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Rominaqu

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  1. Rominaqu

    Il divieto

    Ciao @cynthia collu Ho letto il tuo racconto e mi dispiace dirlo ma non mi ha convinta molto anche se la storia è ben scritta da punto di vista sintattico. Nella prima scena credo sia difficile vedere un lenzuolo sgualcito in fondo a un corridoio e con una porta semichiusa. Avrei tolto il corridoio e detto che nonostante la porta fosse socchiusa era ABBASTANZA per vedere.... Quando dici che il bambino da fastidio a Lucia e vorrebbe strattonarlo come un burattino c'è un'incongruenza perché, in questo caso, è la madre a sembrare un burattino. Dopo di ché cambi il punto di vista...sembra Lucia a parlare del figlio e non più Francesca. Quando dici: le liquirizie la guardarono...mi sembra un verbo non appropriato ad un oggetto inanimato al quale si vuole attribuire pathos non vita. Ci sono diversi personaggi: Lucia Che dovrebbe essere la voce narrante, Marina, Roberto e infine spunta Gianni senza adeguata presentazione. I personaggi vanno presentati nei loro tratti caratteriali per prendere vita. Non basta il nome. Nella frase: " se a Lucia non faceva piacere lei non avrebbe guardato " c'è un'incoerenza, perché Francesca vuole guardare. Nella frase: " Il freddo improvviso del metallo la colpì come uno schiaffo" la metafora è inopportuna. Piuttosto una lama gelida tra le dita...o cose del genere. Spero di essere stata utile. Un saluto
  2. Rominaqu

    Chi resta [revisionato]

    @AdStr Ciao...ho letto il tuo racconto e sinceramente non mi ha convinto molto. Prima di tutto l'età della ragazzina non è, a mio avviso, adeguata a quel che lei fa, il libratore. Le avrei dato qualche anno di più...Inoltre manca il pathos nella storia. A volte più che libratori sembra tu parli di uno stormo d'uccelli...ricordi il Gabbiano Jonathan Liviston ? Tutto è riassuntivo e poco descritto, secondo me. Più dialoghi potrebbero aiutarti a rendere la storia più vicina al lettore così come fare descrizioni suggestive del paesaggio, per fare un esempio. Un saluto
  3. Rominaqu

    Matrioska

    Sono intrappolata nell’ultima matrioska, in quella piccola, in fondo a una grotta. Sento le voci degli altri ma arrivano ovattate, lontane. Fa freddo qua dentro ed è tutto buio come all’inferno. Quando siamo fuggiti, ognuno di noi è riuscito a portarsi uno zaino di sopravvivenza, ci abbiamo messo di tutto e di quel c’è ci stiamo nutrendo. Benedette torce che ci fanno vedere qualcosa qui intorno! Prima che si scarichino e il buio profondo ci inghiotta come larve. Si odono i versi dei pipistrelli, le loro ali che sbattono e le gocce dell’acqua che cadono sul pavimento roccioso. Qualcuno dice che di quelli ci nutriremo quando il cibo in scatola e l’acqua in bottiglia saranno finiti. Mi chiedo cosa diventeremo se sopravviveremo in quel modo, mangiando vermi e topi, leccando le pareti della roccia, senza poter usare gli occhi e vedere più i colori del mondo. Ci siamo creati un giaciglio in mezzo alla stanza principale, l’abbiamo ammorbidito con i giacchetti e le coperte di pile. Andiamo a deificare lontano dalla sala centrale, in altri anfratti, più in basso. Sopra non c’è più niente, probabilmente. Lo scoppio della centrale nucleare avrà distrutto ogni cosa. È passato un mese da quando è scoppiata la centrale atomica o la bomba nucleare, o chissà cos’altro. Pochi minuti e tutto è arso, tranne noi undici. Non so chi altro si sia potuto salvare. Abitavamo vicino alle grotte del vento e qui abbiamo pensato di correre a rifugiarci. I cinque maschi, io sarei il sesto, hanno deciso di tornare in superficie sperando di trovare qualcosa da mangiare. Io non vado con loro. Ho troppa paura. Non amo restare qua dentro ma neppure voglio dissolvermi nella luce radioattiva. «Non uscite, vi prego.» Grido insieme alle donne nel tentativo di farli desistere ma il cibo è finito, l’acqua pure e fa tanto freddo, non abbiamo più niente per accendere il fuoco. “Fuori ci sono le auto” dicono. “Basta restare in superficie per poco tempo, basta portarsi un pezzo di piombo in tasta. “ «Dove lo trovi il piombo, cretino?» Grido isterico a quello che parla mentre mi rintano in un angolo. «Ne ho un bel po' nel furgone, dovevo usarlo come rivestimento per un tetto. Lo dividerò con gli altri. Assorbe le radiazioni, no?» «Sei pazzo! L’avrà già assorbite, sarà saturo ormai.» Rispondo quasi piangendo. Sono partiti. La fame è terribile, ho i crampi allo stomaco e penso ai pipistrelli e ho fame pure di vermi, tasto il terreno con la mano, non provo più disgusto nel sentire il pavimento vischioso come la gola di una bestia. Non ho più paura che un animaletto possa morsicarmi, anzi, che lo faccia così lo mangio vivo. Ho sete e vado a succhiare le pareti della grotta insieme alle altre donne rimaste. Loro sono come vampiri, mi cercano, mugolano, mi toccano, senza ritegno. Mi hanno sdraiato al centro della grotta e mi hanno spogliato tutto, poi si sono messe a baciarmi. «I vostri mariti? Non pensate a loro? Fermatevi.» Ho detto con tono disperato e la voce stridula. «Chissà se tornano e noi abbiamo fame, fare l’amore serve a non pensare. Lasciati andare.» Sento le loro lingue ovunque, la loro saliva sulla mia pelle fredda, nella mia bocca arsa che succhia, sulla mia pelle ispida che vorrei fosse liscia come la loro. Se esco da qui mi faccio operare! Ma ora non posso dirlo, non capirebbero, ho paura. Mi sento usata, violentata. Dicono che ce l’ho grosso. Me lo fanno rizzare. Mi vergogno. Una dopo l’altra mi sono montate sopra, io avrei voluto essere tra loro, sopra un fallo che non fosse mio. Le invidio. Hanno ragione, mi è passata la fame. Ho la barba lunga, cerco un sasso aguzzo per potermela togliere, anche se al buio non si vede niente, palpo la roccia con le mani, avidamente, in cerca di ogni cosa che possa diventare una speranza, forse una chiave segreta per fuggire chissà dove o un bel pollo arrosto. Mi si attorciglia lo stomaco. Non ho più pensato a Lucas, chissà se è ancora vivo oppure morto come me, all’inferno. Non fanno che toccarmi! Pensare che io nella coppia ero la donna. Dev’essere una punizione divina. Se dico loro che mi sento donna, mi evirano. Sibilano: «Ancora, facciamolo ancora, fino a che non tornano gli altri.» Così ho deciso di nascondermi, sono scivolato sulla parete umida con la schiena e ho camminato fino ad un interstizio nella roccia che era come un’ansa, bassa, un piccolo tunnel che infondo si stringe ad imbuto. Mi chiamano, mi infilo dentro il buco. Voglio morire di freddo piuttosto che farmi usare di nuovo. Il mio corpo nudo a contatto con le pareti bagnate è liscio e, per un attimo, mi sento di nuovo femmina, di nuovo bella. Tremo come una foglia. Mi sono spinto dentro come un verme, fino a sentire la roccia sopra di me toccarmi il naso e le pareti laterali stringermi le spalle, ho spinto ancora con i piedi, ancora, preso dalla rabbia, dalla fame e dalla disperazione fino a che un piede è scivolato e la compulsione ad andare avanti si è interrotta. Sto dentro una bottiglia, mi dico, sono un messaggio d’aiuto che non è ancora stato silurato in mare. Fino a che non ho pensato ad una maledetta bara. Una cassa da morto dove mi hanno seppellito vivo. Non riesco ad uscire, non riesco a tornare indietro, sono bloccato. Grido ma la voce è imbottigliata insieme a me e muore lì, tra i miei capelli. Mi divincolo ancora, senza alcun risultato. E’ un incubo. Ho passato un’ora a tentare di farmi sentire dalle altre, fino a perdere le forze. Sento il mio fiato ricadermi caldo sulla faccia, tutto il resto è congelato. Non sento più il mio corpo, solo la testa punge come se fosse piena d’api. Ho il respiro affannato, lo sento e mi calmo. Sono una donna dentro un corpo maschile, in una grotta del cazzo, infilata in un anfratto vischioso che mi sta uccidendo mentre fuori c’è la fine del mondo. Ditemi se non sono l’ultima delle matrioske. Mani cuocenti mi hanno tirata per le caviglie e sono uscito come una supposta dal culo di un bambino. Mi hanno messo in mezzo al giaciglio e mi hanno scaldata con le loro tette enormi e i loro corpi affamati. «Lucas, Lucas, mi senti?» Dice la più buona di tutte. Hanno fatto un fuoco e mi hanno dato un pipistrello da mangiare mentre le fiamme hanno rischiarato l’ambiente tondo come un culo e freddo come il cuore del demonio. Gli uomini non sono tornati e i pipistrelli sono finiti, non c’è più niente per accendere il fuoco. Una di noi è impazzita ed è scappata fuori nuda, urlando. Non l’abbiamo più vista entrare, forse perché è andata a cercare da mangiare. Sono passati tre mesi. O moriamo o usciamo. Io esco. I miei peli sono lunghi al punto da farmi sembrare un ominide che esce dalla caverna. Non ho paura di morire così conciato. Sono l’unico che ha la forza fisica di salire, le altre mi tirano debolmente per le mani, per i piedi, gridano, supplicano di non abbandonarle, che non tornerò più, che hanno paura senza di me. «Se restiamo qui moriamo!» Dico loro con un filo di voce. Ho più muscoli di loro, posso farlo. «Tornerò!» dico. Aspetto che dormano e mi trascino fuori nudo, perché i vestiti me li hanno tolti loro. Un raggio di sole mi colpisce in faccia come una lama. Ho fame. La prima cosa a cui penso è dove andare per procurarmi da mangiare. Mi viene in mente il negozio di souvenir poco distante. Tiro una grossa pietra alla vetrina ed entro. Non suona l’allarme, non c’è corrente e non c’è un’anima viva intorno. Mi chiedo per quanto possa rimanere vivo sottoposto alle radiazioni mentre addento un panino e risorgo. Mangio come una scimmia e ritrovo lucidità, così decido di rientrare in grotta. Porto qualcosa da mangiare alle altre. Forse non sono spacciato, sono restato esposto alle radiazioni per poco tempo. Barcollo ma sento che le forze stanno già tornando. Fuori c’è un silenzio paradisiaco, gli alberi sono ancora al loro posto, così come il sole e il cielo, le nuvole sono bellissime. Un ultimo sguardo e torno giù, con due buste piene di salami; carne secca, formaggi e qualche bottiglietta d’acqua. Ho preso anche dieci pile, tronchetti accendi fuoco e candele di cera. Le altre mi accolgono con gioia. Divorano tutto, si rifocillano, provo tenerezza per loro. Non me ne frega più un cazzo di cambiare sesso, di depilarmi o di sistemarmi i capelli. Voglio vivere e questo corpo mi ha salvato. Io e le altre, dopo aver mangiato, festeggiamo con un’orgia piena d’amore nel giaciglio pieno di colori, con un grande fuoco che si guarda e ci scalda. Sembra di essere a Natale. Mi prenderò cura di loro. «Altro che trans!» Dice una di loro ridendo.
  4. Rominaqu

    Un cuore da buttare

    @Ila_396 Bravissima, ho ancora una lacrima che mi scorre sul viso. La storia è di un'intensità rara e avvincente. Dato che devo per forza commentare e non solo dirti che mi è piaciuta, mi sforzo di farti una critica e penso che all'inizio il racconto poteva essere sviluppato maggiormente, è come una bella sinossi, un materiale che ancora può essere modellato e definito meglio. Complimenti, anche se non amo piangere e non guardo mai i film drammatici, mi hai fregata :-)
  5. Rominaqu

    Le galline della signora Maria

    L'aria gelida del mattino le arrossava le guance..... meglio arrosso' A presto
  6. Rominaqu

    Le galline della signora Maria

    @Ivana Librici Ho letto il tuo racconto. Premetto che non sono brava come critica letteraria :-) Scrivi bene, a mio parere, ma il racconto è, in qualche modo, secondo me, da migliorare, presenta alcuni punti deboli. Partiamo dalle parti belle: l'idea di iniziare partendo dal pollaio e quel che prova la protagonista per quelle "stupide" galline con i loro occhietti neri è davvero carina, che fa sentire al lettore l'animo gentile e umile della protagonista e lo accompagna nel paesaggio campestre. La velata descrizione di ciò che è accaduto ai signori che la protagonista accudiva, crea suspense ma secondo me, i signori andavano presentati prima in qualche modo. Inoltre che lei camminando arrivi nuovamente alla casa è poco credibile, a meno che tu non insista su qualche particolare. Anche la scena finale, che fa intuire che i due anziani sono morti, la amplierei. Nel complesso è un bel racconto. Un sorriso nella speranza di esserti stata utile. p.s c'è un verbo imperfetto che sarebbe meglio al passato remoto, quasi all'inizio della storia e ti chiedo, è voluto il fatto che il nome di lui non sia messo con la maiuscola? Ciao
  7. Rominaqu

    La bambina. Revisionata.

    «Mi avrà sentito? Mi scoprirà. Non riesco a stare zitta, mi viene da gridare, da urlare di paura. È tutto buio qua dietro, nonostante io sappia che i muri della casa sono bianchi e la casa è accogliente e calda. «Oh Dio, mi sta chiamando. La mordo, lotterò con tutte le mie forze, la uccido. Sono rabbia pura, sono un gigante di rabbia e cattiveria!» Ha aperto la porta, la luce mi ferisce gli occhi. Crepo di paura! Mi ha preso in braccio e l’ho morsa al collo con i miei denti di squalo e l’ho graffiata forte sulla faccia fino a strapparle la carne e le ho dato pedate e colpi su colpi fino a sfinirmi ma lei mi ha tenuto in braccio tutto il tempo, dicendomi che mi vuole bene, a me bambina deforme, abbandonata in questa casa da tanto tempo. Si sono dimenticati di me, non ho visto che buio, ho gridato senza che nessuno mi sentisse e ora arriva lei a dirmi che mi ama, che vuole aiutarmi, adottarmi persino. Gli dico: «Non lo sai che sono un mostro? Che nessuno può volermi bene, che ti distruggo così non potrai farmi del male, che tutto è cattivo e crudele come me.» Ma non riesco a farle male, ha detto che non ha sentito niente mentre la picchiavo. Ha detto che lei si prenderà cura di me. «Lasciami stare, nessuno può volermi bene, è colpa mia, perché sono un mostro, una creatura deforme con i denti di squalo, altrimenti non mi avrebbero dimenticata qui.» Lei insiste, dice di volermi, così come sono, ma io non le credo, non mi fido, continuo a morderla e a picchiarla e, ogni volta che se ne va, ogni volta che mi lascia sola io, se torna, la sbrano. Mi ha comprato un vestitino rosa, dice che mi sta bene e dice che sto cambiando, che sono più carina in viso e che i denti non sono più così brutti come il primo giorno che li ha visti. Ha detto che sto persino alzando. Piango disperatamente, mi dimeno, lotto con tutte le mie forze ma lei non scappa, continua ad esserci ogni volta che ho bisogno. Non riesco più ad arrabbiarmi così tanto con lei, non riesco più a morderla. Mi dice di fidarmi di lei e di comprendere che sono una bambina da amare e che non ho colpa di nulla. Si è fidanzata. «Che bello!» Le ho detto. «Qualcuno con noi in questa casa mi fa sentire al sicuro.» Perché non mi fido abbastanza di lei, ho paura che da sola non ce la faccia a prendersi cura di me. Poi lei l’ha lasciato, ha detto che era cattivo. Ho gridato come la prima volta che mi ha trovata e sono riuscita a farla tornare con lui ma lei dice che sta male, che vuole stare sola con me. «Sola no!» Grido. Se lo lascia ancora io la ferisco, faccio la pazza, mi faccio del male così lo ricerca, gli dico: «E’ colpa tua se la storia finisce. Non è lui ad essere sbagliato ma te. Tu sei un mostro come me, nessuno ti può amare perché sei cattiva e fai scappare tutti.» Lei piange e si dispera, ma io lo faccio per il suo bene, deve tornare insieme a qualcuno, non possiamo stare sole. Abbiamo bisogno di affetto, coccole, protezione. Lei mi dice che possiamo stare bene anche da sole. Dice che lui non è gentile. Ma non le credo, lei è quella cattiva, è come me. «No!» Grido. «Non azzardarti a lasciarlo. Non dirlo neppure per scherzo! Levatelo dalla testa, te ne pentirai, non ti vorrà più nessuno, rimarrai chiusa in questa casa, sola per tanto, troppo tempo, come è successo a me e poi sarà troppo tardi, sarai vecchia. Cosa faremo da sole? Moriremo di stenti. Moriremo.» Lei mi dice che devo fidarmi di lei, che può badare a me, che da sole stiamo meglio, che va fatto per continuare a crescere ma io non voglio crescere, io voglio essere protetta, tutto qui, voglio sentirmi al sicuro. «Va fatto!» Mi ripete, «per crescere!» Ribadisce. Vuole essere mia madre. «Se lasciandolo commetti un errore di valutazione? Se il problema sei tu e non lui?» Tremo, ho come degli spasmi, mi mordo la lingua con i denti aguzzi, sento confusione nella testa, grido. Lei dice: «Non può essere un errore andare avanti, non può essere un errore se fa tanta paura farlo, se per farlo bisogna trovare coraggio.» Si teneva la testa tra le mani, si tappava le orecchie, le mordevo lo stomaco. Le ho gridato sputandole in faccia la saliva: «Tu hai paura di amare e allora lo cacci via! Sei malata, pazza, non sai stare con chi ti ama perché non sai amare, sei un mostro, come me.» Le grido in faccia. Lei mi risponde piangendo: «No, non è vero! Se mi avesse amata io sarei restata con lui, lui non sa amarci, credimi, non ha compreso la nostra fragilità. Devi fidarti di me.» «Io voglio un padre, hai capito? Me ne frego se tu vuoi stare da sola e se credi di potercela fare da sola, la solitudine fa schifo.» Dice che la sto rovinando, che sono come un tarlo dentro che le impedisce di stare bene e poi si atteggia a mamma e dice: «Dipendere da qualcuno ti farà sempre provare altro dolore, piccola mia, perché quel qualcuno ti deluderà, perché se non hai imparato a camminare con le tue gambe sarai possessiva e morbosa e non sarai amabile.» Io la prendo in giro e le rispondo: «Allora resterò sola, non vorrò più nessuno. Avrò paura di amare ancora, come fai tu. Perché amare rende fragili e dipendenti, è come una malattia.» Lei non vuole arrendersi ma non sa che tra le due sono io quella più selvaggia, più ancestrale, più violenta e quindi più forte. Sono pronta a tutto pur di farmi ascoltare. Lei mi dice: «Prima impara a stare da sola, impara a scegliere con chi stare, senza disperazione, senza l’urgenza del bisogno e, quando l’altro non è più vitale, quando hai dimostrato a te stessa che da sola stai bene e sei felice…. Io rido con cinismo e rispondo con le mani sui fianchi e la faccia da mostro: «Se sono felice e non dipendo, chi me lo fa fare di avere qualcuno? Ho bisogno di dipendere per desiderare!» Stupida, avrei voluto aggiungere. Non riesco a rispettarla, neppure ad amarla quando dice certe cose ma lei ancora replica. «Voglio imparare ad amare con la leggerezza necessaria e la dignità che mi consente di avere il rispetto che merito dall’altro e che ora non ho.» Io controbatto gridandole: «Ma sarai vecchia quando saprai farlo!» Lei è sfinita, la vedo ma risponde: «Non è mai troppo tardi. Tu abbi coraggio e cresci, al resto ci penserà la Creazione.» «Ho tanta paura e mi vengono i denti di squalo e ti odio e non voglio sentire questa verità.» Ringhio ma l’ascolto, devo farlo. «Se fai così perdiamo tempo entrambe, siamo qui per crescere, è nostro dovere e, se mi freni, allora si che sarò vecchia quando entrambe avremo imparato la lezione. Devi affidarti a me e non io a te. Non devi più ingannare la mia mente e i miei pensieri con le tue grida e la tua rabbia. Devi ascoltare me, devi tacere e fidarti di me. Quando hai paura dimmelo, io ti amo, ti consolo e ti ascolto. Tu crescerei e non avrai più bisogno di un padre e sarai forte e bella e sarà bello essere libera, sapere che da sola puoi farcela.» E’ forte, mi intenerisce, per un attimo cedo: «Quando ho paura tu mi abbracci fortissimo vero?» «Sempre tesoro, senza tradirti mai. Ti ascolterò sempre fino a che non avrai più bisogno di parlare e non avrai mai più paura. Ora abbracciati forte a me, fidati di me, chiudi gli occhi e lascia che io lasci questo uomo che non ha saputo aiutarmi a far crescere un vero amore perché ero fragile e si è approfittato di me. Ne troveremo un altro, ma prima dobbiamo fare un bellissimo viaggio da sole. Io e te, insieme. Un viaggio da donne forti e coraggiose, piene di amiche e di passioni, di soddisfazioni; capaci di affrontare con stile e coraggio e con destrezza le difficoltà della vita e le cattiverie degli altri.» Già, penso, sento il mio sangue freddarsi dallo spavento: «Ho paura degli altri, mi odiano, pensano che tutta la colpa sia mia, vedono la mia deformità.» Lei sorride e pure con calma mi dice: «Gli altri sono come noi, sono bene e male, sono luce e ombra, sono caldo e freddo, giorno e notte, vita e morte. Ognuno di noi combatte una battaglia contro i propri demoni. Se fai vedere che hai paura di loro, ti sbranano, così anche se sei diversa da loro. Non è per cattiveria ma per istinto primordiale. Se vuoi essere originale devi camminare da sola.» Divento di nuovo violenta e mi dispero. Le dico: «Anche questo vuoi chiedermi? Non ti basta levarmi un padre? Non ti basta farmi stare da sola con te tutto il giorno e tutti i giorni senza certezze del domani? Vuoi anche che affronti gli altri e la loro cattiveria senza scappare?» Lei è patetica, vuol fare la saggia: «Siamo qua per diventare grandi. Siamo qua per crescere e credere in noi stesse. Siamo qua per dimostrare al mondo che, nonostante gli ostacoli, ci si può fare. Siamo qua per dare l’esempio. Io e te dobbiamo smettere di avere paura, paura della guerra, della miseria, della morte, della vecchiaia, della sofferenza, degli uomini. Basta con la paura. Affrontala la paura. Entra dentro la paura come fosse nebbia e notte e dai luce con i tuoi pensieri alle tenebre. Ovunque tu sia felice, là, si genera il paradiso, ovunque, se lo vuoi.» Mi fa davvero pena! «Mi chiedi troppo, non riesco, mi arrendo, dimentico tutto e torno a gridare che voglio che tu abbia un uomo accanto e se non lo fai ti obbligo, ti faccio fare sesso, ti faccio sedurre, manipolare, sbandare, prostituire, deragliare, ti distruggo. Non aspetterò che tu aspetti l’anima gemella che magari, forse, purtroppo non arriverà mai e si rimane sole e pentite.» Mi supplica dicendo: «Dio mi ha dato un lavoro quando avevo bisogno, mi ha dato due figlie, mi ha dato tante altre cose. Ci darà anche l’uomo giusto, quando sarà il momento.» «Come dici tu, ti conosco bene, ci darà tutto quello di cui abbiamo bisogno, l’essenziale! Io non voglio solo ciò che mi serve, voglio ciò che desidero. Tu e la Creazione siete due impostori.» Lei mi teme e fa bene! Mi dice, prima di andare a dormire: «Non voglio contrastarti, piccola mia. Ti starò sempre vicino e non ti lascerò mai sola. Sappilo. Ci vuole pazienza, ce la faremo, supereremo anche questo esame.» CAPITOLO 2 In punta dei piedi lei inizia a pulire la casa e poi sé stessa: si lava, si passa la crema sul corpo, si spruzza il profumo sul collo, si veste con una certa gentilezza e si pettina i capelli. Li sta facendo allungare, mi ha detto, non vuole più tagliarli corti come fosse un maschio. Il suo peso è lo stesso da mesi, ne dimagrisce né ingrassa, inizia a piacersi nonostante abbia qualche chilo di troppo. Prima, quando la solitudine l’attanagliava, mi ha spiegato, mangiava per compensare il vuoto, per provare il piacere che le era negato. Ultimamente, invece, riesce a stare bene anche se non esce, anche se non sente nessuno. Le piace stare da sola. Questa cosa mi spaventa. Le grido che è un’emarginata, una diversa, una sfortunata, che gli altri hanno una famiglia, hanno un fidanzato, hanno una vita sociale, delle amiche che la cercano, che lei non ha. Le ricordo che anche il suo sogno, quello di scrivere, per cui ha speso tante energie e tanti anni, è una compulsione, una richiesta di attenzione, il desiderio di essere vista e stimata dagli altri perché lei sa di non valere. Le rido in faccia. Lei perde la pazienza, capita qualche volta, e così iniziamo ad offenderci, mi grida di stare zitta, che devo lasciarla in pace, riesco a farla diventare rabbiosa come me e ci provo gusto anche mentre mi rincorre per casa con la ciabatta in mano come fosse un coltello e, quando sento che vuole farmi del male, sono contenta di poterle ricordare che ho ragione, che è cattiva, che rifarà i soliti errori di quando era bambina, se non mi ascolta. Le dico: «Vuoi imbavagliarmi e chiudermi nello sgabuzzino, al buio, dove mi hai dimenticato per anni?» La guardo con occhi da predatore, sento di riuscire a trapanarle l’anima. Lei si ferma, ha l’affanno, e si mette a pensare. Lei mi ha dimenticato in quella casa quando nostro padre ci feriva. Lui non ci voleva bene. Non potevamo giocare per non sporcare la casa, non potevamo correre per non macchiare i vestiti, non potevamo urlare di gioia, non potevamo essere spensierate, tutto era un dovere, ogni cosa aveva una regola da rispettare. Un giorno lei mi disse che voleva scappare di casa, pur non sapendo come fare a vivere là fuori, in mezzo al mondo, perché nessuno ce l’aveva insegnato. Nostra madre era già morta di crepacuore, per colpa di nostro padre e così, pure lei, ci aveva lasciate sole con lui chiedendoci perdono e spirando il suo ultimo respiro. Quando decise di fuggire io, per la paura, mi nascosi nello sgabuzzino e lei, non trovandomi, se ne andò. Non l’ho vista per più di trent’anni e, quando è tornata a vivere in questa casa e mi ha cercata, io avevo l’odio di mio padre nel cuore e tutta la rabbia che non ero riuscita a sfogare. Per questo le sono saltata addosso come una furia. Lei non era impreparata, qualcuno le aveva parlato di me, qualcuno le aveva detto che mi avrebbe trovato ancora lì. Volevo terrorizzarla, del resto questa era l’unica cosa che avevo imparato a fare nella vita: distruggere, ferire, aggredire, far male. Lei aveva trovato il coraggio di crescere, si era gettata nel mondo pur senza sapere come fare ad amare e il suo corpo era tumefatto per le battaglie perse e per quelle vinte. Aveva lividi da per tutto e rigonfiamenti impressionanti sotto i piedi, nello stomaco, sulla fronte, come grosse cisti violacee. Zoppicava ed era persino gobba ma mi disse che quelle ferite le sarebbero guarite se avessimo fatto pace. Mi disse che era tornata per rimanere, che nostro padre era andato via di casa, che l’aveva cacciato lei, e lei mi avrebbe insegnato tante cose e saremmo diventate entrambe belle e felici. Da quando siamo tornate insieme si è presa cura di me e, in effetti, il suo corpo è migliorato, le cisti sono scomparse così come i lividi, ha solo qualche cicatrice qua e là, ma dice che non le fanno male e che le porta con fierezza. Dice anche che io diventerò grande quanto lei e bella quanto lei e che, insieme, saremo “la fine del mondo.” «E il tuo fidanzato?» Le chiedo nuovamente preoccupata. Lei sorride e mi ricorda che basta a sé stessa, che è bellissimo sapere di sapersela cavare da sola, che devo provarci anch’io a saper stare da sola con lei. Mi dice: «Ci pensi? Ho superato vent’anni terribili, sono riuscita a da avere un lavoro e una casa che ora è tutta per noi, sono autonoma, indipendente. Davanti a me c’è una discesa, non dovrò riaffrontare ciò che ho superato con tanta fatica, sono stata fortunata e brava, posso essere fiera di me. Ecco perché puoi fidarti! Se vuoi ti porto con me, giù per questa discesa, fino a valle.» Ho cercato di sminuirla: «Non mentire con me, so che hai paura, paura di non farcela, paura di perdere il lavoro, paura di aver sprecato il tuo tempo a imparare qualcosa che non serviva, paura di invecchiare, paura di restare sola, paura di essere mediocre, paura della gente.» Abbiamo mangiato sedute alla stessa tavola. La luce entrava dalla finestra e mi scaldava il corpo freddo come il marmo. Sono stata così tanto tempo al buio, senza esser vista, che mi sono sentita a disagio, avevo paura della mia immagine, ma lei mi ha detto che ho i capelli color dell’oro e gli occhi color del cielo e il viso bianco come la porcellana, e i denti preziosi come l’avorio. Allora ci siamo guardate negli occhi e, per la prima volta, non l’ho vista grassa e patetica ma affascinante. Le ho detto di non preoccuparsi, che avrebbe certamente fatto nuove amicizie e che l’avrebbero amata, grazie a quel sorriso. «Stai diventando grande come me, guarda!» Mi ha fatto alzare e mi sono stupita di notare che l’ho quasi raggiunta in altezza ma, mentre l’abbracciavo ho visto le mie mani trasparenti, il mio corpo è lattiginoso come il latte annacquato. Le ho chiesto cosa stesse succedendo e lei mi ha svelato che, quando avrò raggiunto completamente la sua altezza, quando saremo in grado di non litigare più l’una contro l’altra, io entrerò in lei e saremo una cosa sola, come doveva esser fin dal principio. Ha detto che nostro padre ha usato una spada per dividerci ma che, in origine, eravamo una sola persona.
  8. Rominaqu

    Su biccu/L'Angolo

    @cynthia collu Ciao, azzardo ad un commento anche se non sono portata a farlo. Amo leggere ma non sono abituata a commentare. Ci provo….la storia mi ha preso, dopo poche righe, quando ho capito che la descrizione delle tre persone, tra cui il padre della protagonista, erano morti. La storia la si segue volentieri, così come belli sono anche i flasch back ma, sinceramente, si intuisce tardivamente il tempo in cui siamo, a volte, come nel caso, alla fine, quando parti dicendo " Mi dice, vieni a vedere." La stessa confusione l'ho provata quando parla il padre dell'uomo morto, iniziando a parlare del Sardo, come lingua vicina al latino. Ho faticato un po' a capire che era il padre, l'ho capito quasi in fondo al periodo, ma potrebbe essere anche un mio problema. Bello il gioco delle vocali aperte e chiuse, "Orco, Porco.....Dio...Odio…" La voce narrante è coerente e travolgente, si sente che scrivi da tanto. Spero di esserti stata utile in qualche modo. Un sorriso
  9. Rominaqu

    La cura

    Rica, grazie a te ho guardato la scena attraverso gli occhi una bambina che soffre a vedere la madre così, senza comprendere cosa le stia veramente accadendo. Le metafore sono straordinarie: " gli occhi sono squarci aperti..." "cullava il suo star male avanti e indietro come un'onda" Anche la descrizione di come lei vive la casa, che da quanto è grande non sta tutta nella sua visuale al finestrino, dove va a trovare sua madre, a volte castello, a volte fortezza….. Bella l'idea di far raccontare la storia alla adulta, in presenza di uno psicoterapeuta, durante una regressione. La storia è struggente, trasmette dolore, crea empatia verso questa bambina e di conseguenza anche verso la donna che racconta e che, infine, teme il destino della madre, si identifica in lei. Davvero un bel brano. Complimenti
  10. Rominaqu

    Krzysztof - Alberi e radici

    https://www.writersdream.org/forum/profile/24806-kikki/ Ciao. Il tuo racconto mi ha saputo far piangere. Sei riuscita a farmi entrare completamente nella mente e nel cuore di quel bambino. L'immagine dei pensieri che non riesce a decodificare, il senso di colpa per aver deluso il maestro, il bisogno di avere un' identità sono estremamente coerenti con il personaggio e con la sua età come se tu avessi fatto da portavoce ad una storia vera e ben raccontata. Si scopre di lui a ritroso nel tempo, brava. Un racconto così ben scritto con un personaggio così ben presentato, secondo me, meriterebbe un proseguo. Un sorriso
  11. Rominaqu

    La bambina

    Grazie. Un sorriso.
  12. Rominaqu

    Tempo perfetto

    Leggo con curiosità questi antichi scritti conservati in questo desueto museo, ora che la scrittura è sorpassata, dimenticata. Scorrendo con occhi immaginari, assaporo i pensieri di una mia antenata. Fu lei la scintilla per quella che fu la nostra epoca e per questo motivo ho desiderato capire a fondo le motivazioni che la spinsero a tanto. La lettura mi aiuta ad immergermi in quelle che furono le sue emozioni. Noi, plasma incorporeo, non leggiamo e non scriviamo più perché è diventato inutile farlo, eppure trovo che questi segni arabescati, siano come ampolle che conservano i pensieri. Nessuno tra noi esseri evoluti, studia il passato e neanche è interessato al futuro. I ricordi non contano più, ce l’hanno insegnato i saggi, gli illuminati, gli asceti, i trascesi. Il nostro presente è continuo, infinito, tutto ciò che serve sapere vive adesso. Se lei avesse saputo come viviamo, non avrebbe spinto il mondo a sapere tutto. Lei, come altri suoi contemporanei, desiderava un futuro migliore, il presente che viveva non l’appagava. Non si dette pace fino a che non scoprì la formula chimica che concesse l'immortalità al corpo umano. Alcuni quotidiani del suo tempo riportano l’evento: “…armi nucleari; clonazione di esseri umani; guerre perpetrate per intelligenze artificiali; l'uomo cibernetico fino alla colonizzazione di altri pianeti e all'ultima scoperta che rende il tempo assoggettabile e il corpo immortale. Dio è sceso tra gli uomini e Satana è sconfitto.” Vendettero il miracoloso farmaco ma nessuno seppe creare un antidoto per quella geniale scoperta. Scorro le pagine di altri quotidiani successivi a quella data, riportano persino il nome del primo Presidente degli Stati Uniti che bevve l'infuso miracoloso, senza dirlo agli altri. Quando le nuove generazioni si accorsero dell'immortalità dei propri politici, nacque una lunga guerra civile che divenne globale e che portò quasi allo sterminio totale della popolazione mondiale. I pochi sopravvissuti siglarono un armistizio e la formula chimica fu bandita per sempre. I successivi nascituri furono mortali e tanti genitori, tentarono di porre fine alla loro vita eterna per raggiungere i figli, ma senza riuscirci così si offrirono come cavie da laboratorio. Alcuni scienziati immortali crearono una nuova potente pozione per riparare ai danni. Gli immortali divennero capaci di erudire mentalmente, accrescere la propria intelligenza. Il nuovo vaccino venne distribuito gratuitamente a tutti e il genere umano divenne super intelligente e totalmente immortale. Smettemmo di farci guerra l’un l’altro e raggiungemmo l'unisono auspicato: il Nirvana. Comprendemmo l'illusione della materia e la rabbia, l’invidia, la vendetta si dissolsero insieme al corpo, lentamente. Eravamo neuroni, energia luminosa che produceva immagini e pensieri per una grande mente che sogna, così come un sistema solare è l’immagine ingrandita di un atomo e dei suoi elettroni. Iniziammo a leggerci nel pensiero, udivamo i pensieri altrui nell’etere, così non potemmo più nasconderci in intimità e, per non generare conflitti e litigi, riducemmo il pensiero fino all’annichilimento. Ciò che ci impedì la fusione totale, l’implosione e un nuovo big bang, fu il ricordo di aver avuto un corpo. Mi aggrappai disperatamente a quei ricordi, ma incapace di illudermi che fossero reali. Ho viaggiato in branco nell’oceano, non so per quanto, formando figure gigantesche come fossi una cosa sola con gli altri, ipnotizzato, ma adesso basta, sono schizzato via come un elettrone impazzito che salta l’orbita, che ha sbagliato direzione e crea un Dejà vu. Se non inverto questo processo di inerzia, galleggeremo nel cosmo senza più elettricità vitale e costituiremo il nulla, come una pila che ha raggiunto un equilibrio tra cariche positive e cariche negative e, non avendo più una differenza di potenziale, si scarica. Devo risalire ai pensieri di quella persona che non apprezzava il suo tempo e i suoi limiti. La sua vita era deliziosamente imperfetta e i misteri che doveva dissipare la rendevano raggiante come un sole caldo quando riesce a far dissolvere le nubi. La mente si riposava tra gli interstizi della materia e coltivava l'intelletto tra le ombre. Lei poteva credere di non conoscere l'universo, che credeva eterno e sconosciuto, esplorava, immaginava. Questo magma indistinto va distrutto, fatto in mille pezzi, prima che sia troppo tardi. Chi ha conosciuto il “tempo perfetto” non stava in un brodo amorfo, maledettamente calmo, dove non ci sono né guerre, né ingiustizie da guarire, dove non ci sono domande da fare, né cose da scoprire. L'armonia è “mortale”, devo dirglielo alla mia antenata, devo raggiungerla e ricreare l’illusione del tempo, prima che si debba riiniziare tutto da capo e vederci cellule omozigoti e poi, dopo tanti sforzi, ominidi nelle caverne alla scoperta del fuoco. Certo, penserete, non ha importanza come si esprime la vita, basta che esista, è comunque energia che sogna, ma io (se con questo soggetto posso identificarmi) sono innamorata dell’epoca rinascimentale e dell’Illuminismo e il Romanticismo e il conseguente Risorgimento. Io voglio restare separata dagli altri, sentirmi diversa, come si sentivano i miei antenati. Io, come loro, sono alla ricerca di qualcosa che non c'è. Voglio tornare a colorare il mondo, voglio gli occhi e le mani per toccare gli oggetti. Voglio inciampare contro la materia e farmi male. Voglio respirare il profumo di un fiore, voglio dimenticare. Nel “tempo perfetto” quel che accadeva era vissuto come un miracolo o una maledizione, si amava un Dio con tutto il cuore e lo si temeva e poi l’uomo come un Dio. Che meravigliosa consolazione! Ogni cosa non saputa, non compresa, contribuiva al benessere del singolo, stimolato a crescere. Qui, nella mia epoca, non ci sono limiti, tutto è possibile. L’avvilente risultato è quello di non aver più scritto poesie e non aver coniato alcuna parola scritta, nessuna nota, nessuna musica, gli strumenti musicali sono scomparsi, così come i quadri da dipingere, l’arte, la parola. Vi rendete conto? Qui non ci sono sculture, nessuna costruzione architettonica, nessun libro. Siamo liberi da ogni artefatto! Non ci sono né nascite né morti perché non ci sono corpi. Voglio l'imperfezione per sentire un cuore pulsare insieme alle sue piccole radici venose, voglio un pensiero che si forgia senza consapevolezza come un albero rosso con le radici in cielo, invece che piantate a terra. Vago come uno spettro tra i ricordi di questi antichi scritti e immagino di leggere i romanzi che parlano di uomini in carne ed ossa e di sesso. Eravamo meravigliosamente fragili, la nostra precarietà ci rendeva speciali. Immagino dita che corrono su tasti di un pianoforte, il suono della musica che solleticava le orecchie, immagino di poter piangere, dormire, mangiare, espellere cibo. Sapere tutto equivale a fermarsi, capisci? La formula per annullare l'immortalità è non sapere ogni cosa. Voglio assaporare la potenza dell'illusione. Ritroverò la mortalità, ricomporrò i limiti, e le sofferenze appariranno insieme alle gioie in un mondo giustamente ottuso e più familiare, dove i pensieri nascondono la verità. Farò da catalizzatore, da calamita, creerò uno scompenso, voglio generare una differenza di potenziale. Qualcuno mi seguirà, si unirà a me uscendo dal gruppo amorfo e costituiremo energia anomala, come il caglio che forma il formaggio dentro il latte. Noi non sapremo tutto quello che sanno gli altri, cacceremo e divoreremo carne, e nella nostra inconsapevolezza uccideremo di nuovo, mia cara antenata. Sono stanco di ascoltare le stesse mie cose, è “alienante”. Sono il tuo antagonista, vivo ciò che hai desiderato e voglio ciò che hai rinnegato. Siamo legati io e te, siamo lo stesso grado di energia esploso in tempi diversi, abbiamo lo stesso cuore impavido e ribelle. Leggendoti riassaporo il ritmo del tempo perduto: “tic tac tic tac” fanno le parole scandite, in successione “tic tac” come musica. Assaporo il timbro di una voce che narra, i pensieri scritti prendono forma e forgiano la materia, invento mani per muovere queste risorte pagine antiche. “Tic tac” il tempo prende massa e l'universo rallenta. Quanto è bello non sapere ogni cosa. È bello partorire e morire per assaporare il gusto della vita come fosse una cosa preziosa, rara, mortale, quindi per niente scontata. Di me diranno che sono un mostro, Satana, l’anticristo. Mi malediranno quando le donne partoriranno e soffriranno, quando per disgrazia vedranno i loro cari morire. La materia sarà nuovamente più forte della loro consapevolezza, sbatteranno contro gli oggetti, si feriranno e mi daranno la caccia per fermarmi come ho fatto io con te. Troveranno sulla mia faccia uno strano sorriso e la mia gioia a loro sembrerà follia. Mi farò mettere in croce, mi farò condannare pur di rendere la vita mortale.
  13. Rominaqu

    Dimmi perché lo faccio

    Wilg ho letto il tuo racconto "Dimmi perché lo faccio" e lo trovo carino. Il finale invece lo trovo affrettato. Avrei lavorato di più sulla suspense. Ci sono spunti per approfondire la storia, magari per far passare più personaggi da quella stessa tragica esperienza. Comunque l'idea è forte. Un sorriso
  14. Rominaqu

    L'arte del Marioni

    Che imbranata sono:-) Mi piace tanto il tuo modo di scrivere quindi d'ora in poi ti leggerò sempre con piacere. Un sorriso N
  15. Rominaqu

    Piccioni di tutto il mondo, unitevi.

    Caro Adelaide J. sei bravissimo. La storia del pittore mi ha entusiasmato non solo per l'argomento di arte contemporanea che mi ha ricordato il film con Alberto Sordi " Vacanze intelligenti " ma anche per la tua capacità di tirar dentro il lettore. Mi hai catturata e ho letto la storia con piacere. BRAVISSIMO
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