere interpretate in tanti modi o non essere interpretate affatto. Un po' come certe opere d'arte davanti alle quali si rimane senza parole ma si provano delle emozioni estetiche, o i testi di molte canzoni di Fabrizio De André, non sempre di immediata comprensione ma di una bellezza davanti alla quale ci si può solo arrendere. L'importante è che alla fine resti qualcosa, anche soltanto l'aver colto il significato profondo di una metafora o l'aver condiviso uno stato d'animo.
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