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Jotaro88

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  1. Jotaro88

    Venne dallo spazio

    Ciao @zorrozagni e @Roy, grazie dei vostri commenti. Questo è un racconto che scrissi circa tre anni fa, il primissimo che io abbia mai scritto. Nel frattempo sono andato avanti, ho scritto altre cose e ho preso più consapevolezza della mia scrittura. Nel rileggermi, avevo già individuato un paio di problemi, però mi riesce ancora difficile leggermi con obiettività e individuare esattamente dove concentrarmi per migliorare. Le vostre osservazioni mi sono dunque molto utili. Ancora grazie!
  2. Jotaro88

    Venne dallo spazio

    “Scusi, questa è una biblioteca?” È un uomo sulla quarantina, o forse un trentino molto, molto trascurato. Porta un taglio di capelli corto, giovanile, che stona con il complesso della sua persona. Occhi azzurri, fronte larga, moro. Indossa una tuta, una di quelle che si comprano per pochi soldi al mercato. La parte superiore dell’indumento proprio non riesce a nascondere la pancia prominente dell’uomo. È uno dei tanti altri che vedo in giro in questa città, né più né meno. Tuttavia, quest’uomo, davanti a una biblioteca, con tanto di cartello “Biblioteca”, mi chiede se quest’edificio davanti a noi due sia una biblioteca. “Tu che dici?” “Ma possono entrare anche le persone normali?” Quello che all’inizio mi sembra uno scherzo, una presa in giro, cercando con gli occhi il gruppetto di amici suoi che se la ridevano nell’osservare la mia reazione, quell’intuizione spontanea e scontata mi muore nel vedere la sua faccia seria. Chiede davvero se in quella biblioteca possano entrare anche persone normali. “Secondo me sì, è una biblioteca per studenti ma di entrare puoi entrare. Al massimo non ti fanno prendere in prestito i libri.” “Io ho solo bisogno di una biblioteca.” Entra. Io resto lì, a cercare di capire. Mi avevano avvertito, arrivato in questa città, che il centro storico pullula di leggende, di persone strane e ambigue. Ne avevo già incontrate per strada, ma un incontro così diretto non l’avevo mai avuto. Senza rimuginarci ancora più di tanto entro anch’io. In fondo, avevo da fare quella mattina, in biblioteca. Mi domando, mentre brancolo tra le pareti fitte di libri, come un tesoro del genere possa essere lasciato così, allo sbaraglio. Volumi su volumi su scaffali vecchi, forse antichi quanto il palazzo stesso. Lo spazio tra di essi è misero, e per via della mia stazza mi muovo con grande difficoltà tra letteratura americana del secolo scorso e filosofia tedesca di fine Settecento. È pure buio, tanto buio, e per cercare i libri di cui ho bisogno devo farmi luce con il cellulare. Penso che sarebbe stato molto più consono stare lì con una candela, ma avrei potuto dar fuoco a tutto con un semplice gesto sbadato. Trovato quello che mi serviva, vado al banco prestiti. Non c’è nessuno. Lì ad aspettare con me un signore, anziano, con i capelli bianchi e arruffati. Il naso è estremamente sporgente. “Lei sta aspettando di prendere in prestito iiiiiiiiihhhh.” “Sì, aspetto anche io,” dico con leggera indifferenza al suono emesso a chiusura della sua frase. “Anche io, e pensare che vado pure di fretta iiiiiiiiihhhh”. (Faccio un passo indietro) “Che cosa prende di bello? Io un volume di Hans Magnus Ezensberger, una raccolta di liriche iiiiiiiiihhhh.” Mi domando se questo sia il risultato ultimo dello studio matto e disperatissimo di cui tutti parlano. Forse è arrivato il momento di smetterla. “Fa sempre bene vedere facce nuove in questa biblioteca. Sarà sulla bocca di tutti, qua ci conosciamo tutti sa iiiiiiiiihhhh.” Faccio un ulteriore passo indietro, domandomi se quell’ultimo suono faccia parte della desinenza del verbo o del suo tic vocale. “È stato proprio un piacere parlare con lei, ma devo andare, lo prendo la prossima volta, magari” e mi maledico subito per aver terminato la frase con una parola che finisce in -i. “Ma, ma...” dice lui, ma io mi giro e me ne vado. Decido di riportare io stesso i libri a loro posto. Anche se sembrano messi alla rinfusa e senza nessuna catalogazione specifica, sono convinto che loro hanno un posto ben preciso in questa biblioteca, e io devo rimetterli dove li ho trovati. Ovviamente, incontro di nuovo lo stralunato di prima. Guarda i libri come se non li capisse. Li prende, li sfoglia, li odora. Davanti a me ne prende un altro, lo apre in mezzo e lo lecca, con curiosità. Al che, guardando il mio volto atterrito, mi dice: “Non capisco proprio come si possa tenere il sapere umano in un mucchio di pagine grafiche. Mi hanno detto che in queste biblioteche c’è tutto lo scibile o buona parte di esso. Ma io non ci credo: dove sono tutti, allora? Se la preziosa conoscienza si trova qui, in questo luogo, perché non c’è nessuno a impossessarsene? E come funzionano questi cosi, poi? Come si accendono?” Lo guardo sempre più basito mentre studia, gira e rigira il libro che ha in mano. “Noi usiamo dei semplici aggiornamenti, al massimo quando andiamo in palla sostituiamo il chip. Se riusciamo a recuperare i saperi bene, sennò quelli di base sono sempre garantiti. Poi se hai l’account legato al grande cloud recuperi tutto. Non hai bisogno di chissà chi o di usare questi libri, che mi hanno spiegato sono pure complicati. Ma non si collegano tramite USB?” Ma di cosa s’è fatto questo? “Senta, mettiamo pure che è come dice lei,” (ma perché mi metto a discutere con lui? E perché gli sto dando del lei, adesso?) “che è meglio avere dei chip in testa dove caricare tutto. Ma a che vale? Il bello del sapere dove sta? Io qui lo vedo, ha un suo corpo, una sua dimensione, per me è tangibile qui, in biblioteca, dove i libri stanno tutti insieme e non rappresentano che una parte minima dello scibile umano. E poi questa cosa della conoscenza accessibile random, datoci in maniera così, acritica, a che serve? Secondo me, siamo pure noi ad arricchire il sapere mentre lo acquisiamo, e i libri della biblioteca per questo motivo sono ancora più speciali, perché quando li leggiamo, li portiamo in giro, li teniamo in mano, li stringiamo a noi, ecco, ho come la sensazione che diventino ancora più densi. E se qualcuno mi chiede del flusso di coscienza di Joyce gli saprò raccontare di quelle pagine finali dell'Ulisse, mentre una parte del mio cervello andrà a ripescare il libro da cui ho appreso quei pensieri, rivivendo quel giorno a mare e la frustrazione del non capire. E tu credi che un freddo file possa avere questo tipo di informazioni?” “Mah, non so che dirti. Da dove vengo io le cose sono molto più semplici. Uno fa soldi, compra l'update, aumenta i segmenti di distanza con i contatti dei primi livelli, fa carriera, fino a che non gli viene data una casa ai piani alti. Qua tu mi parli di piacere del sapere, e mi hanno pure spiegato che puoi possedere il contenuto di una biblioteca dentro di te, ma che se non conosci le persone giuste non sarai mai uno importante. Che alla fine, qui non sembra tanto diverso da dove vengo io; forse da noi è più sistematizzata, la cosa.” “Lei come si chiama?” “Erberto.” “Bene Erberto, io non so di quali droghe lei faccia uso e non so neanche da dove venga, ma mi sembra che il suo sia un mondo orrendo, in cui non vorrei vivere. Arrivederci.” Poso i libri e me ne vado, senza guardare la sua reazione. Quando mi toccano le cose a cui tengo divento una bestia. All'uscita il sole mi acceca e ciò mi rende d’improvviso consapevole del fatto che non c'è mai fine al peggio, che le cose le apprezziamo solo quando non ce le abbiamo più, e tutta una sferzata di modi di dire che uno tira fuori quando non sa come tirare avanti la conversazione. O forse quando non ha proprietà di linguaggio o un grande deficit linguistico. In realtà, penso davvero che a confronto con quella descrizione il nostro mondo, persino in una città così piena di contraddizioni e nonsensecome questa in cui vivo, sembra quasi accettabile. Perché pensare di vivere in un mondo dove tutti sono schiavi dei dispositivi, dove la conoscenza è un mero contenitore di informazioni pieno ma allo stesso tempo vuoto, senza contrasti, mi fa schifo, mi fa passare la voglia di fare tutto. Attraversando le strette arterie della città, dove il sole penetra appena tra gli aguzzi palazzi che sembrano quasi quelle famose rette che tendono all'infinito e che prima o poi si toccheranno, nella mia testa ringrazio quello strano signore. Me lo vedo di nuovo, con quella tuta anonima. E mi sorprendo di me stesso: mi ero tanto arrabbiato per aver messo in discussione i miei amati libri, da non aver notato che questo tizio non aveva le pupille. E non aveva nemmeno le labbra.
  3. Jotaro88

    [FdI 2019-1] Amore e Psiche

    Ciao @Ton, come promesso, trovo il tempo per leggerti e commentarti. Comincio subito con il dire che sì, abbiamo due stili molto diversi. Rispetto alle mie, le tue frasi si allungano e prendono il tempo che meritano, dilatandosi. Hai una prosa molto più descrittiva e densa. Vado ora sul racconto. Premetto che non sono un grande fan della Francia: adoro il loro cinema e i loro formaggi, ma penso che non ambienterei mai un racconto o un libro in quel paese in primo luogo perché non l’ho mai “vissuto”; in secondo luogo, per il motivo di cui sopra. Questo mio limite, lo ammetto, non mi ha fatto immergere subito nella narrazione. Però lo leggo, e mi colpisce con una frase: Ho vissuto per un paio di anni a Torino, durante l’università, e conosco bene quella chiesa. È stato questo paragone ad avermi catturato e ad avermi fatto proseguire con il resto del racconto, che infatti non mi delude e continua nominando il marmo nero, quello che colpisce tutti, in quella chiesa. Dal ritorno a Parigi fino alla fine, la narrazione mi pare un po’ più accelerata. Da un lato, ho pensato, perché non rimaneva molto altro da dire: il protagonista ha superato le difficoltà legate a quel periodo della sua vita e questo è quel che ne rimane; dall’altro, in quest’ultima parte c’è la poesia a fare da contrappeso e da fungere da madeleine proustiana (per restare in tema Francia ) e a riportarci indietro a qualche paragrafo fa. L’equilibrio del testo viene dunque bilanciato dalla lirica. Il racconto mi è piaciuto, tempi ben scanditi (nonostante la riflessione sull’ultima parte) e protagonisti credibili e veritieri (ahimè, purtroppo donne fin troppo reali ) Questo racconto mi serve anche per riflettere sul discorso che facevamo sulla prima persona, dato che anche tu, qui, l’hai usata. Non so se tra queste parole ci sia del tuo vissuto, ma sembrerebbe di sì, almeno in parte. Se no, sei stato bravo a staccarti e a immedesimarti nella pelle di qualcun altro e a parlare per lui. P.S. Adesso sto lasciando a “decantare” un racconto che ho finito di scrivere da poco, sempre in prima persona. Tra una settimana, quando lo andrò a riprendere, vedrò quanto sia riuscito a staccarmi, tenendo conto di quello che mi avevi fatto notare.
  4. Jotaro88

    Il disincanto della globalizzazione

    @Ton "Il grande Gatsby", esempio perfetto.
  5. Jotaro88

    Il disincanto della globalizzazione

    Ciao @AndC, anche a te grazie mille del tuo dettagliato commento! Ti ringrazio anche le frasi che mi hai segnalato: sono d'accordo quasi su tutto (in particolare, concordo con la parte sui tempi: va bene che racconta alla buona, come dici tu, però mi sa che andrebbe sistemata; idem per i punti interrogativi, credo che li aggiungerò). Credo di tenere invece la congiunzione "e" nella frase "capelli corvini, lucenti, setosi" perché qui volevo ottenere una sorta di effetto particolare nella lettura a voce alta che, mettendo la congiunzione, si perde. Per quanto riguarda la questione finanziere, in realtà volevo proprio far emergere questo: lui in quel momento, nella sua lucida follia, pensa di avere capito il segreto della ragazza e sa per certo che il marito è un finanziere. È come se ogni ipotesi fosse quella vera, e dunque in quel momento lui ne è convinto. Spero di essermi spiegato bene, di sabato sera non sono proprio al massimo della forma, purtroppo Ti saluto e ancora grazie della visita la mio racconto, spero di poter leggere qualcosa di tuo appena mi è possibile
  6. Jotaro88

    Salman Rushdie a Napoli

    Buonasera! Domani c'è Salman Rushdie a Napoli al museo Madre. C'è per caso qualcuno intenzionato ad andarci?
  7. Jotaro88

    Il disincanto della globalizzazione

    Ciao @Edu, ciao @Ton, vi ringrazio davvero per i vostri commenti articolati. Fa sicuramente piacere ricevere commenti positivi sul racconto, ma fa anche altrettanto piacere ricevere delle critiche costruttive come le vostre per riflettere sulla mia scrittura e cominciare a migliorarmi. Non sono abituato a gente che legge i miei scritti in maniera così critica; finora ho fatto leggere quello che scrivo alla mia ragazza e a un paio di amici, che mi dicono sempre "bravo bravo" ma senza nessun commento di sostanza. Quindi @Edu non ti devi proprio scusare, anzi, posso essere solo contento che sia tu che @Ton abbiate speso del tempo per analizzare quello che ho scritto dal vostro punto di vista. Passo ora al racconto, cercando di rispondere a entrambi in un unico commento: come ha individuato @Ton questo per me non è un vero e proprio racconto, con un inizio e una fine, si tratta più un "divertissement", un esercizio di scrittura ispirato dalla canzone di David Bowie China Girl (di cui ho sparso qua e là qualche verso della canzone). Detto ciò, nella mia testa, quando scrivevo, non ho mai avuto intenzione di spostare l'attenzione sulla ragazza cinese, semplicemente perché davvero non sapevo chi fosse e solo alla fine ho cercato più o meno di darle un’identità ma senza darle una storia, perché una storia non c’è (o non ancora, non so se ci tornerò sopra con un altro racconto). L’attenzione (mia/del personaggio) era rivolta ai pensieri scaturiti dalla “visione” della ragazza con la padella in mano. Le vostre osservazioni mi sono state molto utili perché noto adesso (anche in altri racconti che ho scritto e che spero di postare) una tendenza a essere molto concentrato su di me, sulle mie sensazioni e di conseguenza mi rendo personaggio. Come ha detto @Edu, dovrei provare a fare quel passettino indietro e parlare delle altre persone dentro la mia testa. Finora ho sempre usato la prima persona per narrare, tranne in un altro testo più lungo che sto scrivendo, quindi cado in automatico in questa trappola. Infine, vi ringrazio anche per le frasi che mi avete segnalato, penso siano degli ottimi suggerimenti. Bene, sono molto contento della discussione, ora torno al Tardis. Buona notte! P.S. @Ton hai detto che il mio stile è molto diverso dal tuo. Non appena posso mi leggo un tuo racconto per rendermi conto della differenza e, se ti va, ne riparliamo!
  8. Jotaro88

    Il disincanto della globalizzazione

    Ciao @Poeta Zaza & @Talia, davvero grazie per i vostri commenti A presto!
  9. Jotaro88

    Te la sei fatta la foto con le scimmie?

    Rimosso! Rimosso!
  10. Jotaro88

    Infallibile (Racconti brevi in “5 punti”)

    Breve, matematico, diretto. Mi è piaciuto ma allo stesso tempo mi ha turbato. Mi ha ricordato qualcosa del realismo magico di matrice spagnola...
  11. Jotaro88

    Il disincanto della globalizzazione

    Una ragazza cinese cammina per strada con una padella in mano. «Che strano», penso, «chissà dove se ne va». La osservo meglio: è una tipica ragazza orientale, con gli occhi a mandorla e i capelli corvini, lucenti, setosi. In particolare, li tiene legati con una coda; sulla fronte, di lato, le cade un grande ciuffo, come una sorta di folta piuma nera. È pallida, penso di primo acchito, ma in realtà è la sua carnagione naturale, o almeno, così mi sembra. «Chissà dove se ne va così di gran fretta», mi ripeto, e la seguo con lo sguardo. Senza neanche accorgermene, adesso la seguo con tutto il corpo, con tutto me stesso. La bianca cinese si affretta per gli stretti vicoli della città e io, curioso e sempre più curioso, la seguo. Sicuramente, penso, al ristorante dove lavora si sarà rotta la padella e l’avranno mandata a comprarne una. Ma dico, i ristoranti mica le comprano così nei negozi, le stoviglie, non hanno una sorta di convenzione? E poi, mica hanno a disposizione solo una padella, ne avranno sicuramente delle altre. Che sia un caso particolare? Una pietanza speciale che richiede una padella speciale? Un’emergenza gourmet? E hanno mandato lei perché, tra tutte le sue colleghe, è quella che parla meglio la lingua? Che non sa farsi prendere in giro dai maliziosi commercianti che vogliono solo approfittarsene? La guardo e mi sorge un dubbio: è vestita troppo bene per venire da un ristorante. Nessuna divisa, nessun grembiule, nessun abito tipico da ristorante cinese. E mi sento subito in colpa per aver pensato che ogni cinese che incontro lavori in un ristorante orientale. Dannato me. Per questioni etiche, scarto anche l’ipotesi dei negozietti di oggettistica varia, quelli dove tutto costa poco e la gente si meraviglia sempre dei prezzi a buon mercato. Dove vai, ragazza cinese, con quella padella? Svolti l’angolo e svolto anch’io. Mi fermo. Ho capito: la poveretta è venuta qui dalla Cina per scappare da una vita agra fatta di miseria e lavoro poco retribuito. Il primo italiano che ha conosciuto, un finanziere in viaggio con i suoi colleghi, l’ha accalappiato, l’ha sedotto con il suo bel fiore di loto. S’è fatta sposare e si è trasferita in Italia, dove può godere di una vita più agiata. Tuttavia, non tutto è andato secondo i piani: la triste cinesina non sapeva e non poteva sapere che l’uomo che le aveva donato la libertà era un essere manesco che si eccita solo picchiando le donne. Dopo anni e anni di sopportazioni, la derelitta non ne può più, e quando il marito la cerca per l’ennesimo amplesso, le sue dolci mani bianche prendono la prima cosa che trovano dal suo nascondiglio sotto il tavolo della cucina e lo attacca, colpendolo in testa. Si dà il caso che quell’oggetto fosse proprio una padella. Spaventata e sgomenta del suo stesso gesto, la cinesina scappa, così, sotto shock, senza neanche accorgersi di avere l’arma del delitto in mano. È così, mio bel fiore di loto, sei un’assassina letale? Ti giri, ti guardo. No, i tuoi occhi non sembrano essere macchiati del sangue di un omicidio. Allora cosa fai con quella padella in mano? Forse sei una governante arrivata da poco nel nostro bel paese, nella nostra affollata città. E tu, quando ti hanno mandato a comprare chissà cosa, hai comperato una padella per sbaglio e ora te ne vai in giro per la città, vestita di tutto punto, con quell’affare curioso in mano. «Ehi, tu, ragazza di Cina!» Ho detto davvero “Ragazza di Cina?” Siamo davanti alla stazione della metropolitana e non voglio perderla. Voglio accudirla, voglio insegnarle i nostri costumi: i lunghi pranzi della domenica, la gioia del caffè espresso, le gite al mare... Sarò un disastro senza la mia piccola ragazza cinese, che quando sarò eccitato mi dirà: «shhh, chiudi la bocca.» Mi dirà... «Innanzitutto non so’ cinese ma de Civitavecchia. Che voi?» Mi spiazza. «Ma la padella...» «Guarda, nun me ce fa pensà. L’avevo comprata ar supermercato che c’era l’offerta e me la so’ dimenticata. 30 euri. Mi marito me feceva er... Senti, ma che voi, eh? Devo tornà da mi zio che m’aspetta, te saluto.» Grazie, ragazza cinese, con te ho appreso un’importante lezione questa sera. Il disincanto della globalizzazione.
  12. Jotaro88

    Te la sei fatta la foto con le scimmie?

    Ciao @Edu, questo è il mio primo commento (mi sono iscritto da poco). Scorrendo tra i vari titoli nella sezione racconti, non potevo non fermarmi ad aprire un racconto con un titolo così. La prima cosa, dunque, che mi ha colpito è stato proprio il titolo: mette curiosità. Non ho avuto nessuna difficoltà a entrare nel racconto, è scritto bene e scorre giù dritto fino alla fine. È stato semplice anche entrare nel vivo della narrazione e riconoscere il tema, dato che questa che descrivi è una situazione che mi è molto familiare. Mi ritrovo molto nei personaggi, in quanto anch’io ho vissuto (e vivo) fuori dal paese in cui sono nato e un po’ mi rivedo in Alberto, l’amico che va e viene tutto il tempo (ce n’è uno in ogni gruppo). In generale, dunque, i personaggi li ho trovati molto veritieri e credibili. Quello che mi è piaciuto di più è la contemporaneità del racconto: mi è sembrato uno studio sull’amicizia ai giorni nostri, dove purtroppo si soffre dell’ansia del “riuscire” a qualsiasi costo mentre allo stesso tempo si deve fare i conti con la durezza della vita (fare un lavoro che non piace per tirare avanti; il padre che si ammala ecc). Infine, come hanno già notato gli altri, hai saputo rendere bene, con leggerezza, dei temi che in realtà, se si guarda bene, sono tutt’altro che leggeri. La battuta che chiude il racconto, infine, mi ha dato un senso di completezza, di chiusura del cerchio. Chapeau!
  13. Jotaro88

    "Please allow me to introduce myself..."

    Ahah Sì, dormo anche, ultimamente anche troppo. Sono indietro con la tabella di marcia. A presto e grazie per il commento!
  14. Jotaro88

    "Please allow me to introduce myself..."

    Grazie mille per il benvenuto e soprattutto per i link! Leggerò il regolamento, anche se l'infrazione a primo post sembra diventato quasi un rituale (spero propizio).
  15. Jotaro88

    "Please allow me to introduce myself..."

    Buonasera a tutti, mi chiamo Giovanni, ho 31 anni e sono uno scrittore "wanna be". Sono laureato in lingue e letterature (tedesco, inglese e spagnolo) e al momento sto facendo un dottorato in Germanistica (senza borsa, per cui devo contestualmente lavorare per mantenermi). Di notte, quando tutto tace e riesco a trovare uno spiraglio di tempo tra lavoro e studio, traduco fumetti. Tuttavia, in questi ultimi mesi mi sono spogliato momentaneamente delle mie vesti di traduttore per prendere in mano la mia cara penna stilografica e ricominciare a scrivere, attività per cui non trovavo più tempo. Finora ho pubblicato un racconto in una raccolta edito dalla casa editrice *EDITATO DALLO STAFF*; un altro verrà pubblicato quest'anno da parte di un'associazione di un mio ex collega. Sono appassionato di letteratura straniera, soprattutto inglese (John Fowles, McEwan), tedesca (Ransmayr, Müller), giapponese (Murakami, Kawakami) e spagnola (Marías). Leggo (e scrivo) anche poesie, ma non quanto vorrei. Infine, amo il fantasy e la fantascienza, i libri con cui ho cominciato la mia carriera da lettore. Ho trovato questo forum per caso, mentre cercavo informazioni varie su case editrici e concorsi. Mi sembra un'idea grandiosa. Spero di poter avere spunti da tutti voi, di potervi conoscere, leggere e spero anche di farvi leggere qualcosa di mio... "So, good night unto you all./Give me your hands, if we be friends,/And Robin shall restore amends."
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