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OcraMacro

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  1. OcraMacro

    Fly me to the moon - La Soffitta, 1

    va bene, scusate
  2. OcraMacro

    Fly me to the moon - La Soffitta, 1

    Grazie mille e scusa se ti ho risposto soltanto ora. Ti dirò, Fly me to the moon era una manoscritto rimasto nel cassetto da qualche anno e ora che ho deciso di "metterlo in mostra" su questa piattaforma, trovo molto utili i suggerimenti che mi stanno arrivando. Il tuo in particolare mi galvanizza, molto Vero. Da quando ho cominciato a mettere qualcosa online mi sono reso conto di dover ricalibrare la struttura dei miei testi. Quoto solo la parte con il mio errore morfosintattico, ma rispondo in maniera più ampia alle tue sottolineature. Hai ragione, il mio lessico spesso rimbomba un po' troppo, un po' perché mi è capitato di dover scrivere in inglese e un po' a causa della scrittura per il web. Quando (se?) Fly me to the moon sarà un'opera finita, tirerò fuori anche queste considerazioni per migliorarla. Il con è decisamente un mio tic stilistico che devo controllare. Grazie per avermelo fatto notare Grazie mille
  3. OcraMacro

    Cose che non si dicono - Parte prima

    Ciao @Ludwig von Drake, mi piace molto come inizio. Sicuramente è bel scritto Non so se, come @AdStr, ti consiglierei di eliminare il flashback, che ha comunque un bell'intreccio. Sicuramente però non mi convince questa frase che collega il presente al passato: Mi sembra una presenza troppo ingombrante del narratore che rende didascalico il flashback. Secondo me, invece, con qualcosa di più breve o forse mettendo uno dei due genitori in scena (o anche solo un riferimento a loro) potresti limare questo passaggio e rendere più fluida la transizione. Metti la seconda parte per favore ché sono curioso
  4. OcraMacro

    L'interesse della specie (Parte 2 di 3)

    @Torba molto bella anche questa seconda parte. È molto efficace la scelta del "montaggio alternato" però così, senza stacchi, è difficilissima da seguire. Basterebbe anche solo lasciare uno spazio tra una linea narrativa e l'altra. Molto bello questo passaggio Questo passaggio, che sembra esprimere un concetto fondamentale per il proseguo della storia, mi sembra un po' gettato nel vuoto se leggo la scena complessiva. L'ammutolimento di Fawkes è estremamente brusco e nessuno dei due compie azioni. Banalmente la frase che sto citando meriterebbe un approfondimento attraverso un botta e risposta tra la prima ministra e il giornalista
  5. OcraMacro

    Fly me to the moon - La Soffitta, 1

    Beh, è uno degli elementi fondamentali! Siamo nel futuro, ma mi sono reso conto, scoprendo questo sito, che il mio germoglio di romanzo la prende molto lunga e non so se è un bene o un male Vero...è un fil rouge Questo rilievo è molto interessante. forse a lungo andare la metodicità sfuma un po' come caratteristica, quindi ci farò attenzione
  6. OcraMacro

    Fly me to the moon - La Soffitta, 1

    Grazie mille @Ludwig von Drake
  7. OcraMacro

    Fly me to the moon - La Soffitta, 2

    Ma il costo dei dischi non era l'unico problema. Un altro scoglio con cui bisognava confrontarsi era la difficoltà nell'ascoltarli fuori di casa. Era un problema logistico non indifferente. Per risolverlo mio padre aveva recuperato e aggiustato due vecchi Sound Burger, lettori portatili di vinili. Funzionavano sia con i 33 che con i 45 giri. Erano per certi versi una soluzione, ma condannavano chi li portasse a subire le stimmate sociali. Mio papà lo sfoggiava fiero a lavoro, ma i suoi colleghi lo prendevano in giro chiamandolo tra loro "lo strambo". Io non so se lui non se ne accorgesse oppure se non gliene fregasse nulla. Provai comunque una volta a portarlo a scuola e i miei compagni risero di me per tutta la mattina e nelle settimane successive. Non l'ho più riportato. A mio fratello invece gli altri non interessavano. Spesso perdeva l'ultimo pullman utile per arrivare in orario a scuola perché si attardava a scegliere il disco da portarsi. E dal mio punto di vista era meglio che non ci arrivasse proprio in classe perché mi accorgevo della derisione collettiva. Una volta mi picchiai con un altro ragazzo per fare il fratello maggiore protettivo. Lo stava prendendo in giro in cortile durante l'intervallo. Io me ne accorsi per caso, perché fumavo dove stava lui. Quando capii che stava parlando di mio fratello andai fuori di testa: il sangue mi schizzò al cervello e mi avventai su di lui appendendolo al muro. Era più grande di me in tutti i sensi: più alto, più muscoloso e più grande, ma per un istante gli feci paura per davvero. Aveva gli occhi inebetiti di chi viene colto di sorpresa, ma il mio momento di gloria durò poco. Si liberò facilmente della mia presa, poi mi spinse via. Io corsi all'indietro rischiando di cadere in modo ridicolo. Ripresi l'equilibrio, serrai i pugni e cominciai a insultarlo e a urlargli che non si doveva permettere di prendere in giro mio fratello. Non la prese bene. Mi venne incontro veloce e mi diede un pugno sulla bocca dello stomaco. Mi piegai senza fiato e lui ne approfittò per afferrarmi e prendermi a ginocchiate e pugni. Nel frattempo attorno a noi si era formato un capannello di studenti, tutti tifavano per lui. Dopo una decina di colpi si sentì appagato, mi lasciò cadere a terra e se ne andò portandosi dietro il codazzo di supporter. Pensavo mi avesse rotto tutte le ossa. Riuscii solo a girarmi con la faccia verso le nuvole. In bocca sentivo il sapore del sangue che spilava dal labbro inferiore spaccato. Passarono alcuni minuti, il tempo di prendere una nota sul registro perché non ero tornato in classe dopo l'intervallo, scoprii più tardi. A un certo punto un'ombra si allungò tra il mio corpo e il sole. Era mio fratello. Il disco girava nel sound Burger, ma non lo ascoltava, dalle cuffie che teneva attorno al collo si intuiva una canzone blues. - Cosa è successo? - Ho picchiato uno! - Ah, sì? E lui dov'è? All'obitorio? in paradiso? - Io ti difendo e tu fai l'ironico? Grazie Albi - Tu cosa?!? - Ti stava prendendo in giro per quel coso lì che ti porti sempre dietro - E tu ti sei sentito in dovere di rimediare all'onta della casata? - Ah ah Mi aiutò a mettermi seduto e si sedette vicino a me, mi passò una cuffietta, premette play e ci fumammo una sigaretta, in silenzio. Pinetop Perkins, How long blues. C'era anche un problema di spazio. I vinili erano voluminosi e non potenzialmente infiniti da archiviare come la musica digitale. Ma quello, diceva mio padre, era il bello della musica analogica: bisognava scegliere. Per quel motivo conservava una lista nella tasca del giubbotto. Aveva dedicato ai dischi la soffitta che affittavamo insieme all'appartamento. Era un posto inospitale: senza piastrelle, male illuminato, caldo d'estate e freddo d'inverno. L'unico termosifone serviva soltanto a ridurre l'umidità e favorire la conservazione della collezione. Molte domeniche pomeriggio mio papà le passava lì, fino a quando la cena non era pronta. Mia mamma urlava minacciosa dalla cucina e, dopo qualche minuto, le sue gambe spuntavano dal soffitto e scendevano dalla scaletta. A noi due quel luogo era precluso, quindi era il più grande dei nostri desideri. D'estate, quando sia mamma che papà erano a lavoro e noi a casa da scuola, ci intrufolavamo su e attaccavamo i dischi. Eravamo bambini. Una volta, inaspettatamente, papà tornò a casa prima e ci trovò in soffitta. "Andrea! Alberto!", urlò. Ci acchiappò impietriti e ci trascinò giù nell'appartamento, ci sculacciò e ci mandò in punizione in camera. "Non provateci mai più!", gridò dall'altra parte del vetro della porta. Aveva paura che rovinassimo qualcosa o, peggio, che rovinassimo noi giù dalla scaletta. Tornammo comunque in soffitta di nascosto fino a quando non diventammo abbastanza grandi da non poter fare danni, secondo lui. È lassù che io e mio fratello abbiamo costruito il nostro universo. Fumavamo le prime sigarette in soffitta, ascoltando la musica e parlando la musica. Non eravamo mai d'accordo su niente e finivamo quasi sempre per litigare: - Se dovessi descrivere la felicità con una canzone quale sceglieresti? - Perfect Day di Lou Reed - Ma che dici, quella è la canzone più triste del mondo probabilmente - Non è vero! È la storia di due innamorati al parco. Non c'è niente di più felice di due innamorati al parco. - Sì, certo. Lou Reed parla del suo rapporto con la droga: è semplicemente un giorno perfetto, sono felice di passarlo con te. È l'eroina, come fai a non capirlo? Ingenuo. - è proprio questo il bello. Immaginati Lou Reed, tossicodipendente, mezza vita ad emarginarsi perché non sapeva che farsene di quella società. Poi a un certo punto capisce che anche dare da mangiare agli animali allo zoo può essere perfetto. E allora sì che capisce veramente che cosa sia la felicità. - Musica triste + voce greve = pessimismo cosmico e tanta ironia. Mi sembra assurdo che tu non colga banalità del genere. Comincio a sospettare che tu abbia dei ritardi mentali. - Vaffanculo Alberto - ok Lo lasciavo solo e mi chiudevo in camera maledicendolo. Però anche litigare così era stato un ottimo modo per conoscerlo. Quando rientravo a casa mi bastavano poche note per capire come stesse. E così per lui. E gli altri? Estranei e lontani da quella soffitta. La musica ricopre un posto centrale nella vita di un quindicenne e a noi quella contemporanea era preclusa.
  8. OcraMacro

    Romanzo FantaSì - Prologo

    Belle le descrizioni, dialoghi ottimi, soprattutto lo "sbotto" del militare. È anche interessante il modo in cui riesci, attraverso un prologo, ad offrire già una finestra sul mondo in cui è ambientato. Alcuni passaggi sono esteticamente molto suggestivi, ma (gusto personale) appesantiscono un po' la lettura. In un prologo però funzionano. Ecco l'esempio di cui ti parlavo: Questa cosa è geniale, sono curioso di sapere come la sviluppi:
  9. OcraMacro

    L'interesse della specie (Parte 1 di 3)

    Non credo di aver capito dove vada a parare questo estratto, ma non vuol dire che mi non mi piaccia, anzi: è una scrittura molto efficace, molto vivida. La descrizione della donna è eccellente e il ritmo è incalzante. L'io narrante è molto divertente senza essere inutilmente ironico. Solo una cosa: il riferimento molto marcato a "partito", "movimento", "populismi" rischia di inchiodarlo un po' troppo al momento che stiamo vivendo e potrebbe essere un fattore di deterioramento di questo prodotto nel lungo periodo. Immagino che tu sia molto contento del dialogo in cui la donna smonta sia la parola partito, sia la parola movimento. Tuttavia, forse resterei più sul generale. Ma scendiamo nell'ambito del gusto personale. Una piccola cosa che stride "Poiché lei"?
  10. OcraMacro

    Fly me to the moon - La Soffitta, 1

    Com'era mio padre? Mio padre era una persona semplice: lavoro, casa, famiglia. Si alzava presto la mattina, beveva un caffè, prendeva la macchina, andava in fabbrica, poi tornava. D'inverno usciva e rientrava con il buio, spesso addormentandosi in quel breve spazio tra il ritorno a casa e la cena. Era un uomo metodico e senza troppi fronzoli. La più profonda realizzazione della sua vita eravamo io, mia madre e mio fratello, anche se dovevamo dividere il suo amore con un hobby che coltivava fin da quando era ragazzo: collezionava vinili da 33 e 45 giri in un'epoca in cui, diceva lui, il significato della musica era andato quasi del tutto perduto. L'unico modo per ascoltarla era facendo roteare un disco sotto una testina. Mp3, wav, aac non erano formati audio, ma modi di dire la stessa cosa; ovvero che la musica era stata compressa, ingabbiata in megabyte e resa immateriale. Si trattava, diceva lui, di una delle forme peggiori di decadimento di quell'arte. La fisicità dell'esperienza musicale, quello stare insieme all'artista attraverso un gesto era stata spazzata via da un doppio click e un lettore multimediale. L'integralismo analogico di mio padre aveva però anche un'altra spiegazione, legata ai suoi specifici gusti musicali. Amava la musica del XX secolo, soprattutto quella composta tra gli anni trenta e gli anni settanta, anni in cui il vinile era il formato per eccellenza. Sarebbe quindi stata una mancanza di rispetto nei confronti di quel periodo storico, diceva lui. Sarebbe stato come riprodurre un quadro di Rembrandt con la tavoletta grafica. Il rumore della puntina sul disco, il fruscio del vinile che gira su sé stesso, solo attraverso questi rumori si poteva rivivere l'esperienza d'ascolto che altri avevano vissuto prima di lui. C'era da dire che, considerate queste spiegazioni, l'hobby di mio padre rischiava di sconfinare nel territorio dell'ossessione, ma mia mamma con garbo e con forza lo teneva sulla terra. E comunque, ripensandoci oggi, la sua passione era una cosa bellissima, che illuminava tutta la casa. Inoltre mi è capitato poche volte di incontrare persone capaci di coltivare passioni piccole e durevoli. Spesso invece ho incontrato grandi sognatori a tempo determinato. Tornando a mio padre, bisogna però dire che il suo integralismo analogico portava con sé tutta una serie di aspetti negativi: il primo era di tipo economico. Erano trascorsi molti anni dall'uscita di quei dischi e molti di questi erano diventati pezzi da museo. Trovarli senza strapagarli era quindi un lavoro lungo e frustrante. Ne sapevamo qualcosa io e mio fratello, perché almeno un sabato al mese ci trascinava con sé al mercato delle pulci sulla Dora. Avevamo entrambi meno di dieci anni. Ci teneva strette le mani e si buttava nella folla di persone che ingrossavano le strade ciottolate del mercato. Sui due lati erano sistemate bancarelle fisse e venditori con solamente una coperta dove esponevano tutta la loro merce. Era un habitat con poche regole non scritte e confusionario. Noi due venivamo strattonati da una parte all'altra da papà, che quando intravedeva uno scatolone di dischi appena usciti da una cantina sgomberata, si fiondava verso la bancarella e noi dietro a rimorchio. Aveva fatto una lista dei pezzi che gli mancavano, su un foglio protocollo piegato quattro volte su sé stesso e che teneva sempre nella tasca del giubbotto. Era metodico. Ogni volta che aggiungeva un disco alla sua collezione prendeva un nuovo foglio protocollo e lo compilava con la lista aggiornata. Quando non trovava niente per mesi e il foglio si sgualciva un po', riscriveva la stessa identica lista su un nuovo pezzo di carta, e lo infilava di nuovo in tasca. Alcune ricerche erano estenuanti, duravano tutte le ore della mattina. Ora che sono passati tanti anni, però, non mi ricordo più la fatica di aver camminato per ore, ma la bellezza di andare a mangiare insieme a lui e mio fratello un pezzo di pizza alla panetteria magrebina che stava alla fine del mercato. Succedeva ogni volta, alla fine delle ricerche, qualsiasi fosse l'esito. Ci comprava piccoli pezzi, ché la mamma a casa stava preparando il pranzo e non dovevamo rovinarci l'appetito. Ce le portava mezze incartate poi si portava l'indice al naso perché quello era un nostro segreto. Altrimenti si sarebbe arrabbiata. Spesso non trovavamo niente, ma quando ci imbattevamo in uno dei vinili mancanti era una vera festa. Tornavamo a casa e facevamo un primo ascolto di prova. Tutti quanti seri e con la ruga della fronte corrucciata per la concentrazione, cercavamo di capire se il disco avesse qualche riga o difetto che facesse saltare la puntina. Se l'ascolto scorreva liscio fino alla fine mio padre esultava gridando "Sì!" e battendo due volte le mani. Se era un lento riportava la puntina all'inizio del vinile, andava a prendere la mamma e se lo ballavano in cucina, rischiando di andare a sbattere contro i mobili perché non era tanto grande. Dopodiché la canzone diventava la colonna sonora della giornata: pranzavamo ascoltandola, con mio padre che ci raccontava tutto quello che sapeva sull'artista e sull'opera. Aspettavamo poi che il pomeriggio si consumasse del tutto, ognuno facendo le proprie cose, ma con sempre lei di sottofondo.
  11. OcraMacro

    Alchemy - Ep.1 - Cena

    Molto divertente questo mix tra elementi fantasy, ambientazione moderna e personaggi un po' "pulp". Effettivamente la scelta di non segnalare il discorso diretto può essere un po' spiazzante all'inizio, ma ci si abitua abbastanza subito e diventa gradevole. Forse userei il corsivo per segnalarlo graficamente. Non so se mi piace il "turpiloquio", perché i personaggi sono già ben caratterizzati dalla parte narrativa: Sabrina un'adolescente passivo aggressiva, Amilcare un maestro non convenzionale, etc. Bella l'idea del frigorifero come strumento che impedisce la trasformazione Ci sono molte linee narrative che possono essere sviluppate e questo è un bene. Typos: Dare loro dà Ehi No
  12. OcraMacro

    Buongiorno a tutti

    Ciao @Kyuss, grazie!
  13. OcraMacro

    Buongiorno a tutti

    Grazie @ire70
  14. OcraMacro

    Buongiorno a tutti

    Buongiorno a tutti, Mi chiamo Marco, ho 33 anni e da diverso tempo accumulo incipit, capitoli e idee di storie nel mio cassetto senza farli leggere a nessuno. Ho quindi deciso di pubblicare un po' di cose qui perché credo sia importante avere un confronto con altre persone su ciò che scrivo. Inoltre, sono curioso di incontrare nuove storie e nuovi stili in questa community. Mi piace molto la fantascienza, ma leggo di tutto. Attualmente sto "scalando" Infinte Jest di David Foster Wallace e quest'estate sono rimasto folgorato da La Ferrovia Sotterranea di Colson Whitehead.
  15. Avevo vent'anni ed era un giorno di marzo, uno degli ultimi della mia vita universitaria appena cominciata. Mattina in aula E14 con il sole fuori, pomeriggio a lavoro, pony express sotto la pioggia. Giornata no, pensavo mentre infilavo le chiavi nella toppa, ma da dietro la porta sentivo Wish you were here, la canzone di quando mio fratello era triste. Andai subito in camera sua, ma quando gli chiesi cosa avesse non mi guardò neanche. Le pareti della stanza nostra e di quella dei miei genitori sono perpendicolari. Se sei di fronte a una ti basta girare il collo per guardare dentro l'altra. Spostai lo sguardo sui miei genitori e c'era mia madre che piangeva. Mio padre invece se ne stava zitto, con gli occhi vuoti conficcati per terra. - cosa è successo? Mio padre aveva il cancro. Il giorno dopo andammo dal medico di famiglia, il dottor Giustini. Era un uomo sfacciatamente ottimista. Lo odiavo fin da bambino e ogni volta che subivo le sue visite i ripetevo che avrei dovuto cambiare medico, ma la mia pigrizia vinceva sempre sui miei intenti. Lesse il referto delle analisi con sguardo intenso e finto empatico. Noi eravamo appesi al suo giudizio. Passarono pochi minuti, quindi cominciò, con lo stesso sguardo intenso: - il tumore non è mai uno scherzo poi sorrise - fortunatamente sembrerebbe che lo abbiamo preso in tempo sospirammo Continuò a lungo a spiegarci cose troppo tecniche perché noi le capissimo e a indicare punti di una radiografia. D'altra parte a nessuno di noi quattro interessava altro dopo la notizia entusiasmante. Dopo il suo monologo tecnico-scientifico si sciolse in un gesto di profonda umanità alzandosi e accompagnandoci alla porta. Prima di salutarci disse che insieme l'avremmo preso a calci nel sedere quel cancro, fendendo l'aria con alcuni pugni. Lo disse a un tono di voce abbastanza alto da fare in modo sala d'attesa sentissero tutti: - Quindi lei non sa distinguere le mani dai piedi? Speriamo che il tumore non l'abbia sentito! - gli dissi - Suvvia Andrea, era una metafora, un modo di dire – ridacchiò e mi diede un buffetto - Mi scusi, perché adesso mi prende a calci sulla spalla? - senza sorridere Il dottor Giustini ci rimase male, ma non ebbe tempo di replicare perché mi trascinarono via, mentre avevo cominciato a insultarlo sul piano professionale, umano e persino estetico. Poco prima che si chiudesse dietro di noi la porta del suo studio riuscii a urlargli che era un ciccione. Saliti in macchina, mio fratello mi disse che ero stato uno scemo, come sempre. Non la presi bene: gli risposi che semplicemente avevo il coraggio di dire alle persone le cose come stavano anziché fare lo snob preso male e taciturno. Cominciammo a litigare quasi fino alle mani. Smettetela – urlò mio padre, interrompendoci – non ho bisogno né di essere difeso, né di queste scenate. Il tumore è mio e me lo gestisco come diavolo voglio, capito? - Ma Giovanni, non parlare così di questi argomenti – mia madre esprimeva il suo disappunto con quel tono un po' di rimprovero, un po' di comprensione. Mio padre inchiodò in mezzo alla strada, che fortunatamente era deserta - Non ti ci mettere anche tu, Giovanna. Io dico, penso, faccio quello che voglio, capito? - gli tremava il mento mentre parlava. Stava per piangere, ma ingoiò le lacrime. Ripartimmo, silenziosi e tristi. A casa bastò poco: una selezione di dischi, delle pizze d'asporto e due belle bottiglie di vino rosso aperte al centro della tavola. Eravamo pieni. La puntina si era alzata e l'ultimo vinile aveva smesso di girare. Io buttavo la cenere della sigaretta nel cartone vuoto della pizza. - Stasera è l'ultima sera che si fuma in casa – disse mamma, che nel frattempo si era alzata per fare il caffè. Eravamo tutti d'accordo. Due minuti dopo la moka gorgogliava. Cinque minuti dopo stavo arrotolando un'altra sigaretta. - me ne giri una? - chiese papà. Alzai subito lo sguardo verso mamma, che represse qualsiasi intento moralizzatore-salutista. L'accese e tossì un po' al primo respiro di nicotina. Diede due boccate in silenzio poi cominciò il monologo che tutti aspettavamo da quando eravamo in macchina. Era in flusso di coscienza libero. Sembrava che parlasse da solo. Metteva insieme spezzoni di frasi, silenzi brevi e lunghi, diluvi di parole. A pochi decibel. Dovevamo avvicinarci a lui per sentire la sua voce. Ci diceva che aveva sempre creduto in Dio, poi che avrebbe voluto tornare bambino, poi ci parlava del padre, poi di quanto era fortunato ad averci, poi di musica, poi di nuovo di Dio, poi di nuovo di musica. Non c'era un filo logico. Anche nello sfogarsi era pacato e gentile. Passarono ore, con noi appesi alle sue emozioni in cucina. Il lampadario illuminava quei pochi metri quadri, mentre tutto intorno faceva buio. Ogni tanto mia madre ripeteva le parole del dottore – lo abbiamo preso in tempo, no? - Quella non era una domanda, ma una sorta di formula magica. Ripetendola molte volte forse tutto sarebbe tornato come prima. Non le rispondevamo, non le interessavano le nostre risposte. Sul cartone della pizza che usavamo come posacenere c'era una montagnetta di mozziconi e il fumo occupava denso gran parte della casa. Aprii la porta-finestra che dava sul ballatoio. Tutto il quadrato di balconi che circondavano il cortile interno era zitto e spento. - Qui sì che si respira – Era mio padre, che si era messo il giubbotto e mi aveva seguito. Le cose che volevamo dirci erano così tante che rimasero intrappolate in un silenzio imbarazzato. Abbozzammo qualche sorriso, poi lui mi diede una pacca sulla schiena e mi chiese di prendermi cura di mamma e di Alberto, qualsiasi cosa fosse successo. Quella raccomandazione mi mise k.o. Aspettai che mio fratello si addormentasse poi crollai tra le lacrime. Provavo a fermare il pianto, ma il dolore mi scuoteva lo stomaco. Riuscii soltanto a soffocare il rumore, mordendomi una mano per evitare di farmi sentire. Trascorsi in questo modo almeno un'ora. La sveglia proiettava sul soffitto l'una e mezza di notte quando il pianto smise di stringermi lo stomaco. Tuttavia il mio umore non era migliorato. Provavo a guardare un punto fisso, provavo a concentrarmi su quel punto, provavo a tenere fuori tutto ciò che non era quel punto...inutilmente. I pensieri mi tendevano delle imboscate, infami. Per disorientarli e scappare da loro cercavo di ragionare su aspetti pratici: come avremmo fatto con i soldi se lui fosse morto? Chi se ne sarebbe occupato se avesse smesso di essere autosufficiente? In realtà finivo per angosciarmi sempre di più. I minuti scorrevano lenti sul soffitto, mentre il dolore cannibalizzava il mio sonno. Ero esausto per il continuo girarmi nel letto. Le quattro. Le palpebre pesavano sopra le pupille, ma il buio era una semplice apparenza. Non mi muovevo neanche più: mio padre ha il cancro, mio padre ha il cancro, mio padre ha il cancro, mio padre ha il cancro, mio padre ha il cancro. La mia testa cantava quelle parole come un ritornello. - Non ti preoccupare: papà è più forte di questa stupidaggine – Era mio fratello con la voce accartocciata dal sonno - Albi? Non rispose. il suo respiro tornò a farsi profondo. Mi chiesi se mi avesse parlato da sveglio oppure no, ma non ebbi tempo per rispondermi. Quelle parole avevano premuto l'interruttore magico. Mi addormentai all'istante. La mattina seguente in casa sembrava essere tornata la speranza dopo quell'incubo di notte. Eravamo complici, eravamo ottimisti, eravamo determinati. Lo avremmo preso a calci nel sedere veramente il cancro, come diceva il dottor Giustini. Nel pomeriggio mamma riuscì a fissare un appuntamento con uno specialista privato, consigliatole da una sua collega. Tutto un altro medico. Ci accolse con un sorriso dentro il quale sembrava essersi condensata tutta l'empatia dell'universo (o la mite soddisfazione per la parcella). Ci spiegò ciò che ci attendeva con chiarezza e precisione. Papà aveva un tumore alla base della spina dorsale e si sarebbe dovuto sottoporre ad alcuni cicli di radioterapia che, secondo lo specialista, avrebbero ridotto in modo consistente la massa tumorale permettendo così di estrarla. Tutto facile, secondo lui. Fu una sbronza di ottimismo senza postumi: la terapia funzionò e per qualche anno ci dimenticammo cosa fosse successo. A ricordarci l'accaduto rimase solo un leggero zoppicare di papà causato dall'operazione. Dopo lo spavento tornammo ad essere la famiglia felice di prima, che era una cosa bella, ma soprattutto utile. Tutto ciò che c'era intorno infatti stava crollando. La nostra città in crisi, come il resto del paese, stava diventando un luogo disperato. Le fabbriche ormai dismesse fagocitavano senza tetto e disperati, che pativano gli inverni in quegli edifici pericolanti e freddi a causa delle pareti altissime. Molti negozi chiudevano, soprattutto nelle periferie che se ne stavano così spogliate e inermi di fronte al degrado. Il fiume di sotto-occupati, disoccupati e inoccupati si ingrossava un po' di più ogni mese. Erano rari quelli tra loro che rifluivano all'interno del tessuto produttivo. Tutti gli altri dovevano confrontarsi con una nuova condizione: alcuni di loro si adattavano, altri invece...per questo dico di essere stato fortunato ad avere un tetto e una famiglia felice, altrimenti non so che fine avrei fatto. Mia madre ricorsivamente dice che penso troppo. Succede ogni volta che mi vede con gli occhi stretti e corrucciati, la mia espressione tipo quando sono di malumore. Si avvicina, mi accarezza i capelli e mi parla come se avessi cinque anni: "la facciamo andare via quella nuvoletta nera sulla testa?" oppure "basta brutti pensieri", mimando il gesto di sfilare qualcosa dalla testa e buttarla via. Inizialmente questo tipo di intervento peggiora la situazione: le dico di andarsene, di lasciarmi stare. Lei però continua noncurante, insiste fino a farti esplodere...e funziona. La cosa divertente era però che quando esplodevo io si arrabbiava lei, quindi si invertivano le parti. La stessa cosa succedeva con mio fratello. Di solito Si andava a formare un triangolo in cui il litigio mamma – figlio x veniva stemperato dall'intervento mediatore del figlio y o di papà. Solitamente poi si rideva un sacco dell'accaduto. Famiglia felice anche se turbolente. Fuori di casa, però, il problema continuava a esistere oggettivo e inespugnabile. Né io né mio fratello, così come altri tantissimi ragazzi della nostra età, avevamo la prospettiva di trovare un lavoro che ci permettesse non dico di realizzarsi, ma almeno di essere autonomi. A rendere ancora più estraneo il concetto di futuro dalle nostre vite erano stati i duri tagli a tutto ciò che era "stato sociale" prima della crisi. L'Università per me finì all'inizio del secondo anno, quando tagliarono del tutto le borse di studio e ricalcolarono le fasce di reddito con aumenti del 300%. Non ebbi troppi rimpianti. Mio fratello, che aveva 2 anni in meno, non poté neanche cominciarla, lui sì con tanti rimpianti. Come l'Università, così il servizio sanitario pubblico, i sussidi per la disoccupazione, i servizi sociali. Diritti quasi estinti. E tutti noi eravamo schiacciati in mezzo a quella trasformazione. Realizzare questo concetto era amaro e difficile. Spesso il refrain preferito dai pochi privilegiati con un contratto a tempo indeterminato era che se davvero vuoi lavorare qualcosa lo trovi. Certo: mi è capitato più volte che qualcuno dall'agenzia interinale mi chiamasse a mezzogiorno per un lavoro che cominciava alle due dall'altra parte della città, e il contratto sarebbe stato di una settimana, e nello specifico che tipo di lavoro fosse lo si sarebbe scoperto lì. Era avvilente anche questa condizione che collimava tragica con la disoccupazione stessa. Dal canto mio ci misi un po' ad accantonare l'ansia di finire in mezzo a una strada e ad abituarmi a una vita senza prospettive, sperando che i miei genitori vivessero e mi mantenessero il più a lungo possibile. Per fortuna, grazie all'unica cosa che sapevo fare mediocremente, parlare in inglese, trovai un lavoretto precario che mi aggiustò di un poco le prospettive. Era un concetto lontano anni luce da quello di lavoro, ma mi permetteva di comprarmi le sigarette, le uscite con gli amici e mettere persino da parte qualcosa. Mi chiamavano di tanto in tanto, quando andava bene due volte alla settimana. L'agenzia si chiamava Oltre il Ponte e aveva sede nei palazzi che chiudevano a semicerchio la piazza del mercato cittadino principale. Questa agenzia organizzava esperienze di vacanza avventura per turisti provenienti dai nuovi paesi ricchi, i Brics: Brasile, Russia, Cina, India, Sudafrica. Avevano, infatti, cominciato ad avere un grosso appeal turistico le esplorazioni delle antiche periferie industriali, guardate da molti quasi come reperti archeologici, fondali oceanici che contenevano storie antiche. Di solito provavano questo servizio giovani coppie che durante il loro viaggio in Italia avevano già visitato abbastanza spiagge, musei e monumenti. La città delle fabbriche morte era di solito l'ultima tappa del tour, un viaggio a risalire la penisola. Quando arrivavano da noi l'entusiasmo per la vacanza andava in riserva e il desiderio di casa per loro si faceva più intenso. Andavano quindi alla Oltre il Ponte in cerca di un modo eccitante e pericoloso di passare il tempo, dare un senso a quegli ultimi giorni e avere un aneddoto in più da raccontare ad amici e parenti. Quelli dell'agenzia preparavano l'ambientazione, assoldando qualche derelitto come attore e qualche ragazzo disoccupato come guida turistica. Ed ecco il mio lavoro: accompagnare, suggestionare e spaventare coppie di turisti all'avventura. Conoscevo gli itinerari molto bene, perché molti di essi attraversavano il mio quartiere. Altro motivo per cui mi avevo ottenuto il lavoro. L'escursione tipo era divertente. Arrivavo vestito di tutto punto (abito aziendale) e con la faccia seria, poi parlavo, come uno steward incazzato di una piccola compagnia low cost. In inglese davo loro il benvenuto, facevo loro firmare i moduli con cui sollevavano l'agenzia da ogni responsabilità in caso di infortuni o furti subiti, infine consigliavo loro di lasciare nella cassetta di sicurezza oggetti di valore come macchine fotografiche, collanine o cellulari costosi. Pochi ascoltavano questo consiglio, ma l'effetto di stimolare il lieve senso di pericolo veniva raggiunto sempre. Le prime centinaia di metri erano tranquille. Andavamo dritti sulle vecchie rotaie inutilizzate del tram e i turisti mantenevano il contatto visivo con la zona di sicurezza. Dal vecchio ciottolato spuntavano foglie d'erba anarchica che dava all'ambiente un senso di abbandono. Era il tratto di strada in cui spiegavo come mai la nostra fosse la città delle fabbriche morte. Il mio racconto cominciava dalla fine dell'Ottocento ed era infarcito di leggende, complotti, momenti di ascesa e di declino. Si trattava del momento più delicato perché era il momento in cui facevamo perdere la strada alla coppia di turisti, il momento più importante. Per questo motivo Luisa, la responsabile dell'agenzia, ci obbligava a studiare a memoria il monologo e, di tanto in tanto, ci chiedeva di recitarlo davanti a lei. Passato un quarto d'ora e dopo qualche svolta in stradine secondarie l'effetto era ottenuto. Il classico monologo da guida turistica cedeva il passo all'avventura vera e propria. Non appena la coppia di turisti si accorgeva di essersi persa cominciava a innervosirsi e si teneva incollata a me. Io li facevo entrare in una piccola fabbrica o negozio abbandonato, dove un senzatetto spuntava dal buio, dietro di noi, chiedendo due spiccioli. Le prime volte, lo ammetto, mi spaventavo anch'io. Luisa li faceva turnare, ma aveva preso in particolare simpatia il signor Anselmo, che era veramente un senzatetto. Tiravo fuori dalla tasca qualche piccola moneta, scambiavo due battute con l'attore di turno, poi rassicuravo i due spiegando che voleva soltanto un aiuto per il pranzo. Il tour continuava, con loro che sussultavano per ogni dettaglio: incrociavamo qualcuno con lo sguardo poco raccomandabile, passavamo a fianco di un gruppetto di ragazzi che urlavano in dialetto e si spintonavano, ci ritrovavamo i una strada troppo silenziosa. Ogni cosa era motivo di apprensione. Io, con l'esperienza, avevo imparato ad assecondare le situazioni suggestive. Per esempio, quando vedevo qualcuno incrociare la nostra strada mi zittivo, abbassavo lo sguardo e allungavo leggermente il passo. Una volta superatolo emettevo un appena percettibile sospiro di sollievo e, quando la coppia mi chiedeva se ci fosse qualche problema, rispondevo frettolosamente "nothing!" e ricominciavo a raccontare la storia della città. Passava così un'ora, e si arrivava alla scena madre. Li portavo alla mezza cupola, un'opera architettonica in acciaio e vetro resina che nelle intenzioni dell'architetto avrebbe dovuto abbellire il giardino antistante un piccolo centro commerciale. Tutto intorno una collana di palazzi anonimi e incipriati di smog. Nascosto nella mezza cupola, un attore-derelitto spuntava fuori all'improvviso prendendomi al collo con un coltellino non affilato. Prima che imparassi a farci l'abitudine, quella scena impressionava molto anche me. Ora aspettavo quel momento per capire dalle mani, dalla puzza, dal tono della voce, chi fosse il mio sparring partner. Avevo anche io i miei preferiti. Uno di loro, Luca, era divertente all'inverosimile, aveva i tempi drammatici nel sangue, quando c'era lui andavamo sempre a bere insieme dopo lavoro. L'hanno trovato morto di overdose non troppo tempo fa. Con una finta gomitata mi liberavo dal coltellino non affilato puntato alla gola, mi giravo verso l'assalitore e lo spingevo via. Quindi urlavo "run!" alla coppia e li seguivo indicando loro dove andare per tornare verso l'agenzia. Correvano, correvano così a perdifiato che spesso dovevo impegnarmi per non farmi seminare. Circa un chilometro e mezzo dopo li fermavo: "here is safe", dicevo loro, e camminavamo a passo spedito verso l'agenzia. Era divertente vederli, cuore in gola, guardarsi intorno con il terrore che qualcun altro spuntasse da un vicolo per una nuova aggressione. In alcuni casi dovevo sforzarmi di non ridere. La gita era pressoché finita quando raggiungevamo i binari abbandonati del tram. Da lì ritrovavano i loro passi e l'adrenalina scendeva: alcuni tremavano, alcuni affettavano comunque l'andatura, altri addirittura scoppiavano in pianti liberatori. Era davvero una tipologia di turismo perversa. La gita però non andava sempre così. Alcune volte il turista provava a fare il supereroe. Solitamente finiva all'ospedale e in un trafiletto della cronaca locale sotto il titolo "cinese/russo/indiano ferito in periferia nord della città". Altre volte gli attori-derelitti provavano a fare i furbi: strappavano macchine fotografiche, rubavano portafogli, si facevano consegnare anelli e collanine. Non era una grande idea la loro perché Luisa, la titolare dell'agenzia, li faceva cercare e picchiare violentemente dai suoi scagnozzi. E se ci provavano una seconda volta... Luisa era un ossimoro incarnato. Aveva cinquant'anni, era poco più alta di un metro e sessanta ed era gracile. I suoi enormi occhi color nocciola esprimevano un'ingenuità e una simpatia adolescenziali. Questa sua aura era inoltre amplificata dal fatto che vestisse solo colori sgargianti e dalla sua risata contagiosa. Inoltre era gentile e carina con tutti: ti abbracciava ogni volta e spendeva molti minuti a conversare con te, dimostrando di ricordarsi molte delle cose che le avevi raccontato la volta precedente in cui l'avevi vista. Nascosta dietro questa maschera da fatina delle favole c'era però un'anima dura come il diamante, che le permetteva di compiere le peggiori nefandezze. Per non parlare del fatto che ci pagasse poco, in nero, e quando volesse lei. Io, però, nonostante Luisa fosse un'adorabile carogna, le vorrò sempre un po' di bene per qualcosa accaduto non molto tempo fa. Era un pomeriggio ghiacciato e nebbioso di gennaio e dovevo fare un tour con una coppia di Brasiliani in viaggio di nozze, probabilmente miei coetanei. Era l'ultimo tour della giornata per l'agenzia. Arrivai venti minuti prima dell'uscita: i clienti non erano ancora arrivati e tutti erano fuori agenzia tranne lei, che notò subito la mia faccia scura. - Ehi, che cos'hai? - Niente – risposi scappando in camerino a cambiarmi. Mi raggiunse lì, dove seduto su una panca singhiozzavo, si sedette a fianco a me e cominciò ad accarezzarmi i capelli mentre stavo nascosto tra le ginocchia. Si mise a piangere anche lei, me ne accorsi perché le sue lacrime calde cominciarono a piovermi addosso. Lei però era molto più elegante di me nel piangere, e silenziosa. Alzai la testa dalle ginocchia e la guardai con la faccia tutta spiegazzata dalla tristezza e gli occhi interrogativi. - Non lo so perché. Non riesco a trattenermi quando vedo ragazzini come voi così tristi – prese un fazzoletto dalla borsetta e delicata si soffiò il naso – cosa è successo? - Mio padre ha il cancro! Scoppiai di nuovo in lacrime, e lei con me. Mi prese la testa con le mani e la portò al cuore, sopra i seni. Passarono molti minuti così, fino a quando mi calmai. Nell'altra stanza la coppia rumoreggiava per ottenere attenzione: ogni dieci secondi vibrava il rumore del campanello della reception, intervallato da qualche Is there anyone here? Luisa perse la pazienza, si soffiò di nuovo il naso, controllò in uno specchietto di essere presentabile e andò alla reception. Da dov'ero la ascoltai iniziare a parlare ai due clienti in un inglese finto-cordiale e finire cacciandoli via e urlando loro dietro numerose imprecazioni in un portoghese fluente. Uscì urlando fin sul marciapiede davanti all'agenzia, infatti sentii il campanello montato sullo stipite suonare due volte: una quando si aprì la porta, l'altra quando si richiuse. In seguito per qualche minuto fu il silenzio. Sentivo Luisa armeggiare, poi un fischio, poi lei ricomparire con due tè caldi. Lo bevemmo soffiandoci dentro per non ustionarci il palato. A metà tazza mi chiese se stessi meglio. Io in risposta bofonchiai appena un sì, vergognandomi per quanto fosse appena successo. - Non devi vergognarti – disse indovinando i miei sentimenti – è una cosa bella piangere. Anzi, il pianto è una vacanza per me, quindi grazie. Davvero! - intuendo di nuovo la mia perplessità dallo sguardo – camminare sulla dignità delle persone è molto più facile a trent'anni che a cinquanta. Ogni tanto, se non avessi momenti come questo, giuro ammazzerei qualcuno. Con le mie mani intendo, quando mando i miei scagnozzi non vale – ridemmo forte. Era dotata di un adorabile black humor. Si accese una Philip Morris - Si può fumare qui, Luisa? - Non dirlo a nessuno – e me ne sporse una. Provai a insegnarle a fare i cerchi col fumo, senza successo. - Vuoi raccontarmi un po'? – mi chiese a sigarette spente. Ecco cos'era successo. Lo zoppicare di mio padre si era acuito e con esso i dolori. Per un po' di tempo non ce ne curammo perché la malattia lo aveva indebolito e ci sembrava logico che il suo fisico ne risentisse. Inoltre si avvicinava ai cinquanta, invecchiava insomma. Il dottor Giustini parlava di infiammazione alla sciatica, di acciacchi, di malanni legati all'età. Noi gli credevamo e cercavamo di ingannare il dubbio che lento e discreto s'insinuava. La domanda "È di nuovo il tumore?" era vietata, ma tutti in fondo ci pensavamo. Il dottor Giustini per scrupolo aveva ordinato un po' di esami. Solo per scrupolo, aveva precisato più volte. Tutte queste cose, gli incontri con il dottore intendo, me le ero fatte raccontare da mia mamma, perché dal giorno della litigata avevo deciso che non volevo più vederlo. Prenotammo gli esami, ma le code erano diventate lunghissime. Passarono altri mesi durante i quali le condizioni fisiche di mio padre precipitarono. Andare a piedi dal letto al bagno o dal letto in cucina comportava uno sforzo titanico da parte sua. La soffitta con tutti i suoi dischi gli era quasi sempre preclusa. Capitava, quando qualcuno di noi era a casa con lui, che ci chiedesse di mettere su un disco, ma le note non erano poi così tanto consolatorie. L'ho spiato una volta: era in poltrona con il volto contratto dal dolore, spostava la gamba sinistra con le mani, in sottofondo c'era un blues. Mia madre un giorno, vedendolo stare male in modo a suo parere insostenibile, chiamò il pronto soccorso. Decise di farlo impulsivamente, senza premeditazione. Semplicemente dopo il caffè si alzò da tavola, prese in mano il telefono e chiamò: - Servizio emergenza, buongiorno - Buongiorno, chiamo perché mio marito non riesce più a camminare. - Ha avuto un incidente? - No, non sappiamo cosa sia successo, cosa stia succedendo, però e grave. In cucina la guardavamo tutti. Zitti. - Vuole un'ambulanza? - Sì, esatto, un'ambulanza - Gliela mando subito. È mio compito però avvertirla che l'ambulanza è a carico del paziente a meno che non si tratti di un codice rosso o giallo e, nel caso in cui non si tratti di un'incidente, difficilmente il vostro caso verrà considerato rosso o giallo. - Capisco. E a quanto ammonterebbe il costo per un trasporto. - Orientativamente intorno ai 700 euro. - 700 euro? Ma noi non possiamo spendere così tanto! - Ha ragione signora, dipendesse da me. Non può portarlo direttamente lei al pronto soccorso, in auto? Mia mamma riagganciò, poi sbatté la cornetta del telefono e la fece sbattere più volte. Noi ancora zitti che la guardavamo. Da quando papà era stato operato versavamo in forti ristrettezze economiche, perché la pensione di invalidità non copriva del tutto il suo vecchio stipendio e perché mamma aveva chiesto un periodo part-time per stargli maggiormente vicino durante quel periodo di difficoltà. L'auto era stata uno dei primi sacrifici che dovemmo fare: costava troppo l'assicurazione, troppo la benzina, troppo la manutenzione. Era fuori budget, per cui ce ne liberammo per pochi spiccioli. Ad aumentare la frustrazione di mia madre c'era il fatto che il nostro appartamento stava al secondo piano senza ascensore. Mamma inveiva in modo scomposto all'indirizzo del centralinista (che non poteva più sentirla), camminava avanti e indietro prendendo ricorsivamente a calci lo sportello sotto al lavandino, si mangiava le unghie...mio fratello provò a farla ragionare, ma lei neanche gli rispose intenta com'era nel cercare una soluzione. Entrambi pensavamo stesse esagerando, ma allo stesso tempo ci preoccupava il fatto che papà non glielo stesse facendo notare. Improvvisamente si precipitò in camera da letto, ricomparve pochi istanti dopo vestita con le prime cose che aveva trovato e uscì sul ballatoio. Provammo a chiedere a papà di parlarle, di dirle che ci fosse bisogno di agitarsi così tanto. Lui rispose soltanto con uno "sto male", che pronunciato con quel filo di voce ci terrorizzò. Quella fu la prima volta in cui ebbi davvero paura che morisse. Sudava e riusciva a malapena a stare sulla sedia. Ci gelava il sangue. Qualche minuto dopo mamma tornò. Dietro di lei c'era Carlo, l'uomo burbero che ci faceva da vicino di casa fin da quando eravamo bambini e giocavamo a pallone in cortile, e puntualmente ci sequestrava il pallone. Carlo aveva sessant'anni, era scapolo e nella vita faceva il corriere. Spesso lavorava di notte e di giorno, quando giocavamo, lui dormiva. Per questo ci sequestrava il pallone. Non lo vedevamo spesso, considerati i suoi ritmi lavorativi. Quando lo vidi la prima cosa che pensai era che me lo ricordavo più alto. Carlo aveva un furgoncino tutto suo: era un Peugeot verde metallizzato che lambiva i cinquecento mila chilometri, aveva spento trenta candeline lo scorso inverno, ma il motore sembrava nuovo e la carrozzeria, riverniciata pochi anni fa, era liscia, senza un bollo, né un graffio. Portammo giù papà di peso: io dalle gambe, mio fratello e Carlo dalle braccia. Con lenta dolcezza lo caricammo sul Peugeot e partimmo verso il pronto soccorso. Mia mamma era in trance da monologo. Parlò lei, da sola, solo lei. Era un flusso di coscienza straripato lungo gli argini. Carlo per non passare per maleducato annuiva e abbozzava sorrisetti, ma non se la cavava molto a fingere interesse. In ogni caso a mia madre non interessava che qualcuno la ascoltasse. Doveva sfogare la sua angoscia. Probabilmente aveva capito prima di noi quanto fosse alta la possibilità che la morte di mio padre avvenisse in un futuro non troppo remoto. In altri momenti quel modo monologato di stare al mondo mi avrebbe (ci avrebbe) fatto saltare i nervi. In questa situazione mi sembrava che si stesse addirittura contenendo. Il traffico della città ci accompagnava blandamente verso l'ospedale. Era quasi ora di punta, eravamo stati fortunati. Una lieve pioggia batteva sul parabrezza. A un semaforo rosso mia madre riprese per un momento fiato dal suo monologo. Il rumore del tergicristallo sul vetro non ci impedì di sentire con chiarezza il rantolo soffocato di papà. Lo stesso Carlo sembrava provare angoscia. Arrivammo al pronto soccorso, di nuovo portandolo a peso morto fino all'ingresso dove lo facemmo sedere su una sedia a rotelle. Era quasi incosciente. I suoi occhi due feritoie strettissime dalle quali si intravedeva la tinta azzurrognola dell'iride. Senza il nostro aiuto non riusciva neanche a tenere la testa dritta. Era come i bambini che si addormentano sul seggiolone dopo aver mangiato, solo più tragico. Attorno a noi il pronto soccorso scoppiava di gente più o meno malata. C'erano fratture che aspettavano di essere ricomposte da ore, sedate da qualche blando antinfiammatorio, ipocondriaci così abituati ai loro codici bianchi che non andavano all'ospedale senza avere dietro un bel romanzo, poi qualche tossico che entrava nelle toilette con un'espressione e ne usciva con un'altra, c'erano anche vecchi che a malapena riuscivano a percorrere pochi metri, bambini che piangevano più o meno motivatamente...era un caos in cui infermieri e medici correvano avanti e indietro. Quando arrivammo noi si stavano disperdendo gli ultimi echi di uno che si era lamentato per il servizio vergognoso della sanità pubblica, perché stava aspettando da ore senza che nessuno l'avesse visitato. I suoi improperi avevano suscitato un lungo applauso e una povera specializzanda in infermieristica fu presa in mezzo alle invettive della folla di malati per cinque minuti. Ricomposto il lamento generale tutti tornarono a sedersi e ad aspettate. Sembravano un quadro. Noi cinque squarciammo la tela. Eravamo entrati da poco più di dieci minuti, ma mia mamma era ancora in coda per la reception. Un giovane medico ci passò a fianco giocherellando con lo stetoscopio, sembrava non ci avesse visto e noi non gli demmo peso. Un istante dopo però tornò, colpito dalle condizioni del paziente. Provò a interrogare papà, ma ormai era praticamente incosciente, quindi chiese a noi alcune cose, poi cominciò ad auscultarlo. Una vecchietta che addirittura si era portata da fare la maglia stava per protestare per quello che le sembrava un chiaro "saltare la fila", ma non fece in tempo perché il medico corse via dalla sala d'attesa ed entrò nel reparto. Tornò poco dopo accompagnato da un medico più esperto. Auscultarono anche loro, si scambiarono rapidi cenni in gergo e poi fecero portare la barella. Quando fecero coricare nostro padre mamma era appena tornata con in mano la sua richiesta codice verde. Rimase disorientata. Seguì la barella e il medico esperto camminando come uno zombie, con noi due che la trascinavamo (Carlo era rimasto ad ascoltare la vecchietta lamentosa, che tra l'altro gli raccontò gli accadimenti delle ultime tre ore). Il medico esperto urlò alcuni ordini in gergo ai suoi sottoposti, sembrava che stessero andando in sala operatoria. Ad un tratto si girò verso mia mamma e le disse: - Signora questo è un codice rosso! Perché non ha chiamato un'ambulanza? Mamma si fermò. Per un attimo avemmo paura che facesse esplodere sé e tutto quanto l'ospedale, poi deglutì la rabbia. Il suo sguardo d'odio però trafisse il medico, che pur non conoscendo i retroscena si rese conto della sua mancanza di tatto e mandò un suo sottoposto a rassicurarci e a spiegare per filo e per segno quali fossero le condizioni di papà. In sala operatoria gli stavano facendo l'angioplastica. "O mio dio", disse mamma portandosi le mani alla bocca. Il sottoposto però parlò bene e la convinse a calmarsi. Convinse tutti e tre in verità. Tornammo nell'atrio al signor Carlo, che non ebbe problemi ad aspettare insieme a noi che l'operazione finisse. Tanto non c'erano film belli in televisione quella sera, disse lui. Trascorsero un paio d'ore quando fummo invitati a entrare in reparto cardiologia dagli altoparlanti. Lì ci stava aspettando il medico esperto. L'operazione era andata bene, papà era fuori pericolo e no, non avremmo potuto dormire lì con lui per problemi di sicurezza. Pensate se si lasciasse questa possibilità a tutti i parenti, ci disse. Poi non si sarebbe svegliato prima di domani mattina a causa dell'anestesia, aggiunse. Erano le dieci di sera e stavamo tornando sul furgoncino del signor Carlo. Per metà della strada ci godemmo il silenzio di chi sa di essere appena scampato a un pericolo. Dall'autoradio usciva musica da camera che addolciva l'atmosfera, mamma guardava fuori dal finestrino la pioggia che ormai era diventata fitta e si gonfiava sul vetro. Era come sedata. Improvvisamente però si riscosse: - Signor Carlo, grazie per tutto quello che ha fatto. Come possiamo ripagarla? - Sicuramente meno di quanto avrebbe pagato un'ambulanza – rispose strappandoci un sorriso. Ci pensò un attimo. - In realtà signora, se poteste permettermi di cenare con voi questa sera. Sono molto affamato e poi, pur vivendo da solo, non ho mai imparato a cucinare veramente bene. La cena fu quasi divertente. Il signor Carlo si rivelò un grande dispensatore di aneddoti grazie al suo lavoro. Sul furgoncino aveva attraversato l'Europa, da Capo Nord a Lampedusa, dall'Atlantico al Mar Nero. Io, che da piccolo sognavo di viaggiare e fino ad adesso avevo visto solo Torino, Pietra Ligure e Fenestrelle, lo ascoltavo rapito. Rimanemmo a tavola fino a tardi, caldi di cibo e del vino che il signor Carlo ci aveva portato. A l'una di notte si alzò da tavola, caracollò verso il ballatoio e prima di salutarci rinnovò la disponibilità a riaccompagnare papà a casa. Era bravo. Notte. Tutto buio, tutti a letto, come ci diceva mamma quando eravamo bambini e dovevamo dormire. Lei però non riusciva a prender sonno. La sentivamo alzarsi e andare in bagno, alzarsi e andare in cucina per un bicchiere d'acqua, alzarsi e fumare una sigaretta. Andammo da lei, stendemmo i nostri sacchi a pelo e ci sdraiammo incorniciando due lati del letto. Il mio zigomo confinava con la testa di mio fratello. Mamma dal letto ci chiese perché dovessimo dormire per terra, quando almeno uno dei due poteva coricarsi sul materasso e se ci fossimo stretti ci saremmo stati persino in tre. - Quello è il posto di papà e domani torna – rispose mio fratello. Risposta bellissima. Alberto, nonostante abbia due anni in meno di me, mi fa sentire spesso il fratello minore dei due. Possiede una peculiare estraneità emotiva ai fatti, che in alcuni casi risulta altezzosa e snob. Altre volte però sprigiona forza e sicurezza. Con una sentenza rassicura tutti. Per me è un punto di riferimento e un po' lo invidio, perché io non so stare calmo nelle situazioni come lui. Per esempio al pronto soccorso avrò percorso chilometri avanti e indietro a causa dell'agitazione, e fumato quasi una decina di sigarette. Lui invece leggeva, seduto, composto. Poche volte mi cercava per un consiglio, ancora meno erano quelle in cui si lasciava andare a confidenze. Certo, c'erano i dischi che rappresentavano un nostro lessico emotivo e privato, con le canzoni ci dicevamo davvero molte cose. Non era sufficiente per me. Secondo lui, invece, andava bene così. Forse il vero problema era che non mi sentissi abbastanza un punto di riferimento per lui. Volevo proteggerlo, ma lui della mia protezione sembrava non sapere cosa farsene. - I miei tesori. Vi ricordate quando vi portavo ovunque in bici? - mamma invase con le parole la mia meditazione triste. Comunque no, non mi ricordavo. - Io ricordo solo di una volta in cui eravamo a metà di un cavalcavia e si bucò la ruota – rispose Alberto. - Davvero ti ricordi, tesoro? Che ridere quella volta. Lo sapete che abitavamo fuori dalla città quando eravate piccoli? - Sì - Sì - Cosa vi ricordate di quel posto dimenticato da Dio? Mamma si era sdraiata sul letto in modo tale da esserci più vicina. Aveva la testa in un angolo del materasso e i piedi sul cuscino all'angolo opposto, quello di papà. Noi lo sguardo rivolto al muro. In questo modo potevamo guardarci tutti e tre facilmente. - Tu, Andrea, cosa ti ricordi? - Mi ricordo quella volta in cui ti si è chiusa la porta dietro le spalle, sul pianerottolo. Suonavi, ma io per scherzo non ti aprivo. Non l'hai presa tanto bene. Mi hai rincorso più volte attorno al tavolo e mi hai sculacciato per bene - - Solo ricordi brutti? Davvero? - Gli occhi di lei si fecero preoccupati. - Ho un ricordo in cui tu parli, un altro in cui tu parli, un altro ancora in cui tu parli...- - Ma come sei noioso! - mi interruppe e si girò nel letto facendo finta di essere arrabbiata. Passo così qualche istante. - Mamma? - Io non ci parlo con te - Va bene. Ci provo. Mi ricordo di quella volta in cui facevo prima elementare. Avevo preso il primo e unico "male" che io mi ricordi. In classe la maestra ci aveva dettato uno scioglilingua e io l'avevo sbagliato tutto. Me lo ricordo ancora. Filastrocca sciogligrovigli, con la lingua ti ci impigli, ma poi te la sgrovigli, basta che te la pigli. Io ero tornato a casa e avevo paura di farti vedere il quaderno. Tu però non mi hai rimproverato e, anzi, abbiamo subito riscritto insieme lo scioglilingua e non ho fatto nessun errore al primo colpo. E non ho mai preso meno di bene negli altri dettati che ho fatto. Sono stato felice quella volta. - Oh tesoro! Fu l'unica cosa che dissi. Il resto della nottata fu popolato dai ricordi di mamma e di Alberto. Provavano a coinvolgermi, ma io facevo finta di dormire. Mi piaceva ascoltarli e non avevo (non pensavo di avere) qualcosa di particolare da raccontare sulla mia infanzia. Mi addormentai con le loro parole di sottofondo e mi risvegliai da solo in camera, con una punta d'angoscia nell'umore. Mamma non era in casa e Alberto era in camera nostra che scriveva la recensione di un libro. Le sue assidue letture gli erano valse una certa fama online come blogger, tanto che un grande sito italiano gli aveva chiesto una collaborazione. Lo pagavano ad articolo e, soprattutto, gli spedivano libri gratis. Una parte dell'accordo non scritta era che alla pubblicazione delle recensioni avrebbe rispedito al mittente tutti i libri tranne quelli che gli fossero piaciuti veramente. Non succedeva spesso perché mio fratello, come ho già scritto, è snob. Nel corso degli anni, però, i libri derivati dalla sua attività di recensore erano arrivati ad occupare tutto un ripiano della sua libreria. Feci capolino dalla porta. Scrisse ancora qualche parola alla tastiera, poi si accorse di me, si fermò e cominciò a guardarmi. - È un buon libro? - No - Autore? - Bagliano - Quello di Cordiale è Salutare? - Già...che poi non è brutto, però è piccolo, minimale, entra-esce, dopo due ore ti sei già dimenticato la storia e i personaggi. - Quando l'hai letto? - In ospedale, ieri - Effettivamente hai avuto tempo, mamma? - In balcone che telefona: ospedale, cliniche, ambulanze, come ieri - Sempre empatico, eh! Già da appena sveglia mamma si era attaccata al telefono per mettersi in contatto con l'ospedale. Avrebbero fatto un check completo di analisi ed esami per capire quale fosse stata la causa dell'otturazione dell'arteria. La mattina seguente eravamo lì e con noi c'erano anche tutti i risultati. Ritenevamo probabile che fosse di nuovo quella cosa lì, però sentirselo dire così, con tanto di spiegazioni mediche, è stato traumatico. Mio padre era di nuovo malato. Questo mi era capitato negli ultimi tre giorni e avevo appena finito di raccontarlo così alla signora Luisa. Il negozio era ormai chiuso da un pezzo e lei fumava ancora e si mangiava le unghie dell'altra mano. Era stato utile parlarne con qualcuno. Luisa, capito che la storia era terminata, si alzò, andò nell'altra stanza a prendere la borsetta e mi diede paga doppia. Ero stato il doppio delle ore in agenzia, mi disse con un dolce sorriso di ispirazione materna. Mi accompagnò ancora fino all'uscio e lì mi abbracciò forte. - Ehi ragazzino, quando hai bisogno ci sono... Annuii. Certo ripensandoci avrebbe potuto offrirmi un lavoro stabile. Il personaggio che interpretava, però, non le permetteva di dispensare cortesie fino a tal punto. Quelle ore passate così furono comunque un regalo inaspettato da parte sua. Si trattava comunque di una sconosciuta che aveva pianto insieme a me. Tornai a casa con l'umore un po' risollevato e lì trovai anche papà, assente negli ultimi giorni. L'avevano dimesso nel tardo pomeriggio. A tavola non conversammo. L'unico suono proveniva dalla soffitta: era un pezzo jazz strumentale che accompagnava la nostra cena. Mamma era riuscita a fissare già per il pomeriggio successivo l'appuntamento con lo specialista dell'altra volta. Questa volta però il sorriso con cui ci accolse era un po' tirato. La situazione era drammatica, ci disse, il tumore aveva generato delle metastasi in altre parti del corpo, aggiunse, però non tutto era perduto e magari con il giusto ciclo di chemioterapia saremmo riusciti a farlo regredire. Mio padre, che mai perdeva la calma in pubblico, mostrò cenni di nervosismo: - Le chiedo scusa: lei è uno specialista, vero? - sì, ma... - Le chiederei per favore di smettere di usare i condizionali e di dirmi precisamente quante possibilità ci sono che io guarisca. - Ecco io...non è possibile...ehm...sa cambia da persona a persona... - La prego, me lo dica - Poche - Poche non è una percentuale, dannazione! - quasi urlava - Ha ragione, chiedo scusa. Purtroppo si sono sviluppate metastasi nel fegato e nell'intestino, due organi da cui il tumore si propaga facilmente. Per questo motivo le dico che ci sono poche possibilità. Poi nella mia vita ho assistito anche alle regressioni più insperate. - E se non volessi fare la chemioterapia? - Le sue possibilità da poche diventerebbero nulle – pronunciò questa parola e rimase in silenzio per qualche istante - Senta: non deve necessariamente decidere adesso, ha tutto il tempo che vuole per farlo. - No, non ho tutto il tempo che voglio. La ringrazio dottore e buon pomeriggio. Papà si alzò e parzialmente sorretto da un bastone si avviò all'uscita. Stette zitto per i successivi due giorni, a pensare alle possibilità che aveva. L'unica frase che gli sentii dire era rivolta a mia madre. Ogni volta che lei provava a chiedergli qualcosa lui le rispondeva "Tesoro per favore lasciami riflettere in pace". Il secondo giorno, durante la cena, pronunciò la sua decisione. - Va bene, faccio la chemioterapia. Però vorrei che vendeste i dischi e che chiudeste a chiave la soffitta. Saperli lì, a pochi passi che non posso percorrere è troppo doloroso per me. Già devo affrontare il cancro, non voglio anche affrontare questo tipo di sofferenza. Lo so che sono solo stupidi dischi, ma per me valgono tanto. Ognuno di loro mi riporta al passato e mi fa venire la nostalgia. E io devo essere forte, non nostalgico, se voglio continuare a vivere. Cosa ne dite? Non protestammo, non potevamo. Però la casa era triste senza la musica. Scompariva infatti quell'idillio che vivevamo attraverso i dischi e che era una potente alchimia che ci teneva insieme. Ogni vinile, un ricordo. Senza di loro, senza la soffitta silenziosa chiusa a chiave, il nostro appartamento diventava uno dei luoghi più inospitali del mondo.
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