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Enochh

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  1. @angelo torre Grazie della lettura! Pubblicherò anche il secondo capitolo qualora ci fosse interesse! Il fraseggio semplice è legato alla natura dei protagonisti: il loro ordine gli proibisce di parlare più del necessario. Ad ogni modo è una cosa che si comprende col tempo. Ti assicuro ad ogni modo che seguiranno dialoghi decisamente più accattivanti
  2. Enochh

    Prologo (seconda parte). Verbum - Custos Verbi

    @opinem Grazie per il feedback! Per ora ho pubblicato solo il prologo ed il primo capitolo. Se susciterà interesse pubblicherò anche il secondo capitolo! Per quanto riguarda l'intervista, sì diciamo che l'idea di mantenerla vaga è voluta. Deve catturare e immergere al tempo stesso. Poi verrà tutto accuratamente spiegato quando, nei capitoli, il passo cambia. Tieni presente che l'intervista continuerà comunque all'interno del libro, separandone le sezioni e offrendo una sorta di "chiave di lettura".
  3. Non è mai tempo perso !!! Comunque per la questione del termine omosessuale, io credo che ogni persona che legga abbia un minimo di raziocinio di capire che quella è la mentalità del personaggio, non dell'autore. Altrimenti è un pò come dire che Sthepen King è un malato di mente
  4. Socchiuse gli occhi senza però precludersi del tutto la vista dell’anziana maestra assottigliata tra le palpebre socchiuse. Entrò in quella anticamera dell’intuizione che era il silenzio del corpo, il suo allinearsi con la consapevolezza del tutto. «Credo, Metera, che la fissità dello sguardo imposta dalla consuetudine abbia lentamente ristretto l’orizzonte della nostra vista. Il futuro che ci siamo ostinati a vedere è solo il futuro causale, il futuro deterministico. Il futuro noto. Siamo caduti in una trappola…» «…rendendo il futuro un eterno presente» intervenne la donna, anch'essa racchiusa in sé stessa. Orfeo riaprì gli occhi di cui fu visibile di nuovo il cangiante colore delle pupille e annuì. E attese. Dopo una flebile attesa poté vedere di nuovo gli occhi dell’anziana donna, così simili ai suoi. Cangianti. «Ho scorto la Verità nelle tue parole, Orfeo. E vi ho visto lo stesso dilemma che mi angustia da tempo. Ne riparleremo stasera, al Consiglio. Ora devo riflettervi su» Orfeo sapeva che l’udienza era conclusa. Si inchinò e fece per uscire. «Orfeo, un’ultima cosa. Prenditi cura di ciò che sarà» «Non di ciò che rimane?» la guardò un’ultima volta. «Non rimane mai nulla. Panta Rei» le labbra della Metera sembrarono incresparsi in un lieve sorriso. Si appoggiò al portone e modulò il respiro. Iniziò a seguire il processo di induzione, rilassando i muscoli e chiudendo gli occhi. Decelerò i battiti del cuore e attese. Nessuno al di fuori dell’Ordine conosceva quest’altro significato del conoscere il futuro. Quest’altra possibilità. Esistevano due modi di prevedere. Il primo era spontaneo e immediato. Lambiva la coscienza come una scossa istantanea dalla quale poi si dipanava concretizzandosi la visione di ciò che sarebbe successo. Come forzando la serratura del tempo e dello spazio, appariva ai loro occhi l’esatta concretizzazione del futuro immediato. E attraverso questa vi si poteva leggerne lo scorrere. Dopo quell'intuizione iniziale tutto seguiva e diveniva chiaro. Era il segnale supremo che dalla loro natura si dipanava al loro agire. Quando appariva, dal lieve ronzio iniziale sintonizzatore fino alle sue propaggini sbiadite, imponeva la sua chiamata: qualcosa andava cambiato. Esigeva di essere cambiato. E secoli di addestramento li aveva perfezionati alquanto nel farlo. Nessun perché, nessuna recriminazione, nessuna morale. Ciò che andava fatto andava fatto. Senza se e senza ma. Questa era la loro natura, l’essenza della loro esistenza. Ma non era questa l’unica via. Il sancta sanctorum dell’Ordine veniva gelosamente custodito dall’Ordine. Invece di imbattersi nel futuro, il futuro poteva anche essere cercato. Non solo per ottenere le profezie, ma per entrare nella trama stessa del reale oltre le sue possibilità. Orientando la coscienza come una bussola, era possibile andare ben oltre. Oltre il riflesso del principio di causalità che dominava il mondo, al di là persino del principio di indeterminazione. Il futuro poteva essere creato usando i principi e non solo all'interno di essi. Ma richiedeva molto potere, troppo potere. Ben oltre le capacità di un singolo Custos. E loro erano oramai così pochi, troppo pochi. E tale possibilità era caduta in totale disuso. Viveva solo nel Codice. “Leggere il futuro non significa ancora comprendere ciò che è il futuro”. E ora Orfeo doveva vedere più in là. Anche se cambiava il prezzo. E non avrebbe visto ma…sentito, percepito. E ciò che percepì non era altro che inquietudine. L’inquietudine che aleggiava da un anno a questa parte nella sua coscienza e in quella dei suoi compagni e che era stata ignorata troppo a lungo. “Sveglia Orfeo, puoi, osa!” quella voce continuava a rimbombare feroce in un sordo eco da quella prima volta. Voce di chi? Da dove? Non ne aveva fatto parola con nessuno. Nemmeno con la Metera. E ora un brivido lo assalì. Così diverso da quello dell’usuale alterazione nervosa controllata capace di accogliere le apokalypses. “Sveglia Orfeo, puoi, osa!” ancora quella voce. Solo quella voce occupava interamente la sua mente. Non riuscì neppure allora ad andare oltre. Tornò lentamente in sé in preda alle vertigini e dallo smarrimento. Riportò la sua coscienza al presente. Si guardò attorno. “Per ora devo trovare Cassandra, il prima possibile… per il momento”. Quella sera sarebbe dovuto tornare al Tempio. Il Consiglio mensile avrebbe richiesto la presenza di tutti i Custos. Sentì nell'ansimo del respiro che non si poteva attendere oltre. Qualcosa era cambiato. O era divenuto solo ora percepibile? E occorreva fare luce su questo cambiamento. Prima che il cambiamento cambiasse senza alcuna guida.
  5. Allora eccoci qui alla seconda parte. Qui le descrizioni lasciano sempre più il passo al dialogo e al discorso diretto. Questo naturalmente contribuisce ad approfondire i personaggi e il loro carattere rendendoli più "familiari". Torno a premettere che ahimè in così poco spazio è difficile far trasparire tutto ciò che si vorrebbe, soprattutto quando si ha a che fare con un testo lungo, o addirittura una saga (servirebbero almeno una 50ina di pagine!). La trama sembra procedere speditamente, anche se, valuta tu se potrebbe essere il caso (dipende poi se è un incipit o uno stralcio centrale) aggiungerei magari qualche spiegazione ulteriore, magari con un flashback, un cambio di scena o una riflessione silenziosa. Ma qui è un puro gusto personale e forse in questo caso condizionato appunto dall'impossibilità di abbracciare quel tanto che vorrei della trama e dell'ambientazione. Secondo me potrebbe giovare nel creare lentamente una tridimensionalità maggiore cosicché non sembri che tutto scorra, a "insaputa" del lettore, su un "televisore bidimensionale". Troverai senza dubbio un modo per far entrare il lettore ancora di più dentro il racconto condividendo con lui un pò di "onniscenza" in più Per quanto riguarda lo stile anche quello si mantiene coerente: pulito limpido, a tratti fin troppo asciutto forse ma non c'è nulla che va più a gusto dello stile. Oggettivo può essere solo un giudizio in merito a se funzioni o no, se è adeguato, rispetto alla trama. E direi che lo è. Solo un appunto. Visto che da trama qui si gioca molto sul mistero, aggiungerei elementi, anche stilistici e non solo narrativi, che ne acuiscano ancora di più la percezione. Passando ora al dettaglio: Qui non so ma invece di spregio ci vedrei più "con malcelata superiorità". Spregio lo vedo più legato ad azioni. Poi sarebbe bello se invece di un semplice "mia nonna" mettessi un elemento che riconduca all'ambientazione, anche magari enigmaticamente... Che sia chiaro che si tratti di uno scherno, ma che abbia legami con l'ambientazione Non che sia sbagliato eh, ma anche qui, e capita spesso, cercherei una perifrasi più accattivante al posto di "si sentiva offeso", del tipo "incassò dolorosamente il colpo". E' solo un esempio eh! Anche qui potresti mettere qualche riferimento del tipo: non di un comune vampiro di Crocevia Rosso, o qualche stupido Troll di Ponte. Sono solo suggestioni eh, non sono critiche vere e proprie. Della serie, va bene anche così ma... "Da demonia" non ho capito cosa intendi. La seconda frase invece è da correggere secondo me: "Erano sempre bastardi come come loro quelli che dovevano occuparsi degli.... Qui aggiungerei: "Perché nella sua mente lei aumentava e lui rimpiccioliva" QUi il termine omosessuale secondo me rompe la tensione. Io userei una perifrasi che lo lasci intendere. Che poi secondo me, essendo colui che pensa un rude mercenario, in un mondo che potrebbe essere di stampo rinascimentale, sicuramente non ha una buona opinione (come invece è oggi) degli omosessuali. Quindi anche una perifrasi dispregiativa può starci. Questo ovviamente non è incitamento all'omofobia! Ci mancherebbe! Ma ovviamente non possiamo utilizzare registri moderni per descrivere pensieri distanti. Non so se ho reso l'idea... Qui ovviamente sai tu come vanno le cose, ti faccio però un appunto. I palvesi o pavesi, erano, storicamente, balestrieri che portavano uno scudo quadrangolare. Quindi erano loro stessi ad avere lo scudo. Quindi non avevano un altro uomo che li proteggeva. Però ovviamente ci sta una variazione, visto che comunque l'ambientazione è tua! Povero Folco, era già stato irriso dai grilli! Qui vedi tu, la ripetizione potrebbe starci per enfatizzare la cosa. Però allora magari trova un sinonimo di irridere. L'intera scena degli ostaggi mi è piaciuta, perché fornisce l'occasione per delineare sempre più la figura di Folco: un perfetto "principe" rinascimentale, immerso nei complotti, negli assassini, ma non privo di scrupoli. Certi sotterfugi e iniquità sono consentite entro un "gioco politico", ma non a trecentosessanta gradi. Spero che nel proseguio ci siano sempre più scene come queste, sia funzionali alla trama, ma allo stesso tempo anche esplicative riguardo l'ambientazione e i personaggi. Al più presto passerò a leggere la terza parte!
  6. Grazie ancora della lettura e delle indicazioni. Mi fa piacere che l'idea piaccia, anche perchè personalmente punto tantissimo sulla creazione di un mondo vivo e immersivo e su una storia che sia piacevole ma allo stesso tempo capace di trasmettere un significato.
  7. Tra loro, tra Custos, ogni parola resa non necessaria dalla rapida e pronta intuizione era uno spreco, un’inutile possibilità di fraintendimento. Una complicazione dannosa e pericolosa. «No, affatto» rispose Laocoonte trattenendo a stento l’inquietudine. «Ieri notte è successa una cosa che mi ha molto turbato. Ne ho già riferito alla Metera, ma devo avvertire anche te». «Racconta» lo esortò Orfeo. «Stavo tornando allo Ieron, quando arrivò una apokalypsis». Le apokalypses, uno dei grandi misteri dell’Ordine. Le visioni fugaci ed esatte del tempo a venire, le profezie di quella porzione di futuro che veniva loro chiesto di cambiare. La rivelazione di ciò che sarebbe successo e che andava corretto, il loro sacro compito, la loro ragion d’essere. Ciò per cui venivano addestrati e mandati per la via. «Riguardava una donna poco distante, la cui lunga ombra già intravedevo dietro l’angolo del vicolo. La donna stava litigando con il suo uomo, suo marito, mentre una bambina di sei o sette anni tirava la manica dell’uomo. Li avevo quasi raggiunti lungo la strada quando accadde. Si trattava di due zeugiti del sesto demos, il quartiere era quello». «Quello dei vigilantes, della polizia civile». Laocoonte annuì. «Lui l’avrebbe picchiata a sangue, sarebbe morta di lì a poco, prima che i paramedici potessero arrivare dal centro più vicino. Sapevo che sarebbe stato inutile avvertirli prima. Avrebbero incontrato un ingorgo causato dall'autobus che mi era appena passato a fianco. Troppo stipato dei pendolari della fine del turno diurno. Sarebbe morta lì in strada. Passata la visione intervenni. L’uomo mi vide appena voltai l’angolo ma questo non bastò. Non basta più oramai. Lo sai. Non ricordo nemmeno più quando bastava questo per far cambiare il corso delle cose. Allora seguii il protocollo, la legge dell’imperativo e lo indicai fermandomi a pochi passi da due. La bambina ammutolita si ritirò nell'androne in ombra più vicino. Lei voltatasi avendo visto la smorfia sul viso dell’uomo, mi vide e prendendo coraggio cercò di divincolarsi dalla sua presa. Ma lui non aveva nessuna intenzione di lasciarla, ovviamente lo sapevo. L’erotema semantikos è oramai quasi sempre inutile. Parlai da sotto la kaluptra, intimandogli di lasciarla. Non arrivai nemmeno ad abbassarla. Avevo visto che sarebbe stato tutto inutile. E il tempo stringeva. Non ho potuto far altro che agire, passare subito all’erotema praxis. Il vigilantes fuori servizio cercò di schivare la mia finta e, prevedendolo, lo colpii invece in pieno. Cadde a terra. Gli afferrai i polsi tenendolo schiacciato sul selciato. Riuscì comunque a voltare la testa e guardarmi dritto negli occhi. Quello sguardo, Orfeo… sapeva che la punizione per l’insubordinazione ad un Custos ricade sotto la legge marziale. E chi non lo sa? Eppure giurerei che stesse sorridendo tra i rivoli di sangue del labbro spaccato. Lo perquisii e trovai la sua scheda identificativa. Ho immesso i suoi dati nel canale extranet riservato. Tranquillo, so che ora è agli arresti. Però sapevo anche che non sarebbe bastato neppure questo. Per cui prima di chiamare gli ippeis parlai ancora, stavolta abbassando la kaluptra: “Quando uscirai, se uscirai, non ti avvicinerai mai più a questa donna”. L’ordine era stato dato. E comunicato anch'esso. Ma è ciò che seguì che…» sospirò quasi scosso da un brivido, un gesto così naturale eppure così innaturale per un Custos, e prese una pausa. «Altra profezia?» chiese Orfeo. «Sì» rispose nervosamente «Se non me ne fossi andato velocemente, sarei stato aggredito. Ed erano tanti Orfeo». Orfeo lo fissò immobile, ma senza incredulità. Quasi senza incredulità. Aveva avuto più volte la sensazione che prima o poi sarebbe successo. «Si era radunato un capannello di agenti fuori servizio, amici dell’uomo ancora a terra. Li avevo previsti ma non avevo previsto il seguito. Avresti dovuto vedere l’odio lampeggiargli negli occhi. Seppi che ne avevo anche alcuni alle spalle. Fu allora che presi per mano la donna e la figlioletta che aveva osservato tutto nascosta all’ombra della porta di casa e me ne andai rapidamente. Un secondo di più non l’avrei scampata» «Sicuro che avrebbero osato tanto?» «Possiamo mentirci?» «No» convenne Orfeo «L’hai riferito a Metera Sybilla mi hai detto, giusto?» «È stata la prima. Stamattina ho anche incontrato i gemelli. Era bene che lo sapessero al più presto, sai come sono» «Giovani» disse Orfeo. «E ancora imprudenti» aggiunse Laocoonte. «Cassandra lo sa?» «Speravo potessi riferirglielo tu, d'altronde è la tua orfane no? Non sarà difficile per te, dato il vostro legame» «Farò in modo di incontrarla» annuì Orfeo. «Morrigan era con la Metera, quindi lo sa anche lei, e naturalmente vi era anche Samuel, sebbene prima che parlassi, intuendo la gravità di ciò che dovevo riferire, gli hanno intimato di uscire ad esercitarsi. E Giona… dici che dovremmo avvisarlo?» «Dopo che...» scosse la testa «non credo che faccia più molta differenza, non va più per la via da anni» rispose tetro Orfeo. Laocoonte annuì e fece per voltarsi. «Come siamo arrivati a questo, Orfeo?» chiese con le mani che già armeggiavano con la kaluptra nera. «Il mondo procede Laooconte, che noi lo vogliamo o no, va avanti. Forse siamo noi ad essere rimasti indietro» rispose Orfeo. Laocoonte rispose scrollando le spalle, come un involontario brivido. Emozioni in un Custos, era difficile crederlo. «Prudenza Orfeo, non ho una bella sensazione» aggiunse. Lo salutò col cenno del capo dopo essersi riallacciato la maschera. Orfeo fece lo stesso e rispose al saluto. Svoltò per un’altra via mentre il ricordo ancora imperversava nella sua coscienza. Il racconto di Laocoonte non l’aveva più abbandonato da allora. Si fiondò dentro l’antro di un edificio prima che una moto sfrecciasse a pochi metri da lui e un calcinaccio caduto chissà quando dall'ennesimo condominio fatiscente schizzasse a forte velocità laddove si trovava un attimo prima, finendo invece per frantumare il vetro di una finestra. «Ho ascoltato il racconto di Laocoonte, Orfeo» la voce calma e rassicurante della Metera, Sybilla, la più anziana tra loro, la più saggia, la loro guida, si affacciò alla coscienza di Orfeo, facendolo ripiombare di nuovo nel ricordo. «È preoccupante, Metera» disse Orfeo mantenendo rispettosamente il capo chino. «Lo so, non era mai successo. Ma i segni c’erano. La nostra volontà non li ha soppesati a sufficienza, questo oramai è evidente. E quando qualcosa diviene evidente, è già troppo tardi, per noi» citò la Metera. «Ma possiamo sempre comprenderne le cause e intuirne gli effetti» rispose Orfeo. «Vero» confermò la voce cristallina che mal si appaiava all'apparenza dell’anziana donna. «Cosa consigliate, Metera?» «E tu, Orfeo, cosa consigli?» gli chiese inaspettatamente la donna. «Non mi permetterei mai…» «Suvvia Orfeo, ne sono passati di anni da quando hai il diritto di guadarmi negli occhi e dirmi ciò che pensi. Guardami e dimmi ciò che pensi» Orfeo obbedì, alzò il volto e incontrò quello impassibile di Sybilla, avvolto nel mistero di uno sguardo inflessibile e imperturbabile eppure allo stesso tempo irradiante una benevolenza soffusa e avvolgente come un velo di pura seta. Le sue labbra sottili sotto il naso pronunciato affiancato da due occhi di un profondo grigio contornati dalle rughe. Si soffermò su quel viso, così simile al suo seppure nella diversità unica che lo contraddistingueva ed esaltata dalla lunghissima treccia di capelli bianchi come il latte. La loro comune natura ne segnava una somiglianza che andava oltre ogni sembiante e che in esso traspariva senza alcuna invadenza. «Mi è permesso?» chiese fissandola. «Ma certo, Orfeo» la donna infranse la postura delle mani giunte con un gesto solo in apparenza incurante. Calcolato con precisione, atto a produrre un effetto preciso. A comunicare senza parole, oltre le parole. Orfeo si pose lentamente nello stato di rilassamento muscolare e respiratorio a cui ogni Custos era addestrato fin dall'infanzia.
  8. Eccomi qui! Allora partiamo dalla trama: non mi è affatto dispiaciuta. Questo sebbene sia difficile ricavarne il sotteso, essendo comunque solo la prima parte e in quanto pieno zeppo di riferimenti, nomi di città, di luoghi, richiami a sottotrame etc. Qui infatti ti farei il mio primo appunto, che però va preso con le molle perché non so se questo scritto sia uno stralcio di un testo fatto e finito, oppure è solo un incipit (insieme alle altre 4 sezioni). Inoltre ovviamente è sempre un'opinione personale, quindi non assoluta. L'appunto è questo: vacci piano con troppi riferimenti e sottesi . Ma capisco che io spesso commetto lo stesso errore. Il fatto è che alcuni riferimenti aumentano il mistero, la curiosità, un sano spaesamento che induce il lettore a voler continuare la lettura, e non da ultimo il carattere tridimensionale di un'ambientazione viva. Troppi però, rischiano di inficiare la lettura e a suscitare un leggero stato di frustrazione. Questo invece non accade quando giustamente inserisci una sorta di flashback in cui spieghi per quale motivo il protagonista si trova nella situazione specifica. I personaggi sono ben caratterizzati, sia fisicamente ma soprattutto caratterialmente. Occhio, e questo te lo dico perché da scrittore fantasy/fantascientifico corro sempre il rischio anche io, a non farli scendere lungo la china dello stereotipo o nella "maschera". Per il resto io ho uno stile diverso (io ad esempio limito al minimo le descrizioni fisiche dei miei personaggi) quindi non mi sento di giudicare oltremodo. Fatto è che quelli che appaiono sono ben fatti, e con interazioni realistiche. E questo è quello che conta. Per quanto riguarda lo stile generale (al particolare penso dopo), anche qui non ho grosse critiche. Anche perché sono ben consapevole come, soprattutto in questa sezione, sia decisamente prematuro giudicare uno stile da un singolo frammento. Non essendo pezzi autoconclusivi ma piccoli stralci, è impossibile giudicarlo. Posso portare il mio caso: il prologo (e gli intermezzi che seguiranno tra una sezione e l'altra, dove si continua l'intervista) è completamente diverso dal resto del libro. Quello che posso dire è che è scorrevole, piacevole, senza troppi fronzoli o descrizioni asfissianti. Apprezzo come ho detto anche i riferimenti e i richiami sottesi (sempre che non si esageri): aiutano decisamente l'immersione del lettore. Per finire non ho disdegnato affatto alcune descrizioni alquanto suggestive (es. grotta di cortecce). Passando invece al puntuale: Qui due cose. Io direi "dietro uno sguardo fermo" ma cmq cosa da poco... e gambesone, con gambersone (almeno che io sappia ) Qui non ho capito, ma forse è ignoranza mia Anche qui è solo una questione di gusti miei, ma se dovessi inventare un nome eviterei accuratamente nomi comuni. Ma non è una critica, solo mio gusto personale! Qui per rendere meglio l'effetto che cercavi metterei: "E perchè no anche carri, catapulte e trabucchi...." . Non so ma quel "sarei venuto" mi stona. Qui tutto bene ma secondo me troppi insulti Nel senso che risultano troppo ridondanti forse. Anche se io dovrei tacere per ridondanza visto che metto sinonimi ovunque, ma che devo farci, mi piace calzare su alcune cose per me significative. La descrizione in sè mi piace, però la stempererei un pò per non incorrere magari in una caduta di tensione nel ridicolo. Mi spiego... rischia di rompere la tensione qualora me lo immaginassi e mi strappasse una risata invece di un senso di repulsione che descrivi subito dopo. Qui l'unico serio appunto. Qui cambierei proprio la struttura. Trasformerei tutto in un flashback con il discorso diretto. Se il tutto si forse fermato a "la nobiltà e la fierezza del mio amato cognato per un compito sì arduo nel Consiglio dei Dieci" ci poteva stare come inciso messo così. Ma protraendosi per molto io ti consiglierei di estrapolarlo. Quindi renderlo come ho detto un discorso diretto, con conseguente cambio di scena, oppure scorporare le frasi, metterle al passato, come se fosse una ricapitolazione mentale del protagonista. Un ibrido così stona. Non so se mi sono spiegato
  9. @Fantom grazie del tempo dedicatomi e alla puntuale correzione. Senza dubbio rivedrò le parti da te sottolineate per apportare qualche modifica! Appena posso aggiungo la seconda parte. Rispondo solo per quanto riguarda un punto: la lentezza. Ne sono consapevole, però è inevitabile trattandosi di un testo di oltre 450 pagine, e per di più solo il primo di un ciclo di 5 libri (finora finiti sono 2). Comunque posso garantirti che è un problema solo dei primi 2-3 capitoli introduttivi dove inevitabilmente vanno presentati alcuni personaggi e uno scorcio sull'ambientazione. Dopodiché a me piace tenere la tensione e l'azione sempre vivi e ben bilanciati. Della serie... non mi piace, come spesso accade, concentrare l'azione solo in determinati punti per lasciarne invece il resto del testo completamente sguarnito. Rinnovo la mia gratitudine, ricambierò il favore prestissimo!
  10. Enochh

    Saluti a tutti

    Grazie mille! Spero di poter partecipare attivamente alla vita della community!
  11. Sei giorni prima Prima die Laudes Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire. (Apocalisse 3,2) Il fetore e la frenesia della metropoli lo inondò, come ad ogni pallido giorno, appena aprì gli occhi. Sentì la vita affannarsi attraverso la finestra aperta. Le urla dei venditori ambulanti, e dei tassisti, dei mendicanti e delle prostitute, l’eterno suono di ingranaggi e di macchine, il rimbombo delle tubature e dell’acqua che vi scorreva e il sibilo degli autoveicoli che sfrecciavano a decine di metri da terra. Si alzò e le molle sotto il materasso cigolarono. Sembrò quasi un suono antico in mezzo a quel vociare caotico, a quel coacervo di suoni alieni, eredità di quel passato che tutti si ostinavano ancora a chiamare futuro. Si slegò dal braccio un pezzo di stoffa scuro e pesante e se lo legò, come ogni, ogni, ogni giorno, attorno al collo fino a coprire la bocca. Lo accomodò facendo appello ad una memoria tattile oramai istintiva in modo tale da sistemare il simbolo del triangolo con all'interno l’occhio onnisciente all'altezza delle labbra nascoste. Indossò così la kaluptra, la maschera dei Custos. Il piccolo inevitabile rituale di ogni Custos Verbi. A passi lenti si diresse verso la finestra, si appoggiò allo stipite della e guardò fuori. L’aria fredda illuminata dai raggi trasversali e malati del sole che tentavano di farsi largo attraverso la foschia del grigiore dei fumi metropolitani. Sotto di sé per decine di chilometri si stendeva ancora una coltre di false stelle, luci, neon, led, insegne luminose perennemente accese. E quel nero trambusto fatto di persone e strade, palazzi che si perdevano nei banchi di caligine stantia che come una palude intrappolavano la visione del cielo. Lontano l’eco dei megafoni, delle pubblicità e dei proclami sui maxischermi appollaiati sulle ripide pareti di quegli antichi castelli decadenti dove viveva ciò che rimaneva dell’uomo. A nord i suoni lontani delle sirene dell’Akropolis che scandivano il tempo rendendolo così opprimente, così scontato nella sua incessante misurazione. Cercò senza trovarlo un soffio di brezza rinfrescante, percependo invece, come sempre, il gelo dell’alba soffocata dagli opprimenti miasmi della sopravvivenza. Nessun soffio di vento ad addolcire il risveglio con la sua naturalezza. Solo lo spostamento d’aria, altrimenti immobile, proveniente dal passaggio dei veicoli. «Un nuovo giorno, per ciò che rimane» bisbigliò, sperando tra sé che quelle sarebbero state le uniche parole che avrebbe dovuto pronunciare quel giorno. Appoggiato al davanzale guardò sotto di sé il formicaio impazzito dell’umanità affannarsi senza uno scopo apparente, imprigionato nell'alveare ottenebrato della vita scandita. “Proprio come dovrebbe essere” pensò amaro. Guardò attorno a sé la stanza e gli altri letti vuoti. “Un tempo ve ne erano così tanti e ora siamo così pochi”. Voltò le spalle a quello specchio tetro della realtà, si avvicinò alla sedia di fianco al suo letto e vi raccolse il lungo cappotto e indossatolo ne estrasse un pesante mazzo di chiavi. Aprì ognuna delle serrature che assicuravano la porta del rifugio e la richiuse alle sue spalle. Venti piani sotto con cautela uscì dalla porta secondaria che solo lui e i suoi compagni conoscevano e svoltato il sudicio vicolo arrivò sulla strada osservando sopra di sé il tetto di traffico di autoveicoli. “Una bella metafora” pensò, c’è chi può permettersi di galleggiare a mezz'aria e chi invece… senza pensare si spostò di alcuni passi alla sua destra prima che un vecchio taxi su ruote potesse investirlo nella frenesia della corsa. E fu lungo quella strada, come mille ve n’erano a Neo Babylon che arrivarono a posarsi su di lui le prime occhiate. Intimorite, naturalmente, e ostili. Sempre più ostili. E le cose stavano peggiorando troppo, decisamente troppo, rapidamente. Non erano mai stati considerati con affetto, questo era vero. D'altronde, erano potenti, erano enigmatici, diversi. Qualsiasi loro ordine andava eseguito, loro vedevano il futuro. A volte capitava che qualcuno, costretto ad obbedire per un bene superiore, covasse risentimento e non lesinasse di mostrarlo. Ma il numero di quelli che erano episodi isolati, rari e quasi unici, stava aumentando esponenzialmente. E sempre meno possessori del dono venivano trovati, grazie all'intuizione, dai cercatori. Non vi era quasi neppure più nessuno che poteva essere definito cercatore. Una specie morente. Come milioni di altre oramai estinte, anche la loro stavano lentamente morendo immersa in quel mare di lenta decadenza. Ognuno in quel dannato formicaio era schedato, marchiato e controllato fin dalla nascita. Nessun potenziale Custos doveva sfuggire, e ognuno di loro andava addestrato correttamente. Era la legge. L’unica legge a cui dovevano sottostare. Unica eppure pesante, sempre più pesante e ottenebrante. Il Codice e le sue postille di controllo. A loro tutto era concesso, e nessuno poteva opporvisi. Quando loro ordinavano qualcosa, qualsiasi cosa, con un gesto, un’azione, una parola, ognuno in quell'ultima città degli uomini doveva obbedire. Nessuna infrazione era tollerata. Nessuno più l’accettava passivamente come dogma. Sempre più raramente coloro che divenivano i bersagli dei loro imperativi si domandava il perché, o ne voleva scorgere la necessità nascosta tra le pieghe della legge della causalità. Nessuno voleva indugiare sulla necessità della loro esistenza, del loro agire. Raramente volevano percepirne le conseguenze e praticamente mai vi sarebbe seguita qualsivoglia riconoscenza. E al non voler comprendere, non poteva che seguirne l’incomprensione, l’intolleranza, l’odio. Cionondimeno era questo ciò che erano. E lui, Orfeo, era uno di loro da ben quarantanni. E quegli sguardi di ostilità non presagivano che male. La fine, o peggio. La mattina precedente aveva incontrato Laocoonte, il suo confratello Laocoonte, e la sua mente andò indietro, mentre il corpo continuava a camminare lungo la via. Ad andare avanti, a condurlo e preservarlo, ci avrebbe pensato l’istinto della sua preveggenza. Orfeo aveva appena varcato le immense porte dello Ieron, il Tempio dell’Ordine dei Custos. I due uomini si scorsero al lume delle vibranti torce e si scambiarono un veloce saluto col cenno del capo lungo il corridoio del Tempio che conduceva all'uscita dell’enorme edificio, reso ancora più imponente dal loro esiguo numero e più asfissiante dalla massiccia presenza degli ippeis, le guardie pesantemente armate dell’Akropolis, chiamata più comunemente Cittadella. I loro custodi, coloro che dovevano vigilare su di loro, ma che sempre di più erano divenuti i controllori del loro operato. Gli occhi onnipresenti del governo della città su quell'antica reliquia persistente dalla fondazione stessa della metropoli. Quando si incrociarono Orfeo percepì negli occhi del confratello un’urgenza e una paura così estranee in quella porzione di viso così rassicurante e colma di gentilezza. Laocoonte, contravvenendo all'etichetta dell’ordine, gli afferrò l’avambraccio e fece cenno di seguirlo. Orfeo lo vide voltarsi e tornare sui suoi passi e lo seguì fino alla grande sala del consiglio. L’immensa sala rotonda con la sua cupola era vuota e nessuno sedeva sui trecentosessantacinque scranni posti tutti intorno in due ampi cerchi sfalsati. “Eravamo così tanti”. Ad Orfeo quel pensiero risultò quasi permeato da un’eco di incredulità. E ciò lo colmò di inquietudine. Si fermarono sotto il colonnato che girava tutto attorno alla stanza e Laocoonte si abbassò la maschera dalla quale fece capolino la barba castana che, come i suoi lunghi capelli brizzolati, era accuratamente raccolta in lunghe e sottili treccioline. Orfeo capì che avrebbe dovuto parlare. Lo capì dall'urgenza di quegli occhi castani sommossi da rapidi movimenti. Con un rapido gesto si liberò anch'egli il volto. Guardandosi attorno parlò a voce bassa. In un sussurro. «Cosa ti turba fratello?»
  12. Enochh

    Undici. I miei anni allora

    @RicaEd eccomi di nuovo qui a commentare qualcosa a me assolutamente alieno . Questa volta decisamente di più! Ma spero di farci l'abitudine, anche perché ho scoperto che mi piace alquanto avere a che fare con sensibilità, poetiche, trame e stili completamente diversi dai miei. Dunque, partiamo dalla trama. Questo è senza dubbio il punto più controverso, perché come puoi ben immaginare ho ben poca dimestichezza con l'argomento . Come del resto almeno il 50% del possibile pubblico. Avresti potuto giocare su questo fatto, rendere l'evento decisamente più marcato, stereotipato. E avresti sbagliato. A mio avviso l' "archetipicità" di un momento la si può raggiungere in due modi: o attraverso un'esasperazione della forma, o attraverso la messa in mostra di una semplicità quasi assoluta del contenuto, che finisce per manifestarsi da sé. Ed è questo secondo il tuo caso, ed ho avuto modo di apprezzare questa scelta in questo scritto maggiormente rispetto al precedente da me commentato (nell'altro vi era una forma più preponderante, non per questo il risultato era peggiore eh!). L'evento sembra manifestarsi da sé. Sorprende con la sua semplicità naturale il lettore tanto quanto la giovane protagonista. Il tema trattato ovviamente è già di per sé selettivo, anche se, spero di poter dimostrare, non vincolante ad una esclusione a priori. Ho notato che ti piace molto sondare le relazioni, specie quelle conflittuali, generazionali. Anche questo sentire è decisamente lontano dal mio, ma questo non mi vieta di constatare se è ben fatto o meno. Anche qui potrei aggiungere che, personalmente, troverei arduo leggere un romanzo interamente incentrato sulle "relazioni", ma questa è di nuovo la mia sensibilità che non mi vieta ancora una volta di esprimere però l'idea che c'è chi potrebbe permetterselo e chi no. E tu potresti... Passando allo stile non posso che ribadire la mia ammirazione per la sua asciuttezza, precisione e correttezza. Adoro in particolare la tua capacità di creare un nesso figurativo tra le cose, far sentire odori, sapori, contrasti, emozioni senza descriverli eccessivamente ma creando parallelismi con altre immagini, anche non immediate, che suscitano spontaneamente una comprensione. Un esempio su tutti è la lasagna, che chiaramente richiama al sangue, ma non solo! Una cosa buona, naturale, che diviene però emblema, fino a trasformarsi in un vero e proprio conato (riesci bene a suscitare la sensazione anche nel lettore), di disagio, di repulsione, di conflitto. Di un affetto che non c'è e che finito "l'evento" non lascerà che il solito piatto vuoto. Magari decorato. Classico piatto da casa della nonna. E qui torna ancora la nonna! Che hai contro le nonne? Scherzi a parte, dietro questi format che si ripetono, ma mai uguali, ci vedo una cosa essenziale: una poetica ben formata. Si vede che non scrivi tanto per... ma che hai idee ben precise. E sai riproporle senza per questo essere banale. Per quanto riguarda lo stile mi sento di fare un unico appunto: anche qui occhio ad essere troppo asciutta, con frasi troppo sincopate. Nel precedente tuo testo da me commentato era forse la cornice (dell'ipnosi) a rendere necessario un ritmo di tal genere, qui un pò meno. Credo comunque che sia la brevità del racconto a spingerti naturalmente verso questa scelta. Come nel precedente giudizio anche qui, per poterlo espandere, dovrei poter leggere qualcosa di più corposo, ma rimane senza dubbio molto positivo! Se sei riuscita a farmi leggere di sentimenti e relazioni sei decisamente brava...
  13. Enochh

    Richieste abilitazione Narrativa over 18

    26/05/1985
  14. Enochh

    Prologo (prima parte). Verbum - Custos Verbi

    Grazie @Rica !! La seconda parte del prologo, non so se è visibile ma c'è, qui da qualche parte Sì tranquilla che il prologo è volutamente "spaesante" (quasi una sceneggiatura). Nessuna descrizione. L'immersione arriva subito dopo (fai conto che il libro, comprese le appendici conta 450 pagine, quindi di tempo ce n'è . Domani intendo pubblicare la prima parte del primo capitolo e spero che lì troverai quello che manca! Lo so, purtroppo la ripetizione ossessiva di alcune parole, sebbene voluta, può effettivamente dar fastidio. Per voluta intendo che spesso vedo il testo come uno spartito. Soprattutto se mi permette, come nel caso del prologo, di poter essere, come hai sottolineato tu, aleatorio. E le ripetizioni sono il ritmo ossessivo di sottofondo. Hai infatti visto bene, l'ambientazione è una distopia opprimente, alla blade runner per intenderci (anche se con blade runner non ha null'altro in comune), e la ripetizione aiuta, spero, a sottolineare un senso di "martellamento". Idem la questione dei sinonimi. Ma qui è già più complesso e riguarda l'arcaicità insita nell'Ordine a cui appartiene il protagonista, Orfeo... No no fai bene a tagliare, suggerisci pure che non fa mai male!!
  15. Enochh

    Saluti a tutti

    Grazie!
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