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Drake Alistair

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  1. Drake Alistair

    Il cuore di cristallo - Capitolo 1

    Grazie mille per avere dedicato del tempo a questo inizio, apprezzo davvero tantissimo. Ogni tua correzione è giusta, cercherò di prestare molta più attenzione a ciò che scrivo. Riguardo al contenuto, è vero, non è molto originale. Mi riscatterò con le prossime parti.
  2. Drake Alistair

    Mettere la testa

    Benvenuta Carlotta! Anche io mi sono appena iscritto e ho iniziato questo viaggio poche ore prima di te! Capisco molto bene i sentimenti che ti hanno portato a mettere fuori la testa, e immagino siano gli stessi di molti dei sognatori in questo portale. Non posso fare altro che incoraggiarti a non mollare, nella buona o nella cattiva sorte. Buona fortuna e buon lavoro!
  3. Drake Alistair

    Il cuore di cristallo - Capitolo 1

    “Non è giusto, conto sempre io!” “Ti fai sempre prendere, sii più veloce!” “Ma non è giusto...” “Ragazzi, non aggreditelo, o il coniglietto si metterà di nuovo a frignare...” I bambini del villaggio scoppiarono a ridere, alle parole di Froli, il figlio primogenito del mugnaio. Lui aveva già quattordici anni ed era molto robusto per la sua età, caratteristica che aveva probabilmente acquisito sollevando sacchi di grano ogni giorno, aiutando il padre. Per l'età, la stazza e l'indole prepotente, non era stato difficile per lui diventare la figura di riferimento per tutti gli altri. La sua parola era legge, e chi non la rispettava finiva sempre per pentirsene. Non è vero che frigno... pensò Dorian, ma sentiva già gli occhi inumidirsi e un groppo in gola formarsi. In fondo lui che cosa poteva fare? Non aveva altra scelta che accettare di essere umiliato e sbeffeggiato per la sua costituzione fragile. Dal piccolo dei suoi otto anni non aveva modo di opporsi alle angherie di Froli, quindi stava zitto. Per questa ragione venne soprannominato “il coniglio”. Non mi piace questo gioco... Si voltò verso il muro e cominciò a contare. “Uno...” Qualcuno alle sue spalle urlò: “Ragazzi nascondetevi, conta il coniglietto!” Dorian deglutì. Non mi piacete neppure voi... “...due...” Alle sue spalle sentì il rumore dei passi allontanarsi, misto ad un fastidioso ridacchiare. “...tre...” Continuò a contare, mentre alle sue spalle non rimaneva che il silenzio. “...99, 100!” Si voltò e iniziò a scrutarsi attorno. Si erano tutti nascosti e lui era rimasto solo in mezzo alle capanne. Da lontano giungeva il vago eco del taglialegna all'opera. Si allontanò dal muro dove aveva contato e si diresse verso il pollaio delle vecchia Ebe. Conosceva molto bene il posto dove si nascondeva sempre Froli, quindi se ne tenne alla larga. A lui non piaceva perdere. Sentii dei passi correre alle sue spalle e quando si voltò vide il ragazzo con altri tre bambini toccare il muro. “Vedi perché conti sempre tu, coniglietto? Giochi come un imbecille!” I tre bambini si misero a ridere guardandolo. Dorian strinse i pugni e si voltò in silenzio. “Se non ti muovi conti di nuovo tu!” Si lasciò il gruppetto alle spalle e si diresse deciso verso il pollaio. Conosceva molto bene tutti i nascondigli più usati, e sapeva che quello era uno dei più optati. Era intenzionato a cambiare ruolo nel gioco. Attraversò il pollaio, mentre le galline si spostavano svolazzando dalla sua strada e arrivò alla porticina del piccolo capanno in cui si rifugiavano i polli. Intravide un leggero movimento della piccola porta, c'era qualcuno lì dentro, e lo stava spiando. Ad un tratto si spalancò e ne uscì correndo Niir, il “furetto” come lo chiamava suo fratello Froli, per il suo aspetto minuto. Dorian scattò verso di lui, mentre il furetto cercava di oltrepassarlo con un giro largo. Sapeva che Froli lo stava guardando, ed era la sua occasione per fuggire dal ruolo odioso che gli era stato affibbiato. Accelerò ai limiti della sua possibilità e allungò la mano per toccare Niir, che correva a pochi centimetri da lui verso il muro. Ancora un piccolo sforzo... Le sue dita toccarono la schiena del furetto e urlò “Preso!”. E' fatta! In quel momento Niir cadde rovinosamente a terra e Dorian per poco non lo calpestò, schivandolo per il rotto della cuffia con un salto. Il furetto iniziò ad urlare e tutti i bambini uscirono dai loro nascondigli per vedere cosa stava accadendo. Froli corse verso Dorian e Niir. “Furetto, che ti prende?” “Dorian mi ha spinto! Voleva farmi male!” Cosa?! “Ma non è...” non fece in tempo a finire che qualcosa di duro si schiantò con violenza sulla sua faccia, mentre un esplosione di dolore e stordimento gli invase la testa. Quando riprese il controllo dei suoi sensi si trovò a terra, in mezzo alla polvere e agli escrementi delle galline. Qualcosa di caldo gli oscurò la vista dell'occhio sinistro, colò lentamente fino all'orecchio e si estese nei capelli dorati. Si sentii afferrare per la collottola e alzare di peso, poi vide la faccia sfigurata dall'ira di Froli, a poca distanza dalla sua vista. “Piccolo verme schifoso, questo non dovevi farlo.” Dopo di che lo scaraventò dall'altra parte del pollaio e aggiunse. “Non farti più rivedere o ti ammazzo.” Si era creato il silenzio tra i bambini, mentre tutti guardavano confusi e sconcertati il coniglietto ricoperto di polvere e sangue. “Venite, andiamo giù al fiume.” Poi i passi si allontanarono in silenzio, e rimase solo lui. Una lacrima lottò per farsi strada nel liquido vermiglio. Un singulto. Un altro. E infine scoppiò a piangere.
  4. Drake Alistair

    La Formula Magica - Cap. 1

    Sono genuinamente sorpreso. Ho aperto questa pagina dopo avere letto il titolo, che mi aveva attratto per la sua sfumatura "fantasy" e mi sono trovato catturato. Hai legato il senso dell'olfatto a un "cancello dei ricordi", di cui il panino è la chiave. Mi hai immerso in una miniera di impressioni, frammenti della mente di un bambino, rafforzati dall'uso del presente, che mi ha coinvolto, dando ai ricordi stessi una freschezza che probabilmente l'uso del passato non avrebbe ottenuto. Non mi aspettavo l'incidente della lampadina, e ho temuto per la vita del piccolo Edison, comprendendo allo stesso tempo i sensi di colpa del fratello, di cui per ora non ho un nome. Per mio deficit, probabilmente, non ho capito se il blackout è dovuto dall'incidente oppure l'incidente non ha avuto drastiche conseguenze per merito del blackout, ma ora proseguirò con i capitoli successivi. Ottimo lavoro! Ps: solo una cosa non mi ha convinto molto: nella sezione di Edison, hai scritto "di mio fratellino". A parere mio suona meglio "del mio fratellino".
  5. Drake Alistair

    Ci provo pure io.

    Salve a tutti, mi sono appena iscritto, e mi è stato detto che è bene presentarmi, quindi eccomi qui. Sono un ragazzo di ventun anni che ha il desiderio di migliorare le proprie abilità di scrittura, imparare da chi è disposto a darmi una mano e ha il piacere di donarmi qualche minuto del suo tempo. Devo e voglio ancora capire bene le meccaniche del sito e della community, sia per non fare errori, sia per riuscire a farmi un nome, un piccolo passo alla volta. Chiunque volesse unirsi a questo mio cammino di crescita, di approfondimento delle mie capacità e sviluppo delle mie idee con consigli e critiche è molto più che benvenuto. E chi mi vuole aiutare nei miei primi passi in questa realtà di sognatori e parole, avrà la mia gratitudine. Grazie mille a tutti. Drake
  6. Drake Alistair

    Un viaggio

    La carrozza avanzava piano, sobbalzando sui ciottoli che costituivano l’Avenue de Tourville, mentre caldi raggi di sole riuscivano ad oltrepassare le tendine dello sportello, illuminando i granelli di polvere presenti nell’aria. Buffo,- pensò Camelie osservando quel particolare, vagamente annoiata dal lungo e scomodo viaggio, - mi ricordano tante piccole, fragili meduse, perse nelle profondità dell’oceano. Sorrise piano tra sé e sé, ripensando al mare, alle sue placide onde blu e allo scrosciare perenne contro gli scogli del Dramont. Ci andò sette anni prima, appena sposata, in luna di miele. Ma i ricordi erano ancora vividi, colorati, come se fosse tutto accaduto solamente il giorno prima: ricordò la gita in barca, il caldo sulla spiaggia, i profumi e i colori del paese in cui alloggiarono… era tutto così magico allora, e al contempo così reale. Sicuramente molto più reale di quello che la attendeva di lì a poche ore. Guardò fuori dal finestrino della carrozza e per un attimo riuscì ad intrevederlo. Era immenso, spaventoso ma magnifico allo stesso tempo. Era il frutto dell’ingegneria contemporanea, un colosso di ferro e gas, parcheggiato esattamente sopra il Champ de Mars, come un pacifico titano che veglia sulla città. Su di esso, spiccava in caratteri cubitali dorati su uno sfondo porpora, il nome di quel gigante assopito. Dieu de vapeur. Che nome altisonante… pensò scettica. Lasciò andare la tendina e si riconcentrò sulla pacatezza del pulviscolo. Piccole meduse… Ne vide una qualche anno prima alla “Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations” a Londra. Suo marito, da magnate dell’industria ferroviaria francese, era stato invitato a parteciparvi e quindi ebbero la possibilità di visitarla. In quell’occasione incontrò un vecchio capitano visionario, che stava presentando al mondo la sua creazione: una nave sottomarina chiamata Saint Mary. Ma non stava riscuotendo alcun successo. Alla gente non importava ciò che si celava sotto la superficie dell’acqua. I veri tesori erano sulla terraferma: a nessuno passava per la testa di cercare minerali e pietre preziose sul fondo dell’oceano. Curioso, come cambiasse idea la gente. Ripudiava l’acqua, forse in un riflesso di timore per qualcosa di così buio e misterioso, ma era in qualche maniera attratta dalle distese infinite della volta celeste, che sia essa colorata dal sole o tinta dalle stelle. Che sia una tentazione fuorviante, dettata da un bisogno contorto di nutrire il proprio ego? O una maniera per avvicinarsi a quel Dio che da secoli aleggia sulle teste dell’umanità, in nessun luogo e in tutti i luoghi contemporaneamente? Era come se la mano del progresso avesse accecato quel buon senso innato, che per millenni aveva assicurato all’uomo la sopravvivenza e concesso la sovranità su tutte le altre specie. Ripensò al mito di Dedalo e suo figlio Icaro, e si chiese se per caso i pannelli del dirigibile potessero essere isolati con uno strato di cera. Il pensiero della gente che, camminando per strada si ritrovasse colpita da grosse gocce di cera, cadute dal cielo, la fece sorridere. E’ forse così che nascono le superstizioni? Quando il cielo piangerà cera e sulle teste dell’ignaro cadrà un mostro di ferro e vapore l’ora del giudizio sarà alle porte. Ghignò, pensando a quanti ignoranti sarebbero capaci di lasciarsi influenzare da queste parole. Dai all’uomo una punizione inevitabile e oscura per le sue azioni, e lo avrai indottrinato a tuo piacere. La carrozza si fermò e dopo un po’ il paggio aprì la porta. Camelie alzò con grazia la gonna e scese i gradini del mezzo, appoggiandosi alla mano ferma del giovane servitore. Suo marito, Arnaud, la stava aspettando alle passerelle d’ingresso. Era partito qualche giorno prima di lei per assistere a delle conferenze d’inaugurazione del Dieu de vapeur. “Cose da signori”, aveva detto lui, come se lei fosse una capra addomesticata. Potrei demolirlo in qualsiasi ambito, se solo potessi. Si fece accompagnare fino al dirigibile, tenendo un ombrellino rosso per schermarla dai raggi aggressivi del sole estivo. Ogni passo che la avvicinava al dirigibile, ne aumentava le dimensioni e provò un moto di soggezione di fronte a quella creatura meccanica. “Mia cara, ben arrivata!” Di fronte a lei il marito, con dei baffetti neri ben curati e un accenno di grigiore nei capelli. Gli occhi azzurri e sorridenti tradivano un malcelato egocentrismo e una spiccata tendenza al nascondersi dietro convenienti maschere. “Com’è stato il viaggio?” Conosceva bene quel gioco, lei. E soprattutto conosceva bene lui. “Alquanto piacevole, grazie. Emani un buon profumo di mirto, caro. Strano a dirsi, ero convinta che a Parigi fosse esclusivo delle donne” disse sorridendo. Si divertì al vederlo cambiare colore in viso, da una leggera abbronzatura ad un rossore sostenuto. “Deve essermisi attaccato addosso durante la conferenza, sai la moglie del signore accanto ne era pregna” “Avrà voluto lasciarti un bel ricordo...” “Beh… no… comunque, sì, vieni saliamo” Godette di averlo smascherato così in fretta. Ogni occasione per mostrargli la sua superiorità era d’oro per lei. Aveva rinunciato all’amore circa un anno dopo il matrimonio, quando si rese conto che il marito doveva avere problemi di olfatto, per non rendersi conto della notevole varietà di profumi femminili che si portava appresso al rientro in casa. Oppure doveva realmente considerarla una capra. In ogni caso, per lei non era più un problema. Lo vedeva abbastanza poco da ignorarlo per la maggior parte del tempo. Si avvicinarono alla passerella e furono lasciati salire immediatamente, poi furono indirizzati verso la sezione della prima classe. Era un ristorante intero, con vetrate che coprivano tre quarti della sala. Sopra le loro teste c’erano i palloni, quindi guardando fuori si poteva vedere il telo di irrigidimento che li univa e la valvola di scarico del pallone anteriore. Un cameriere li fece accomodare ad un tavolo vicino alla vetrata centrale, dalla quale potevano vedere altri aristocratici fare la fila per salire. In tutto dovevano essere una trentina. “Quanto durerà il giro?” Arnaud si girò verso di lei con sguardo vagamente disinteressato. “Cosa, scusa?” “Il giro in dirigibile, quanto dura?” “Ah quattro o cinque ore, se non erro.” Camelie fece un cenno con la testa e tornò a guardare fuori. I nobili dovevano essere saliti con la loro stessa facilità perché ne erano rimasti già molto pochi sulla passerella. Un profumo di mirto le solleticò le narici e voltandosi vide una bionda vestita d’azzurro sorridere a suo marito. Lui si girò rosso in viso, quindi lei decise di dissimulare. Si girò verso la vetrata e alzò gli occhi al cielo. Ogni tanto si domandava come diamine avesse fatto un soggetto come Arnaud a diventare tanto potente. Alcuni (tra cui lei stessa) avrebbero potuto optare per un’indicibile fortuna. La sala si era riempita e aleggiava un clima di attesa, condito con decine di voci che conversavano in tono contenuto. Come autentici nobili. Ad un tratto, un tintinnio zittì tutti gli invitati e l’attenzione cadde su un uomo vestito totalmente di blu scuro. Era una classica divisa da capitano di una nave della marina. Beh, in fondo non era forse il dirigibile altro che una nave che solca i cieli? “Signore e signori, benvenuti nella mia umile carrozza” iniziò, con un largo e caldo sorriso. Ci fu un breve applauso di circostanza, dopo di che continuò, “vi voglio ringraziare tutti con il cuore, per la vostra presenza, oggi, e per avere creduto nel mio sogno. E vi voglio ringraziare per avere fatto questo sogno anche vostro con le vostre donazioni.” Un altro giro di applausi formali. E lasciatelo parlare, idioti. “Ebbene, sono molto fiducioso. Oggi, insieme, noi compieremo un passo verso il futuro. Un futuro in cui non ci saranno più muri invalicabili, montagne troppo alte o strade troppo impervie. Il cielo non ha ostacoli. E noi per primi lo percorreremo. Signore e signori, mi auguro di cuore che oggi mangerete e berrete in abbondanza, con la piena consapevolezza che state scrivendo con le vostre mani la storia dell’umanità.” Un applauso più sentito si allargò tra i nobili, come un’onda di puro entusiasmo e senso di importanza. Dopo di che, il capitano si inchinò con cortesia e si ritirò nella cabina di comando. Dopo qualche istante, la sala fu scossa da un lieve fremito, mentre un vago e sordo rumore meccanico proveniente dal motore, fece intuire ai passeggeri la partenza ormai prossima. Qualche istante dopo, Parigi cominciò ad inabissarsi lentamente, lasciando posto al cielo azzurro e a una lontana linea d’orizzonte immersa nei raggi del sole. Tutti si alzarono per accostarsi stupefatti alle vetrate. Un nobile andò in panico e tra le risate (che mal celavano un certo grado di tensione) si coricò a terra ansimando. Un altro, guardando verso il basso fu colto dalle vertigini e cadde privo di sensi con la testa contro il vetro, con una botta che ricordò uno strumento a percussione, agitando alcuni presenti. Se avesse rotto il vetro con una testata sarebbe stato esilarante, pensò Camelie. Si girò a guardare le facce meravigliate degli aristocratici e non potette non domandarsi se la stessa espressione fosse dipinta pure sul suo volto. Si voltò verso il paesaggio e si perse con lo sguardo in quella Parigi in miniatura che somigliava così poco alle cartine nelle biblioteche. Sì, immagino di averla anche io… pensò sorridendo. Dopo mezz’ora cominciarono ad arrivare i camerieri, con le portate. Inutile dire che erano tutte delicatezze di prima categoria: si iniziò con un piatto di Moules à la crème Normande, seguito da uno di Tripes à la mode de Caen, poi Rillettes, Bouillabaisse, Teurgoule e Tarte Normande. Ma la gente era troppo occupata ad osservare la città scivolare sotto i propri piedi, poi seguita dalla campagna, fino ad arrivare all’Oceano Atlantico. Dopo quattro ore, il viaggio non sembrava nemmeno a metà tragitto, e Camelie iniziò ad annoiarsi. Arnaud si era voltato a parlare con un nobile ben pasciuto e dal viso rubicondo (e la sua bionda e ammiccante compagna), sproloquiando di come in futuro pensava di usare dirigibili del genere per trasportare le materie prime e i materiali da costruzione per le sue ferrovie. Lei avrebbe tanto voluto interromperlo ed elencargli tutti i motivi per cui le sue parole lo mettevano in ridicolo di fronte agli altri magnati, ma evitò di agitare le acque e di concentrò sui discorsi degli altri passeggeri. “Vedi, mon amour, se potessi offrirti il cielo e tutto ciò su cui si appoggia, saresti la regina di tutto questo splendore” “Questo paesaggio è nulla al confronto dei tuoi occhi. Li osserverei per ore...” “Tornati a casa te ne farò avere uno privato di questi digeribili” “E’ ‘dirigibili’” “E’ quello che ho detto” “E quando la luna calerà il suo amorevole sguardo su questa terra, o Afrodite, benedici con un tuo bacio le ore che passeremo assieme, affinché la notte non trovi mai fine.” Camelie sentì un brivido correrle lungo la spina dorsale. Patetici. Si voltò verso il marito e con perfetta formalità si congedò, dopo di che si dirisse verso la cabina del capitano. Era curiosa di vedere il cuore di quel leviatano dei cieli. Materiale certamente più interessante dei discorsi di quella marmaglia di bambinoni troppo cresciuti. Bussò e venne il capitano stesso ad aprire la porta. “Ah madame, ha bisogno di qualcosa? “Mi chiedevo se era possibile assistere per un po’ al suo lavoro. Sa, tutta la faccenda mi incuriosisce e vorrei capire come riesca da solo a comandare una creatura simile” “Oh, la prego, entri, entri pure! Mi fa immensamente piacere vedere che c’è qualcuno interessato alla mia piccola, da un punto di vista un po’ più ‘tecnico’. Mi segua, le farò vedere.” Camelie fu colpita dalla sincera e contagiosa passione con cui il capitano parlava del Dieu de Vapeur. Le spiegò con viva eccitazione ogni singolo comando, funzione e scopo della cabina, e si trovò presto catturata dalle parole dell’uomo. “Vede l’uomo è stato creato con dei limiti a prima vista insormontabili. Ma quello che non vede, o almeno che vede con passiva indifferenza, è che noi abbiamo il potere e il dovere di superarli.” disse. “Dio non ha dato le ali all’uomo, però gli ha concesso il privilegio di avere le mani e il cervello con cui fabbricarsele. L’unico limite all’uomo, è l’uomo stesso.” “Come Icaro...” “Esattamente madame. Quel ragazzo, sempre che sia mai esistito, assieme a suo padre ha dimostrato agli dei che è solo questione di tempo.” “Questione di tempo per cosa?” “Semplice, perché l’uomo detronizzi il suo dio.” “Ma Icaro non fece una bella fine, nel suo tentativo di raggiungere il Sole.” “Perché apparteneva all’epoca sbagliata. Se solo quella mente brillante fosse nata nella nostra epoca, le posso assicurare che ora sarebbe qui al mio fianco.” “Ritiene che la Dieu de Vapeur possa avere successo lì dove Icaro fallì?” “Ne sono certo, e lo dimostrerò.” Camelie lo guardò negli occhi e vide una luce che emanava fiducia. Quell’uomo era convinto in quello che diceva. Oltre a quel sorriso rassicurante, iniziò ad intravedere un barlume di insanità mentale, ben mascherata dai suoi modi cordiali. Ebbe un fremito di paura. “Quindi lei ha intenzione di scoprirlo?” “Sì.” Un dubbio iniziò a prendere forma nella sua mente. “E quando lo farà?” “Mia cara, io, lei e tutti gli altri passeggeri siamo qui per questo! Non ha letto il volantino?” Lei ripensò al foglio che le fece leggere Arnaud qualche settimana prima. Una nuova era è alle porte! Salutate l’era del cielo! Il giorno 11 settembre 1860, date il benvenuto all’esploratore dei cieli, il Dieu de Vapeur! Il sole ci aspetta! “Ma non era solo uno slogan?” “Lo è, ma ciò non ha mai negato il suo scopo.” disse sorridendo. “E i passeggeri lo sanno?” “Non lo so. Potrebbero intuirlo, forse” disse il capitano e scoppiò in una grassa risata. Sono troppo occupati a essere idioti per capirlo. A Camelie l’idea di andare a morire non andava molto a genio. La preoccupazione aveva ormai invaso i suoi pensieri. Doveva trovare un modo per abbandonare il dirigibile. “Senta, capitano...” “Mi dica” “A che altitudine siamo?” “Non abbiamo ancora iniziato l’ascesa, quindi circa cento metri d’altezza.” L’idea di un gesto disperato la abbandonò immediatamente. Non sarebbe sopravvissuta ad una caduta simile, nemmeno finendo in acqua. Le venne un’idea, anche se molto azzardata. “E se io volessi scendere?” “Vuole scendere?” “Mi spiace, capitano. In un certo senso comprendo le sue idee, ma purtroppo non mi sento pronta per un viaggio di tale portata.” “Capisco… no, non può scendere.” “Perchè?” “Vede, gli uomini di là mi servono. Saranno il principio della prima colonia solare dell’umanità. Lei ne fa parte.” La mia discesa non deve essere un’opzione. Devo convincerlo. “Credo che ha scelto male, signore… sono malata da due anni oramai, non resisterei a tale viaggio… si ritroverebbe presto a trasportare un cadavere… un portatore di malattie. Non credo che le convenga.” “Sta mentendo.” “Mi dica, ha guardato gli invitati qualche volta durante il viaggio?” “Sì, perché?” “Allora avrà notato che mio marito non mi ha quasi parlato.” “Lo ammetto, ci ho fatto caso, ma se anche fosse?” “Lui sa, che mi manca poco, e sta già cercando di corteggiare un’altra. Io non ho detto nulla, perché capisco il suo fardello.” Il capitano ammutolì. “Le assicuro, capitano, che conoscendo mio marito, l’idea di diventare uno dei ‘fondatori’ della colonia solare lo intrigherebbe molto. Può contare su di lui. Ma su di me… mi spiace… non voglio essere portatrice di sciagura.” “Va bene, capisco il suo dilemma, la farò scendere. Vuole salutare suo marito?” “Meglio di no, potrei creare agitazione tra i passeggeri.” “Giusto, mi segua.” La accompagnò ad un angolo della cabina e aprì uno sportello. Dentro era presente una sedia coperta di cuscini e delle cinture di pelle che avevano lo scopo di fissare torso e testa allo schienale. Tutte le pareti erano coperte dello stesso materiale dei cuscini. “Si sieda.” Camelie fece come le era stato detto e si lasciò allacciare le cinture. “Vede questa levetta vicino alla sua mano? La tiri dopo l’impatto con la superficie dell’oceano e le cinture si slacceranno. Non prima, se le è caro quel poco che rimane della sua vita.” “Va bene. La ringrazio, capitano.” “Grazie a lei per l’onestà. Buon ritorno sulla terra.” “Grazie e buon viaggio.” Il capitano sorrise, chiuse lo sportello e tirò una leva sulla parete adiacente. Sentì solo le viscere smuoversi e un senso di opprimente stordimento quando la capsula si sganciò dal Dieu de Vapeur. Poi svenne. Si risvegliò sentendo uno scatto metallico dentro lo sportello, poi una fessura di luce andò allargandosi e qualcuno spalancò la porta. Un pescatore. “Dio mio… chi è lei.” “Camelie, piacere.” “Ma da dove viene?” “Mi pare ovvio. Vengo dal cielo” Sorrise. E del Dieu de Vapeur non se ne seppe più nulla. Fin.
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