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Lo scrittore incolore

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Lo scrittore incolore ha vinto il 25 marzo 2017

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Reputazione Forum

600 Magnifico

Su Lo scrittore incolore

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    Scrittore
  • Compleanno 17/06/1990

Informazioni Profilo

  • Provenienza
    Terracina
  • Interessi
    Vari ed eventuali

Visite recenti

7.334 visite nel profilo
  1. Lo scrittore incolore

    [H2018] Streghe a Haiti

    Ciao! Che bello rileggerti! Ti confesso che il titolo mi ha subito colpito e mi sono gettato a capofitto nella lettura. Interessante questo racconto, ma leggermente troppo breve. C'è questa istantanea, così ricca di particolari, così ricca di dettagli sensibili, che verrebbe voglia di leggerne di più. Un saluto e perdonami il commento breve, ma voglio lasciare un pensiero a tutti
  2. Lo scrittore incolore

    [H2018] Purezza

    Ciao! Grazie per il passaggio e il feedback le tue parole fanno piacere!
  3. Lo scrittore incolore

    [H2018] Purezza

    Felice che ti sia piaciuto, Kuno! Poi sul divertente o pauroso, poco importa
  4. Lo scrittore incolore

    [H2018] Purezza

    Non me l'aveva caricato Ora ho risolto!
  5. Lo scrittore incolore

    [H2018] Purezza

    Traccia 5 (lo psicopatico), boa: Ci dev'essere una mutilazione di qualche tipo. commento: «Ken non ha il pisellino! Non ha il pisellino!» Mi diverto un sacco con mio fratello e mia sorella. Sono un po’ più grandi di me e tutti i giochi che sono miei adesso, prima erano loro. Stiamo sempre insieme e anche quando la mamma ci chiama perché secondo lei abbiamo giocato abbastanza e dobbiamo uscire subito dalla cameretta, rimaniamo dentro e facciamo ancora più baccano, così pensa che non l’abbiamo sentita e si decide a lasciarci in pace. «Nemmeno Barbie ha la patatina! Le ho tolto le mutandine e non ce l’ha!» Giochiamo con tutto. Prendiamo i dinosauri di mio fratello e facciamo finta di essere degli esploratori che trovano un tempio antico, infestato di pterodattili. Oppure prendiamo le fatine di mia sorella e le facciamo volare da un capo all’altro della stanza, immaginando che siano delle fatine acrobate. O ancora prendiamo i superliquidator e facciamo finta che siano fucili al plutonio, con cui uccidere gli alieni cattivi. Quante risate e quanto divertimento. Vorrei davvero che non finisse mai. «Comandante Barkley, mi riceve?» Un po’ seccato, apro la trasmittente. È matematico: ogni volta che do il primo morso al mio sandwich, arriva una chiamata. «Dimmi, Parker.» «Siamo stati chiamati da una donna, signore. Abita sulla quinta e dice che i suoi figli sono rimasti chiusi in camera. Li chiama da ore e niente.» «Siamo forse l’associazione fabbri d’America, Parker?» «No, signore. Lo so. È che la donna dice di sentire odore di sangue. Piangeva mentre parlavamo al telefono. Credo che un fabbro non basti.» «Dammi l’indirizzo. Ci vediamo lì.» Segno tutto quello che mi dice il mio sottoposto e chiudo la conversazione. Parker è da poco con noi. È il più emotivo dei ragazzi e forse è il meno adatto a fare questo mestiere. Eppure c’era qualcosa nella sua voce che mi ha fatto scattare sulla poltrona dell’ufficio. Mi alzo, recupero la giacca dall’attaccapanni ed esco fuori. L’odore di sangue c’è davvero. Distinguibile già dalla porta d’ingresso. E c’è anche una donna minuta in lacrime, che mi fa strada verso la camera incriminata. Le sue parole di dolore cercano di venir fuori, fra i singhiozzi di un pianto ormai disperato. «Stanno… giocando! Si sent…ono. Ma non mi risp…ondono. Perché?» Vorrei trovare una risposta esauriente, per farla calmare, ma fino a che non entro in quella maledetta stanza, posso solo immaginare. Poi do indicazione a un Parker con il volto paonazzo e sudato di buttare giù la porta e il mio sottoposto, nonostante i movimenti incerti, al secondo tentativo riesce ad aprire un varco. Ci metto qualche istante a focalizzare. Quelli che la signora aveva preso per rumori prodotti dai figli, sono prodotti in realtà da uno soltanto. Un bambino sui dieci anni, ci rivolge uno sguardo a metà fra il sorpreso e l’infastidito. Attorno a lui ci sono giochi di vario genere, macchie di sangue di varie dimensioni, un revolver, un coltellino e un piccolo pene mozzato. Ci sono poi il cadavere di un altro bambino maschio, con il pube martoriato di fresco e quello di una bambina, a cui è toccata la stessa sorte. Entrambi presentano il foro di un proiettile al centro della fronte. «Barbie! Ken! No!» urla la donna con gli occhi strabuzzati e si getta sui corpi dei due figli. Parker ha la prontezza di bloccarla e trascinarla con forza fuori dalla stanza. Io raccolgo la pistola e il coltellino, con l’intento di mettere la situazione in sicurezza, mentre il bambino con una voce estremamente piatta mi fa: «Vi odio. Ci stavamo divertendo un mondo.» È il momento di capire, se possibile. Oswald, questo il nome dell’autore del massacro, è stato messo in isolamento. La madre, passato il momento iniziale di sordo dolore, ha voluto parlare con me. Lo ha preteso. Forse anche lei ha bisogno di dare un contorno a tutto questo. Di trovare il razionale nell’irrazionale. Siamo seduti al tavolo della cucina. Mi guarda con estrema lucidità. È lei a cominciare la conversazione. «Oswald ha una malformazione.» Di che tipo? Vorrei chiedere. Ma è ancora lei a parlare. «È nato senza organi genitali.» Ecco il razionale. Ecco la spiegazione. Deglutisco un importante groppo di saliva. Dare un contorno a tutto questo fa bene a noi e soprattutto a questa madre spezzata dalla disperazione. «Dove può aver preso la pistola e il coltello, signora? So che probabilmente non avrà una risposta per questa domanda, ma sarebbe di estremo aiuto per le indagini.» «Gliel’ho procurati io.» Non credo di aver capito bene. Ripeto nella testa ogni singola parola dell’ultima frase pronunciata dalla mia interlocutrice e proprio non viene fuori alcun nesso logico. «Vede, anche io sono nata senza genitali. Barbie, Ken e Oswald, il mio adorato Oswald, sono stati adottati. I primi due avevano riempito il mio cuore. Ma quando dopo anni di ricerche mi sono imbattuta in Oswald, ho capito di essere finalmente completa. Lui è come me. È puro. Barbie e Ken non lo erano. Erano solo un palliativo. Meritavano di morire.» Lo sguardo della donna non mi piace. Vorrei urlare per attirare l’attenzione dei miei uomini nella stanza accanto e avere il loro aiuto, ma ho paura che la reazione di chi siede al tavolo con me possa essere sconsiderata. «Perché ci ha chiamato, allora? Che senso ha?» «Sapevo che sarebbe venuta la polizia. Mi piace l’uomo in divisa, sa? Sono una donna pura, con un figlio puro. Vorrei un marito puro. Mi basterà mondare il suo corpo e avrò ciò che desidero.» Succede tutto in un attimo. La donna salta sul tavolo con un paio di movimenti caotici e furiosi e in un attimo mi è addosso. Con la mano sinistra cerco di tenerla a bada, mentre con la mano destra tento di tirar fuori la pistola. Nonostante la piccola stazza, la donna ha una forza notevole e, complice l’effetto sorpresa, sta per sopraffarmi. È lei a mettere le mani sulla pistola e a puntarla verso il mio pube. Bang! Non provo dolore dove dovrei provarlo. Eppure ha sparato. Ne sono sicuro. «Comandante Barkley, è ferito?» Benedetto Parker. È stato lui a far partire il colpo e a mettere fuori gioco la donna, ferendola a un fianco. «Sto bene, ragazzo. Sto bene.»
  6. Lo scrittore incolore

    Non pensare

    Una poesia classica, eppure moderna. Classica perché utilizza lo schema più convenzionale del componimento in versi, quell'anafora di "Non pensare" che si reitera strofa dopo strofa e che richiama anche il titolo, aprendo a ogni singola immagine che viene evocata. Moderna perché parla dell'oggi e dell'uomo moderno. C'è un cupo sole nero che muore fra i palazzi (critica al progresso?), c'è il poeta che pensa alla china sprecata, piuttosto che a scrivere la poesia stessa (come a dire che l'uomo moderno non è più in grado di carpire il vero significato di una poesia?) e c'è poi la strofa finale: Questa mi ha fatto pen(s)are a lungo. Un uomo vive se la sua mente muore. Un ossimoro. Una vera e propria contraddizione. Se l'uomo esiste solo nella propria mente, perché dovrebbe vivere, quando questa muore? Un inno all'ignoranza? All'uomo che vive tranquillo, perché "spegne" il cervello? Perché anche nella prima strofa c'era un invito particolare: quello di evitare la stella alpina nel prato di spine. Un invito a evitare il bello. A dimenticarlo. Una poesia che mi è piaciuta e che apre a diverse interpretazioni. Niente di meglio di un componimento in versi che faccia porre delle domande al lettore. Complimenti!
  7. Lo scrittore incolore

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 115 Off topic

    Che cosa ho combinato?
  8. Lo scrittore incolore

    [MI115] Arte maschia

    Ciao Kuno! Ho fatto ruotare tutto intorno al gioco di parole "mostra d'arte femmina" e "mostro d'arte maschio", che in questo caso è pure misogino e odia le opere d'arte femminili, quindi dà di matto
  9. Lo scrittore incolore

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 115 Topic ufficiale

    prompt di mezzogiorno.
  10. Lo scrittore incolore

    [MI115] Arte maschia

    Commento Traccia di mezzogiorno Una volta ci hanno provato con un quadro di un certo Gauguin, che raffigurava due hawaiane. Forse non erano hawaiane, ma poco importa. Erano donne, per giunta in abiti succinti e io ho protestato. Miseriaccia se ho protestato. Il curatore attaccava la cornice al chiodo e io la facevo venire giù. Uno, due, tre, quattro, ventisette volte, ma niente. Non c’era verso che permettessi una cosa del genere. Alla fine ha dovuto rinunciare e ha poggiato il quadro in disparte, su una sedia a cui nessuno ha dato importanza. Un’altra volta è stato un po’ più complicato. Hanno portato una statua di Atena, di non so quale scultore greco antico. Devo dire che c’era talmente tanta fierezza femminile in quel marmo, che per un momento ho vacillato. Ma no, anche questo era inammissibile. Passi un gruppo scultoreo misto, un Amore e Psiche per esempio, in cui la parte maschile è ben presente, ma donne sole non esiste. Allora ho singhiozzato un po’, fino a far inarcare il parquet nel punto in cui avevano poggiato la statua di Atena. Singhiozza che ti singhiozza, alla fine la statua una notte è venuta giù e si è sbreccata la faccia e lo scudo. Il curatore fra mille bestemmie e insulti si è visto costretto a rimuoverla e sono tornato a respirare. Il mese scorso però me la sono davvero vista brutta. Ho pensato che fosse davvero la fine per il mio onore. Il curatore ha organizzato un’esibizione dal vivo. Un’istallazione di ballerine del ventre portava in scena “Culture e tradizioni dell’area subsahariana”. Ho cominciato ad avere le palpitazioni. Come potevo reggere il peso di tante donne, per giunta in atteggiamenti provocanti? Le contavo e sudavo freddo. Tredici femmine. Di bell’aspetto devo dire. Sensuali a dir poco, per carità. Ma non poteva proprio essere. Ho cominciato a far spalancare le finestre, a far battere le ante delle persiane contro il muro esterno. A fare qualunque cosa le potesse far fuggire a gambe levate. Ma quelle non sembravano nemmeno interessate a me. Facevano la loro esibizione, sempre più sensuale, sempre più frenetica, sempre più femmina. Non vi posso dire quanto io le abbia schifate. A parole mi risulta impossibile. Poi un giorno, quando il fastidio era ormai al colmo, ecco l’idea. Dovevo far scoppiare uno scandalo sessuale. Ci avrei rimesso il curatore, di cui non potevo davvero lamentarmi, a essere sincero, ma non mi rimaneva altra scelta. Sudando sempre più la notte successiva, fui in grado di far colare la pittura dei quadri lungo le pareti e comporre così una scritta nella lingua degli umani: «Mi sono fatto metà squadra di ballerine del ventre. Firmato il curatore.» Il mattino dopo fu il putiferio. Quelle se ne andarono indispettite e Norberto, così si chiamava colui che si era occupato di me per molti anni, venne cacciato a pedate nel sedere. Finalmente ero libero da donnicciole e donnacce, da estrogeno e progesterone. Perché io non sono una mostra d’arte, sono un mostro d’arte e le femmine non posso soffrirle. Potevo dunque tornare a respirare con calma e a vivere la mia vita da misogino. O così pensavo. Non potete capire il mio dolore quando questa mattina dalla porta principale è entrata una trentenne con i capelli ondulati e un vestitino elegante di raso nero. Un uomo le mostrava le mie stanze e con voce squillante le ha detto: «Venga, Cassandra, le voglio far vedere i locali. Sono sicuro che sarà una straordinaria curatrice.»
  11. Lo scrittore incolore

    Cometa

    Ciao! Una poesia coraggiosa, non c'è che dire. Perché poesia non è, ma proprio per questo mi piace. Perché viene pesantemente fuori dagli schemi a livello formale e punta più sulla musicalità e le tematiche che sulle rime e il verso puro. C'è quantomeno un'anafora di "Nelle" e sue variazioni, se proprio vogliamo restare nell'area poetica, ma qui si tratta di altro. È un frammento forte, perché in un pugno di righe riassume una vita. Una vita e mezza direi, perché c'è spazio anche per riflettere su come questa vita abbia influito sulla vita di qualcun altro che forse amava, forse no. Il tema centrale è la ciclicità (molto bella l'immagine della bava di lumaca). C'è però anche reincarnazione ed entropia. Siamo polvere e polvere torneremo, ma forse siamo energia vitale che verrà riorganizzata in altro, magari proprio in bava di lumaca. Una poesia coraggiosa, mi ripeto, perché è anticonvenzionale e prova a condensare cose grosse in uno spazio piccolissimo. Doppia dose di complimenti da parte mia dunque, perché l'esperimento (se di esperimento si tratta) è riuscito benissimo.
  12. Lo scrittore incolore

    Prevenire è meglio che curare

    Ciao! Grazie per il passaggio e gli accorgimenti! Speravo fosse un'idea nuova in quel filone! Spero di stupirti la prossima volta
  13. Lo scrittore incolore

    Prevenire è meglio che curare

    commento Per quanti anni lo hanno sottovalutato? Per quanto tempo si sono detti che un giorno avrebbero scoperto una cura? In fondo qualcuno si salvava con la chemio. Tornava alla vita di tutti i giorni e cosa gli restava? Una pessima esperienza e un grande spavento. Altri invece no. Morivano o subito, lasciando la famiglia in un dolore immediato, o guarivano, dando l’impressione di avercela fatta, per poi riammalarsi, lasciando la famiglia in un dolore digerito e ancora più scuro. Come facevano a continuare a sorridere, mentre quel mostro silente si muoveva nell’ombra? Un boia imprevedibile. Un boia da cui non puoi difenderti, perché non viene a cercarti. A un certo punto ti germoglia dentro, come la gioia, la compassione o l’empatia. Una roba che inizia astratta e finisce per ucciderti, con estrema concretezza. E loro facevano finta che non esistesse. Una ricerca qui, una lì, ma niente di concreto. In fondo chi non vedeva coinvolto sé stesso o un familiare stretto, poteva benissimo ignorare il tutto e continuare la propria esistenza. Cosa avevano da perdere a quel tempo? Nulla. Che cozza terribilmente con il tutto di adesso, ma loro non potevano sapere. Non potevano nemmeno lontanamente immaginare. Poi un giorno il cielo si è squarciato e nel placido celeste del giorno è comparsa una colossale unghiata, di un nero notturno e senza stelle. Mio padre, quando era ancora in vita, me la descriveva di tanto in tanto: sosteneva che una cosa così, una volta che l’hai vista, non puoi più dimenticarla. «Dalla lacerazione nel cielo cadde una specie di mollica rosa. Sai quando bagni il pane e la mollica si fa tutta compatta? Così. Ecco, ne cadde tanta. Tantissima. Si divise e cominciò a muoversi per le strade di tutto il mondo, come un verme. Milioni di vermi alla ricerca delle loro prede, cioè noi.» Chiudeva sempre con quel “cioè noi”, quando raccontava la storia del primo contatto. Non voleva certo dare enfasi a quella che sarebbe stata poi riconosciuta da tutti come la fine dell’umanità. Era semplicemente un modo realista di affrontare la cosa. Si scoprì che la “mollica rosa” era senziente ed era arrivata sulla Terra con un preciso scopo: riunirsi alle sentinelle, inviate in avanscoperta millenni prima sul pianeta. Quelle erano molliche primitive e parassite, non in grado di sopravvivere fuori da un corpo umano. Erano state loro a causare il cancro, come l’aveva conosciuto l’umanità fino alla generazione di mio nonno. «Gastone, stai sempre a pensare. Guardi fuori dalla finestra e pensi. Cos’avrai da pensare in questo mare di merda? Devi fare tu il turno di guardia dall’una alle quattro?» «Sì, sta a me.» «E cerca di concentra-Ah! Cazzo!» «Tutto ok?!» «Sì, tranquillo. Queste fitte si fanno sempre più lancinanti, ma è ok. Sto bene ora. Buonanotte.» «Buonanotte.» Saluto il capo del mio reparto con un gesto rapido della mano destra, che fa tintinnare l’ago cannula sul mio polso. La uso per la chemio da due mesi ormai, quando uno dei vermoni è entrato nella nostra zona, durante la mia ronda. Mi si è attaccato alla bocca e mi ha instillato un tumore ai polmoni. I miei compagni l’hanno tirato via, prima che fosse troppo tardi e arrivassero anche le metastasi, ma ormai il mio sistema respiratorio era compromesso. Nonostante tutto sono quello che se la passa meglio nell’hangar. C’è Clotilde che ha metà colon compromesso e che convive con una colonstomia da sei mesi, cercando di sorridere ogni volta che svuota la sacca. C’è Demetrio, il capo con cui ho appena parlato, a cui uno dei vermoni ha letteralmente masticato la testa per dieci minuti, prima che riuscissero a dividerli. Il tumore al cervello che ne è scaturito sembrava essere funesto. Doveva esserlo. Invece gliel’hanno asportato in toto e ciò che è rimasto della sua massa cerebrale, non l’ha trasformato in un vegetale. Ha una cicatrice dietro la nuca, che ricorda il simbolo della Nike e a volte ha delle allucinazioni, ma non è cambiato di una virgola. Molti qui hanno gridato al miracolo, ma la realtà è che chirurghi e oncologi lavorano ormai a pieno regime. Ciò che aveva una medio-bassa incidenza sulla popolazione, adesso viene ad attaccarci come una bestia insaziabile e se non sei così fortunato da morire subito, vai incontro alla malattia. Ci sono più casi da studiare e la ricerca ha ritmi che non si erano mai visti. Le sovvenzioni statali stesse non si fanno più attendere e all’improvviso si trovano soldi, che prima non c’erano mai stati. La paura di una morte certa deve aver smosso parecchie coscienze. Tsss… Scatto in piedi e punto la torcia contro la finestra blindata. Vedo però soltanto il mio riflesso smagrito, con la testa calva e le sopracciglia ormai assenti. Sono sicuro di aver sentito il verso di un vermone. Devo suonare l’allarme. E se mi fossi sbagliato? Sì, era il vento. No, mi sta guardando. Sento i suoi cazzo di occhi addosso. «Dove sei, figlio di puttana?» Tsss… «Sei dentro o fuori? Non ho paura di te! Mi hai già attaccato una volta e sono sopravvis-» Mi blocco. L’ho visto. È fuori. Il problema è che non è solo. Ce n’è un altro al suo fianco. Altri due sono sulla destra del mio campo visivo. Uno scende dall’alto e fa scorrere il flaccido ventre di “mollica” sulla finestra. «Non è stupenda Londra, in Autunno, Judith?» C’è Demetrio a fianco a me. Ha gli occhi vacui ed è nel pieno di un’allucinazione. Mi faccio il segno della croce. Poi lo abbraccio. Una lacrima mi scende sulla guancia destra.
  14. Lo scrittore incolore

    The tube

    Una poesia che mi ha colpito per gli argomenti e per il modo in cui l'hai trattati. C'è una riflessione amara sul nuovo corso digitale dell'umanità, che non lascia scampo. Il mezzo ci ha così plagiato le anime, da non poterne più uscire fuori. Questo verso presuppone una cultura importante per essere capito e l'ho apprezzato moltissimo. La religione non ha più alcun senso. Il laicismo spietato di internet ha superato ogni tipo di credenza, di tradizione popolare. Anche questo verso mi ha colpito. Cosa c'è di più moderno e progressista di quel ronzio che viene dal salotto e non ci fa mai dimenticare di cosa siamo diventati? Dove sono i Sapiens che cacciavano le prede con lance e archi? Sono mai esistiti? C'è tutto un mondo di bit in cui sono state ingabbiate le passioni ancestrali dell'uomo. Siamo ormai a un livello successivo? È internet il mezzo o lo siamo noi? Qui c'è la risposta. Abbiamo messo sull'altare un nuovo media e non abbiamo più bisogno del messia. A cosa serve un mito di un uomo che rinasce dopo tre giorni in una grotta, quando c'è un mezzo così potente? Belle tematiche e bel modo di affrontarle, davvero. Leggerò sicuramente altre tue cose.
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