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Vonnettesheim

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  1. Vonnettesheim

    Blue note

    I pensieri compaiono, ora, solo per qualche breve istante, per dissolversi subito, come fiocchi di neve che, cadendo, toccano la superficie di uno specchio d’acqua immobile. La luce del crepuscolo che arriva dalle grandi finestre della palestra, attenuandosi, lascia sempre più spazio ai bagliori intermittenti di un addobbo natalizio – montato su un albero in giardino – e gli ultimi secondi di zazen scorrono fluidi, al ritmo del respiro, che lascia ormai andare tutto. O quasi. Alla mente si manifestano, ora, solo pure sensazioni o fotogrammi passati: un tratto di strada di montagna percorso in macchina, nel silenzio di un altipiano innevato, fendendo una nebbia fitta ed abbagliante, la giusta risposta a una domanda in un dialogo lontano, un orologio perso, l’odore di cloro sulla pelle, le vaghe impressioni di un sogno notturno. Il dolore a gambe e ginocchia che si fa sempre più forte. Poi qualcuno spalanca la porta della palestra facendolo sobbalzare. Eco: “Oddio è lei mi scusi!” quasi urlando. Candido “No, no. Non si preoccupi. Anzi sono io fuori posto. Ho nuotato un pò in piscina e, rientrando, mi sono fermato qui, ma ho finito. Avete lezione?” chiede alquanto frastornato. Eco: “ Si fra poco c’è lo stage di Jorge di bachata. Si balla!” richiudendo, sorridente, la porta. Candido: “Scappo” mentre comincia a sciogliere le gambe troppo a lungo incrociate. Eco: “Ma no faccia con calma c’è tempo!” soggiunge avvicinandosi. “Allora lei non passa solo ore giocando a tennis, sulla cyclette o in piscina? Cos’è che faceva? Yoga?” Candido: “Si… Insomma. Non è proprio yoga. E’ meditazione seduta. Si chiama zazen” osserva ancora stordito. Eco: “E su cosa meditava?” Candido ride. Eco: “Perchè ride?” Candido: “Scusi ma è la classica domanda che fanno tutti” massaggiandosi piedi e ginocchia Eco: “Ho sbagliato? Torno indietro di due caselle?” sorridendo e sfilando il giaccone. Candido: “No, no assolutamente. Senta sia gentile mi accenda la luce così non mi guarda mentre tento di rialzarmi. Sono un filo spinato vivente” sempre ridendo. La luce bianca delle lampade a led si accende improvvisa spazzando via tutto, lasciando indenne solo la bellezza di Eco, il cui viso splende ora in quel bagliore accecante, mentre Candido tenta di allungarsi il più rapidamente possibile. Nel mentre, osserva stupito quella Ava Gardner nostrana, sbucata dal nulla, inguainata in un una tuta da ballo nera, aderente, che disegna un corpo esuberante e sinuoso, acceso da occhi verdi intensi, molto truccati. Eco: “Ma quanto è rimasto seduto?” chiede mentre ripone la sacca sulla panca all’entrata. Candido: “Mezz’ora, non tanto” ora in piedi ancorché dolente. Eco: “Non tanto? Non credo che resisterei più di due minuti seduta così!” scuotendo la testa. Candido: “Chissà, non è detto. Potrebbe riuscirle facile. Di sicuro è più sciolta di me. Poi è sufficiente smettere di pensare e fare attenzione al respiro” mentre ruota il collo, come per scioglierlo. Eco: “Però se me da del lei io me deprimo, glielo dico” osserva ridendo ed armeggiando con un elastico per capelli. Candido: “Hai ragione. Allora anche tu però”. Eco: “Bravo. Ma se non pensi a qualcosa che fai quando mediti?” legando i capelli. Candido: “Si interrompe il dialogo interiore e si osserva quello che succede intorno: il respiro, i piccoli rumori, le sensazioni del corpo, i battiti del cuore … Le visite improvvise” Eco: “Non potrei. No proprio non potrei. Io me devo move, devo agitarmi, per questo ballo. E poi perché? A che serve?” mentre sistema i fuseaux. Candido: “Mah, direi che fa bene alla salute. Fa vivere meglio, da un benessere duraturo, costante. Ha effetti benefici sulla funzione cardio circolatoria, sulla pressione, sul sistema nervoso para simpatico, sui reni e il fegato. Eccetera eccetera. Ma soprattutto aiuta a non sbriciolarsi” mentre rinfila le ciabatte. Eco: “In che senso sbriciolarsi?” mentre, col viso reclinato su un lato, fa distendere i bei capelli neri, pettinandoli con le dita. Candido: “Hai presente, nei cartoni animati, quando Vilcoyote cade da uno strapiombo inseguendo lo struzzo e, picchiando a terra, prima si incrina tutto e poi si sbriciola in tanti pezzi?” Eco: “E chi è Vilcoyote?” sgranando gli occhi. Candido “Certo. Che scemo. Sei troppo giovane …” osserva deluso Eco: “Comunque ho capito che voi dì. Quando si crepano tutti dopo na’ botta. Tipo na’ mazzata in testa” ridendo. Candido: “Esatto. Ecco zazen serve a non farsi troppo male. Vivendo voglio dire” mentre ripone la maglia nella sacca Eco: “Ah. Ok. Si forse ho capito. Diciamo, allora, che io, modestamente, mi sbriciolo spesso. Forse troppo spesso. Però per rimontare i pezzi io uso la musica. E poi ballo” accennando un passo. Candido: “Hai ragione. Anche a me spesso la musica rimette a posto i pezzettoni. E cosa ascolti?” Eco: “Ed Sheeran, oppure i Muse, Sia, Drake, Ariana. Boh un po tutto. Anche Jovanotti. E lei? Anzi tu scusa?” mentre ripone il cellulare nella borsa. Candido: “No non te lo dico se no poi mi sfotti. Ma come ascolti questa musica e poi balli la bachata?” chiede ridendo mentre infila una felpa. Eco: “Anche salsa, merengue tango e portoricana se è per questo. Ma non c’entra è diverso. Ballare è un’altra cosa. Dai giuro che non ti sfotto. Che ascolti?” Candido: “Mah, intanto, deve esserci un bel sole grande, pomeridiano, tiepido. Poi ci deve essere l’acqua, intesa come mare, lago o piscina. E un bel cielo azzurro, meglio se con tante innocenti nuvolette che disegnano strane figure da inseguire.” Eco: “E vabbè e fino a qui siamo d’accordo. Poi?” Candido: “Un posto fresco dove sdraiarmi?” ammiccando. Eco: “Daje” commenta lei sorridendo. Candido: “Poi la musica di sempre, gli Steely Dan, Bill Evans, Pat Metheny, Miles Davis … Chet Baker, Ella Fitzgerald. Per dirne solo alcuni … Completo l’opera di sabotaggio di questa conversazione aggiungendo alla lista Vivaldi, Boccherini, Cimarosa, Bach, Haendel … Schubert … Basta” sollevando la sacca. Eco: “E sei un sabotatore coi fiocchi! Non ne conosco manco uno …” sgranando gli occhi e mimando la smorfia di un imbarazzo caricaturale che non nasconde l’ironia. Candido: “Ecco lo sapevo. Però ti invidio devi ancora scoprirli e sarebbe una sorpresa. Non so perchè ma sento che questa roba da nerd potrebbe piacerti molto. Con la loro musica vengono bene tante di quelle cose che neanche ti immagini. E non solamente guidare di notte. Poi quello che conta è l’effetto finale no?” Eco: “E secondo te qual è l’effetto che deve avere?” aggiustando le bretelle del body. Candido: “Non so. Tra i più ingenui metterei una stabile voglia di partire, forse. Saltare su una macchina, una moto, un treno o una bici e andare via. Per andare ovunque, col cuore leggero, aspettandosi però tanto, tante cose. Tante sorprese”. Le sorride. “L’effetto principale della musica, del resto, è togliere tutto ciò che non serve. Anche l’ego di chi la ascolta. Forse è per questo che fa stare bene due persone. Le unisce in una dimensione diversa, più vera, dove tutto è più naturale, una terra di nessuno sconosciuta e misteriosa. Il vero segreto del ballo no?” Eco: “Bravo si. Hai ragione. Forse questo che hai detto descrive bene l’effetto che mi fa. L’idea che ce la posso fare. Anzi Che je la posso fà! Che posso tornare ad avere una vita. In questo momento mi basterebbe riuscire a mettere tutto e tutti da parte e avere una vita. Ecco. Tutto qui. Una vita normale. Alla felicità potrei pensarci anche in un altro momento” aggiunge con tono più basso ma sorridente mentre infila una felpa. Candido: “Con la musica però il problema è che poi finisce. E si sa che quando la musica finisce gli amici se ne vanno e ti ritrovi ad affrontare una inutile serata”. Eco: “Già proprio così” aggiunge lei mentre si gira a controllare viso e capelli nel grande specchio alle loro spalle. Candido la osserva ora dallo specchio. Candido: “Se posso, cos’è che ti sbriciola? … Tanto da avere bisogno di stare fuori dai giochi, sola con la tua musica?” Eco: “Tante cose che non vanno come vorrei, come mi aspettavo che sarebbero andate. E c’è ben poco da fare ora. Compresa la mia pupetta, che da qualche tempo mi fa stare molto preoccupata” aggiunge lei guardandolo negli occhi, improvvisamente cupa, attraverso lo specchio. “Capisco” riesce a dire Candido, sapendo di essere ai limiti di una zona rossa nella quale preferisce non entrare. Eco: “E questa meditazione seduta, invece, come funziona a che serve?” imitando, di nuovo sorridente, il tono di una specie di giornalista televisiva. Candido: “Intanto, al contrario della musica, i suoi benefici continuano nel tempo,dopo che è terminata, non si esauriscono con la pratica. E poi in realtà è un meccanismo semplice. La consapevolezza dei propri stati d’animo cosituisce, da sola, la medicina che aiuta a disinfettare tutto. Come guardarsi in uno specchio fedele, che non nasconda nulla. Questa consapevolezza del disagio “cuoce” le emozioni negative e le per disattiva o le attenua almeno, naturalmente, riconoscendole. Eco: “Cuocerle?” continuando a guardarlo tramite lo specchio. Candido: “Si. Accettarle col corpo e la parte più profonda di sè e digerirle. Disinnescarle invece di combatterle. Esiste una via diversa per gestire paura, rabbia, risentimento, tristezza, nostalgia.” Eco: “Non capisco” mentre estrae dalla sacca le scarpe da ballo. Candido: “Stare in silenzio ed osservare queste emozioni, abbracciarle, sentire come si sono trasferite nel nostro corpo e quali effetti permanenti su di esso hanno generato nel tempo. Seduti, accogliamo tutto così com’è. Il silenzio della mente quindi è come il coperchio di una pentola dove questi sentimenti cuociono, appunto, al calore della consapevolezza che, nel tempo, ci restituisce il sapore della libertà. Sedendoti tutti i giorni, potresti accorgerti, un giorno, che le emozioni negative, pur non sparendo, non ti tiranneggiano, non ti incrinano più, non ti sbriciolano più. Anzi, potresti ritrovarti a sentire che le pieghe del cuore, quelle che ti accompagnano da sempre, anche nei momenti più piacevoli della tua vita, si sono distese, come per opera di un vento amico, che gonfia la tua vela per farti attraversare un nuovo tratto di mare, anche lungo, con acque sconosciute e minacciose. Anche per questo, misteriosamente bello” Eco: “Cavoli … Sembra impossibile sinceramente. Ma detta così è bella. Suona bene. Sembra vero …” ora triste. Candido: “Eppure succede” piegando gli altri suoi panni bagnati. Eco: “Posso provare un giorno con te? Io se vuoi ti insegno qualche passo di bachata. Dai. Così muovi ste’ gambette che secondo me hanno bisogno di far circolare molto il sangue” ride. Candido ride fuori controllo, mentre continua ad accennare esercizi di allungamento delle gambe. Eco: “Allora ci stai?” sorridendo e con aria di sfida scherzosa. Candido: “Va bene. Come potrei dire di no” Eco: “Grande! Dammi il cinque!” alzando la mano destra. Candido batte timidamente il palmo della sua mano. Candido: “Allora ci vediamo su questi schermi”. Eco: “Certo. Non mi dare buca eh!” guardandolo di traverso Candido: “Non posso certo. Anche se hai già distrutto buona parte della mia pratica” aggiunge raccogliendo la sacca ed avviandosi verso l’uscita della palestra. Eco: “Perchè?” Candido esita a rispondere, sino a quando la vocina interiore da un via libera condizionato. Candido: “Se devo descrivere una sensazione di felicità, mi viene subito in mente l’immagine di una donna sconosciuta che mi si siede accanto, senza alcun motivo.” EXEUNT
  2. Vonnettesheim

    L'amigdala sequestrata

    Candido: “Ma questa è una gran bella racchetta! È per grandi non per bambini!” mentre la sfila dal fodero e la fa roteare per osservarla meglio. Agrippa: “Si” risponde timido, mentre osserva la racchetta incerto. Come se fosse la prima volta che la vede. Candido: “Anche le corde sono buone. Forse un po’ troppo tese per te” battendo il piatto della racchetta contro il palmo della mano Agrippa: “Si” annuendo e fissandolo negli occhi. Candido: “È nuova. Ci hai mai giocato?” provando, a vuoto, una volee. Agrippa: “No. Mai” scuotendo la testa. Candido: “Eh si vede. Te l’ha regalata la mamma?” Agrippa: “No. Mio padre” sorridendo. Candido: “Giochi mai a tennis con lui?” Agrippa: “No, solo una volta abbiamo giocato. Al mare quando ero piccolo” facendo un gesto con la mano per indicare il tempo trascorso. Candido: “Piccolo …” commenta sorridendogli. “Dai fammi vedere il tuo dritto in top spin!” restituendogli la racchetta. Agrippa: “Va bene” soggiunge imbarazzato ma sorridente mentre afferra la racchetta. Medea: “Ma che state combinando voi due!?” vocalizza lei spuntando all’improvviso, agitata e non mescolata, dalla porta della stanzetta. “La pasta è in tavola, filate a lavarvi le mani!” per poi fuggire via in un baleno. Candido: “Giá fatto! Tu corri per carità che se no mamma ci scartavetra. Arrivo!” fuggendo in salotto dove un enorme coppo di pasta coi broccoli fumante occupa già da un po’ il centro del tavolo. È servita in un lussuoso piatto da portata di design, apparentemente concupito ed inserito in una lista di nozze redatta, in un non tempo e in un non spazio, lontanissimi, da due persone ora disperse in un buco nero. La guantiera é assediata da centrotavola d’argento carichi di panini, crostini, grissini e pezzettini di pizza. I segnaposto d’argento, sulla grande tavola Biedermeier, accolgono i tre commensali confermati. Il cestello porta bottiglie termico, in argento massiccio – forse un tempo [chissà] tempestato di pietre preziose – ospita cubetti di ghiaccio di varie forme (babbi natale? Renne? Pacchetti regalo?) ed una bottiglia di Vermentino gelato. Medea, elegante, é tesa, stanca, lontana ma cortese e si affanna in cucina, smanettando nel lavandino o tra i mille armadi e cassetti di una cucina enorme e, praticamente, nuova. Medea: “Che ti ha raccontato il diavoletto?” chiede sorridente ed operosa. Candido: “Nulla. Mi ha mostrato la racchetta che gli ha regalato il papà. Bella ma lui non mi sembra molto convinto o del tennis in sé o della racchetta. O forse di entrambi. Perché diavoletto … ? Mi sembra così tranquillo, educato. Bravo. Forse ha lo sguardo, a momenti, disperso. Ma ti guarda sempre negli occhi” osserva mentre afferra un pezzetto di pizza bianca. Medea: “La racchetta è parte della lunga lista dei regali del padre, per lo scorso natale. Li usa per qualche giorno poi li dimentica. A breve arriveranno i doni di quest’anno e faranno la stessa fine. Ma quando si sarà stufato, il padre sarà in montagna già da parecchio. Il problema non lo riguarda” conclude mentre gira con forza la centrifuga per l’insalata. Candido: “Mi dispiace. È sempre stato così?” scrutando più da vicino un misterioso cubetto di ghiaccio umanoide. Medea: “Subito dopo esserci lasciati andava meglio. Almeno a Natale. Poi da quando il padre si è fidanzato le cose sono peggiorate. E i regali sono aumentati sempre di più, così come le sue vacanze, che, peraltro, non prevedono mai la partecipazione del figlio. Simpatico eh il papino?” sibila ora con un sorriso ironico piuttosto sinistro. Candido: “Non credo che tuo figlio sarebbe così contento di andare con lui. E poi non so se tu saresti d’accordo a mandarlo. A scuola? Come va?” mentre afferra un oliva. Medea: “È bravino. Niente di eccezionale. Però di lui nessuno si lamenta. I professori dicono che a volte si distrae, scherza con i compagni e non sempre ascolta, ma è intuitivo, curioso e sa farsi volere bene dai compagni” risponde lei guardandolo negli occhi. Serena e consapevole. “Insomma: potrebbe ottenere di più. Ogni tanto si innamora di qualche compagna, e lì mi sembra un po’ tontolone e loro se lo mangiano a crudo!” ridendo. “Ma che stai a fare con quel telefono?” dopo essersi girata per guardarlo. Candido:” Sto cercando una cosa aspetta … “ chino sulla tastierina. Dopo qualche istante Eccolo: “Amor Matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col sangue debole e il latte sieroso l’aveva nutrito e aveva nascosto agli occhi degli altri le sue fasce. Ero come lui, queste spalle cadenti, questa sgraziataggine. La mia infanzia si china qui accanto a me. Troppo distante perché io possa posarvi la mano anche una sola volta, o lievemente. La mia è distante e la sua segreta come i nostri occhi. Silenziosi, pietrosi, segreti sono insediati nei palazzi bui di entrambi i nostri cuori: segreti stanchi della loro tirannide: tiranni disposti ad essere detronizzati” recita lui per poi posare il telefono, sorriderle e afferrare il bicchiere che aveva appena riempito di vino per sollevarlo, come per un brindisi. Medea: “Che è, che dici, che hai letto?” ridendo poco convinta. “Non ti mettere, come al solito, a fare l’intellettuale con me ti prego non sono in vena” rimettendosi a ravanare nel lavandino tra finocchi e carote. Candido: “Ma no. È l’Ulisse di Joyce. E il brindisi forse è per me. Per te. E per il giovanotto. Attualmente disperso in bagno a seguito del tuo imperativo invito a lavarsi le mani” bevendo un sorso di vino. Medea: “No scusa tu giri con l’Ulisse di Joyce nel telefono? Non sei normale …” Candido: “Ma no è sulla rete, in un archivio” mentre butta giù un altro sorso di vino. Medea: “Oooohhhiii dove sei finito?” urla ora Medea avviandosi verso la stanza del figlio. “Guarda che stiamo aspettando te sbrigati!” Poi rientra in sala da pranzo. “Ho fatto la cretinata di comprargli il telefonino e da lì un incubo. È come se fosse caduto in un burrone da cui non riesco più a tirarlo fuori” scuotendo la testa. Candido: “E tu non ti fidanzi?” le chiede scrutandola di sottecchi. Medea ride enfaticamente. Medea: “Fidanzarmi? Scherzi? Non se ne parla. Ci ho provato ma non va, non funziona. Lui i miei, più o meno, fidanzati, fondamentalmente, non li vuole neanche vedere. E loro dopo un po’ si stancano. Troppi conflitti, capricci, gelosie. E tutto sommato va bene così.” Candido: “Oh ora sappiamo come nasce il soprannome diavoletto” osserva lui ridendo. Medea: “Ma smettila! Lui sa bene che ha la mia completa ed esclusiva attenzione. E così deve essere ora” con tono più sommesso, quasi per segnare il limite dei sentimenti assoluti, oltre il quale ogni giudizio di terzi sarà ritenuto inopportuno. Candido: “Eh già …” quasi per avere altri dettagli del sistema orbitante. Medea: “Si” Candido: “Quindi hai deciso di avere delle relazioni senza dirglielo o, comunque, tenendolo fuori?” posando il bicchiere e scrutandola. Tacet. Medea: “Non credo sia il caso di aprire una sessione di analisi ora giusto? Chiudiamo la questione dicendo che quando sarà pronto sarà lui a farmi capire che si è creato uno spazio per una persona che mi sia vicina” riponendo nervosamente tagliere e ciotole nella lavastoviglie. Candido: “Capisco. So solo che avrà un cammino non facile davanti. In ogni caso. La famiglia piaccia o no è un’idea platonica. Come la ruota, la lancia, la musica, gli occhiali, le penne e le scarpe. E gli spaghetti pomodoro e basilico. Per le orecchiette coi broccoli si discute da secoli. Credo sia stato fissato un convegno a Stagira per l’anno prossimo. Esistono da sempre e l’uomo, quando è apparso sulla terra, doveva solo ricordarli, riscoprirli. Non inventarli.” alzandosi e dirigendosi verso la finestra. Medea: “Perché il tuo di cammino è stato facile? Lo sappiamo bene no? Il mio lo è stato? Hai idea di quale è stata la mia vita negli ultimi tredici anni?” mentre incrocia le braccia e siede sul lavello. Candido: “Da qualche tempo non bado più molto alla mia vita, al cammino seguito o a cosa mi accadrà, fra un minuto o fra un anno o dieci. So solo che vorrei aver avuto la forza di seguire, presto, il mio istinto, per conoscere, veramente, gli altri, sapendoli ascoltare, e accettarli così come erano o lasciarli andare, serenamente, ogniqualvolta lo desiderassero. Vorrei aver avuto la capacità di cercare di conoscermi, individuarmi, e centrarmi, osservandomi nel presente e smettendo di rovistare nel passato. Vorrei aver avuto la forza di lasciar andare tutto ciò in cui non mi identificavo, e poi mollare anche il mio ego e con esso tutte le cose morte che non mi servivano più. Vorrei aver potuto lasciare che ogni cambiamento in me, esterno o interno, avvenisse liberamente e in modo incondizionato, naturale, senza alcuna volontà. Disporre di una mente fluida, libera che pur senza agire si evolva, continuamente . Come quegli uccelli marini che si librano in aria fermi, ad ali spiegate, sostenuti solo dal vento. Volano, eppure non battono le ali, sono fermi, eppure sono uniti a tutto ciò che vedono, pronti ad individuare un pesce incauto da predare o a salire più in alto, con un impercettibile cambio di inclinazione delle ali, solo per compiacersi di essere in vita secondo la loro natura. Così io avrei voluto poter vedere presto la mia ombra, le mie maschere, il se e l’ego sfilarmi davanti e dismetterli, riconoscendoli. Avrei potuto cercare una trasformazione senza volerla, limitandomi ad accoglierla laddove si presentasse. Si, auguro al tuo “diavoletto” di diventare quanto prima un alchimista. Prima che tutto sia perduto” sorride. Tacet. Medea: “Vuoi parmigiano per la pasta?” Interrompendo il vuoto creatosi, dopo essersi girata per prendere il cucchiaio. Candido: “Io, se ve ne fosse la possibilità, preferirei una spolverata di pecorino e un peperoncino da tritare” avvicinandosi con la sedia al tavolo. Medea: “Ho un pecorino delizioso che ho preso a Montepulciano lo scorso weekend in una bottega di una signora svedese adorabile che vive li da anni, abbiamo chiacchierato per ore e mi ha invitato a tornare. Mi ha dato anche la composta di mele selvatiche che fa lei lì, vuoi assaggiare?” finalmente sorridente. Candido: “Va bene il parmigiano” EXEUNT
  3. Vonnettesheim

    Un'interferenza - Capitolo X

    Un'interferenza - Capitolo X Giacomo trasse i soldi dalla tasca e pagò il tassista. “Che ie serve er biettino?” chiese il tipo ansioso. “No grazie non occorre. Però se mi aiuta a tirare fuori la valigia dal bagagliaio gliene sarei molto grato perché ho una spalla fuori uso.” Faceva ancora caldo a Roma e un venticello dispettoso faceva volare in aria foglie e giornali. La maggior parte degli inquilini del comprensorio era ancora in vacanza. L’imbrunire aveva ancora la forza e la magia dell’estate, anche se accusava quella leggera diminuzione di durata che annuncia la prossima fine e la prima, immancabile, stilettata di tristezza nel cuore di chi non vorrebbe mai rinunciare alla magia estiva. Giacomo osservava, incredulo, lo scenario della sua vita di sempre, pronto per un altro lungo inverno di repliche quotidiane. Osservò i gerani bruciati, lo sguardo languido dei cani annoiati nei giardini, la posta abbandonata nelle cassette, radio lontane, odore di cibi cucinati. In casa lo accolse l’odore di sempre, i segni di un passato remotissimo – quasi due settimane ! – appunti di telefonate, penne, documenti di lavoro, bollette non pagate, abiti scartati all’ultimo momento dal bagaglio, in un impeto di indecisione. La spalla faceva ancora male e sulla fronte gli si sedimentava un sudorino freddo, perlato che sembrava più il frutto del ricordo dei fatti siciliani che non di vera fatica. Si sedette per qualche minuto per riprendere fiato e chiudere gli occhi dopo un viaggio che non era stato meno faticoso dell’andata. Salutò il suo circo malinconico e diabolico che era in parata ufficiale per l’inizio della stagione. Osservò i suoi pupazzi acidi, i suoi macabri burattini. E per la prima volta si chiese a chi fosse dedicata quella parata multicolore. A lui ... si. Ma in quanto pubblico pagante o burattinaio? Avvertiva qualcosa di diverso e sapeva che sarebbe uscito fuori presto. Non si trattava più di fermare il dialogo interno, di sospendere il giudizio, di fermare il mondo. Si trattava di rendere tutto questo stabile e di potercisi agganciare. Vivere una vita impeccabile, e pensare alle cose che incuriosiscono, che intrigano senza pensare a tutto ciò che può rovinarle. Perché la vera rovina è nel pensare che si possano rovinare. Giacomo si alzò dal divano, si diresse verso il frigorifero da cui trasse una birra che stappò e prese a sorseggiare avidamente. Il cuore cominciò a battere più velocemente e il sudore freddo aumentò. Cinque semi di morning glories, disposti a sorriso sul tavolino del salotto, brillavano nella penombra, come un Dio azteco ancora in collera. Asciugò una lacrima, col palmo della mano, percependola come la linfa di mille sentimenti insieme. Tornò al divano e si mise a fissare il telefonino che in quel momento non odiava più. Quando lo afferrò stava già suonando.
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    Un'interferenza - Capitolo IX

    Un'interferenza - Capitolo IX Era la sera della Kermesse e i ragazzi dovevano organizzare una specie di luna park di fine secolo, con banchi per tirare palle e torte in faccia al clown, misurare la forza con le corna del toro, centrare con una palla la vasca del pesciolino rosso, e così via con tutti i giochi tipici del baraccone della fiera di paese. In più, vino, ciambelle, bombe fritte, zucchero filato. Sul campo di calcio i ragazzi, sin dalle prime ore del pomeriggio, stavano montando i banchi. Giacomo cercava di partecipare all’entusiasmo insperato che tutti, alla fine, riuscivano a provare nel costruire l’ennesima, effimera scena per il divertimento dei clienti. Ancora in tenuta da tennis, si recò al bar per bere il consueto pastis. Alessia era ad un tavolo che chiacchierava con dei clienti. Decise di non chiamarla. Aveva voglia di guardarla, senza che lei se ne accorgesse, per un po’. Voleva imprimerne nella memoria i gesti, il modo di parlare e di chiudere nervosamente le palpebre ogni tanto, osservarle le mani che, di tanto in tanto, si abbracciavano le spalle, come se avesse freddo, i vestiti, che sembravano poter appartenere solo a lei, e il sorriso. Non durò a lungo. Alessia si girò e immediatamente sorrise. Lasciò, senza troppe formalità i clienti e corse incontro a lui. “Come stai?” chiese lei. “Bene! Che c’è? Ho una facciaccia?” disse Giacomo sorpreso. “Non so. Mi sembri triste. E’ successo qualcosa?”. “Caravita rilascia Melandri.” “Lo rilascia? Ma come era certo della sua colpevolezza, lo ha trascinato a Palermo ed ora lo rilascia?” “Già” disse Giacomo sconsolato. “Ed ora è il turno di Michele se non facciamo qualcosa prima, trascinerà a Palermo anche lui.” “Oddio mio no! Non dirmi che adesso torchia Michele.” “Inutile sperare il contrario. Del resto il tuo Micheluccio non mi sembra un membro delle giovani marmotte. Ha precedenti che spaziano in quasi tutti i reati del codice penale. Non ti credevo un tipo che amasse gli uomini da cicatrice.” “Cosa fai ricominci?” “Tranquilla” disse Giacomo ridendo “Trattavasi di battuta.” “Ed ora cosa pensi di fare? Dirai a Caravita dei sessanta milioni di Alì.” “No. Non servirebbe a molto. Non lo so cosa posso fare. Anzi forse qualcosa da fare c’è” disse Giacomo con un sorriso inquietante. “Sarebbe?” chiese Alessia scettica. “Caravita mi ha confermato che, con ogni probabilità, il salvagente trovato nella stanza di Melandri non è quello usato nell’omicidio. Questo significa che forse qualcosa possiamo capire. Se il salvagente di Melandri non è quello dell’omicidio, e quello di Stefano era ancora addosso al cadavere, significa che c’è un terzo salvagente che manca, ovvero quello dell’assassino. Ma quello sarà molto più difficile trovarlo, perché probabilmente l’assassino se ne è sbarazzato, probabilmente perché c’erano macchie di sangue o tracce del delitto. Ma l’assassino, che voleva far apparire l’omicidio come un incidente, non ha previsto la possibilità che si indagasse sul numero dei salvagente nel magazzino, e per incastrare Melandri se ne è dovuto procurare uno. Dove secondo te?”. “Beh è chiaro in magazzino.” “No, me ne sono accertato, in magazzino non c’erano più salvagente, erano stati tutti dati per i corsi di vela e surf.” “Ehm … Boh … Non saprei … Lo ha comprato?”. “Alessia non dire cazzate. E’ semplice. Cosa c’è a settanta chilometri da qui?” “Oddio ma cos’è il Trivial? Non lo so cosa c’è a settanta … Oddio … Ho capito … Tu dici che è andato al villaggio di XXX e se ne è preso uno!” “Esatto! Brava la cucciola!” “Ma allora è sufficiente andare a XXX e chiedere se manca un salvagente e chi l’ha preso” disse Alessia seria. “Ho fatto un primo accertamento. Effettivamente un salvagente manca ma non ci hanno potuto dire con certezza se da qui è andato qualcuno a prenderlo. Domani mattina vado a XXX a parlare col magazziniere. Io credo che ci siamo.” Una voce alle loro spalle li interruppe improvvisamente. “Meno male che avevamo Sherlock Holmes come maestro di tennis! Bravo amico può essere che domani si comincia a capire qualcosa allora!” intervenne improvvisamente Alì. Giacomo trasalì e dissimulò un sorriso chiaramente inefficace. “Sai la professione ti costringe a non abbandonare mai il vizio di pensare. Ma del resto chi lo sa? E’ possibile che tutto si concluda con un altro buco nell’acqua.” “Speriamo di no amico, speriamo di no” aggiunse Alì ridendo esageratamente. Giacomo ed Alessia si allontanarono. “Cazzo ma non mi avverti che ho Alì alle spalle?”. “Senti io non me ne ero accorta. Pensi che ora farà casino?” “Non lo so stiamo a vedere. Ma quella risata araba non mi fa stare tranquillo. Tu che fai stasera?” “Faccio le mele caramellate” disse Alessia scotendo la testa in segno di rassegnazione. “Poi c’è la festa al ristorante in spiaggia giusto? Ci vediamo lì allora.” “Io ho paura” disse Alessia imbronciata. “Di che hai paura?” “Non lo so” disse lei con gli occhi carichi di lacrime. “Dai niente storie! Tanto non succede nulla vedrai! Ci vediamo dopo.” Giacomo tornò ad aiutare i colleghi che stavano montando il banco della cartomante. Si trattava di una bella tenda alta e circolare all’interno della quale, Giacomo, travestito da veggente cicciona, avrebbe dovuto divinare il futuro dei clienti. Terminato il montaggio della tenda Giacomo andò a truccarsi, lieto di poter risentire i brividi che la costumeria, ormai automaticamente, gli suggeriva. Laure fece, questa volta, un lavoro fantastico. Gli scurì la faccia con il cerone, truccò gli occhi pesantemente, gli sistemò due enormi tettone finte sotto la camicia turchese, grandi cerchi alle orecchie, una catenona d’oro, lo scialle ed un foulard in testa. Dopo il trucco Giacomo, guardandosi nello specchiò, non potè fare a meno di ridere pensando alla faccia dei suoi colleghi se un giorno si fosse presentato in udienza così conciato. Decise di completare l’opera piazzando, all’interno della gonna rosa, una spessa imbottitura per simulare pancia e fianconi. Era perfetto. Per la performance aveva però bisogno di essere un po’ brillo. Con due pastis fu sufficientemente ebbro per la pantomima. Sul campo di calcio, illuminato dalle lampade notturne, in breve cominciò ad affluire tutto il villaggio, e nelle padelle sistemate accanto alle baracchette si cominciarono a gettare nell’olio bollente le mele e le bombe. Il profumo dello zucchero filato si spandeva leggero nell’aria. Giacomo attraversò il campo timidamente, osservando i clienti che sfilavano sui bordi. Ridendo tra sé e sé del suo travestimento individuò la sua tenda dove si diresse. Nella tenda una luce rossa effondeva una atmosfera satanica, e sul tavolino, al centro, era stata piazzata una palla di vetro. Sedette in attesa dell’arrivo dei clienti. Nella tenda, in breve, cominciarono ad entrare un po’ tutti. I bambini, che lo riconoscevano e tentavano di sfilargli il travestimento, gli altri ragazzi dell’equipe, che entravano per tirargli gavettoni, i clienti, in pantaloncini e ciabatte che entravano per fare battute e toccargli le tette, e poi le donne, che, ad ogni buon conto, una chiacchieratina con lui la facevano volentieri, sperando di rubare realmente qualche strana novità al futuro. “E’ il fante che mi preoccupa …” disse Giacomo mentre con aria indagatrice scrutava il mosaico di carte che aveva appena disposto, ovviamente a caso, sul tavolino. “Perché, vedi ce l’ho in opposizione all’asso di bastoni … E’ strano!” disse poi toccandosi le labbra in segno di confusione. “Si tratterà di mio marito” disse la finta bionda mentre sorridendo girava l’anellone che aveva al dito. “Chi il fante o l’asso di bastoni?” chiese Giacomo con un lieve accento gitano. “Il fante il fante!” rispose lei eccitata “Ah! E poi quest’otto di spade. Tu mi ti devi curare di più sai?” insistè Giacomo toccando le carte con i polpastrelli, quasi per acquisire maggiori informazioni. “Com’è vero!” disse lei divertita. Alcune entravano con quesiti specifici. “Senti Chiromante! Vojo cambià omo che me dici?” Giacomo osservò la tipa: l’ampio sottogola, i capelli radi, le lenti, e una magliettona con Eros Ramazzotti serigrafato, stretta nel disperato sforzo di contenere un seno informe. “Vedi cara, non è tanto il sei di coppe che è “in quadro” rispetto al fante di denari a lasciarmi perplesso…” “No eh?” disse lei scettica. “No! E’ st’asso di bastoni che mi lascia inquieto …” “E dimmelo a me!” disse lei scoppiando a ridere. “E poi però mi ritorna sto’ Re di Spade che mi dà grandissima speranza!” disse Giacomo serio e formale “ ’ndissima …” ripetè la tipa finendogli la frase “Eh si perché lui è … E’ … E’ certamente …” “E’lui no? E’ l’omo de la vita mia no?” lo interruppe la cicciona. “No è il chirurgo plastico!” chiuse Giacomo scotendo la testa. La serata fu divertente ed i clienti indugiarono a lungo in quella kermesse strana, ma allegra cui i ragazzi avevano dato vita. Alla fine della festa, dentro la tenda, si consumò anche il rito della bevuta collettiva, tra suoni di trombette, urla di ragazze, spinte, rutti, battutacce. Giacomo si accorse di essersi completamente dimenticato delle indagini, sentendosi quasi in colpa. Dopo gli ultimi bicchieri di pastis si ricordò dell’appuntamento con Alessia e decise, dunque, di tornare in camera per struccarsi e rivestirsi. Uscì dalla tenda e si avviò verso la stradina che correva esterna alla Medina. Era triste. Sapeva, dentro di sé, che quella era stata la sua ultima carnevalata e che, forse, non sarebbe più tornato a lavorare nei villaggi. Era consapevole che il suo tempo in qualche modo era passato, e di aver forse qualcosa di più importante da fare. Non gli sembrava che si trattasse del lavoro, o del matrimonio o dei figli. O forse riguardava tutte queste e tante altre cose. Non sapeva ancora bene cosa, ma c’era qualcosa da modificare nella sua vita. Probabilmente si trattava di “azzerare i contatori”, di cercare tutta la tranquillità necessaria per rileggere la sua vita, e le persone, e i fatti che l’avevano segnata. C’era da curiosare negli angoli più nascosti, quelli che sfuggono, che non si vedono. Sentiva che la sfida più bella era abbandonare una mente nevrotica, e familiarizzare con le sensazioni più sottili, più difficili da cogliere e quindi le più preziose. Pensava, lucidamente, che ciò che maggiormente contava ora, per lui, era ritrovare la capacità di lasciarsi prendere dalle cose, cedere alla loro lusinga. Non era importante se si fosse trattato di una conversazione, di un paesaggio, di un libro, di un viaggio o di un film. L’importante era tornare ad “agganciarsi” alle cose, e seguirle nella loro dinamica, prendendole per come esse ci si presentano, senza tentare di cambiarle, nell’illusione di renderle più vicine a noi, o all’idea che ne avevamo. Pensava che era necessario tornare a pensare alla vita come ad un fatto assolutamente misterioso, cui abbandonarsi dopo aver recuperato la capacità di acquietare la mente, riportandola al silenzio. Ripensò improvvisamente ad un necrologio, letto su una rivista, per un avvocato, morto di una lunga malattia, prima delle vacanze. Il collega sottolineava il carattere e la tempra del collega deceduto, ricordando come, sino agli ultimi giorni della sua vita, egli avesse seguito con immutata diligenza, gli affari dello studio e gli adempimenti che la sua carica di consigliere gli imponeva. L’autore del necrologio ne traeva un canone etico, affermando che la vita altro non era, infatti, che onorare gli impegni e le occupazioni della vita, e provvedere a risolvere i problemi quotidiani. Dopo tanti anni aveva trovato una esplicitazione del concetto di vita come lotta con l’ingranaggio, con la macchina cui siamo intimamente attaccati. Ricordò lo sconcerto che tale teorizzazione gli aveva creato. Tornò a chiedersi se veramente non esistesse una valida alternativa ad una lettura della vita tanto agghiacciante. Seguendo i suoi passi, su quella stradina buia, sentiva che la risposta era nella capacità di gettar via lo scafandro dall’interno del quale aveva sinora osservato la vita, sciogliere definitivamente la morsa allo stomaco, e vivere completamente nel presente, in ciascun luogo. Disinfettare le ferite provocate dai dardi di un’oltraggiosa fortuna, impedendo che si duplichino dopo averci raggiunto, in vista di una riappacificazione assoluta, costante, stabile. In quel momento era tutto chiaro. Era ansia di libertà. Liberarsi dalle catene dell’ignoranza, dell’attaccamento e dell’avversione. E come Candido, acquietarsi, coltivando il proprio giardino. O, meglio, definire una rotta, cercare il vento, regolare le vele e, trovato l’assetto giusto, navigare, senza mai toccare troppo il timone. Ogni tocco di timone, un freno alla barca. Pensava anche ad Alessia, e a ciò che sarebbe potuto succedere dopo che fosse partito da lì. Si chiedeva che cosa avrebbe dovuto dire, o fare, e come lei avrebbe reagito. Si chiedeva se la sua storia avrebbe avuto un seguito, o se sarebbe finita, anche questa, con un indirizzo scritto su un tovagliolino di carta La luna si era ormai ridotta di tre quarti, ma nel cielo resisteva ancora uno spicchio, sufficiente ad illuminare la stradina. Il rumore dei passi, man mano che si allontanava dal centro del villaggio, si sentiva sempre più chiaramente nel silenzio della notte incombente, insieme all’incerto stormire delle canne. Quando sentì la morsa di una corda al collo, non avvertì immediatamente la scarica di adrenalina sulle tempie, perché le mani corsero subito, automaticamente, in difesa. Ma tra il collo e la corda solo due dita erano riuscite a porsi in difesa di una stretta potentissima, che si stava stringendo inesorabilmente. Non vedeva nulla del suo assalitore, neanche le mani, sentiva solo l’odore, puzzolente, del suo alito sul collo. Poi, improvvisamente, la stretta si allentò fino a sparire. Fu, tuttavia un bagliore metallico, colto con la coda dell’occhio, a spingerlo istintivamente a saltare nel fossatino che correva lungo la stradina. Quando sentì la lama nella spalla ebbe solo il tempo di pensare che l’iniziativa era stata meno funambolica di quanto la sua presunzione gli avesse fatto credere. A quel punto l’adrenalina fece il suo ingresso teatrale levandogli il poco fiato rimasto. In seguito la scena concesse tutto alla cinematografia, e quando vide l’ombra nera avventarsi su di lui ebbe il suo contatto vero con il battito d’ali della morte. La luce delle fotoelettriche si accese poco prima che quel corpaccione pesante gli piombasse addosso, come alla fine degli spettacoli nei vecchi cinema parrocchiali. “Fermo! Getta il coltello o sei morto!” si udì dalla macchia di eucalipti al lato sinistro della stradina, poi il colpo di pistola. Il corpo cadde di peso, proprio sopra Giacomo rannicchiato nel fossato. Poi un concitato rumore di passi e, infine, la faccia, gli occhiali e il pizzetto di Caravita. “Questo pezzo di merda! Guarda una mezza coltellata mi sa che te l’ha allungata” disse Caravita mentre con altri due agenti ammanettava un variopinto clown che giaceva bocconi sull’erba. “Simone vaffanculo! M’ha segato una spalla chiama un medico qualcuno!” “Cazzo Giacomo non m’ero accorto fa vedere … Minchia ci vogliono i punti. La Morgese! La Morgese va a chiamare il medico e l’ambulanza l’avvocato è ferito. Sbrigati, vola!” disse Caravita rivolto all’appuntato. “Dico, cazzo, vedi che mi aggredisce, Cristo, intervieni prima no? Ah no hai ragione era meglio vedere se era così cattivo come ti dicevo!” “Giacomo che ti devo dire siamo intervenuti come hai detto tu appena fosse stata chiara l’intenzione di uccidere. Sei tu l’avvocato mica io. Intanto vediamo se hai ragione” disse Caravita prendendo un asciugamano per pulire la faccia dell’aggressore. Caravita tolse lentamente la parrucca, il naso finto, le sopracciglia di pezza e il cerone dalla faccia del clown. Qualche goccia di sangue aveva raggiunto la punta dei mocassini bianchi con la fibbia d’argento indossati dal pagliaccio. Giacomo li fissava attonito. “Minchia è lui!” “E’ morto?” chiese Giacomo. “No lo stronzo respira. Così adesso mi tocca anche accompagnarlo in Ospedale. Come hai detto che si chiama sto’ figlio di puttana”. “Sergio. Che tirasse coca l’avevo capito subito ma non credevo che la spacciasse dentro il villaggio, comprandola addirittura con i soldi dei ragazzi” disse Giacomo dolorante. “Stefano l’aveva capito e minacciava di dirlo in giro.” “Adesso ce lo racconterà lui come aveva fatto Stefano a capirlo.” “Non c’è bisogno. Stefano si scopava anche la tettona compagna di stanza della Cassiera, la Valerie. E’ lei che glielo deve aver fatto capire.” “Poi dicono che non sono loro a fare i coperchi” soggiunse Caravita sorridendo. Dopo qualche minuto arrivò il medico del villaggio, mentre l’ambulanza portava via l’assassino con l’ossigeno, ancora in stato di incoscienza. Il medico osservò la ferita e poi ordinò il ricovero anche per Giacomo che aveva perso troppo sangue. In ambulanza, intontito dai sedativi, si mise a ricordare le sue esperienze sanitarie, rare per la verità, e per lo più legate ai suoi vagabondaggi cittadini in motorino. Poi, invece, decise di abbandonarsi al niente, a fermare il mondo. Giunto all’ospedale di XXX fu preso in consegna da due giovani portantini che lo accolsero come l’eroe della situazione. “Minchia avvocato l’ha preso lei? Complimenti era grosso!”. “Si beh non è andata proprio così comunque” diceva Giacomo completamente stordito. Poi fu il turno del medico di guardia. “Avvocato bravo! Dicono che l’avete acchiappato voi. E vero?”. “Si … No … Senta mi deve mettere dei punti? Ecco allora sia bravo lo faccia perché io adesso riesco solo a pensare a questo.” “Tranquillo non sentirà nulla Che facciamo? La facciamo una piccola anestesia così non sente niente?” “Veda lei che è il medico tra i due”. Dopo una sutura senza anestesia fu portato in una stanza a tre letti. Alessia era lì. “Ehi hai visto che l’ho preso!” disse Giacomo col sorriso più grande che poteva. Alessia aveva le lacrime agli occhi. “Si ma ci stavi per rimettere la pelle!” disse lei urlando. “Ohi che succede? Sono qui guarda sto bene!” disse Giacomo quasi scusandosi. Alessia rimase zitta, guardando altrove, mentre si asciugava gli occhi e il naso. “Non c’era nessun magazziniere da incontrare, né un salvagente mancante al villaggio di XXX vero?” disse dopo qualche secondo Alessia. “Vero” disse Giacomo più tranquillo. “E tu lo sapevi da giorni che era stato il capo villaggio vero?”. “Vero.” “Già ma alla scema non hai detto nulla giusto? Sono troppo scema vero? Troppo ragazzina giusto?” “Alessia non potevo farti rischiare. Credimi. Era l’unico modo per stanarlo, la cocaina che trattava con i suoi amici tunisini non l’avremmo mai trovata e così in carcere non ci sarebbe mai andato. Avevi già rischiato sin troppo quando siamo entrati nell’ufficio della Cassa. E come vedi avevo ragione a tenerti il più lontano possibile dai pericoli. Dai vieni qui”. Alessia si avvicinò lentamente. “Io resterò qui in osservazione per quarantotto ore. Poi devo tornare a Roma. Tanto con la spalla ridotta così di fare lezione non se ne parla” continuò Giacomo. “E allora? Che mi vuoi dire?” “Nulla di particolare. E’ solo che debbo rientrare.” “Ah è solo questo? O in realtà vuoi dirmi che non ci vedremo più? Che devi tornare alla tua città, alle tue storie e che nella tua vita di impegni, lavoro non c’è posto per una ragazzina?” “Ora sei tu ad aggredire senza motivo” disse Giacomo pallido. “Non c’è bisogno di fare tanti preamboli o sciupare il tuo talento recitativo, a me va bene così” continuò Alessia “Anche per me questa non è la prima stagione al villaggio, conosco queste cose. Però io adesso me ne vado. Perché mi viene da piangere e temo che siano lacrime sprecate”. Giacomo rimase senza parole, non avendone effettivamente. Potè solo osservare Alessia raccogliere la borsa e chiudere dietro di sé, lentamente, la porta. (continua)
  5. Vonnettesheim

    Un'interferenza - Capitolo VIII

    Un'interferenza - Capitolo VIII Il giorno dopo, a lezione, Giacomo era distratto dai suoi pensieri. Ed era triste. I russi e la gran parte dei bambini del corso erano partiti. Si sentiva solo, quella mattina, come quando un amico partiva prima dalle vacanze, oppure si fidanzava. Decise allora di rimanere attaccato a quelle strane indagini che stava svolgendo, senza lasciarsi andare, cercando di farne qualcosa di perfetto in sé, di completo, facendo tutto quello che era necessario fare. Ma che cosa? Questo era il punto. Nella rosa dei possibili assassini ora era entrato anche il suo Alì che, in verità, benché dotato di uno sguardo poco rassicurante, non aveva l’aria di essere uno che ammazzava. Eppure quel debito stonava molto in quella storia. Chi aveva avallato quel debito e perché? Chi era il vero ed unico tesoriere della Cassa? Guillaume forse? Il responsabile degli uffici e della Cassa? E poi c’erano i precedenti di Michele, che pure pesavano. Giacomo si chiedeva se lui avesse un buon alibi, ma aveva la sensazione che sul punto avrebbe presto avuto notizie direttamente da Caravita. Al termine della lezione cercò di rubare ad Alì qualche informazione. “Ca va Alì?” “Tutto bene amico e tu?” “Abbastanza bene. I bambini nuovi sono tutti più bravi” disse Giacomo mentre si asciugava il volto con un asciugamano. “E’ vero. Ma sono anche di più. La prossima settimana sarà dura sai?” rispose Alì mentre tirava indietro la testa, come per cercare il massimo relax. “Hai ragione. Speriamo che arrivi qualcun altro a darci una mano”. “Ho fatto la domanda a Milano. Speriamo bene” “Alì, solo una curiosità. Stefano prima di Alessia con chi stava?” chiese Giacomo cercando di simulare un fare distratto. “Vuoi dire femmine?” “Si esatto.” “Perché?” “Beh … Così” “Credo che stesse con la tettona … Quella che lavora alla boutique … Giovanna” “Govanna la compagna di stanza di Valerie, la cassiera?” “Bravo! Quella.” “Ah. Interessante.” “Che ti piace quella?” chiese Alì con un mezzo sorriso sulla bocca. “Indicibilmente. Io vado a mangiare ci vediamo nel pomeriggio” rispose Giacomo alzandosi dalla sedia di plastica. “OK a più tardi”. Giacomo andò direttamente al ristorante. Cercò Alessia tra i tavoli e la trovò nella stanza dove alcuni ragazzi avevano organizzato un finto banchetto nell’antica Roma. “Ohi! Allora? Giacomo hai una faccia” disse lei guardandolo fisso. “Michele non ha un alibi ne sono sicuro”. “Perché? Come fai a saperlo glielo hai chiesto?” “No, ma se Stefano è stato ucciso alle sei del mattino è chiaro che, se anche i compagni di stanza lo avessero visto rientrare a dormire, di certo, dormendo, non potrebbero essersi accorti dell’ora in cui aveva lasciato la stanza di mattina. Basterà questo affinché Caravita se lo porti a Palermo” “E allora?” “Non lo so devo rifletterci. Vado. Anzi aspetta! Tu sapevi che Stefano prima di te era stato con Giovannona?” “Si lo sapevo. Beh?” chiese lievemente stizzita. “E con chi divide la stanza Giovannona?” “Con … Boh … Ah si con Valerie la cassiera!” “E brava l’amore mio!” “Vuoi dire che Stefano sapeva qualcosa tramite lei?” chiese Alessia socchiudendo gli occhi. “Credo proprio di si.” rispose Giacomo guardando altrove. “Dove ci vediamo stasera?” chiese Alessia ora in ansia. “Non … Non lo so … Ti cerco io.” “Giacomo fa attenzione.” “Questa è la classica battuta della moglie di Harrison Ford prima di affrontare i narcotrafficanti”. “Si ma tu non fare cazzate lo stesso”. Al bar i ragazzi avevano organizzato il quotidiano giochetto del caffè. Si trattava di centrare dei bicchieri con una pallina da ping pong, oppure infilare in un bicchiere una palla da golf. I più divertenti erano comunque quelli nei quali si prendeva di mira un cliente, ad esempio facendogli fare gol di testa con una pallina da ping pong, che dopo alcuni tentativi veniva segretamente scambiata con un uovo.. Tra i più entusiasti spettatori del giochino spiccava Caravita che, in punta di piedi tra la folla, tentava di seguire il gioco. Dopo una iniziale forma di antipatia per il villaggio ora Caravita si stava ambientando benissimo, rivelandosi un semicliente molto soddisfatto. “Ciao Simone. Che c’è vuoi vincere il caffè?” “E’ carino guarda devi mettere la palla dentro… Capito? Aspetta voglio provare … Ehi .. Xavier! Io io!” Caravita col costume da bagno, le ciabattine e le lenti scure sugli occhiali era un capolavoro da non perdere. “Mannaggia … Aspetta … Guarda … Devi … Capito?” Era sempre stato atletico ma goffo e per nulla preciso. Inoltre subiva completamente il fascino dell’idiozia, come il caso della pallina da ping pong stava efficacemente dimostrando. “Dai Simone vieni via te lo offro io il caffè” “Un attimo … Aspetta … Cazzo! Va bene vengo” disse infine rinunciando deluso al suo giochetto. “Due caffè Philippe per cortesia. Sai che stai bene? Hai un bel colorito, la faccia distesa” disse Giacomo sorridendo. “E che male c’è? Co’ sta’ storia di mezzo ho spedito mia moglie a S. Marinella, da quell’altra rompicoglioni di mia madre. E che ti devo dire? Ho preso una cameretta in paese a quattro soldi e da qualche giorno me ne sto senza figlie e casini vari tra le scatole. Ho fatto male?” “No hai fatto benissimo. Ma della pista Michele che ne è?”. “L’ho interrogato stamattina. Stasera torna con me a Palermo” “Lo sapevo. Non ha alibi vero?” “Bravo avvocato. I compagni di stanza l’hanno visto tornare verso le due ma la mattina dopo non lo hanno trovato.” “Ma quelli erano ubriachi mentre Michele non beve, questo cambia un po’ la cosa che dici?” “No non molto perché i compagni erano svegli alle nove e lui non c’era.” “E dove dice che era?” “Dice che era al tiro con l’arco a preparare i bersagli per i tornei di fine corso, ma nessuno lo ha visto. Lo si rivede alle nove e 20 a fare colazione al ristorante”. “Ma la sua stanza è a cento metri dal tiro con l’arco. E’ possibile che abbia deciso di lavorare un po’ prima che aprisse il ristorante”. “Quel ragazzo lo voglio vedere sotto interrogatorio, e voglio vedere come mi reagisce.” “Certo è logico. Tanto un po’ di cella fa bene a tutti. Il povero Melandri intanto che fine ha fatto?” “Mamma mia Giacomo che palle che m’hai fatto! Io ho i miei metodi tu i tuoi. Comunque oggi mi faxano i risultati della perizia sul salvagente di Melandri.” “Ciao procuratore io me ne vado a nanna. Ci vediamo nel pomeriggio.” Giacomo tornò in camera, si stese e tentò di interrompere il suo dialogo interno, di fermare il flusso di pensieri. Dopo alcuni giorni tornava a sentirne il bisogno. Non sapeva perché ma in quel modo le sue batterie naturali si ricaricavano. Non di meno, dopo alcuni minuti sentì il bisogno di tornare alla sua solita caletta. Sulla stradina rovente tornò a pensare a quella vicenda con uno sguardo diverso, quasi di sbieco. Gli si manifestò l’indifferenza di quell’ambiente, delle persone, la capacità di una comunità di dimenticare e di non deviare il proprio percorso se non per pochi metri, salvo a tornare presto su una rotta che è fatta principalmente di abitudini mentali. Ne erano tutti colpevoli senza esserlo. Perché gli era ormai sufficientemente chiaro che la vita è percezione personale. La caletta era triste quel giorno ma bellissima. Giacomo si tuffò nuovamente in quell’acqua turchina che avrebbe dovuto dargli tutta la tranquillità che cercava in quel viaggio. Era riemersa anche quella incapacità nevrotica di rimanere troppo in uno stesso luogo. Dopo qualche minuto di sole Giacomo si alzò, si vestì e tornò al tennis. Era il giorno del cambio di clientela settimanale e le attività erano sospese. “Ciao Alì come stai.” “Abbastanza male amico.” “Che succede?” “Niente. Mio papà in Marocco non sta bene. Ma io adesso qui non posso lasciare. Speriamo che vada tutto bene” disse Alì con apparente sincerità. “Mi dispiace Alì non sapevo.” “Tutto a posto non c’è problema. Mi aiuti a rimettere a posto? Qui è tutto un casino palle, racchette, tutto in giro. Anzi facciamo un giro per i campi e cerchiamo un po’ di palle nei cespugli, altrimenti non finiamo la stagione. Lavorarono tutto il pomeriggio. Verso le cinque Giacomo cominciò ad agitarsi. La sua agitazione trovò conferma nell’arrivo di Caravita che con passo lento e sornione, in perfetta tenuta da turista, incedeva verso la club house. “Cazzo ma tu sei il magistrato inquirente! Puoi andare in giro come un bagnino?” disse Giacomo giocando la solita parte da Totò e Peppino. “Senti io c’ho caldo quindi dopo gli interrogatori mi vesto come minchia mi pare!” disse Caravita tamponandosi la fronte con un fazzoletto di carta. “Vabbè” soggiunse Giacomo ridendo tra sé e sé. “Dunque mi sono arrivati i risultati della Scientifica sul salvagente.” “Mh. E allora?” “E allora sangue della vittima non ce n’è, o meglio ci sono tracce di sangue ma chi sa di chi” disse Caravita con aria scocciata, come di chi non vorrebbe ammettere un mezzo fiasco. “Ma che vuol dire non sai di chi?” “Significa che non lo so. Non è della vittima, non è del Melandri e quindi sarà di qualcuno che ci si era fatto male in precedenza. Inoltre le impronte del Melandri sono poche, troppo poche. Insomma io lo rilascio.” “Genio della lampada ci sei arrivato!”. (continua)
  6. Vonnettesheim

    Un'interferenza - Capitolo VII

    Un'interferenza - Capitolo VII Quando udì i colpi alla porta Giacomo ebbe un sussulto. “Minchia Giacomo sveglia sono le sette!” urlò Caravita da dietro alla porta. “Sei pazzo? Dì la verità sei pazzo Caravita? Sono le sette che cazzo mi svegli alle sette?” “Dai Giacomo non rompere apri!” Giacomo si vestì rapidamente e barcollando aprì la porta al suo amico magistrato. “Che c’è Simone? Hai arrestato qualche altro povero Cristo?” “No.” “E allora che notizie porti a quest’ora?” “Il Melandri si dichiara innocente ma io non escludo, invece, che in qualche modo sia coinvolto. Ritengo di avere sufficienti prove indiziarie.” “Tu sei pazzo. E’ chiaro come il sole che quel tipo non c’entra nulla. Non avrebbe potuto, in alcun modo, condurre la barca in mare aperto con un morto dentro, non ne era capace!”. “Questo si vedrà. Intanto abbiamo appurato che quella sera marito e moglie non hanno avuto solo una lite bensì uno scontro violento. Abbiamo i testimoni la coppia della stanza accanto a quella dei Melandri che hanno sentito la lite. La moglie, inoltre, aveva ematomi su tutto il corpo. Lei ha dormito dagli amici e lui, quella sera, non è tornato in stanza”. “E che prove sarebbero queste? Perchè lui non ha un alibi?”. “Lui dice di aver dormito in spiaggia e che neanche il bagnino, la mattina seguente, lo ha notato. Di lui si hanno notizie solo alle otto e trenta, quando si reca al ristorante per la colazione”. “E l’arma del delitto?”. “Non c’è ma la troveremo. La scientifica ritiene che si tratti di una spranga di metallo o comunque di un oggetto con quelle caratteristiche”. “Tu sai che figura faresti se uscisse fuori che non si tratta di lui. Non puoi spicciarti di questa vicenda in questo modo! Dammi tempo, io credo di aver individuato una strada” disse Giacomo concitatamente. “Ah bene ora mi sottrai delle prove! Guarda Giacomo che se hai qualcosa e non me ne parli io poi mi incazzo sul serio. Minchia ma come cazzo fai a dormire in una stalla del genere!”. “Si tratta solo di pensieri. Mie personalissime deduzioni”. “Spero che sia così Giacomo perchè io contrariamente a te qui non mi diverto” disse Caravita minaccioso “Si tratta per caso di qualcosa che ha a che fare con quel ragazzo ... Come si chiama? ... Michele, che fa il tiro delle frecce?” aggiunse poi Caravita sospettoso. “No ... No ... Il tiro con l’arco non c’entra. Chi ti ha parlato di Michele?”. “L’arabo ... Alì”. “Ah ... dimmi piuttosto! Gli esami della Scientifica sul salvagente che esito hanno avuto.” “Nessuno perchè non sono ancora pronti”. “Allora non ci resta che attendere” “Ciao avvocato! Buon tennis”. “Ciao Simone”. Giacomo sentiva di nuovo l’ansia nel cervello. Non c’era più molto tempo. Era sicuro che l’esame del salvagente avrebbe dato esito negativo e che Caravita, in mancanza di meglio, avrebbe cominciato ad aggredire Michele e, dunque, Alessia. Voleva a tutti i costi risparmiarle un inutile stress, ed era deciso a fare il possibile per trovare una soluzione ben prima. Si vestì in fretta e corse al tennis. Lì trovò Alì come al solito mattiniero, che trangugiava una grande tazza di yoghurt e miele. “Ca va?” “Et toi?”. “Pare che la polizia stia verificando la situazione di Michele” disse Giacomo con fare distratto. “Davvero? Non sapevo”. “Secondo te perchè Michele? Che movente poteva avere?”. “Non so proprio amico! E neanche mi interessa molto”. “Ma la polizia ti ha chiesto niente a te?”. “E perchè la polizia mi avrebbe dovuto chiedere qualcosa?”. “Così... Ha interrogato un pò tutti qui” replicò Giacomo per sminuire l’irruenza delle sue domande. “No. Nessuno mi ha chiesto niente. Si vede che qualcuno gli ha detto che quei due si erano già presi a botte”. “Ah! Non lo sapevo. Stefano e Michele si erano picchiati?”. “Si un paio di mesi fa. C’era di mezzo quella ragazzina … Come si chiama?”. “Alessia?”. “Si bravo. Stefano se la faceva e Michele una sera che era ubriaco gli è andato a rompere le palle per litigare.” “E come è andata a finire?” “Che a Michele gli hanno dovuto ricucire lo zigomo destro”. “E dopo di questo?” “Che io sappia nulla. Sembrava una cosa chiusa” “Ho capito. E’ tardi andiamo a fare lezione?” chiese Giacomo per interrompere il dialogo. “Alè on va!” rispose Alì alzandosi pigramente dalla sedia sdraio. Giacomo fece lezione continuando a pensare a quei nuovi fatti. Riteneva improbabile che Michele potesse essere l’assassino. Non avrebbe avuto senso attendere tanto tempo per consumare un delitto del genere. Michele non sembrava, peraltro, tipo da nutrire amori così intensi da uccidere il suo rivale. Per Michele il villaggio offriva facili ricambi. Ma, certamente, qualcuno poteva aver ritenuto di sfruttare anche quella vecchia ruggine per sviare ulteriormente le indagini. Jane a lezione, lo seguiva sempre attenta, sobria, e Giacomo le dedicava sempre maggior attenzione rispetto agli altri. Era, chiaramente, una ex atleta, e sfruttava le limitate risorse tecniche dei maestri del club con grande serietà. Alla fine della lezione chiacchierarono a lungo. Jane era una insegnante di fisica, ad Oxford, era ricca ed amava l’Italia. “Che cosa ti piace così tanto dell’Italia?” chiese lui durante una pausa di gioco. “Perché pensi che l’Italia mi piaccia moltissimo?” chiese lei sorpresa. “Perché ci vieni in vacanza e perché parli un ottimo italiano”. “E’ vero io adoro l’Italia, ma adoro anche lo sport e questi villaggi sono l’unica soluzione per conciliare l’Italia con la mia voglia di giocare a tennis.” “E poi c’è la cultura italiana …” soggiunse Giacomo per provocarla. “Certo. Poi c’è la cultura, ma questa è una motivazione che condivido con il mio lato razionale, mentre sul puro piano emotivo, al primo posto non metterei la cultura.” “So che cosa metteresti” disse Giacomo approfittando dei momenti che lei impiegava per usare le parole giuste. “Ah si? Sai leggermi nel pensiero?” “Io penso che tu venga in Italia per la sua freschezza e per il culto della leggerezza che da qualche parte ancora si trova, ma temo che anche questo appartenga alla cultura italiana”. Jane lo guardò con i suoi splendidi occhi azzurri e dopo qualche istante scoppiò a ridere. “Io credo che tu abbia perfettamente ragione e non riesco a capire come hai fatto a indovinare!” disse ridendo e scotendo la testa. “Infatti non l’ho indovinato” disse Giacomo sorridendo. Jane lo confondeva. Aveva paura che, in qualche modo, la sua vicinanza potesse distrarlo da Alessia e dai momenti belli che con lei aveva trascorso. Ma sapeva anche che Alessia era speciale, perché aveva la capacità di tenerlo a sé semplicemente mostrandosi, guardandolo. Era una forma di magnetismo al quale lui si abbandonava docilmente. Non aveva fame e non sarebbe andato al ristorante. Aveva ancora bisogno di riflettere. Decise di andare alla caletta di ponente per ricostruire, in pace, la situazione. Si tuffò in acqua e si sdraiò al sole. Si sentiva vicino ad una soluzione ma ancora non riusciva a capire chi potesse avere accesso ai soldi della cassa. Si doveva trattare certamente di qualcuno dello staff, che poteva maneggiare i soldi. Ma chi? Era chiaro che doveva esaminare la contabilità della cassa e tutta la documentazione attestante i movimenti delle somme in deposito. In realtà, non c’era alcun modo di entrare nel bureau della cassa di giorno, solo di notte avrebbe potuto vedere qualcosa, sempre che fosse possibile forzare la porta. Era il suo pomeriggio libero e decise di dedicarlo alla ricerca del modo di forzare la porta del bureau. Sapeva che una delle compagne di stanza di Alessia possedeva una copia delle chiavi dell’ufficio della cassa e che poteva sfruttare l’opportunità di trarre un calco della chiave. Si rivestì rapidamente e corse al centro commerciale, proprio dietro il ristorante. Entrò nella boutique e chiese delle candele. Poi si ricordò che la giovanottona che lo serviva doveva certamente essere Giovanna, la compagna di stanza di Alessia. “Ciao. Sei Giovanna?”. “Si perchè?” disse lei con tono annoiato. “No ... Niente ... Ieri ho visto la tua stanza”. “Che culo!” disse lei guardandolo fisso e senza espressione. “E’ un po’ incasinata ma non è male” disse Giacomo nel tentativo di rompere il ghiaccio. “Che c’è ti senti solo?” “Ah Ah! No scusami è che io conosco Alessia e allora … Si faceva per parlare …” “Ah” disse lei con lo sguardo vuoto “Fai uso di crack per caso?” chiese Giacomo sorridendo. “Non ho capito. Che hai detto?”. “Nulla ... Nulla stavo scherzando. Senti io avrei bisogno di una candela. Ne avete?”. “Non le abbiamo le candele. Ho una torcia elettrica ... Fa lo stesso?”. “Ok! Mi arrendo. Grazie di tutto Giovanna. Ci vediamo”. “Sei mica normale tennis! Comunque se vai in magazzino le trovi” disse lei pigramente. Giacomo salutò di corsa e volò in magazzino. Arrivato al magazzino prelevò le candele e corse diretto da Alessia. La trovò in piscina che stava arbitrando una indegna partita di pallanuoto padri contro figli. “Quali sono i figli?” “No guarda c’è poco da ridere” disse lei annoiata, poi improvvisamente soffiò nel fischietto assordando Giacomo. “Ale ho bisogno di te” disse lui tentando di sottrarla all’arbitraggio. “Lo so. Ma cosa sono questi impeti romantici a metà pomeriggio?” chiese lei divertita. “No ... No … Attenzione … Ora mi devi ascoltare con un minimo di attenzione. Tu conosci Valerie la tipa della Cassa?” “Si la conosco è compagna di stanza di Annalisa la mia amica dell’aerobica”. “Bene. Ho bisogno di prendere l’impronta della chiave della Cassa”. “Oddio! E come faccio?”. “Tu vai a trovare la tua amica Teresa in camera, mentre la Valerie, per esempio si sta facendo la doccia. Prendi le chiavi e ne fai un calco sulla tavola di cera che io ti procurerò”. “Va bene ... Ho capito ... Domani penso di riuscirci”. “Devi riuscirci Ale, altrimenti temo che le cose si complichino. Per tutti, anche per Michele. “Michele? Che c’entra Michele ora?” “Forse dipende dal fatto che non sono l’unico Sherlock che si aggira per il villaggio. Pare che girino dei poliziotti anche, non so se te ne sei accorta.” “Hai parlato con Caravita vero?” “Si” “Fantastico” disse Alessia scotendo la testa. “Ci vediamo questa sera alle undici davanti alla tua camera”. Giacomo le accarezzò il viso sorridendo poi scappò via. Tornato in camera squagliò la cera ed approntò il suo calco per la chiave che, sebbene rudimentale, sembrava assolvere alla funzione richiesta. Era nervoso. Sapeva che introdursi negli uffici della cassa poteva essere pericoloso, soprattutto perchè per il villaggio girava qualcuno con una spranga di metallo pronto a spaccare la testa di chiunque avesse avuto intenzione di ficcare il naso in faccende che non lo riguardavano. Ciò che del resto doveva ritenersi che fosse successo anche a Stefano. Al tennis era il giorno dell’addio ai russi. Li coinvolse in un acerrimo torneo dal quale uscì vincitore Dimitri, il quale bagnò la vittoria immergendosi nella tequila che Giacomo aveva preparato. La commemorazione, come era prevedibile si concluse con una sonora ubriacatura, dalla quale Giacomo si riparò a stento. Poi ci furono gli abbracci e i saluti. Sapeva che non li avrebbe più rivisti ed era pronto a confezionarne il ricordo. A cena raccolse per il ristorante ogni tipo di vivanda che provvide a lasciare nel piatto. In realtà tutti i suoi pensieri erano per Alessia e la sua missione. La vide entrare dall’entrata principale. Si vedeva chiaramente che era emozionata ed incoscientemente divertita. “Allora?” chiese Giacomo ansioso. “Fatto” rispose Alessia con un sorriso a metà tra la sfida e la soddisfazione. “Fammi vedere”. Alessia estrasse il calco di cera e lo porse a Giacomo che prese ad esaminarlo sotto il tavolo. “Cucciola sei stata brava è perfetto!” disse Giacomo guardandola di traverso “Ti comincia ad intrigare la cosa eh?. “Un po’” disse lei timidamente. “Domani mattina prendo una mezza giornata libera. Andrò in paese e farò la copia. Questo significa che domani sera entrerò negli uffici della Cassa.” “Entriamo vorrai dire?” disse lei guardandolo fisso. “Non se ne parla neanche, vado io e basta!” “Ma neanche per idea! Il calco l’ho fatto io ed io vengo con te!” “Adesso non c’è tempo di discutere. Ci vediamo al bar” disse Giacomo alzandosi da tavola. Alessia lo guardava stizzita e al tempo stesso innamorata. Giacomo fece qualche passo poi serissimo tornò indietro per baciarla. Il giorno dopo si svegliò molto presto per non dare nell’occhio. Salì la stradina sinuosa che si inerpicava sulla collinetta che dominava il piccolo golfo di XXX. Era caldissimo e le cicale avevano cominciato a cantare non appena il sole era spuntato. L’aria era pervasa da un intenso odore di mughetto e di lavanda che crescevano abbondanti su tutta la collinetta. Gli tornò in mente la strada che faceva da ragazzo quando era in vacanza in Jugoslavia. Per raggiungere la fortezza che dominava il paesino dall’alto di una montagnetta simile si percorreva una stradina sinuosa, che si arrampicava ripida attraversano la macchia mediterranea. La ricordava come se tutto fosse successo pochi anni prima. Pensò immediatamente agli amici dispersi che non aveva più visto, alle loro facce, ai costumi variopinti che andavano di moda quell’anno. Ripensò alle colazioni fatte nei baretti del paesino disquisendo sulla gastronomia di stile socialista, sui gelati senza colore, sul caffè acquoso. Aveva ancora nelle orecchie le battute e le risate che si facevano di notte, salendo per quella stradina, per raggiungere proprio la fortezza che ospitava l’unica discoteca dell’isola. Ebbe subito di fronte il viso delle ragazze di quell’estate e si chiedeva dove fossero finite, che cos’era successo con la guerra, che paese era ora diventato la Jugoslavia. Ricordava quelle notti libere e felici con la bottiglia di birra in mano, arrancando per la salita smaniosi di raggiungere la discoteca. Le mani delle ragazze bolognesi che incontrò sull’isola, simpatiche e sensuali. Non ne aveva avuto più alcuna notizia mentre, invece, il loro ricordo era ancora vivo e nostalgico. Si ricordò delle avventure sessuali di Stefano, in aperta campagna, e rise fra sé e sé di quel periodo bello e perduto. Sentiva che la sua vita, in qualche modo, doveva cambiare. Ma non aveva alcuna idea di cosa fare. Arrivato in cima aspettò pazientemente che passasse il pullman per il paese, che sopraggiunse dopo pochi minuti. Il caldo cresceva lentamente ed inesorabilmente e Giacomo cominciava ad avere paura che il calco si potesse rovinare, trovandosi, pertanto, costretto a soffiarci sopra, di quando in quando. Il pullman fermò nella piazza principale del paese di fronte alla stazione. Scese dal pullman stordito dal caldo della canicola. Le cicale, tra i pini e le palme che arredavano la piazza, cantavano senza sosta e il paese era quasi deserto. Tentò di orientarsi in quel paesino che aveva visitato solo di notte e chiese informazioni sull’ubicazione di un negozio di ferramenta. Il negozio si trovava dietro la piazza, proprio dietro la chiesa. Era una botteguccia buia, piena di scaffali polverosi, di pacchi imballati, di odore di colla. Entrò esitante. “C’è nessuno?” chiese cercando di individuare una presenza umana. Da una porticina sbucò un tipo grasso, pelato e rubizzo in volto con un grembiale di cuoio alla vita. Il Ferramenta. Questi lo soppesò con lo sguardo poi rispose al saluto. “Mi dica.” “Buongiorno sono del club. Ho perso le chiavi della rimessa degli attrezzi da giardinaggio, potrebbe farmi una copia da questo calco?”. Il ferramenta squadrò Giacomo da dietro gli occhiali da presbite, tenuti in punta di naso, e dopo qualche istante chiese “E come mai avete un calco? Perché non avete portato un altro originale?” “Ah … Beh … L’altra chiave non si trova … Così abbiamo fatto un calco” rispose Giacomo incerto. Il tipo prese il calco e cominciò ad osservarlo da tutti i lati” “Perché non è venuto Peppino? Lei chi è?” “Peppino?” chiese Giacomo in evidente imbarazzo. “Peppino il custode” insistette il tipo guardandolo di sottecchi. Giacomo realizzò di essere stato avventato, e che l’aver citato il villaggio era stata un’imprudenza, ma era troppo tardi. Dopo qualche istante di esitazione Giacomo prelevò dalla tasca centomila lire e le porse, unitamente al calco, al ferramenta. “Peppino non poteva.” Disse in tono secco. Il tipo lo squadrò di nuovo. Prese il calco e riprese ad osservarlo attentamente, mentre infilava i soldi nel marsupio del grembiale. “Uhm … Non posso garantirle che la chiave aprirà. La cera si è ammollata … Lo sa basta un millimetro” soggiunse il ferramenta guatando da dietro gli occhiali. “Beh lei provi!” disse Giacomo con un sorriso affabile. “Ripassi stasera e vediamo che succede”. “Ne ho bisogno nel pomeriggio”. Altra pausa. Altre cinquantamila lire. “Vada al bar allora, qui, all’angolo, di fronte alla chiesa e si prenda una bella granita da Alfio, gli dica che la manda Nino. Fra un’ora le do la chiave.” Giacomo era contento di poter restare in paese per qualche ora. Aveva bisogno di modificare i suoi groppi ansiosi per poter ripercorrere la vicenda con più distacco, ed aggirarsi in un paesino che non conosceva era forse la cosa migliore. Passeggiando per il paese cercava di mettere insieme gli elementi della vicenda. Aveva una vittima, in apparenza senza nemici, uccisa secondo modalità che indurrebbero a ritenere che l’assassino aveva dei complici. Aveva dei possibili moventi e, dunque, dei sospettati. Ma nessuno dei sospettati poteva essere l’assassino. Aveva un’incognita: la cassa e le attività misteriose che ad essa si ricollegavano. Ma a cosa poteva servire l’accesso alla cassa? Chi utilizzava quel denaro e a quale scopo? E perché Stefano ne era andato di mezzo? Qual era il ruolo di Alì che, sicuramente, sapeva molte più cose di quanto dava ad intendere? Non c’erano dubbi. La visita negli uffici della cassa era assolutamente necessaria, era l’unico modo per fare un minimo di chiarezza, prima che Caravita si incattivisse sugli elementi offerti dai depistatori. Entrò nel baretto di Alfio ed ordinò la famosa granita. Sui tavoli i giornali abbandonati gli ricordarono che fuori da quel microcosmo la vita continuava a scorrere come sempre, secondo i riti di una società in cui tutti, ormai sempre più nettamente, fanno tutto insieme ed allo stesso momento. La visione dei giornali lo riportò per alcuni istanti alla realtà di sempre, ed improvvisamente i fatti del villaggio, tutti, compresa Alessia, gli apparvero come un sogno strano, forse il più strano di tutti. Ma forse anche il più bello. La granita, inutile dirlo, era deliziosa e la consumò lentamente tentando di cogliere le chiacchiere degli astanti. “L’hanno accoppato, non si trattò di incidente” diceva un vecchio con tanto di coppola sulla testa. “Ma non dire minchiate!” ribatteva il suo interlocutore dai tratti altrettanto cinematografici. “Ma si me lo ha detto mia cognata! Deve essere stato qualche minchia di extracomunitario. Quelli trafficano al villaggio pure d’inverno con quei mosconi!” “A mia non me sembra possibile. Quello da solo si fece male” ribatteva l’altro esalando ampie boccate di fumo. “A mia chidda gente non me piace. E la polizia d’inverno un giro al villaggio ce lo fa sempre. Come te lo spieghi?” “Ma che minchia c’entra. Quella è la guardia costiera che controlla gli sbarchi di clandestini.” “Ma quali clandestini? Qua clandestini non ne sbarcano mai. Non c’è attracco!” Giacomo ascoltò la conversazione tra i due colpito dalle notizie circa gli strani traffici invernali nel villaggio. Sapeva che non avrebbe potuto fare maggiori domande, ma era certo di aver colto un elemento in più. Tornò dal ferramenta eccitato. Si sentiva vicino ad un percorso. “Eccomi. E’ pronta?” Il ferramenta si pulì una mano sul vecchio grembiale di pelle, mentre controllava da vicino il lavoro fatto, girando e rigirando la chiave da un lato all’altro. Poi, finito l‘esame, gli consegnò la chiave in silenzio, guardandolo di nuovo da sopra gli occhiali. “Aprirà?” chiese Giacomo simulando una sicurezza apparente. “Dovrebbe” aggiunse laconico il ferramenta che continuava a fissarlo. “Tanto se ci sono dei problemi Peppino tornerà. Non si preoccupi” aggiunse il tipo ironicamente minaccioso. “Certo. Peppino se mai ripasserà. La ringrazio”. “Si immagini.” Giacomo era ora veramente preoccupato. Non aveva idea di quanto tempo sarebbe passato fino al momento in cui il custode sarebbe passato dal ferramenta, ed era sicuro che questi gli avrebbe parlato della chiave. Doveva assolutamente agire quella notte stessa senza perdere tempo. Il caldo era spietato e sull’autobus mancava completamente il fiato. A ciò si aggiungeva l’ansia della situazione. Egli cominciava a pensare che forse le sue indagini erano divenute pericolose, e che quella sua tecnica di caccia esigeva una freddezza di cui lui ancora non disponeva. Eppure sognava quel nome. Anzi aveva tentato di sognarlo veramente. Si ricordò, infatti, di essersi sforzato in sogno, cercando di fissare le sue mani, di dargli un nome, un volto. Si trovava nei pressi del piazzale del Gianicolo mentre passeggiava lungo la salita del viale alberato. A un certo punto aveva avuto la sensazione che l’assassino si trovasse a passeggiare alla sua destra, accanto a lui. Ne vedeva, con la coda dell’occhio, i piedi che, a passi veloci, lo sopravanzavano, e i mocassini bianchi con la fibbia d’argento che indossava ma null’altro. Si ricordava di essersi sforzato di vederlo, ma il ricordo si fermava ad un paio di pantaloni chiari. Arrivato al villaggio andò direttamente al bar per bere. Lì trovò Alessia con i bambini che aveva da poco finito la lezione. “Beh?” chiese lei con lo sguardo ansioso. Giacomo estrasse la chiave dalla tasca e la mostrò sorridendo. Alessia scoppiò a ridere e gli saltò al collo per baciarlo. “Alessia dobbiamo entrare stasera o mai più. Il ferramenta ha intuito qualcosa e prima o poi ne parlerà con Peppino il custode. Sei di spettacolo stasera?”. “Sono Pocahontas”. “Va bene, ti aspetto fuori della costumeria alle due” disse Giacomo continuando a fissare quegli occhi dolci e verdissimi che sembravano cercare solo lui. Alessia tornò ai bambini e Giacomo in camera. Aveva sonno, troppo sonno. Il sonno era tornato ad essere quello di città, leggero, nervoso con un sottofondo di pensieri che non riusciva ad eliminare. Lasciò la stanza nel primo pomeriggio diretto al tennis, voleva accertare chi sarebbe stato in giro dopo lo spettacolo. Ma mentre attraversava la grande piscina sulla quale affacciava il bar si sentì chiamare. “Giacomo! Giacomoooo!” gridava Caravita in maniche di camicia. “Minchia per rincorrerti mi farai venire un infarto!” “Ciao Simone che c’è?”. “Sei sempre affettuoso con me ecco perché non riesco a volerti male” disse Caravita ansimando per la corsa “Simone vado di fretta. Avanti dimmi! Tanto lo so che c’è qualche novità.” “Ho fatto tiro con l’arco stamattina. Ma sai che non è per niente facile?” “Che bravo. Vuoi fare lo spettacolo dei clienti? Perché se vuoi ti scritturo io?”. “Sei un rompicoglioni. Va bene te lo dico che c’è. Lo conosci questo Michele del tiro con l’arco?”. “Certo che lo conosco è uno dell’equipe. E allora?”. “E lo sai che con Stefano si odiavano si?” “No … Non lo sapevo. E perché si odiavano?” “Pare che la vittima gli avesse fregato la donna. Anche di questo non sai niente vero?” “Proprio così Simone non ne so niente sono qui da dieci giorni e non conosco tutti. E comunque? Cos’è un possibile movente?” “Beh io non escludo nulla. Anche perché il giovane Michele ha precedenti per rissa, aggressione e minacce per alcuni episodi allo stadio. Inoltre fa parte di una formazione di estrema destra milanese. La spranga credo che la sappia usare meglio delle frecce a mio avviso” aggiunse Caravita sorseggiando una lattina di aranciata amara. “Fantastico non sono in un villaggio turistico, sono a Rebibbia! Ma scusami! Non eri supersicuro della colpevolezza del cornuto romano?” “Melandri è in stato di fermo perché è un indiziato di reato. Questo non significa che io non possa seguire altre strade”. “Bene. Che pensi di fare?” “Intanto domani lo interrogo”. “Allora domani mi saprai dire”. “Giacomo calmati. Guarda che quello stronzo che ha ucciso è in giro. Non fare film. Stai tranquillo e se sai qualcosa dimmelo”. “Tranquillo lo farò”. Subito dopo cena Giacomo andò in magazzino a procurarsi dei guanti di gomma ed una torcia elettrica. Mise tutto in uno zainetto e si recò in costumeria. Dopo mezz’ora arrivò Alessia. “Sei pronta?” “Certo” “Ma Pocahontas non era indiana?” “Si!” “Bionda e con gli occhi verdi?” “Si ma la madre era svedese, faceva la P.R. alla Procter and Gamble e poi si è trovata bene con gli indiani ed è rimasta.” “Ah ho capito tutto torna! Allora andavamo?” “Si andavamo!” “E tu sei sicura di voler venire!” “A me sembra che tu non sia sicuro di voler andare!” “Va bene dai prima facciamo e meglio è!” Arrivati al bureau Giacomo lasciò Alessia di guardia sulla panchina nella piazzetta antistante. “Tu adesso stai buonina di guardia qui che io provo a vedere che succede” disse sottovoce Giacomo. “O.K. capo!” “E se vedi qualcuno cominci a tossire.” “O.K. Capo!” Il sudore gli colava sugli occhi con rivoli sempre più copiosi. Gli uffici erano in un punto del villaggio poco battuto di notte, ma il rischio che qualche passeggiatore solitario si avventurasse sin lì era alto. Introdusse la chiave lentamente e fu felice di constatare che, almeno un primo risultato, era stato raggiunto. Proprio mentre stava per tentare di girare la chiave dall’altra parte della porta si udì forte, dall’interno dell’ufficio, la voce di una donna che parlava ad un telefonino. La donna, a passi velocissimi, si avvicinava alla porta. Il ghiaccio alla testa gli salì nel volgere di frazioni di secondo e solo istintivamente riuscì a sfilare prontamente la chiave e a gettarsi nel fossatino che si trovava accanto alla porta di servizio. L’adrenalina improvvisa gli aveva bloccato le gambe e la lingua. Udì Alessia che tossiva dall’altro e non sapeva più se scoppiare a ridere o a piangere. “Bon … Ouais … Si … Je te rappelle plus tard.” Si trattava della tipa della Cassa che, per qualche strana ragione, aveva tirato tardi in ufficio, e se ne stava andando in camera solo in quel momento. Le tempie di Giacomo battevano come tamburi nella foresta ed era bagnato di sudore come uno straccio in lavatrice. Dopo qualche minuto udì Alessia che, sottovoce, gli chiedeva cosa era successo. “Tutto bene … Tutto a posto, tutto a posto!” rispose lui simulando tranquillità. Tornò ad infilare la chiave nella serratura e tentò di girare. Il risultato fu un illusorio “clic” cui non seguì l’apertura della porta. “Non apre!” disse Giacomo deluso, quasi affranto. “Avanti non essere negativo, insisti!” bisbigliava Alessia nella penombra. Giacomo afferrò la chiave con la mano più ladra che la sua fantasia era in grado di suggerirgli, e provò a lavorare su quel “clic”. Estrasse la chiave e ci alitò sopra. “Guarda che non è una biro è una chiave” disse ridendo Alessia che lo osservava da lontano. “Eppure fa” disse lui mentre reintroduceva la chiave nella serratura. Dopo un numero interminabile di clic inutili, improvvisamente, la serratura cedette e la porta si aprì. “Cazzo si è aperta!” disse Giacomo stupito. “Il mio Sherlock è un fico! Io l’avevo detto a tutte appena sei arrivato, altro che avvocato cacazzi!”. Giacomo diede uno sguardo in macchina. “Shhh … Piano che se no facciamo una brutta fine io e te”. Nell’ufficio c’era un odore strano, tipo guardiola di portiere più evoluta. Sugli scaffali era stata accatastata una serie di faldoni multicolore, e sulla scrivania regnava un computer carico di pupazzi e portafortuna, ma nessuna cassaforte. “Cazzo non me lo dire!” “Che succede?” “Se non c’è un registro ed è tutto sul computer siamo perduti perché non abbiamo la parola d’ordine per accedere al sistema.” “Minchia!” Giacomo accese il computer e, come previsto, apparve la maschera che gli chiedeva di inserire il nome dell’utente e la parola di accesso. Era annichilito. “Non posso neanche fare troppi tentativi. Dopo tre tentativi il sistema, di norma, si blocca e saremmo fregati.” “Dio mio, tutto questo casino per nulla” disse Alessia sprofondando nel divanetto di fronte alla scrivania. “Senti, qui sono tutti abbastanza lenti di cervello, proviamo e vedere se tante volte la parola chiave è in qualche cassetto, oppure insieme ai documenti per l’accesso ad Internet.” “O.K. ti aiuto” soggiunse Alessia sconsolata. Frugarono ovunque per circa un quarto d’ora, senza alcun risultato. “Ho provato due parole ma niente. La terza non la provo perché ho paura che si inchiodi tutto. Abbiamo fatto un buco nell’acqua” disse Giacomo afflitto. “Dai Sherlock è andata male. Andiamo via. Devi inventarti qualcos’altro”. Stavano per uscire quando Alessia rovesciò il cestino della carta che traboccava di fogli. “Minchia! Aspetta raccolgo io!” “Dai facciamo alla svelta Ale che sinora ci è andata di lusso!” “Cos’è questo? Dacci uno sguardo” disse Alessia porgendo a Giacomo una risma di carta stampata. Giacomo prese ad esaminare l’involto sotto la luce della lampada da tavolo. “Beh?” chiese Alessia dopo alcuni istanti di silenzio. “Nulla di importante hai solo trovato l’ultima stampata degli estratti conto! Ci sono tutti guarda! Manca la banca dove appoggiano i soldi e il cassiere, ma i movimenti ci sono tutti. “Ah ah! Caro Sherlock, Watson stavolta t’ha fregato!” gracchiava scherzando Alessia. “O.K.. Andiamo in camera.” Arrivati nella stanza di Alessia Giacomo esaminò a lungo i movimenti della Cassa. “Alessia questi soldi vengono utilizzati fuori del villaggio. Accanto al saldo di ciascuno ci sono sempre altri due numeri. Il primo, secondo me, indica la riserva in Cassa, e l’altro la riserva in Banca. Insomma il registro è tenuto in modo da sapere sempre cosa fare se qualcuno ritira i soldi nel giro di tre giorni. Il problema è che non si capisce a chi è intestato il conto corrente esterno. Anche qui sembrerebbe che ci sono due conti. Il primo deve essere quello del Club ma l’altro?” “Beh ma è normale che la Cassa debba sapere sempre l’entità della riserva, un ragazzo può essere licenziato, o essere costretto a partire per motivi di salute. E poi quello è un calcolo che fa il programma del computer automaticamente, a loro quello che interessa è il malloppo intero.” “Si ma ciò che è strano è che i soldi in Cassa sono dieci volte quelli in banca. Perché? E perché Alì ha uno scoperto di sessanta milioni mi chiedo.” “Non ne ho la minima idea. Abbiamo un altro indiziato?” disse Alessia assonnata. “Non lo so, ma sessanta milioni sono tanti per uno che guadagna un milione e duecentomila lire al mese.” “Giacomo si accorse che Alessia era distrutta. “Dormi con me?” le chiese Giacomo improvvisamente “No perché non mi vuoi più bene!” “Perché dici così?” chiese Giacomo stupito. “Certo. Dopo il sesso, nel letto ti impiccio, me ne sono accorta.” “Ma non è vero!” disse Giacomo dispiaciuto. “Siiii. L’altra notte mi hai lasciato le mani alle sei e mezza”. Scoppiarono a ridere. (continua)
  7. Vonnettesheim

    Un'interferenza - Capitolo VI

    Un'interferenza Capitolo VI L’aereo puntava in alto e Giacomo si sentiva schiacciato contro il sedile. Era come se stesse decollando, puntando dritto verso il cielo. Poi l’aereo tornò in equilibrio cominciando a cabrare e virare in mezzo a palazzi altissimi. Giacomo temeva che le ali prima o poi avrebbero toccato, distruggendo l’aereo. Ma non accadeva. L’aereo continuò a girare nel centro della città destreggiandosi tra palazzi, tetti, insegne pubblicitarie ed antenne. L’albergo, invece, era enorme. Nella sua stanza dormivano anche i colleghi di studio. Li aveva rincorsi dentro l’albergo prendendo uno strano ascensore che si elevava per decine di piani. Ma in breve si ritrovò di nuovo in stanza. Solo. Giacomo si svegliò di soprassalto sentendo una gran vociare di fronte alla sua stanza. Si vestì rapidamente ed uscì. La polizia stava perquisendo il villaggio. Per i vialetti del villaggio la gente parlava accesamente, in un viavai frenetico di poliziotti. Giacomo si aggirava incerto alla ricerca di Caravita. Capiva che si trattava di una sua iniziativa e intendeva chiarire la vicenda direttamente con lui. Davanti al bungalow più affollato incontrò Sergio. “E’ un casino enorme!” disse il capovillaggio con aria sconsolata. “Che cosa succede” gli chiese Giacomo. “Non lo so. Credo che stiano perquisendo il villaggio. Mi hanno consegnato questo” aggiunse Sergio porgendogli un foglio di carta. Si trattava di un mandato di perquisizione notificato quel giorno. Giacomo lesse il mandato. “Non ne sapevi nulla?” chiese poi rivolto a Sergio. “No nulla. So solo che con questo possiamo quasi ritenere chiusa la stagione. Ho parlato con Milano. Fra poco i giornali cominceranno a fare ancora più casino” disse attonito Sergio. Giacomo partì alla ricerca di Caravita. Lo cercò ovunque ed infine lo trovò al ristorante che sorseggiava una tazza di caffè americano. “Simone che succede?” “Avvocato colendissimo, vieni siediti. Sto facendo perquisire il villaggio, ma non tutte le stanze; solo magazzini, depositi e qualche bungalow.” “Geniale. E cosa cerchi?” “Qualsiasi cosa che mi possa aiutare. Per esempio un salvagente che manca”. “Chiaro. Dimmi un po' stai setacciando anche la stanza dei Melandri vero?” “Bravo. Ho saputo che la vittima aveva avuto una storia con la moglie di questo tipo. Meglio verificare, non si sa mai”. “Sono pronto a scommetterci che lo troverai!” disse Giacomo fissandolo. “Ah si? Meglio. Così chiudiamo il caso” disse Caravita trangugiando il suo caffè. “Non chiuderesti nulla. Sarebbe solo un indizio e non una prova. Qualcuno sta tentando di sviare le indagini non te ne sei accorto?” “Senti ma sempre questa tua vis polemica!. Fammi procedere poi discutiamo.” Giacomo aveva perso la pazienza girò le spalle e se ne andò. Non sapeva bene cosa fare. La tentazione principale era di smetterla, di fregarsene. Per chi stava impicciandosi di una faccenda non sua? Chi glielo faceva fare? Per dimostrare cosa? Il dubbio che si insinuava era che fosse per Alessia, e non lo sopportava. Era nevrosi, almeno così aveva catalogato quel sentimento insopportabile che riusciva fuori di continuo. Ma alla fine della catena di pensieri non poté fare a meno di constatare che Alessia gli mancava molto e che, alla fine, ogni sua iniziativa in quel villaggio aveva lei come punto di arrivo. O di partenza. Si diresse al tennis deciso, comunque, a mettere da parte ogni sua preoccupazione e a lasciare che le cose andassero come dovevano andare. Con i clienti fu però distratto, scostante, antipatico. Non riusciva a fermare la testa. Non gli riusciva di credere che la polizia e Caravita potessero cadere in uno sviamento così evidente, goffo. Ma soprattutto non riusciva a capire chi potesse avere ucciso Stefano e chi stesse ordendo quel raggiro. Di sicuro l’assassino si era mosso per qualcosa di grosso. Di certo non si era trattato di un delitto accidentale, dovuto ad una lite sfociata in tragedia. Era un delitto premeditato e studiato nei particolari, di cui gli sfuggivano completamente autore e movente. L’unico pensiero era uscire dalla vicenda e, se necessario, partire e mollare tutto. In fondo, gli amici del mare erano tutti nel solito vecchio paesino e quella, tutto sommato, sarebbe stata una soluzione da considerare. Alle cinque di sera cominciò a circolare la notizia del ritrovamento nella stanza di Alessandro Melandri del salvagente che mancava. Giacomo lasciò il tennis in cerca di Caravita, che trovò, insieme agli agenti della polizia giudiziaria, davanti ad uno degli ufficietti che lui aveva requisito per i primi interrogatori. “Dov’è?” chiese subito a Caravita “E’ dentro. Se vuoi puoi vederlo” “Lo hai arrestato?” chiese direttamente Giacomo. “No gli abbiamo offerto una settimana - premio alle Bahamas” rispose Caravita senza sollevare la testa dalle carte che stava riordinando. “Perfetto. Il caso è chiuso?” “No il caso non è chiuso, avvocato, ma gli indizi sono gravi ed ho deciso di trattenerlo. Anzi, se ti interessa c’è un cliente per te”. “Per la cronaca, questi indizi in cosa consisterebbero?” chiese Giacomo sempre più stizzito. “La mancanza di un alibi, la gelosia, il salvagente, i precedenti per rissa, aggressione e detenzione di cocaina”. “Fantastico. Ne hanno trovato uno perfetto. Lo interroghi a Palermo?” “Certo è in stato di fermo”. “Dov’era il salvagente?” “Nel doppio fondo della sua sacca per l’attrezzatura da immersioni”. “Ovviamente. Non ti è venuto in mente che l’assassino lo avrebbe distrutto piuttosto che conservarlo sotto il letto?” “Giacomo perchè non la pianti? Io ho trovato il salvagente come tu avevi detto. Ci sono le sue impronte dovunque. Ma perchè non lasci stare, dove vuoi arrivare? Sei stato utile ma adesso perchè non ti godi le vacanze. Ho motivo di credere che sia stato lui, quindi lasciami lavorare. Credimi è già tutto così pesante per me” aggiunse in tono querulo. “Fai come credi Simone, ma tu sai bene che non è la strada giusta e mi chiedo come ne uscirai una volta che ciò sarà evidente. Posso parlarci?” “Accomodati” Entrò nell’ufficietto mentre il Melandri, seduto in punta di sedia, stava dettando i propri dati all’agente, che verbalizzava. Melandri era un omaccione alto e grosso, con i capelli lunghi con taglio “alternativo”, una sgargiante maglietta da surf che evidenziava una pancia godereccia, un laccio di cuoio al collo con una pietra turchese, e ciabatte di gomma. Aveva uno sguardo perso e spaurito. All’ingresso di Giacomo si girò immediatamente, immaginando che Giacomo fosse l’ennesima autorità cui doveva render conto di quanto accaduto. “Buonasera” disse il tipo accennando ad alzarsi. “Stia stia. Per carità” lo fermò Giacomo. “Come sta?” “Ma … Dottò non lo so … Io nun capisco niente. Scusi lei chi è?” chiese il tipo chiaramente fuori di sé. “Stia tranquillo faccio l’avvocato. Volevo solo sapere come stava”. “Avvocà io nun so che sta’ a succede. Dice che c’avevo il salvagente de quello che è morto ma io non ne so niente! Io in barca me ce sento solo male. Sta’ settimana ce so’ salito solo na’ vorta pe’ fa contenta mi moje ma io a quello non lo conoscevo proprio”. “No … A me non deve dire nulla … Io non sono il suo avvocato. Ma le consiglio di trovarsene uno, ne avrà bisogno” disse Giacomo cercando di calmare il Melandri. “E da chi vado? Io non so dove mette le mani. Io so’ uno che lavora, stavo a fa’ le vacanze … Madonna mia!” disse il Melandri mettendosi le mani nei capelli in segno di disperazione. “Mi dia retta. Segua il magistrato a Palermo e appena in procura chiami questo numero. E’ un mio collega di Palermo che saprà come aiutarla. Intanto stia tranquillo. Sua moglie dov’è?” “Sta ai telefoni e annata a avvertì mi padre a Roma.” Giacomo aveva la netta impressione che quel tipo non avesse nulla a che fare con l’omicidio, glielo leggeva in faccia. “D’accordo. Stia bene”. “Grazie avvocà arivederci”. Giacomo uscì dall’ufficio stizzito. “Hai interrogato la moglie?” chiese Giacomo a Caravita. “Già fatto. Non ha alibi. Lei dopo la lite è andata a dormire da una coppia di amici e lo ha rivisto solo il giorno dopo al ristorante”. “Se fosse possibile, comunque, avrei piacere di vedere il salvagente. Solo un’occhiata” disse Giacomo a Caravita che discuteva con gli agenti della scientifica. “Ti devi sbrigare perchè la scientifica sta per portare tutto a Palermo”. “Dov’è ora?” “Nel furgone. Vai al parcheggio e chiedi al maresciallo Correddu di mostrartelo”. “D’accordo. Vado”. concluse Giacomo girando le spalle in fretta. “Facci vivere!” fece appena a tempo ad urlare Caravita mentre Giacomo era già sparito. Giacomo corse al parcheggio dove cercò subito Correddu. “Avvocato! Avvocato!” si sentì chiamare Giacomo non appena giunto sul posto “Da questa parte sono Correddu!” “Posso vedere il salvagente?” “Si avvocato è lì. Ma non tolga il cellophane che deve essere ancora esaminato in laboratorio” soggiunse Correddu col suo marcato accento sardo. Giacomo cominciò ad osservare il salvagente girandolo e soppesandolo in tutti i modi possibili. “Lo immaginavo” alla fine esordì. “Come?” chiese Correddu che stava fumando distratto. “Vede la scritta del club? Non è consunta e sbiadita come quelle degli altri che sono nella rimessa. Questo è più nuovo!” “Ah ... Ho capito” disse Correddu apaticamente. “Neanche una minuscola goccia di sangue. Lei pensa che sia possibile spaccare la testa ad un uomo e non sporcarsi minimamente?” chiese più a sè stesso che a Correddu Giacomo. “Certo non deve essere facile” rispose Correddu col fare di chi simula grande interesse. “Avete trovato impronte?” “Credo di si. Ma non le saprei dire” disse Correddu. “La scientifica lo confermerà. Non c’è sangue. Questo non è il salvagente che indossava l’assassino”. “Perchè non lo riferisce a Caravita?” soggiunse Correddu come per chiudere una vicenda che gli stava facendo perdere inutilmente del tempo. “No ... E’ inutile”. Giacomo ripose il salvagente, fece un cenno di saluto a Correddu e si diresse verso il centro del villaggio. Il villaggio non offriva più luoghi di interesse per Giacomo. Schizzava nervoso da una parte all’altra del villaggio con la testa immersa nelle sue elucubrazioni. Approdò al bar dove incontrò Alì particolarmente euforico che confabulava con gli arabi che gli sembrava di aver già visto. Parlavano concitatamente in arabo. Non c’era alcuna speranza di cogliere qualche brano della conversazione. Notò, tuttavia, che quando Alì si accorse del suo arrivo, dopo aver fatto un cenno col capo, prese per un braccio i suoi interlocutori e li condusse verso il teatro, come se intendesse sottrarli ad occhi indiscreti. Il villaggio era immerso in un’atmosfera strana nella quale le stranezze ed il nervosismo erano evidenti, ma di esse non si riusciva a cogliere il disegno sotteso. Chi erano i misteriosi arabi che si vedevano girare, di tanto in tanto, per il villaggio e perchè erano riapparsi solo dopo che la polizia aveva arrestato Melandri? Le domande giravano nella testa di Giacomo ad un ritmo vorticoso senza riuscire ad individuare qualche indicazione, qualche filo conduttore. Lottava per ritrovare la calma, la lucidità, il silenzio interiore. Ma dopo qualche istante il dialogo con sè stesso ricominciava. Era chiaro che l’assassino apparteneva allo staff perchè solo chi aveva accesso al magazzino sportivo poteva rimpiazzare il salvagente con uno meno usato del club. Corse al magazzino dove trovò Pierre il responsabile delle attrezzature sportive. “Ca va Pierre?” “Ouais et toi?”. “Pas mal. Ascolta. C’erano dei salvagente di ricambio in magazzino fino a qualche giorno fa?”. “No sono finiti un mese fa e da Milano non li hanno più mandati. Perché?” “No ... Nulla. Stavo solo facendo qualche riflessione sulla cosa di Stefano” disse Giacomo sconsolato e già sul piede di andarsene. Poi aggiunse “Tu sei qui sin dall’inizio della stagione vero?” “Si purtroppo. Da maggio. Ho aperto il villaggio.” “Quanti salvagente hai trovato nel magazzino?” chiese Giacomo nuovamente interessato. “I salvagente erano tutti nuovi ed imballati. Li ho aperti io stesso” disse Pierre mentre sistemava una cima. “E sono stati mandati alla darsena tutti o in magazzino ce ne era qualcuno di ricambio che poi è stato utilizzato?”. “Non mi sembra. Non sono sicuro ma credo che in magazzino non ne abbiano mai lasciato nessuno. Per i corsi, specialmente quelli dei bambini, in genere c’è sempre bisogno di tutti i salvagente. Non penso che ce ne fossero in magazzino”. “Grazie Pierre sei stato molto utile”. “Per così poco”. Giacomo ora era certo che qualcuno si era procurato il salvagente altrove, e si trattava certamente di un membro dello staff. Già ma chi? Nel frattempo si era fatto quasi buio ed il sole, nel suo consueto tuffo in mare, era accompagnato dal volo eccitato dei gabbiani che rincorrevano la scia dei pescherecci in partenza. Giacomo senti di essere affamato. Si diresse al ristorante e cominciò a riempire il piatto di ogni genere di vivanda comprese le cosce di rana, reclamizzate dal responsabile del tiro con l’arco vestito da Kermitt. Sedette al tavolo di una comitiva di tedeschi ridanciani ai quali fece capire di non essere in condizioni di interloquire a causa della lingua. Non aveva visto Alessia per tutto il giorno, e la cosa gli procurava uno stato di ansia strisciante, sinuosa. Poi, mentre sorseggiava il vinaccio del club, la vide attraversare il corridoio principale. Era sempre lei con il suo passo leggero e la sua eleganza naturale. La seguì con lo sguardo, per qualche istante, tentato dall’idea di chiamarla. Poi decise di appendersi al flusso delle cose, in attesa che lei lo vedesse. Lei attraversò nuovamente lo stanzone centrale, passando davanti al suo tavolo, mentre Giacomo chiedeva a sé stesso di farla girare. E così successe. Alessia, dopo averlo visto, girò lo sguardo, ma si capiva che l’incontro l’aveva toccata. Giacomo cominciò a mangiare il suo agnello semicrudo con una strana contentezza dentro, perché percepiva che lei era ancora nella sua orbita. Dopo qualche minuto la vide ripassare; lei sistemò, fintamente distratta, i capelli dietro l’orecchio ma il lieve sorriso sulle sue labbra era facilmente intuibile. “Alessia?” chiamò Giacomo mettendo da parte tutte le sue riflessioni. “Ciao” disse lei simulando sorpresa. “Come stai?” chiese lui contento. “Bene Sherlock. Tu?” “Io credo che tu debba tutto ai tuoi occhi sai?” disse lui imbarazzato. “Che dici? Che vuol dire?”. “Se li incrocio io non riesco a smettere di guardarti lo sai?” Lei sorrise dolcemente e sedette accanto a lui. “Stanno incastrando il bagnante” disse Giacomo sorseggiando il vinaccio. “Ma non potrebbe essere lui veramente?” “Lo escludo”. “Sei pallido e hai i capelli sconvolti” disse lei passandogli dolcemente una mano tra i capelli, come per sistemarli. “Vorrei che tu potessi sentire tutte le cose che mi passano per la mente in questo periodo” aggiunse Giacomo fissandola. “Una parte la sento sempre. E’ quella cattiva che non vorrei mai sentire.” “Anche questo è vero” rispose lui sorridendo. “Ho visto Melandri.” “E allora?” “Secondo me non c’entra nulla.” “Lo hanno arrestato?” “E’ in stato di fermo, lo stanno portando a Palermo. Da quanto durava con quella tipa?” “Non lo so. Sono arrivati la scorsa settimana. Ma era già da un po’ che con Stefano non ci vedevamo.” “Hai mai avuto notizia di litigate tra Melandri e la moglie a causa di Stefano?” “Avevano litigato, a tavola, due giorni prima del fatto” Si alzarono in silenzio e si incamminarono verso il teatro dove, di li a poco, sarebbe cominciato lo spettacolo. Si rannicchiarono nell’angolo estremo per assistere insieme al “Libro della giungla”. Alessia gli teneva le mani, insieme, strette attorno a lei, mentre si lasciava rapire, infantilmente, dalle buffonerie e dalle musiche dello spettacolo. Giacomo ricordava perfettamente il cinema dove aveva visto “Il libro della giungla” la prima volta, l’Arlecchino a Roma. Le lucine rosse indicavano le scale della platea, dove spesso si era costretti a sedere a causa della folla di genitori e bambini, e lo schermo era enorme. Ricordava suo padre, e il suo mitico borsello, dal quale si pescavano i soldi per la “bomboniera”. E la storia Mowgli sembrava una storia vera che accadeva realmente, come per magia, dietro lo schermo. Finì per ripensare ai pomeriggi al cinema parrocchiale del suo quartiere e al sapore dei pop corn e delle noccioline pescati nella busta con le mani che odoravano ancora di pallone impolverato. “Sansone e Dalila”, “Zorro”, in ogni versione possibile, “Tarzan”, incarnato dai diversi divi dell’epoca, “Hallo dolly” con sua madre e sua sorella, le allora incomprensibili vicissitudini degli amanti di “Love story”, “Pat Garret e Billy the kid”, “Sansone e Dalila” con lo sguardo acquoso di Victor Mature. E poi “Jesus Christ Superstar” rivisto per quattro volte, e soprattutto “2001 odissea nello spazio”, quel 2001 che presto sarebbe stato dietro l’angolo e che, all’epoca, sembrava non sarebbe mai arrivato. Finito lo spettacolo rimasero al buio semiaddormentati. “Ho voglia di bere” disse, infine, Giacomo riprendendosi dal torpore “Andiamo al bar?” “D’accordo. Ma io non ho soldi e la cassa è chiusa”. “I soldi li ho io. Ma che cos’è la cassa e che vuol dire che è chiusa?”. “Che vuol dire cos’è la cassa? La cassa! La cassa del club quella dove mi accreditano lo stipendio”. “Ah ... Ho capito. No io ... Io la cassa non l’ho mai usata perchè non sono mai stato pagato per lavorare nei villaggi. Quindi il tuo stipendio ti viene accreditato sulla cassa?”. “Si ma non si tratta di una banca è una cassa interna, una specie di cassaforte più evoluta. I soldi li lascio lì e quando mi servono ne prelevo un pò. Cos’è quello sguardo? Perchè improvvisamente mi sento tanto Watson?”. “No no ... Nulla era solo curiosità. E chi gestisce la cassa?” “Valerie. Senti io in camera ho un pò di “fumo” andiamo? Può essere che se ti prende un pò pesantina smetti di fare domande sceme”. Giacomo non era mai stato nella sua stanza ed entrò timido. Nello stanzone erano disposti i tre letti, quello di Alessia più gli altri di Giovanna, una grassoccia e simpatica ragazza di Torino addetta alla boutique, e Sonia, la baby sitter del Capo villaggio. Osservò tutti i piccoli oggetti che Alessia aveva pigramente abbandonato in giro per la stanza: costumi da bagno, matite e penne variopinte, magliette varie, il telefonino, le foto della sua migliore amica, un libro di Herman Hesse, le creme e tutti quegli oggetti per i quali Giacomo avvertiva un senso di strisciante, ma non perverso, feticismo. Giacomo cominciava, infatti a pensare, con ansia, di sentire il desiderio di poter disporre dell’odore di Alessia ogni qual volta ne avesse avuto bisogno. Temeva di essersi innamorato. In breve cominciarono ad armeggiare con i soliti filtri e cartine. “Tu come mi vedi?” chiese improvvisamente Giacomo esalando un’ampia boccata di fumo”. “Niente eh? Non ti ferma neanche il fumo. Che vuol dire come ti vedo?” “Voglio dire, vedendomi per la prima volta, a che hai pensato? Hai pensato che ero uno ... Grande?”. “Beh ... Non sei un adolescente. Comunque non ho mai pensato che ci potesse essere uno spazio che mi potesse impedire di comunicare con te”. “Ah ...” disse Giacomo fissandola “Ma .. Insomma, hai avuto l’idea di un pazzo, oppure di uno che insegue la gioventù e le ragazzine”. “Perché? Ti vergogni ad inseguire le ragazzine?” “No, anzi credo che sia l’unico tempo che ho ben impiegato nella mia vita.” “Perchè scusa con quante ragazzine sei stato tu?” “Beh tante ... Ma con poche sono andato a letto.” “Quante?” “Ti stupirei ...” “Allora dimmelo!” “Tredici, quattordici”. Alessia scoppiò a ridere. “Che vuol dire tredici - quattordici? O tredici o quattordici!” “Beh ce n’è una che non saprei come classificare.” “C’ho ripensato ... Quando ti ho visto per la prima volta non ho pensato che fossi una specie di snob in cerca di avventure sessuali .... Però, in compenso, ho subito capito che eri “fuori come un balcone” disse lei ridendo. “E tu? Quanti ragazzi hai avuto tu?” “Ti stupirei”. Giacomo ebbe un attimo di terrore. “Ne ho avuti quattro” disse lei seriamente. Giacomo non capiva ed ebbe un attimo di perplessità. Poi vide che lei stava ridendo con intense convulsioni della pancia, come se volesse trattenere le risate. “Ma con delle bestie così grosse!” disse lei ridendo ed accompagnandosi con un gesto esplicito delle mani. Scoppiarono a ridere insieme. Poi la notte, e l’arrivo teatrale di una chiara sensazione di appartenenza. Il giorno dopo, al tennis, le facce erano cambiate. Cominciavano ad arrivare i clienti della nuova quindicina. Giacomo non avrebbe avuto più bambini, e questo lo rattristava. In compenso ebbe un corso di adulti simpatici. La sua attenzione era distratta da una splendida inglese, in vacanza con marito e figli. Era alta, atletica e con due occhi azzurri, intensi che brillavano attenti ad ogni consiglio tecnico dato da Giacomo. Lui sentiva che se il suo cuore non fosse stato interamente preso da Alessia, Jane gli sarebbe entrata in testa con impressionante facilità. Finita la lezione Giacomo volle cercare nuove notizie sull’attività finanziaria del club. Prima di pranzo si recò, dunque, a fare una visita alla cassa, anche solo per annusare l’atmosfera ed inquadrare la faccia dei responsabili. Alla cassa era addetta Valerie, un’arcigna francese dallo sguardo torvo, mora con capelli corti, grassa, sempre sgarbata e continuamente intenta a scartoffiare dietro il bancone. La trovò che registrava nevroticamente i movimenti del giorno, facendo dondolare, con la sua grafia “a pallette”, l’instabile scrivania sulla quale si appoggiava. “Buongiorno Valerie” abbozzò Giacomo tentando di apparire il più affabile e gentile possibile. “Dimmi!” disse lei mantenendo gli occhi sul registro che stava maneggiando. “Ah ... Ehm ... Io sono Giacomo del tennis. Volevo sapere come funzionava la cassa.” “Funziona che noi teniamo i soldi e tu ce li chiedi quando ti servono. Come fai di cognome?”. “No io … Io sono qui alla pari e non ho uno stipendio”. “Allora non puoi usare la cassa”. “Ah. Ma non potrei depositare del denaro? Ho paura che in stanza non sia molto sicuro.” “Quanto verseresti?” “Un milione.” “Si. Credo che si possa fare.” “Perchè in genere come funziona? Gli altri ci fanno accreditare lo stipendio.” “Si.” “Per tutta la stagione?” “Si.” “Ah. Ma possono ritirare tutto quello che hanno depositato in qualsiasi momento?” “No.” “E di quant’è il preavviso che devono dare?”. “Senti ma a te che te ne frega?” “No. E’ solo per curiosità”. “Per curiosità l’avviso è di tre giorni. Ora se non ti dispiace io dovrei chiudere la cassa. Questi soldi li depositi o no?” “Si d’accordo. Allora io verserei un assegno... Oh ma questi soldi chi li gestisce?” “Il club. Giacomo firmò e girò l’assegno. “Grazie, è stato entusiasmante parlare con te. Se riesco a rubare tempo ti vengo a trovare spesso” aggiunse lui consegnando l’assegno. “Devo ridere?” “ No per carità! Non forzare la natura”. Giacomo sentiva che la cassa aveva un significato importante nel mistero della morte di Stefano, ma ancora non riusciva a capire in che modo. Il passo avanti, comunque, l’aveva messo di buon umore e, come di prammatica, era riapparso anche l’appetito. Si diresse al ristorante nella speranza di trovare un angolo tranquillo dove riflettere. Ma evidentemente non era il momento delle riflessioni perchè Alessia lo attendeva in un tavolo semivuoto e lo accolse con il suo sorriso più dolce. “Come stai?” chiese lei. “Sono agitato” “Perché?”. “Credo che i soldi dei ragazzi depositati alla cassa siano la chiave della vicenda”. “In che senso?”. “Qualcuno li utilizza ma non so a quale scopo”. “Perché pensi che qualcuno usi i nostri soldi?”. “Perché se vuoi ritirare tutti i tuoi soldi devi dare un preavviso. Questo significa che qualcuno deve poter disporre di un lasso di tempo sufficiente per reintegrare le riserve. Ma tre giorni sono una vita! Significa che i soldi nella cassa non ci stanno e quando ci stanno è per rimanerci per molto poco”. “Non ti sembra di esagerare?”. “Forse. Ma io credo che sia la strada giusta. Tu dici sempre che io ti chiamo quando ho voglia di vederti... Non ti fidi di quello che vedo?”. “Si. Tu però sei completamente nevrotico. Adesso hai ripreso il tuo colorito, ridi, hai il sorriso in faccia. Io ho paura di questi tuoi salti umorali perché non li capisco e non ci so interagire.” “Infatti il tuo compito non è di capirli ma di pensare a me in continuazione” disse lui ridendo ed addentando il filetto che inspiegabilmente quel giorno era anche molto saporito. Con nuove energie in corpo Giacomo decise di tornare in stanza a rilassarsi e a fermare il mondo. Aveva bisogno di sognare e così fu. I russi intanto facevano passi da gigante e Giacomo riteneva che, al termine del loro soggiorno al club, ben potevano essere considerati dei veri e propri principianti. Il problema è che lui gli comunicava, involontariamente, tutta la simpatia che provava per loro, sicché tutti i giorni, ormai, doveva trascorrere un pò di tempo con loro, al bar o al ristorante, impegnato in dialoghi estenuanti, espressi in un esperanto di lingue, le più diverse. Ma per bere i russi erano perfetti. Quella sera rimase con loro senza neanche cenare, lasciando sul tavolo almeno tre pastis e due Calvados. Alessia arrivò mentre Giacomo stava imitando Breznev alle Olimpiadi dell’80. “Passi tutta la sera con loro o sei disponibile più tardi?” chiese lei allegramente scocciata. “Ehi Ciao! Che dici?” rispose Giacomo semintontito da Vodka e Pastis. “Madonna! Ma cosa ti sei bevuto?”. “Oh ... Scusami ti presento Dimitri, Andrej, Nikolaev e ... e ... “ “Ghiorghi” disse il più rubicondo di tutti alzando il bicchiere. “Ghiorghi...Giorgio ...”. “Grazie della traduzione. Allora?” “Si andiamo. A domani ragazzi! Però niente vodka adesso ... Dico ... Niet ... Questa qui ... Basta!” e i russi scoppiarono a ridere. Alessia era particolarmente elegante quella sera. Pantaloni neri, attillati e leggermente svasati in fondo, una mogliettina bianca di cotone, e un golf nero. “Sei bellissima stasera che succede?” “Io sono sempre bellissima” disse lei guardando altrove. “Vero. Ma che si fa?” “Stasera Sherlock si prende una piccola vacanza e viene con me a fare una gita” “Una gita? Dove?”. “C’è ancora un quarto di luna oggi. Andiamo a fare il bagno nella grotta della caletta di nord.” “C’è una grotta dietro la caletta?” “Certo. Ed è bellissima.” “Va bene. Però devo prima passare in cucina” “Perchè?” “Vedrai.” Giacomo sparì in direzione della cucina e ne fece ritorno dopo qualche minuto con in mano una bottiglia di Champagne. “E’ millesimato ... 1975!” disse ad Alessia che era rimasta al banco ad aspettarlo. “Perchè proprio lo champagne?” disse lei accigliandosi dolcemente. “Per la tua festa no?” “Ma ... Come hai fatto a …?... Io non ti ...” ma prima di giustificarsi scoppiarono a ridere entrambi. La luna illuminava tutto il golfo di XXX, riflettendo nel mare una miriade di luci. Non c’era vento e tutto sembrava inanimato. Solo i grilli davano un senso di realtà ad una notte bella come non se ne erano viste da tanto tempo. Alla grotta si accedeva scendendo nella piccola caletta attraverso le rocce, qua e là smussate dalla mano dell’uomo per rendere il percorso più agevole. “Ale io ... Non dispongo di un costume.” “Non rompere non ce l’ho neanche io.” “Dov’è la grotta?” “Laggiù, dietro quello scoglio aguzzo. Ci sei? Andiamo” Alessia si tuffò senza esitazioni fece qualche bracciata poi si girò di nuovo verso di lui. “Allora? E sbrigati!”. Giacomo scrutava l’acqua scura. Sarebbe stato assurdo mettersi a dire di quanto i suoi sogni fossero, nel settanta per cento dei casi, ambientati nel mare di notte. Alessia tornò indietro “Passami la bottiglia. Allora? Ti decidi?”. Giacomo passò la bottiglia e si tuffò, certo che l’ansia dei suoi sogni lo avrebbe aggredito al primo contatto con l’acqua. Invece in acqua non successe assolutamente nulla. Pensava solo allo scenario stupendo che aveva davanti, mentre Alessia, sorridente, lo aspettava tranquilla, galleggiando, curiosa di vederlo alle prese con quell’acqua nera. Entrarono nella grotta nuotando piano. Il posto era indescrivibilmente bello, e la luce della luna rischiarava le pareti della grotta svelando, per una strano effetto, le architetture contorte, le volte naturali, le guglie laviche. Giacomo procedeva lentamente, rapito da quello spettacolo unico. Alessia più avanti, lo aspettava nei pressi di una secca. “Vieni. Lì ci sono le poltrone!” “Le poltrone?” “Si. E’ uno scalino naturale. Vieni!”. Le voci, sussurrate, si udivano chiaramente, anche a distanza, lasciando spazio, una volta cessatane l’eco, ad un silenzio assoluto. Giacomo raggiunse Alessia che nel frattempo si era accomodata in una delle “poltrone”. “Stappiamo?” chiese lei con gli occhi che brillavano in quella penombra azzurra. Il tappo partì immediatamente verso l’alto preceduto dal classico “botto”, e seguito dallo spruzzo di champagne. Alessia bevve subito. “Ah! Mi è andato nel naso!” disse lei ridendo. Giacomo la guardava affascinato. Alessia era una ragazza piena di energia, di voglia di fare, atletica, bella da levare il fiato. “James Bond a questo puntò ti bacerebbe, preoccupato solo dalla classica chiamata di Sua Maestà sul più bello.” “E allora baciami no?” Sentì di nuovo il suo sapore e il suo corpo addosso. “Solo ora mi accorgo di quanto lavoro avrò da fare sulla mia personale classifica delle cose per le quali vale la pena vivere” disse Giacomo dopo aver bevuto una sorsata di champagne. “Molti aggiornamenti?” chiese Alessia vagamente maliziosa. “Già”. “Prima degli aggiornamenti cosa prevedeva?” “Beh … Vediamo … Eliminiamo i classici? … Donne genericamente … Cibo in generale?” disse Giacomo. “Si meglio!” “Allora … A passeggio per Roma di pomeriggio”. “A cena con le amiche” ribatté lei. “Mangiare il galbanino dopo le canne” Giacomo, a sua volta. “Fare sesso fumati” Alessia ridendo. “Otto e mezzo di Fellini” Giacomo. “Brad Pitt in Seven” ancora lei. “Le città deserte d’estate” Giacomo più serio. “I regali” lei sorridendo. “I gelati”. “Il mare” ancora lei sempre più eccitata da quel gioco ingenuo. “Ridere” . “E’ vero! Qui mi hai proprio fregato … I baci!” “Innamorarsi di te …” disse Giacomo incerto “Come prenderesti la cosa? Insomma, io vorrei stare con te ... Sempre ... Credo” disse Giacomo sorridendo. “Cos’è? … E’ la grotta che ti fa essere così romantico?” “No . E’ l’impossibilità di tenere gli occhi lontano dai tuoi.” (continua)
  8. Vonnettesheim

    Un'interferenza - Capitolo V

    Eccola. Un'interferenza V Puntata V L’afa del giorno prima aveva annunciato l’arrivo del cattivo tempo. Il villaggio si era svegliato in una mattina di cielo nuvoloso, di quelli che da bambini si sfruttavano, in spiaggia, per fare casette di sedie o vulcani di sabbia. L’umidità, pesantissima, rendeva penosa qualsiasi attività, e le lezioni sembravano non dovessero avere mai fine. Si sudava in continuazione e si viveva di acqua minerale. Solo Alì sembrava a suo agio in quelle condizioni. Giacomo arrivò al tennis con qualche minuto di ritardo quel giorno, ma fu sorpreso di vedere pochissime persone. “Hei avvocato! Cosa dici oggi? Sei pronto? Qui bisogna tirare su il villaggio altrimenti si va a casa” disse Alì mentre scaricava dalla cassa palle e racchette. “Si ... Già. Oggi torneo no?” “Esatto amico!” “Io preparo la sangria intanto” disse Giacomo sparendo dentro il cucinotto adiacente agli spogliatoi. Alessia quella mattina si dedicava ai bambini, e di tanto in tanto si girava verso la club house per controllare Giacomo, che non perdeva, inspiegabilmente, nessuno di quegli appuntamenti. Per la sangria, che non amava, decise di utilizzare un Chianti giovane, sebbene gli sembrasse sprecato. Era convinto che dovesse pur esistere un modo per rendere la sangria una bevanda bevibile; forse era sufficiente saper creare una buona melassa di zucchero e granatina, e scegliere la frutta evitando quella acida. Attendeva a quell’incombenza con attenzione esagerata, come se fosse alla ricerca di uno stacco assoluto, per riordinare le idee, per capire che cosa succedeva in quel villaggio. Fu a lavoro finito che Giacomo cominciò a sentire il bisbiglìo che proveniva dallo spogliatoio limitrofo. Quando il bisbiglìo si trasformò in un dialogo serrato ed ad alta voce, riuscì anche a capire di chi si trattava. “Certo che l’ho detto. Che mi frega? Io lavoro qui e non mi posso permettere che uno mi rompe le palle amico!” diceva Alì rivolto ad un misterioso interlocutore telefonico “... Che con quello di Roma si erano quasi presi a schiaffi l’altra sera ... Quello ciccione il marito della tettona ... No ... Niente. Ha voluto sapere se ne sapevo qualcosa. Gli ho detto che questo qui diceva che Stefano si era fatto la moglie di questo qua, ma che non li aveva pescati. Era vero Stefano se l’era fatta me lo aveva raccontato ... Si va bene ... Ma lui tiene acceso il telefono ?... O.K. ... Ciao!”. Era una telefonata strana, come se Alì avesse sentito la necessità di accontentare la volontà di qualcuno che avrebbe potuto nuocergli. Ma chi? Doveva, comunque, trattarsi di un italiano, o di qualcuno stabilmente in Italia, altrimenti non si sarebbe spiegata la reperibilità sul telefono cellulare. C’era poi un nuovo elemento, l’avventura di Stefano con una cliente. Si trattava di un elemento in più, ma inspiegabilmente Giacomo lo percepiva come un motivo di complicazione e non di chiarimento, sebbene non sapesse darsene una spiegazione razionale. Giacomo terminò la sua sangria con in testa mille pensieri e si apprestò ad aiutare Alì a preparare tutto per i tornei. Nel volgere di pochi minuti un’informe massa annoiata di clienti arrivò alla club house per giocare il torneo. In breve ci fu il caos. Sorteggi, tabelloni, grida. Un caos di anime tenniste che anelava a riportare a casa la medaglia di ferro offerta dal club. Tra liti, insulti e contestazioni la mattinata terminò comunque con un discreto avanzamento delle gare e Giacomo si sentì fiducioso circa la possibilità che nel pomeriggio il problema “tornei” potesse essere rapidamente e felicemente risolto. Si recò al ristorante già sapendo che non aveva nessuna voglia di chiacchierare con i clienti. La telefonata di Alì aveva messo di nuovo in moto i suoi pensieri. Prelevò l’occorrente per un panino e si diresse verso la spiaggia per riposare un po’. La spiaggia era deserta, sia perché la maggior parte dei clienti era intenta ad ingozzarsi, sia perché il brutto tempo aveva tenuto lontano tutti coloro che non concepivano la spiaggia senza sole. Si abbandonò su un lettino per consumare il suo panino. Di fronte al mare, piatto e confuso, all’orizzonte, con il cielo, ancora una volta la memoria tornò ai suoi pomeriggi di ragazzo, quando il cielo grigio impediva le attività classiche e costringeva a soluzioni alternative. Tornò con la mente a quel ritorno in traghetto, all’assenza di lei, all’odore di vernice, acciaio e kerosene che si respirava sul ponte. Ricordò il sapore aspro della sua lontananza e la volontà di spingersi dentro quel sentimento fino in fondo, sperando che proprio in fondo avrebbe trovato un’energia diversa ed utile a farla tornare da lui. La vita gli aveva insegnato che quella energia esiste veramente, ma che usarla, spesso, serve solo a distruggere tutto. Poi, improvvisamente, si ricordò del suo telefono cellulare, che non accendeva ormai già da diversi giorni. Si accorse di quanto avrebbe voluto godersi quel distacco in una situazione di maggiore tranquillità. Era combattuto tra l’accenderlo e il lasciarlo morto e dimenticato. Ruppe gli indugi solo quando dalla reception arrivò il quinto messaggio di sua madre che chiedeva notizie di lui. Temendo il possibile intervento dei corpi speciali, chiamati dalla madre per ottenere i necessari chiarimenti, si decise ad accendere il telefono. Nei messaggi figurava tutto il suo circo. Clienti abbandonati e postulanti il suo salvifico intervento, amici decotti nel torpore agostano di Roma, colleghi incerti alla ricerca delle sue tracce, ex fidanzate in crisi mistica, e la mamma, in tutte le sue tonalità. Si decise a richiamare, convinto che il contatto con la realtà di sempre facilitasse, in qualche modo, quella pulizia del cervello di cui tanto necessitava per ricostruire il quadro di quella vicenda. “Che succede? ... Piove ... Anche qui ... No ... No ... Si il filippino l’ho pagato ... Non so ... “. Proprio mentre concludeva la sua telefonata con la madre, Giacomo intravide l’inconfondibile passo di Caravita che lo aveva puntato ed incedeva verso di lui. “Ecco il nostro maestro di tennis! Senti ma mi sa che con questa storia di mezzo hai smesso di scopare, dì la verità?”. “Oddio Simone piantala. Ma come ti sei conciato? I pantaloncini, la maglietta. Sei in vacanza?” “Giacomo non mi rompere la minchia, c’ho caldo va bene? E poi che ne so … Alla fine qui c’è quest’aria di vacanza … Tu fai quattro figli e poi me lo racconti. Sono due anni che non vado al cinema lo sai?” “Va bene va bene non c’è problema” rispose Giacomo ridendo. “Senti ma lo sai che è successo al Consiglio di Facoltà? Insomma dice Lettieri che al mio concorso forse non sarà membro interno. Ma ti rendi conto che stronzo! Io c’ho la monografia quasi pronta!” continuò Caravita saltando completamente di palo in frasca. “No guarda, fammi un regalo niente Università.” lo anticipò Giacomo terrorizzato dall’apertura di un filone polemico che non intendeva, in alcun modo, sfruttare. “Ho provato il golf” disse poi Caravita sorridendo soddisfatto. “Oddio mio! Simone sei veramente esaurito. Dimmi piuttosto se avete capito qualcosa del caso.” “E’ morto annegato. Aveva la nuca fracassata. Effettivamente il trauma sembra esagerato rispetto alla violenza del boma, ancorché in strambata. Ci sono frammenti di cranio ovunque nel cervello. Deve aver ricevuto un colpo terribilmente violento con un oggetto che sembrerebbe essere stato più piccolo e pesante rispetto al boma, una specie di spranga di acciaio. I polmoni erano pieni di acqua, deve essere morto quasi subito. Avevi ragione.” “Ne ero sicuro” disse Giacomo sorridendo. “Inoltre, lo stick: non era armato sul timone” continuò Caravita “E la barca non poteva essere gestita da soli senza stick. La cinghia di sicurezza è stata sganciata ma la vittima l’aveva addosso. Infine, dulcis in fundo, manca un salvagente.” “Che ti dicevo? Vuoi ancora chiudere il caso?” “Calma. Lo stick potrebbe essersi perso in acqua e il salvagente potrebbe non essere mai stato restituito da qualche villeggiante.” “Si Si .. D’accordo tutte cose facili da controllare” aggiunse Giacomo con un espressione di evidente soddisfazione. “Noi cominciamo le indagini ma tu promettimi di non metterti più in mezzo!” “Non c’è problema. Ora vado ho i tornei da finire. Ci vediamo stasera” disse Giacomo avviandosi verso la stradina che dal bar conduceva ai campi da tennis. Tornato al tennis Giacomo notò una strana calma. Alì gestiva molto seriosamente le finali dei tornei e tra i campi si era creata una strana atmosfera di agonistico silenzio. “Come va Alì?” chiese Giacomo. “Molto bene avvocato. Tu invece mi sembri piuttosto agitato, che succede?” “Nulla. Ma sai con tutta questa polizia che gira per il villaggio sono tutti un po’ agitati.” “E’ vero amico” “E a te la polizia non ha chiesto niente?” “Si mi ha chiesto se conoscevo bene Stefano, che vita faceva.” “E tu cosa gli hai detto?” “Amico io al club ho imparato che la vita migliore è quella di chi si fa gli affari suoi. E poi io di quello faceva Stefano non so nulla.” “Già. Prepariamo il tavolo per la premiazione.” “Ottima idea avvocato!” Giacomo ora sapeva che Alì era coinvolto in qualche modo nella vicenda ma non gli era chiaro il ruolo che egli giocava. Probabilmente appoggiava qualcuno. Ma chi? Un amico? Un collega? O qualcuno esterno al villaggio? Con queste elucubrazioni per la testa Giacomo cominciò a preparare il tavolo per la premiazione, allestendo coppe e medaglie oltre al grande orcio per la sangria. Al termine delle finali ebbe luogo la premiazione tra strilli dei bambini, polemiche non sopite, tenniste avvelenate per il punto perso e così di seguito secondo il classico repertorio nevrotico, tipico dei circoli sportivi. Alla fine della cerimonia, Giacomo, semintontito dalla sangria tornò in stanza soppesando in tutti i modi i comportamenti di Alì. Ma sapeva ancora troppo poco di lui e non riusciva ad individuare una traccia sicura. Poco prima di arrivare alla “Medina” decise di dirottare il suo tragitto verso la caletta per il suo bagno rituale quando riconobbe la figura inconfondibile di Caravita che incedeva verso di lui. “Che cosa hai provato oggi pomeriggio? Lo sci nautico?” chiese Giacomo ridendo. “Giacomo ho un altro elemento” disse Caravita stranamente serio. “La vittima aveva litigato con un cliente per motivi di gelosia. Giusto?” lo anticipò Giacomo. “Si. Esatto. E a te chi te lo ha detto?” “Lascia fare. E’ un sentiero sterile, io non lo percorrerei.” “Tu questo lascialo decidere a me. Si tratta di un commerciante di Roma in vacanza qui con la moglie. Quel tipo non mi piace. Gli ho già fatto qualche domanda, informalmente, e ha risposto in maniera vaga e scostante. Intanto io me lo lavoro e gli perquisisco la stanza e vediamo che salta fuori. Ho chiesto conferma di questa cosa anche al tuo capo, Alì. Mi ha confermato la circostanza”. “Sei fuori strada.” “Mi nascondi qualcosa?” chiese Caravita con tono inquisitorio. “Non ci penso neanche” “Tieni allora” disse Caravita porgendo una risma di fogli. “Che cos’è sta’ cosa?” “La mia monografia. Buon lavoro” “Oh Gesù e Maria!”. Giacomo stava assistendo al tentativo di un depistaggio, e non sapeva come contenerlo. Nulla funzionava nella tesi del delitto passionale. Perchè un bagnante arriverebbe ad uccidere per un sospetto? E se avevano litigato, come era possibile che avessero deciso di uscire insieme in barca? Avrebbe dovuto stordirlo prima di uscire per poi finirlo in barca. Ma come? L’assassino avrebbe dovuto stordirlo, annegarlo, vestirlo di salvagente e trapezio e poi portarlo al largo con la barca, senza essere notato da nessuno. Era impossibile. E poi il bagnante non sarebbe stato certo in grado di portare in mare la barca con quel vento, men che meno a largo. Avrebbe avuto bisogno di complici in mare che lo attendevano. Non si trattava del bagnante. Si tuffò in acqua con la paura di infrangere uno specchio duro, ravvivato dai toni della dominante blu della luce che, con la scomparsa delle nuvole, aveva preso il sopravvento. Alessia era sparita. Durante i tornei non l’aveva vista ed era teso. Decise di spingersi al largo nuotando verso quel sole rosso che stava lentamente sparendo nel mare. Girò attorno al capo estremo del piccolo golfetto per poi abbandonarsi a galleggiare con la testa vuota. Nel silenzio di quella “piatta” assoluta avvertì delle voci. Strizzò gli occhi per tentare di capire di chi si trattasse, non disponendo dei suoi occhiali. Alessia era sulla punta estrema del golfo in compagnia di Michele, il responsabile del tiro con l’arco, a parlare. Riconobbe subito in sè quell’emozione odiosa, quel senso assoluto di improvvisa estraneità a tutto, e a lei, che salì improvviso e violento. Era la conferma che quella sua euforia altro non era se non l’ennesimo stato di coscienza alterato, uno squilibrio chimico. Anzi era una musichetta, una delle sue, una delle tante. Si odiava per quel suo gusto masochistico di costruire castelli senza la consapevolezza che fossero sempre destinati a crollare, prima o poi. Aveva sempre tentato di sezionare quel sentimento per individuarne le componenti. Ma in realtà era solo solitudine. Fece ricorso alla sua impeccabilità, alla voglia di gestire quell’episodio sopra le righe, in una sorta di follia controllata. Sebbene cominciasse a sospettare che, forse, il problema della sua vita era proprio quell’atteggiamento di follia controllata che tanto lo attraeva. Ristette per qualche istante, poi girò le spalle e tornò indietro, verso lo scoglio dove aveva lasciato i vestiti. Alessia lo vide e lo chiamò quando lui aveva già aggirato la punta. Giacomo l’aveva sentita ma non intendeva girarsi, né tanto meno tornare indietro. Continuò a nuotare, raggiunse lo scoglio prese i suoi panni e, rapidamente, si avviò verso la sua stanza, già sapendo che il suo cervello stava per andare in tilt. Entrò in camera deciso a venire a patti con i suoi sentimenti. Credeva nell’impeccabilità dei comportamenti, e sapeva di non voler, a nessun costo, cedere a quell’ira becera, smodata, nevrastenica e violenta che ben conosceva. Si sdraiò sul letto e chiuse gli occhi per qualche minuto. “Are you going with me?” cominciò a chiedersi la chitarra di Pat Metheny; offrendo le note di fondo ai sentimenti di Giacomo in quel momento, e non era la prima volta che accompagnavano un momento del genere. Rivide, improvvisamente, la macchina di Paolo che risaliva la strada tortuosa che conduceva dal porto al centro di Thera, a Santorini, e sentì di nuovo tutta l’angoscia di quel giorno, dopo averla accompagnata al traghetto che l’avrebbe riportata in Italia. Poi sentì bussare alla porta. “Giacomo apri sono Alessia!” Si alzò ed aprì, convinto che avrebbe agito in opposizione alle sue pulsioni. Aprì la porta e si trovò improvvisamente di fronte allo sguardo inquieto di Alessia e alle sue labbra rosse e strette. “Ciao Alessia. Cosa c’è?” “Perchè sei andato via? Cosa succede?” chiese agitata. “Sono stanco, distrutto e non avevo voglia di convenevoli. Mi sembrava opportuno non disturbare un momento così bello, vedo che stai ritrovando tutta la tua verve.” “Ma che dici? Stavamo parlando.” “Oddio no ti prego non mi ammannire una scena che vorrei evitarmi. Già sono penose quelle delle mie ex, ma quelle che provengono da intrighetti tra sottosviluppati potrebbero darmi il colpo di grazia” diceva Giacomo mentre, compulsivamente, rassettava la stanza. “Perchè fai così? E’ un amico. Parlavamo dell’incidente. Che c’entrano queste frasi?” disse Alessia sgranando gli occhi. “Ah giusto che cretino! D’Annunzio e la Duse snocciolavano le proprie emozioni confuse di fronte al mistero della morte, tra i raggi di un sole cadente. E’ miracoloso che senza neanche la quinta elementare le vostre anime volino così alto!” aggiunse, sprezzante, Giacomo. “No. Non da te. Non ora!” disse Alessia scoppiando a piangere. Giacomo sentiva il fiume in piena e tutta l’ansia per non riuscire ad arginarlo. “Senti guarda non è colpa tua” riprese lui “Sono io, io. Sono io che proietto fatti e vicende che non esistono e mi atterrisco quando non le riconosco più. Tu non c’entri nulla Alessia. E’ colpa mia”. “Non è così” soggiunse lei singhiozzando. “Si, siamo stati insieme all’inizio della stagione, poi l’ho lasciato e mi sono messa con Stefano. Oggi aveva bisogno di vedermi, di parlarmi e … E stavamo parlando, solo parlando! Perché fai così sei stronzo!” “Ah certo capisco! E’ chiaro che anche lui sta attraversando un periodo molto delicato, e tutto il suo lavoro potrebbe risentirne. E’ chiaro che non c’entra solo il delitto. Deve essere coinciso, probabilmente, con la sua scelta di abbandonare la sua vecchia casa editrice favorendo un editore più commerciale, e chiaramente molto più vicino ad idee di destra. Il guaio vero, per voi intellettuali, è l’impossibilità della coerenza, che pure adorate come un totem!” Alessia ora lo guardava fisso. “E allora tu, grande genio? Cosa cazzo ci vieni a fare in mezzo ai ragazzini se sei un fossile dentro? Cos’è? Vieni a sfogare tutta la tua rabbia, la tua incapacità di vivere e stare bene? Non credo che risolverai molto sai, perché il tuo mi sembra un caso inguaribile!” Alessia ora urlava e piangeva. Poi si girò aprì la porta e fece per andarsene. Giacomo era deluso da sé stesso. Aveva ripetuto una scena che mille volte si era deciso a non ripetere. “Alessia aspetta! Ti prego ... Non te ne andare!” disse lui prendendola per un braccio. “E perchè? Tu non mi credi ... Tu ... Tu vuoi solo farmi stare male ed io non me lo posso più permettere ... Lasciami!” “Entra ti prego” disse lui in tono calmo e guardandola fisso negli occhi. Alessia sedette sul letto, cercando di calmarsi. Stettero in silenzio per qualche minuto, sino a che Alessia non si fu calmata. “Quanto sei stata con Michele?” “Quindici giorni, a Giugno. Vuoi sapere quanto abbiamo scopato? Vuoi sapere se ho goduto? Vuoi sapere se è meglio di te a letto? Giacomo ho una notizia terribile da darti: non ero vergine quando sono stata a letto con te” disse lei ringhiando. “Quando l’hai lasciato come prese la cosa?” continuò calmo Giacomo. “Male! Ma questo non c’entra nulla dove vuoi arrivare?” “Da nessunissima parte. Stefano sapeva di Michele?” “Si lo sapeva” “E tra i due come si risolse la cosa?” “Senti io adesso non ho voglia di parlare” disse lei soffiandosi il naso. Passò un lungo periodo di silenzio. “D’accordo. Ti va di cenare?” Alessia lo guardò in silenzio per qualche istante. “Si. D’accordo andiamo a mangiare” disse lei, infine, alzandosi. Il ristorante era pieno di gente. Il cattivo tempo, per una strana reazione psicologica, aumentava sempre l’appetito dei clienti, sebbene il caldo fosse ancora insopportabile. Alessia e Giacomo sedettero al tavolo insieme, ma si comportarono come bravi membri dello staff, dando corda alle chiacchiere dei clienti. Si lasciarono con uno sguardo quando lei dovette interrompere la cena per prepararsi per lo spettacolo. Quella sera si trattava della serata Disney. Ma lui non sarebbe stato Jaffar, almeno per quella settimana. Si alzò da tavola e si diresse al bar. Lì incontrò i suoi amici inglesi che tentarono di distrarlo con le chiacchiere e una fantastica tequila, adeguatamente corredata di sale e limone. Giacomo, tuttavia, pensava ossessivamente alla scena della sera con Alessia. Si chiedeva quale sarebbe stata una reazione impeccabile. Si chiedeva se si era trattato di una scena di stupida gelosia o se, in verità, quella sua capacità di vedere le cose non lo mettesse continuamente in conflitto con sé stesso, senza troppe soluzioni emotive. Si chiedeva soprattutto il perché di quel bisogno delle donne, del loro odore, della loro voce. Si congedò dagli inglesi e si recò all’anfiteatro per vedere lo spettacolo Al termine Giacomo attese che Alessia si vestisse. Quando la vide uscire dalla costumeria, sembrava che lei già sapesse che lui era lì ad attenderla. Lo guardò silenziosa, fisso negli occhi, mentre continuava a rassettarsi i capelli bagnati, con un espressione in volto di apparente indifferenza. “Andiamo in paese?” chiese Giacomo impaziente di vedere gli effetti dello scontro del pomeriggio. “Va bene” rispose lei senza alcuna espressione. Giacomo prese in prestito la macchina del cuoco, una vecchia Dyane. Alessia era muta. Ma quando assistette al litigio fra Giacomo e l’insolito cambio della Dyane, non potette fare a meno di scoppiare a ridere. “Merda! Eppure … Aspetta .. Dunque … Metto il pomello verso di me … Poi … No … Cazzo!” “Ma togli le mani da sto’ cambio, barbone! Guarda! Uno, due e … tre. E questa è la prima” lo interruppe lei ridendo e mostrandogli la manovra corretta che avrebbe dovuto fare. “Ah … OK … Si … Ho capito” disse Giacomo appena prima che la macchina partisse, improvvisamente, con un forte strattone. Il paese era tranquillo, pervaso, com’era, dalla pigrizia estiva, notturna. Solo il gracchiare sordo di qualche televisore, che proveniva da qualche balcone, rompeva il silenzio, mentre attorno alle lampade al neon si inscenava la sfida mortale di sempre tra i pipistrelli di campagna e le falene. Giacomo si ricordò delle gite notturne al paesino che dominava, dall’alto di un monte, il suo paese di vacanza. Si trattava di pochi chilometri da fare tutti in salita. XXX rappresentava l’avventura, il simbolo del viaggio, il senso della libertà. Chi si avventurava sin lì accedeva al mondo degli autosufficienti, dei viaggiatori, all’universo di chi nel volgere di pochi anni, non sarebbe più tornato nel paesino di vacanza perché altre avventure ed altri popoli attendevano il suo salvifico intervento. Si saliva in bicicletta o in motorino, per i pochi felici. Spesso si saliva con la ragazza sul sedile di dietro, per sfuggire agli sguardi dei genitori e con la speranza di rubare un bacio davanti al belvedere. Si attraversavano le stradine di pietra alla ricerca di angoli tranquilli, con la bottiglia di vino in mano, magari, cercando gli sguardi nella luce al neon dei lampioni, sempre pronti ad un abbraccio. E per mandare via un pensiero triste bastava niente, un semplice diniego, una rinuncia immediata, appena percettibile, espressa davanti ad una lucciola solitaria che si nascondeva in un cespuglio, nel buio della notte. Dopo una breve passeggiata scelsero di bere qualcosa in un bar di paese con biliardo, tavoli ed odore di caffè e cioccolato. Sedettero ad un tavolo appartato e stettero in silenzio per alcuni minuti. “Perchè stai zitto? Che cos’hai?” disse lei per interrompere Giacomo che continuava a far sparire una moneta con le mani. “Nulla. Perchè?” “No io invece lo so. Il fatto è che Sherlock Holmes ora ha individuato un bel filone per risolvere il suo caso. Dillo che pensi a Michele come al possibile assassino?” “Guarda che stai facendo tutto da sola” disse Giacomo sfoggiando un’indifferenza che non pensava di riuscire a simulare. “Da sola eh? Vuoi entrare negli annali di psicopatologia? La tua mi sembra una forma di gelosia alquanto morbosa. Forse potresti provare a scioglierlo nell’acido soffrirebbe di più e meglio piuttosto che ad incriminarlo di omicidio!” “E va bene allora!” la interruppe Giacomo più aggressivo. “Sa andare in barca Micheluzzo?” chiese Giacomo fissandola negli occhi. “Si” disse lei, ora arretrando. “Ieri ti ha chiesto di stare insieme?” insisté Giacomo “Si” disse lei girandosi a guardare il cameriere che si apprestava a servire le granite con le brioches. “E allora il tuo Michelino si piazza bello bello anche lui nella lista dei sospetti!” “Non lo avrebbe mai fatto” “Mi auguro che sia così. Ma tu che ne sai? Lo conosci veramente? Tu ancora non sei in grado di renderti conto di come può essere l’animo della gente. Io se permetti, non fosse altro che per ragioni di età e di professione, lo conosco meglio”. “Guarda che io quanto possa far schifo l’animo della gente me ne sono resa conto prima ancora di te. Mi è bastato vedere come vivono i miei.” disse lei stizzita. “I tuoi non sono certamente degli assassini.” “No! Ma sono stronzi in compenso.” “Non dire cazzate!.” Giacomo si sentiva tornato dal lato di chi tira il rapporto. “Sono sicura che ha un alibi” disse lei dopo qualche istante di silenzio. “Io invece penso di no. Torniamo al villaggio?” “D’accordo” disse lei rabbuiata. “Dimmi una cosa prima. Stefano aveva avuto una storia con una cliente?” “Tu che ne sai?” “Lascia fare. Rispondimi!” “Si credo di si ... Ma cosa c’entra questo?”. “Alì sembra averlo confermato alla polizia. Quella notte tu piangevi perchè lo avevi visto con lei. Giusto?”. “Si ... E’ vero. Ma credo che tutto questo non abbia niente a che vedere con la morte di Stefano. Ah no! Scusami! Dimenticavo che adesso potresti aver trovato il filone del delitto passionale!”. “Quando l’hai visto?” “La sera del train phantom. Si era mascherata anche lei ed era con Stefano alla casa gialla. Poi li ho visti in spiaggia.” “Chi è questa tipa?” “Una di Roma una certa Monica. E’ sposata ma le piace fare la stronza con i ragazzini del villaggio. Il marito, invece, ha scoperto le immersioni e non si accorge di nulla”. “Andiamo adesso.” “Pensi che sia stato il marito?” ”Io non penso niente, ma quel tipo sta per passare qualche guaio”. Non dormirono insieme. Giacomo non aveva ancora digerito tutte le rivelazioni di Alessia. Si sentiva ancora una volta di fronte ad una storia che aveva colorato di una luce personale, che poi, alla luce dei fatti, si stava dimostrando deludente. Improvvisamente, il villaggio e le sue figure erano schizzati a migliaia di anni luce da lui, e sembravano ormai già divenuti irraggiungibili. (continua)
  9. Vonnettesheim

    Un'interferenza - Capitolo IV

    "Un'interferenza" Capitolo IV IV Dopo due giorni l’isola cominciò ad assorbire il senso di morte, con la sua terra secca e vulcanica, portando qualche nota di speranza a tutti coloro che ritenevano che quella disgrazia avesse definitivamente funestato e distrutto l’estate. Quella mattina sembrava che la morte di Stefano fosse stato solo un incubo estivo, difficile da dimenticare, ma solo un incubo. Al tennis si tentava di riprendere la vita di tutti i giorni. Per gli altri era più facile perchè l’idea di un incidente rendeva la cosa più accettabile. Per Giacomo le cose stavano diversamente. Ed era diverso non solo perchè egli era ben conscio che di incidente non si era trattato, ma anche perchè sapeva che, anche senza trovare il colpevole, quella vicenda, in lui, non si sarebbe risolta presto. Non era più al paesino di mare della sua infanzia, e la morte non era più una forma mentale sconosciuta. Si trattava della morte in tutta la sua potenza ed ineffabilità. In cuor suo, sperava di ritrovare presto, tuttavia, quel tanto di serenità che gli consentisse di riprendere le sue giornate, la sua vita e, in ultimo, anche le sue vacanze. Sperava anche di rivedere Alessia che gli mancava incredibilmente, e di saperle parlare nel modo giusto, di riavvicinarla a sè. Era giornata di tornei, di gare, di premiazioni. Si doveva trovare il modo di tornare in forma, di essere divertenti e così, insperatamente, fu. I ragazzi, dopo quell’evento, erano più uniti di prima e, come succede anche dopo i funerali, quasi per una reazione naturale, si cercava di tornare di buon umore, consolandosi con nuove battute, scherzi ed improvvise risate. Il vento era cessato ed il caldo era scoppiato di nuovo con tutta la sua violenza. Quella mattina, dopo la lezione, Giacomo decise di non pranzare e di recarsi direttamente alla piccola caletta dietro i campi da tennis per fare il bagno. Stese il suo telo da bagno, estrasse dallo zainetto il suo CD portatile e poi si tuffò in acqua subito, centellinando, momento per momento, quel piacere assoluto. Proprio sott’acqua, di nuovo felice, in quello scenario verde intenso e vivo, si rese conto che era deciso a smettere di pensare all’omicidio, ed a lasciare che la polizia svolgesse la sua indagine da sola, dopo le sue indicazioni. Ne era sicuro.Voleva tornare solo e senza il procuratore Caravita, che lo aveva già annoiato. Uscì dall’acqua in preda all’euforia. Afferrò la sua vecchia copia di Alcyone illudendosi addirittura di poter ricominciare a leggere. Ma fu interrotto. “Ciao”. “Ciao Alessia. Come stai?” disse Giacomo visibilmente imbarazzato. “Così” disse lei guardandolo da sotto. Alessia era lì in piedi, con il viso ancora triste e lo sguardo incerto, come un animale spaventato. “Vieni siediti”. Sedettero sullo scoglio piatto dove Giacomo aveva gettato le sue cose. “Ti piace D’Annunzio?” chiese lei maneggiando il libro “Non l’ho ancora capito”. Disse Giacomo con un sorriso. Seguì un lungo momento di silenzio nel corso del quale a tratti, con la coda dell’occhio Giacomo tentava di intuire lo stato d’animo di Alessia, di riconoscere sul suo volto i segni necessari all’approccio giusto, a non sbagliare. “Voleva diventare un dentista. Voleva comprarsi una barca tutta sua, e d’estate navigare con i suoi amici” disse lei fissando l’acqua del mare. “Non ha fatto a tempo a fare niente di tutto questo. Nulla.” “Come è andata in questi giorni?” “Da schifo. Non dormo da due giorni, Giacomo, e di notte mi battono le tempie” disse lei girandosi a guardarlo negli occhi. Di nuovo. “Ma tu devi dormire!” “Allora con quel testa di cavolo del medico del villaggio parlaci tu perché a me un sonnifero ha detto che non me lo da!” disse lei con gli occhi ora carichi di lacrime. “Hai mangiato?” “Non ho fame”. “Sei pallida e stanca. Non lavorare oggi e cerca di dormire”. “Non ce la faccio, non ce la faccio. Ho il suo viso davanti agli occhi tutto il giorno”. Alessia piangeva e Giacomo non sapeva che dire. Poi l’abbracciò e la strinse forte. Sentiva le lacrime correre sulle spalle e tutta l’incapacità di dirle la cosa giusta. E sapeva che stava per dire quello che la sua vocina gli consigliava di attendere a dire. “Non è stato un incidente” disse Giacomo all’improvviso.. Lei si scostò di scatto.“Che stai dicendo? Non capisco”. “Stefano secondo me è stato ucciso” disse Giacomo distogliendo lo sguardo dai suoi occhi. “Ucciso? E da chi? Stefano era un ragazzino, studiava, perchè dici che lo hanno ucciso?”. “Una serie di indizi. Io ne sono sicuro ma la polizia sta indagando ed io non posso fare gran che.” “Mio Dio Giacomo ma che cazzo dici!?” “Per me non ci sono dubbi. Le vele, niente sangue sulla barca, la forza del vento. Stefano doveva essersi messo nei guai ma non so dirti in quali guai”. Alessia era attonita. Aveva smesso di piangere ma sembrava non capire. “Senti andiamo al ristorante e cerchiamo di mangiare qualcosa”. Per strada spiegò ad Alessia tutti i suoi dubbi. Al ristorante mangiarono in silenzio poi Alessia chiese “Che pensi di fare?”. “La polizia deve svolgere le indagini. Alessia io sono solo un avvocato, peraltro in stato confusionale già da qualche anno. Io posso solo dire alla polizia ciò che penso. Non posso fare altro”. “ E se non fanno nulla?” “Perché non dovrebbero fare nulla?” “Non lo so. Qui la vicenda è stata vista come un problema economico. Questi stronzi pensano al villaggio, ai clienti. Di Stefano non frega nulla a nessuno sai? Non credo che la polizia troverà molta collaborazione se cercano un assassino.” “Questo è possibile. Ci vediamo al tennis” disse indicando l’arrivo del suo amico capo - villaggio. “Ciao Sergio.” “Ciao Roma tutto bene?” “Tu che dici?”. “Mi sta piovendo addosso l’inferno sai? Stefano aveva già fatto quattro stagioni con me. Era un mio amico. Conoscevo i genitori, suo fratello. In più c’è tutto il casino che una cosa del genere può tirarsi dietro. Polizia, interrogatori, medici legali. Io non sono in condizioni di affrontare tutto questo!”. “Stefano aveva dei nemici che tu sappia? Aveva forse litigato con qualcuno in paese?” “Neanche mezzo. Piaceva a tutti. Alle volte era strafottente, o presuntuoso ma era una difesa” aggiunse Sergio mentre si stropicciava le palpebre. “Prendeva qualcosa? Non so acidi, cocaina ...?” “Droga? Stefano? Scherzi? Lui era un marinaio credeva in un ideale di vita sana, al massimo una birra la sera o un pastis. No non aveva problemi di droga. Ma perchè mi chiedi questo?”. “Così. Solo curiosità”. “Senti tu sei avvocato no? Quanto durerà qui l’ambaradam di polizia, magistrati eccetera?”. “Dipende.” “Da cosa?” “Se i rilievi e le indagini confermeranno la tesi dell’incidente ancora qualche settimana. Se invece dovesse esserci bisogno di un’autopsia l’indagine diventerà più lunga.” “Autopsia? Perchè?” “Per capire esattamente di cosa è morto”. “Non mi sembra che si possano avere dei dubbi in proposito.” “Non c’entra nulla. Si deve accertare se è stato il colpo o se è annegato in mare essendo svenuto.” “Mah! Speriamo comunque che mi facciano chiudere la stagione altrimenti qui l’atmosfera rischia di farsi pesante. Senti ... Un abbraccio ... Io vado. Oh! In gamba al tennis, tenete su la gente, fate uno sforzo ma non mi mollate i clienti, mi raccomando!” disse Sergio pronto a scappare verso il bar. “Ciao Sergio” disse Giacomo osservando il tipo allontanarsi. Giacomo era atteso dai russi. “Carasciò, carasciò, oci carasciò!” gridava Giacomo nevroticamente. Era diventato il suo tormentone. Eppure facevano dei progressi. Ma quello che più lo sorprendeva era che fossero loro ad avergli fatto tornare il sorriso. Aveva deciso di lanciarli nell’agonismo. Due squadre, un colpo per uno e cambio, si arrivava a 21. Partiva una kermesse indescrivibile, racchettate, cadute, risate, bestemmie cirilliche, volti rossi e congestionati. Si sentì in colpa ma stava ridendo. Alla fine della lezione, alla club – house rimase solo con Alì che non aveva fiatato tutto il giorno. “Che mi dici?” ruppe il ghiaccio Giacomo. “Brutta storia avvocato, proprio brutta” rispose lui col suo francese arabico. “So che tu l’hai visto per ultimo l’altra sera”. “Si amico. Era eccitato. Aveva visto che si alzava il vento e diceva che il giorno dopo non si sarebbe fatta lezione e lui avrebbe potuto andare in barca per conto suo”. “Ma non ti ha detto nulla? Aveva dei problemi, aveva litigato con qualcuno, aveva bisogno di soldi?” “Ah! Amico qui tutti abbiamo bisogno di soldi. Non siamo in vacanza come te e lavoriamo per un milione e duecento mila lire al mese. Ma lui non si lamentava di questo. Gli bastava la sua tenda, le sue donne, la sua birra. No, non aveva guai o problemi con nessuno.” “Di che avete parlato allora quella sera?” “Eh ma sei un avvocato o un poliziotto amico?” “Solo curiosità, vorrei capire di più.” “Non c’è nulla da capire avvocato, c’è solo da capire che il mare si comporta come crede quando hai poco rispetto di lui, quando non lo temi, e Stefano era troppo giovane.” Finirono il pastis poi chiusero la club house e si avviarono verso casa. Lungo la strada Giacomo non riusciva a smettere di pensare. Che quadro aveva di questo Stefano? Nessuno. Un Corto Maltese metropolitano che da anni è insegnante di vela, che conosce il mare, viene ucciso in barca da qualcuno di cui evidentemente si fidava tanto da portarlo in barca con sè. Un affare di donne? Un regolamento di conti con una banda di delinquenti del posto? Non capiva. Decise, pertanto, di tornare in stanza e prepararsi un aperitivo. Sulla strada verso il villaggio vide che il sole si stava lentamente immergendo in mare e decise, pertanto, di non privarsi del suo piacere quotidiano e di fare un tuffo alla caletta di ponente. Il mare, ora calmo, appariva, quella sera, come una tranquilla distesa d’argento, protesa verso l’arancione acceso del cielo al tramonto. Ripensò ai bagni serali di quand’era ragazzo, quando, poco prima dell’imbrunire, si andava in spiaggia con la speranza che Sandruccio, l’ultimo pescatore del paesino di vacanza, col suo vecchio guscio tirasse la sciabica. Con gli amici si attendeva a riva il rientro di Sandruccio, nella speranza che chiedesse loro aiuto per cominciare a tirare il braccio di chiusura. Sotto la sua direzione tecnica si cominciava a ritirare la cima, lentamente, in modo da non dar adito ai pesci presi nella rete di saltare fuori dal sacco estremo. Poi, quando il sacco era prossimo alla riva, Guido cominciava a dar notizia delle prime sagome argentate che guizzavano. “Sono cefali cefali!” gridava Guido eccitato, certo di una pesca miracolosa. Il più delle volte, tuttavia, il bottino era scarso ma ripagava in avanzo di tutto il divertimento di quella sciabicata. Al termine della pesca non restava che il tuffo collettivo, con la rincorsa dalla spiaggia, pronti ad immergersi in quello specchio argentato e caldo, proprio mentre le prime luci del lungomare si accendevano, e in spiaggia non c’era più nessuno. Si tornava a riva gridando, con l’illusione che la “fiamma” del momento, per qualche strano motivo, li stesse osservando, e con le mani che odoravano ancora di pesce. Tutto finiva quando era già notte e quando, orgogliosi del contributo offerto, ci si sentiva parte della comunità di pescatori, consacrati dalle operazioni di rimessaggio e pulizia della barchetta di Sandruccio. Ricordava la sua barchetta, fregiata di mille riparazioni, stuccature e tinteggiature. D’inverno lui era sempre in spiaggia ad accudirla, come una vecchia amica sensibile e delicata. Lo si vedeva in lontananza, chino su di lei con amorevole dedizione, mentre da un angolo della bocca gli sbuffi della sua nazionale senza filtro si perdevano nel vento freddo che spirava dal mare. Dopo la morte di Sandruccio la barca era rimasta, fino a qualche anno prima, ancora lì, sulla spiaggia, squassata dalle mareggiate invernali. Poi, un giorno, era sparita, in silenzio, travolta da un’ultima mareggiata, più forte delle altre. Giacomo si immerse incerto, spaventato da quel mare assassino che pure amava così tanto. Le sue mille musichette erano lì con lui, mentre le braccia fendevano l’acqua, con un suono sordo. Non avrebbe cenato al ristorante quella sera, non ce l’avrebbe fatta. Dopo aver vagato un pò per il villaggio approdò al teatro dove si sarebbe tenuto lo spettacolo serale ispirato a “West side story”. Ne aveva viste almeno dieci diverse versioni nei diversi villaggi, tutte diversamente grottesche, ma belle. Belle per quell’entusiasmo pasticcione dei ragazzi, distrutti da stanchezza e divertimento, che si improvvisavano ballerini e cantanti, con inevitabili effetti comici. Giacomo era intristito dall’idea di non vederli più sapendo che, in breve, anche loro sarebbero diventati volti e voci sovrapposti alle lucine di un nuovo viaggio. Quella sera si sentiva vicino a loro ed al loro modo di essere. Gli leggeva negli occhi la voglia di ricavarsi una vita piacevole, nell’illusione di essere talenti artistici, playboy, sportivi mancati ma con l’amore per la vita dentro, e dunque, in certo qual modo, superiori a lui. Giacomo si sistemò all’estremo dell’anfiteatro, deciso a staccare tutti i contatti del suo cervello ed ad autoipnotizzarsi con le luci policrome dello spettacolo. “Gli avvocati non fanno spettacoli vero?” disse Alessia che nel frattempo lo aveva raggiunto. “Non è vero dovresti vedermi vestito da Jaffar” disse lui sorridendo. Alessia gli si sedette accanto. Era ancora in costume da bagno. I suoi occhi brillavano nel buio, restituendo i colori delle luci. Lentamente stava riemergendo dalla sua angoscia e cercava di parlare. “Come ti senti?” disse Giacomo all’improvviso. “Così.” “Fai lo spettacolo?” “Forse domani.” Giacomo le prese un dito della mano. Lei lo lasciò fare senza dire nulla. “Hai mangiato?” chiese Giacomo guardandole gli zigomi evidenti, e le guance affossate. “No.” “Io neanche. Senti io conosco il magazziniere, gli ho dato lezioni di tennis a Chamonix lo scorso anno. Ti va di andare a saccheggiare la dispensa?”. “Si, va bene, portami dal magazziniere” disse Alessia tornando ad aprire il sorriso per la gioia di Giacomo. Le cucine del villaggio erano un mondo a parte. Un labirinto di ghiacciaie, fornelli enormi, tavoli di marmo e cuochi al lavoro tra polli appesi e quarti di agnello, il tutto pervaso da un odore forte di cucinato, di sugo o meglio di caserma o refettorio. Giacomo amava aggirarsi in quei posti quando non c’era nessuno. Il momento magico, e di massimo splendore, delle cucine, tuttavia, era certamente la settimana precedente alla chiusura stagionale del villaggio, quella nella quale i ragazzi erano liberi di saccheggiare le dispense traendone i cibi più sofisticati e rari. Dopo il lavoro di smantellamento di tutte le strutture del villaggio, alla sera, ci si ritrovava attorno ad un enorme tavolone di marmo dove si depositavano i migliori vini francesi, Chateau Lafitte e Chateau Latour, il Sauternes, si cuocevano gli ultimi astici congelati, si dava fondo alla provvista dei formaggi. E così, sotto una lampadina a basso voltaggio, ci si ubriacava, nell’illusione che il paese dei balocchi non sarebbe mai scomparso. Ma nei discorsi filtravano anche le incertezze di un nuovo inverno e la voglia di sperare in un anno speciale, un anno nel quale le domeniche tristi sarebbero state bandite, le amicizie nate al villaggio non sarebbero state abbandonate, e le notti non sarebbero state così lunghe e solitarie. Giacomo aveva preso parte solo una volta a quel rito ma era sufficiente a ricordarne, con grande nostalgia, tutta l’atmosfera. Si accorse che aveva perso, nella memoria, le facce di molti, di troppi. “Oh all’avvocato si è aperto lo stomaco in ritardo eh!” Disse Luc il magazziniere vedendo i due che si aggiravano incerti. “Senza fare casino però eh!”. “Grazie Luc! Non ti preoccupare mettiamo tutto a posto” disse Giacomo entusiasta della disponibilità mostrata. Prese per mano Alessia e, scese le scalette, la condusse alla cantina. Di fronte allo spettacolo della cantina Alessia sgranò gli occhi. “Sai che mi hai fatto venire fame! Che cos’è questo?” chiese Alessia incuriosita. “ Fois Gras! Prendi i crostini ... E il vino”. Giacomo afferrò la tovaglia bianca che prima aveva notato, due bicchieri di cristallo, quattro o cinque involti di formaggio, mise al collo una catena di salsicce di cinghiale e apparecchiò il tavolo di marmo con il sorriso in faccia. Nel frattempo Alessia non smetteva di curiosare tra i barattoli. “Zitto zitto! Cazzo questa latta è piena di marmellata di visciole” disse lei mentre affondava le dita nella latta. “Torno fra un secondo” disse Giacomo sparendo dietro la scaletta. Tornò dopo qualche istante con due pentole. “Che cos’è?” chiese Alessia eccitata “Solo avanzi. Pollo freddo e frittata di pasta” disse Giacomo ridendo. Mangiarono senza parlare. Aggredirono, in breve, anche i formaggi. Saint Paulin, Parmigiano, Rochefort, Camemberg, Brie. Ebbero cura di cambiare vino, sempre senza una parola. Solo davanti alla crostata di pesche risero. Dopo un breve istante di silenzio Giacomo la baciò. “Credo che lo spettacolo sia finito” disse Giacomo quasi in colpa per quella trappola gastronomica. “Io al bar non vado, i clienti stasera se li becca qualcun altro!”. “Allora andiamoci a finire la bottiglia alla darsena, ti va?” “D’accordo” rispose lei sorridendo dolcemente. Alla darsena trovarono un gruppo di gente in attesa di un barbecue, fintamente improvvisato, e così dovettero spingersi fin sulla punta del piccolo golfo per stare tranquilli. Alessia si rannicchiò, seduta di spalle, tra le sue braccia. Le accarezzava i capelli lentamente, mentre cercava di mandare a mente i particolari del collo, delle braccia, le macchioline della pelle, l’odore della maglietta. Alessia era tornata ad invadere la sua mente. “Quando torna il tuo amico magistrato?” chiese lei mentre fissava il mare. “Domani.” “Si saprà qualcosa?” insistè. “E’ presto”. “Se è stato ucciso devono trovare chi è stato. Altrimenti chiamo mio padre!” “Perchè tuo padre chi è?” chiese Giacomo cercando di guardarla negli occhi. “E’ un giornalista. Famoso!”. “Qualcosa comunque sapremo.” “Cosa?” “Se manca un salvagente”. Giacomo osservò le luci del ristorante che si riflettevano sull’acqua e strinse Alessia più forte. (continua)
  10. Vonnettesheim

    Un'interferenza - Capitolo III

    Un'interferenza - Capitolo III III La tramontana soffiava ancora fortissima portando un inaspettato refrigerio a tutto il villaggio. Alessia e Giacomo fecero colazione insieme, in totale silenzio. Era una strana atmosfera perchè in quella dimensione non si riconoscevano più facilmente. Decisero di assumere un contegno professionale parlando con i clienti. Si lasciarono con un sorriso ansioso. Giacomo andò al club di tennis con mille pensieri in testa e mille domande. Non capiva ancora esattamente che cosa era successo con Alessia, e ne temeva i comportamenti. Aveva l’impressione di essersi innamorato di uno spirito libero, incostante, anche se emotivamente devoto. Poi si accorse che i suoi meccanismi di sabotaggio delle cose belle che gli succedevano nella vita stavano invadendo un settore non consentito, e si riprese. Il vento era ancora forte e la lezione non sarebbe stata divertente. I bambini erano eccitati ancora dal treno fantasma e non riusciva a tenerli fermi. Dovette ricorrere al vecchio sistema del lupo - tennista - una specie di “colpo di fulmine” a sfondo agonistico - che li faceva divertire e rimanere in campo. Già da qualche ora il rumore di un elicottero, che aveva sorvolato il villaggio parecchie volte, aveva reso tutti inquieti. Si aveva l’impressione che fosse successo qualcosa. Fu Alì, alla fine della lezione, ad avvertire tutti: Stefano, l’istruttore di vela, era stato trovato morto in mare. Annegato. Una manovra improvvisa del suo quattro e venti doveva averlo ferito e proiettato in mare, dove poi era annegato, oppure era morto dissanguato perchè il taglio sulla nuca era molto profondo. Giacomo gelò. Sentiva già l’odore della morte in un luogo dove mai pensava di incontrarla. Eppure era arrivata. Corse alla piccola darsena. La motovedetta della capitaneria di porto era ancorata proprio davanti alla riva dove un gruppo di carabinieri, polizia e infermieri sembrava radunato attorno a qualcosa. Sentì nuovamente il ghiaccio in gola. Si avvicinò lentamente finchè non fu in condizione di vedere il corpo di Stefano, esanime, con il capo ancora insanguinato sulla ghiaia. Un lungo, tortuoso rivolo di sangue che partiva dalla nuca si era fatto strada nel pietrisco della battigia, e si gettava in mare dissolvendosi nelle propaggini delle onde. Il cadavere di Stefano era lì, disteso come in un’ultima, tragica pantomima carnevalesca. Era come se il lenzuolo bianco, che pure era stato steso su di lui, non fosse in grado di nascondere, neanche in minima parte, tutto l’orrore, l’assurdità e la tragicità di quella scena, che tutti sentivano addosso. A pochi metri dal cadavere, la deriva che Stefano doveva aver usato, brandeggiava innocente sotto gli urti delle onde. Giacomo era attonito, intontito, vedendosi alle prese con una scena che non avrebbe mai voluto vivere. Le ragazze dell’equipe piangevano a dirotto inutilmente consolate dai ragazzi che millantavano maggior coraggio. Sergio, il capo villaggio, si aggirava eccitato fermandosi, di quando in quando, a colloquio con i diversi funzionari di polizia. “Stefano non doveva, non doveva!” ripeteva agitato “Mille volte gli avevo ripetuto di non uscire mai da solo con la barca e per giunta al trapezio. Sono gradassate che ha pagato in questo modo assurdo. Adesso siamo a trentacinque nodi di maestrale e stamane, presto, abbiamo sfiorato i quaranta. E’ pura follia uscire in mare da soli con quelle condizioni di mare!” Giacomo, dal canto suo, era ancora paralizzato. Non capiva. Soprattutto non capiva perchè uno come Stefano avrebbe dovuto uscire alle sette del mattino con la barca. Effettivamente il vento era ideale per uscire e divertirsi, ma non da solo e non al trapezio, che ancora indossava. Stefano poi non gli era sembrato un tipo da affrontare simili prodezze in assenza di una platea, mentre alle sette di mattina era chiaro che nessuno del villaggio avrebbe potuto vederlo. Giacomo voleva vedere la barca e le si avvicinò lentamente. Cominciò ad osservare attentamente come era stata armata, le vele, le manovre e le regolazioni, ma quando stese la mano per verificare lo stato del timone un carabiniere si avvicinò di corsa e gli ingiunse di allontanarsi dalla barca e di non toccare nulla. Obbedì controvoglia e, con la mente frastornata, decise di tornare al villaggio, già sapendo che non avrebbe mangiato. Sulla stradina polverosa, accanto al farè delle bibite ghiacciate, vide Alessia che singhiozzava, abbracciata ad una amica. Non sapeva che fare. Non poteva passare ed andare via, ma neanche avvicinarla. Rimase per qualche istante fermo. Fu Alessia a girarsi, in una improvvisa pausa del suo pianto. Vide i suoi occhi rossi, il viso carico di dolore, e le mani che tremavano mentre tentavano di tirare indietro i capelli. Non si dissero nulla. Poi lei si voltò e Giacomo decise di proseguire. Sulla strada per tornare al villaggio si chiedeva il perchè di quella tragedia, il perchè di un fatto del genere. Eppure tutto rientrava nelle cose che il mare è in grado di fare, avendole conosciute già da bambino. Gli tornarono in mente i giorni di morte nel piccolo paesino di mare dove andava in vacanza da bambino, con la famiglia. Dopo la mareggiata si cercava il cadavere anche per giorni. Poi il ritrovamento diventava un episodio raccontato da un amico, con la macabra enfasi dei ragazzini, che sono curiosi di tutto. Anche della morte. Tornato al villaggio cercò di rientrare in sè discutendo con i colleghi del fatto. Riuscì anche a mangiare un panino e a tornare nella sua stanza dove, invece di poter ripercorrere i momenti del suo amore con Alessia, fu costretto a fronteggiare l’angoscia che, nel frattempo, era tornata a divampare come in pieno inverno. Al tennis il pomeriggio trascorse lento e triste, ma fu utile per mettere un po' di distanza con la scena della mattina. Di certo il momento dell’aperitivo non sarebbe stato come al solito. Alessia era sparita. A sera, tornato al bar Giacomo sentì il bisogno di stordirsi con del pastis che prese a bere a grandi sorsi. Poi, improvvisamente, sentì una forte pacca sulla schiena ed una voce conosciuta. “Cazzo ma ancora appresso alle minchiate corri?”. Si girò immediatamente e sgranò gli occhi di fronte al personaggio che era venuto a cercarlo. “Simone! Che ci fai qua? Segui l’indagine?” “Minchia non me ne parlare che dovevo partire domani coi bambini per andare da mia madre a S.Marinella, poi è arrivata questa rottura di coglioni di incidente, ma sai quando muore qualcuno sul lavoro occorre verificare le cause, ascoltare i datori di lavoro e tutta una serie di sacri cavoli che proprio non ci volevano”. Simone Caravita era un vecchio compagno di scuola e di università di Giacomo. Caravita era il classico compagno sfasato, non stupido ma pesante e goffo. Apparteneva a quel genere di persone che possono risultare simpatiche o assolutamente insopportabili, a seconda dello stato d’animo di cui si dispone al momento in cui le si incontra. Giacomo in qualche modo, gli era affezionato ma non vi era dubbio, tuttavia, che ritenesse di annoverarlo, a pieno titolo, anche nel personalissimo carnet dei rompicoglioni specializzati. “Come stai?” chiese Caravita con una nuova, grande pacca sulla spalla e sgranando il suo sorriso compagnone. “Beh non è una grande giornata oggi come puoi immaginare. E tu?” “Che ti devo dire, sono distrutto. Lavoro come un cane alla procura di Palermo, con mia moglie che la metà del mese la passa a Roma dalla madre. Avanti e dietro. Insomma una mezza chiavica. E tu?” “Sono qua” “Io guarda da una parte ti invidio perchè sta’ cosa di venire nei villaggi non te la sei mai tolta eh? Senti e Marco, Alessandro insomma tutti gli altri?” “Bah, ogni tanto ci sentiamo, si fa la solita rimpatriata poi ognuna torna alle sue nevrosi preferite. L’atmosfera negli ultimi tempi si era fatta piuttosto pesante.” “E la professione?” “Prosegue” “Minchia ho visto che parli al convegno di Taormina di settembre, dopo il Professor Rossato, ormai sei nell’empireo eh!” “Si infatti. Senti vuoi bere qualcosa una aranciata, un pastis ... non so?” “Nulla ... Anzi una grappa va. E quindi?” “E quindi niente. Sono qui. E stamane è successo qualcosa che proprio non mi spiego”. Giacomo ordinò da bere. “Che cosa non ti spieghi? Era il solito buffoncello che si è messo in barca da solo con 35 nodi di maestrale ... Per carità non cominciamo con le masturbazioni mentali Giacomo che io già ho tanti di quei casini!” “Masturbazioni? Ieri siamo tutti andati a letto tardi dopo la festa, compreso Stefano, che probabilmente, come tutti, era anche ubriaco. Perchè svegliarsi alle sei per prendere la barca da solo?” “Giacomo abbiamo verificato, pare che questo Stefano più d’una volta abbia preso la barca di mattina presto. Era un fissato. Pensava di essere una specie di mago del quattro e venti. E le sue sbrasonate gli sono costate caro.” “No, non dopo la festa di ieri. E la ferita?” “Quale ferita?” “La presunta ferita fatta dal boma in strambata. Perchè è sulla nuca? Semmai dovrebbe essere sulla fronte. In strambata, se sei al trapezio, non potresti in alcun modo ricevere un colpo alla nuca, ma semmai sulla fronte”. “Oddio Giacomo. Ma come fai a sapere dove si trovava lui quando ha strambato? E poi ci sono tracce di sangue e capelli sul boma, oltre al segno del colpo”. “E’ stato artefatto. Con trentacinque nodi di vento il trapezio non riesci neanche ad agganciarlo.” “Ah, ho capito adesso. Cominci ad annoiarti in posti come questo, e dopo un po' ti metti a fare il tenente Colombo. Per me è un incidente, caro Giacomo, e non ho motivo di armare un casino su una cosa che mi appare evidente essere un incidente”. “Tu andavi in barca, vero? Male ma andavi in barca giusto?” “Grazie per il male ma comunque si, andavo in barca. E allora?” “Vieni con me” disse Giacomo indicando in direzione della darsena. “Dove andiamo?” chiese Caravita “Tu non ti preoccupare”. Giacomo lo condusse alla darsena dove la barca di Stefano era stata tirata in secca e sigillata. Di fronte alla barca Giacomo si arrestò e chiese a Caravita “Che cosa noti?” “Noto una barca”. “Simone non fare il fesso non noti nulla?” “Beh veramente …” “Il quattro e venti era armato per uscire in due. Randa piena, non ridotta, e fiocco. Perchè non controlli tu stesso?” insistè Giacomo. Caravita esitò qualche minuto mentre, da dietro i suoi occhiali, fissava perplesso Giacomo, lisciandosi il pizzetto. “Allora facciamo un patto. Io apro un’inchiesta ma tu, nel frattempo, ti riguardi le bozze della mia monografia, quella per il concorso”. “Ma che cazzo c’entra adesso la tua monografia con il delitto?” chiese Giacomo stupito. “C’entra perché io il quindici settembre prossimo debbo presentare la monografia e debbo ancora rivedere tutti e due i capitoli finali. Se io sono qui a fare Kojak qualcuno lo deve fare al posto mio no?” “E di quante pagine sarebbe questa monografia?” “Duecentocinquanta”. “Sei un rompicoglioni”. “Anche tu”. “Senti allora comincia la tua indagine verificando che non manchi anche un altro salvagente”. “D’accordo Sherlock. Adesso però torno a Palermo che c’ho i ragazzi stanchi, devo ripassare in Procura e cominciare a redigere il verbale e gestire tutti i casini che queste cose comportano”. “Vedo che l’idea di ricercare l’assassino di un ragazzo di ventidue anni, che è stato ammazzato a bastonate, stimola il tuo alto senso del dovere, non solo quello d’ufficio, bensì quello morale, che più ti fa onore” disse Giacomo sarcasticamente. “Dovresti fare la mia vita per qualche tempo prima di giudicarmi. Ciao Giacomo sarò qui domani dopo pranzo”. Giacomo osservò Caravita allontanarsi. Le sue scarpe nere, il suo abito blu doppiopetto, la camicia bianca col collo largo e il sigaro toscano col quale da anni annichiliva tutti i suoi incauti interlocutori. Un pezzo della Roma che fuggiva era venuto a stanarlo fin lì. Al ristorante il clima era strano. I clienti avevano in parte superato lo shock, anche perchè molti non avevano neanche vissuto la scena. I ragazzi del villaggio invece erano inebetiti. Giacomo cercò tra i tavoli Alessia, ma non la vide. Cenò da solo allora, accanto ad un ragioniere di Milano, che gli parlò di come avesse sfiorato spesso la morte nella sua casa di campagna vicino al lago. Tutti volevano sapere dell’incidente, dettagli, particolari, e tutti concludevano, ipocritamente pensosi, con le loro affermazioni da vagone ferroviario. Giacomo non riusciva a smettere di pensare. Era sicuro che si trattasse di un omicidio ma non afferrava il possibile movente. Cosa poteva aver scatenato una reazione così violenta? Era stato meditato? Perchè dopo quella nottata Stefano si era fatto convincere ad uscire in barca? Aveva paura che anche quel pensiero, persino quella vicenda, potesse diventare una delle sue musichette ossessive di cui non si sarebbe facilmente disfatto, se non in esito alla sua soluzione. E così, mentre percorreva, incerto, i vialetti del club, accompagnato dalla più profonda tristezza, non potè fare a meno di chiedersi se c’era una soluzione anche per tutte le altre musichette che da tanto tempo gli occupavano la testa. (continua)
  11. Vonnettesheim

    Un'interferenza - Capitolo II

    "Un'interferenza" Cap. II II A lui erano toccati i bambini ma ne era contento. Erano tanti e venivano da tutto il mondo. Gli italiani, con le mamme stoiche attaccate alla rete del campo da tennis, gli inglesi, tristi ma tutti di un pezzo, i tedeschi, apparentemente indifferenti, e i francesi che piangevano ma resistevano.Li trovava tutti bellissimi e loro lo adoravano. Alla fine della lezione urlavano impazziti e gli saltavano al collo per tirargli i capelli, baciarlo, tirargli pugni e per chiedergli: “Jacques! ... Jacques! .... Jaaaaaaaaaaaacques s’il te plait! Fait le danseur des ânes 70. Siiiiiiii. Siiiiiii”. Allora Giacomo organizzava l’imitazione del ballerino dei varietà televisivi anni 70, col sorriso stampato, l’occhio spiritato e le braccia in aria. I piccoli impazzivano dalle risate, insieme alle mamme che non riuscivano più a trascinarli in spiaggia. Erano tutti adorabili maschi e femmine. Si divertiva ad osservare quei diritti sghembi, quei rovesci svolazzanti, quelle risate improvvise, i dispetti e le bugie. Non riusciva a sottrarsi al fascino di un teatro vivo, di un’umanità completa che si agitava davanti ai suoi occhi. “Ma sei mancino o destro?” “Io … Io … Sono di Bergamo.” “Lo so che sei di Bergamo Nicola, ma con quale mano scrivi?” “Eh … Questa!” “Mh … E che mano è quella?” “Eh non lo so … E’ la sinistra!” “No quella è la destra!” Eppure trovava difficile fare lezione. Le immagini di lui bambino ai corsi di tennis gli tornavano in mente ancora così nitide e chiare da credere che risalissero solo a pochi anni prima; in certo qual modo, era in imbarazzo, perché si trovava a fare lezione a suoi coetanei. Giacomo si sentiva, in fondo, un loro infiltrato nel mondo dei “grandi”, e quel ruolo di maestro suonava come un travestimento posticcio. Gli tornarono in mente i suoi vecchi maestri, le loro facce velate da un abbronzatura costante, le battute, il romanaccio “perbenizzato”, i versi strani e le imitazioni. Si ricordò dei loro racconti di gioventù, frutto spesso di pura fantasia, nei quali si narrava, enfaticamente, di partite epiche contro avversari irriducibili, vinte in extremis con tattiche sopraffine o deus ex machina di puro talento. Oppure la partecipazione a tornei di prestigio, dove avevano incrociato la racchetta con futuri campioni del circuito internazionale. E poi le donne, le conquiste impossibili, gli intrighi di circolo. Giacomo si chiedeva se i bambini lo avrebbero ricordato, se avrebbero ricordato la sua faccia come lui ricordava ancora la faccia, i gesti, le imprecazioni e la simpatia dei suoi vecchi maestri ed istruttori. Pensava che sarebbe stato sufficiente che almeno uno, un solo bambino lo ricordasse per giustificare quel viaggio. Si rammentò dei campi gelati, bianchi di sale, nell’atmosfera rarefatta di un pomeriggio d’inverno, con in testa l’illusione di un futuro agonistico di successo, di trionfi internazionali, di donne inarrivabili. Si ricordò di Zio Peppe, il guardiano del circolo, con la sua faccia da pescatore e la pelle raggrinzita da decenni di sole, sempre ubriaco e bestemmiante, che gli spiegava i segreti della manutenzione. Anche lui era sparito, senza traccia, come tante, tantissime cose della sua vita che ora cercava di ricordare, anche le più insignificanti. Giacomo assisteva curioso al nascere dell’amicizia fra i bambini, anche fra quelli che non hanno alcuna possibilità di scambio verbale, provenendo da paesi diversi. Eppure le amicizie nascevano facilmente, semplicemente. Per loro l’importante era giocare e stare bene, perché era sufficiente la fantasia, mentre la realtà di per sé era insignificante. Anzi era il gioco di papà e mamma. Il caldo era pesantissimo e le cicale, tra gli eucalipti, cantavano all’impazzata. Dopo una breve pausa, alla seconda ora arrivavano i russi che, in versione turistica, gli risultavano irresistibili. Si trattava di un drappello di quattro uomini e una sola donna, armati di misteriosi strumenti sportivi - di cui non comprendevano, esattamente, la funzione - che, carichi di entusiasmo e di sovietica disciplina, si dedicavano all’apprendimento tennistico secondo canoni di massimo rigore. Già in sede di spiegazione dell’impugnatura corretta della racchetta, tuttavia, i russi mostravano una assoluta anelasticità di struttura: il polso non ruotava, si spezzava, le gambe non si flettevano si dimezzavano e la palla aveva una sola direzione, ovvero quella che sembrava aver preso nei primi due metri di viaggio, mentre ogni modificazione di traiettoria, successiva ed improvvisa, la escludeva dall’essere presa in considerazione quale legittimo colpo di tennis, cui dover, in qualche modo, rispondere. La colonna vertebrale era un ipostasi, ma fare lezione era un piacere e le risate non mancavano mai. “Karasciò karasciò! Oci karasciò!” ripeteva continuamente Giacomo tentando di dare un ritmo all’esercizio col cestone. “Gambe, legs … Queste come …? Ecco! Piegate, bended! Come? No … piegate! O.K!.” Giacomo spesso non riusciva a trattenere le risate. Questo accadeva quando, ad esempio, nel tentativo di tenere le gambe piegate per colpire la palla, cominciavano a correre con le gambe rattrappite, strusciando le scarpe sul terreno bollente, arrivando tardi sulla palla ma in tempo per far partire una pallata di forza devastante che era costretto a schivare, regolarmente all’ultimo momento. Alle volte doveva addirittura fermarsi perché i sussulti della pancia, a causa delle risate trattenute, erano troppo evidenti. Li lasciò soddisfatti, a fine lezione, boccheggianti sotto l’ombrellone a fianco della club house, tra bottiglie d’acqua minerale, integratori salinici e asciugamani. Tornò in stanza a godersi quella stanchezza fisica che tanto aveva desiderato. Quel cupio dissolvi che in città gli era precluso dalla compulsività dei suoi pensieri. Si ricompose per il pranzo e si recò al ristorante deciso ad adottare una dieta altamente evoluta, evitando accuratamente tutte le perversioni culinarie che il club quotidianamente propinava. A tavola si unì ad una coppia di marsigliesi, lui ufficiale della polizia e lei impiegata in un’agenzia turistica. Si parlò di Marsiglia, dell’Italia e dei vini francesi. Più parlava con i francesi più trovava che il loro cinema ne avesse resa sempre un’ottima descrizione. I marsigliesi erano veramente marsigliesi e, mentre li guardava, mentalmente ne ripercorreva tutti i lineamenti del viso, per immaginare come li avrebbe disegnati Uderzo. Dopo pranzo si rifugiò in stanza, alla ricerca di qualche minuto di sonno. Nel volgere di pochi istanti cadde in un sonno profondo. Fece un sogno di mare, ancora una volta, che aveva come scena il suo paesino di vacanza. Ma non era il solito mare nero, notturno dei suoi sogni ricorrenti, a volte calmo a volte in burrasca, con scogli da cercare in acqua, con le mani o coi piedi. E non c’erano barche in navigazione notturna da cui si rischiava di cadere. Era giorno, in un’ora indefinibile, con la spiaggia deserta. Solo pochi ombrelloni, quelli degli amici di famiglia, ma senza nessuno. Non capiva se fosse la stagione sbagliata, ma con gli ombrelloni, oppure fosse semplicemente la stagione giusta, ma senza le persone. Il sole non aveva una posizione definita. Si svegliò di soprassalto, preoccupato di far tardi alla lezione. Arrivò alla club house affannato, afferrò la racchetta e entrò subito in campo poiché era già cominciato il corso degli inglesi. Si trattava di avvocati inglesi con relative mogli. Erano simpatici e per nulla inglesi. L’errore fondamentale, tuttavia, fu quello di mettere mogli contro mariti nella partitina finale. Le donne battevano i mariti e questo aveva creato un problema familiare di netta evidenza. Eppure le mogli continuavano ad essere mogli. Dolci, apprensive per i mariti quando rischiavano di farsi male, preoccupate per i bambini che erano con le ragazze del club junior. Ma se si doveva fare una gara loro non mollavano una palla, ed anzi giocavano ragionando con astuzia. Giacomo pensò che aveva avuto una dimostrazione concreta dello scollamento in atto nei rapporti tra sessi di cui tanto si parlava nei media. Alla fine della lezione avanzava un po’ di energia per palleggiare con Alì. Giacomo voleva familiarizzare con quell’atteggiamento di impeccabilità tennistica. Voleva essere sensibile all’idea di giocare avendo sempre bene chiara in mente l’immagine del movimento giusto, del suono che voleva ottenere, della linea della palla. Voleva vedere se riusciva ancora a lavorare sulla sua negatività per eliminarla. Dopo tanti anni di tennis, solo da poco si era reso conto che, in campo, non si era mai sufficientemente lasciato sedurre dall’idea di giocare bene, concentrandosi sul suo gioco, anzi facendosi sedurre dal suo gioco, bensì dall’idea di perdere, e di sfigurare con una avversario evidentemente inferiore a lui. Questo significava, alla fine, perdere realmente, specialmente le partite importanti. Capiva che quel tipo di negatività lavorava sotto pelle, e che la tanto decantata grinta, nel significato e nei riti che tutti le ricollegano, in realtà non era, di per sé, utile a sconfiggerla. Quella lotta, infatti, richiede una volontà diversa, ed una sensibilità per le cose della vita che, forse, arriva solo tardi. Soprattutto si chiedeva se questo, in realtà, non accadesse anche in tutte le altre sfide della sua vita e se c’era un modo di vivere impeccabilmente, senza perdere le emozioni. Tornò in stanza frastornato dal pastis, pronto per il sacro rito della doccia. Sotto l’acqua capì che forse quel percorso mentale lo avrebbe potuto portare da qualche parte, e provò nuovamente a cercare di interrompere il suo dialogo interiore, perché era di silenzio che la sua mente aveva bisogno, solo silenzio. Scelse una nuova camicia, il suo paio di pantaloni preferiti e si recò al ristorante cercando di ricreare nella sua testa quella sensazione che si ha nei sogni quando ci si accorge che, forse, si sta sognando, e allora si vive la situazione sapendo che un qualche intervento creativo lo si può effettuare. Insomma, come quando in sogno ci si augura di essere in grado di suonare perfettamente il pianoforte, pur consci che non si sono mai prese lezioni; ma quando la scena si sposta al pianoforte ci si accorge, improvvisamente, che si è in condizioni di suonare perfettamente. Letta in questa chiave ogni situazione di vita poteva essere interessante e curiosa, poiché evocava un concetto di volontà diverso e più vero, e trascendente. Il problema fu che, come risultato di questo atteggiamento, quella sera pranzò con un consulente finanziario modenese che lo subissò di beghe ed elucubrazioni a sfondo lavorativo che gli rovinarono la cena. Passeggiò per il villaggio senza meta, ripercorrendo mentalmente i suoi “dopocena” d’estate, da bambino. Quando la Vaudetti cominciava a presentare Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi, e a spiegare il funzionamento del “fil rouge”, si partiva con la bici per chiamare gli amici. In breve erano tutti riuniti sul lungomare. Il programma era ripetitivo eppure, allo stesso tempo, sempre diverso. Poteva trattarsi di una gara di salti dal muretto, di una corsa in bici alla ricerca delle ragazzine più carine, che erano già in giro per il paese, oppure di una raccolta di vecchi giornaletti per allestire una piccola rivendita vicino alla pineta. Ma il piano che tutti preferivano poteva essere attuato solo quando il “Supercinema” programmava un film “caldo”. Si correva ad attaccarsi ai portelloni delle uscite di sicurezza della sala cinematografica, lasciati aperti per consentire un minimo di ventilazione. Da lì era possibile rubare, con l’ansia di mandarle a memoria il più fedelmente possibile, le forme di Lisa Gastoni in sottoveste, cogliere i turbamenti di Alessandro Momo davanti alla bellezza di Laura Antonelli, e valutare con maggior tranquillità quel nuovo mito di cui tanto si parlava, l’Agostina Belli nel suo momento migliore. Il sogno erotico, tuttavia, andava in frantumi, presto e malamente, quando “il Tedesco”, ovvero il bigliettaio – maschera – custode del Supercinema, accortosi del supplemento di pubblico “in esterna”, si lanciava all’attacco dei ragazzi urlando ed imprecando parole in dialetto dall’effetto terrorizzante. L’abilità, dunque, era tutta nell’inforcare la bicicletta il più velocemente possibile, ed allontanarsi rapidamente prima che “il Tedesco” fosse in grado di raggiungerli. Solo ora Giacomo si rendeva conto che, senza l’intervento del Tedesco, la tappa ai portelloni non avrebbe mai avuto lo stesso sapore. Anche perché il Tedesco non li avrebbe mai potuti raggiungere, neanche volendo. Al bar, dopo cena, incontrò i suoi allievi inglesi che lo misero di buon umore. La polemica tra mogli e mariti non era completamente sopita, ma il tono era quello da telefilm inglese pomeridiano e, nel complesso, piacevole. Decollò quindi una piacevolissima conversazione irrorata di alcool, che sul tavolo non mancò mai. Si alzò dal tavolo ubriaco ma contento, e tornò in stanza zigzagando, eppure sufficientemente lucido per rendersi conto che, anche per conversare piacevolmente, occorre non avere pensieri in testa, ed al contrario è necessario disporre di tutta la capacità di abbandonarsi agli altri ed alle loro storie. In camera non poté fare a meno di piombare in sé stesso, nuovamente, accompagnato questa volta dalle canzoni degli Eagles. Il mattino dopo Giacomo si svegliò con un grande mal di testa e lo stomaco in subbuglio, e, se non fosse stato per il beverone caffeinico del club, difficilmente avrebbe potuto fare lezione. Era ancora giorno di bambini. Man mano che passava il tempo si rendeva conto che i bambini non sono solo un spettacolo da vivere asetticamente e passivamente, poiché interagire con loro si dimostrava difficilissimo. Giacomo si rendeva conto che ognuno di loro era diversissimo dagli altri, e che una frase sbagliata con un bambino poteva dar luogo ad un piccolo fenomeno psicotico, ad una reazione emotiva nevrotica, quasi animalesca. Ma trovava interessante anche quell’esperienza ritenendola, in qualche modo, utile per sé stesso. Probabilmente perché riteneva che gli adulti, emotivamente, avessero le stesse reazioni che avevano i bambini. Aveva dimenticato la scomparsa di Alessia e si stupì di vederla, a pranzo, davanti all’entrata del ristorante. Era vestita da pirata con la benda e il fazzoletto, e rideva con i colleghi di mascherata sotto un sole allo zenit, mentre il presepe dei turisti si muoveva lento, ma inesorabile, verso “il cibo”. Stefano, a torso nudo, sedeva, bravamente, su una seggiola posta accanto al vascello di cartone, e salutò Giacomo, che nel frattempo fissava, incerto, la scena. “Ciao avvocato, senza udienze oggi?” disse lui sorridendo ironicamente. “Ah Ah!... Si ... No ... Oggi giornata tranquilla ... Solo rinvii” rispose Giacomo pigramente. “Perchè non prendi un tavolo per tutti, dai avvocato sii gentile!” “Si ... Si ... Se la hostess non ha problemi ...Volentieri”. Alessia, in disparte, non gli aveva rivolto la parola e continuava a scherzare con gli altri ragazzi. Giacomo, tuttavia, notò, con la coda dell’occhio, che lei lo aveva seguito, con lo sguardo, sino all’entrata del ristorante. Con questa gratificazione in tasca si rigettò nel grande flusso di anime che pervadeva il ristorante. Non pensò neanche per un attimo a cercare un tavolo per la brigata di pirati. Mangiò, invece, con i bambini sapendo che, quella sera stessa, si sarebbe organizzato il “treno fantasma” e che loro erano nel pieno della eccitazione. “Giacomo quando parte il treno fantasma? Dove ci porta?” chiesero alcuni con gli occhi sgranati. “Che domande! Nella foresta” rispondeva lui inquietante. “E cosa c’è nella foresta?” ancora più incuriositi. “Ci sono i fantaaaaaaaaaaantaaaaasmiiiiiiiii” rispose Giacomo agitando le braccia goffamente per terrorizzare i bambini che cominciavano a correre urlando, impazziti, per il ristorante. Il treno fantasma lo divertiva sul serio. Si trattava del trenino che trasportava i clienti da un capo all’altro del villaggio, attraverso stradine sterrate o in piena campagna. Lungo il percorso i ragazzi si sarebbero sistemati nei luoghi più tenebrosi per terrorizzare i bambini. Peraltro, il trucco e le prove avrebbero tolto spazio alle lezioni, che, con il caldo che stava montando incredibilmente, erano divenute molto pesanti. La lezione, comunque, quel pomeriggio, fu piacevole. Essere uno dei ragazzi più anziani faceva si che gli adulti lo cercassero per parlare, e lui, che stava bene, conversava con grandissimo piacere riuscendo a comunicare in modo disteso e tranquillo. Così, il tempo passò rapidamente quel pomeriggio, collezionando squarci di vita quotidiana d’oltremare, vite diverse, colleghi di altri paesi, per scoprire alla fine che la vita ha un linguaggio ed un percorso comuni e ritornanti, ai quali, in fondo, ben pochi riescono a derogare. Quella sera il momento del pastis fu ancora più divertente. Tra una “tazza” e l’altra Alì, col suo francese arabico, spiegava i ruoli di tutti all’interno del treno fantasma. “Allora giovanotti! Il programma è il seguente: Giacomo tu, da bravo avvocato, fai il vampiro, quindi mi raccomando cerca in costumeria tutto quello che ti serve. Io che sto qui da più tempo di tutti faccio lo zombie, mentre Alberto fa un diavolo, che sarà un po’ cazzone come lui ma sempre diavolo è, e poi Alessia fa la strega che si vede bene che è brutta come la fame!”. Giacomo partì per la sua stanza fantasticando circa il suo travestimento. Ancora un travestimento ancora una recita, e, ancora, la sua mente schizoide che costruiva, da un lato, e demoliva dall’altro. Si chiedeva se almeno quello era il terreno migliore per dar spazio alla creatività. In costumeria, quella sera, c’era un gran fermento ed una generale euforia. Le ragazze, seminude, davanti allo specchio si dipingevano la faccia, coloravano i capelli con tinte sgargianti e sistemavano i costumi sotto gli sguardi dei ragazzi ben più impacciati. Sotto il coordinamento di Laure, la costumista belga, si frugava tra i costumi, i lustrini, gli ombretti, i ceroni gareggiando nella scelta dei disegni più terrificanti. Giacomo era turbato dall’odore di donna, dalla presenza di quelle gambe femminili, di quegli slip, ostentati, come se fosse inevitabile per motivi di lavoro, ma, invece, furbescamente esposti per la fantasia di tutti. Si ricordò dei pomeriggi nei quali, da bambino, la madre lo trascinava ad accompagnare sua sorella ai corsi di danza. Era un mondo a parte, nel quale lui entrava con il fedele giocattolo portato da casa stretto in mano. All’epoca, la scuola di danza sembrava un appartamento immenso, popolato da personaggi adulti, alquanto stravaganti e magici, avendo essi preso parte ai varietà televisivi del sabato sera, quando la Carrà incitava il maestro ad una musica adeguata al suo stato d’animo, Bianca Maria Piccinino parlava continuamente di armi strategiche in Viet Nam, il cavallo di Zorro rampava tutti i pomeriggi alle cinque, Rascel era un inverosimile Padre Brown, e in una certa isola era pieno di gabbiani. La regina del luogo era, ovviamente, la maestra, le cui foto di scena in bianco e nero tappezzavano le pareti dell’ingresso. E così, mentre la motocicletta da cross attraversava, rombando, poltrone, pavimenti, battiscopa, o mentre l’ineffabile Billy, col suo destriero bianco, attraversava al galoppo tappeti consunti e scrivanie, o, ancora, quando con una piccola torcia elettrica, Giacomo – Burton tentava di violare il castello dei nazisti – dove solo le aquile osavano volare !– ben difeso tra la vasca da bagno e il lavandino, nel cuore di Giacomo cresceva, lentamente, anche la voglia impaziente del momento in cui avrebbe potuto gironzolare, indisturbato, tra le ragazze che si cambiavano nell’anticamera, alla fine della lezione, ben coperto dall’impunità propria solo dei bambini. Era chiaro, dunque, che invidiasse, con tutte le sue forze, l’unico bambino del corso, il quale poteva liberamente circolare tra slip, calze, cosce e bambine seminude tutte le volte che avesse voluto, sebbene percepisse già che l’impunità di cui lui godeva, certamente più ampia, probabilmente aveva una origine diversa rispetto alla sua. Ancora una volta Giacomo si trovò a constatare che quel tipo di sensazioni, in fondo, erano ancora alla base delle sue fantasie di adulto, popolate principalmente di attimi rubati, di concessioni implicite, di odori inebrianti e di occhi indiscreti. Cominciò a rovistare tra costumi e trucchi, alla ricerca delle tinte che preferiva, delle pezze più sgargianti, della parrucca più adatta. Stava giocando ed era contento. Dall’enorme cassapanca trasse di tutto: un saio bianco, una corda, un mantello nero, sandali, sciarpe di seta. Prese a travestirsi e, dopo un’ora di ripensamenti e prove, fu pronto. Si era trasformato in un vampiro inquietante. Troppo. In faccia era completamente bianco, con delle sottili venature a matita nere, profondi occhi, scuriti con l’ombretto azzurro, un rivolo di sangue colava dal naso, ed un saio rosso. Terminata l’opera si accorse di aver dato vita più che ad un vampiro ad uno spettro onirico, nevrotico. I colleghi lo guardavano in modo strano, ancorché incuriosito. Nelle varie stazioni dove il trenino avrebbe sostato, i ragazzi avevano sistemato supplì caldi ed ogni tipo di bevanda alcolica. Prima di recarsi nella stazione a lui assegnata, Giacomo passò in cucina, e grazie all’amicizia del furiere si procurò una bottiglia di Vermentino di Sardegna e del formaggio. Per strada incontrò Alberto che si dirigeva anche lui nel posto stabilito. Cominciarono a parlare di donne e dei pettegolezzi del villaggio, innaffiando le chiacchiere col Vermentino. “L’hai vista la moglie di quello di Roma che è arrivata ieri?” chiese Alberto con la bottiglia in mano. “Si l’ho vista. Ha un gran bel culo!” disse Giacomo dopo una ricca sorsata. “Il culo? E le pere? Hai visto che pere che c’ha?” “Si ma è balconata” disse Giacomo ridendo e bevendo. “E che mi frega che è balconata? Minchia mi tira da morire!” “Ma tu non stai con la Claudietta, quella di Napoli?” “No m’ha rotto. Mi fa far tutto tranne che scopare. Ste’ qua son tutte matte. Oh il mese scorso arriva sta’ tipa di Milano, Alessandra che … Che … Insomma viene al tennis e mi chiede di farla palleggiare. Io dico eh certo che ti faccio palleggiare! Sai questa era una che c’aveva il fidanzato a Milano che faceva l’assistente all’università, lei studiava alla Bocconi. Oh! Stava con questo da due anni ed era vergine. Figa! Me la son fatta sul campo da tennis prima di cena! Cazzo il mese scorso mi son proprio divertito.” Giacomo rideva come un pazzo, ma, sotto sotto, invidiava quel ragazzetto che aveva avuto la fortuna di essere in quel posto a vent’anni. Rideva perché aveva di fronte Pinocchio. Pinocchio nel paese dei balocchi. Alberto era simpatico e conversare con lui era molto piacevole sicchè, in attesa del treno, tra un urlo terrorizzante e l’altro, in breve furono tutti e due ubriachi. Nel mentre, dal mare, una enorme luna rossa, lentamente, stava sorgendo carica di tutto il suo fascino, e i grilli avevano cominciato ad accordare, sinfonicamente, il loro trillo. Sentendo i primi urli e il rumore del treno che si avvicinava, sistemarono i fumogeni dietro al tronco del pino, accesero le fiaccole a petrolio, piazzarono il registratore con gli effetti sonori e, ridendo, si prepararono alla pantomima. Giacomo, anche lui ebbro, si agitava tra i fumi ridendo come un pazzo. I bambini, che lo riconoscevano, gli tiravano palle di carta, qualcuno ridendo, qualcuno in lacrime. Le mamme, dal canto loro, ridevano come pazze nel tentativo di tenere a bada i più scalmanati. Giacomo, in quel frastuono, non poteva fare a meno di chiedersi se tutto quello che stava facendo non fosse, in realtà, frutto di pura follia. Se ne rendeva conto solo a tratti, e solo per potersi rituffare nella sua follia con maggiore convinzione. Così, in quel fragore assurdo, popolare, consumista, alternando grandi sorsate di vino a battute con Alberto, si chiedeva se questo era ciò che tutti dovrebbero fare, ogni tanto nella vita, o se in quel momento era giusto sentirsi piuttosto come Alberto Sordi nei “Vitelloni”, nella scena della mattina di capodanno, vestito da donna e con una grande testa di cartone al guinzaglio. Ma c’era poi davvero differenza? Si rispose di no. Quindi si lasciò andare, ragazzino tra i ragazzini, ululando come un fantasma, agitando le braccia e ridendo di sé stesso e di tutto, godendosi a pieno il suo salto nel dirupo. Alla fine della festa era stanco ed affamato, ma per fortuna arrivarono le baguettes col prosciutto organizzate dal Capovillaggio, che sopraggiunse col fuoristrada, alla fine della saga, in compagnia di una tipa ossigenata e di due tunisini che non appartenevano allo staff. “Ciao Sergio” salutarono i due al suo arrivo. “Ciao ragazzi. Bravi. Però che cazzo sempre i soliti! Chi è che si è imboscato stavolta? Filippo delle immersioni dov’è?” “Non saprei” disse Alberto intorpidito dal vino. “Non dovevano esserci altre due persone con voi?” “Si ma non li abbiamo visti” aggiunse Alberto. “Va bene. Allora stasera, dopo le prove dello spettacolo di domani, riunione di sport e animazione dietro il ristorante. D’accordo? Avvertite gli altri” Giacomo sapeva che non sarebbe andato. Per quel giorno era tutto. “Secondo te questo è più stronzo o più coglione?” chiese Alberto dopo che Sergio fu sparito dietro la curva. “Penso che abbia pari titolo ad essere annoverato in entrambe le categorie” rispose Giacomo tirando ampie boccate dalla sigaretta che si era da poco acceso. I due smontarono la scenografia e riportarono tutto in attrezzeria, barcollando e ridendo. Giacomo, ancora vestito e truccato, decise di passare al tennis prima di tornare in stanza per recuperare le chiavi della cassa delle racchette, per la lezione del giorno dopo. Lungo il tragitto notturno, tra cespugli secchi, cardi appuntiti, canne e siepi, era accompagnato dalla luna, ormai immensa, che illuminava la mulattiera che conduceva ai campi da tennis, in un tripudio di trilli notturni che cresceva lentamente insieme al vento freddo del nord che, già dal pomeriggio, aveva cominciato a soffiare sempre più forte. Le lampare dei pescherecci brillavano chiare sulla linea del mare, ben visibile ora con la luce della luna, mentre dalla discoteca arrivava, sordo, il ritmo della musica. Giacomo si arrestò per un istante su una grande pietra piatta ad osservare quello spettacolo notturno con la testa vuota. Poi riprese il cammino. Arrivato al club si diresse alla casetta – ufficio per recuperare le chiavi quando ebbe un sussulto, sentendo il tonfo violento di una sedia che cadeva. “Dio mio chi è?” disse una voce che conosceva già molto bene. “Ma ... Alessia?” chiese lui esitante. “Chi sei?” “Sono Giacomo. Ma che ci fai qui?” disse lui sorpreso. “Nulla ... Nulla” diceva ora più calma, mentre emergeva dalla penombra, tirando, di tanto in tanto, su col naso. “Cazzo Giacomo m’hai ammazzato!” “Scusami. Ma veramente escludevo che ci fosse qualcuno qui stasera ... Che hai? ... Che è successo?” “Nulla ... Avevo dimenticato le scarpe ...E tu?” “Le chiavi” disse Giacomo avanzando, ma intimidito dal suo travestimento che, improvvisamente, gli era diventato imbarazzante. “Oddio ho bevuto così tanto. Mi sa che ho vomitato ... Anche ... Infatti adesso sto meglio. Ooooh ..... Che mal di testa!” disse lei tenendosi la fronte. “Dov’eri per il treno fantasma?” chiese Giacomo ancora timido. “Ah! Si … Non me lo ricordo … Cioè si … Vicino alla discoteca con Valerie”. “Ho capito. Ti sei divertita?” chiese Giacomo esitante. “Certo certo. E’ stato carino”. “Vuoi che vada via?” chiese infine Giacomo ritenendo che Alessia non fosse lì solo per recuperare le scarpe, ma soprattutto per stare da sola. “No … No non c’è problema … Anzi adesso torniamo insieme” disse lei stropicciandosi gli occhi. Giacomo, imbarazzato dal suo travestimento, si avvicinò “Secondo me non c’è di mezzo solo la sbronza ... Che succede?” “Nulla ... Nulla .. Sul serio ... Sono un po' scema sto’ periodo ... Mia madre è sparita ... Ho provato a chiamare a casa e la filippina ha farfugliato qualcosa sulla Francia ... Non mi ha neanche avvertito ... Poi sto’ coglione ...” “Ma chi?” “Stefano ... Ma si fa lo stronzo ... Appena mi vede con qualcuno fa il tipo duro ... Mi annoia da morire ... All’inizio si stava bene poi ... Boh ... Poi lui ha la donna a Milano ... Enrica. E’ che non riesco a uscirne. Sto qui da due mesi e... Se non avevo lui mi sarei depressa e invece ... Adesso. Stasera poi è sparito!” “Pensavo che le streghe come te avessero mille magie da fare in casi come questo” disse Giacomo avvicinandosi. “Già ma io mi sento la figlia sfigata di Mary Poppins!” disse lei soffiandosi il naso. “Beh ti comunico che come spazzacamino ho trovato un po’ di fumo. Se ti va ne rollo un po’. “Si che bello! Il mio Giacomo ... Si che ne ho bisogno!”. Giacomo si tolse il costume da spettro e cominciò ad armeggiare tra cartine e sigarette, mentre la luna, gigante, ormai alta nel cielo, illuminava a giorno tutto il villaggio. “Ti ho sognato questa notte” disse Giacomo armeggiando con l’accendino. “Anch’io” rispose lei gelandolo. “Io cosa facevo?” aggiunse lei. “Eri in spiaggia ... Di notte ... E piangevi.” “Non ci credo.” “E’ la verità” “E poi?” “Ero interdetto perchè volevo avvicinarmi ... Chiederti ... Poi ho pensato che avresti reagito male ...Lasciavo perdere ... E poi ... Non ricordo più.” “Un vero sogno premonitore” disse lei ridendo. “Tu invece mi portavi al cinema a Milano. Ma con me c’erano i miei genitori, ed io ero così imbarazzata perchè, tra me e me dicevo, “Dio mio penserà che sono una bambina che si porta i genitori al cinema”. Poi però mi portavi a casa mia sul lago, mi lasciavi lì dicendomi che saresti tornato ... Mi prendeva un’angoscia terribile e andavo nel letto di mia nonna ... Che dormiva ... Lei è morta un anno fa ... Ma nel sogno era viva, sorridente, felice.” “Andate al club, dicevano, i ragazzi dell’equipe vi faranno divertire!” disse Giacomo ridendo. “Sei fidanzato?” chiese lei con un tono di voce più acuto e tranquillo. “No.” “Perchè?” “Anche su questo non ho le idee chiare ... Le mie storie sono condensati di nevrosi, che si esauriscono prima ancora che assumano una identità riconoscibile”. “Oddio! Che palle!” disse Alessia sorridendo. “Si credo sia il commento giusto”. Stettero in silenzio per un po’. “A volte sono belle” riprese Giacomo “Gli amori da controra, ad esempio, quelli dei pomeriggi d’estate, con la città deserta, irreale, tra lenzuola e baci.. “Ma tutte così?” chiese Alessia. “Più o meno. Ma il momento più brutto è quando le rivedo ... Non me le ricordo quasi più, e mi prende il dubbio angosciante di non averle mai realmente amate, altrimenti qualcosa avrebbe dovuto sopravvivere. E sto male.” “Ma non ti dispiace stare da solo?” “A volte.” “Giacomo tu sei pazzo!” disse Alessia sorridendo. Parlarono ancora a lungo sotto l’effetto logorreificante del “fumo”. Alessia ora era serena, e i suoi grandi occhi brillavano felici nella luce della luna. Rannicchiata, con le gambe sulla sedia, rideva appassionata di fatti, episodi, progetti, viaggi che Giacomo - spettro ormai snocciolava con grande facilità. Poi seguì un lungo silenzio. “Dio mio che luna!” disse lei alla fine “Bella vero?” rispose Giacomo. “E’ splendida.” “Beh … Sono le tre … Credo che per me sia ora di andare” disse Giacomo con la speranza di essere fermato. “Tu ti devi ancora struccare” disse lei guardandolo di sottecchi. “Oddio e come si fa?” “Dai prendo il latte detergente in camera mia e ti aiuto, andiamo” disse lei alzandosi. Giacomo avvertiva che Alessia era nella sua orbita, ormai. Si avviarono verso la stradina mentre, nel frattempo, il vento da nord era rinforzato enormemente e batteva il villaggio con violenza. Era lui l’autore involontario di quel cielo terso nel quale la luna si era accomodata, in primo piano. Era fresco e si infilava sotto la camicia. Entrò in stanza preoccupato di eliminare i segni della sua pigrizia. I suoi panni sporchi, sparsi sul letto e per terra, gli asciugamani, appesi sul filo che attraversava la stanza, la bottiglia di whisky stappata sul tavolino. Diede uno sguardo al bigliettino giallo che, con una puntina da disegno, era ancora lì, sulla bacheca di sughero. Rassettò rapidamente e poi si diresse verso lo specchio. Gli girava ancora la testa. Si guardò la faccia, dritto negli occhi. Era completamente fuori di sè, ma felice e grottesco. Non sapeva se avrebbe fatto l’amore con lei. Era felice proprio perchè era felice per il solo fatto di stare ancora con lei, ed era irrilevante cosa avrebbero fatto. Alessia bussò mentre lui ancora era ipnotizzato davanti allo specchio. “Ciao pazzo!” disse lei sorridendo. “Allora mi strucchi?” chiese Giacomo sedendosi sullo sgabello di fronte allo specchio. “Si. Perchè ti sei truccato così?” “Così come?” “Metti il gelo addosso.” “Non era mia intenzione. Volevo solo spaventare i bambini.” “E invece secondo me hai gelato tutti” disse Alessia stappando la bottiglia del latte detergente. Giacomo la osservava mentre armeggiava con la bottiglia di latte detergente e l’ovatta, soffermandosi sulle mani lunghe, le unghie corte, il dorso dorato dall’abbronzatura, e un piccolo tatuaggio nell’incavo tra il pollice e l’indice. “Siediti qui su. Ci penso io chiudi gli occhi”. Giacomo sentì il freddo del latte sulla pelle, mentre Alessia delicatamente puliva la fronte, le sopraciglia, il contorno degli occhi, nel più totale silenzio. Si sentiva solo il respiro di entrambi, l’odore mielato dei trucchi e della sua maglietta. Alle volte Alessia, sottovoce, diceva qualcosa. Giacomo si accorse che adorava la sua voce, il timbro, il tono. Osservava il lento scorrere di uno dei momenti belli della sua vita, con il terrore di poterne godere completamente solo quando fosse finito. Aspettava, immobile, che il respiro di lei gli accarezzasse gli occhi umidi di latte, la fronte, le guance. Senza dire una parola. “Hai la pelle secca” disse lei “Dovresti tenerci di più.” “Lo stato della mia pelle interessa a pochi.” “A questo caro avvocato, mi spiace, ma non credo”. Dopo qualche istante, improvvisamente, Alessia smise di struccarlo e si fermò. Si guardarono fissi per alcuni istanti, senza dire nulla. Quando le labbra cominciarono a sfiorarsi, a lungo e senza baciarsi, il cuore di Giacomo prese a battere forte, senza controllo. Il sapore si fondeva con quello dei trucchi e del latte detergente, ed i pensieri, tutti, erano spariti, uno dopo l’altro. C’era solo lei, i capelli, le labbra, le mani, la schiena. La osservò mentre si spogliava. La biancheria ancora da ragazzina, il segno bianco del costume, le mani bellissime. Alessia non gli toglieva gli occhi di dosso, non lo lasciava per un istante. Le lenzuola erano umide come quelle della sua casa al mare durante le gite di primavera. Era dentro di lei ma non si muovevano, e si chiamavano solo per sentire il proprio nome pronunciato dall’altro, mentre rivoli di sudore scendevano lentamente su tutto il corpo. L’attese fino alla fine, sino a quando, alle gocce di sudore, si unirono le lacrime di lei. Rimasero immobili, esanimi, così, mentre il condizionatore cominciava, con la sua aria fresca, a raffreddare i corpi madidi. Poi Alessia, ora ghiacciata e col cuore palpitante improvvisamente gli soffiò nell’orecchio “Sai qual è la cosa che mi succede dopo tutto questo?” “Si” disse Giacomo. “Che cosa?” chiese lei in tono di sfida. “Puoi riuscire a leggermi i pensieri” disse Giacomo sorridendo e guardandola fisso. Alessia tacque, e adagiò la testa sul cuscino fissandolo, anche lei, lievemente inquieta. (continua)
  12. Vonnettesheim

    Un'interferenza

  13. Vonnettesheim

    Sanctum

    Vi trovo molti spunti interessanti. I luoghi, tanto belli quanto ignorati dai più, la santità involontaria e non creduta, la sincerità del Sanctum (perchè il neutro e non il nominativo Sanctus?) la rabbia che Dio tramuta forse in miracolo, i volti umili della sofferenza senza tempo e la loro fede assoluta e disarmante, il pentimento del santo scettico, il premio di Dio che ancora una volta è l'amore di una donna. La forma però potrebbe forse essere più fluida e le descrizioni meno telegrammatiche. I personaggi sono figure interessanti cui dedicherei maggior tempo, cura e dettagli. Anche il finale mi lascia meno convinto. L'assoluzione degli uomini sopraggiunge alla fine ma poco si intuisce di quella di Dio. Insomma, mi sembrano ispirati appunti per un racconto più ampio, più articolato. Una specie di soggetto cinematografico. Forse ho perso qualcosa, ma mi sembra tutto ancora da sviluppare. Io lo riprenderei interamente perchè è interessante.
  14. Vonnettesheim

    Un'interferenza

    “Un’interferenza” di Gabriele Pirocchi Barca ferma non governa Brocardo marinaresco I Un sapore sottile, metallico gli annunciò il risveglio, ormai imminente, proprio mentre il treno rallentava la sua corsa, in prossimità della stazione di XXX. Le palpebre di Giacomo batterono rapide, sugli occhi asciutti, fino ad aprirsi, definitivamente. Il sole, appena spuntato, fendeva, radente, le tende consunte del finestrino, svelando lo sfavillio della polvere, mentre dall'altro lato, privo di tenda, irradiava spietatamente il viaggiatore seduto di fronte. Questi, addormentato, spenzolava goffamente da un angolo del sedile, come un burattino inanimato; in totale abbandono e col capo sul poggiatesta laterale, emetteva un sospiro affannoso, lamentato, mentre gli abiti e gli oggetti che indossava sembravano non appartenergli più, quasi fossero sospesi, anche loro, in un limbo misterioso. Giacomo lo osservò. La camicia a maniche corte a fantasia, la montatura degli occhiali con griffe, il mocassino intrecciato, le macchie della pelle, le improbabili - eppure al momento evidenti - somiglianze con figure familiari dell'infanzia, i capelli grigi riportati. Il lettore portatile, girava ancora, restituendo la musica della malinconia fiduciosa dei viaggi estivi, e dei pomeriggi in casa, dei biscotti "Gentilini" e dei compagni ormai dispersi, delle pentole borbottanti, e dei libri a metà, con l'ansia di trovare concentrazione nello studio. Si rincorrevano, confusi, i motivi di Burt Bacharach, gli assolo di Pat Metheny, le psichedelie dei Pink Floyd, dei Doors e di Jimi Hendrix contrapposte alle canzoni di Mina, alle improvvisazioni di Miles Davis, alle canzoni dei Crosby Stills Nash e Young ancora ventenni, gli Steely Dan nel loro momento migliore, tutti coinvolti in una strana e caotica babele di stili diversi, ma uniti dal filo dei ricordi e delle emozioni, ed accompagnati dal “gracchietto” del disco in vinile. Era stata una notte di viaggio e di ricordi, ripercorsi alla ricerca dei dettagli perduti, delle espressioni dei volti, dei toni di voce, scherzosi o tristi, che, riemersi, si erano sovrapposti, per tutto il tragitto, alle lucine notturne dei paesaggi attraversati dal treno, alle ombre sfuggenti, ai dirupi appena illuminati dal primo quarto di luna. Lentamente, quelle immagini avevano sostituito, nella mente di Giacomo, le preoccupazioni dello studio, dei clienti, delle ultime commissioni, frettolosamente terminate negli ultimi giorni di luglio, lasciando il posto alla stimolante insicurezza di un nuovo villaggio, dove avrebbe avuto luogo la sua trasformazione da avvocato penalista ad istruttore di tennis. Aveva lasciato Roma ormai completamente avvolta dal sortilegio estivo, quando i trentenni, in città per lavoro, si raccolgono sulle terrazze degli amici alla ricerca del ponentino che non soffia più, di un piatto di pasta fredda, del bicchierino di prosecco economico, e di una meta esotica e il più possibile originale di cui parlare. Si era deciso a sottrarsi, anche quell’anno, ai fine - settimana sulle spiagge della Toscana, tra macchine roventi, cognomi e commenti, tra bocche rifatte e matrimoni falliti, tra giornali e gare di stipendi. Sottrarsi al circo delle continue repliche, ad un esercito invincibile, unito dalla noia, fatto di sguardi inerti e di donne che negoziano la loro nuova relazione amorosa, con l’ansia collettiva di esserci, sempre e dovunque. Un universo eterogeneo, fatto di cercatori di fantomatiche elite, di nevrotici in analisi. Giacomo non si chiedeva volentieri il perché di quella fuga così assurda, perché trovava odioso anche il solo trovarsi a dover giudicare ciò da cui fuggiva. Fuggiva e basta. Forse la sua fuga, peraltro, era tutta in quegli ultimi chilometri che il treno, sempre più faticosamente, stava consumando, quando la luce dell'alba illuminava i contorni, ancora sfocati, di un nuovo scenario, destinato a fatti e persone future ed imperscrutabili, sottratti alla vita di tutti i giorni, da vivere con una maglietta ed un paio di pantaloncini, alla ricerca di quello sfinimento fisico che ti toglie la voglia di pensare e ti lascia piombare, a sera, in un sonno profondo e felice, perdendo la dimensione del tempo e dello spazio. Ma c’era anche il fascino, ingenuo, della poetica del “non essere” nei luoghi dove tutti avrebbero ritenuto che dovesse essere, per potersi mimetizzare, così, in una terra senza tempo. La stazione di XXX era ormai vicina, e Giacomo raccolse giornali, riviste e walkman, che gettò, alla rinfusa, nella traboccante sacca da viaggio. Un'ultima occhiata al viaggiatore di fronte, che, lentamente, si stava riavendo dal suo funambolico sonno, quindi caricò la sacca in spalla e si avviò verso una delle porte di uscita. Attraversando il corridoio, avvertì che il rumore del treno si andava lentamente acquietando, favorendo il bisbiglio assonnato dei viaggiatori che cominciavano a scaricare le loro cose, o che, semplicemente, si riavevano, pigramente, da un sonno promesso e, per metà, negato. Gli era caro quel rituale, quella liturgia, e l’illusione di una fiera libertà. Anticipato da un militare in licenza, scese la scaletta e si ritrovò in una stazione deserta, fatiscente, appena uscita da un film sul “sud”. La ragazza della Venus, dalla sbiadita insegna pubblicitaria sovrastante il portone di uscita, sfoggiava ancora il suo “caschetto” nero e i suoi occhioni blu, Mina faceva ancora pubblicità alla cedrata, e nell’aria gli effluvi siciliani si spandevano leggeri e penetranti, in modo augurale, almeno nell’illusione di Giacomo. Le scritte sui muri, invece, erano l’unico segno di contemporaneità, testimonianza di amori senza fine, di disperazioni adolescenziali, di fedi calcistiche a sfondo animistico, più o meno come in qualsiasi angolo di Roma. Dopo qualche istante, Giacomo mise la sacca in spalla, e attraversò i binari. Dietro di lui il treno, lentamente, prese a muoversi, dando l’illusione di portarsi via qualcosa di lui che non serviva più. Attese qualche istante sotto il porticato umbertino, guardandosi intorno alla ricerca di un bar, o di un punto di appoggio. “Che cosa determina l’odore delle botteghe? Perchè l’odore dei bar di paese è diverso da quello dei bar di città? Perchè odori e ricordi sono un binomio inscindibile?” Mentre Giacomo indugiava, incerto, su queste domande, il rumore inconfondibile del getto di vapore della macchina per il caffè gli segnalò l’esatta ubicazione del bar, del quale aveva solo intuito la presenza. Inserendosi in un alterco tra un extracomunitario e il cameriere riuscì ad ordinare un caffè che il barista si apprestò a preparare tra incomprensibili bestemmie ed imprecazioni in dialetto siciliano. Giacomo bevve il caffè lentamente, alternandolo con qualche morso ad un cornetto che terminò solo per pura fame. Nella mente si rincorrevano ancora i pensieri della notte, mentre con il giorno, come ogni anno, dopo la partenza per il villaggio, la morsa di ansia allo stomaco, lentamente, si allentava, accomiatata da una leggera erezione mattutina. Mentre l’aria del mattino si intiepidiva lentamente, i tocchi della campana della piccola chiesa bianca, antistante la stazione, annunciarono l‘inizio della mattinata nel piccolo borgo siciliano. Il viaggio non era finito. Un breve tratto di mare lo separava dall’isola di XXX che avrebbe raggiunto con l’aliscafo. Raccolse la sacca e si avviò verso l’uscita. Attraversato il centro del paese arrivò subito al porto, già animato, all’alba, dalle anime inquiete dei vacanzieri di agosto. Giacomo individuò la banchina e salì in gran fretta sull’aliscafo che stava per mollare gli ormeggi. Dopo meno di un’ora, la sagoma inconfondibile dell’isola di XXX cominciò a delinearsi sempre più chiaramente. Era esattamente come la ricordava, il dono di un vulcano, un inferno sconsacrato, bello e selvaggio. Sbarcò insieme a pochi altri turisti. “Sei il maestro di tennis?” domandò un tipo nero, tarchiato e con la barba incolta che lo aveva puntato già da qualche istante. “Si sono io ... Buongiorno. Lei è del Club?”. “Si ... Tutto a posto ... Allora sbrighiamoci che poi devo tornare al porto”. “Si. Grazie” rispose Giacomo avviando, fra sè e sè, una di quelle sue analisi sensoriali che avrebbero dovuto consegnargli il personaggio, pronto per il suo archivio personale. Ma alle prime somiglianze con figure minori della commedia all’italiana interruppe il trip - di cui non era in grado di prevedere la durata - e provvide a sistemare, senza indugio, le valige nel bagagliaio del furgone. L’autista guidava silenzioso, con le mani tozze che dominavano il mezzo lungo un percorso tortuoso ricco di tornanti e dirupi. Il paesaggio, ancora privo della frenesia del traffico turistico, scorreva sullo sfondo di un cielo terso, sottilmente attraversato da una sottile opalescenza mattutina. Verificata a più riprese la laconicità del suo autista, Giacomo tentò di assopirsi nuovamente, in un fragore di pensieri multicolori, popolati di venditori televisivi notturni, di telefonate di donne - per le quali ancora ricercava una spiegazione - di amori enigmatici, di questioni giuridiche dal ritmo ossessivo, di lampi sessuali, e, più in generale, con quella sensazione di costante imbarazzo per sè stesso che, ormai, non lo abbandonava più facilmente. Forse era per questo che amava tanto Lebowski, e ne aveva apprezzato la grandezza. Ripensò a tutte le sue trasferte aeree in giro per l’Italia, a quel aeroporto frenetico che si muoveva, convulso, alle prime ore dell’alba, alla sua testa ancora vuota, notando quanto fosse ampia, ormai, l’escursione delle sue emozioni. Eppure, ora, tutto sembrava lontano ed indifferente. I minuti in aereo, in attesa del mitico via da Bruxelles, l’inglese – romanaccio del capitano che annunciava l’ennesimo problema, la fila per i taxi a Linate, le facce smorte dei suoi compagni di viaggio, la ballerina televisiva con l’aria distratta. Tornò con la mente a quei dieci anni di lavoro, matto e disperatissimo, che gli avevano tolto il fiato e che ora gli pesavano addosso come un macigno. Si sentiva alla ricerca di quello che era mancato allora, e che poteva realizzarsi ora, con un diverso approccio alle cose della vita. Aveva sognato una carriera, ed ora che era lì, davanti ai suoi occhi desiderava tornare indietro, senza sapere come. In breve, quando il sole era già alto, dopo il tragitto tra curve, preziosi squarci di insenature turchine, massi, rocce, e pini - a volte magri e spennati, a volte alti e regali – e case bianche, ravvivate dal colore azzurro delle porte e delle finestre, secondo il tipico vezzo mediterraneo, il furgone arrivò di fronte all’entrata del villaggio, situato interamente all’interno di uno splendido, piccolo golfo sovrastato da una montagna. L’autista scese, accese la sua sigaretta e cominciò a scaricare le sacche sul piazzaletto antistante l’entrata del villaggio. Era già caldo. “Senti”, disse l’autista col tono di chi ha ansia di andare, “qui adesso dormono tutti. Comunque tu non ti preoccupare, fra poco vai dal capo villaggio e ci dici chi sei e tutto. Ciao buona giornata!”. “La ringrazio ... Si ... Ma il cancello è aperto?”, fece appena a tempo a soggiungere Giacomo prima che il tipo ingranasse la marcia. “Si si è tutto aperto ... Tranquillo ... Ciao!” chiuse, infine, il tipo mettendo la prua sul porto. Il villaggio era ancora completamente addormentato. Superata la sbarra di accesso, del tutto incustodita, Giacomo percorse alcune centinaia di metri su una strada asfaltata, riparata all’ombra di grandi pini, e quindi giunse alla porta centrale del villaggio. Superò il porticato simil - Medina, e si avviò verso il giardino interno, anch’esso deserto. Non si udiva un rumore, una voce. Tutto era sospeso, irreale, come se si trattasse di una scenografia cinematografica abbandonata di recente. All’interno, proprio sotto la scalinata che conduceva al ristorante e alla piscina, si stendeva un giardino ricco di piante di ogni genere oleandri in fiore, zagare, pitosfori, piccole palme, vasche di acqua stagnante che accoglievano papiri e piante acquatiche intorno alle quali si affannavano insetti ed uccelli. Qua e là erano stati dislocati arredi in marmo, in stile arabo, che dovevano suggerire atmosfere saracene. Giacomo provò nei diversi uffici ma tutto era chiuso. Non restava che appoggiarsi su una panchina e sdraiarsi, in attesa che lo staff si svegliasse. Decise di chiudere gli occhi ancora per qualche minuto, approfittando del torpore che regnava ancora nel villaggio quando, proprio mentre immagini, sogni e pensieri stavano per sfociare in un sonno profondo, un rumore di passi lo indusse a riaversi. Si trattava di un vecchio signore francese, con grandi baffi bianchi che, claudicante, passeggiava intimidito per i vialetti del villaggio, secondo le abitudini di tutta una vita che, certo, quel posto assurdo non avrebbe in alcun modo modificato, a dispetto dei figli che lo avevano trascinato sin lì. Era comunque arrivato il momento di riprendersi. Giacomo si drizzò, attese gli istanti sufficienti affinché il consueto capogiro da pressione terminasse, poi prese le valige e cominciò a cercare Sergio il capovillaggio, secondo le indicazioni fornitegli dall’ufficio di Milano. Decise allora di fare colazione, ritenendo che il ristorante fosse il posto migliore dove cercarlo a quella ora del mattino. Estrasse dalla sacca il suo “badge” dell’anno prima e lo appuntò sulla maglietta, reclamando finalmente il suo status di membro dello staff. Il ristorante si trovava nel punto più alto del villaggio e si trattava di un enorme capannone aperto con il tetto in paglia, dal vago stile caraibico. Era composto da cinque o sei grandi reparti dove erano stati sistemati tavoli in legno per otto persone. In fondo al capannone era stata attrezzata la zona dei vivandieri bollenti, dove si trovavano anche i distributori delle bibite e del caffè, i cibi caldi e le griglie. I turisti più mattinieri, pochissimi in verità, avevano già cominciato a sedimentare nei piatti panini e brioches grondanti marmellata e burro, e un intenso odore di salsicce e bacon predisponeva ad una lauta colazione. Sylvie, l’hostess del ristorante, lo squadrò con gli occhi ancora addormentati e lo accompagnò, svogliatamente, al tavolo dove lo attendevano una decina di sorridenti faccioni francesi, già incremati e pronti per le loro spericolatezze acquatiche, ciclistiche o calcistiche che fossero. Dai banchi del buffet Giacomo prelevò esclusivamente qualche panino al cioccolato e del pane bianco, oltre ad una smodata quantità di caffè. “T’est moniteur de quoi?” lo apostrofò una ragazza bionda dai sorridenti occhi verdi seduta con lui al tavolo. “Scusami?” “Ah ma sei italiano? Ciao io sono Alessandra sono la bagnina” replicò lei offrendo la mano. “Ciao sono Giacomo e faccio l’istruttore di tennis. Sei di Milano giusto?” “No! Torino.” “E pensi che ci sia speranza di una respirazione bocca a bocca?” disse Giacomo più col tono di chi ha solo voglia di dormire piuttosto che di provocare. “Tu intanto prova ad affogare!” rispose lei ridendo “Vado a prendere altro budino di riso. Vuoi qualcosa?” “No grazie, ho tutto il caffè che mi serve” Mentre stava per terminare la terza tazza di caffè, Giacomo vide entrare dalla porta principale un omaccione, forse biondo, con grandi occhiali da sole neri, camicia multicolore e pantaloni chiari. Il tipo, dopo un breve colloquio con la hôtesse all’entrata, puntò Giacomo sfilando gli occhiali e dondolando la testa, mentre sul viso si era stampato un sorriso mandibolare. “Sei Giacomo di Roma?” chiese il tipo. “Si ... Ciao” rispose Giacomo seminebetito. “Ciao carissimo!” disse stendendo una manona braccialettata “Sono Sergio il Capovillaggio. Allora? Tutto bene? Cazzo sei sbattutino! Sei venuto in treno?” “Esattamente. Sono veramente cotto dal viaggio!” “Eh lo so la cavalcata è lunga. Sai qua è Africa. Dodici ore di treno, salvo ritardi, casino sugli scompartimenti; ne sa qualcosa mia moglie che torna spesso a Milano. Comunque, guarda, il villaggio è bello, abbiamo molta acqua quest’anno quindi niente problemi ... Eeeeeh ... Beh l’equipe è fantastica, ci sono dei ragazzi simpatici e tutto. Insomma vedrai che ti troverai benissimo. E’ pieno raso di ragazzine quindi ... Tranquillo! Comunque ... Io adesso ho un casino di cose da fare e non posso chiacchierare un po’ con te con calma, però pranzi al mio tavolo più tardi?” “Eh ... si va bene” disse Giacomo con un sorriso di circostanza “Perfetto! Senti comunque oggi tranquillo, ti rilassi poi da domani attacchi senza problemi. D’accordo? “Si ... Benissimo. Ma per la sistemazione?” “Allora vai al bureau da Sophie che ti dice tutto. E’ il primo ufficietto sotto il porticato. Poi la riconosci è albina, cicciona, la vedi. Ora scappo! Ciao un abbraccione!”. Il tipo se ne andò con i suoi effluvi di dopobarba da colpo allo stomaco. Giacomo rimase perplesso ma non ci fece troppo caso. Sapeva che la figura rispettava pienamente il modello, ed alla sua quarta stagione nei villaggi aveva ben smesso di domandarsi cosa vendessero. Sophie era una parigina rossa di capelli e piuttosto cicciotta, che tra uno squittio e l’altro lo condusse con la macchinina elettrica alla “Medina”, ovvero il villaggio dove alloggiavano i ragazzi dell’equipe. I bungalow che, per decenza, non potevano essere offerti ai turisti erano destinati allo staff, ed erano abitati, normalmente, da quattro o cinque ragazzi accatastati nelle maniere più impensabili. Il villaggio sfoggiava un’architettura avvolta da goffe suggestioni orientali, e si componeva di un reticolo di strette viuzze disseminate di bungalow e casette in muratura, ingentilite da piante rampicanti cariche di fiori. La G23, all’esterno, appariva come un invitante appartamentino, incorniciato tra sgargianti bougainvillée e rose. Giacomo, forte dell’esperienza degli anni precedenti, tuttavia, scese dalla macchina facendo cenno a Sophie di non prendere i bagagli. Bussò alla porta, che trovò aperta, ed entrò lentamente. La scena che si presentò all’interno evocava le prigioni veneziane dei Piombi. Due letti a castello, più uno semplice, arredavano i quindici metri quadri del bungalow. L’odore era lo stesso che assume la sacca da tennis dopo essere stata abbandonata nel bagagliaio dell’auto per una settimana, con gli indumenti zuppi di sudore dentro. Nel lavandino i peli di barba sembravano appositamente sedimentati per la quotidiana divinazione del futuro, e dovunque si ammirava un gran pavese di magliette, panni, costumi, asciugamani, giornali e via dicendo. Fu Olivier, il cuoco, a salutare Giacomo per primo tirando fuori dal cuscino un testone enorme, dai tratti simili ad un personaggio del villaggio di Asterix. “Ah Ah le voilà. Ca va G.O.?” “Ouais tout bien et toi?” “Ah Ah tu viens d’ou?” “Napoli” “Vive les napolitaines!” Giacomo aveva già realizzato che sarebbe rimasto ben poco in quella galera, e chiese a Sophie di attendere solo un minuto poiché aveva intenzione di tornare al bureau con lei. Era deciso a ripartire se non fosse saltata fuori una sistemazione migliore. Tornato all’ufficio ebbe una breve discussione telefonica con l’ufficio di Milano, che si concluse con l’assegnazione di una nuova stanza. Sophie questa volta lo accompagnò ad un bungalow più lontano dal centro del villaggio, dove Giacomo avrebbe alloggiato da solo. I due risalirono sulla macchinina mentre il caldo cominciava a diventare sempre più pesante. “Sophie cosa fai nella vita?” chiese Giacomo ora più rilassato. “Sono una biotecnologa”. “Oddio si tratta di quella storia dei cibi transgenici?” “Proprio lei” rispose Sophie sorridendo e continuando a guardare avanti. “Sono vere tutte quelle storie sui danni che possono provocare?” “Con quella roba tu ci sei cresciuto, perché è sin dalla metà degli anni sessanta che si modifica la struttura di determinati prodotti”. “Interessante.” Dopo qualche minuto, fra stradine e microquartieri arrivarono a destinazione. Il bungalow era piccolo ma ben messo, essendo corredato di un rudimentale mobilio. Una finestrella, sulla parete di fondo, garantiva il ricambio d’aria, il letto si trovava sulla parete sinistra, e, di fronte, una piccola scrivania, addossata ad un armadietto chiuso. Giacomo cominciò ad assumere un atteggiamento più positivo e a curiosare. L’aria condizionata funzionava, lo spazio era sufficiente e l’unico vero problema era un bagno comune piuttosto malmesso. Sopra alla scrivania, su una piccola bacheca di sughero, notò anche un bigliettino adesivo giallo, abbandonato dal precedente inquilino. Un cuore infranto gli aveva affidato il compito di trasmettere le sue pene, in francese. Il destinatario lo aveva abbandonato lì, forse intenzionalmente, o forse per pura indifferenza. Dopo la doccia Giacomo caracollò sul letto, esanime. Fu un sonno agitato, come gli accadeva, del resto, tutti gli anni. Sensazioni di acqua, ansia, irrisoluzione, e sesso. Un mondo assordante che schiamazzava sempre nella sua testa, come un baraccone da circo, pieno di pupazzi goffi e sanguinari, di musichette ossessive, di trenini infantili, di musiche tristi e malinconiche, di salti col trapezio e di burattini nostalgici. Sapeva, tuttavia, che entrando lentamente nella dinamica del villaggio, dei ragazzi e delle lezioni probabilmente quel circo acido si sarebbe acquietato. Almeno per un po’. Si risvegliò in pieno pomeriggio, appena in tempo per andare a conoscere i colleghi di lavoro sui campi da tennis.. Giacomo prelevò dalla valigia la sua maglietta da tennis preferita, i suoi pantaloncini degli anni 70, il suo fazzoletto per il collo, le scarpe. Osservò la sua faccia sullo specchio, controllando i segni del tempo e l’espressione degli occhi: analizzò, arrendevole, la situazione dei capelli e pulì gli occhiali. Si guardò le mani e si chiese se erano invecchiate, come aveva visto invecchiare le mani di suo padre. Constatò, comunque, che le usava troppo poco, e questo lo amareggiava. Lasciò la stanza che il sole era ancora caldissimo e la stradina, riarsa, sembrava sul punto di sciogliersi di lì a poco. Al tennis conobbe i colleghi. Alì era il responsabile del tennis, un marocchino con lo sguardo furbo che parlava abbastanza bene l’italiano. “Ehi ragazzi siamo a posto è arrivato l’avvocato!” disse Alì ridendo, dopo averlo visto apparire. “Buongiorno a tutti” disse Giacomo in tono sommesso. Il gruppo era costituito da altri tre ragazzi. Roberto era un balordo toscano, figlio di un maestro di tennis, ossessionato dall’idea di possedere qualsiasi tipo di donna. Alberto rappresentava la parte sana del gruppo, ed era uno studente di odontoiatria di Milano. Poi c’era Alessia, bella ed aggressiva. Sfoggiava un atteggiamento da sportiva, un po’ mascolino e selvaggio, ma gli occhi brillavano di dolcezza inequivocabilmente femminile. “Ma che sei avvocato davvero?” chiese proprio lei mentre, rannicchiata con le gambe sulla sedia, si godeva la cerimonia d’insediamento. “Anche certi clienti me lo domandano a volte” rispose Giacomo. Dopo il consueto scambio di informazioni su università, città, amici comuni e quanto di prammatica, Alì gli mostrò le strutture, gli spogliatoi, i due campi; gli illustrò l’orario dei corsi, l’uso delle racchette e delle palle per i clienti, le chiavi del magazzino e della club house, e tutto quello che gli era necessario sapere per lavorare in quel posto. Giacomo era moderatamente soddisfatto. Si era accorto che nel gruppo si respirava una atmosfera tranquilla, senza le invidie o le prepotenze che spesso segnano le convivenze forzate. Si rise subito raccontando le singolari richieste dei clienti, le pretese assurde, la goffaggine del capovillaggio e via di seguito. Non seppe resistere all’invito di Alì a giocare un po’. Era contento di poter giocare a tennis a quell’ora, e scendere in campo poco prima del tramonto, con la luce che amava di più. Aveva voglia di staccare la testa e giocare tranquillo, cercando di colpire la palla al centro della racchetta, piatta, per sentirne il suono, e vederla partire solida a pochi centimetri dal nastro della rete, mentre il braccio concludeva dolcemente il suo movimento. Voleva muoversi armonicamente, dare un ritmo teso ma dolce e sentire Alì, dall’altra parte del campo, che si univa a quel gioco piatto, fuori moda, per sentire il cuore leggero. Sentiva finalmente la racchetta rispondere, diventare sensibile, in quella giocata libera ed ipnotica. Ma era entusiasmante anche tornare ad essere guardati, come da adolescenti, dalle ragazze che gironzolavano distratte per i campi, soffermandosi, di quando in quando, ad osservare i giocatori. Era bello sudare, senza affanno, credendo, per un attimo, che la giovinezza era ancora lì, e che non se ne sarebbe andata così facilmente come aveva sempre creduto. Quando Alberto, prima di chiudere la club house, estrasse dal bancone la bottiglia di pastis per l’aperitivo, Giacomo si convinse che in quel posto si sarebbe potuto divertire, e che quell’odore di campagna e salsedine, che all’imbrunire lentamente si spandeva per il villaggio, avrebbe potuto anche aprirgli il cuore di una donna. Quando le risate ed il pastis avevano già dato il meglio, li raggiunse Stefano, l’istruttore di vela, che con un gran sorriso salutò tutti e si servì un bicchiere. Giacomo si abbandonò su una sdraio, intontito dal pastis, a fissare i colori del cielo, cantando, mentalmente, una vecchia canzone degli anni ottanta di cui ormai non ricordava più il titolo. Si fissò ad osservare i moti della sua inquietudine, delle sue incertezze. Fluttuavano lente, proprio come lembi di nuvole nel cielo, spinte da dinamiche oscure. Mancava solo una sigaretta per cogliere il momento in cui il sole sarebbe scomparso nel mare, per dire addio ad una giornata bella. Giacomo si alzò dalla sedia, salutò i suoi nuovi compagni e s’incamminò. Era giunto già a metà del lungo vialetto per la “Medina”, pronto a registrare le impressioni del giorno, a confrontare le immagini che riteneva di conservare, quando si senti chiamare “OOOOh ... Ehi avvocato!”. Era Alessia che faceva ritorno, anche lei, verso casa. “Ma dove vai che sei fuori come un balcone?” urlava lei ridendo. Giacomo si girò e si fermò ad attenderla. “Volevo completare le mie gratificazioni quotidiane con una sigaretta ed una doccia”. “Hai ragione, cavolo, anch’io sono distrutta. Senti avvocato ma cosa vieni a fare qui a lavorare invece di andare in vacanza?. “Beh ... Insomma queste sarebbero le mie vacanze, in effetti.” “Ma ti pagano?” chiese lei incuriosita. “No sono qui alla pari” rispose Giacomo candidamente. “Minchia e perchè?” “Eh ... Non ho le idee chiare sul punto. Ma ci sono i ragazzi ... Il mare. Insomma io sto abbastanza bene qui”. “Avvocato non cacciar palle” disse ridendo Alessia “tu vieni a cercare le turiste!”. “Si è vero, più specificamente quelle con uno spiccato accento milanese!” Giacomo la guardava: il viso magro e regolare, i capelli castani, selvaggi e sbionditi dal mare, il disegno delle labbra sulla pelle ambrata dal sole, il naso leggermente aquilino, e due immensi occhi verdi, aperti sopra un sorriso sempre pronto a spiegarsi. “Tu, invece, perchè sei qui?” chiese Giacomo. “Ho finito gli esami per questa sessione” disse lei rabbuiata “E poi ... Non so ... Da mia madre mi rompo. Mio padre va per conto suo con la fidanzata in barca, e mi rompo anche lì. Comunque mi diverto anch’io qui sai?” “Non cacciar palle tu vieni a cercare i giovanotti!” disse Giacomo ridendo. “Ohhh! Guarda che sono quasi fidanzata io sai?” disse lei prendendosi in giro. “Mh … E lui dov’è ora?” chiese Giacomo guardandola di traverso. “A San Diego con gli amici a fare surf” disse lei secca ma ridente. “Ho capito” disse Giacomo. “Senti e poi chi se ne frega. Non è che hai una sigaretta in camera?” “Si te la prendo” Giacomo entrò nel bungalow, prese il pacchetto e raggiunse Alessia che, nel frattempo, si era seduta su una grossa pietra piatta. “Quest’ora è fantastica qui. I colori si invertono” disse Giacomo guardando il mare che, nel frattempo, aveva assunto il più tenue dei toni del grigio, mentre, all’orizzonte, sfumava gradatamente verso il cielo, con un rosa acceso. “E’ vero. Ma io a quest’ora mi confondo” disse Alessia con la voce più bassa. “In che senso?” chiese Giacomo. “Perché non capisco più se sono triste o contenta.” Parlarono ancora un pò, poi si salutarono. Giacomo rientrò e si preparò per la sera. Erano i momenti che preferiva, i momenti del suo orgoglio solitario. Estrasse dalla sacca la sua camicia più bella, con tanto di cifre, le scarpe da barca, i pantaloni più semplici che aveva. Si docciò, assaporando, momento per momento, il gusto dello sfinimento fisico, poi si gettò sul letto per chiudere gli occhi qualche istante. Dalla finestrella filtrava l’ultima luce del tramonto, e dalle stradine del villaggio arrivavano le voci attutite dei bambini, delle chiacchiere di fine giornata, delle radio accese. Tentò di raccogliere tutti i crepuscoli della sua vita in uno solo. Ma ognuno era bello in sé, ed unico. Il tuffo del sole nel mare di Mykonos, sorseggiando un Margarita, il grigio perlato dei tramonti di Hwar, quando sul terrazzo insieme agli amici ci si ubriacava con lo Slivowjtz, le rocce di Lavezzi accese dall’ultimo sole. Ma alla fine concluse che i più belli erano quelli di cui non aveva un ricordo diretto, potendo solo recuperarne il sapore, sottile ed amaro. Quando uscì dalla stanza il cielo era ancora rischiarato dal velo azzurro più acceso di un tramonto ormai concluso, mentre il vento, dal mare, aveva cominciato a rinfrescare il villaggio con un soffio leggero e crescente. Era contento. Fiero della sua camicia fresca, della sua faccia rilassata, della sua libertà, della lontananza da tutto, proprio da tutto. Passeggiava soddisfatto per i vialetti del villaggio con la testa sempre più leggera, grazie anche all’aiuto della luce dell’imbrunire che, da sempre, gli dava euforia. Osservava i clienti, le loro camicie, i costumi, tentando di rubare le loro chiacchiere e i commenti. Si chiedeva da dove nascesse quel suo rapporto di odio – amore nei confronti della gente. Da questo punto di vista non era mai riuscito a chiarire a sé stesso perché fosse sempre affascinato, più che incuriosito, dalla gente, pur riuscendo solo raramente a creare dei rapporti. Visitò il bar, in stile capanna, la piscina più grande ed infine approdò al ristorante. Questo pullulava di turisti, che lottavano tra piatti di pasta, code di pesci, boccali di birra in un viavai frenetico di giovani, ragazzi dello staff, cuochi, bambini ammantati di tovaglioli, salsicce sugose e facce ustionate. Un groviglio di braccia distese verso fiamminghe multicolori cariche di antipasti, patate fritte, formaggi, carne, e ancora ripiani carichi di botticelle di vinaccio rosè che emettevano getti continui, e quant’altro. Alessia era bellissima e Giacomo si accorse dei suoi occhi subito, ben prima di incontrarli. “Avvocato! Giacomooooo! Qui, qui c’è posto!” urlò Alessia sorridendo. Mentre stava decidendo cosa fare, Giacomo si chiese cosa avrebbe vinto: la sua timidezza innata o il suo episodico equilibrio, come qualche volta gli capitava, cercando la sintonia tra le parole ed i pensieri, per conversare come a lui piaceva. Era questo che pensava dentro di sè mentre non riusciva più a staccare gli occhi dal sorriso di Alessia, dai suoi gioielli d’argento, dalla sua maglietta color crema, dai suoi occhi vivi, e dal suono limpido di una voce che gli sembrava di conoscere da sempre. Dopo le presentazioni con i turisti, Giacomo partì per il buffet, preoccupato da un enigmatico posto vuoto accanto ad Alessia. Si chiedeva se si trattasse di un posto riservato a Stefano, l’istruttore di vela, che era comparso al tennis quel giorno. La sua vocina interna, quella che tentava da sempre di ascoltare, diceva di si; e si sbagliava raramente. Dopo aver riempito il piatto dei pochi cibi naturali che gli era riuscito di trovare nell’enorme mostra di bouffe, tornò al tavolo, dove Stefano con la sua faccia marina, i suoi lineamenti duri, le sue ferite alle mani, i capelli ossigenati dal mare, rideva stancamente davanti ad un enorme piatto di pasta e ad un boccale pieno di birra. Quella volta lo sguardo di Alessia non c’era. Giacomo mangiò nervosamente. Tirò fuori tutto il suo snobismo nella speranza di isolare il “marinaio”, ma fu tutto abbastanza inutile. Nel mentre, ingurgitava ingenti quantità di un vinaccio rosso, di origine locale, i cui effetti si fecero sentire solo quando tentò di alzarsi in piedi, alla fine del pranzo. Partecipava distrattamente alla conversazione e solo per qualche battuta. Lasciò il ristorante improvvisamente, barcollando e salutando a malapena. Vagò su e giù per il villaggio, stancamente, sino ad approdare al porticciolo dove le barche sciacquavano pigre sotto i palpiti della risacca, e la sabbia bagnata emetteva quell’odore che da tanto cercava. Era il momento per una delle sue pause. Sfuggire per pochi minuti ai percorsi obbligati ed ineffabili di una serata “con gli altri”, sperando di trovare la forza di non tornare al tavolo. Sgattaiolare, silenzioso, tra i tavoli e fuggire. In città gli succedeva nei bagni dei ristoranti, quando ci si allontanava. Lì, brillo, interrompeva il flusso dei pensieri “da tavola” per pensare a coloro che non erano con lui, alle donne mai dimenticate, al tempo, ad una serata passata in quello stesso locale con altri, ad un lavoro non finito, ad un bacio inaspettato, al profumo del sapone, e a Susanna, che non era con lui. Ricordò quel pomeriggio con lei in un pub di Soho, dove erano approdati, distrutti dalla stanchezza, dopo aver girovagato tutto il giorno tra musei, negozi e mercatini. Il tavolino, intagliato con mille firme, le facce degli altri clienti, la stanchezza felice nelle gambe e negli occhi. La osservava mentre un raggio di sole che filtrava, ancora in pieno pomeriggio, dalla vetrata gotica colorata, alle loro spalle, le illuminava, psichedelicamente, il viso. Sorseggiava il suo the silenziosa e felice, mentre gli occhi, lucidi, splendevano ancora dei mille colori di quella giornata, il cui odore era l’odore di lei, e il soffio leggero del suo respiro mentre si rannicchiava, come una bambina stanca, tra le braccia di Giacomo. Finalmente lontani da tutto e con la speranza di incorrere in un imprevisto che li potesse tenere a Londra a lungo; l’idea di un lavoro, di un’occupazione e, comunque, di un addio a Roma, quando ancora non avevano sperimentato la possessività di quella città. Ricordò la stanza dell’albergo all’imbrunire, quando, dalla finestra, la luce della sera si stendeva maliziosa sulle lenzuola stropicciate. E lei, addormentata, con una mano sulla sua guancia e sul collo. Da lontano le canzoni dei REM e di Sting. Ricordi sbiaditi, immagini lontane nel tempo che solo l’alcool riusciva ancora a ravvivare di una luce impropria. Una sorta di “effetto notte” mentale. Sedette su una barchetta di legno abbandonata sulla battigia a sorseggiare la sua birra. Il vento soffiava dal mare, accompagnando il rumore della risacca, e nel cielo stelle e pianeti brillavano come non aveva mai visto. Si chiedeva dove fossero finite tutte le estati che aveva messo in fila. Chi o cosa gliele avesse sottratte. Si domandava che senso avesse essere lì, e perchè non voleva rassegnarsi che niente gli avrebbe restituito i suoi anni, che erano irrimediabilmente scivolati via. Eppure era felice di sentire di nuovo la sabbia nelle scarpe, e di ascoltare, sul sottofondo, le urla dei ragazzi, e il ritmo delle canzoni, il battito del mondo che sembrava non fosse mai riuscito ad arrivargli pienamente. Giacomo tornò in camera e si abbandonò alla stanchezza. Indugiò ancora qualche minuto, in mutande, seduto sui gradini di pietra che portavano alla soglia della camera, sorseggiando il suo whisky. Il pavimento di pietra restituiva ancora il calore del giorno e gli occhi si chiudevano stanchi, tra i bisbigli notturni dei ragazzi che rientravano in stanza, i pianti dei bambini insonni e i sogni appesi alle finestre, ad asciugare, anche loro, insieme ad asciugamani e costumi, per la giornata di domani.
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