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Vittoria Ribolova

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  1. Vittoria Ribolova

    Visita

    @enko uao e... grazie di aver letto e commentato.
  2. Vittoria Ribolova

    Di Stanze

    Ciao, @Mattia Alari. Mi perdonerai se il mio commento non è utile alla tua scrittura come quelli di altri. Forse sono una lettrice strana. A parte le sviste ovvie, spesso il resto che ti fanno notare per me non va aggiustato. Sarà che sento proprio il tono che è tuo proprio e lo capisco. Non lo so. Ma passo di qui solo per dirti che è un bel racconto. Compiuto e triste. O dovrei dire incompiuto e inappagato come il protagonista, come le distanze mentali e fisiche, come certe vite e relazioni. Mi hai reso almeno un po' di quella tristezza che avevi trovato nelle mie parole. Però l'autunno è bello. A me piace.
  3. Vittoria Ribolova

    Una rosa

    @Rominaqu ti ringrazio!
  4. Vittoria Ribolova

    Una rosa

    Grazie mille, @MyConc.
  5. Vittoria Ribolova

    F

    Mi vedo costretta a ripetere i complimenti che ti hanno già fatto. Sei riuscito a disgustarmi e a farmi sorridere con ironia. Bravo, @Mattia Alari, di racconti così ben (fottutamente) scritti se ne leggono pochi!
  6. Vittoria Ribolova

    Una rosa

    @don Durito bentrovato. "Origini di poeta" è lusinghiero nei miei confronti. Tuo malgrado. Il poème en prose? Ah, magari! Grazie per aver letto.
  7. Vittoria Ribolova

    Una rosa

    Grazie dei tuoi appunti, @Mattia Alari Mi trovi sempre così triste! Mi dispiace. Riguarderò le virgole e la frase finale. Quei passaggi non tornano nemmeno a me. E sì, la mia vocazione è scarsamente narrativa e si sente molto. Purtroppo. A me pesa. A presto.
  8. Vittoria Ribolova

    Il gioco del "se fosse"

    Una spiaggia che ho sognato tempo fa. Se tu fossi il colore che preferisci indossare?
  9. Vittoria Ribolova

    Alida

    @Arianna Sofia Ferrari accidenti, sì! Scusami. Ho confuso i nomi mentre scrivevo, influenzata dal titolo.
  10. Vittoria Ribolova

    Una rosa

    commento Lasciava che le giornate trascorressero via verso la loro notte. Le sentiva già finite al risveglio, quando apriva gli occhi su un'indefinita sera di dentro e di fuori. Di giorno, aspettava. Non aveva molti oggetti da rimettere in ordine in casa, ma se ne avesse avuti, li avrebbe sparpagliati e atteso che cambiassero loro, per lei, trasformati dallo stesso tempo che la scansava. Pensava, in particolare, alla resistenza di una monca rosa tolta dal bouquet di una sposa. Gliel'avevano portata. Da giorni sul tavolo, in un bicchiere da caffè, non schiudeva i suoi petali nemmeno per morire. Chiusa e solo testarda, era anche sorda, perché mai turbata dai suoi profondi respiri, e poco invitante, sebbene di un colore che pareva rubato a un'alba straniera. Ogni tanto si sedeva di fronte a lei e la guardava. La guardava e basta. Dopo una settimana, cominciò a farle pena. Aveva abbassato il pesante capo sull’orlo del bicchiere e un unico petalo era calato, giusto un po’ increspato sui bordi divenuti marroni. Poi toccò al calice e al suo moncherino, che si tinsero di un livido amaranto. Più di una volta trasse la rosa dall’acqua e si avvicinò al cestino, tenendola in mano delicatamente e tremando un po’ per la voglia di stringerla tra le dita, schiuderla con la forza. Allo stesso modo trattava le lenzuola del suo letto, che restavano attorcigliate dove lei aveva dormito finché per caso non si decideva a tirarle giù con stizza, credendo forse di trovarci chissà cosa, sotto. Qualcosa di suo. Ma la rosa non la buttava mai, né smise di osservarla sospesa, in silenzio. Prese a considerarla sua pari: era per qualcuno bella, anche se lei non l’avrebbe mai scelta né desiderata in dono; si era tolta tutte le spine per servire con gentilezza gli altri, ma così corto e sottile era il suo moncherino, da averla resa troppo pesante per restare dritta; aveva infine deciso di non morire, ma di attendere che qualcuno le togliesse i veli iniziando da quello che lei aveva scostato come invito. L’unica differenza con la rosa della sposa era che a lei sarebbe piaciuto essere rivelata d’un sol colpo, senza grazia. Si arrabbiò quando le fu chiesto: “Non è l’ora di buttarla via?” Disse che per lei l’ora non era mai iniziata, impossibile che fosse dunque persino arrivata. Ebbe in risposta uno sguardo interrogativo, e aggiunse: “Come me”. Poi le dissero: “starà marcendo dentro”. E lei: "Lo so...” Ma non finì la frase.
  11. Vittoria Ribolova

    Alida

    Benvenuta, @Arianna Sofia Ferrari Dal punto di vista linguistico e stilistico, questo racconto è una prova di bravura, un pezzo à la manière de. Nessun dubbio al riguardo. Ti faccio i miei complimenti per saper tenere il tono con tanta maestria. Rientra tutto in un certo canone, in particolare le descrizioni dettagliate delle sensazioni emotive e fisiche della protagonista, in un crescendo parossistico culminante nel canonico, appunto, svenimento. Delicato, del resto, nonostante il profondo turbamento di Alida, è il momento che hai scelto di narrare. La frase finale, sospesa in toccata e fuga, ha tutta la pungente freschezza di quel bacio rubato. Tuttavia, è un quadretto troppo delizioso, prezioso e dettagliato. L'eccesso descrittivo non aiuta ad apprezzare - eventualmente - il dato linguistico, che è ciò che salta subito agli occhi, né, tantomeno, la vicenda della protagonista. Per me, ha avuto l'effetto di farmi sentire in presenza di una prova di bravura, appunto. Di un tentativo manieristico. La lettura ne risulta un po' appesantita, specie nella parte finale, dove qualcosa stona. Sono gusti personali, è chiaro! Ritengo che in scrittura si possa e si debba fare della lingua un altro uso, più personale - senza nulla togliere alla correttezza e a un suo utilizzo sorvegliato. Altrimenti, il rischio che si corre è di veder affondare in un linguaggio costruito ad hoc ciò che di originale la narrazione può trasmettere. Comunque, non posso dire di non aver gradito come hai reso - con delicatezza e la giusta vaghezza - il turbamento inziale di Alida, la sua indecisione, il disorientamento emotivo. Mi farà piacere rileggerti. A presto!
  12. Vittoria Ribolova

    Il tempo sfugge come brodo da una forchetta

    Non mi ritengo un aspirante scrittore, perciò non mi sono mai posta il problema di quanto tempo dedico alla scrittura. Anzi, è proprio quando non posso scrivere che il mio cervello mi riempie di input - nel mio caso, però, sono questi, e non il tempo, a sfuggire come brodo tra i rebbi di una forchetta. Grazie, cervello. Sono poi molte le volte in cui, avendo davvero bisogno di scrivere, mi ritrovo senza speranza o tormentata. Ho un rapporto inutilmente complicato (o è un amore non ricambiato) con la scrittura. Ad ogni modo... Da persone dedite ad altre forme di creatività, mi è sempre stato fatto notare che la scrittura - almeno nelle sue fasi iniziali - ha il pregio di poter essere esercitata con poco e in maniera estemporanea: che tu sia in fila al supermercato o in attesa di iniziare il turno di lavoro, basta avere a disposizione un pezzo di carta (e intendo qualsiasi tipo di carta, da un tovagliolo alla ricevuta del bar, passando per un più ortodosso taccuino) e qualcosa con cui scrivere. E' un modo per fermare un'idea, un'immagine, qualcosa che hai notato e ti ha incuriosito, o una parte del progetto a cui stai lavorando. Ci tornerai dopo, anche in più fasi, pezzo per pezzo. Quando il tuo progetto sarà arrivato a un punto tale da esigere attenzione e lavoro sistematici, penso che metterai necessariamente in secondo, terzo o ultimo piano quello che può aspettare. E troverai il tempo. Se può consolare, anche tra i grandi scrittori del passato, come tra quelli contemporanei, c'è sempre stata una variabilità considerevole in termini di abitudini di scrittura e esigenze correlate. Nonché di disponibilità di tempo. Non ho teorie al riguardo, ma condivido l'osservazione di @Elisa Audino : è il mondo che ci permette di avere qualcosa di cui scrivere - è importante starvi dentro, osservarlo, viverlo. Spero non sia troppo off-topic citare un film: Paterson, di Jim Jarmusch. Ha a che fare con la poesia, nello specifico. Ma in certi passaggi, secondo me, rende bene l'idea di un certo tempo sovrappensiero di cui si nutre la scrittura.
  13. Vittoria Ribolova

    Richieste abilitazione Narrativa over 18

    1989, e quest'anno sono 30.
  14. Vittoria Ribolova

    Bar A

    @Mattia Alari macché! Ho ricordato un meno minaccioso nocino.
  15. Vittoria Ribolova

    Bar A

    Ciao @Mattia Alari Sono estimatrice delle cose estemporanee, a maggior ragioni se surreali! Il carattere estemporaneo di questo testo si sente tutto e, personalmente, lo trovo irresistibile. E' brillante e fresco, nonostante l'atmosfera claustrofobica e mortifera del Bar A. Trovo che il tuo modo di scrivere abbia una pregnanza particolare ma non ridondante. Il protagonista è immerso in un alcolico malumore, di quelli in cui i pensieri sono appiccicose sanguisughe emotive. Tu, questo, in qualche modo riesci a renderlo proprio tra le righe e non solo dentro. Quando la forma richiama il contenuto, la lettura per me è vera e propria fonte di piacere... e il tuo racconto mi ha persino ricordato l'aspetto e il sapore di un ben preciso liquore. Insomma... mi è piaciuto.
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