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Arianna Sofia Ferrari

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  1. Arianna Sofia Ferrari

    Malattia

    Non hai torto; gli esempi di gialli ed horror mettono in palese discussione la mia ipotesi. L'empatia è pure un buon punto. Dal mio punto di vista, della vicenda è vera l'atmosfera, è vero il sapore di vita-rottame che si respira identico sia nella poesia sia nel racconto - potrei sbagliarmi. Se ti sei inventato o hai preso per empatia le emozioni dei due testi, allora tanto di capello.
  2. Arianna Sofia Ferrari

    Malattia

    Dici? Io ho come l'impressione, per ora non verificabile, che si possa esprimere con certezza e con chiarezza solo sensazioni che rimandano ad esperienze concrete racchiuse in noi. Solo così si può rendere in modo vivido qualcosa di sfumato come un'emozione. Certo, poi i giochi d'immaginazione sono tutt'altra cosa. Bisogna avere talento, gusto, e sensibilità. Ma resta secondo me scontato che io non potrò mai parlare di fame e guerra come posso parlare di depressione ed innamoramento; posso parlare di entrambi, in realtà, ma mai con la stessa affidabilità e verosimiglianza nel descrivere ciò che si prova. Mio limite?
  3. Arianna Sofia Ferrari

    Un Aculeo in Cambio di un Ramo Spinato

    Puro e semplice errore di distrazione. Grazie di avermelo fatto notare. Ciao @Rica Grazie del contributo. Questo racconto mi è uscito male. Purtroppo sono in crisi. Volevo cercare di ottenere uno stile meno aulico ed una narrazione più lineare, per ovviare alle critiche mosse ai miei precedenti racconti. Evidentemente, non ce l'ho fatta. Amo il mio stile 'solito', e distaccarmi da esso sarà davvero difficile. Le tue osservazioni sono utili, ma credo le applicherò ad un prossimo racconto. Questo lo cestino. Grazie di tutto!
  4. Arianna Sofia Ferrari

    Malattia

    Devo dire che l'avevo sospettato. Troppo vivide le sensazioni evocate, troppo eloquenti le immagini. Una storia interessante, in effetti, per quanto pungente; ottima da raccontare a parole. A presto!
  5. Arianna Sofia Ferrari

    Un Aculeo in Cambio di un Ramo Spinato

    (Premessa: si tratta del mio primo fantasy, e di un esperimento per uno stile più sobrio; trovo non sia bello; aiutatemi a renderlo migliore). Si svegliò. Esitò qualche istante, trattenuto in una tenebra gentile. Poi la vita, vigorosa, lo strappò a quel torpore, e fu subito luce. Si trovò rannicchiato - le mani, vicine al volto, come a nasconderlo, stringevano qualcosa. Un dolore pungente gli attraversò la spalla destra; la sinistra, a contatto con il terriccio morbido, era gravata dal peso del suo corpo, raccolto in una corazza che ora gli premeva contro il petto. Nonostante ciò, era vivo - un brivido gli percorse le membra. Non ebbe cuore di alzarsi ancora. Aperse le mani a vedere che cosa vi si celasse: un ciondolo, una piccola boccetta appesa ad una catenina. Conteneva la prima bacca di Farmacelia e la prima radice di Piruncolo. Era da ormai sette anni che si portava appresso quell’urna di ricordi; la teneva celata nella corazza di scaglie di drago ed ossa di Pachiosto. Evidentemente l’aveva estratto per amuleto, quando quella bestia l’aveva attaccato, dopo averlo costretto ad una parete di roccia. Se lo mise al collo. Spostò le mani dal volto, e la luce del mondo irruppe. Mise a fuoco per prima l’erba alta che lo circondava. Poi, cercando di mettersi supino, in una lotta faticosa con il dolore e con la corazza, vide il cielo trasparire dalle foglie e dai rami della foresta che lo sovrastava: sembrava tardo pomeriggio. Pur debole ed incerto, e si mise seduto. S’accorse di essere stato adagiato da qualcuno in una conca di terra celata dall’erba alta che per prima, dopo il ciondolo, gli aveva insegnato di essere vivo. Passò a tastarsi il corpo. Ogni arto era al proprio posto, sensibile e mobile. La spalla tuttavia era trafitta. Chiuse gli occhi; afferrò quell’intruso con la mano sinistra; per un attimo lo strinse: era un aculeo uncinato di Gladioderma, una creatura pericolosa simile ad un’istrice. Strapparlo sarebbe stato deleterio. Poteva solo sperare che lo avesse trapassato da parte a parte: sfilarlo da dietro avrebbe provocato meno dolore e meno sangue inutile. Si toccò la spalla da dietro. L’aculeo non aveva vinto la corazza. Se la dovette sganciare. Prima le otto pesanti cinghie di cuoio, quattro per lato, che gli correvano lungo i fianchi. Poi, la cintura che fissava l’imbracatura da esplorazione in vita, insieme alla corazza stessa. Una volta sgravato della protezione, s’accorse che, dall’altra parte della spalla, non emergeva alcuna punta. V’era poco da fare. Doveva per forza estrarlo nel modo più doloroso. Per un attimo fu commosse dalla paura. Non aveva scelta tuttavia, e si preparò per procedere. Si frugò in tasca; vi trovò un panno di stoffa, sudicio di sangue di drago, una sostanza violacea annerita dal tempo. Per un attimo pensò a tutte le creature che aveva ferito: si trattava di bestie feroci, che l’avevano attaccato per difendere il proprio territorio in alcune delle sue ricognizioni più pericolose. Pensò che non aveva mai vuoto uccidere; lo studio della botanica medicinale lo aveva spinto ad arruolarsi. Arrotolò quel ricordo e, sprovvisto d’altro, se lo cacciò in bocca. Contò nella sua mente e, prima di arrivare al tre, ebbe davanti agli occhi l’aculeo intriso di sangue. Una rapida occhiata e svenne nuovamente. Quando si riebbe, non si trovò adagiato in quella conca protetta dall’erba alta, ma una calda sensazione gli suggerì di essere immerso in una sorgente termale. S’accorse poi che una creatura imponente in piedi nell’acqua si opponeva tra lui ed il sole. Dopo qualche istante di smarrimento, capiì trattarsi di un Cornarcuato, una fiera simile ad un cavallo, aggressiva, con il collo più lungo e coperto da una folta criniera riccia, il muso più fino, gli occhi più grandi e di forma allungata, il mantello più folto, ed un lungo corno ricurvo tra le orecchie, più piccole di quelle degli equini. L’esemplare era cremello. Trasalì alla vista dell’animale. Questo mosse qualche passo in sua direzione, mostrando un atteggiamento inoffensivo. Doveva trattarsi di un giovane maschio - le femmine erano territoriali. Il Cornarcuato, intanto, avvicinandosi ancora, gli mostrò il fianco. La luce del sole, ormai quasi annegato nell’orizzonte, ora illuminava una cicatrice lungo tutta la spalla. La vista di quella accese nella mente del giovane esploratore un ricordo: in una delle sue spedizioni, quattro anni prima, aveva trovato, intrappolato all’uscita di una grotta, probabilmente ceduta nottetempo causa un temporale che aveva scosso quelle terre, un animale intrappolato, agonizzante. Si trattava di un Cornarcuato cremello. Idrich s’adoperò per sbloccare la bocca della grotta dai detriti, e così liberarlo. Tuttavia, ad un certo punto, s’accorse che la povera creatura aveva un ramo spinato profondamente conficcato nella spalla. Impietosito dall’inerme immobilità del moribondo, l’esploratore estrasse dall’imbracatura un piccolo pugnale ed una pinzetta. Con tutta la precisione di cui era capace, iniziò ad estrarre il ramo, amputandolo spina a spina, a che la sua rimozione fosse il meno dolorosa possibile. Medicò poi la piaga con una spolverata di radice di Piruncolo, un antinfiammatorio naturale, tuttavia, se dosato senza parsimonia, capace di erodere le carni, provocando segni e sintomi di un’ustione di grave entità. Infine la cosparse della resina di un Asproarbo, sostanza cicatrizzante. Dalla bisaccia estrasse poi un mortaio in osso di Pachiosto, un animale di grosse dimensioni, simile ad un ippopotamo, le cui ossa venivano utilizzate per creare oggetti resistenti all’usura. S’allontanò, e si mise a cercare la Farmacelia, un umile arboscello, ricco di bacche nere dalle proprietà lenitive ed antidolorifiche. Le pestò con qualche goccia d’acqua fino ad ottenerne una marmellata. La spalmò poi nella bocca semi socchiusa dell’animale, che ora sembrava dormire - il respiro regolare. Il Cornarcuato che ora lo stava guardando era proprio quello che, quel giorno di quattro anni prima, Idirch aveva salvato. L’animale s’avvicinò ancora al giovane, e si chinò verso di lui - il lungo collo proteso dell’enigmatico gesto. Con la sottile lingua ruvida, prese a leccargli la spalla, che ancora sanguinava. Rimase solo pochi istanti, conclusa l’azione, a guardare l’esploratore. Poi, rapido e leggero, si voltò e corse via nell’acqua, fino a sparire nel sole, nei suoi estremi raggi. Idrich ne fu sbigottito, ma poi comprese: il sangue del Cornarcuato aveva come l’abilità di imparare da quelle sostanze che ne fortificavano il corpo.
  6. Arianna Sofia Ferrari

    Malattia

    @Mattia Alari Ecco, questo è un brillante esempio di come, senza fronzoli, si riesca ad ottenere un'opera bella e raffinata. C'è, anche qui, come in "Un chiodo" una componente interessante di 'arruginimento' interiore, qualcosa che sembra starti parecchio a cuore. ...anche gli uncini e gli ami ricorrono. Questa potrebbe sembrare la poesia scritta dal protagonista ripiegato come un origami del racconto sopracitato. Questa cosa mi piace. Rimane sempre eveidente la tua capacità di parlar per metafore, o meglio per immagini. In poesia, forse rendi meglio che in prosa. Questa è la strofa in assoluto più eloquente in tal senso. Mi lancio in un'interpretazione e spero di non fare strafalcioni. L'eco di passi è, se vogliamo, una sensazione si vuoto immenso. La galleria, ove risuona l'eco, è di occhi fissi, ovvero l'opprimente sensazione di fantasmi che ti giudicano; questi occhi infatti hanno rigide ciglia, come spazzole di metallo, ovvero sono dolorose ed impietose. Bellissimo. Buono l'uso della musicalità e delle rime, parsimoniose, ma funzionali. Ben fatto! A rileggerti!
  7. Arianna Sofia Ferrari

    [MI 122] Un Natale da morire

    @paolati Dopo averti letto, ed aver visto con quanta affluenza e quale partecipazione sei frequentata, i tuoi complimenti mi lusingano anche di più. Uno stile potente, atomico, frammentato, ma gestito egregiamente; un ritmo che ne deriva sostenuto, capace di reggere incalzante dall'inizio alla fine, piacevole da leggere. La nota che io trovo la più positiva è tuttavia il tema trattato - il come è trattato, con stile e ritmo appunto, è ancillare, per quanto pregevole. Il tono di questo brano è caustico, bruciante; la resa dei pensieri di un morituro, più che di un moribondo, è magistrale, cristallina, e, appunto, brutale nella sua schiettezza. Adoro l'excursus sulla vita di Katalina, adoro la sua personalità risoluta, il suo intervento - come dire? - lenitivo. Adoro il fatto che rida spesso, come a citare - ma volontariamente o per caso? - quell'idea diffusa secondo cui il saggio è colui che ride, senza timore, della vita, nella vita, con la vita, ma amichevolmente, senza quel rancore del quale, invece, il protagonista sembra essere affetto ed afflitto. Ottimo lavoro davvero. L'unica noticina, ma insignificante, se proprio si vogliono fare le pulci a questa piccola opera, potrebbe essere l'uso di espressioni come "paura fottuta" o "corpo da sballo", che fanno molto telefilm anni '90 - magari una mia impressione. A rileggerti! P.S. Commento perché mi fa piacere, ma, forse, anch'io userò questo commento per pubblicare qualcosa di mio!
  8. Arianna Sofia Ferrari

    Come una mosca anonima che muore

    Ciao! Beh, felice che tu abbia scelto proprio me, che sia per caso o no. Corro a leggerti. Per ringraziarti non ho davvero parole, ma sono davvero lusingata da quello che hai deciso di condividere con me. Ho scelto la parola immane non tanto per il suono, ma per il carico emotivo e di significato che si porta con sé. Il sentimento che provo pronunciandola è lo stesso che provo quando parlo di 'miliardi di anni' e di morte: qualcosa a metà tra l'incomprensibile, l'indicibile, il meraviglioso ed il terribile, qualcosa di enorme, ai limiti della comprensione. rovo a cercare un'altra parola, ma non sarà facile. a ripetizione, poi, è dovuta ad una sorta di circolarità che volevo dare al brano. Ho cercato di riprendere più o meno le stesse parole: "Ricordi immani in un immagine che ricorre." "Consapevolezza che quest’immagine ricorrerà, immane, nei miei futuri ricordi..." Ti ringrazio nuovamente. E' stato bello leggerti. A prestissimo.
  9. Arianna Sofia Ferrari

    Come una mosca anonima che muore

    Grazie mille! Consigli preziosi. Non ho dubbi che risulti ridondante, ma la ripetizione era voluta.Se non me lo avessi detto, sarei andata sul sicuro. Rimedierò. A presto!
  10. Arianna Sofia Ferrari

    Come una mosca anonima che muore

    Tempo a sufficienza per non essere felice. Una vita intera, ché non voglio attendere la fine. Ed una strana sensazione, se passo e non scorgo alla stazione appena scorsa il suburbano come sempre stancamente assopito al cinque. Ricordi immani in un immagine che ricorre. Non ho capito nulla, non posso dire d’aver capito, se ancora come allora al buio mi contorco di sciocche lacrime come sensi di colpa, se ancora brucio dell’inutile dolore di non avere quel ciò di tanto flebile da spegnersi nel tremare di una pozzanghera - come una mosca senz’ala, capitata lì per qualche caso, e certo per errore, una mosca anonima, dimenticata, che silenziosamente, semplicemente muore. Consapevolezza che quest’immagine ricorrerà, immane, nei miei futuri ricordi, come una macabra routine. Il coraggio? Atlante, non Icaro.
  11. Arianna Sofia Ferrari

    Sono Patetico!

    @GiuliaShumaniTutanka Ben, non nego che mi siano venuti i brividi. Al di là di questo, non male davvero. Stile scabro, schietto, ma affatto anonimo o monotono. Mi piace l'utilizzo del turpiloquio in casi come questi, in quei casi, cioè, in cui viene utilizzato il flusso di coscienza o il monologo interiore. Funziona sostanzialmente perché riflette molto bene la personalità annoiata, frustrata, disillusa del protagonista. La lettura è scorrevole e la trama, per quanto semplice, sta tranquillamente in piedi e basta a se stessa. Qualche piccolo appunto. Non so se sia voluto, ma, nonostante il protagonista abbia ventitré anni, sembra a tutti gli effetti un ragazzino che attraversa quel periodo in cui tutto risulta sgradevole (questo è supportato dall'avversione esplicita nei confronti dei genitori, colpevolizzati della spiacevole situazione emotiva del figlio). L'idea che l'età sia un'altra, a mio parere stride con la buona caratterizzazione da ragazzino, a meno che tu non volessi connotarlo come immaturo, nel qual caso ci siamo, ma andrebbe in qualche modo specificato. Non amo particolarmente (questione di gusti) quando il protagonista si rivolge ai lettori, quindi potrei essere di parte dicendo che, per come l'ho percepito, quell'inserimento spezzi il ritmo della narrazione, comparendo solo un paio di volte, senza giustificazione altrove. Per il resto, buon lavoro. A rileggerti!
  12. Arianna Sofia Ferrari

    Confessione (titolo provvisorio per il capitolo n)

    Viene dal verbo ristare, un po' desueto.
  13. Arianna Sofia Ferrari

    Confessione (titolo provvisorio per il capitolo n)

    Grazie del feedback! Potresti spiegarmi meglio queste due cose? A presto!
  14. Arianna Sofia Ferrari

    Alida

    @Mattia Alari Figlia del classico e molto giovane, hai fatto centro. Che faccia parte del percorso, lo immagino; ma nel mio caso c'è di più. Spero di scrollarmi di dosso la materia in eccesso. Ho pubblicato qualcosa sulla sezione Frammenti. Mi farebbe piacere avere un parere. Credo che quel dialogo non sia buono. Ma non capisco come migliorarlo. Un tuo parere potrebbe essere prezioso. (Ti ho risposto!)
  15. Arianna Sofia Ferrari

    Confessione (titolo provvisorio per il capitolo n)

    Avrei voluto parlare ad Irene, quel giorno di inizio settembre, dei miei turbamenti, senza necessità di aspettare una sua domanda. Tuttavia era come se una resistenza infantile impedisse alle mie parole di slegarsi dalla rigida immobilità delle mie labbra. Era come se, nel mio esser muta, io desiderassi non conoscere la chiarezza di ciò che in realtà sapevo benissimo, e di cui terribilmente mi vergognavo: la stupida mia scelta, irrimediabilmente sbagliata sotto tutti i punti di vista. Fu, invece, proprio una sua domanda, proprio quel giorno, a rendere chiara ogni cosa. - Perché? - mi chiese improvvisamente. - Cosa? - risposi bofonchiando. - Perché non hai continuato? - Perché … - sussurrai, intuendo che fingere di non capire che cosa mi stesse chiedendo fosse un’inutile perdita di fiato. - Perché non l’avevo mai deciso. - In che senso? - chiese senza ostilità nella voce; non mi guardava, intenta com’era ad ingrassare una sella inglese; questo forse di proposito, e mi fu più semplice dire quanto avrei dovuto. - Ho iniziato a tre anni, lo sai, no? - Sì… E quindi? - Non sono stata certo io a decidere. Lo hanno fatto loro al mio posto. Come sempre. - Ma a te piaceva? - No… - squittii, con un accento di disgusto per la mia stessa audacia. - Ok. Allora hai fatto bene a mollare. - serenamente, come una lama che piano penetra efficacemente anche le fibre più ostinate di un trancio di carne. Ristetti. - E’ un bene capire da piccoli ciò che ci piace e ciò che non ci interessa. - Si volse a me, con un sorriso che diceva «vediamo che cosa sei in grado di fare per divincolarti, adesso». Non seppi rispondere. Spietata quanto serena, riprendendo il suo lavoro, Irene infierì. - Peccato, però. A dieci anni, montavi da gran premio, meglio di quanto faccia io, dopo diciassette anni. Proprio un peccato. - Il mio volto si fece presumibilmente scarlatto. Vergogna e rimpianto se ne litigavano il merito, mentre mi ficcavo a spalle ricurve le unghie nei palmi, mentre digrignavo a capo chino i denti. - Non importa; basta che sia contenta adesso. - Posato il panno intriso di grasso, si alzò, reggendo a due mani la sella. - Non rispondere, cara. Le tue guance parlano per te.
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