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Rhomer

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  1. Rhomer

    Taxi writer - Prima tappa

    Petricore
  2. Rhomer

    [TW-1] Petricore

    Petricore Le tapparelle sono semichiuse, il soggiorno è immerso nella penombra. Giulio è seduto al tavolo, indica col capo l'altra sedia. Elena attende giusto pochi secondi, lo guarda dritto negli occhi, lo accusa con un pianto tenue e silenzioso. Poi siede all'altro capo del tavolo. Le chiede come va, se le è piaciuta la cena, ma lei sembra una statua. Quel breve istante di silenzio apre un piccolo squarcio nella memoria di Giulio, meccanicamente sorride intenzionato a condividere il ricordo. Le parla del luogo dove si erano incontrati la prima volta, del piccolo coffee-shop in cui erano rimasti almeno un'ora a disquisire delle differenze tra la skunk e la white widow. Dove, infine, nell'indecisione supportata dall'elevato prezzo, avevano deciso di fumare dell'hashish, insieme. Mentre racconta, i recettori del sapore sembrano come richiamare quel retrogusto rugginoso. Nell'immagine di loro due intenti a passarsi una canna, Giulio rammenta dell'inflessione poetica che, la sua mente sballata, aveva infuso nell'istantanea di lei immersa a soffiare sulla brace; illuminata e scoppiettante, quest'ultima si era tramutata in un dente di leone. Un'altra lacrima solca il viso di Elena. Prova pena per tutto questo, le fa schifo tutto questo. Il volto di Giulio si colora di nero, i suoi occhi continuano a sbirciare all'interno dello squarcio. Le dice che nelle vicinanze si trova un piccolo parco giochi in disuso. Una volta, con l'intento di tornare in quel coffee-shop intriso di ricordi, quel parco lo aveva intrappolato come in una morsa. Sarà stato il cigolio della giostra girevole urtata dal vento, pensa, non è molto sicuro. O forse il grosso telone floscio intento a proteggere dalla pioggia lo scivolo lì accanto. Riesce ancora a sentire il dolce picchiettare della pioggia. È un luogo in rovina, aggiunge, come ce ne sono tanti in questo mondo. Elena congiunge la mani, tra un singhiozzo e l'altro, ostenta una preghiera. Da fuori, il vento si fa rabbioso. Giulio la prega di attendere un altro po', mentre si incammina alla finestra. La tapparella si alza e una luce fatta di ruggine dipinge tutta la stanza. Una volta tornato a sedere, Giulio accarezza le mani di lei. Constata che sono macchiate; chiazze marroni, ruvide al tocco. Era tutto vero, dunque, la sua non era una solipsistica visione di ciò che realmente si cela nel mondo. Quel parco, le dice, aveva provato a immaginarselo ancora in funzione: gli schiamazzi e i sorrisi dei bambini intenti a colorare quel piccolo frammento di mondo; le mamme, tra sbuffi e pettegolezzi, poste a delimitarne il perimetro; la terra, infine, era soffice e bagnata dalla pioggia. A sentire quelle parole, Elena non può fare a meno di scorrere immagini fugaci del suo passato; prima di un cinema, con la bocca di suo padre riempita di popcorn che biascica parole incomprensibili; poi di una classe, con il puzzo d'alito del compagno di banco. Entrambi luoghi in rovina, ormai. Quante volte era passata di lì quasi senza accorgersene? Sorride amaramente. Giulio nota i denti colorarsi di un giallo senape. Lei deglutisce facendosi arrivare la ruggine in gola. Lui continua a raccontarle di quel parco, di come si fosse, genuinamente, mescolato tra il metallo incrostato di ruggine e quel grigiore tutto etereo che è solito formarsi attorno alle cose dimenticate. Le racconta dell'odore della pioggia, di quanto possa diventare soffocante; della terra come metallo, e dei vapori che si attorcigliano in gola come filo spinato. Con gli occhi chiusi e le dita addormentate sul tavolo aggiunge che, al confronto, i fumi d'asfalto non sono minimamente paragonabili. Le mani di Elena vengono attraversate da fini filamenti di sangue raggrumato che, strisciando come lombrichi, iniziano a diramarsi sempre più su verso le braccia. Lei cede al panico, con la bocca spalancata spera nell'arrivo di un Dio misericordioso. Lui non batte ciglio. Sapeva che sarebbe accaduto, come sa, adesso, quanto sia necessario che lui le dica tutta la verità. La ama, dopotutto. Più e più volte, nei suoi più tormentati incubi, aveva pregato Dio di risparmiarla, di concederle il perdono. Allora, con l'odore del decadimento tutt'attorno a confondergli i sensi, decide di parlarle di Dio. Lo descrive come un groviglio di metallo arrugginito: la dimensione che gli dà forma è l'irreale, incapace di mostrarsi nelle nostre coscienze se non come un riflesso. La voce di Giulio fuoriesce quasi timida nel raccontare dei luoghi in cui Egli dimora: case disabitate; mausolei dimenticati, vecchie scuole prive di finestre e con i muri imbrattati; manicomi; marciapiedi sradicati dalle radici degli alberi; dei metalli; del sangue... Elena comincia a urlare. Il suo corpo è rigato da striature marroni che tenta di rimuovere grattandosi furiosamente. A stento le grida riescono a coprire le parole febbrili di Giorgio. Dalla finestra, si sente lo stridere del metallo incedere dall'alto mentre il colore del cielo diventa rosso. Lui rivela di come sia facile accorgersi di Egli durante i sonni agitati, ché ti desta privato del respiro, come se prima un bolo invisibile si fosse insinuato dalla bocca aperta. Rivela, allora, del profumo della terra bagnata dalla pioggia, ché ti offusca la mente e ti inganna, ché i ricordi sono un inutile appiglio come un telone floscio su di una giostra dimenticata. Con la voce ormai del tutto priva di colore, Giulio osserva la moglie dilaniarsi dal dolore mentre viene totalmente ricoperta dalla decadenza di Dio. Lei scorge un barlume di speranza negli occhi di lui che si abbandona ad un ultimo sguardo nello scorcio che dà al suo passato. Tempo fa, quando ancora l'irreale non aveva soppiantato i suoi sensi, si perdeva nel dolce abbraccio di Elena. Insieme, sotto le coperte, facevano l'amore. Ricorda bene, seppur senza una nota di disgusto, quegli odori tanto strani quanto nostalgici. La sua pelle emanava lo stesso profumo fruttato del vino. Una notte, con lei sopra di lui e i capelli che sfioravano fronti e guance sudate, Elena gli aveva sussurrato di essere incinta. Giorgio scoppia in lacrime. Elena se ne sta piegata in due scuotendo la testa a quella vista. Alza la maglietta scoprendo un piccolo e tondo guscio. Le venature marroni convergono verso l'ombelico. Lei non può che rimanere inerme sentendo gli ultimi scalci di suo figlio. Un'ombra vischiosa si insidia nella luce rossastra. Giulio lancia un'occhiata dalla finestra e inizia a tremare. Dio è giunto, dice. Nel rumore assordante di ferraglie, Elena si getta verso la porta ignorando le proteste del marito. Una volta fuori, si accorge che ogni cosa è di metallo; edifici privi di finestre interamente ricoperti di un nero brunito; strade lastricate da spesse lastre d'acciaio; le mura sono lunghe inferriate; alberi e cespugli cedono il posto ai grovigli di filo spinato che si innalzano, poco alla volta, come rampicanti. Non ha il coraggio di alzare gli occhi al cielo, non è ancora pronta. Riesce a scorgere altre persone, tutt'attorno, ricoperte di ruggine e claudicanti come zombi. L'aria è stantia, le ricorda la puzza che le si appiccava nelle mani ogniqualvolta impugnasse delle monete. L'ho sempre odiato, pensa. Piove. Con le gocce che impattano sul metallo, lei accarezza un'ultima volta la pancia. Dopodiché, si inebria dell'odore della pioggia.
  3. Rhomer

    [MI 140] L'origine del male

    Ciao, @caipiroska . Arrivo in ritardo a commentare questo tuo racconto con un po' di rammarico in quanto la storia mi è piaciuta non poco e, molto probabilmente, anche perché ciò che mi appresto a dire sarà già stato detto (considerando la mole di commenti). Ma va beh, meglio tardi che mai, no? Ci tengo a precisare che sarà un commento un po' lunghetto perché vorrei sfruttarlo per postare. Inoltre aggiungo che, in quanto appassionato del genere, tendo a non lasciarmi sfuggire qualche critica di troppo in questi casi, ma non mi considero un esperto della letteratura horror, assolutamente. Detto ciò, se dovessi uscire dai binari sentiti pure libera di ignorare bellamente ciò che non ti serve. Infine, tendo a focalizzarmi nei dettagli unici che si ripetono in diverse storie, qualora ci fosse un'impronta lasciata da chi li scrive, volente o non. Nel tuo caso, non sono ancora certo di aver identificato le suddette impronte (anche perché non credo di aver letto non più di quattro racconti tuoi) eppure mi sento di volerne azzardare una. Ok, bando alle ciance, cominciamo... Scrivere buone storie del terrore non è per nulla semplice, e credo che ciò tu lo sappia bene visto il modo consapevole in cui dimostri di saperti destreggiare in questo campo minato. In questa storia (come in un'altra da te scritta, e mi riferisco a quella ambientata in un'aula di bambini non-morti) sono presenti dei dettagli, perlopiù riguardanti descrizioni di movimenti ed espressioni, che risaltano molto nel testo. Rischierei di risultare superficiale se dicessi che in mancanza di ciò tutto il restante diverrebbe anonimo, e lungi da me sminuire l'atmosfera evocativa ben scritta che, dall'inizio, si dipana via via per quasi tutta la storia... Però sì, è alla fine, quando quel piccolo demonietto osserva il fratello con tanto di sorrisetto, che tutto ciò che è venuto prima esplode in tutta la sua potenza. Giusto per non perdermi in svariate digressioni, giustifico un attimo l'analogia poc'anzi citata; ciò che più mi è rimasto impresso del racconto sugli zombie è stato proprio l'insieme di tutti quei movimenti di corpi, teste cadenti, e nuche spappolate (vado a memoria, potrei aver citato erroneamente ma il concetto credo sia chiaro) che, nel modo in cui lo descrivevi, riusciva a trasmettermi quell'inquietudine che cerco quando leggo una storia dell'orrore. Eppure, ti dirò, le storie che racconti (ovviamente faccio sempre riferimento alle due prese in considerazione) sono molto semplici, ed è notevole il modo in cui tu riesca ad arricchirle tramite queste immagini. Ecco, per l'appunto, l'impronta di cui parlavo. Non so gli altri, ma io quel sorrisetto l'ho proprio visto in quel neonato; malvagio e capace di deformarne il volto rendendolo quasi adulto... Brrr ( : Ora, per quanto concerne il lunghissimo preambolo prima del finale (che poi è quasi tutto il racconto) avrei da dire un po' di cosette... Lo stile da te adottato è limpido nelle intenzioni; è quasi biblico l'inizio della storia, che ben si allinea al titolo scelto, e molte frasi e descrizioni sembrano quasi voler raccontare la nascita di un demone o di un'entità particolare. Nonostante ciò, e col senno di poi, credo possa essere considerato un pregio il fatto che il lettore infine non si senta tradito dal testo, in quanto tutto coincide metaforicamente con il plot twist finale; dunque il buio, il tempo che non esiste, la lotta col fratello e via discorrendo... Ma, e qui vado a focalizzarmi con l'unico reale difetto del testo (chiaramente per me), ciò è risultato essere una lama a doppio taglio. Nonostante il linguaggio adottato, credo che la metafora, in quanto tale, si tradisca un po' troppo... Sarò onesto nel dirti che avevo capito fin da subito quale sarebbe stata la rivelazione alla fine, e ciò è un peccato. Secondo il mio discutibilissimo giudizio, avrebbe giovato un'introduzione un po' meno "didascalica" nelle metafore, un po' meno a favore del lettore. Ecco, questo è uno di quei casi in cui un senso di perdizione, durante la lettura, non avrebbe guastato affatto. Ma, anche lì, non è mica facile, me ne rendo conto. Ancor di più, dunque, ribadisco la bontà del finale, in quanto è riuscito da solo (grazie alla tua abilità nel creare immagini potenti pur nella loro semplicità) a dissipare quel pregiudizio che inizialmente ho provato durante la lettura. Comunque, in definitiva, il racconto funziona alla grande, punto. Per non parlare della buonissima scrittura. Dunque, brava. Concludo il commento con un paio di noiose osservazioni su alcune frasi che vorrei fare: Ok, qui mi rendo conto di risultare antipatico, però devo ammettere che avrei preferito non ci fosse stata questa introduzione. Credo che sia un problema mio, in quanto tendo a percepire come stucchevoli questo tipo di introduzioni un po' poetiche un po' che fungono da sinossi. Ecco un altro esempio di come, con semplici descrizioni, riesci a infondere di orrore un'immagine già di per sé disturbante: quel puntare i piedi sulla morbida faccia è davvero impattante come immagine. Ok, tutto qui, credo di aver detto tutto quello che volevo esprimere. Spero che, tra tutte le cavolate che ho scritto, qualcosa possa in realtà risultarti utile. Un saluto.
  4. Rhomer

    Jukebox

  5. Rhomer

    L'ultimo film che avete visto

    Ieri ho visto un film sorprendente, ovvero Storia di un fantasma (A ghost story). Lo è stato in quanto si presenta con una tematica bistrattata per poi mostrare il vero volto nel giro di pochi attimi, offrendo un'esperienza per nulla scontata. Non voglio rivelare nulla della pellicola, per me è stata una continua scoperta proprio perché ero all'oscuro di tutto. Le tematiche sono profonde e universali; il tempo e la morte sono i veri protagonisti, ineluttabili e terribili, si manifestano a ogni frame lasciando lo spettatore senza via di scampo, proprio come il protagonista. Infine, ci tengo a precisare che non si tratta di un horror. Che altro dire, ve lo consiglio. Ah, sì, è stato sorprendente anche per un altro motivo: l'ho scoperto grazie a Netflix... A quanto pare, qualche volta, sbuca fuori qualche gioiellino anche da lì. Qui il trailer:
  6. Rhomer

    [MI 140] Libertà

    Ciao, @Edu . Il tuo racconto mi ha conquistato fin dalla prima frase, e il resto non mi ha deluso affatto. Nella tua storia, Nello e il rugby divengono paradigma di una condizione sociale che può essere davvero compresa solo da chi certi quartieri li ha vissuti, o comunque in generale è così. Di rugby ne so poco e niente, eppure la funzione simbolica che assume nella tua storia mi ha investito in pieno. In questo caso, il completo nero del Rugby Libertà rappresenta uno spirito indomabile e violento, ma non necessariamente marcio. Molti Nello sono riusciti a non farsi risucchiare dal vortice di miseria e bestialità, magari grazie a uno sport appunto, o grazie a un amico. Va beh, tutte ovvietà, queste, che invece tu hai saputo raccontare con delicatezza e stile. E' sempre un piacere leggerti, un saluto.
  7. Rhomer

    Taxi writer - Off topic

    Mi accodo ai complimenti. Spero vivamente di riuscire a partecipare, l'idea di rovinare continuare le storie altrui mi stuzzica non poco.
  8. Rhomer

    Tripofobia

    Ciao, @Pincopalla ( Pink 'o Palla ( : ) grazie mille per essere passata e avermi dato il tuo parere, e soprattutto per l'attenzione che hai dedicato al testo. Alle volte penso che non sia un bene quando bisogna rileggere più volte una storia per poterla comprendere al meglio. Ma comunque credo dipenda dai gusti e dai casi, nel caso specifico in questione non lo ritengo un problema, anzi. Per quanto concerne i contenuti trattati, ero consapevole del fatto che non avrei incontrato i gusti di tutti, ma sono ugualmente contento che tu sia riuscita a trovare degli aspetti convincenti. Dunque che dire, grazie davvero. Ah, sì, riguardo alla descrizione del protagonista, faccio un mea culpa e non solo; anche in altri racconti tendo a tralasciare ciò... Non ti so dire perché, non è una scelta realmente ponderata, ma per spezzare una lancia a mio favore credo che ciò possa favorire l'immedesimazione durante la lettura, non so. Alla prossima! ( :
  9. Rhomer

    Tripofobia

    quell'investita non lo afferro bene: nel senso che gli si vede in faccia l'abuso di droghe? la faccia ne è deformata? Sì, una cosa del genere, di sicuro non un bello spettacolo ( : macché, anzi credo di condividerle quasi tutte, ne terrò sicuramente conto Infatti ne sono all'oscuro, prendo appunti! @Befana Profana ti ringrazio per aver letto e aver commentato. Questa è una storia un po' "oscura" in quanto la tematica trattata non è esattamente semplice, mi fa piacere dunque ricevere un feedback positivo, davvero. Grazie per le pulci, sempre ben accette, come sai. Un saluto. ( :
  10. Rhomer

    Addio, pagliaccio.

    Ciao, @Superfrancy .Ciò che più mi ha affascinato e attratto del racconto è stato il disfacimento fisico del pagliaccio; il trucco lavato dalla pioggia, le scarpe che si aprono, fino al finale. L'idea di (non)raccontare una dissoluzione psicologica, dunque sostituendola con descrizioni fisiche, l'ho trovata suggestiva nonché esaustiva. Proprio per ciò mi sento di consigliare l'eliminazione di due parole che vanno a scontrarsi con la bella sensazione che riesce a scatenare la lettura di questo testo, ovvero: Bello, mi è piaciuto molto. A rileggerti.
  11. Rhomer

    [MI 138] L'ombra dei suoni

    @Ton , penso tu abbia scritto un bellissimo racconto. Mi piace il contenuto, ma soprattutto il modo in cui l'hai trattato; la scelta del pov della bambina è ottima, il linguaggio è intimo, pregno di digressioni, e quasi subito ho empatizzato con lei. Si sente il forte legame che ha col padre, è vivido. Infine, il finale l'ho percepito malinconico e commovente; il silenzio è relativo, non credo ci sia altro da aggiungere, è chiaro secondo me. Non l'ho trovata una lettura ostica, per nulla. Mi è piaciuto nella sua totalità a parte un paio di scivoloni che ti faccio presente. Nulla di che, sia chiaro, però mi hanno distratto durante la lettura: Qui è come se ti fossi intromesso durante la lettura e mi avessi spiegato qualcosa che per me era chiara fin da subito. Suona come una giustificazione e, inevitabilmente, porti il lettore a interrogarsi sulla buona riuscita del linguaggio strano utilizzato dalla protagonista. Da tagliare, secondo me. anche qui, 'sto "difronte" che poi riutilizzi suona come un indizio. E logicamente stona se paragonato ad altre frasi ben costruite. Va beh, tutto qui, bravo. ( :
  12. Rhomer

    Tripofobia

    Grazie, @flambar , sono contento che ti sia piaciuto. ( :
  13. Rhomer

    Jukebox

  14. Rhomer

    Tripofobia

    Ciao, @L@ur@ e grazie mille per le belle parole. Sì, diciamo che il racconto può essere percepito come una storia onirica, soprattutto nel finale. Ho sviluppato la storia sulla tematica della Chaos Magic (una forma di magia nata in Inghilterra tra le più praticate ad oggi), e dunque in svariati punti può risultare sfuggente. Ho provato a "spiegare" nel contesto della narrativa un po' in cosa dovrebbe consistere, ma non volevo risultare troppo didascalico in tal senso. Grazie ancora, un saluto.
  15. Rhomer

    [MI 137] Il ristorante

    Di tutto il racconto, questa scena è quella che ho preferito. L'ho trovata grottesca, sinistra. Da sola mi ha fatto rivalutare l'intero testo, come se ancora mancasse quella "scintilla". Molto potente, brava. Meno interessante, secondo me, è il finale da fantasma che parla con tanto di plot twist annesso. Brutale è brutale, sì, però mi ha fatto uscire dall'atmosfera, non so bene il perché. Francamente parlando a me bastava la scena citata prima, ma sono uno dai gusti strani. Il tuo testo, comunque, lo trovo ben scritto e pieno di sfumature, queste ultime riconoscibili ormai nel tuo stile che, come ho già detto altre volte, apprezzo molto. Alla prossima, @L@ur@
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