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Shikana

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  1. Shikana

    [MI 125] La pelle

    @Ivana Libriciciao mi è piaciuto moltissimo come hai sviluppato la traccia, davvero. Penso sia un bellissimo racconto che va sviluppato: lo vedo perfetto come incipit a qualcosa di lungo ed esteso. Complimenti!
  2. Shikana

    [MI 125] Una volta a settimana

    Mamma mia.. quanta tristezza mi hai trasmesso, @Komorebi. Mi hai fatta piangere: tantissima tristezza per le aspettative deluse di quella madre, e tanta tanta rabbia per la cecità del figlio, forse anche per la distanza che gli impedisce di vedere cosa prova la madre. È un racconto fortissimo nella sua semplicità, ed io lo trovo stupendo, davvero. E mi ha fatto anche rabbia, a mente fredda, quando sono tornata a rileggerlo dopo ieri sera: ci vedo tante tante donne. E al di là del disagio tangibile che tu fai trasparire benissimo nella telefonata, mi fa rabbia pensare che la vita di queste donne giri così intensamente solo intorno ai figli, anche quando avrebbero la possibilità di tornare ad essere qualcos'altro oltre che madri. Mi ha stupita molto anche la tua capacità di farmi provare compassione e diapiacere per questa donna: di solito, in situazioni del genere, il mio giudizio non è clemente. Ma di fronte ai preparativi di questa donna e alla sua delusione alzo le mani: mi dispiace per lei, che ho sentito vera. Bravissimo, davvero davvero complimenti: ti avevo letto solo in LP e lì mi avevi fatto sentire la magia nella tua poesia, qui ritrovo la magia di un tocco delicato quanto profondo e attento, sensibile. Riporti una realtà con occhi di vetro e la fai sentire tutta così vicina da poterla toccare. Ancora complimenti.
  3. Shikana

    [MI 125] La regione di Columbus

    Ciao @Edu. Il tuo racconto mi è piaciuto tantissimo. E hai parlato del limite toccando le prime immagini che io vi collego e a cui sono legatissima (buco nero e stelle). Mi è piaciuto tantissimo Columbus, che mi ha ricordato Vespucci e insieme Ismael: un facio nel buio nel guidare nell'ignoto, una guida quanto attorno c'è solamente nebbia o vuoto, e non si vedono che i propri passi che, comunque avanzano. In uno dei libri che ho più amato, si parla del buio come dell'ignoto infinito di fronte a cui si ha paura, e che, sbagliando, si è pensato stesse nel cielo. Per combatterne la paura e l'angoscia furono allora messe le stelle e inventati i lampioni e quando il cielo fu illuminato di nuovo si capì che quel buio stava dentro ciascuno, come una voragine e non c'era stella che l'avrebbe potuto rischiare. Ma non ce n'era bisogno: non bisognava spaventarsi, ma piuttosto lasciarsi immergere in quel nero perdersi in esso, perché l'assenza di limiti era l'origine delle possibilità (non c'era scritto proprio così, ma così l'ho interpretato io). Il tuo racconto a me parla in questi termini e lo fa soffermandosi su tutti i sentimenti che accompagnano ogni tentativo di scavalcare un limite: la paura, la titubanza, il coraggio, la speranza e l'aggrapparsi a chi vede oltre, magari sbagliando o anche no. Qui vedo tutto il dilemmo interiore di chi sta per conpiere quel salto (io ho sempre inteso il superamento di un limite come salto quantico perché parto dal considerarlo matematicamente, e quindi nemmeno avvicinabile). E io, scusami, ma prendo le tue parole e le generalizzo per ogni salto, ogni tentivo di andare oltre le proprie possibilità e penso tu abbia descritto magnificamente quanto si prova: nel tuo testo è azzeccatissimo parlare della perdita di ogni certezza fisica e certa, di ogni legge della materia. Ma quanto dici vale anche fuori dal tuo testo: sono le stesse sensazioni, esasperate nel vissuto interiore, di chi osa e rischia un passo nel vuoto, su un appoggio forse esistente e forse no. Secondo me, sei riuscito in una cosa davvero grande: a dire qualcosa di generale, di grande, parlando di un caso particolare. Questo per me è un merito enorme. Questo è il pezzo che ho amato di più. Ovviamente è Columbus che rassicura e rende più sicuro il passo incerto del proseguire (quasi una coscienza pazza, sognatrice e tence, che parla alla ragionevolezza che non vedendo oltre il presente e i suoi assunti vacilla). E quanto dice, per me, è fortissimo e meraviglioso: hai descritto l'assenza di ogni limite spaziale, temporale, affettivo, fisico. E l'hai descritto come un sogno: la libertà assoluta onnicomprensiva di abbracciare tutte le vite vissute e da vivere o anche solo quelle che si sarebbero potute vivere. E io qui mi commuovo, davvero, perché ci vedo l'incoraggiamento che Nietzsche diede a chi aveva paura, dicendogli che una volta morto Dio, il mare sarebbe stato di nuovo senza confini (illimitato) e a portata di mano. E ci vedo anche Vitangelo Moscarda che liberandosi dalla sua identità, ovviamente limitata, trova la libertà e la serenità. Sono atti di coraggio fortissimi, questi. E l'aspettativa di tutto questo, la paura, l'incertezza, l'emozione, si acutizzano quando il limite ormai è prossimo, e i passi da fare si contano sulle dita: E poi stupendo che non si possa dire: il passaggio dal concepibile (possibile) all'inconcepibile (impossibile) è talmente grande e forte che non ci sono parole per dirlo, forse non ne è rimasta nessuna. E tu lasci nell'attesa chi legge: sospeso su quello stesso limite e spaesato, confuso e solo, in uno stato di trepidante paura mista a un'emozione titubante e a fiducia. Ma penso che per parlare in questi temini del superamento di un limite, la cosa migliore sia tacere il dopo, lasciando comunque intendere che sia stato possibile farlo. Non si parla dell'impossibile: ci si aspira e basta e gli unici modi in cui se ne può parlare senza deludere le aspettative di tutti e lasciarlo indefinito - senza limiti. C'ho letto quello che volevo io, ma mi hai permesso di sognare e di emozionarmi quindi grazie per la lettura.
  4. Shikana

    [MI 125] Vitriolage

    Che racconto @Rica.. di una durezza devastante. Sei riuscita in così poco spazio a concentrare una storia che urla, con te che la presenti di lato, con rispetto. Lasci che a parlare sia questa donna, e io da qui posso ascoltarne la forza: Questa donna, dopo quanto accaduto, a distanza di tempo, sorride piena, non è stata sfregiata nel cuore e riesce a godere davvero di quel che le è stato risparmiato: un occhio. E gioca addirittura con l'occhio che quell'uomo le ha tolto, lo veste di brillantini, lo rende decorativo. E io vedo un'immensa forza nel parlare non solo di quanto accaduto, ma dei suoi limiti, delle sue colpe: le accetta. Questa donna si è perdonata, mi pare: il suo limite, una volta che è stato riconosciuto come tale, da parte sua, a me pare quasi che sparisca. E questa è la forza di un perdono fatto a sé stessa. Ma il bello di questa donna è che dopo aver raccontato l'episodio dell'acido, non torna su quell'uomo. Non gli concede nemmeno un pensiero, un'accusa: niente. Io questo lo trovo stupendo e coraggioso. La colpa lei la dà solo a sé stessa: troppo cieca, troppo lenta nel vedere, nel capire e troppo buona, anche, per diffidare davvero quando ce n'era bisogno. E poi viene quella chiusa bellissima "io so cosa c'è sotto", lei non si nasconde a sé stessa, non ne ha bisogno. Penso possa dire più cose: vergogna per gli altri (è dagli altri che viene il riconoscimento della propria bellezza), oppure qualcosa che assomglia a pietà per gli altri, una cura e una sensibilità particolari, come a lei sono state negate: l'occhio mancante è troppo forte, troppo crudo per sopportarne la vista. Io pendo per l'ultima: è una donna che non si nasconde, non si vergogna, e guarda il mondo mettendosi gli strass sopra quel buco. Lei dice che è viva, piena come un fiume e brilla ancora, nonostante i limiti che l'hanno segnata. A me, quanto meno, dice questo. Bellissimo racconto, davvero.
  5. Shikana

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 125 Topic ufficiale

    @AnnaL. Può rimanere fino alla fine, sparire, o cambiare forma. Penso che il tema sia molto libero, l'unica cosa veramente importante è farmi capire che rapporto s'instaura con questo limite, in un momento o tanti momenti. Può anche essere un limite altrui, o essere un limite per qualcuno e non per altri. Avete piena libertà di espressione nel parlare di un limite e di come lo si vive
  6. Shikana

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 125 Topic ufficiale

    @AnnaL. Sinceramente non avevo pensato a quest'opzione, ma m'incuriosisce molto e la trovo appropriata e in tema quindi sì. Il punto di vista può essere di qualsisi tipo basta che il tema sia il limite, quindi certo, può anche essere un limite presente che dà del piacere :)
  7. Shikana

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 125 Topic ufficiale

    @Rica puoi parlare liberamente di entrambi
  8. Shikana

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 125 Topic ufficiale

    Che in primo piano deve stare il rapporto con questo limite
  9. Shikana

    Un chiodo nel buio

    @Poeta Zaza grazie, davvero! Hai letto benissimo, ti ringrazio tanto Mi piace molto come lettura, davvero. Ti ringrazio molto per esserti fermata a leggere e a dirmi le tue impressioni. Anche quest'ultima lettura mi stupisce e non si allontana tanto dalle mie intenzioni: sotto certi aspetti ne fa parte. Grazie! @Roberto Ballardini ciao Anche la tua lettura mi stupisce: è vera anche questa anche se quasi opposta a quella data da @Mattia Alari se non forse per il contatto col corpo altrui. Può sembrare paradossale, ma nella mia testa c'era anche la stanchezza e l'assenza di emozioni necessaria. Questa poesia nasce dalla condensazione di una lettera, e ho condensato tutto qui. Sinceramente, non pensavo assolutamente potesse dire tante cose vere e diverse, a seconda di chi legge. Già quindi ti ringrazio per esserti fermato e avermi detto cosa ti era arrivato. Un chiodo nel buio sembra indicare qualcosa che provoca dolore, anche se quel dolore magari è salutare, è la scossa che ci voleva per uscire dal torpore della propria mente. L'espressione è quella che dà il titolo al componimento e quindi il fulcro di quello specifico passaggio esistenziale che hai voluto rappresentare e condividere. Quindi, direi, il momento forte in cui si ritorna alla vita attiva, a sé stessi. Di nuovo in parte vero: quel corpo, quando già candido, la sua vista e il suo contatto, ha provocato qualcosa di forte e intenso. I due punti li uso perché il verso dopo è la descrizione di cosa produce la pietra che affonda. Non c'è eco (sott'acqua) senza la pietra che lì cade. E sì, quel chiodo fa male, malissimo, ma anche, in fondo, bene: doveva andare così. E sì, è il centro di tutto ma alla fine è una metafora: il titolo originario era diverso, più diretto. Ma volevo evitare di far capire in modo così netto a cosa mi stessi rivolgendo, a meno che questo non emergesse da solo da qualche lettura. E sono contenta di aver cambiato il titolo: sinceramente, pensavo che quanto avevo scritto fosse inequivocabile, ma mi sono accorta che non è assolutamente così. Questo m'insegna tantissimo. Tutto sì ma non ben motivata. Questo no. Ma ha scoperto qualcosa di puro sopito da tempo. Ti ringrazio ancora tantissimo per esserti fermato e aver commentato. Grazie!
  10. Shikana

    Un chiodo nel buio

    @Mattia Alari ciao Il tuo commento non è stato per nulla banale, mi ha colpita molto, invece. Viste le premesse che hai fatto, ti ringrazio il doppio per esserti fermato e avermi detto le tue impressioni. Ho messo qui la poesia perché ero molto curiosa di vedere cosa arrivava a chi la leggeva. Non mi considero per niente poeta, hai ragione. Mi manca tecnica e studio: io leggo e assimilo implicitamente forme e suoni che mi colpiscono (la tua espressione "cestino d'ossa" per esempio mi è piaciuta tantissimo e sono sicura prima o poi la userò come stimolo da cui ricavare qualcosa di mio). È vero anche il resto che dici: tendenzialmente sono malinconica, e quando scrivo ancora di più: è rarissimo io scriva di un momento, una storia felice e non scrivo mai se sono felice o serena. Per farlo devo essere all'apice di un sentimento fortissimo che sento oltrepassarmi, altrimenti non m'interessa. E hai ragione anche dopo quando dici che sono immediata e spontanea: se sento/vedo qualcosa di particolare, e mi arriva, da solo, il suono che mi piace per dirlo, scrivo. Altrimenti non scrivo se non costretta o su traccia. Dipende dal momento che sto vivendo e la semplicità è sia conseguenza di questo sia una cosa a cui punto stilisticamente: vorrei mostrare qualcosa, magari anche nascondendo altro sotto quello che mostro Ci sono entrambe le cose ed è questo che mi ha colpito del tuo commento: hai letto qualcosa che pensavo non arrivasse per niente, ma che io avevo fisso in testa. Non un incontro carnale, però: il sesso non c'entra. Tenevo in mente proprio un incontro, genuino, fisico, mentale e affettivo, dopo tanto tempo, e quello che veniva dopo questo come hai detto perfettamente: La cosa che mi fa riflettere molto, della sensibilità con cui hai letto quanto ho scritto, è che probabilmente se avessi mantenuto il titolo originario, più diretto e collegato a ciò che mi ha portata a scrivere stavolta, probabilmente non avresti letto in questo modo le mie parole e sarebbero passate altre sensazioni. È una cosa molto bella, su cui pensare quindi ti ringrazio tanto, davvero, per il tempo e l'attenzione. Dopo averla scritta, tutto l'ultimo verso mi ha fatto storcere il naso. Ma avevo bisogno di chiudere in un modo che richiamasse il bianco, la tenerezza e l'affetto. Dovevo chiudere con una carezza. È sicuramente banale, hai ragione, ma visto che questa è una poesia scritta per qualcuno che capisce pochissimo la poesia, ma che sa cosa l'ha prodotta, con l'ultimo sarebbe arrivata nel modo giusto. E non mi sento di cambiarla, in questo caso, anche se non mi piace, vorrei rimanere fedele a quel momento. Ti ringrazio ancora tantissimo.
  11. Shikana

    [MI124] Gli occhi della strada

    Vi ringrazio tanto @Caalipsooe @Mattia Alari per aver apprezzato quanto ho scritto Ciao @AndC grazie, davvero, per l'attenzione con cui hai letto il racconto. All'inizio avevo scritto sotto la gonna (era la boa) e mutande, ma poi mi sembrava cozzare con quanto dicevo dopo, che non volevano che altri li trovassero. E le mutande sono le prime cose che si tolgono in questo contesto ma logicamente hai ragione, ci sarebbe stato meglio. Anche qui... ogni tanto, secondo me, le frasi sono troppo lunghe... La mia sensazione personale è come se a concetto espresso, tu aggiungessi un'appendice che un po' forse cozza con il ritmo serrato di tutto il racconto. È il caso qui di "dalla strada deserta"... A parte che può ritornare ripetitivo in assonanza con i vari "da" che lo precedono... il punto è che hai dato molte informazioni in questa frase: - Ci sono i due personaggi finora principali, ma di lei aggiungi il particolare del volto sfigurato. - Ci sono già quattro azioni: incontro dei volti, scaraventarsi sull'argine del fosso, rituffarsi in auto, fuggire... Hai già detto molto, e già qui si potrebbe chiudere la frase al punto, ma aggiungi che gli occhi erano bianchi (un aggettivo connotato dalla situazione). Il che secondo me, va ancora bene, poi però diventa troppo, come un'appendice, il dire da dove erano apparsi quegli occhi, ossia dalla strada deserta (aggiungendo così un'altra informazione e un secondo aggettivo che carica molto la frase stessa a così poca vicinanza con l'altro). - Varierei comunque l'espressione "il più velocemente possibile" con qualcosa di più corto, che magari elimini l'avverbio in "mente" e sempre allo scopo di vedere se la frase può così scorrere più rapida. Hai pienamente ragione su tutto. È il pezzo che mi è venuto peggio. Anche qui ti do decisamente ragione (anche per tutte le altre cose che mi hai segnalati, di cui prendo nota e ti ringrazio). Sentivo di star ripetendo troppo strada già mentre scrivevo ma non mi sono corretta: un angolo stupido della mia testa continuava a dirmi che dovevo farlo per restare nella traccia Per donna (ma anche puttana, penso si ripeta nella stessa misura), uomo e bambino il discorso invece sta nella mia difficoltà a parlare delle stesse persone che fanno qualcosa di diverso da quando li presento. Già di per sé è una cosa che mi piace poco, ma quando lo devo fare mi viene proprio male. Potevo usare lui/lei e vari sinonimi per il bambino, ma non ci ho pensato. Ci riguardo con attenzione se mi ci rimetto sopra Ti ringrazio tanto, davvero.
  12. Shikana

    Un chiodo nel buio

    Il tuo corpo esonda il mio spazio vuoto. Una pietra affonda nel mio silenzio: l'eco di questa tua caduta è un chiodo nel buio. Sotto al battito di ferro riverbera il tuo candore.
  13. Shikana

    La canzone dei santi perdenti

    Ciao @Roberto Ballardini, ho letto tantissime volte la tua poesia. Mi piace proprio. Complimenti! Ritrovo nei tuoi versi un'accettazione della condizione che presenti che mi piace: non ci sono lamentele, e nemmeno trapelano sensi di stanchezza o rassegnazione, fastidio o rancore. Mi pare che semplicemente accetti che Lo affermi fin dalla prima riga: ci si abitua. Come a dire che, qualsiasi cosa accada, comunque poi scema la valenza che quell'evento ha per noi. D'altronde è fisiologico: tu parli di cose negative ma se ci penso, a me in testa compaiono eventi positivi: e ci si abitua pure a quelli. E pure questo non deve dare tristezza: è nornale, e verrano altri eventi positivi, come altri eventi negativi. Sono pensieri che, secondo me, vengono dopo l'esperienza ripetuta di quest'abitudine: alla mia età non si parla così, ci si concentra sull'intensità del momento. Più avanti, anche a 40 anni, invece no: se arriva qualcosa di pesante o negativo va bene, si affronta come tutto il resto e si va avanti, perché anche questo scivolerà sulla pelle e verrà inghiottito dal tempo. Sono modi di pensare che da un lato, a me, sconvolgono sempre e da un lato ammiro molto: li trovo resistenti e tenaci. All'inizio pensavo questa strofa, e la seguente, contrastasse con quanto dici sopra. Ma poi ho pensato che invece è perfettamente in linea: ogni evento che si vive lascia le sue traccie addosso, e accettare l'avento significa imparare a convivere con le sue conseguenze come se ci soffero sempre state. Accetti quanto accaduto, la nuova condizione mi pare, ma forse, non le sue cause: la rabbia è per un tradimento? Ed è vero che ci si abitua ai nuovi movimenti, ma penso che ogni modifica apportata al proprio modo di camminare faccia scattare il ricordo come quella nuova andatura si sia formata. Ma forse anche questo passa, col tempo. Questo pezzo, invece, mi fa pensare che tu, prima, stavi mentendo: si mostra di accettare, che va bene tutto, per non essere nuovamente colpiti alla spalle, per non mostrare ulteriori fragilità in cui far penetrare altre lame, magari più letali. Probabilmente sbaglio, ma mi viene questo in mente perché mi dici "tutto è mostrato con dignità" e che tu non sei ancora morto. Sento queste frasi come un ribadire la tua forza nella tua nuova condizione: nessuna soddisfazione a chi ha piantato quella lama. Tu giri a testa alta, senza nascondere quanto avvenuto, e forte nella tua rabbia, che forse rende il tuo passo ancora più deciso nella tua nuova postura. E la rabbia, penso, è la risposta forte, aggressiva (non in senso negativo, in senso di potenza nel vivere con decisione e prendersi quanto ci si aspetta) a chi ci ferisce. Ed è anche un modo per non star male, e non far vedere nulla di quanto si muove sotto questo vestito dipinto di rosso. Dalle ferite s'impara sempre, dal modo in cui queste si suturano negli altri ancora di più. È quello che lasci? Io qui sono confusa, scusami: a chi lasci la tua forza? A chi lasci la ferita e il tuo reagirvi? Non mi pare una figlia nonostante tu parli di dote. Forse a chi ti ha tradito e ha messo la lama? È un ulteriore ribadire il tuo esser lontano da quell'evento? Mi sembra, ma anche qui posso ovviamente sbagliare, che quasi tu stia dicendo lascio (mostro) la mia voglia di vivere agli occhi, i miei fallimenti sul fondo di una bottiglia, la mia forza cantata mentre rido e guardo avanti tenendo stretto ciò che ho dietro, per imparare. A me vengono in mente certi uomini che vedevo in un pub particolare a Bologna, tutti professori importanti in qualche facoltà, alcuni mezzi suonati e decisamente vecchi, che bevevano fra di loro e parlavano di cose a volte incomprensibili e altre decisamente mirabilanti. Si divertivano davvero, loro, e avevano sempre un occhio attento, ma nascosto, su quanto accadeva intorno a loro. Sparo di non averla totalmente fraintesa e di nuovo complimenti: è davvero molto molto bella.
  14. Shikana

    Cadde il gesto

    @Luca Ferrarini ciao Il ricamo è la tessitura dell'abito si disfa quello, abbandonato dal gesto, che è caduto. Penso quindi che tu mi stia domandando cosa sia l'abito e cerco di risponderti: l'abito è la motivazione ad agire, il senso del gesto e ciò che, soprattutto, lo ancora ad un fine trattenendolo nell'azione. Se io prendo una tazza di caffè per portarmela alla bocca, e questa mi cade per terra a metà strada, la tazzina che cade, nella mia testa ovviamente, è il gesto, l'abito è ciò che muoveva la mia mano verso uno scopo. Ho parlato di ricamo per cercare di trasmettere l'idea del costruito, del tessere che sta dietro l'abito. L'altura invece è il punto più alto del trespolo da cui le persone guardano avvenire questa caduta, o meglio l'ombra di questa prospettiva: ho immaginato che quest'abito rimanesse all'ombra del trespolo, come impigliato in un suo fianco, a metà fra la terra e il punto più alto del trespolo (dove sta chi guarda) e lì si decomponesse. Forse e' per me un po' troppo astratta come immagine. Abbiamo la vaghezza che genera ombre e che e' arrivata tra noi sulla scena al rintocco del sentire. Purtroppo non riesco ad afferrarne il senso. Il rintocco mi rimanda al tempo. Il tempo di sentire? Sono forse gli spettatori che prendono coscienza di quanto accaduto? Ma se cosi' fosse, staremmo parlando di un risveglio dei sensi, che non ritrovo nella vaghezza e nelle ombre del verso precedente. In parte hai visto bene sì, gli spettatori prendono atto di quanto è avvenuto che si può riassumere come un distacco fra intenzionalità e corpo (non esiste un gesto senza un corpo che lo attua), che quindi assume i tratti di coscienza implicita o laterale. Non è però un prendere atto sensorialmente ma intuitivamente, in un baleno e non solo di quanto è accaduto in sé, ma anche di quello che comporta. Posso però rassicurarti che non penso sia importante cogliere queste cose: a me importava trasmettere l'immagine della caduta di un gesto, con qualcuno che lo guarda. Se passa questo, io sono già contenta Ti ringrazio moltissimo per essere passato a leggere e aver lasciato questo commento attento. Grazie
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