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Lo scrittore incolore

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Lo scrittore incolore ha vinto il 25 marzo 2017

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Reputazione Forum

616 Magnifico

Su Lo scrittore incolore

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    Scrittore
  • Compleanno 17/06/1990

Informazioni Profilo

  • Provenienza
    Terracina
  • Interessi
    Vari ed eventuali

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7.074 visite nel profilo
  1. Lo scrittore incolore

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 115 Off topic

    Che cosa ho combinato?
  2. Lo scrittore incolore

    [MI115] Arte maschia

    Ciao Kuno! Ho fatto ruotare tutto intorno al gioco di parole "mostra d'arte femmina" e "mostro d'arte maschio", che in questo caso è pure misogino e odia le opere d'arte femminili, quindi dà di matto
  3. Lo scrittore incolore

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 115 Topic ufficiale

    prompt di mezzogiorno.
  4. Lo scrittore incolore

    [MI115] Arte maschia

    Commento Traccia di mezzogiorno Una volta ci hanno provato con un quadro di un certo Gauguin, che raffigurava due hawaiane. Forse non erano hawaiane, ma poco importa. Erano donne, per giunta in abiti succinti e io ho protestato. Miseriaccia se ho protestato. Il curatore attaccava la cornice al chiodo e io la facevo venire giù. Uno, due, tre, quattro, ventisette volte, ma niente. Non c’era verso che permettessi una cosa del genere. Alla fine ha dovuto rinunciare e ha poggiato il quadro in disparte, su una sedia a cui nessuno ha dato importanza. Un’altra volta è stato un po’ più complicato. Hanno portato una statua di Atena, di non so quale scultore greco antico. Devo dire che c’era talmente tanta fierezza femminile in quel marmo, che per un momento ho vacillato. Ma no, anche questo era inammissibile. Passi un gruppo scultoreo misto, un Amore e Psiche per esempio, in cui la parte maschile è ben presente, ma donne sole non esiste. Allora ho singhiozzato un po’, fino a far inarcare il parquet nel punto in cui avevano poggiato la statua di Atena. Singhiozza che ti singhiozza, alla fine la statua una notte è venuta giù e si è sbreccata la faccia e lo scudo. Il curatore fra mille bestemmie e insulti si è visto costretto a rimuoverla e sono tornato a respirare. Il mese scorso però me la sono davvero vista brutta. Ho pensato che fosse davvero la fine per il mio onore. Il curatore ha organizzato un’esibizione dal vivo. Un’istallazione di ballerine del ventre portava in scena “Culture e tradizioni dell’area subsahariana”. Ho cominciato ad avere le palpitazioni. Come potevo reggere il peso di tante donne, per giunta in atteggiamenti provocanti? Le contavo e sudavo freddo. Tredici femmine. Di bell’aspetto devo dire. Sensuali a dir poco, per carità. Ma non poteva proprio essere. Ho cominciato a far spalancare le finestre, a far battere le ante delle persiane contro il muro esterno. A fare qualunque cosa le potesse far fuggire a gambe levate. Ma quelle non sembravano nemmeno interessate a me. Facevano la loro esibizione, sempre più sensuale, sempre più frenetica, sempre più femmina. Non vi posso dire quanto io le abbia schifate. A parole mi risulta impossibile. Poi un giorno, quando il fastidio era ormai al colmo, ecco l’idea. Dovevo far scoppiare uno scandalo sessuale. Ci avrei rimesso il curatore, di cui non potevo davvero lamentarmi, a essere sincero, ma non mi rimaneva altra scelta. Sudando sempre più la notte successiva, fui in grado di far colare la pittura dei quadri lungo le pareti e comporre così una scritta nella lingua degli umani: «Mi sono fatto metà squadra di ballerine del ventre. Firmato il curatore.» Il mattino dopo fu il putiferio. Quelle se ne andarono indispettite e Norberto, così si chiamava colui che si era occupato di me per molti anni, venne cacciato a pedate nel sedere. Finalmente ero libero da donnicciole e donnacce, da estrogeno e progesterone. Perché io non sono una mostra d’arte, sono un mostro d’arte e le femmine non posso soffrirle. Potevo dunque tornare a respirare con calma e a vivere la mia vita da misogino. O così pensavo. Non potete capire il mio dolore quando questa mattina dalla porta principale è entrata una trentenne con i capelli ondulati e un vestitino elegante di raso nero. Un uomo le mostrava le mie stanze e con voce squillante le ha detto: «Venga, Cassandra, le voglio far vedere i locali. Sono sicuro che sarà una straordinaria curatrice.»
  5. Lo scrittore incolore

    Cometa

    Ciao! Una poesia coraggiosa, non c'è che dire. Perché poesia non è, ma proprio per questo mi piace. Perché viene pesantemente fuori dagli schemi a livello formale e punta più sulla musicalità e le tematiche che sulle rime e il verso puro. C'è quantomeno un'anafora di "Nelle" e sue variazioni, se proprio vogliamo restare nell'area poetica, ma qui si tratta di altro. È un frammento forte, perché in un pugno di righe riassume una vita. Una vita e mezza direi, perché c'è spazio anche per riflettere su come questa vita abbia influito sulla vita di qualcun altro che forse amava, forse no. Il tema centrale è la ciclicità (molto bella l'immagine della bava di lumaca). C'è però anche reincarnazione ed entropia. Siamo polvere e polvere torneremo, ma forse siamo energia vitale che verrà riorganizzata in altro, magari proprio in bava di lumaca. Una poesia coraggiosa, mi ripeto, perché è anticonvenzionale e prova a condensare cose grosse in uno spazio piccolissimo. Doppia dose di complimenti da parte mia dunque, perché l'esperimento (se di esperimento si tratta) è riuscito benissimo.
  6. Lo scrittore incolore

    Prevenire è meglio che curare

    Ciao! Grazie per il passaggio e gli accorgimenti! Speravo fosse un'idea nuova in quel filone! Spero di stupirti la prossima volta
  7. Lo scrittore incolore

    Prevenire è meglio che curare

    commento Per quanti anni lo hanno sottovalutato? Per quanto tempo si sono detti che un giorno avrebbero scoperto una cura? In fondo qualcuno si salvava con la chemio. Tornava alla vita di tutti i giorni e cosa gli restava? Una pessima esperienza e un grande spavento. Altri invece no. Morivano o subito, lasciando la famiglia in un dolore immediato, o guarivano, dando l’impressione di avercela fatta, per poi riammalarsi, lasciando la famiglia in un dolore digerito e ancora più scuro. Come facevano a continuare a sorridere, mentre quel mostro silente si muoveva nell’ombra? Un boia imprevedibile. Un boia da cui non puoi difenderti, perché non viene a cercarti. A un certo punto ti germoglia dentro, come la gioia, la compassione o l’empatia. Una roba che inizia astratta e finisce per ucciderti, con estrema concretezza. E loro facevano finta che non esistesse. Una ricerca qui, una lì, ma niente di concreto. In fondo chi non vedeva coinvolto sé stesso o un familiare stretto, poteva benissimo ignorare il tutto e continuare la propria esistenza. Cosa avevano da perdere a quel tempo? Nulla. Che cozza terribilmente con il tutto di adesso, ma loro non potevano sapere. Non potevano nemmeno lontanamente immaginare. Poi un giorno il cielo si è squarciato e nel placido celeste del giorno è comparsa una colossale unghiata, di un nero notturno e senza stelle. Mio padre, quando era ancora in vita, me la descriveva di tanto in tanto: sosteneva che una cosa così, una volta che l’hai vista, non puoi più dimenticarla. «Dalla lacerazione nel cielo cadde una specie di mollica rosa. Sai quando bagni il pane e la mollica si fa tutta compatta? Così. Ecco, ne cadde tanta. Tantissima. Si divise e cominciò a muoversi per le strade di tutto il mondo, come un verme. Milioni di vermi alla ricerca delle loro prede, cioè noi.» Chiudeva sempre con quel “cioè noi”, quando raccontava la storia del primo contatto. Non voleva certo dare enfasi a quella che sarebbe stata poi riconosciuta da tutti come la fine dell’umanità. Era semplicemente un modo realista di affrontare la cosa. Si scoprì che la “mollica rosa” era senziente ed era arrivata sulla Terra con un preciso scopo: riunirsi alle sentinelle, inviate in avanscoperta millenni prima sul pianeta. Quelle erano molliche primitive e parassite, non in grado di sopravvivere fuori da un corpo umano. Erano state loro a causare il cancro, come l’aveva conosciuto l’umanità fino alla generazione di mio nonno. «Gastone, stai sempre a pensare. Guardi fuori dalla finestra e pensi. Cos’avrai da pensare in questo mare di merda? Devi fare tu il turno di guardia dall’una alle quattro?» «Sì, sta a me.» «E cerca di concentra-Ah! Cazzo!» «Tutto ok?!» «Sì, tranquillo. Queste fitte si fanno sempre più lancinanti, ma è ok. Sto bene ora. Buonanotte.» «Buonanotte.» Saluto il capo del mio reparto con un gesto rapido della mano destra, che fa tintinnare l’ago cannula sul mio polso. La uso per la chemio da due mesi ormai, quando uno dei vermoni è entrato nella nostra zona, durante la mia ronda. Mi si è attaccato alla bocca e mi ha instillato un tumore ai polmoni. I miei compagni l’hanno tirato via, prima che fosse troppo tardi e arrivassero anche le metastasi, ma ormai il mio sistema respiratorio era compromesso. Nonostante tutto sono quello che se la passa meglio nell’hangar. C’è Clotilde che ha metà colon compromesso e che convive con una colonstomia da sei mesi, cercando di sorridere ogni volta che svuota la sacca. C’è Demetrio, il capo con cui ho appena parlato, a cui uno dei vermoni ha letteralmente masticato la testa per dieci minuti, prima che riuscissero a dividerli. Il tumore al cervello che ne è scaturito sembrava essere funesto. Doveva esserlo. Invece gliel’hanno asportato in toto e ciò che è rimasto della sua massa cerebrale, non l’ha trasformato in un vegetale. Ha una cicatrice dietro la nuca, che ricorda il simbolo della Nike e a volte ha delle allucinazioni, ma non è cambiato di una virgola. Molti qui hanno gridato al miracolo, ma la realtà è che chirurghi e oncologi lavorano ormai a pieno regime. Ciò che aveva una medio-bassa incidenza sulla popolazione, adesso viene ad attaccarci come una bestia insaziabile e se non sei così fortunato da morire subito, vai incontro alla malattia. Ci sono più casi da studiare e la ricerca ha ritmi che non si erano mai visti. Le sovvenzioni statali stesse non si fanno più attendere e all’improvviso si trovano soldi, che prima non c’erano mai stati. La paura di una morte certa deve aver smosso parecchie coscienze. Tsss… Scatto in piedi e punto la torcia contro la finestra blindata. Vedo però soltanto il mio riflesso smagrito, con la testa calva e le sopracciglia ormai assenti. Sono sicuro di aver sentito il verso di un vermone. Devo suonare l’allarme. E se mi fossi sbagliato? Sì, era il vento. No, mi sta guardando. Sento i suoi cazzo di occhi addosso. «Dove sei, figlio di puttana?» Tsss… «Sei dentro o fuori? Non ho paura di te! Mi hai già attaccato una volta e sono sopravvis-» Mi blocco. L’ho visto. È fuori. Il problema è che non è solo. Ce n’è un altro al suo fianco. Altri due sono sulla destra del mio campo visivo. Uno scende dall’alto e fa scorrere il flaccido ventre di “mollica” sulla finestra. «Non è stupenda Londra, in Autunno, Judith?» C’è Demetrio a fianco a me. Ha gli occhi vacui ed è nel pieno di un’allucinazione. Mi faccio il segno della croce. Poi lo abbraccio. Una lacrima mi scende sulla guancia destra.
  8. Lo scrittore incolore

    The tube

    Una poesia che mi ha colpito per gli argomenti e per il modo in cui l'hai trattati. C'è una riflessione amara sul nuovo corso digitale dell'umanità, che non lascia scampo. Il mezzo ci ha così plagiato le anime, da non poterne più uscire fuori. Questo verso presuppone una cultura importante per essere capito e l'ho apprezzato moltissimo. La religione non ha più alcun senso. Il laicismo spietato di internet ha superato ogni tipo di credenza, di tradizione popolare. Anche questo verso mi ha colpito. Cosa c'è di più moderno e progressista di quel ronzio che viene dal salotto e non ci fa mai dimenticare di cosa siamo diventati? Dove sono i Sapiens che cacciavano le prede con lance e archi? Sono mai esistiti? C'è tutto un mondo di bit in cui sono state ingabbiate le passioni ancestrali dell'uomo. Siamo ormai a un livello successivo? È internet il mezzo o lo siamo noi? Qui c'è la risposta. Abbiamo messo sull'altare un nuovo media e non abbiamo più bisogno del messia. A cosa serve un mito di un uomo che rinasce dopo tre giorni in una grotta, quando c'è un mezzo così potente? Belle tematiche e bel modo di affrontarle, davvero. Leggerò sicuramente altre tue cose.
  9. Lo scrittore incolore

    Ferragosto d'inchiostro 2017 - Seconda tappa (10 luglio - 30 luglio)

    Rica Joyopi massimopoud
  10. Lo scrittore incolore

    Il valore di ogni incontro in un'ascensore

    Innanzitutto grazie a tutti per essere passati e aver lasciato un importante feedback La narrazione voleva giocare proprio sulla dicotomia e l'opposizione forte, tutta svolta nella testa di Gina, fra la claustrofobia (la dissertazione sulla mancanza di ossigeno è come se la facesse lei per giustificarsi della propria claustrofobia, di cui si vergogna, e il narratore è interno) e la seconda parte, in cui si apre al mondo grazie a un amore casuale e va oltre le proprie paure. Sulla lunghezza maggiore concordo, perché forse avrei potuto far sviluppare meglio la narrazione, ma in fondo il mio focus era il cambiamento di Gina rispetto agli ascensori e ho sperato che funzionasse anche così Grazie a tutti, ancora una volta
  11. Lo scrittore incolore

    Il valore di ogni incontro in un'ascensore

    commento: Gina non è mai stata claustrofobica. È più un discorso relativo all’ossigeno. Se resta per un tempo degno di nota in un posto ristretto, comincia a interrogarsi su quanto gliene resti, prima di morire asfissiata. Nei piccoli ascensori questo problema si acuisce, se vogliamo. Si mette a calcolare il volume del parallelepipedo di metallo in cui si trova e cerca di essere il meno approssimativa possibile. Se è sola, tira fuori dalle tasche un piccolo righello che porta sempre con sé e si mette a misurare altezza, larghezza e lunghezza. Se è con altre persone, si affida alla propria mano destra e va di spanne, tentando di non sembrare troppo assurda. Potrebbe fare le scale, certo, ma le piace troppo mangiare e troppo poco fare esercizio fisico, quindi anche una ventina di gradini diventano uno sforzo biblico. «Ha visto che caldo? Ma è l’umidità il problema, a mio avviso» Odia quando provano a metter su una conversazione basata sul nulla. Persone che non rivedrà mai più nella vita e che pure sentono il bisogno di lasciare un segno. «Sì. È davvero atroce.» Le chiude sempre con un’affermazione che non ammetta repliche, così da poter essere lasciata in pace. Parlare, per giunta di cose inutili, è un’attività che spreca solo prezioso ossigeno. «È qui in ospedale per far visita a qualcuno? Mi sembra in perfetta salute.» «Sì, mia zia.» L’altro è un osso duro. Non si arrende e continua a fare conversazione, come se niente fosse. Mentre dava la seconda risposta lapidaria, Gina si è voltata leggermente e ha gettato uno sguardo al proprio interlocutore, con la coda dell’occhio. Un uomo a cui darebbe trent’anni, se non fosse per le bande di capelli bianchi ai lati della testa. Un uomo con un camice bianco con dei puntini verdi. Un uomo che nel pugno sinistro stringe un’asta di ferro, che sorregge una flebo. Un paziente. «La sto forse importunando?» Il compagno di viaggio ha cambiato tono. Deve aver colto, con qualche secondo di ritardo, l’insofferenza di Gina. La domanda prende però in contropiede la donna. L’altro, in fondo, ha cercato solo di essere gentile e rispondergli che sì, è stato inopportuno, le sembra un’esagerazione. «No, no. Mi scusi. È che mia zia ha avuto un’operazione abbastanza complicata e sono un po’ preoccupata. Tutto qui.» «Capisco. A me hanno dato sei mesi di vita per un tumore al cervello. Due, se torno là fuori e mi privo delle cure che mi stanno dando qui. Ho optato per quattro mesi in più in ospedale. La noia è sempre meglio della morte, no?» L’uomo ride di gusto. Gina vorrebbe imitarlo, ma le sue parole l’hanno disturbata a tal punto, che le riesce solo di abbozzare un triste sorriso. «Oh, non si rabbui. Sei mesi non sono pochi, eh. E poi passo le giornate in ascensore, dove incontro sempre nuove persone. Bisognerebbe dare più valore agli incontri, anche quelli occasionali, non trova?» Le porte di metallo si aprono. Sono giunti al nono piano. Quello dove si trova il reparto della zia di Gina. «Io, ecco. Insomma, sarei arrivata.» «Vada, vada. E porti un saluto a sua zia! Com’è che si chiama?» «Claretta.» «Gli dica che Armando Serci le augura una pronta guarigione.» Sono passati molti giorni dal primo incontro fra Gina e Armando. Zia Claretta è uscita dall’ospedale e ha recuperato perfettamente dall’isterectomia, eppure la nipote continua a recarsi all’ospedale. Prende l’ascensore per arrivare fino al nono piano e poi tornare giù con le scale. Incontra Armando tutti i giorni e ogni volta l’uomo la stupisce con una nuova curiosità o un nuovo aneddoto. Ieri le ha detto: «Lo sa che Feuerbach, un filosofo tedesco, sosteneva che “siamo ciò che mangiamo”?» Le dà ancora del “lei”, nonostante le tante chiacchierate e nonostante Gina abbia iniziato subito a dargli del “tu”. «Sì, lo conosco. Cosa volevi dirmi nel particolare?» «Che seguendo questo ragionamento, allora quei bambini africani che muoiono di inedia non sono nulla.» La donna ha sorriso a quella riflessione così curiosa, ma l’altro è rimasto impassibile. «Scusami, io…» «Stia tranquilla. L’ironia è una bella abitudine. Non la perda mai. A domani» le ha risposto quello. Poi le porte dell’ascensore si sono aperte e Gina ha salutato Armando. Ha fatto quindi finta di entrare nel reparto di ginecologia al nono piano. Oggi però sarà diverso. Dirà all’altro che si è innamorata. Come una ragazzina stupida, che non pensa alle conseguenze. Ha letto diversi articoli scientifici su internet e si è imbattuta in una cura sperimentale, che stanno portando avanti a Chicago. Vuole partire con Armando e provarci. Ha preso anche una scatola di cioccolatini al rum. Non sa se piaceranno all’altro, ma tanto vale. Le porte dell’ascensore si aprono e dell’uomo non c’è traccia. Con una certa frenesia e una brutta sensazione all’altezza della bocca dello stomaco, comincia allora a cercare sulla parete dell’ascensore il piano del reparto di oncologia. È il quinto e l’ha appena passato. Mentre preme il tasto con la freccia verso il basso, si rende conto di aver dimenticato il piccolo righello e la sensazione atroce di respirare un’aria che sta per finire, torna con prepotenza. Dopo un’infinità di secondi che sembrano essere diventati secoli, l’ascensore si blocca e inverte il proprio moto. Non appena le porte si aprono sul quinto piano, Gina si tuffa nel corridoio e corre sul pavimento rivestito di linoleum verdognolo. «Cerco Armando Serci!» chiede con un tono stridulo a un’infermiera, seduta dietro a una scrivania grigia. «È una parente? Non possiamo dare informazioni a chiunque, mi dispiace.» Un’altra donna in divisa bianca viene allora fuori da un ufficio sulla destra e lancia un’occhiataccia alla collega. «Il signor Serci ci ha lasciato questa notte, purtroppo. Se vuole può dargli l’ultimo saluto nell’obitorio al primo piano.» «Grazie» risponde Gina e vorrebbe piangere. Ha appena ringraziato la donna che le ha dato una delle notizie più infelici della sua vita. Doveva mandarla a fanculo forse, o picchiarla addirittura. E invece ha detto un “Grazie” sommesso, prima di incamminarsi di nuovo verso l’ascensore e spingere il tasto di chiamata. È di nuovo nel piccolo luogo esclusivo in cui ha conosciuto Armando e sta andando su, invece che giù in obitorio. Vuole arrivare al nono piano un’ultima volta e poi uscire per sempre dall’ospedale. Non dimenticare, ma distaccarsi. Quando le porte si aprono sul piano del reparto di ginecologia però non esce, perché un’anziana donna la anticipa e si infila nell’abitacolo. «A che piano va?» le chiede quindi quella. «Il primo, grazie.» Il meccanismo di discesa si mette allora in moto e l’ascensore comincia a scendere. Gina si lascia andare con la schiena contro la parete metallica alle proprie spalle e chiude gli occhi per un attimo. Quindi li riapre e osserva la signora davanti a sé, che le dà le spalle. «Sa cosa diceva Feuerbach, signora?»
  12. Lo scrittore incolore

    [FdI 2017-2] Passaggio per due solo andata

    Poco da dire, se non che la storia si legge con piacere e ci trascina lì, su quel gommone, a fianco a quella donna e qui inizia tutto il suo pregio. La tematica è mainstream, banale verrebbe da dire, ma il punto di vista cambia tutte le carte in tavola. Non sappiamo chi ci stia raccontando la storia e viaggiamo su un doppio binario di suspense, quello degli eventi sulla barca e quello della rivelazione di chi ci racconta la storia. Trovo questa modalità con incipit ed excipit molto complessa, perché ingabbia la narrazione in qualcosa che ha pochi modi di finire, se non quelli proposti. Il modo in cui hai ovviato a questa difficoltà è eccellente. Hai trasformato l'excipit in un colpo di scena ed era una cosa da organizzare in modo sapiente, cosa che tu hai fatto a mestiere Ci vediamo presto
  13. Lo scrittore incolore

    [FdI 2017-2] Amore precotto

    Grazie a tutti quelli che sono passati e hanno lasciato un segno Contento che questo racconto vi sia piaciuto
  14. Lo scrittore incolore

    Se mi vuoi bene non mi votare

    Quoto alla grande!
  15. Lo scrittore incolore

    [FdI 2017-2] Amore precotto

    @Vincenzo Iennaco ho messo "sottoscritto" perché narrava in prima persona, ma effettivamente suona molto strano @Macleo grazie per aver colto lo spirito dell'opera e sì, intendevo un push up
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