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Sarane

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    Donna
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    Bergamo
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    Nonostante sia banale da rimarcare, amo molto leggere e sono abbastanza versatile nei generi letterari, anche se il richiamo dei classici, in particolare della letteratura russa ottocentesca, è sempre tendenzialmente dominante. Murakami ha un posto speciale nel mio larario personale, Marai è la mia divinità, Hesse lo spirito guida :)
    Disegno a tempo perso e ho una grande passione per la musica. Spazio dal rock alla musica classica e Bach, che sia eseguito da Glenn Gould o Segovia, accompagna praticamente quasi ogni mio scritto. Ne consegue che l'ultimo e non meno importante punto della lista è che scrivo... o almeno ci provo!

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  1. Sarane

    E poi basta silenzio

    Ciao a tutti! Ho deciso, dopo molti tentennamenti e paranoie come non ci fosse un domani, di provare a condividere un capitolo del racconto che sto tentando di scrivere nel mio tempo libero. Non ho particolari aspettative perché non mi sono mai confrontata con molte persone, ma ho pensato che se voglio migliorare - o almeno capire dove sbaglio - devo almeno tentare di farlo leggere a qualcuno che non sia mia madre! Aggiungo che tra tutti, parto paradossalmente con il capitolo che mi convince di meno, nella speranza di un qualche aiuto che mi permetta di raddrizzare le sorti di questo estrapolato. Poca violenza? Più violenza? Troppe parolacce? Meno parolacce? Che la mia paranoia sia con voi, ringrazio già anticipatamente chiunque si sorbirà volutamente e senza forma di ricatto alcuna (tipo: sei mia madre, me lo devi!) questo brano Nel buio della sera le luci al neon dell’insegna dell’Edonè andavano a intermittenza, lanciando riverberi azzurri, tristi e tetri, sugli alberi spogli del viale. Era estraniante guardare il locale dall’esterno, ascoltare la musica rimbombare tra quelle mura familiari e arrivare al suo orecchio in maniera indefinita. Si era seduto sul muretto del parco della stazione, da quella posizione aveva la perfetta visuale del parcheggio, quasi deserto non fosse stato per un gruppo di motorini ammassati in un angolo e qualche macchina messa non troppo bene. Forse stavano suonando i Sex Pistols, non ne era certo ma le urla stonate di “Anarchy in the U.K” erano difficili da confondere, non bisognava saper cantare, bastava urlarla con tutto il fiato e mangiare le parole con il nervoso e la rabbia. Insieme, grida chiassose d’incitamento, risate sguaiate di chi con l’alcool ci è andato giù piuttosto pesante. Non bastava la strada che li divideva a rendere quel baccano meno assordante, ma importava poco visto che il locale sorgeva sul viale dietro la stazione, in una zona particolarmente malfamata e frequentata solamente da quella parte di gioventù nostalgica ancora legata ad un passato vecchio di almeno un ventennio, di punk, di skinhead, di gabber. Rilasciò una piccola nuvola di condensa e si strinse nelle spalle, per combattere il freddo di quella serata iniziata male. Le mani pendevano nel vuoto, tremavano, ma non era sicuro di non riuscire a tenerle ferme solo per i brividi. Si sentiva teso come una corda di violino e continuava a tendere le dita e a contrarle attorno al tirapugni, ancora e ancora, come per instillarsi una calma che proprio non riusciva a racimolare. I suoi amici ridevano tra di loro, chiacchierando del più e del meno con una semplicità ai suoi occhi disarmante, mentre Demian riusciva solo a restare raccolto nel proprio mutismo. L’ilarità con cui scherzavano lo turbava e scombussolava più di tutto, iniziava a nascere in lui la speranza che quella situazione si risolvesse con un nulla di fatto, una spedizione punitiva a vuoto, ché lui non aveva voglia di punire nessuno, voleva solo tornarsene a casa e che la vita gli facesse meno schifo. Eppure non finiva mai come desiderava, Dem stesso aveva iniziato ad ignorare le proprie aspettative e a seppellirle, perché lo sapeva fin troppo bene che tutto sarebbe sempre andato storto e, volente o nolente, avrebbe dovuto ingoiare i sensi di colpa ed il disagio, con tutto quello che si portavano dietro. Si convinceva ogni volta che sarebbe stata l’ultima, che avrebbe lasciato perdere Nico e tutto lo schifo che circondava quella vita, che non li avrebbe più seguiti perché lui non era questo, non poteva essere solo questo. Doveva esserci di più, doveva avere un luogo vero a cui fare ritorno, non era possibile che da qualche parte non ci fosse un cazzo di posto anche per lui. Alla fine però, la verità era soverchiante più di qualunque sciocchezza di cui tentasse di convincersi, il terrore di non avere qualcuno, di non avere nulla a cui aggrapparsi, era più forte di tutto. Lo rendeva vile, cieco e succube. E lo faceva vergognare di se stesso, della propria pateticità. Demian non sapeva sopportarsi, e questa era l’unica certezza nella sua vita. Non sopportava di accostarsi alle persone normali. Guardò distrattamente Nicolas ed i suoi ricci tagliati corti, quell’aria crudele e il sorriso strano, che sembrava una piaga, una linea tagliata netta sul volto duro; guardò Davide ed il suo non rendersi mai conto di niente, una vena d’innocenza che forse era solo eccessivo abuso di acidi, gli infiniti piercing e quei modi goffi di muoversi, la cresta biondo platino e la testa rasata ai lati. E poi c’era Andrea, che non ascoltava davvero e nascondeva parte del viso dietro ai capelli lunghi e annodati, e Teo che voleva solo litigare ed emanava la familiare aura di sprezzo e collera repressa, Alex che fungeva da cuscinetto tra il più grande e incattivito del gruppo e il più sciocco e inconsapevole. Ironicamente proprio loro, Nico in prima linea, lo avevano accolto, raccolto quasi con il cucchiaino sulla strada dopo che era stato picchiato a sangue per l’ennesima volta tanto da non riuscire più a rialzarsi. «Sei forte piccoletto!» aveva esclamato quello sconosciuto accostandosi a lui. Demian sentiva solo la bocca piena di sangue, a malapena riusciva ad alzare gli occhi sul nuovo venuto. Non si aspettava aiuto, si preparava solo ad incassare altri colpi, ma si era ritrovato un ragazzo più grande accovacciato su di lui, a fissarlo con un sorriso sghembo inquietante. «Te la sei cercata» gli aveva fatto notare, ma sembrava più una presa in giro che un rimprovero. Ed era vero, se l’era cercata, se si poteva definire “cercare rogne” il mandare a cagare un perfetto stronzo che non aveva fatto altro che sfotterlo definendolo scherzo della natura. Non aveva potuto tacere, anche se loro erano in tre e lui un fottuto albino del cazzo troppo debole per potersi difendere in qualunque modo. Se non voleva aiutarlo né pestarlo più di quanto fosse possibile vista la situazione perché diavolo restava lì, a umiliarlo con la sua sola presenza? «Che cazzo vuoi?» aveva cercato di dirlo con freddezza, la voce però si era spezzata, le parole biascicate. «Mi piace il tuo carattere ragazzino, veramente. Io sono Nicolas, ma chiamami Nico, è decisamente meno da figlio di papà» Si era proprio fumato il cervello, era certo. Riuscivo a malapena a parlare, per non dire respirare, e lui mi elucubrava sul suo stupido nome Suo malgrado, per quanto gli era possibile, aveva abbozzato un sorriso, mostrando i denti sporchi di rosso. «De…mia...n» aveva sussurrato e Nico, allargando il sorriso, gli aveva preso la mano e gliel’aveva stretta. Poi lo aveva aiutato ad alzarsi, passandosi il braccio di Demian sulle spalle e caricandolo quasi completamente di peso su di sé. «Mi piace il tuo stile, davvero. Vieni con me Dem, la prossima volta vedrò di coprirti io le spalle» Chiuse gli occhi e rilasciò, insieme al fumo della sigaretta appena accesa, l’ennesimo, pesante sospiro di resa. Aveva un debito con loro. Aveva un debito con Nicolas. Era sempre per quel debito che non sapeva dire di no, che si apprestava ogni volta a compiere azioni che lo rendevano indegno a se stesso, anche se lo sapeva che poi ci avrebbe messo giorni, forse settimane, per riuscire a guardarsi allo specchio senza disprezzarsi troppo. Poteva solo soffocare gli scrupoli e i rimorsi o non sarebbe riuscito a fare nulla, solo a causare disappunto. Li terrai per dopo, tutti i tuoi inutili tentennamenti, te li farai sfilare per bene davanti agli occhi prima di andare a dormire. Nel migliore dei casi li vomiterai nel primo bagno appena resterai solo La realtà dei fatti era che non importava minimamente come si sentisse, bastava avere l’aria giusta, l’atteggiamento disinvolto, quasi annoiato, per non deludere le aspettative di nessuno e non contrapporsi all’entusiasmo dei compagni. Ad un tratto, un ragazzo uscì discretamente dal locale e attraversò a passo svelto il parcheggio per raggiungere il parco, poco lontano da dove si erano appostati loro. Demian fu il primo a notarlo, alzò pigramente la testa, la sigaretta quasi del tutto consumata rimase mollemente sospesa fra le sue dita mentre lo seguiva con lo sguardo, senza riuscire a parlare. Aveva trattenuto il respiro per qualche istante. Sembrava un ragazzino, una presenza molto poco significativa. Non troppo alto, magro di quella corporatura scattante e nervosa, una zazzera di capelli spettinati che la luce porosa dei lampioni gli era parso avesse colorato di biondo, ma non ne era certo, la sua vista era debole e discutibile. Ora vorrei veramente solo tornarmene a casa, non voglio saperne più nulla. Quello stupido è persino più indifeso di quanto non lo sia stato io quando ho conosciuto Nicolas Rimase in silenzio, in attesa. Quasi si convinse che gli altri non ci avrebbero fatto caso, se fosse rimasto rigido come nulla fosse, ma ovviamente aveva chiesto ancora una volta troppo: Nico gli tirò una leggera gomitata al braccio, ammiccando con la testa verso il nuovo venuto, con un’espressione seria e sadica che gli si inerpicò in un brivido su per ogni vertebra della schiena. Non avrebbe potuto fermarli e quasi gli venne da ridere. È ridicolo, non ci proverai nemmeno, farai la tua parte e basta Spense il mozzicone della sigaretta contro il muro e scese con un leggero slancio. La colpa non è mia, è di quel ragazzino. Deve essere proprio sprovveduto per non averci ancora notati. È questione d’istinto di sopravvivenza, in questo mondo che ti mangia vivo se non ne possiedi un briciolo sei fottuto, e la colpa è solo tua. Nico fece cenno a tutti di attendere sollevando un braccio. Un’altra figura, in quel parco abbandonato che era il loro quartiere e ritrovo, si stava avvicinando al ragazzino. Doveva essere l’acquirente venuto a ritirare la sua dose. Una sottile nausea gli lasciò in bocca il sapore di bile quando realizzò davvero cosa stesse per accadere. Sembrava troppo piccolo, si chiese se anche lui a suo tempo, nei suoi disagiati quattordici anni, apparisse tanto grottesco in quelle vesti. Tutto voleva meno che essere lì, ma non era una novità. Quando si trovava in un posto, immancabilmente desiderava essere altrove, in nessun luogo si sentiva a suo agio, era dannatamente inadatto a qualunque cosa facesse. Per questo chiuse gli occhi, si concentrò sul proprio respiro e ignorò la nausea e il malessere che gli comprimevano stomaco e polmoni. Non importa se quel moccioso è la metà di te, non importa. Una mano si poggiò sulla sua spalla, stringendola in un gesto d’incoraggiamento «Ehi Dem, svegliati. Dobbiamo dargli il benvenuto!» Nicolas non era del tutto malvagio, anche se poteva sembrarlo, all’apparenza. Pretendeva solo ciò che sentiva spettargli, non sapeva nemmeno lui cosa volesse, ma sapeva come ottenerlo e il metodo importava poco. Proteggeva ciò che aveva, e non era molto. Era spietato sì, ma non malvagio. La vita attraverso quelle iridi d’acqua sporca era difficile da comprendere, Nico non aveva la tradizionale idea di bene e male, se sentiva l’impulso di fare qualcosa, quella cosa doveva essere naturalmente giusta, e lui seguiva solo se stesso, in maniera grottesca e incurante. Demian lo aveva capito nel tempo, aveva anche condiviso quell’ideale, ma non aveva la forza di perseguirlo con la coscienza intatta, non aveva quella libertà di spirito per convivere con se stesso, dopo. Decisamente però non gli riusciva di biasimarlo, quell’assurdo ragazzo di ventiquattro anni con un’esperienza di vita da far invidia ad un cinquantenne e l’entusiasmo di un bambino mentre tortura una lucertola. Lo disturbava solo il fatto che i bersagli di Nico purtroppo fossero ben più grandi di un semplice animaletto raccolto in giardino. La bocca contratta in una linea dura ed esangue, non rispose all’amico, si limitò a seguire Alex, Dave, Teo e Andrea. «Ehi, pezzo di merda!» Teo apostrofò il ragazzino. Questo si voltò, il viso smunto corrucciato, e Dem poté vedere i suoi occhi enormi dilatarsi per lo stupore e sciogliersi in un istante in paura liquida. Era davvero biondo, con tondi occhi azzurri e tratti sottili, un po’ efebici, troppo infantili. Doveva essere straniero. Perché un moccioso simile, un rametto secco e spigoloso fin troppo incline a spezzarsi al minimo soffio di vento, è invischiato in simili affari? Lui e i suoi stupidi amici dovevano necessariamente dare fastidio a Nicolas giocando a fare gli adulti? «Maledizione» masticò a bassa voce, tra sé e sé, in un moto d’insofferente frustrazione. Il ragazzo nel frattempo era indietreggiato di qualche passo e stava cercando di dare un contegno alla propria espressione. «Volete della roba?» mormorò in maniera vaga, con un accento decisamente straniero, forse slavo. Un altro passo indietro ed incespicò nei propri piedi, gli occhi spaventati vagavano attorno, alla ricerca di una via di fuga o forse di qualche amico che fosse uscito a ripescarlo. Nessuno aveva fatto capolino dall’ingresso del locale però, era completamente solo, e forse era meglio così. Nico non si fermava davanti ad un mero numero, non aveva senso della misura, se dovevano far del male a qualcuno meglio fosse solamente uno. I suoi compagni si erano allargati avanzando e lentamente lo avevano accerchiato, chiudendo ogni scappatoia. Il terrore su quel volto puerile Dem lo aveva conosciuto molto bene, era stato il suo, molto tempo prima. Insieme al rammarico, a quella mano crudele che gli stringeva le viscere in una morsa dolorosa, come un’onda d’adrenalina che riscosse tutti i nervi gli montò dentro una collera cieca a meschina. Aveva subito tanto e così a lungo che era giusto, ci doveva essere una sana giustizia da qualche parte che riportasse l’equilibrio, aveva bisogno di sapere che non era l’unico ad aver dovuto sopportare l’umiliazione e quel maledetto senso d’impotenza che attanaglia solo chi non è all’altezza di potersi difendere. E se non era la vita a dimostrargli che tutti vivevano in un maledetto pantano in cui ogni giorno si affondava un poco, allora ci avrebbe pensato da solo a tirare con sé altre persone. Anche questo moccioso sopravviverà, proprio come me, e magari imparerà anche a fare meno cazzate in futuro e a difendersi «Non ho un cazzo adesso con me» aveva continuato quello, la voce esile tremava «State perdendo tempo» «È un peccato che sia da solo» osservò Teo con noia «Avrei voluto giocare di più» Alex sbuffò, sollevando appena le spalle «Meno rotture» constatò tranquillo, facendo scrocchiare le dita in un gesto intimidatorio. Fu la risata di Nico però, il suono più agghiacciante. Nicolas non rideva, raschiava la gola in un ringhio quasi animalesco «Avete sbagliato a venire qui» disse gelido, con il volto sfigurato dal familiare sorriso pericoloso da attaccabrighe «Lo dirai anche ai tuoi amici, quando potrai parlare di nuovo» Il ragazzo s’irrigidì, ora pienamente consapevole del pericolo, e si guardò ancora una volta attorno, calcolando le possibili vie di fuga. Fu naturale che i suoi occhi si posassero su di lui, Demian lo aspettava. Prima ancora che iniziasse a correre, Dem lo aveva capito, lo aveva sentito che ci avrebbe provato: aveva cercato il punto debole e l’aveva individuato, tra tutti, in lui. Fremette d’indignazione nel rendersi conto di essere stato considerato, come sempre, il più scadente, l’anello debole. Strinse i denti e quando il biondino gli andò addosso cercando di abbatterlo con una spallata, nonostante fosse pronto quasi perse l’equilibrio, ma avendolo previsto riuscì a placcarlo tirandogli una ginocchiata nello stomaco con tutta la forza che aveva. Voleva fargli male, punirlo per aver dubitato di lui solo per il suo aspetto diafano. Io non sono un debole Voleva vendicarsi, perché in quegli occhi spaventati non riusciva a vederci la disperazione, non più, vi leggeva unicamente sprezzo, l’arroganza di mille volti, di tutte le persone che lo avevano sopraffatto sempre nella sua vita solo perché avevano colto la sua fragilità, la grettezza di chi non gli aveva mai mostrato un briciolo di pietà, gli occhi di tutti coloro che l’avevano fatto sentire un lebbroso, sbagliato, inadeguato. Impotente. Che lo avevano considerato o avvicinato soltanto per ricordargli che non valeva niente. Il ragazzo boccheggiò sulla sua spalla per un attimo, la bocca spalancata in un moto di stupore e dolore, poi cadde a peso morto su di lui e Demian lo lasciò scivolare a terra, pietrificato dall’improvvisa consapevolezza. Fu Alex ad afferrare il ragazzino per la giacca, impedendogli di abbattersi al suolo, lo strattonò bruscamente allontanandolo da lui. E Demian lo guardò immobile, inaspettatamente stanco, come svuotato. È successo di nuovo Il suo orgoglio era stato troppo spesso ferito ed ora non riusciva a controllarlo, si sentiva spinto a reagire come se ogni gesto fosse un insulto alla propria persona. Ed era già pentito, avrebbe dovuto permettergli di scappare, lo sapeva fin troppo bene. Teo gli concesse un sorriso feroce e stranamente compiaciuto «Bel colpo», gli disse in un raro apprezzamento, prima di caricare il braccio e colpire il ragazzo in pieno stomaco. Ne seguì un lamento raccapricciante da animale ferito, un singulto che non aveva voce. Demian chiuse gli occhi piano, poi li strinse. Strinse i pugni, prese fiato. Non fece nulla, non avrebbe potuto nemmeno volendo, rimase come paralizzato davanti agli amici che a turno si divertivano a massacrare un indifeso. Rimase fermo per un tempo che gli parve infinito, e non c’era lui, solo i suoni e il senso di colpa, e quel “Perché non l’hai lasciato andare? Lo sapevi come sarebbe finita, lo sai sempre”. I gemiti erano ormai sfumati in un mormorio leggero, non gli vedeva il volto perché era letteralmente sopraffatto dai suoi compagni. Nessuno di loro conosceva la compassione, forse come lui ne avevano ricevuta troppo poca nella loro penosa esistenza, per poterne provare. Al diavolo cosa avrebbe pensato quel bastardo di Teo, avresti dovuto farlo scappare. Dovresti fermarli Eppure, le mani avevano ripreso a tremare troppo, non ci sarebbe riuscito, e non per paura di loro, quello mai. Se si fosse messo contro Nico conosceva bene quali sarebbero state le conseguenze, piuttosto prevedibili tra le altre cose, ma le avrebbe sopportate, non sarebbe stato nulla di diverso dal passato. Dopo però, che ne sarebbe di me? Ho già perso a sufficienza, la vita mi ha chiesto sempre tanto e ho già pagato abbastanza, non è giusto rinunciare ancora per uno sconosciuto che nemmeno mi ringrazierà. Come prevedibile, Teo non gli permise di restarsene con le mani in mano «Ehi, scherzo della natura, non ti prendi la tua parte? O hai paura di sporcare le tue manine bianche?» lo richiamò ad un tratto, dopo essersi reso conto che non aveva fatto nemmeno un passo. Era una sfida quella, Teo lo riteneva uno smidollato, aveva imparato ad accettare, pur con insofferenza, la sua presenza solo per Nicolas, ma non poteva sopportarlo ed il sentimento di sprezzo era reciproco. Gli altri ragazzi no, loro lo rispettavano, ma Teo era il più grande, il più violento e decisamente il più figlio di puttana tra tutti, quello che ci andava sempre troppo pesante qualunque cosa facesse e che avrebbe voluto prendere il suo faccino e spiaccicarlo al muro fin dal primo giorno in cui si erano incontrati. Alex stava tenendo il ragazzo da dietro, ormai ne sosteneva quasi interamente il peso, quel corpo piccolo e gracile era spezzato, ogni respiro un rantolo disumano di dolore, il volto una maschera viola e pulsante rigata di lacrime e sangue. Non c’era più l’azzurro limpido delle sue iridi strafottenti e intimorite, gli occhi erano gonfi, pesti. Aveva perso qualche dente, probabilmente aveva qualche costola rotta visto la contrazione del viso ogni volta che provava ad incamerare aria, e Dem si chiese come facesse ad essere ancora cosciente. «Allora, ti decidi a tirarti insieme?» insisté Teo, provocatorio. «Lui non è un vigliacco» ribatté Nico con astio, forse per difenderlo. Demian aveva l’impressione che Nicolas si sentisse oltraggiato ogni volta che Matteo lo accusava perché, in qualche modo, con quell’atteggiamento metteva in dubbio una sua scelta, come a dirgli che aveva sbagliato a permettergli di unirsi al loro gruppo. E Nico non sbagliava. Infatti si volse verso di lui e annuì, ad incoraggiarlo a far finire rapidamente la situazione a far rimangiare a Teo il proprio commento. Dave e Alex lo osservavano con la medesima sicurezza, erano convinti che non li avrebbe delusi, e Dem riusciva solo a pensare che, davvero, avrebbe preferito non dover dimostrare nulla a nessuno, non voleva farlo. Vorrei essere a casa, magari abbracciato a Sarah, a leggerle qualche storia. A stringere la sua manina sottile da bestiolina Sistemò il tirapugni, distese le dita, le strinse intorno agli anelli di metallo, in un gesto abituale. Vorrei che maman fosse nella sua stanza, per prendermi cura di lei. Vorrei fare i compiti e andare a scuola, domani Alzò il braccio sinistro e caricò il colpo, veloce, senza esitazioni. Non pensare, non pensarci All’impatto sentì la mandibola del ragazzo rompersi, la pelle lacerarsi. Il biondino lasciò andare un ultimo urlo straziato, il suono abbandonò le sue labbra insieme ad un fiotto di sangue, poi la testa gli ricadde inerme sul petto, come una bambola rotta. Finalmente il dolore gli aveva permesso di svenire, le lacrime però non smisero di bagnargli le guance gonfie e segnate. Un’immagine grottesca e angosciante così eccessiva da sembrare finta. Alex liberò il corpo martoriato del ragazzino che senza forze cadde a terra indifeso, ricoperto di sangue in un tale stato che sarebbe potuto tranquillamente apparire morto, e Nico soddisfatto gli strinse la spalla e gli sorrise con orgoglio «Sei un grandissimo bastardo, questo si che è un pugno come si deve! Che dici Teo, hai finito di rompere il cazzo per oggi?» Il più grande scrollò le spalle, disinteressato. «È meglio andarcene» fece notare Davide, allarmato. Aveva notato un movimento nel parcheggio, gli occhi di Dem corsero all’ingresso dell’Edonè, alcuni ragazzi stavano uscendo, forse a controllare perché il loro amico tardasse tanto. Teo diede un ultimo calcio al corpo inerme prima di avviarsi, e Demian e gli altri lo seguirono, lanciandosi in una corsa divertita, come avessero compiuto un’innocua marachella e fossero riusciti a sfuggire ad un rimprovero. «Ignora quello stronzo, io lo so che non sei il tipo che si tira indietro» gli disse ancora Nico, per incoraggiarlo. Aveva un modo assurdo, tutto personale, di cercare di infondere sicurezza. Doveva essersi convinto che gli importasse qualcosa delle parole di Teo e del suo veleno gratuito, ma a Demian quel loro concetto di “non tirarsi indietro” era del tutto estraneo e avrebbe riso di quella rassicurazione, se non si fosse sentito feccia. Non gliene importava niente, pensava solo all’articolazione che cedeva sotto il suo pugno, al dolore in quei lamenti, alla maschera tragica calcata sul volto di un ragazzo che sembrava più piccolo di lui. Quello che ho appena fatto non è diverso da ciò che ho appena subito. Sei diventato come loro. Era diventato un carnefice che aveva ancora l’ardire di sentirsi la vittima, e si odiava. Almeno una cosa devo farla, o non riuscirò più a guardare la mia petite peste negli occhi Prese il cellulare e compose rapidamente il numero «Serve un’ambulanza» Si muoveva nell’oscurità come fosse lui stesso inconsistente e potesse dissolversi, ed era quella l’impressione, voleva dissolversi. Non aveva acceso la luce ed il silenzio assordante premeva come una coperta asfissiante sul suo corpo, ne appesantiva i movimenti. Raggiunse la porta socchiusa della camera di maman, guardò attraverso lo spiraglio alla ricerca di una sagoma familiare che non avrebbe ritrovato, Jenevieve era ancora in ospedale e se lei era ricoverata Demian poteva solo aspettarla. Aspettare che lei tornasse era il mantra della sua esistenza, come l’attesa davanti a quella porta. Lalami, goffa a causa del sonno e delle grosse zampine che scivolavano sulle piastrelle, gli si avvicinò per mordicchiargli il fondo dei jeans. Era brillo e aveva mal di testa, non aveva voglia di giocare. Si chinò, le lasciò una tenera quanto rude carezza sul testone, poi entrò in camera di sua madre. Si stese sul letto matrimoniale che profumava di lei e del sandalo che spargeva nella stanza per togliere l’opprimente odore da malata, come lo definiva maman, mise il cuscino in posizione verticale e vi si aggrappò con forza, affondandovi il volto. La odiava, quella donna, prendersi cura di lei era l’unica ragione che riempisse le sue giornate, quando veniva ricoverata si sentiva sperso, non sapeva che fare, si lasciava trasportare. Viveva perché lei tornasse ancora a casa. La bombola dell’ossigeno era ancora accanto al materasso. Presto Se lo ripeteva come un mantra. Solo qualche giorno e poi basta silenzio
  2. Sarane

    La Mirra di Alfieri.

    Ciao @EmperorOfDisaster, non ho molta esperienza all’interno del sito e nelle recensioni, per questo per ora mi sono sbilanciata poco nei commenti, ma dopo aver letto questo tuo capitolo – che da quello che ho capito vuole essere il prologo di un romanzo discretamente ambizioso nei contenuti – ho pensato di condividere la mia opinione da profana. Valga quel che valga, magari ti sarà d’aiuto! È evidente che il tuo intento sia di dare al testo uno spessore filosofico, tuttavia il contenuto pare troppo sentenzioso per essere filosofico: non induce a riflessioni, non apre interrogativi, fornisce solo le risposte assolute e direi quasi personali del narratore. Perciò il monologo mi dà l’impressione di essere sterile, manualistico e fine a se stesso, completamente slegato dai personaggi che sono estranei al discorso. La scena principale con i protagonisti, che dovrebbe in teoria reggere e dare un senso a queste riflessioni, in realtà galleggia in un mare di parole che sembrano andare in un'altra direzione e sono scollegate dai fatti. Il dialogo di apertura tra i genitori viene presentato come l’esempio evidente di ciò che il narratore spiega, ma mi sembra gettato lì per caso, risulta forzato e non accompagna il lettore nella comprensione delle conclusioni che vengono tratte nel mentre e a fine capitolo. Inoltre, tutte queste sentenze sono ingenue e immature per essere spacciate per universali da un narratore esterno che – per la natura del suo stesso ruolo – conosce tutto, sa tutto ed è super partes. Le troverei adeguate se nascessero dall’ingenuità di uno dei personaggi che procede in un proprio percorso di crescita. Così però sono semplicemente frasi dal contenuto spesso scontato e banale, espresse in un gergo eccessivamente e inadeguatamente elaborato e pieno di fronzoli per un testo in prosa, gergo volto a nobilitare e rendere complesso un pensiero che non lo è poi tanto. Per il resto, le tematiche mi sembrano un poco anacronistiche. Il testo, con tendenze decadentiste, ha l’aria di essere un riassunto semplificato di un manuale di filosofia di quinta superiore, in cui i pensieri nietzschiano, cartesiano e pirandelliano vengono accostati innocentemente per darci la chiave di lettura dell’essere, spacciati come riflessioni originali e non come concetti assodati e di fatto superati della storia della filosofia e della letteratura, quali in realtà sono. La parte finale, in cui il capitolo si trasforma quasi in una sorta di prologo teatrale – dove gli eventi non vengono raccontati, ma snocciolati in maniera stringata e didascalica con la tecnica del metateatro, in cui l’autore strizza l’occhio al pubblico e dice “ora la scena cambia” – mi sembra fuori contesto e poco pertinente allo stile tenuto precedentemente. Lo stile è… troppo. È bene usare un lessico forbito qualora lo si possieda, se utilizzato in maniera efficace in un contesto che lo richieda. In questo caso però, l’impressione che ne traggo è che il linguaggio stoni con il contenuto, ovvero: le scelte lessicali, arcaiche o desuete, non sono necessarie per la comprensione del pensiero, anzi la ostacolano, non rendono immediato il significato. A tratti le frasi richiedono quasi di essere parafrasate, non perché le immagini siano troppo complesse per essere assorbite, ma perché non sono efficaci, non mi sembra dicano quello che pensi vogliano dire. Infine, il registro della parte narrata fa a pugni con il registro dei dialoghi dei personaggi e a volte è incoerente pure con se stesso, per essere brutale diventi triviale, hai cadute di stile che secondo me non creano lo sperato contrasto tra tragico ed elegiaco, proprio a causa dell’abuso di aulicismi. Ciò che funziona per la poesia, difficilmente ottiene lo stesso effetto nella prosa. Sei un autore molto interessante per me, soprattutto nella sezione poesia, e queste sono ovviamente impressioni mie, ma almeno potrai avere un quadro più generico di quale effetto il tuo testo possa sortire su un pubblico vario, che è sempre utile per essere consapevoli. Sapendo sempre che non scrivi per le riflessioni di un singolo lettore, perciò considera quello che ti ho detto con relatività, traendo il meglio e buttando nel cestino tutto quello che ritieni possa non avere un valore utile! Spero di non essere stata eccessivamente diretta e di non averti offeso, sono molto curiosa di sapere come si evolverà il racconto perciò spero che condividerai altri capitoli in futuro!
  3. Sarane

    Il mio funerale

    Ciao @RunaCenere! Dopo aver letto questo racconto, ho sentito il bisogno di condividere con te l'impressione positiva che mi hai lasciato. Mi piace il tuo stile di scrittura, pregno di sensazioni e riflessioni molto sfaccettate che non scadono mai nel banale e nel tragico nonostante la tematica. Sei asciutta, distaccata quasi come se davvero fossi morta e stessi guardando la situazione da una grande distanza, prevale più un sentimento di amareggiata condiscendenza, un po' come se sul finale avessi fatto spallucce di fronte ad una verità scontata e ineluttabile. A parte gli errori già segnalati e l'anglicismo che non ho particolarmente apprezzato, le parole sono scelte con la giusta cura, ricercate ma non troppo forbite da risultare inappropriate. Mi hanno invece poco convinta i dialoghi che avrebbero dovuto essere di circostanza ed invece sono risultati più una proiezione della poca autostima della protagonista, quello che lei si direbbe più che quello che altri avrebbero detto. Quando la gente muore le persone diventano indulgenti anche con il peggior nemico, difficilmente qualcuno si esprimerebbe pubblicamente con un tale astio verso un defunto. Ci stanno, ma non risultano propriamente "di circostanza". L'ampio uso delle virgole invece mi piace molto, passa l'idea del flusso di coscienza, un fluire intenso di emozioni filtrate dalla ragione che le ren Questo mi ha steso, mi ha passato una grandissima malinconia, un dettaglio così sciocco più di tutto mi ha trasmesso l'impressione che la protagonista non sia mai stata vista davvero. Questa riflessione in particolare mi ha colpita, oltre ad essere scritta benissimo è di una verità disarmante, la ricerca di segni che presagiscano una perdita è quasi una prassi, una necessità morbosa di dare un senso. Mi ha ricordato un'esperienza personale, ritrovarmici è stato naturale. Nell'insieme quindi la prospettiva e il taglio particolare di questo racconto mi sono piaciuti molto, spero di imbattermi ancora in qualcosa di tuo! Complimenti
  4. Sarane

    Ciao a tutti!

    Ho già iniziato a sbirciare qua e là e posso dire che tutta la passione che sto vedendo è un immenso stimolo a provare, perciò grazie a tutti per l'accoglienza! 😊
  5. Sarane

    Ciao a tutti!

    Ciao a tutti! Mi chiamo Soraya e sono capitata qui quasi per caso. Non conoscevo WD prima di stasera, ma sono rimasta molto colpita dalla gestione e dalla serietà di questa community e ho subito desiderato farne in qualche modo parte, seppur da mediocre lettrice (almeno per ora), mentre inizio a prendere le misure e a farmi un'idea più chiara. Amo molto scrivere e confido di trovare il coraggio di provare a condividere in futuro qualcosa, ma sono anche discretamente vigliacca e potrebbe volermici un po' per sbilanciarmi. Nel frattempo, cercherò di contribuire nel mio piccolo, di sostenere e seguire gli scrittori presenti con osservazioni e pareri il più onesti e sensati possibili, nel limite delle mie capacità. E... ok, sono abbastanza in imbarazzo, perciò spero che basti, grazie di avermi accolta! Buona serata!
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