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DSGU

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Tutti i contenuti di DSGU

  1. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 3

    Superveloce Era la prima volta che sentivo il vento così forte tra i miei capelli. Ripensandoci, riesco praticamente a vedermi da fuori, come se qualcuno mi avesse filmato da molto vicino e io potessi vedere ancora e ancora il video, nella youtube della mia testa. Guardavo un po’ gli altri bambini intorno, che andavano in bici come me, e pur sembrandomi più grandi e più abili, visto che andavano in biciclette più grandi – e senza le rotelle che invece aveva la mia bici – non mi sembravano più veloci. Mi sembrava di essere il più veloce del mondo. L’euforia data dal vento sul mio viso mescolata alla solitudine di quel giro che mi stavo facendo mi avevano realmente convinto di essere superveloce. Sono stato persino stupito dalla potenza dei freni nel momento in cui sono riusciti a farmi fermare così prontamente. Con una tale velocità sarei sicuramente riuscito a raggiungere i miei genitori molto presto. Peccato che le biciclette non potessero volare, pensavo. Peccato che quel vento che sentivo sul viso e tra i capelli non potesse cambiare direzione e farmi volare invece, in alto e oltre le nuvole, fino ad arrivare in Italia, dai miei genitori. Preghiere Mi piacevano i supereroi. Mi piacevano gli eroi in realtà, i superpoteri erano solo un bonus. Mi piacevano quei personaggi che salvavano gli altri. Ma il cattivo sembrava sempre essere molto più forte del normale, quindi i superpoteri (o almeno dei poteri) sembravano sempre necessari. Mi piaceva Superman che salvava gli indifesi. Mi piacevano i Power Rangers. Mi piaceva Popeye che salvava Olivia. Avrei tanto voluto essere salvato, ma non sapevo da cosa. Sentivo il pericolo. Sentivo la paura dei miei genitori. Avrei tanto voluto salvarli, ma non sapevo come. Nelle mie preghiere quindi chiedevo che uno di quei supereroi che conoscevo potesse venire a salvarci. Superman sembrava molto impegnato, ma forse avrebbe potuto trovare del tempo se glielo avessi chiesto abbastanza. Oppure chissà, i Power Ranger. Popeye avevo capito che fosse quello meno reale, perché iniziavo a capire cosa fossero i cartoni animati. In ogni caso sarei stato felice per qualsiasi eroe che si fosse presentato da noi. Speravo che ci salvasse, che salvasse i miei genitori e che salvasse mio fratellino e me. Da cosa, non ne avevo idea, ma sentivo la paura. Incubo Una volta ho fatto un incubo. Mi fece così tanta paura, che influenzò la mia vita per almeno un paio di anni. Dormivo nello stesso lettone con mio fratello all’epoca, letto coperto da un enorme zanzariera per proteggerci dagli insetti. Gli raccontai appena possibile l’incubo. Tutto quanto, nei minimi dettagli. Eravamo noi due contro il mondo, in quel periodo. E anche se avrei voluto sempre e solo proteggerlo da tutto, in quel momento mi sentivo indifeso io stesso, attaccato dall’interno da una parte di me stesso durante uno dei momenti più introspettivi della giornata, i sogni. Quindi glielo raccontai, perché non sapevo di chi altro potessi fidarmi. Ero nel bagno di quella casa, la casa di mia nonna, seduto a fare i miei bisogni con la porta chiusa, quando si presenta di fronte a me una strega, dalla pelle verde e brufolosa, vecchia, spaventosa, vestita di nero e con un cappello stregonesco. Ride in un modo diabolico e sta per attaccarmi, per uccidermi. Io non so dove scappare, la porta è chiusa, non riesco ad urlare. E il fatto di essere nudo sulla tazza nel mezzo dei miei bisogni mi fa sentire terribilmente vulnerabile, totalmente indifeso. Dal momento in cui gliel’ho raccontato – e per qualche anno – io mio fratello ci saremmo accompagnati ogni volta che uno di noi due voleva andare in bagno.
  2. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 2

    Astronomia Ero molto ingenuo. Ad esempio, quando a sei anni un bambino mi raccontò perché la Luna sembrasse seguirci sempre, li credetti. - È perché ha dei piedi e con quelli può camminare. - E perché non riesco a vederli allora? - Perché sono piccolissimi e da qui allora sono invisibili. Era così convinto che forse ci credeva anche lui, oppure era un ottimo bugiardo. Ma io non lo ero, e ingenuamente gli credetti. Soltanto mesi o anni dopo, in silenzio, capii che la Luna sicuramente non aveva piedi. Oggi invece mi dico: chi lo sa. Da qualche parte avevo imparato che i pianeti fossero rotondi, che ci fossero molti pianeti e che ci fosse dello spazio tra di loro. Sapevo anche che esistevano tanti paesi, o almeno avevo coscienza di due paesi: Ecuador e Italia, dove erano andati – uno dopo l'altro – i miei genitori. E c'era una cartina dell'Ecuador nella mia classe di seconda elementare, isolato come se esistesse solitario in un angolo dell'Universo. Tutte queste informazioni mescolate alla stessa ingenuità lunare, mi portarono a credere che l'Ecuador fosse un pianeta e che l'Italia fosse un altro pianeta. Questa teoria astronomica riusciva a spiegarmi perché mia mamma fosse andata in alto nel cielo con quella cosa chiamata aereo. Oltre le nuvole Un elicottero ci avrebbe portato da lei. Avevo mescolato le poche informazioni che ero riuscito ad ottenere. C'era qualcosa di magico nelle nuvole, ed era lì che saremmo dovuti andare. D'altronde le nuvole erano sempre presenti nell'idea di Paradiso della religione di mia nonna. Bellissime immagini di nuvole accompagnavano descrizioni idilliache di un aldilà perfetto. E poi mia mamma riusciva a comunicare con noi in un modo che non conoscevo e che nessuno riusciva a spiegarmi. Non avevo il diritto di parlare di niente di tutto ciò con nessuno a scuola, quindi non potei chiedere aiuto agli altri bambini. Nessuno a scuola sapeva che i miei genitori erano andati in Italia, quindi dov'erano andati? Non lo sapevo nemmeno io. Chissà, forse erano morti. E allora per questo erano andati in alto con quelle cose chiamate aerei? Avevano detto di aver visto della neve in Italia, e ho visto persino delle foto. Non sapevo cosa fosse questa neve, ma somigliava troppo alle nuvole per essere una coincidenza. L'Italia era nelle nuvole? Forse era davvero il Paradiso. Quando i miei comunicavano con noi – facendoci sentire la loro voce attraverso un cellulare – sembravano sempre contenti dell'Italia. Forse era davvero un Paradiso di neve oltre le nuvole? Dicevano che li avremmo raggiunti, ma non sapevo come avremmo fatto. Quando parlavamo con i miei, non ci veniva lasciata molta libertà da nostra zia. Poche parole erano ammesse oltre a "stiamo bene" e "ci trattano bene". Non osammo mai chiedere come li avremmo raggiunti. Un aereo lo avevamo visto e giunsi alla conclusione che sarebbe stato impossibile da costruire. Ma un elicottero sembrava molto più piccolo, e sapeva comunque volare. Allora costruiremo un elicottero, che potrà portarci dai miei.
  3. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 1

    Immersione Submarino è il nome del panino che mi porta nel passato. Come un sottomarino, mi immerge negli abissi dei miei ricordi. Lo mangiavamo all'Unicentro, ma non ne ricordo esattamente il sapore. È l'odore che mi trasporta direttamente nel paese del mio passato, nel sud dei miei ricordi. Non so nemmeno la ricetta completa del panino Submarino, ricordo solo due dettagli, in mezzo a due parti di pane: lattuga e maionese. Cerco di non mangiare quasi mai questa combinazione per non intaccare la ricetta del carburante che riesce a portarmi così lontano nel passato. Meno spesso mangio questa ricetta nel presente, più è intensa la connessione con le mie origini. Sud America, Ecuador, Guayaquil, Unicentro. Un panino annusato a piene narici, con addosso la polo di quando si usciva in città con la famiglia. La gioia delle scale mobili, viste come una magia pagata con l'obbedienza verso i genitori, che mi avrebbero potuto riportare di nuovo lì. Il sapore di un ambiente così pulito lo collegavo al verde speranzoso della lattuga. E la maionese mi ricordava il bianco delle nuvole del cielo sereno di quella città. Un aereo che parte Un aereo che parte, da un aeroporto grigio. È tutto tecnologico qui, e sicuramente potrei divertirmi tantissimo. Ho la solita polo da uscita, ma i miei genitori sembrano esserne meno fieri. È probabilmente una giornata speciale, visto che tutta la famiglia è presente: zie zii, cugini e nonni. Ma c'è qualcosa che non capisco. La percepisco ma non riesco a darle un senso. Perché c'è questa tristezza nell'aria? Sì, il grigio non è il colore più divertente del mondo, ma in fondo è molto elegante. E allora perché questa tristezza? Capisco velocemente che non riceverò risposta a questa domanda: né dai miei zii, né dai miei genitori. E questa volta nemmeno i miei cugini sembrano capirne più di me. O se lo fanno, non condividono il segreto con me. Aria che soffia forte, scale di metallo che suonano mentre mia mamma ci cammina sopra. La vedo mentre entra nell'aereo. So che sono lontanissimo dalla scena, ma riesco vedere i dettagli come se stesse succedendo a due metri da me. Mia mamma è appena andata via e io, in mezzo a tutta quella tristezza, sorrido. Sono contento perché sono convinto che tra poco potrà dirmi che cos'è esattamente un aereo. Edison Forse è stato il nome di mio fratellino a farmi avere quella idea. O meglio, forse è stato il commento che facevano la maggior parte di quelli che ascoltavano il suo nome. Altrimenti non credo che quel giorno avrei dato a lui - di due anni più piccolo - il compito di accendere la lampadina. Si trattava di un movimento semplice, nella sua pericolosità: girare la lampadina - proprio il bulbo - in direzione oraria per accenderla. Si faceva ogni sera, quando il sole tramontava, perché in quella parte della casa non c'erano ancora interruttori. Avevo dimenticato di avvisarlo, forse. Oppure non avevano avvisato nemmeno me del fatto che non si dovessero toccare i cavi scoperti sopra il bulbo della lampadina. La luce arriva, e subito sparisce. Mio fratello trema come se stesse per morire. Io urlo disperato «Aiuto!», come se fosse già morto. Chiedo a Dio di farlo vivere. Direziono verso l'alto tutta la vergogna che sento - perché mi sento l'unico responsabile - e chiedo a Dio di punire me e non lui. Black-out in tutto il quartiere. Mio fratello si è appena salvato. Non ricordo esattamente come. Forse mia nonna, forse mia zia.
  4. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 8

    Gordo Era febbraio, ed era la festa di una mia cugina. A pensarci bene, era la festa di due cugine, festeggiate la stessa notte. Come ad ogni festa di famiglia, mi ero fatto da parte con i cugini della mia età, o comunque con tutto il gruppo dei non adulti. Eravamo in una stanza da letto in cui avrebbero dormito poi alcuni degli invitati. Non so nemmeno chi ci avrebbe dormito lì: forse io? Può essere. Mi ricordo che la finestra della stanza dava sul cortile, e che entrava luce da fuori nonostante fosse notte, perché le lampadine in cortile erano accese. Mio fratello si era trovato molto bene con tutti i ragazzini lì. Io però mi sentivo già completamente staccato. Non mi divertivano, e probabilmente lo avevano capito. Purtroppo non riuscivo a ridere, come se non avessi mai dato permesso al mio bambino di essere un bambino e come se fossi un adulto in mezzo a bambini. Ricordo che uno dei miei cuginetti, forse senza nemmeno troppa malizia mi chiamò gordo. Riesco ancora a sentire il dolore. Negai di essere grasso, gli dissi che non era vero, e infine gli chiesi perché dicesse una cosa così. Rispose che lo diceva perché era così, mi ripeté che lo ero. Tirai dentro la pancia più che potei e mi alzai la maglietta. Credevo di riuscire a nascondere il mio peso (e l’immagine che avevo di me) a quel bambinetto, giocando con il mio fiato. Ma lui tocco la mia pancia con il dito indice e insistette, dicendo che proprio quello che si vedeva era quello che intendeva. Poi andò, insieme ad altri ragazzini a giocare da qualche parte. Ero completamente spezzato. Se avessi potuto, sarei scappato in camera mia a piangere. Purtroppo però non avevo una camera mia. Fino a quel momento della mia vita, non avevo mai avuto una camera mia, solo per me. Allora scomparii nella mia mente, nella solitudine della mia testa, al riparo da qualsiasi altro attacco dal mondo reale. Liceo Avevo scelto piuttosto casualmente il liceo scientifico in cui sono poi finito. Avrei tanto voluto iscrivermi a un liceo linguistico. Aveva senso a un livello profondo di me, così tanto profondo che però non riuscivo minimamente a spiegarmelo, tantomeno a spiegarlo agli altri, con termini razionali. Se avessi dovuto dire perché volevo andare a un liceo linguistico, avrei risposto che mi piaceva la parola “linguistico”. Avrei voluto fare la battuta che forse avrei imparato a usare bene la lingua e con lo sguardo avrei implicato connotazioni sessuali. Ma non sarei riuscito a dire più di questo. E così, quando la mia professoressa di inglese mi consigliò di fare piuttosto un liceo scientifico, mi rassegnai. Credo che in quel momento, si decisero molte cose di quello che sarebbe diventata la mia vita nel futuro. In ogni caso, il primo giorno al liceo che avevo distrattamente scelto non pensai a queste cose. Pensai solo al fatto di essere in ritardo. Edificio nuovo, nuova parte della città, il mio sguardo totalmente perso e quasi disperato mentre sto per salire le scale. Temo che tutti mi noteranno, visto che sto per arrivare in ritardo. Un’altra ragazza è di fronte a me e sembra persa tanto quanto me. Scopriamo che siamo nella stessa sezione e insieme riusciamo a trovare la stanza in cui andare. Chissà se c’è qualche lezione che non riesco a vedere, nascosta in tutto ciò. Bus Spostarsi col bus ogni mattina era qualcosa di magico. Ero finalmente cresciuto, o almeno lo ero abbastanza da potermi spostare da solo in città. Mi sentivo come se il bus fosse al mio servizio, come se il conducente fosse il mio autista e gli altri passeggeri fossero fortunati che il mio bus avesse tanti posti disponibili, tra cui dei posti anche per loro. Mi sedevo quasi sempre nello stesso posto in fondo, da cui potevo tenere d’occhio il mio bel bus. Ascoltavo musica nella nuova scoperta tecnologica di cui potevo servirmi, il mio lettore mp3. Viaggiare in quel bus era la parte migliore della giornata. Ero finalmente da solo: nessuna famiglia, nessuna classe, nessuno che mi potesse disturbare o ferire. Le cuffie le usavo anche quando non avevo nessuna musica, come nei giorni in cui il lettore mp3 era scarico. Mi permettevano di immergermi meglio nel sogno. Era un sogno nebbioso, e non riuscivo a capire bene il perché di quella nebbia. Nessun confine era ben chiaro, ed ero per lo più perso tra i dettagli sfumati che si creavano nella mia mente di quasi adolescente. Per fortuna il ritmo stabile della batteria delle canzoni rap nelle cuffie mi guidava. Come il tamburo guida i soldati ignari verso la battaglia, mi dava un barlume di ordine e di direzione.
  5. DSGU

    L'ennesimo io

    Mi piace il fatto che le lettere io trovino eco alla fine del verso in "olio". L'espressione eco d'olio non la capisco perfettamente, o almeno non ne sono completamente sicuro. Intendi dire che l'olio continua ad andare e tornare a causa della sua proprietà fisica che lo fa stare sopra l'acqua e del fatto che il mare sia agitato? Il movimento che fa l'olio lo fa sembrare un eco? Trovo azzeccata la "d" eufonica, aumenta la carica irruente del verso. Molto bella l'immagine "ladro di minuti". La mia sensibilità ti consiglierebbe di evitare l'apostrofo e optare invece per "di un". Tra le due varianti credo sia la migliore, ma forse per quello che vuoi dire è già perfetta la scelta che hai fatto? Bella l'allitterazione in "m". Ma se la mela è ancora immatura, come fa a essere dolce? Questi sono i due versi che mi sono piaciuti di più. Vicino all'io, si inserisce immediatamente un forte ego, che si reputa infallibile. Ma già al verso successivo torna la realtà: esistono delle eccezioni per tutti, anche per gli spadaccini infallibili. Questi due versi invece io li toglierei, se dovessi togliere qualcosa. L'allitterazione è molto bella, ma sento una forzatura che quasi stona con la naturalezza del resto. Di per se non sono così male, ma mi sembrano gli unici versi superflui. Forse però c'è qualcosa che non ho capito io. Molto bella l'espressione "sussurri d'una carezza", le "s" di "sussurri" si trasformano nelle "z" di "carezza". E lo fanno tranquillamente, seguendo il concetto che esprimono. Il tutto viene già preparato sonoramente dalla parola "dissimulatore". Penso alla polvere da cui si dice che proveniamo, e a cui secondo la Bibbia torneremo. E penso all'infinità dell'Universo, rispetto a cui non siamo che granelli. La polvere ci dice che siamo mortali, infatti moriremo tutti quanti. Il concetto del tempo è suggerito anche dal "granello" che potrebbe far pensare alla clessidra e alla sabbia al suo interno. Ma tutto ciò ha senso solo perché già anticipato dall'espressione "ladro di minuti". Il numero di stanze è otto, di due versi ciascuna. Otto come il simbolo dell'infinito, e il fatto che la poesia termini con "io" chiude bene il cerchio (o il simbolo dell'infinito?) Componimento molto interessante @Lmtb99
  6. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 7

    Pacifico L'Oceano immenso davanti a me. Lo chiamano Pacifico: sorrido perché visto oggi da qui mi sembra piuttosto agitato. Le onde sono molto alte per la mia percezione. Ma è vero che non ho mai visto nessun altro oceano. Forse gli altri sono ancora più irrequieti - o forse bisogna avanzare tanto prima di trovare la pace di questo Oceano Pacifico. Il sole picchia fortissimo, la spiaggia è piena di gente. Affiorano ai ricordi un viaggio all'Oceano fatto quando ero piccolissimo, così piccolo che in realtà non me lo ricordo davvero. È come se mi ricordassi di vedere una foto o un breve video di quella gita in spiaggia. È il ricordo di un ricordo. Chissà quante volte si può continuare così. Già oggi che mi sto ricordando di quelle riflessioni del 2005, si tratta del ricordo di un ricordo di un ricordo. Forse il massimo è sei volte, come il massimo delle volte in cui si può piegare un oggetto? L'acqua salata non mi piace, mai piaciuta. Resta in bocca il sapore di sete, brucia gli occhi più del cloro. Tira fuori tutte le ferite, come se volesse aiutarmi a guarirle. Ma forse non sono ancora pronto a guarirle, forse non sono ancora pronto ad occuparmene. Ossigeno Tra le Ande mi mancava il respiro. Le montagne non le riconoscevo, senza neve. Non riuscivo a capirle, così colorate, quelle montagne. Eppure erano e restavano lì, indifferenti alle mie riflessioni. I miei nonni materni ci si muovevano come se avessero 20 anni. Noi altri invece, col fiatone. Il sapore delle more che mia mamma raccoglieva ai lati delle strade me lo ricordo ancora bene. Ma a dire il vero non sono sicuro che il ricordo appartenga esattamente a quella passeggiata in montagna. Nel suo volto c'era un'espressione da bambina felice. Non avevo capito esattamente il perché, avevo dimenticato che quelle montagne per lei rappresentavano la sua infanzia e le sue radici. Per me erano un luogo sconosciuto che quasi per sbaglio rappresentava la storia dei miei geni. Sentivo una qualche connessione, ma non mi faceva sorridere come riusciva a far sorridere mia mamma. L'ossigeno così puro non lo avevo mai assaporato, né a Guayaquil in mezzo alle fabbriche, né a Milano in mezzo allo smog. Eppure camminare mi faceva venire il fiatone, e mi faceva sudare come se non avessi mai fatto sport. Iguana Guardavo le iguane senza capire fino in fondo la loro magia. Solo ora, ripensandoci bene, riesco a percepire la loro antica bellezza. Mi sembra di vedere dei piccoli draghi che, in pace da troppo tempo, hanno smesso di volare e di sputare fuoco. Corrono in giro per il parco che le ospita, verdi come l'insalata. C'è odore di infanzia dappertutto in questa città: Guayaquil. Il suono le dà un sapore di paglia, nella mia testa. Come se fosse una stalla, un mucchio di fieno. E poi mi viene in mente un cayac, chissà perché. Le acque che si muovono aggiustandosi alla volontà dei bravi navigatori, e l'incanto del vedere solo oceano e cielo di fronte a sé, persi nella bellezza dell'Universo, dolcemente cullati dall'origine della vita. La notte che arriva e i milioni di stelle con lei. Questa iguana mi ha osservato per più tempo delle altre. Forse è riuscita a leggermi nel pensiero. Non appena finisce il mio flusso di pensieri oceanici, fa un cenno come se fosse finito il film, si gira e va via.
  7. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 6

    Matematica Ero bravo in matematica, ma non era la materia che mi piaceva di più. Però era la materia in cui ero il più bravo, e mi piaceva essere il migliore. Sapevo con certezza di essere il migliore della mia classe e a detta della prof. ero il migliore della scuola. Ma, di nuovo, non era la materia che mi piaceva di più. Il momento che preferivo era la poesia. Non capivo benissimo le spiegazioni del prof. e non ottenevo i voti migliori - anche perché Italiano erano molte cose e non solo la poesia. Però mi piaceva da matti. Mi piaceva la comunicazione. Avrei voluto comunicare con tutti quanti. Non lo facevo, ma avrei voluto farlo più di ogni altra cosa al mondo. Forse era il fatto stesso di volerlo così fortemente che mi bloccava. Era così importante che provarci mi faceva paura. Ne ero terrorizzato. La matematica mi riusciva perché non mi dava l’impressione di comunicare. O almeno, comunicavo soltanto alla prof. e a i pochi che capivano lo stesso problema. La matematica mi riusciva bene perché non aveva parole. Aveva numeri, aveva lettere, ma solo pochi ci capivano davvero qualcosa. Avevo paura delle parole che avrebbero capito tutti, quelle che mi avrebbero fatto sentire nudo. Turista Ritornare in Ecuador è stato strano. L’odore di Guayaquil riuscivo a sentirlo già fin dall’aeroporto. Una grande famiglia che non riconoscevo più ci stava aspettando. Sentivo qualcosa di viscerale nei loro confronti. Come se riuscissi a riconoscere istintivamente che il loro sangue fosse simile al mio. Avevo quasi la sensazione di essere tornato a casa. Poi però iniziammo a parlare. E mi resi conto che non parlavo più spagnolo. Quello che parlavamo a casa coi miei genitori non era più spagnolo. Lasciati liberi, io e mio fratello avevamo iniziato a sviluppare una nuova lingua fatta delle parole più comode prese da entrambe le lingue, italiano e spagnolo. Presi da un’era fatta di velocità, anche il linguaggio rispecchiava questo nuovo bisogno: velocità nel capirsi. Nemmeno mi ricordavo come si dicesse giallo in spagnolo. Parola troppo lunga per poterla usare davvero. Perché perdere tempo a dire amarillo se posso dire giallo? E così la lingua interruppe la sensazione di essere a casa, in quello che era stato il mio paese per quasi sette anni. L’etichetta da straniero non riusciva ad abbandonarmi nemmeno qui, con il sangue del mio sangue. La nuova variante era turista, la nuova connotazione era “ti senti meglio di noi”. Per l’ennesima volta non mi sentivo di appartenere, ero fuori dal gruppo. Invece, volevo solo essere normale, essere come gli altri. Ero stanco di essere diverso, perché non riuscivo a vederci proprio niente di speciale in quella diversità. Nonno Non avevo mai visto quel nonno. Nella mia mente era come se mio nonno fosse morto, o come se non fosse mai esistito. Non ne avevo mai sentito parlare, e non avevo mai davvero nemmeno chiesto. Il papà di mio papà. Conoscevo molto bene la mamma di mio papà, e sapevo che l’uomo che aveva fatto da figura paterna a mio papà era stato prima malato e poi era morto. Ma era tutto fuori dai miei ricordi, da quello che avevo visto. Ora appariva di fronte a me questo piccolo uomo con un cappellino da baseball. Ha qualcosa di mio papà ma non riesco a vederci niente di me. Sono sempre stato fiero del mio cognome perché lo riconducevo a mio papà. Ora non so come sentirmi, con di fronte quest’uomo da cui viene lo stesso cognome mio e di mio padre. Mi piace immaginarmi le storie di uomini lontani nel tempo, accomunati a me dal sangue, dal dna. I padri dei padri dei padri (etc) di mio padre. Fantastico sulle loro imprese, piccole o grandi, celebri o dimenticate. Mi dico che forse sapevano che un loro discendente sarebbe stato come me. Mi dico che forse sono fieri di me. E poi mi trovo di fronte quest’uomo, colpito dall’inesorabilità del tempo; e non riesce ad essere all’altezza dei miti che tanto avrei voluto caratterizzassero il mio passato. Forse sono troppo ingiusto con lui. Forse ho ereditato il sentimento - anzi il risentimento - di mio padre nei suoi confronti. Mi dico che forse c’è un qualche errore, forse non è davvero lui mio nonno. Lo guardo negli occhi e mi rassegno. Non possiamo davvero scegliere da dove veniamo.
  8. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 5

    Una stanza per due Condividevo la stanza con mio fratello a Pioltello. Convivere con un'altra persona è un'esperienza formativa, e sicuramente mi ha insegnato tanto. Tutto questo però non riuscivo a vederlo mentre la condividevo con lui. Sapevo di tanti altri ragazzi che avevano il privilegio di avere una stanza tutta per loro. Avrei voluto essere arrabbiato con qualcuno, ma come avrei potuto arrabbiarmi con i miei genitori? Vedevo che anche loro condividevano la loro stanza con mia sorellina. Non c'era così tanto spazio, quello era il massimo. Vedevo le mura di fronte a me e sapevo di non poterle rompere. Però non ci ho mai creduto davvero che quello fosse il massimo. Volevo dello spazio per me, avrei costruito volentieri un muro in mezzo a quella stanza già piccola per poter avere un angolo tutto mio, solo mio. Volevo forse urlare dentro quella piccola stanza. Forse volevo piangere. Oppure annoiarmi, o sentirmi solo. Volevo quattro mura intorno a me, una porta da poter chiudere a chiave, un soffitto che mi coprisse dalla pioggia o neve, e un pavimento su cui potermi sdraiare. Al parco Giocavamo a calcio, al parco con mio papà. Forse attraverso tutte le partite che aveva visto giocare allo stadio San Siro, forse per un talento naturale, o forse per l’esperienza dei 22 anni che avrà sempre più di me... in ogni caso quando lo vedevo giocare, mi sembrava fortissimo. Credevo talmente tanto nella sua invincibilità, che pur sapendo di non essere per niente bravo a giocare, quando giocavo insieme a mio papà e mio fratello ero sicuro che potessimo battere chiunque. Chissà se è per questa sicurezza ingenua e magica che effettivamente vincevamo le partite contro altri gruppetti di tre persone, nel vecchio campo da basket vicino casa a Pioltello. Porte piccolissime e si poteva fare gol solo se il tiro era rasoterra. Forse avevamo una bella sintonia io, mio fratello e mio papà. O forse ricordo solo le volte in cui abbiamo vinto e ho dimenticato o minimizzo quelle in cui abbiamo perso. Il ricordo che fa da anteprima a questo mito che ho in testa è la partita giocata contro tre ragazzi più che adolescenti. Io e mio fratello, ancora alle medie, eravamo bilanciati dall'età di mio papà, adulto. Il fatto che i tre ragazzi avversari fossero neri, nella mia mente ricolma di pregiudizi, li rendeva più forti e temibili. Vincere fu magnifico. Io, che non mi ero mai interessato né al tifo né alle partite di calcio alla televisione, esultavo dentro di me come se avessi personalmente vinto i mondiali.
  9. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 4

    Pokémon Alla scuola elementare, a Milano, non capivo molto di libri e nemmeno tanto di parole, o almeno non ne ero per niente consapevole. Però qualcosa era successo nello scontro tra le due lingue, spagnolo e italiano. E il caso - o la globalizzazione - ha voluto che mi imbattessi in testi stranieri fin da piccolo. Un bambino a scuola mi regalò il gameboy con Pokémon Giallo, versione inglese però. Io ero felicissimo di avere questo videogioco, specialmente perché mi piaceva tantissimo il cartone animato. E preso da questa magica gioia, mi ostinai a giocarci nonostante non capissi le parole che leggevo. Ancora oggi mi ricordo come leggessi la parola CUT con la pronuncia italiana, e come sapessi esattamente quale fosse il suo effetto. Avevo capito che quelle tre lettere avevano un senso in un’altra lingua e non ne avevano lo stesso in italiano. A un certo punto sarei riuscito ad ottenere il gioco in versione italiana, ed ecco che le parole inglesi avrebbero avuto la loro traduzione. CUT diventò TAGLIO, e THUNDER diventò TUONO. Senza l’inglese forse non avrei capito così in fretta che il “fenomeno della traduzione” non si applicava solamente allo spagnolo e all’italiano. O forse senza le due lingue iniziali non avrei capito così velocemente che i videogiochi in inglese erano in un’altra lingua. E che in quella lingua erano lettere che avevano senso, e che quella lingua avrei potuto impararla. In fondo al lago Quando mi facevano arrabbiare, stavo semplicemente in silenzio. Forse avevo provato a parlare una volta o due. Forse ho notato come nessuno mi aveva ascoltato. Forse non mi avevano ascoltato come avrei voluto essere ascoltato io. Oppure forse non ero riuscito a dire le cose che avrei voluto dire. Avrei voluto ricevere le domande giuste. Ma nessuno mi faceva le domande come avrei voluto io. Così imparai a stare in silenzio. Semplicemente chiudevo la porta della mia anima. Se avessi potuto svolgere le attività quotidiane con l’abilità dei non-vedenti, probabilmente avrei chiuso fisicamente gli occhi. Non potendo farlo, perdevo il mio sguardo nel vuoto, distaccandomi dal presente e perdendo cognizione dei suoni e dei colori intorno a me. Credo che la rabbia alimentasse una parte profonda di me, che mi faceva andare molto in basso da qualche parte misteriosa della Terra. Mi sentivo buio. Come un buco nero mi sembrava di assorbire tutto, e più niente usciva fuori. Ogni cosa mi attraversava, per finire nei meandri di un lago sotterraneo profondo e oscuro. Ma tutto questo aveva anche degli effetti su di me. Mi sporcava, in un qualche modo. Trasloco Ero così arrabbiato che nemmeno lo sapevo. Il primo anno di scuola media a Milano mi aveva dato un bel po’ di sicurezza, probabilmente perché il ragazzo più forte della classe era anche uno a cui piaceva avere bei voti e mi rispettava molto, essendo io l’unico ad avere i voti al suo livello. Le lezioni mi annoiavano per la velocità a cui andavano. Non so come sarebbe andata se avessi continuato lì la scuola. Ma poi ci fu il trasloco. A Pioltello (in provincia) il livello delle lezioni era più alto, e non avevo nessun amico che mi ero portato dietro dalle elementari. Sapevo istintivamente che avrei dovuto formare l’opinione degli altri nei primi giorni. Così, il primo giorno risposi a un bullo, che aveva provato a sfottermi, stringendo il mio braccio intorno al suo collo e tirandolo verso di me. Funzionò per qualche giorno. Ma era un tipo ostinato, e aveva una sua gerarchia ben precisa in testa. Qualche giorno dopo capì che ero bravo a scuola, e da quel momento mi mise alla prova ancora e ancora. Per ottenere il suo rispetto avrei dovuto dimostrare il mio valore seguendo le sue regole di violenza e di ribellione. Scelsi di non farlo; lui continuò ad odiarmi e a mostrarmi il suo disprezzo. Forse è grazie a lui che un paio di anni dopo mi iscrissi a karate. Sicuramente è lui che devo ringraziare per i pregiudizi, di cui ancora non mi sono liberato del tutto, nei confronti dei turchi.
  10. DSGU

    Carissimi Sognatori

    Il nickname che ho scelto tempo fa per le mie avventure di scrittura è DSGU. Le parole mi piacciono fin da quando ero piccolo. Per un lungo periodo però sono stato diffidente nei loro confronti, e a scuola ho preferito i numeri alle lettere. (Forse perché a 6 anni sono emigrato con i miei genitori in Italia e durante l'anno che mi ci è voluto per arrivare al livello d'italiano dei miei compagni di classe, ero già stato inquadrato come quello bravo in matematica.) Un giorno di adolescenza, le parole sono tornate da me. Scandite dal ritmo delle canzoni rap di quel lontano 2006. Mi innamorai delle parole in rima. Mi piace ancora oggi ascoltarle, leggerle, scriverle e sognarle. Al momento della scelta degli studi universitari ho fatto una scelta completamente di pancia. Ho cercato di recuperare il torto che avevo fatto al mio bambino interiore quando si trattò di scegliere il liceo (avevo scelto il liceo scientifico sotto consiglio delle prof, benché io "sapessi/sentissi" di voler fare il liceo linguistico. Ho scelto degli studi umanistici. Filologia romanza, per la precisione, in un paese estero, dove mi trovo tutt'oggi. Liberato dai limiti dei giudizi di amici e parenti, ho trovato da qualche tempo il coraggio di ammettere a me stesso cosa mi piace dare più di tutto al mondo: la mia Scrittura e la mia Creatività. Con la forte speranza di un futuro bello come il presente o ancora di più, vi ringrazio di accogliermi tra di voi Sognatori. DSGU
  11. DSGU

    Carissimi Sognatori

    Grazie di cuore del benvenuto @Lauram Devo ammettere che la mia stagione preferita è l'inverno, seguita dall'autunno; tuttavia, la spensieratezza di cui parli la sento anch'io nell'aria in questi giorni di quasi estate
  12. DSGU

    Saluti!

    Benvenuto @Ebbrodilibri! Adoro il tuo nickname, è bellissimo da pronunciare
  13. DSGU

    Buongiorno a tutti

    Benvenuta @aquiletta
  14. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 4

    Ciao @AndC Volevo prendermi un momento per distanziarmi dalla gioia datami dai commenti così ben elaborati da parte tua. Oltre alle singole correzioni, per cui ti ho ringraziato nelle altre discussioni, ti ringrazio di cuore di avermi fatto notare la tendenza alla ripetizione. Da un lato, come hai bene intuito, sono coerenti con l'età del protagonista che man mano si rende conto di quello che succede intorno a lui e cerca di dare un senso alle cose. Dall'altro, a volte sono troppe anche per un bambino o un ragazzo. Se in più ci aggiungi le riflessioni dell'adulto che sta scrivendo, si rischia di avere meno pazienza con una sintassi infantile. Credo che una soluzione possa essere avvicinare un po' di più lo stile del bambino a quello dell'adulto e viceversa, come se stessero parlando tra di loro. Un punto difficile, per il quale voglio ancora trovare una soluzione, è la demarcazione di quando parla uno e quando parla un altro. Quando è l'adulto che scrive e quando il bambino che ricorda? Quando è meglio il presente e quando il passato. E con i futuri come si fa? Per ora mi sono affidato a un tipo di scrittura vicina alla scrittura automatica per la stesura. E prima di postarli li avevo riletti, ma forse non con il distacco necessario. Leggere i tuoi commenti mi è stato molto utile perché alcune cose poco chiare proprio non ero riuscito a notarle. Nella mia testa c'erano delle pause che permettevano di dare più senso al ritmo, ma ancora non ho capito come riuscire a mettere questo ritmo nella storia. Perdona il tempo che ci è voluto per rispondere ma, davvero, è stata un'esperienza così intensa ricevere i primi feedback a questa mia storia, che ho avuto bisogno di far passare quella bella sensazione lì, prima di poter rispondere. Cari saluti
  15. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 3

    Grazie Molto interessante questo spunto. Credo che userò "con sufficiente convinzione". Sì, ti spieghi molto bene. E ti ringrazio per questo. Molto efficace questo modo di evitare la ripetizione. Non ci avevo per niente pensato, grazie! È un buon punto. Effettivamente l'intenzione è quella di rimandare, ma credo che si possa fare meglio. Giustissimo. Grazie degli ottimi spunti @AndC!
  16. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 2

    Ti ringrazio, è proprio da correggere. Prima avevo messo il punto interrogativo e poi lo avevo tolto e poi di nuovo un paio di volte così finché ho tenuto il punto. Forse alla fine metterò davvero il punto interrogativo. "Chi lo sa?" Grazie! Sono d'accordo. Userò andati-finiti-volati. È un buon suggerimento. Devo pensarci. Grazie @AndC
  17. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 1

    Grazie del consiglio @AndC ! Grazie @Drake Alistair, effettivamente non avevo pensato al fatto che il titolo potesse far pensare a un altro tipo di storia. Grazie mille!
  18. DSGU

    Riflesso

    Trovo questo frammento molto poetico. Il fatto che tu abbia scelto il titolo di getto aumenta la curiosità di un lettore come me, perché credo possa esserci molto potenziale in un titolo deciso senza pensarci troppo (mi viene in mente l'inconscio e la scrittura automatica avanguardista). Quindi permettimi di tenere bene a mente la parola riflesso. Fin dalla prima frase dai il genere femminile all'entità a cui ti rivolgi. Non mi è ancora chiaro chi o che cosa sia, ma questo lo vedo come un pregio di questo frammento ben scritto: il non capirlo immediatamente mescolato all'essere bene scritto fa venire voglia di tornare ancora su questo caleidoscopico frammento per trovare via via nuovi significati e connessioni. Per quest'entità le sinestesie sono all'ordine del giorno, vista la sua domanda a cui non sai rispondere. L'ombra nei suoi passi mi fa scartare l'idea che avrei altrimenti potuto avere, che si tratti cioè della tua ombra a cui stai parlando. Il deserto e il legno cigolante mi fanno pensare a un'abitazione antica, carica di passato e solitudine. Se ho capito bene cosa vuoi comunicare, credo che dopo "raccontate" andrebbe bene un punto, oppure una congiunzione diversa da "e". Ma forse l'effetto di confusione che sia crea grazie a questa costruzione della frase è esattamente quello che vuoi ottenere. Qui mi piacciono molto l'uso dei termini "serpente" e "tentazione" in una frase, e poi di "originale" in quella successiva. Nello sfondo il serpente nell'Eden e il peccato originale, ma questa è la parte che mi piace: è solo nello sfondo, non è troppo in evidenza (chissà forse è persino casuale). La ripetizione del verbo "fingere" arriva al punto esatto, né troppo presto né troppo tardi per non essere più percepita. La parola "morbido" ha già una forte valenza onomatopeica. Associata al suono della parola "abbandono" dà un'idea precisa delle sensazioni che intendi comunicare. Non capisco chi siano "essi", ma non credo sia importante capirlo, quanto piuttosto immaginarlo. Al parlare di limiti, confini e ancora di più con la parola "viceversa", penso subito al titolo riflesso. All'immagine riflessa in uno specchio e alle possibilità di attraversare i confini tra due mondi diversi. Cosa si trova al di là del confine? Non si ottiene risposta a questa domanda, ma si insiste sul punto di incontro tra mondi diversi, in questo caso l'alba, incontro tra notte e giorno. L'entità si allontana dal centro della stanza in cui si trova l'io del racconto e va piuttosto fuori, al limite, alla finestra. Non è uno specchio, anzi è un vetro che riflette in maniera distorta. Infatti prima si parlava di incubo, non si parlava di sogno. Anche il ridacchiare di prima trasmette piuttosto una connotazione di paura all'intera storia. In definitiva mi sembra che il riflesso sia un occasione del protagonista per vedere i difetti, le mancanze e in generale quello che non va in se stesso. Proprio perché diverso da uno specchio che riflette le immagini così come sono, questo vetro che riflette le immagini deformate riesce a concentrarsi piuttosto sui lati più bui. Una forte oscurità mi sembra aleggiare su tutto il racconto. Molto intenso e allegorico questo racconto: mi sembra di assistere a un passaggio da un mondo all'altro, come se qualcuno si buttasse in un mare nero e si potesse vedere a rallentatore il corpo che entra nell'acqua.
  19. DSGU

    Tra rami di pesco

    Mi piace tanto che il "verso" cadrà col "vento". Anche il fatto che usi assonanze invece che rime lo trovo molto adatto a questo componimento. C'è un passaggio di stagioni che avviene molto velocemente, dai rami in fiore al vento d'autunno in due versi. E questo cambiamento è accompagnato dal cambio di rima AA B. Ma poi torna la rima (assonanza) in A, a sorprenderci. Il fatto che si ripeta il verbo "cadrà", ma con una chiusura diversa, sembra quasi dire che l'autunno è molto più collegato alla primavera di quanto sembri a prima vista. Qui di nuovo ci sono diverse opposizioni: andare-tornare, partire-restare, sorriso-affranto. In questo caso la metrica è XB YB. Ma assonanze interne (ritorno-volto, pensando-affranto) connettono anche qui i quattro versi. Ci sono come due forze che si bilanciano e si combattono. Purtroppo la fine sembra indicare una mancanza di speranza. La poesia finisce col pensiero e la mentalità da autunno, nonostante la primavera sia fin dall'inizio presente: i rami di pesco si trovano anche nel titolo. Nel complesso sento una voce triste e malinconica, che però vuole essere sentita. Sembra aver perso le speranze, ma la battaglia tra vita e morte è ancora in corso, altrimenti non ci sarebbe più niente da dire. Il verso che viene lasciato tra dei "rami" mi fa necessariamente pensare all'anagramma di "rami" ovvero "rima". La poesia stessa salva l'io-lirico, che nonostante non osi più sperare, lascia un messaggio che un giorno spera di rileggere, il giorno in cui ritornerà.
  20. DSGU

    Ci provo pure io.

    21 anni è un’età molto speciale e simbolica. Benvenuto di cuore,@Drake Alistair! P.S. Il tuo avatar mi piace tanto.
  21. DSGU

    La Formula Magica - Cap. 4

    Mi hai dato molto a cui pensare, in maniera più che positiva. Non vedo l'ora di elaborare le mie sensazioni e rispondere ai tuoi gentili e attenti commenti con l'impegno che si meritano. Per ora mi crogiolo nell'euforia di essere stato letto (e con tale considerazione) per la prima volta da qualcuno che non sia la mia famiglia più stretta o la mia dolce metà. È una bellissima esperienza, grazie.
  22. DSGU

    Una Parte Di Te

    Questa poesia mi piace molto, è molto affine al mio gusto personale: breve, linguaggio semplice senza essere per questo banale, intensa. Di solito preferisco quando ci sono le rime, ma in questo caso ho proprio apprezzato il fatto che siano versi liberi. Mi piace molto l'opposizione tra giorno e notte nelle due terzine, e la ripetizione del titolo alla fine chiude (insieme al titolo, all'inizio) questa opposizione tra giorno e notte come una cornice. La metrica è molto adatta al significato del testo. La terzina che tratta del giorno, più leggero, ha meno sillabe. Potrebbe sembrare tutto più semplice, ma in realtà non lo è davvero. L'io lirico non è felice di questa situazione, non è tranquillo, e la presenza del "non" prima di "ti penso" rende molto bene questo aspetto negativo del giorno, nonostante sia leggero. La terzina che tratta della notte ha i versi più lunghi, e infatti è più profonda. Nonostante l'antonimo di "leggero" non sia usato, è suggerito dal "ma" iniziale. La notte è "solitaria" invece, e forse proprio grazie alla presa di coscienza della propria solitudine, c'è lo spazio necessario alla persona di cui si parla (il "tu" di "una parte di te") per tornare. Soltanto una piccola parte torna, ma è il fatto che sia "una piccola parte di te" che rende questo momento intenso. Isolare l'ultimo verso è stata una scelta perfetta. La frase si differenzia rispetto al titolo per l'aggettivo "piccola". Dopo aver esplorato la differenza tra giorno e notte, l'io lirico si rende conto che la differenza è minima. Tuttavia, non vuol dire che questa piccola differenza non causi grandi emozioni, così come questo piccolo componimento è portatore di grande intensità.
  23. DSGU

    primo post.

    Benvenuto @futurio, mi piace moltissimo il tuo nickname.
  24. DSGU

    Carissimi Sognatori

    Grazie a tutti del caloroso benvenuto, @Ippolita2018, @flambar, @Piovasco, @Kikki, @Poeta Zaza, @Claire1987, @bwv582 e @Sira.
  25. DSGU

    Sette note

    Il sette è un numero che affascina molto anche me, il titolo mi ha immediatamente agganciato. Trovo un peccato che non siano 7 versi. O eventualmente terzina, quartina, terzina, quartina? Così si avrebbe 3+4 e 3+4. Trovo molto efficace che "canzone" faccia rima con "creazione". In fondo questa poesia/canzone è la tua creazione. Il collegamento tra "sentiero" e "arcobaleno" lo trovo un po' meno intenso. È come se il termine "sentiero" uscisse fuori dal nulla, come se non fosse stato preparato abbastanza prima. Ma forse è questa l'intenzione? In generale la poesia mi sembra molto ispirata dalla Bibbia. Ma è come se ci fosse troppa presenza biblica. Così mi piacerebbe molto di più la poesia, solo questi sette versi.
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