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sarano

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  1. sarano

    Moneta di cioccolato

    Dieci gradini da salire, una rampa ed è arrivato. E’ difficile consegnarsi verso una direzione per chi non ha mai seguito che il proprio istinto. Luciano si siede, si accende una sigaretta e guarda l’interno di quell'edificio: le sue viscere sono consumate, le mura sporche andrebbero dipinte, da una finestra aperta il vento entra come se quella fosse anche casa sua. Cinquantacinque anni, una vita vissuta truffando chiunque lo meritasse, un’esistenza che ha conosciuto soldi, ville e donne, ma anche l’abisso della solitudine degli uccelli che cantano senza mai avere risposte. Finita la sigaretta getta incurante a terra il mozzicone, si rialza lento aggrappandosi al corrimano perché il cuore da tempo ha poca voglia di collaborare. Una donna fa capolino da una porta semiaperta - Luciano sei tu? mi era sembrato di sentire un rumore.– - Guarda bene dallo spioncino prima di aprire la porta c’è gente strana, pericolosa. - La donna sorride: - Me lo sentivo che venivi- L’anziana donna sembra trasportata dal secolo scorso, disegnata dolce nei lineamenti, ha negli occhi una luce di color grigio che la rende speciale. Luciano l’abbraccia, l’anziana donna pare inghiottita dentro il suo involucro. La radio è accesa, lui sentendo la musica accenna con lei un giro di valzer, l’inverno pare in quella stanza dimenticato. Ridendo l’anziana diventa leggera come uno stelo che si fa trascinare dal vento. -Mamma Dona non posso stare molto, uno o due giorni- La donna sente quella frase già sentita un milione di volte. Con quella che chiama Mamma Dona parla di tutto è capace di parole calde da sembrare vicino a lei anche se ha nel cuore il gelo invernale. Fuori lo cercano così tanti da diventare una folla e lui parla come se fosse un impiegato stanco della giornata di lavoro. Sono le sette di sera di una domenica di un inverno senza luce, Luciano si alza e si apre un piccolo spiraglio spostando la tendina sulla strada. La gente cammina a testa bassa, sembra quasi che ognuno si vergogni dei peccati del proprio vivere. Non guarda nulla di preciso, si sofferma a fotografare con gli occhi i piccoli granuli della lieve umidità che rigano il vetro. Ogni goccia ha un suo percorso, un suo destino, cosi come ogni essere umano ha una debolezza, basta aspettare e scoprirla. Il lavoro di Luciano non si creda cosa facile, anche se aiutato da una naturale predisposizione dietro c’è tanta pazienza e impegno per la scelta del giusto soggetto. Luciano usa ami piccoli, non ama muovere molta acqua, ma in caso sa pescare anche con la dinamite. Era nato per mentire, truffare e finire nei guai, ma da piccolo era impossibile farglielo notare, era capace di fare il muso e non parlare per giorni interi. Forse allora la menzogna era ancora qualcosa di cui vergognarsi, un fastidio da nascondere come un difetto da non far vedere. Ora invece pur senza mai presentarla è una buona compagna, un’amica che non lo abbandona mai neanche davanti ad un giudice di tribunale. I figli della menzogna, gli alibi, sono sempre pronti ad aiutare e a convincere con prove ben costruite che dimostrano che alla verità se ne può sempre affiancare un’altra più morbida. Una vita vissuta ballando un furioso girotondo e ogni volta che l’affanno lo faceva rallentare c’era sempre qualcosa o qualcuno da cui fuggire. Pur seminando cadaveri ad ogni suo passaggio c’era sempre una piccola folla a dargli credito. Nel cimitero dei giochi perduti Luciano aveva lasciato persone che aspettavano soldi, macchine e motoscafi e altro mai pagati. Eppure nonostante tutto ad ogni suo passaggio Luciano in poco tempo si rifaceva una verginità. La gente gli consegnava i soldi con la stessa fiducia di un pilota che affida la sua vita al radar. Conoscente delle mille piaghe che ricoprono la pelle degli esseri umani, sa essere generoso, utile, premuroso e perfino sensibile. Ora tranquillo parla e mangia, finisce la pasta con fatica, il secondo appena lo assaggia, beve tre bicchieri di vino poi aiuta Mamma Dona a sparecchiare. Come farebbe un buon figlio si siede con lei sul divano e comincia a raccontare dei posti visitati. Mamma Dona lo crede un imprenditore, lo ascolta come se fosse una scolaretta a lezione. Racconta di cose sentite più che realmente viste poi ci mette del suo con personaggi e comparse a suo piacimento. Qualche donna appare sempre, ma poi le storie per una ragione o per l’altra finiscono. Luciano parla piano, non urla mai. Ogni tanto prende fiato, ha le giuste pause da attore consumato. La famiglia è un qualcosa per Luciano di mai pensato, un fardello troppo pesante con troppe radici, per Mamma Dona prova qualcosa di strano, forse quello che provano i gatti di strada quando trovano un rifugio. Mamma Dona aveva perso da anni il marito, che era stato il maestro di Luciano. Saverio era un vero artista capace di trasformare una patata in una pepita d’oro. Prima regola: mai coinvolgere la famiglia, così lui per Donata era stato sempre un rappresentante di stoffe. Saverio era prudentissimo, morì per un tumore, immacolato, senza mai essere stato in galera. Luciano invece in gattabuia c’era stato, ma questa era un’altra storia. Gli ci volle molto per diventare oltre che il migliore allievo di Saverio anche un amico. Erano in parte molto simili: solitari, scontrosi, con il pelo sempre irto, con i sensi all’erta attenti a riconoscere un segnale negativo. Un giorno Saverio disse:- Vieni a mangiare a casa mia- La frase non considerava risposte che non fossero che l’assenso. Luciano era teso, sapeva quanto Saverio tenesse a Donata e quanto fosse importante conquistare la sua fiducia. Tutto andò per il meglio e da allora Luciano fu per Saverio la sua unica debolezza. Al suo funerale Luciano mandò una lettera piena di parole colme di accorato dolore e di dispiacere, ma non si fece vedere, era inutile vedere un uomo ridotto ad un involucro di poca carne. Altra regola imparata da Saverio: non si rischia per qualcosa che non ha senso. Salutare una bara è inutile. Saverio di sicuro avrebbe approvato. Le galere sono piene di gente che non sa prevedere, spesso basta un particolare per capire una trama. Il suo non è un mestiere per velocisti, bisogna aspettare, se sei impaziente e vuoi tutto e subito è meglio dedicarsi alle rapine. Ogni volta, fatta la truffa, il personaggio è bruciato e bisogna interpretare un altro ruolo. E’ come essere un camaleonte capace al bisogno di cambiare la livrea indossata. Tutto deve essere ripassato e rivisto mille volte, i problemi , gli imprevisti bisognava fiutarli come gli animali del deserto sentono l’acqua nascosta. Nel passato aveva collezionato parti come un attore e come tale lui si sentiva: dottore, professore, pittore, critico, cantante, conte , perfino prete. La parte che però gli aveva dato più soddisfazione era quella del diplomatico. La vestiva come se fosse stata cucita apposta per lui. Alto magro, con un viso distante anche nella risata, era arrivato a truffare perfino gente famosa. Luciano odiava la gente che camminava con la testa girata verso il passato , il presente era l’unica cosa che lo riguardasse. E nel presente c’era un mondo che stava cambiando, ormai i truffatori erano tutti su internet, il vecchio mestiere di interpretare imparato da Saverio era solo di pochi. Lui che ogni parte l’aveva studiata come per un esame all’università guardava con fastidio i nuovi che senza pietà erano pronti a truffare vecchiette o poveri disabili. Il suo codice d’onore gli impediva anche solo di pensarlo. Tra due giorni sarebbe ripartito, ma ora era meglio andare a letto, nel sonno i pensieri si fanno meno scuri. Aveva in mente un grande colpo, forse l’ultimo che lo avrebbe fatto vivere per sempre come un signore. Mamma Dona era il suo porto sicuro dove gli alibi e le finzioni ormeggiavano danzanti attraccate fuori dalla porta. Verso le due qualcosa di non definito lo desta. Di colpo i sensi tornano a funzionare a pieno regime, la reattività sfruttata in tante situazioni non lo abbandona, appena giunge nell’altra stanza tutto gli è chiaro: la stanza di Dona va a fuoco. - Mamma Dona - urla precipitandosi nella sua stanza . Dona è sdraiata a terra per arrivare a lei deve superare una barriera di fuoco. Luciano si ferma, in lui prevale il vivere, non ha ancora voglia di morire. Bloccato come davanti ad un semaforo rosso, sente gemere nel fumo mamma Dona . Luciano sa quello che deve fare, ma ha una strana sensazione. Supera la barriera di fuoco coprendosi il volto si getta nella stanza, l’aria è ormai irrespirabile. Mamma Dona è svenuta forse morta. Colpa delle maledette sigarette, Saverio glielo rimproverava sempre. Luciano con grande sforzo la tira fuori, ma questo è un bel impiccio e lui di guai se ne intende. Da fuori sente qualcuno che bussa, il fumo esce dalle finestre aperte. Mamma Dona è cosciente, Luciano la sdraia fuori dalla porta d’ingresso, è bruciacchiata, forse non morirà. I vicini si accalcano qualcuno fa domande, ma Luciano non ha tempo né vuole rispondere. C’è poco da fare ,ora deve scappare, deve restare freddo, a momenti arriverà la polizia, i vigili, deve immediatamente scomparire. Prima di farlo dà un bacio a Mamma Dona. - Vai prima che arrivi la polizia- dice mamma Dona, sussurrandoglielo all’orecchio. Luciano balbetta qualcosa, non ha tempo di replicare, ora sa che lei sa. Scende le scale saltando i gradini, evitando la gente curiosa che ormai è divenuta una folla. Lui che pensa a tutto si è dimenticato che è un grave cardiopatico, gli sforzi e le forti emozioni gli sono assolutamente vietati. Il cuore non gli sa essere amico fino in fondo. Un dolore forte al petto, poi le gambe si piegano, qualcuno lo aiuta. Luciano lo vede appena poi il seguito diventa buio Quando arriva l’ambulanza è portato via a sirene spiegate. Mamma Dona si è salvata, dopo due ore già cammina. Luciano invece non ce l’ha fatta , il cuore non ha retto. Al suo funerale pochissima gente per un camaleonte senza una precisa identità. Ma la vita ha riservato l’imprevedibile per lui. Un consigliere comunale si interessa al caso, ci sono le elezioni è il momento di farsi notare. Va a trovare Mamma Dona, promette aiuto ovviamente davanti ad una televisione locale preavvertita da qualche suo tirapiedi. Il quartiere conosce dal consigliere il nome di Luciano Marangioni, un nome che dice ben poco, ma di lui si parla come di un eroe. -Luciano Marangioni era un cittadino esemplare che non va dimenticato- tuona il consigliere. Ad un prete cui dopo due mesi viene commissionata una messa in ricordo escono parole che vengono di solito a descrivere un martire. Qualche donna anziana porta fiori sulla tomba di Luciano. Un giovane cronista che esce dal coro scrive qualcosa di molto più vicino alla realtà, ma viene zittito da chi ha messo in moto la macchina di quasi beatificazione. Luciano aveva capito tutto: gli esseri umani dicono di odiare la menzogna, ma ne fanno uso quanto dell’ossigeno. Questi però sono dei dilettanti, degli improvvisati , lasciano prove e non si curano di fare la fatica di cancellarle, niente di più lontano da lui, che li avrebbe bocciati senza dare una seconda possibilità. Se si potessero truccare le stelle e tornare per poco in vita sai le risate che Luciano si farebbe. Eppure c’è qualcosa che Luciano non aveva ben calcolato, la spinta irrazionale del cuore. Quello che muove una madre per salvare un figlio ,quello che muove mani nude pronte a scalare montagne per amore, per un’amicizia. Questo lui matematico adoratore del pratico non l’aveva messo in conto. Fuori dal suo volere anche da sotto terra è riuscito a compiere la sua più grande truffa e a divenire verbo, esempio in bocca alla gente. Mai morte a lui, che a ben poco credeva, sarebbe apparsa così viva.
  2. sarano

    La piuma rossa

    Il racconto non mi è dispiaciuto, scorre e fa pensare. Sembra una storia di altri tempi, ma trovo che potrebbe essere ambientata in ogni tempo e risultare attuale, visto che la difficoltà di comunicare tra esseri umani è purtroppo uno degli eterni problemi della nostra specie. Rayomond Berserc conduce una vita solitaria sulle montagne, una vita scelta istintivamente fin dalla più tenera età che lo ha reso poco avvezzo alle formalità e alle convenzioni imposte dal vivere sociale, pur conservando una certa lucidità di pensiero. Ciò che Rayomond non ha sviluppato è proprio il modo formale delle spesso ipocrite comunicazioni verbali. La sua vita scorre scandita da pochi appuntamenti fissi: la discesa al paese due volte l'anno e la conseguente visita al bordello, dove sceglie sempre la stessa donna, la minuta e comprensiva Lorelei. I due stavano invecchiando insieme ma se ciò non cambiava il lento scorrere della vita di Rayomond stava invece segnando profondamente quella della donna, avvolta sempre nel suo boa rossa, ma sempre meno a suo agio nel ruolo di Piuma Rossa, il soprannome datole dai suoi affezionati clienti. Proprio tutto questo porta al colpo di scena finale: uno scherzo innocente scopre l'impossibilità di un possibile rapporto più profondo. Io forse avrei sviluppato diversamente il finale, lasciando allontanare i due personaggi come due ombre senza ormai il reciproco sostegno, ma rispetto la tua scelta, nella quale entra il peso della regola sociale. Il racconto non stanca mai e si legge veloce: apprezzo il tuo stile e per quanto riguarda la correttezza grammaticale non ho altro da aggiungere a chi mi ha preceduto nel commentarti.
  3. sarano

    Mio fratello Capitolo 3

    Gianni col tempo cominciò a sentirsi male sempre più spesso, un’influenza diventava una cosa seria, due colpi di tosse una probabile bronchite, un mal di testa un sospetto da chiarire al più presto. Elena si preoccupava, le continue assenze del marito fecero crollare le quotazioni dello studio, sia lei che il suo amante non erano fatti né per questo lavoro né per tenere la clientela, erano meno di quello che serve e troppo di tutto quello che stanca, avido lui, acida lei, la gente fiutava il cattivo odore fin dai primi secondi. Persero molti pazienti affezionati ai vecchi modi quasi cavallereschi del dottor Lasetti, lui sempre gentile, affabile, che ogni tanto comprava orchidee per le pazienti di vecchia data, con lui il paziente entrava ed era felice di restare. Gianni non stava male: vigliacco fino all’ultimo, mai nulla oltre le righe, più se lo ripeteva e più si odiava, così fra i tanti mali si aggiunse l’unico vero, quello non visto, un carnefice dall’interno che senza pietà lo voleva demolire. Gianni quasi amava il suo carceriere, perché, pur facendogli male, era l’unico a cui importasse di lui, l’unico che non lo vedeva come un’ombra scaldata dal sole. Questo periodo fu nero, più buio di quando si stringono volutamente gli occhi, tutto sembrava precipitare, scendere a velocità della luce. Gianni fu ricoverato in una clinica per esaurimento nervoso. Dopo solo due mesi dal ricovero Elena chiese il divorzio, lo studio fu venduto a poco e male; Gianni aveva firmato, di suo non l’avrebbe mai fatto, ma Elena e Luca, prima che si facesse ricoverare l’avevano scongiurato di farlo, così firmò. Aristide fu ricoverato in una struttura specializzata nella cura delle malattie mentali. Tutto crollava, i muri, il soffitto, le stanze, tutto.. Quando tornò a casa trovò un posto senza nessuno, con la voce che rimbombava perché Elena si era portata via anche i mobili, che d’altra parte aveva comprato lei, scelto con fatica lei, con i soldi però di Gianni. Mangiava poco, aveva preso l’abitudine la notte di correre, cinque, sette chilometri giusto per non prendere le pastiglie e la cosa funzionava, tornava a casa, apriva la porta e schiantava sul divano. Il letto, quello in noce, l’aveva preso Elena, che gli aveva dato poi in cambio una brandina, ma Gianni non l’aveva mai neanche aperta, dormiva sul divano, con o senza scarpe, come un ospite pronto ad andarsene. Elena da lontano era ora diventata più calda, più gentile, più apprensiva nei suoi confronti, ora che non c’era tutti lo cercavano, ma Gianni non rispondeva mai a nessuno. S’era fatto crescere la barba e viveva con la metà dei soldi dello studio; l’altra metà, inutile dirlo, se l’era presa Elena. Era passato un anno, trecentosessantacinque giorni, pochi nel computo dei grandi numeri, eppure tutto era completamente diverso. Quando se la sentì, andò a trovare suo fratello: quando lo vide fu sconvolto da tanto era cambiato, subito pensò a cosa gli avessero fatto, era sciupatissimo, magro e senza più quella luce, quella baldanza che lui si ricordava. Si guardarono per un po’, poi Gianni disse: -Ciao, sono tuo fratello, non mi riconosci?- Aristide non mosse bocca, né sguardo, né muscoli, era fermo, come conficcato dentro un quadro. L’infermiere, un uomo sui cinquant’anni, disse che era da mesi in quello stato. Gianni firmò subito e si riprese il fratello: ci volle tempo, zero psicofarmaci e soprattutto zero botte, che tutti negarono, ma Aristide non aveva mai mentito in tutta la sua vita. Gianni sapeva cosa ci voleva, tempo ed altro tempo e un miliardo in contanti di pazienza e caparbietà e alla fine qualcosa si mosse in quel grumo che sembrava legato con il fil di ferro. Un giorno arrivò Elena che con il suo sciocco modo intraprendente portava a Gianni delle polpette col sugo e della pasta fresca fatta in casa. Era il suo modo per non sentirsi in colpa, per dire, nonostante tutto, ‘io mio marito non l’ho mai abbandonato’. Luca stava giù con la macchina accesa, con lo sguardo verso le parti basse di qualche passante: insieme con Elena aveva aperto un piccolo negozio di antichità, si dava le arie del grande conoscitore ed esperto, ma il più delle volte diceva e prendeva cantonate. Elena aveva capito che l’amante a ore era la cosa migliore, ma se l’amante diventava marito o compagno tanto valeva restare con quello di prima: dunque si era invaghita di un giovane mercante di quadri antichi, ma Luca non era Gianni, le scenate non mancavano e perfino qualche sberla. Elena quasi arrivò a rimpiangere e a darsi della stupida mille volte per aver abbandonato Gianni, lui si che la capiva e la lasciava libera, perché le voleva bene. Un martedì glielo disse. -Gianni, torniamo insieme- C’erano di mezzo anche le polpette e la pasta fatta in casa, Gianni prese le cibarie, le mise da parte e poi chiese solo: -Perché?- -Come perché? Perché ci amiamo e io sono una stupida e tu sei l’unico a capirmi.- -Io non ti amo- disse Gianni -e forse non ti ho mai amata.- Elena lo guardò, ma, senza perdersi d’animo, disse -Va bene, ricominciamo tutto da capo, come fossimo due giovani che si incontrano per la prima volta. – Gianni la guardava e ciò che vedeva non era niente più che il vuoto da punto di vista dei sentimenti, dell’amore, del rispetto. Elena cercò quasi di baciarlo, ma Gianni, imbarazzato, la scostò. Elena aveva gli occhi lucidi e un po’ di trucco si era sparso qua e là, tutto dava un senso di tristezza, ma la situazione fu salvata da Aristide, il risorto Aristide. -Dottore - disse entrando -cosa sta facendo?- - Niente, è una mia paziente.- -Signora non pianga, cosa le ha mai promesso quest’uomo? - Elena stupita disse:-Niente, sono io che promettevo.- -Male, fa malissimo, a un dottore non si promette mai mia cara. Si segga, anch’io, sa, sono dottore.- -Non sapevo - disse Elena, poi, guardando Gianni, aggiunse:-Io vado, c’è Luca che mi aspetta.- -Signora stia lì, dove va senza la ricetta? Dunque, il collega che cosa le ha prescritto?- -Due pastiglie di Lamatrix e due di Cortilax.- disse Gianni. -Bene, io aggiungerei due di Poltraumix, è fantastico per i dolori mestruali.- Elena quasi scoppiò a ridere e anche Gianni sorrise. -Che c’è signori, ho detto qualcosa di buffo? Serietà vi prego non siamo al circo.- -No, assolutamente- disse Elena -Collega, dobbiamo metterci bene in testa che non bastano solo le pastiglie. Lei dorme bene la notte? Si spogli, le faccio una radiografia, mutandine e reggiseno, veloce prego.- Era tutto come prima, come se il tempo fosse per una volta corso invece che in avanti all’indietro: Elena, Aristide, Gianni nella stessa casa, era tutto così familiare che bussando ed entrando Luca trovò quasi un’aria a lui estranea. -Chi è Lei, come si permette?- -Ciao Aristide, sono Luca.- -Ciao? Chi diavolo è questo bifolco con la vanga ancora sporca che mi dice ciao?- così dicendo senza aspettare risposta Aristide prende una sedia e fa per scaraventarla contro Luca, poi afferra una scopa e invita Luca a duello. -Io sono il tenente Lasetti, Lei chi è, infingardo, che osa parlarmi in tale modo?- Gianni cerca di calmarlo, ma Aristide insegue Luca e Luca gira correndo intorno al vecchio tavolo di legno, l’unica cosa che Elena non si era portata via, e nel rincorrersi si aggiungono Elena e Gianni, tutti ridono, perfino Luca. Aristide sbuffa e, avendo perso la scopa, agita un cucchiaio trovato sul tavolo, sembrano tanti bambini urlanti e da fuori a chi sentiva senza vedere, oltre le grida, le spinte, gli insulti, sembrava quasi percepire in quel girotondo l’allegra ironia del gioco della vita. ://www.writersdream.org/forum/forums/topic/45351-sublimazioni/?do=findComment&comment=803156
  4. sarano

    Sublimazioni

    Ho letto il tuo brano e sinceramente non mi ha molto convinto. Probabilmente questo è solo un abbozzo di un qualcosa di più lungo respiro. Qualcosa di buono si intravede nell'aspetto "Amarcord", del come eravamo, e neanche mi dispiace la figura dipinta dell'amico che adolescente si maschera da intellettuale sperando di dividere la solitudine con qualche fanciulla. E' il percorso fatto da ognuno cercando di imitare qualcuno per provare a conquistare un piccolo spazio. Negli inciampi di un adolescente è facile immedesimarsi ed è per questo che questa parte a mio giudizio andava approfondita. Lo stile usato è discorsivo e risulta di facile lettura, anche quando gli argomenti trattati vanno ben oltre la superficie. La parte finale vacilla. con un salto temporale l'amico adolescente diventa grande, smette di scrivere e si allinea ad una più facile soluzione per placare il proprio ego. Comunque lo capisco, spesso la nudità dell'anima va celata al mondo con una buon involucro visibile.
  5. sarano

    Mio fratello Capitolo 2

    Esattamente dieci giorni dopo, una mattina, per l’esattezza ore 7.45, suona il telefono in casa Lasetti: risponde Elena, con una voce molle non ancora messa al giusto punto. Dall’altra parte una voce secca, quasi nervosa. -Ciao Elena, c’è Gianni?- -Ciao Erminio, credo sia in bagno. E’ successo qualcosa?- - E per via di Aristide, lo sai Gianni come gli è attaccato.- -Certo, Gianni è il buon samaritano. Ed io che da anni mi sento inutile, trattata come una serva, non merito nemmeno di sapere che cosa accade .- -Non la prendere in questa maniera.- La voce di Elena si fa quasi singhiozzante. In quell’istante entra Gianni tranquillo, ha un buon odore, è il dopobarba alla fragola, una stranezza che gli ha regalato una sua cliente. -Cosa succede?- dice vedendo la moglie quasi piangente.9 -Niente, non succede niente, c’è tuo zio Erminio.- E così dicendo abbandona il ricevitore all’ignaro Gianni. -Pronto- -Ciao Gianni, ascoltami bene, Aristide è nei guai.- - Cosa ha fatto?- -Si è chiuso in casa, è sul balcone, urla e lancia cose a chiunque passi sotto.- -Ma Sveva che gli abbiamo affiancato cosa fa? Perché non interviene?- -L’ha chiusa nel gabinetto stamattina, meno male che lei ieri sera aveva dimenticato proprio nel bagno il telefonino. Il primo numero che le è apparso è il mio, così subito dopo ti ho telefonato. Scusami con Elena, ma lo sai, con lei mi sento bloccato.- -Lascia stare zio, ma cosa lancia quel demonio?- -Uova, ne ha fatte comprare dieci pacchi. Lancia uova e pare che abbia una mira che concede poco allo sbaglio.- -Maledizione, vado subito, ho il doppione delle sue chiavi.- -Fai presto o stavolta lo internano- Elena lo guarda poi chiede: -Dove vai?- -Aristide prende a uova in faccia chiunque passi sotto il suo balcone, lo devo immediatamente fermare.- - Sono stanca, stufa marcia del tuo fratellone, un malato che andrebbe rinchiuso…- -Finché potrò ciò non accadrà.- -Certo, il tuo giuramento, ma io non ho giurato nulla. Oggi urla, domani litiga, dopodomani ne combina una che cancella quella dei giorni precedenti. E’ così da sempre.- -Non esagerare. Dove sono le scarpe marroni?- -Ecco, io parlo e lui vuole le scarpe marroni. Eccole.- Così dicendo Elena gliele tira, prima una e poi l’altra. Gianni rimane fermo quasi la cosa non lo riguardasse. Prende la moto e sorpassa le macchine come se fosse in una pista da corsa. Supera correndo il portone, sale i gradini due o tre alla volta, arriva al terzo piano col fiatone, ma non c’è tempo neanche per ansimare, la chiave entra nella toppa, gira e la porta si apre, ma è bloccata. Aristide ha messo davanti alla porta di tutto, sedie, il divano del piccolo salotto. Gianni spinge, si sforza, e con una spallata riesce ad entrare. Il rumore che fa toglie la sorpresa: Aristide dal balcone rientra e comincia a colpire con le uova il fratello. -Stia fermo, sono Gianni.- -Gianni chi? Conoscevo un Gianni, ma era molto più giovane, era un buon calciatore, Lei è un vecchio, dunque non è lui. Cosa vuole in casa mia?- -Avevo bisogno di parlarle.- -A che riguardo?- -Ho da proporle un progetto, ma se la disturbo..- -Niente affatto, ero a colloquio con delle persone, ma se attende in un attimo le liquido e sono da Lei.- Intanto che Aristide torna sul balcone a far volare le ultime uova, Gianni corre nel bagno per rassicurare Sveva. -Sveva sono Gianni, è qui dentro?- -Signor Gianni, meno male. Aristide mi ha chiuso nel bagno, non so dove abbia preso la chiave. Ma ora dov’è?- -E’ a cambiarsi, gli ho detto che sono venuto per fargli una proposta di lavoro, se lo conosco ne abbiamo almeno per venti minuti. Dove sono i duplicati di tutte le chiavi?- Sveva risponde quasi senza voce: -Nel terzo cassetto in fondo, dentro un portagioie color verde.- Gianni corre, entra dentro la camera, trovata la chiave apre la porta. Sveva è seduta per terra, con gli occhi lucidi, -Lo so, non dire niente, ti capisco.- I due si abbracciano, Sveva si ricompone, esce dal bagno e trova nel salotto, vestito come un principe, Aristide, che con sicurezza dice: - Fai pure entrare il signore, grazie.- Sveva fa si con la testa, torna verso Gianni e bisbigliando dice: -E’ bellissimo, sembra quello delle foto in camera. Vado che se no si insospettisce- -Buongiorno- dice Aristide -mi scusi l’attesa, ma vestito da casa mi sento nudo.- -Sta molto bene- -La ringrazio. Spero che le sue siano proposte interessanti, ho poco tempo da concederle. Sto scrivendo un libro e sceneggiando un film, faccio anche le musiche.- Gianni lo guardava e se lo sarebbe voluto stringere, così vestito Sveva aveva ragione, sembrava lo stesso, con la passione per i film.0 -Lei mi sta fissando, le dico subito, per chiarirci, che io sono dalla parte giusta, mi sono spiegato?- Gianni, che stava pensando, ebbe un fremito: -Scusi, non ho capito bene.- Aristide lo guardò e poi con tono severo disse: -Non mi avrà mica preso per uno di quei bacchettoni o baciapile da inginocchiatoio, noi Lasetti da sempre siamo aperti, se Lei è un pederasta non ci interessa. Le dirò di più, ho anche uno zio che è, come si dice adesso, gay, lo sento anche tutti i giorni. E’ una brava persona, si è anche sposato, più che altro per convenienza, ma anche i sassi hanno mangiato la foglia.- Gianni fa la faccia stupita, poi dice : -Si chiama per caso Erminio?- -Bravo, allora è matematico, voi vi conoscete tutti. Io l’ho sempre detto, ma tutti mi dicevano che ero matto. Lo zio Erminio è gay, Lei è gay. Sveva, Sveva venga, corra.- Sveva arriva trafelata -Dica a Sveva cosa ha detto a me.- -Ma veramente io non le ho detto nulla- -Su forza, non si faccia pregare, capisco l’imbarazzo davanti a una donna, ma non si preoccupi, Sveva è una tomba. Allora, forza, glielo diciamo? Lei è gay, lo zio Erminio è gay ed è venuto per chiedermi se può frequentare lo zio. Tu cosa dici Sveva, mi fido del tuo intuito.- Intanto che Sveva cercava di parlare le veniva da ridere. Anche Gianni, in maniera sotterranea, rideva, era tutto così realmente comico, una farsa di cui si era spettatori attivi, si entrava e usciva dal palcoscenico a seconda del volere del mattatore. -Va bene- ad un certo punto disse Aristide -come al solito tocca a me risolvere i vostri problemi, avete litigato?- Poi, senza aspettare la risposta: -Mi guardi negli occhi, Lei ha intenzioni serie? Lo zio Erminio è un po’ tonto, ma io per nulla e l’avverto che se gli mancherà di rispetto se la vedrà con me.-
  6. sarano

    Mio figlio

    La prima caratteristica di questo racconto è senza dubbio il coraggio: è senza dubbio perlomeno scomodo disegnare una protagonista senza false ipocrisie come la madre di Achille, una che non vuole nemmeno essere chiamata mamma, come una nonna che ha paura di invecchiare, una che si aspetta riconoscenza e rispetto dal suo neonato, ma che si stupisce davanti all'ipotesi che lui possa ribellarsi concretamente per esprimere un disagio. Non c'è lotta o rancore tra i due protagonisti, che anzi gli eventi portano ad "imparare" a vivere in senso pieno. La dubbiosa madre non è un'irresponsabile, anzi all'inizio sperimenta tutte le tecniche a base psicologica e filosofica tanto di moda per essere "perfetti" e socialmente avanzati: Proprio la natura, con l'inevitabile dolore del parto, svela l'ipocrisia e lascia la protagonista sola alla mercé del piccolo tiranno appena arrivato. Solo la scienza (non solo identificabile con i macchinari, ma anche con la figura dell'ostetrica che non vuole consolare, ma costringere a capire ed accettare) offre ai due una possibilità, che entrambi sfruttano salvandosi dalla morte, fisica per il piccolo e dei sentimenti per la madre. Lo stile, con le precisazioni grammaticali che già sono state fatte (uso della punteggiatura, dei verbi), trasmette a mio avviso l'ansia e il disagio dei protagonisti e questo è un pregio. Concordo con chi prima di me ha commentato anche sul finale un po' brusco, che penso meritasse di essere ampliato per capire meglio i moti del cuore di una donna che diventa madre. Spero di rileggerti ancora.
  7. sarano

    Mio fratello Capitolo 1

    -Prego, il dottore la sta aspettando. - L’uomo fa quasi un mezzo inchino, poi lascia il soprabito e il cappello alla signora e si avvia verso un lungo corridoio. Quando arriva alla fine si ferma, bussa alla porta chiusa e una voce cordiale dall’altra parte lo invita con un avanti ad entrare. -Buongiorno dottore, come sta? - -Bene, grazie. Si sieda pure, non vorrà restare un’ora in piedi. - -Certo che si, ho le gambe molli, in piedi si fortificano, l’ho letto su una rivista. – -Sciocchezze. Allora, la settimana com’è andata? – -Non bene, grazie. - -Ha preso le pastiglie che le ho prescritto? - -No, io sono contrario alle pastiglie, sono veleno e io il veleno lo dò ai topi.- -D’accordo, allora cosa posso fare per lei?- -Niente, Lei mio caro, non può fare niente.- -Allora perché continua a venire?- -Perché io so che a lei fa piacere.- -Ogni visita mi fa piacere, è il mio lavoro.- -Non dica così. Lei stesso mi ha detto che sono unico. Io Le sto dando una grande possibilità, quella di studiarmi.- -Vediamo di aggiornare la Sua scheda - - Ho voglia di parlare non di cose già schematizzate.- -Mi lasci lavorare, so quello che faccio. Allora, qualche novità?- -Dottore lo sa benissimo, è così da anni. Vivo di una piccola rendita lasciata da mio padre, non ho che qualche conoscenza che si dice amica all’occorrenza e l’amore lo sa benissimo. Ho amato una donna e solo quella per sempre amerò e Lei tutto questo lo sa e lo fa apposta, così l’orologio gira e Lei fa soldi, è così che da anni mi frega il malloppo, dica la verità.- -Dunque, la sua amata è morta dieci anni fa…- -No, no, no, dottore, Lei, oltre che essere un furfante è un incompetente! La mia amata Clara non è morta, è scomparsa, ho avuto notizie fresche e certe, ha avuto un incidente e ha perso la memoria, ora però sta bene, partirò per raggiungerla.- -Per dove, se è lecito?- -Non è lecito per niente, è una notizia che non può trapelare e poi glielo dico chiaro, io non mi fido, secondo me qui c’è qualcuno che ci ascolta.- -Perché dice una cosa simile?- -Non lo so, ogni volta che ho un progetto o un’idea mi accorgo dagli sguardi che quando la propongo gli interessati già lo sanno.- -Di chi non si fida? - -Ormai di nessuno. piuttosto mi dica, la sua domestica è fidata?- -Non è una domestica, è mia moglie ed è fidatissima.- -Voglio ancora fidarmi, alla fine la sua incompetenza mi fa quasi tenerezza.- -Quando avrebbe intenzione di partire?- -Domani stesso. Ho liquidato la domestica e ho raccolto i miei risparmi.- -Aveva dei risparmi?- -Ovviamente, credevano di tenermi al guinzaglio, ma so ben io come rompere il laccio.- Ora però mio caro andare ho un daffare cosa faccio pago sempre alla domestica? E’ sempre mia moglie comunque prenda le pastiglie. Aristide lo guarda e dice fiero -Addio per sempre.- Quando esce Elena, la moglie, entra nell’ufficio, Gianni è talmente intento nei suoi pensieri che non se ne avvede- Gianni, questa storia non può più durare, lo capisci? Non è più tuo compito, deve essere ricoverato.- -E’ mio fratello, ho giurato sul letto di morte a mio padre di proteggerlo, come posso tirarmi indietro?- -Questa farsa di fare la parte dello psicologo vestito con il camice bianco con occhiali e stetoscopio non ha più senso. I casi sono due: o è matto o ci prende in giro. Se è matto va rinchiuso perché io matta per lui non lo divento.- La donna continua la sua battaglia alzando la voce. -Perché non mandarlo da uno psichiatra vero?- -Lo sai benissimo, ne ha visti una marea, ma vuole solo me.- Elena urla la sua frustrazione , le parole di suo marito sono le solite sentite un milione di volte, un fastidio da togliersi dalle orecchie. Gianni cerca inutilmente di calmarla. Ad un cero punto Elena smette di urlare e con i nervi a fior di pelle si veste ed esce di casa sbattendo la porta. Attraversando la città a piedi Gianni ripensa ad Aristide prima dell’incidente, le donne se lo contendevano e gli uomini spesso lo prendevano ad esempio. Ora invece era solo, tutte le persone che lo circondavano si erano allontanate. L’unico amico vero a rimanere era stato lui, suo fratello. Ogni scusa per la latitanza in bocca a chi prima si proclamava fraterno amico era un’offesa moltiplicata. I pensieri gli hanno fatto accorciare il cammino verso il suo studio dentistico. -Come va, Luca?- -Benissimo.- -E’ venuta la signora Balestri?- -Torna alle diciassette. E poi è venuta la contessa Ruffini, ho cercato di trattenerla, ma voleva parlare soltanto con te.- -Beato te, ma come fai ad avere sempre e solo amiche?- Gianni entra nel retro dello studio e una piccola rabbia gli muove lo stomaco: ma come osava parlargli di donne, lui che da anni era l’amante neanche tanto celato di sua moglie. Così pensando dà un calcio ad un rotolo di carta che era appoggiato per terra. Questo prende a srotolarsi quasi fosse un tappeto. Luca, entrando giulivo, dice: -Grazie, non era necessario.-
  8. sarano

    Il pollo e il gattino

    Il tuo, più che il racconto di una fiaba, è la descrizione di una fiaba che viene raccontata ad un bambino con intento pedagogico. La parte iniziale infatti narra la difficoltà dell'interlocutore ad accettare anche solo la semplice narrazione, interrotta già sul nascere contrapponendo commenti pseudorazionali al semplice abbandonarsi alla storia. E' nella seconda parte che invece inizia la fiaba vera e propria: la trama è semplice, si narra di un pollo che incontra un gattino e cerca di aiutarlo anche a rischio della vita. Nell'impresa il pollo non solo soddidfa le esigenze del giovane ed ingenuo nuovo amico, ma riesce anche, vincendo le sue più che fondate paure, a liberare altri suoi simili senza che essi glielo avessero chiesto e, soprattutto, ricevendo il riconoscimento di uno solo fra tutti che sceglie di seguirlo spinto dall'istinto o da qualcosa di simile all'amore. Lo stile si alterna nelle due parti e a mio parere andrebbe meglio collegato. Sulla parte grammaticale ti rimando alle giuste annotazioni già fatte. Il mio giudizio complessivamente non è negativo, trovo nel lavoro la dolcezza narrativa della fiaba, che è la parte più interessante. L'aspetto di un essere che si muove dal suo egoismo e dalle sue paure personali per aiutare un altro essere da lui in tutto differente è interessante. L'appunto è che andrebbe meglio sviluppato, specialmente nella parte finale dove il racconto pare interrotto e invece avrebbe meritato qualche riga di maggior sforzo.
  9. sarano

    Nicolò e la noia

    Ciao Ariadne, ho letto il tuo racconto che dividerei in due parti: la prima ha come protagonista un giovane, Niccolò personaggio ben tratteggiato rassegnato a essere vinto dall'incompiutezza della sua stessa esistenza. Mentre attende alla fermata dell'autobus al suo fianco compare un uomo più anziano che inizia con lui una conversazione dove narra del suo tragico momento : un divorzio, il dolore di non potere vedere la figlia, la perdita del lavoro. Quando arriva l'autobus Niccolò scopre che l'uomo non ha il biglietto e trasportato da una vicinanza emotiva gli offre un biglietto. L'uomo appare riluttante poi accetta chiedendo perfino una sigaretta. I due si salutano e le loro strade si dividono. Nella seconda parte il ragazzo arriva finalmente a destinazione . Va a trovare un amico depresso e senza forze che lo implora di sorvegliare la sua ex fidanzata, che sospetta lo abbia lasciato per un altro. A tanta pena d'amore seppur a malincuore Niccolò cede e per celebrare l'accordo che mette quell'anima più tranquilla decidono di andare in un ristorante. Niccolò si avvede che gli hanno rubato il portafoglio e quindi salta ogni possibile uscita. Ho trovato lo stile scorrevole, senza grossi intoppi, anche se spesso appare una distonia tra passato e presente. Ci sono dal punto di vista grammaticale ci sono verbi e errori di punteggiatura che meriterebbero un'accurata revisione del testo. Il mio giudizio si divide tra le due parti : nella prima trovo interessante e non banale l'incontro tra due anime sofferenti, nella seconda invece avrei dipinto di più la disillusione di una condivisione che scompare e fa tornare il mondo incomprensibile. La figura di Niccolò andrebbe ampliata e sarebbe interessante conoscere il motivo che lo ha reso sordo ed egoista pronto a dimezzare il dolore degli altri rispetto al suo.
  10. sarano

    mosca senza ali

    N Non è certo una colpa essere timida, tra le tante mancanze di un essere umano non rientra certo nelle prime posizioni, ma quando hai il desiderio di pronunciare parole e non ti esce che un soffio di vento, quando hai il tremore di un condannato a morte se ti si avvicina l’oggetto amato, allora è il caso di pensare di essere finita nel secolo sbagliato e di avere le stesse incertezze di un adolescente. Oggi Mirella a questo non ci pensava, si era alzata serena, ogni passo che faceva le aumentava la voglia di vedere la faccia ipocrita chi tanto le aveva fatto male vergognarsi di esistere. Di suo non era mai stata una rancorosa, anzi odiava pensarsi contenta per un probabile dolore altrui. Ma oggi marciava con un’orchestra in testa di immagini e suoni che la faceva sobbalzare e ridere ad ogni passo. Sei mesi prima Mirella come un soldato con degli ordini da eseguire arrivava al lavoro come sempre in anticipo. Amava andarci a piedi nonostante la distanza da casa fosse considerevole. Segretaria diligente e seria raramente sbagliava e per questo era ben considerata da tutti, specialmente dal suo capo. Ne era da due anni segretamente innamorata, ma la distanza di quella porta chiusa, la sua timidezza e la sua disciplina le impedivano soltanto di pensarlo. Le storie che Mirella aveva avute si potevano contare più nei sogni che nella realtà. Dei mille baci immaginati pochi si erano materializzati: qualche furto d’ amore nelle estati passate da ragazza al mare e poi Paolo un compagno universitario che l’aveva abbandonata dopo promesse e parole raccolte in chissà quale libro. Appena entrata al lavoro prendeva quasi sempre l’ascensore e ogni tanto cadeva nell’inganno di guardarsi allo specchio. Era inutile cercare qualche appiglio dove appoggiare i suoi occhi, la verità l’aveva proprio davanti: non era niente di speciale, la realtà andava accettata. I suoi capelli ricci mal rispondevano ad ogni ordine dato dalla spazzola, gli occhi grandi e chiari erano come due fari con poca luce. L’unica cosa che Mirella guardava senza fastidio erano le sue mani con lunghe dita da pianista. Arrivata al settimo piano, prima che l’ascensore aprisse le porte, schiariva con un colpo di tosse la sua voce. Il suo capo, Riccardo Salenti, un uomo sui 45 anni brizzolato, era sempre impeccabile nell’abbronzatura come nel vestire. Da poco aveva divorziato e Mirella gli è stata molto vicina, anche dopo le ore di lavoro. Mirella ascoltava, era la cosa che sapeva fare meglio e lui parlava e piangeva, perché la moglie era nella sua descrizione una donna malvagia con l’unico scopo dei soldi. In una serata ormai a fine lavoro, Marina prima di uscire dall’ufficio salutò il suo capo e poi prese ad incamminarsi verso l’ascensore. Il Dottor Salenti la rincorse e le disse – Mirella sinceramente mi trovi un mostro?- -Ma quale mostro- Se fosse stata veramente sincera avrebbe detto che per lei era meraviglioso, ma dopo un leggero balbettio disse -Dottore a me proprio non sembra- -Non chiamarmi Dottore, sono laureato come te dunque quando siamo fuori da questo ufficio chiamami Riccardo come io chiamo te Mirella. A proposito hai degli impegni stasera?- Mirella avrebbe disdetto qualsiasi cosa, ma per mancanza d’ossigeno non rispose subito. Riccardo disse -E’ giusto devi andare dal ragazzo- Lei imbarazzatissima farfugliò qualcosa e poi scomparve. Due settimane dopo il Dottor Salenti era consumato e stropicciato come uno straccio appena usato. Mirella lo vedeva scherzare con le venditrici e con i fornitori, pensava fosse il suo modo di gettarsi nel quotidiano mestiere per distrarsi dai problemi che lo soffocavano. Quella sera cambiò la vita di Mirella: c’erano molte cose da fare, lei fece al solito ben più del dovuto poi quella porta si aprì e qualcosa negli occhi belli ma stanchi di Riccardo le diedero il coraggio di dire- come stai?- Stettero a parlare fino a tardi. Prima di uscire ci fu anche un lungo abbraccio e un bacio da parte di Riccardo. Niente di quello che i maschi raccontano nei bar, ma Mirella nel scendere le scale quasi tremava. Camminarono insieme, poi le due mani si unirono. Mirella ora non vedeva la gente, il traffico, il rabbuiarsi del cielo: c’era Riccardo, il resto era lontano come un sogno appena alzati. Quando tornò a casa era in completa frenesia, si attaccò al telefono a parlare con la sua migliore amica, Ivana. Invece di essere felice Ivana, che lavorava nella stessa ditta e conosceva Salenti, sentendo la storia pensò di portarla dalle nuvole al selciato. -Potrebbe essere un fraintendimento, attenta agli uomini che piangono, sono come i coccodrilli.- L’impresa di Ivana naufragò con una chiusura da parte di Mirella ed un finale tiepido -Ci sentiamo- Mirella fu molto delusa da quelle basse insinuazioni di Ivana, non erano da lei. Ma perché? Cosa ne sapeva lei di Riccardo? Povera Ivana, faceva uscire fiato con dentro del veleno. Povera Ivana, sola e gelosa. Quella notte sognò di baciare e fare l’amore con Riccardo. Uscirono altre tre volte. una anche a cena. Riccardo si mostrò un vero gentiluomo. Al ristorante e in macchina le apriva la porta quasi deferente. Era un cavaliere venuto a salvarla dal grigiore della sua vita. Ci fu un lungo bacio e poi una corsa senza fiato insieme a casa di lui. Fu meraviglioso svegliarsi ed averlo accanto. Mirella era affascinata, travolta da quella rivoluzione silenziosa che accade ad ogni innamorato. Una rivoluzione che le fece cambiare pettinatura, abiti, perfino il modo di parlare. Altro che le idee e le utopie, l’amore era la vera rivoluzione per cui sarebbe andata in piazza e si sarebbe fatta ammazzare. La rivoluzione del cuore lascia sul campo cadaveri, ma non se ne parla, si accetta passivamente la tirannia di un muscolo involontario. Questo sovvertimento era da tanto che lo sognava, era disposta anche a diventar miope nel giudizio, perché quando la rivoluzione si placa i compromessi galleggiano. In ufficio cominciò a divenire gelosa anche senza mai mostrarlo. Le venditrici giravano intorno a Riccardo con gonne corte e scollature generose. Arrivavano spesso in stormi, schiocche, superficiali, armate di rossetto color vermiglio. Mirella sognava di divenire un Angelo vendicatore e di farle rovinare a terra da quei vertiginosi tacchi. In ufficio la rivoluzione che tanto la stava cambiando, suo malgrado era divenuta evidente, ormai tutti sapevano e alle spalle fiorivano impietose battute. Il Dottor Salenti sapeva tutto, anzi qualche volta con qualche venditrice era pure scoppiato a ridere. Con Mirella non era più uscito, ma comunque ogni tanto trovandola sola, senza nessuno che sentisse, faceva qualche replica del melodramma che sapeva cosi ben recitare. Mirella quando parlava lui non sapeva mai come comportarsi, si era ripromessa di essere risoluta e professionale. Doveva concentrarsi maggiormente su se stessa. Da tempo soffriva per un dente malato che le doleva e le dava un gran fastidio. Decise di prendere una mezza giornata e di rimediare al problema. Fu un intervento di devitalizzazione non facile e Mirella finendo si trovò le chiavi in tasca dell’ufficio. Per non aver problemi si incamminò verso il lavoro. Quando arrivò c’era uno strano silenzio, quasi irreale per quel posto che di solito era una giungla di voci. Accese le luci, ripose le chiavi nel cassetto e riprese la strada del ritorno, quando sentì sul ballatoio delle risate. Presa dal panico si nascose in un piccolo ripostiglio. Quando la porta si aprì, Mirella gelò dal terrore. Era il Dottore con una donna. La voce della donna le parve familiare, fermò il battito del cuore per meglio sentire. Poi dopo minuti nei quali avrebbe voluto scomparire sentì pronunciare il suo nome, Ivana, la sua amica, quella dei buoni consigli, delle ore al telefono. Sentì Riccardo ansimare e Ivana cambiare voce per il piacere. La fortuna fu che poi vollero continuare nel suo ufficio e probabilmente Riccardo per riflesso chiuse la sua porta. Mirella, per quanto spaventata, trovò la forza di uscire aprire la porta in silenzio e di fuggire non prima di sentire la sua amica ridere in maniera sguaiata. A casa si lasciò cadere come una foglia d’autunno che si stacca dal suo ramo. Tradita due volte, era troppo da sopportare. Era questo il mondo che la circondava? Dov’era l’amore? Dov’era l’amicizia? Quella sera ogni istante passato fu durissimo. La rivoluzione ora lasciava il posto alle macerie del cuore. Mirella sentiva la sua mente vacillare, eppure era la stessa mente delle tante letture e degli esami passati a pieni voti, ma ora bastava un niente una canzone, un film, per mandarla in corto circuito. Staccò il telefono, si mise in malattia, scomparve, lei mai assente ora dimorava sul divano con occhi sempre acquosi e stanchi. Da troppo tempo Mirella era solo un sacco su cui scaricare pugni e calci, un’amica sulla quale gettare le proprie frustrazioni, una donna a cui dare incarichi che le altre non volevano compiere. Era sempre stato cosi e forse la colpa era anche sua. Un sacco non reagisce se lo picchi, è comodo e se non serve più lo si getta in cantina. Dopo un mese stava esattamente come prima. Le fu chiaro che le cose cambiano solo quando ne si è convinti. Andò in un negozio a comprare della pittura. Si mise a dipingere tutta casa, usò dei colori accesi e la casa prese un altro volto. Dopo tre giorni era esausta, ma soddisfatta. A fine lavoro le venne un’idea: pensò subito che fosse una pazzia, ma l’intenzione voleva diventare fortemente atto. Coraggio Mirella, per una volta fai quello che pensi. Cominciò a scrivere la stessa frase su almeno cinquanta fogli poi prese un taxi e arrivò all’angolo del suo ufficio. Doveva ridare il colpo, lo doveva fare per sentirsi qualcosa di più di un sacco. Non fece nulla di straordinario, tappezzò la via e i dintorni di piccoli manifesti con su scritto “Ivana l’amante da scrivania di Salenti”. Tornò dopo un’ora a casa, si sentiva meglio, le ultime lacrime si erano ormai asciugate. La rivoluzione , il dolore, la delusione l’avevano cambiata. Sei mesi prima avrebbe visto quello che aveva fatto come un’assurdità, una meschineria. Il Dottore e Ivana erano stati dei bravi insegnanti consegnandole il diploma della vita. E siamo arrivati dove eravamo partiti, Mirella stava tornando in ufficio, ad ogni passo che muoveva era tornata a vagolare tra le nuvole. Ora non si sentiva più un sasso che ogni piede poteva calciare. Il sacco da sempre colpito aveva imparato a ridare il colpo e questo le dava la forza di alzare gli occhi verso chi prima la teneva incollata a terra come una mosca senza ali.
  11. sarano

    Il grande Riboldi

    Ho letto con interesse il tuo racconto, che ho trovato diverso e coinvolgente. La trama è ben costruita : è la storia di un clown che lavora in uno scalcinato luna park . Correva voce che questo pagliaccio fosse il grande Riboldi. abile tanto da far ridere perfino le stelle. Ora però ridotto ad esibirsi per un pubblico svogliato per una manciata di minuti. Oltre al clown vi sono altri personaggi ben tratteggiati.: una ragazzina con suo padre che si fermano ad ascoltare le storie da lui raccontate. In particolar modo la bambina è attratta dal suo narrare e lo è per ben tre volte sentendo la stessa storia alla quale il clown aggiunge ogni volta qualcosa di nuovo. Il padre è al contrario insofferente, non capisce il perché questo pagliaccio che lui definisce - patetico- possa interessare così tanto sua figlia. Un altro personaggio solo sfumato è invece Bob, il proprietario del luna park, amico del padre . Questo figura solo accennata fa intuire la sua anima avida, esattamente come quella del padre. Lo stile è realistico, la figura del grande Riboldi e del suo desolato dolore è chiara e rende perfettamente partecipe il lettore. Il racconto corre e si legge con facilità. Sulla grammatica ti rimando alle giuste osservazioni già fatte. A mio parere è un buon lavoro, scritto bene , manca però luce in certi passaggi: troppo è lasciato all'immaginazione , ma forse questo era un tuo intento. La bambina secondo me non andava ulteriormente descritta, mentre il padre e Bob nei loro oscuri affari , forse avrebbero meritato una maggiore specificazione. Comunque il racconto si legge senza affanno e queto a mio giudizio non è cosa da poco.
  12. sarano

    Storia di parole al vino rosso

    Aldo finì in fretta il caffè, sottrasse senza farsi vedere il giornale dal bar e raggiunse suo fratello Cesare nella vecchia bottega che era stata prima di suo padre. Da due generazioni erano barbieri in un piccolo paese stretto come le scarpe di un bambino nei piedi di un uomo. Vivevano in una frazione che ancora si faceva chiamare Lombardia, dove d’estate si vedeva dai campi il confine che la divideva dall’Emilia. Quasi tutti svolgevano lavori manuali, erano contadini o maniscalchi o muratori e spesso le tre professioni venivano ricoperte da un solo uomo. C’era l’emporio della signora Gina, dove appena entravi era impossibile non leggere un cartello scritto a mano - Qui non si bestemmia, non si fuma e non si urla- . C’era solo una scuola con una vecchia insegnante ormai pronta per la pensione e un bidello che nelle feste del paese ballava e cantava. La Lombardia di Milano, delle industrie, della moda, dell’avanguardia culturale era lontana cosi tanto da sognarla come se fosse Londra o Parigi. Aldo aveva intorno ai 30 anni ed era il maggiore, a suo dire amato da molte donne. Ogni giorno tirava fuori una nuova avventura. La gente che andava a bottega era semplice e poco bastava a farli sorridere. Quei pochi con la pretesa di studiare facevano un ‘emigrazione corta fino a Milano e poi non tornavano più. Aldo e Cesare erano rimasti perché lo studio non era un mestiere per loro e gli altri lavori erano pur sempre più faticosi che tenere in mano una forbice; così quando il padre, alla morte della madre, chiuse la bottega loro in un attimo la riaprirono. I due erano complementari: Aldo era teatrale, approssimativo, di gran fantasia, Cesare più serio, più veloce e preciso, ma chiuso come un ricco. Il fatto di essere balbuziente non lo aiutava certo, le parole quando gli uscivano inciampavano fino ad uscire incomprensibili. E pensare che Cesare era alto e bello, ma distante come un sogno. Le poche donne libere del paese ne pesavano ogni centimetro, ma lui appena si avvicinavano sceglieva la via della fuga. Aldo non era di cosi bell’aspetto, ma era impudente, i suoi modi ricordavano un po’ i marpioni della riviera. Molti arrivavano dai paesi vicini solo per sentire parlare Aldo delle sue avventure con donne chissà dove incontrate e a nessuno veniva in mente di contestare i suoi racconti. In bottega si stava in silenzio come in chiesa quando si ascoltava la predica, le domande, se c’era proprio la necessità di farle, venivano dopo. Anche se si aveva finito di tagliare i capelli non si usciva senza aver sentito il finale della storia. Aldo al centro con in mano forbici o rasoio arringava i presenti , i nomi delle donne erano “di scena”, fingendosi Aldo un galantuomo. Spesso qualcuno chiedeva di più, qualcuno sospettava la moglie di uno o dell’altro, ma Aldo era inflessibile e faceva cadere ogni domanda a terra come i capelli appena tagliati. Cesare invece stava sempre zitto, spazzava, tagliava, ascoltava e sorrideva quando gli altri sorridevano. Cesare era fisicamente la fotocopia di suo padre Berto, con due mani che quando si chiudevano parevano una morsa. Berto era stato un gran lavoratore, ma anche un gran bevitore, che non disdegnava dopo la bottega sostare ore nell’unico bar che lo sopportasse, perché il padrone lo conosceva da sempre e cercava di limitare i danni dandogli da bere il meno possibile. Quando l’attenzione si allentava incominciava a bere senza limiti e quasi sempre se c’era gente cominciava a parlare ad alta voce e spesso litigava. Essendo un piccolo paese era conosciuto per essere un’ anima travagliata e, pur evitandolo, se voleva riusciva a trovare la scintilla da gettare in un pagliaio. Non era uno facile da domare, una volta stese tre uomini da solo. Chiunque fosse a portata dei suoi pugni era in pericolo. Quando accadeva c’era per la famiglia l’umiliazione di andare a riprenderlo. Un giorno, nel paese che pareva sempre sonnecchiare, arrivò una maestra: veniva addirittura da vicino Milano: era delicata e con le unghie curate e i capelli ben spazzolati. Era diversa dalle donne del paese cresciute come le erbacce o come le piante in un deserto. Quella donna quando passava profumava di primavera anche d’inverno. In un piccolo paese di milletrecento anime la notizia della nuova maestra sconvolse quel mare quieto dove anche le tempeste arrivavano quasi sempre annunciate. Gli uomini ora parlavano solo di lei, altri argomenti divennero interessanti come la matematica per i ripetenti. Aldo perse la sua popolarità, la gente entrava ed usciva senza più ascoltare le sue storie. La maestra era piena di iniziativa e la prima delle sue idee fu di fare un corso d’italiano gratis nel vecchio cinema dell’oratorio con il benestare del parroco. Aldo era furente, non gli pareva vero di veder una massa di sdentati, pulciosi contadini ripulirsi dopo il lavoro per imparare a parlare come i signori di città. Ormai ogni cosa lo infastidiva, anche il solo vedere la domenica una fila di bifolchi con il vestito buono strattonarsi per stare nella panca vicino alla maestra . Dopo tanto rimuginare Aldo ebbe un’illuminazione: la soluzione era a portata di mano, bastava solo pensarci. Un sorriso si aprì su quel viso spigoloso: era semplice, avrebbe dovuto conquistare la maestra. Prima di avere un piano preciso si immaginava già con il risultato in tasca. Vedeva con la fantasia la bottega piena di zotici attenti a cercare di non perdere il filo di come era riuscito ad incantare la maestra. Tutti nella bottega seduti e per i ritardatari solo posti in piedi, restando in silenzio con la bocca aperta come fanno i bambini la notte di Natale. Due volte la incrociò, ma le gambe si misero quasi a correre nella direzione opposta. Nei racconti fatti in bottega tutto era più facile. Le parole sembravano impastarsi, rimanevano attaccate alla lingua. Maledizione, era solo una donna eppure aveva il piglio di una cavalla che scalciava appena ci si avvicinava. Aldo certo non era tipo da arretrare davanti ad un ostacolo. Ogni giorno staccando rose dai vari campi ne portava sulla finestra della maestra. Lo faceva di notte, la posava delicato sul davanzale anche se c’era pioggia o neve. Una notte la maestra lo aspettò e quando lui pose la solita rosa lei aprì la finestra e lo vide. Preso alla sprovvista Aldo fuggì cercando di far scomparire ogni orma del suo passaggio. Quando arrivò nei pressi di casa sua, per non far capire che era uscito a Cesare e a suo padre, appoggiò una scala alla finestra che aveva lasciato aperta. Una volta entrato si trovò davanti Berto ubriaco che russava sul divano. Fece piano, ma non abbastanza da non svegliarlo. Berto non andava mai svegliato d’improvviso, la cosa era ormai tristemente risaputa, diventava estremamente pericoloso e caricava chiunque fosse davanti. Ci volle l’intervento di Cesare per placare quel tornado di bestemmie e pugni carichi di dinamite. Ormai la frittata era fatta, la sua famiglia sospettava e per quanto non chiedessero lo guardavano come se fosse preda di chissà quale delirio. Berto era uno che ragionava a giorni alterni e per quanto fosse un padre a cui si potevano fare molte critiche non era cattivo e nel vedere il figlio soffrire pensò di agire. Per quanto volesse essere sobrio si aiutò con tre meglio quattro o forse cinque bianchi, poi partì come un soldato per la guerra. Incontrò i soliti amici, ma tirò dritto verso la casa della maestra. Davanti alla porta non esitò, suonò e subito dopo non contento bussò per ribadire la sua impazienza. La maestra venne ad aprire e Berto senza troppo aspettare il suo consenso si introdusse nell’abitazione. Appena entrato vide un uomo del paese vicino che conosceva e gli stava di pelle antipatico. -Cosa fai qua?- disse Berto giusto per risultare cordiale. L’uomo rispose- Lo stesso che fai tu- Berto non ci capiva più niente, lui era li per Aldo, quest’uomo come poteva saperlo? Forse lo stava prendendo in giro. Pensò per un attimo di prenderlo a pugni. I due si squadrarono, Berto si tolse il cappello, lo appoggiò e senza troppo pensarci si tolse anche la giacca rimanendo con una camicia sottile come la voce dei bambini. L’uomo, un contadino divenuto benestante, vestiva elegante come nei giorni di festa quando si sentiva nell’aria l’odore di frittelle e zucchero filato. Berto cominciò a canzonare il paese dell’uomo che impettito rispose –Il vostro è un paese di straccioni­- . Berto si alzò e disse – Ripetilo-. La maestra allora si mise ad urlare, avendo intercettato Berto che aveva già serrato i pugni, che quella era casa sua e di andarsene se voleva litigare. Berto si sedette con il viso triste di un alunno beccato a copiare. - Devo parlare con la maestra- disse l’uomo -sono arrivato per primo. La mia è una cosa privata, non voglio che lui senta.- Berto si morse la lingua, ma aveva una gran voglia di far star zitto quel buffone vestito da tacchino, anche se non doveva dimenticarsi che era li per Aldo. La maestra e l’uomo andarono nella stanza accanto a parlare. Berto cercò di udire, ma i due parlavano piano come in chiesa la domenica quando si prega. Alla fine la maestra ricomparve, sembrava turbata, l’uomo le era dietro pareva volesse sorreggere la sua ombra. La maestra sorrideva, ma era come essere in trincea a schivar gli spari. Berto aveva il problema di Aldo da risolvere e non capiva in quale labirinto emotivo si fosse infilato. Era stanco di aspettare, aveva il diritto di essere ascoltato, ma l’uomo restava. Ad un certo punto il peso del silenzio e degli sguardi divenne ferro da sostenere sulla schiena . La maestra disse – Gradite qualcosa?- In quell’atmosfera surreale , l’uomo con gli occhi umidi disse - Deciditi scegli me o quello li.- Poi guardando Berto aggiunse - Mi fai schifo portatore di rose- . Berto aveva bisogno di bere, si parlava di lui o di chi altro? Comunque per non sbagliare prese l’uomo e lo spinse fuori dalla casa. La maestra urlò - Scelgo la libertà, non amo te ne nessun altro e tra un mese torno a Milano.- Fu strano vedere un uomo cosi ben vestito lanciare parole cosi grevi verso la maestra. Berto fu bloccato dalla maestra, peccato, perché le nocche gli prudevano. Di suo non ci aveva capito niente, aveva un suo discorso da fare, ma ormai nella sua testa c’era solo una gran confusione. - Maestra- disse guardandola negli occhi- ho bisogno di un piacere.- Un mese dopo la maestra passando dal centro del paese con le valigie e con dietro la solita scia di pappagalli arrivata davanti alla bottega entrò, salutò i due fratelli e a sorpresa baciò Aldo. Il giorno dopo la bottega era piena: Aldo, grazie a suo padre, poteva riempire le pagine e colorarle a modo suo. Piccola storia di un paesino nascosto perfino dalle cartine stradali, dove il prete sgrida ancora chi non va la domenica in chiesa, dove si sente il profumo delle passate di pomodoro e le bestemmie di chi gioca a carte. Un paesino dove un padre grosso come un orso sta seduto qualche volta con i suoi figli con un litro di vino a fianco, guardando le nuvole e le tante parole appese, aspettando che il vento le colpisca e le faccia volare e scendere nelle bocche degli uomini, pronte a servire chi le usa spesso ben oltre il significato, ma più volentieri gestite per ogni propria furba convenienza. Parole che incantano , che fanno vacillare la gente semplice come Berto. Parole come i temporali d’agosto che ti trovano sempre senza riparo.
  13. il racconto è divertente, si legge velocemente con uno stile direi efficace. La trama tratta di un uomo e del suo proposito di suicidio, ma il lettore non sente il peso di questo perchè viene usata una giusta ironia che scarica la tensione emotiva . Tutto è trattato come fosse una storia fantastica, una fiaba non a lieto fine che potrebbe impressionare i bambini le notti d'inverno. I personaggi principali, un uomo senza età tale signor Rick, e il signor Arthur Wyse, sono tratteggiati a sfumature leggere. Il signor Rick vuole gettarsi dalla scogliera e finirla con la sua vita e l'altro, proprietario di una impresa di pompe funebri, pronto previa firma sul contratto ad occuparsi della rimozione del suo cadavere e delle pratiche burocratiche post- mortem. Mister Rick è dipinto come uno sconfitto, ma sulla scogliera cerca quasi un riscatto e tenta a suo modo di salvare altri suicidi pronti a gettarsi. Cerca di salvare una ragazza bella ma determinata nel suo intento e un uomo ma fallisce. Quando Rick vuole retrocedere dal suo proposito Arthur Wyse non esita cinicamente a gettarlo dalla rupe facendolo sfracellare sugli scogli. Come già altri ti hanno fatto notare in alcuni punti la grammatica scricchiola rendendo il brano meno efficace. A mio giudizio pur non essendo trama che mi appartiene, l'ho trovato nel suo genere piacevole io l'ho visto come una metafora della vita, ma il finale a lettura attenta rivela la spiacevole mancanza di speranza di una resurrezione, di una rivoluzione o almeno di un piccolo variare di una linea tracciata per lui cosi netta.
  14. sarano

    Porto 24

    Un uomo con un coltello in tasca si avvia verso il Porto 24, in cerca di qualche traccia di lacrima lasciata sul selciato. Si muove con passo da tempesta, la testa chiusa nei suoi propositi di vendetta. Il quartiere dove cammina non è ricco, ma ben tenuto. E’ una bella sera d’estate, la luce del cielo ancora accesa con una leggera brezza inganna le menti. Le finestre aperte sembrano bocche che ridono, qualcuno canta al ritmo di una chitarra, l’uomo curvo su se stesso non sente che la voce del suo dolore che lo distrugge. Senza esitare entra dentro quello che chiamano Porto 24. Il parco è frutto di uno strano sortilegio, la mattina e il pomeriggio è un posto come tanti con cani e persone, panchine e alberi, la notte si trasforma e diventa Porto 24. Quell’insieme di verde con alberi e foglie sparse diventa il centro di un piccolo paese. La gente che lo compone ha costruito una propria religione fatta di pastiglie e polveri. Se non sei di quella religione è pericoloso entrare. Nel Porto 24 non amano parlare con chi non condivide il loro credo. E’ un mondo chiuso ma allo stesso tempo dinamico, per nulla classista: non importa chi tu sia, ricco o povero, nessuno ti negherà un po’ di fede, basta chiedere e dare qualche offerta, perché tutti qui debbono campare. L’uomo è entrato, ma non sa dove dirigersi, conosce il parco, di notte pare diverso. Da lontano vede delle ombre muoversi, si avvicina piano accarezzando il coltello che ha in tasca. Ha in testa il furore matto di un padre che ha perso una figlia, rallenta, in quel gruppo di ombre riconosce un volto, il cuore digiuno di sangue pare gelarsi. Nella mente gira un nome su cui vomitare addosso le ore infinite passate con le mani a sorreggere la testa per il ricordo di parole e suoni che non gli danno pace. Ogni giorno, ora, da quando ha trovato quel nome sul diario di sua figlia, ha cercato di raccogliere il coraggio per fare quello che pensa sia giusto fare. Ora però non è il momento di pensare. Il troppo pensare è sconsigliato, lui che è sempre stato un uomo mite deve ora essere una fiera. Le ombre si accorgono solo all’ultimo dell’uomo, che si avvicina e con voce bassa chiede -Qualcuno conosce Andrea?- Nessuno risponde, nessuno sembra essersi accorto del suono delle sue parole. Uno solo lo guarda ha un sorriso storto, irriverente, la faccia calpestata dalla vita. Alla fine un’ombra gli dice - O compri o te ne vai. – L’uomo non si scompone - Ho chiesto solo se uno di voi conosce Andrea.- Un’ombra si avvicina torva - Hai dimenticato a casa la divisa?- L ‘uomo ha gli occhi pieni di sangue, sa bene che con questa gente parlare è tempo sprecato. Estrae il coltello, l’ombra che gli era vicino perde di colpo tutte le sue apparenti sicurezze. Un’ ombra con la faccia da faina si avvicina e gli dice – Calmo, stai calmo e nessuno si farà male.- L’uomo per il momento abbassa il coltello - Io forse so chi tu cerchi, ma te lo dico solo per soldi. – Altre ombre si avvicinano, il loro sonno protetto è stato svegliato dal fruscio dei possibili soldi. Molti paiono non destarsi da ciò che li perseguita, parlano a bassa voce tra di loro come se l’uomo non esistesse. La loro religione gli impone di fuggire la vita o di restare in equilibrio tra anestesia e dolore. Un paio però sembrano collaborativi, ma se non cade qualcosa nelle loro tasche promettono di tornare a dormire ad occhi aperti. Numero 1 al Porto 24 niente è fatto gratis. Numero 2 l’uomo non sa che al Porto 24 mentire è la prima preghiera che si impara. L’uomo si sente circondato, tutti protendono le mani: oggi al Porto è arrivato uno strano uomo, un benefattore che regala soldi al posto di parole trovate al momento in qualche cestino. L’ uomo dispensa soldi, non molti in verità, ma abbastanza per fermare l’attenzione delle ombre . Ogni ombra biascica qualcosa di simile alla verità e subito dopo tende la mano. Sono tutti in coda come in chiesa a prendere il corpo di Cristo. L’uomo ritira fuori il coltello - Basta- urla - non darò più niente a nessuno. – Chi ha avuto si disperde, chi non ha avuto vede un’altra ingiustizia perpetrata ai suoi danni. Un’ombra che niente ha avuto con le labbra color rame si avvicina e cerca di prendergli l’orologio. L’uomo gli mette il coltello in faccia, cerca di darsi coraggio dicendo parole di pietra verso chiunque gli sia accanto. Il ragazzo insolente con una maglietta verde con la scritta Spiderman sembra sorridere. L’uomo lo guarda e digrignando gli dice -cos’è che ti fa divertire ?- -Dalia diceva che avevi paura di ogni cosa e adesso guardati, sei di notte solo al Porto con un coltello in mano- -Non parlare di mia figlia bastardo, è morta, sei tu vero Andrea? - Il giovane annuisce con la testa, poi aggiunge - Noi tutti volevamo bene a Dalia. – L’uomo ha uno scatto e con insospettata agilità e sopra il ragazzo. Il coltello alla gola con i suoi occhi che vanno a penetrare quei due fari spenti senza emozione. Lo colpisce due, tre volte sente il naso del giovane frantumarsi sotto il peso del suo rancore. - Bastardo non ti azzardare a pronunciare il suo nome. – Il giovane è una maschera di sangue, la maglietta ha perso la sua scritta ormai allagata dal sangue. L’uomo lo colpisce ancora, ma non ha più quell’energia malvagia che lo soffocava. E’ stremato, le ombre in gruppo si sono riunite, lo attaccano. Adesso l’uomo deve risolvere un dilemma: uccidere o essere carne da nascondere sottoterra, prova ancora una volta a spaventare le ombre, ma loro sembrano fiutare il panico nei suoi gesti. I colpi arrivano da tutte le parti. Al Porto stanotte la burrasca arriva fino ai confini della terra ferma. L’uomo si difende come una colomba davanti ad un falco. Un sasso lo tramortisce poi un calcio preciso e arriva il colore del buio profondo. Quando si sveglia si vede accerchiato le ombre lo guardano, il giovane è in piedi senza la maglietta ormai piena di sangue gettata a terra. Il giovane ha una luce feroce negli occhi, gli mette deciso una mano al collo. L’uomo cerca di reagire, ma il giovane ha la forza dei nervi dalla sua. Le mani ora sono due e stringono con forza , l’uomo cambia colore al viso. Il giovane dice- Ora stai zitto e ascoltami, ti dico io chi era Dalia.- L’uomo annuisce, non ha più neanche il furore che inizialmente lo animava, ha solo se stesso ed in verità per quel posto è ben poca cosa. - Tua figlia - dice il giovane - era una donna libera, è morta perché ha fatto una scelta. – - Bastardo- dice l’uomo con un urlo soffocato- maledetto me l’hai uccisa, lei era ingenua, pensa che ti voleva bene.- -Io amavo Dalia - dice il giovane. L’uomo pare neanche sentire quella frase - Che scelta può mai essere morire con gente come voi? Siete dei parassiti senza pietà pronti a vendere qualsiasi cosa, travolgete ogni cosa vi stia accanto. Ma di che pasta siete fatti?- Il giovane torna a stringere le sue mani sul collo dell’uomo. Stringe fino a vedere gli occhi dell’uomo uscire dalle orbite. Poi di colpo allenta la presa e comincia a parlare. - Dalia aveva un tumore ha scelto di morire senza curarsi. Lei era diversa da noi eppure veniva seppur malata a darci una mano, noi abbiamo perso una sorella. – -Era mia figlia ed era figlia unica, non aveva e non ha fratelli. Era malata lo sapevo benissimo, ma perché stare con gente come voi e non con me? Io ero la sua famiglia, voi non siete niente. Io ho fatto il possibile ho mosso l’intero mondo, e lei cocciuta preferiva stare con sconosciuti che domani la dimenticheranno. --Alzati e vattene- dice il ragazzo togliendo le sue mani dal collo - ma ricordati che stava con noi ti piaccia o meno mio caro signore perché si sentiva proprio come noi: una conchiglia abbandonata dal mare. – - Cosa hai detto?- dice l’uomo - Non è farina del mio sacco, è una frase di Dalia. Qui al Porto qualcuno ci ha scritto anche una canzone. - Maledetti -urla l’uomo schiumando l’ultimo residuo di rabbia - la sfruttate anche da morta.- Il giovane sputa per terra - Tu la trattavi come una malata con tutti i tuoi problemi di soldi e carriera e poi cosa credi che lei non sapesse delle tue scappatelle? – - Adesso la colpa è mia? Io sono una persona onesta e certo non mi devo giustificare con uno come te. – -Ma ti senti, non sai che dire IO ho fatto, IO sono una brava persona, sei proprio come lei ti descriveva: un uomo innamorato solo di se stesso. – L’uomo continua come un treno lontano dalla sua meta - Chi le ha dato quello schifo che l’ha uccisa? Sei stato tu rifiuto della società?- Il giovane ormai ha perso interesse nel discorrere con l’uomo, si gira e parla con altre ombre. Ma l’uomo lo bracca vuole sapere. Non se ne andrà via senza delle risposte. Il giovane si gira rabbioso - Smettila di seguirmi questo non è il tuo ufficio dove comandi.- -Dimmi solo perché? – Il giovane esasperato lo guarda poi dice – Dalia ha scelto di farla finita nessuno ha deciso per lei. Era solo stanca di vomitare, di pesare 40 kg, e di dormire anche quando avrebbe voluto correre. – -Io non ti credo qualcuno deve pagare per Dalia e per me quello sei tu- - Se sei cosi sicuro denunciami pure - cosi facendo tira fuori la sua carta d’identità - No, no mio caro la galera per gente come te è il paradiso, abituato a questo lerciume dove vivi, sei incapace di intendere e volere te la caveresti con poco e magari quando esci ti trovano pure un lavoro. No mio caro io non ti denuncio. – - E allora cosa vuoi fare uccidermi? – - E’ l’unica cosa giusta che hai finora hai detto: ucciderti per tornare a vivere in pace. – - Mi uccidi non per vendetta, ma come sempre per te stesso per sentirti in pace come padre. – - Cosa sei uno psicologo? Ma guardati sei una larva che cammina- - Tu invece in giacca e cravatta abbronzato con qualche muscolo, sei un padre perfetto? Dalia lo diceva sempre che tu hai un’abilità grandiosa nel scansare le responsabilità. Tu devi trovare per forza a parte te un colpevole.- Eccomi- urla il giovane - mi hai trovato sono stufo è tutta la notte che vai avanti fai quello che devi fare e poi sparisci. Forza fallo- cosi dicendo il giovane gli passa il coltello e allarga le braccia. L’uomo pare spiazzato - Non hai paura di morire?- - Che ti frega di me che come dici sono una larva, fallo - grida il giovane. Le altre ombre fanno da eco al giovane. L’uomo sente un fremito un’elettricità che lo percuote . Appoggia il coltello nel petto del giovane. Forza dai - esorta il giovane - oggi hai l’occasione di diventare un Angelo vendicatore. - La distanza tra cielo e terra sembra annullata, l’uomo è in piedi deve solo spingere e tagliare la testa a questo serpente. Al Porto 24 la schiuma delle onde distrae i viaggiatori, appesi come panni al vento davanti a un cucchiaio scaldato, sembrano dimenticare che ci sono mille occhi nascosti che li controllano, prima che ogni cosa possa essere compiuta sono circondati . - Fermi tutti, non vi muovete- tuona un poliziotto con il megafono. L’uomo si ferma, la paura che qualche onda lo possa travolgere lo fa tornare ad indossare il suo solito personaggio di bravo padre di famiglia. Il Porto come un vulcano erutta lapilli in divisa che travolgono le ombre che altro non possono fare che scappare. Le sirene urlano, bisogna tapparsi le orecchie e fuggire ma loro sono dappertutto. L’uomo recupera la sua fredda lucidità, le sue mani si fanno carta e il coltello finisce con un calcio lanciato lontano da lui. Le ombre invece ragionano lente. Quelle prese ora sembrano pecore che cercano di evitare il morso dei cani, ma le botte arrivano comunque e chiudono la bocca anche a chi voleva tenerla aperta. L’uomo è messo in disparte lui è di sicuro una vittima le stesse mani che picchiano ora accolgono. L’uomo vede tutto come in un film di quelli non a lieto fine: botte, calci, insulti, e per qualcuno che tenta di reagire i guai si raddoppiamo. Il maresciallo trova il coltello e allora quelle che fino ora erano state botte diventano carezze. Il giovane già segnalato viene riconosciuto dal maresciallo –Stavi rapinando questo pover’uomo vero?- Il giovane non parla, un temporale di tuoni e fulmini si abbatte sul suo corpo. Nessuna delle ombre parla, l’uomo invece seduto e protetto ritrova la loquacità. Le ombre vengono spinte e portate come una mandria dentro i giusti recinti. L’uomo invece risponde a qualche domanda, ma è chiaro che si trova al Porto per un errore. Se la cava con un rimprovero paterno, poi un pianto liberatorio lo fa scivolare lontano da quelle anime dannate . Seduto a casa dopo litri di dolore consumato, si guarda davanti a uno specchio non pulito ormai da mesi. Da vicino vede le sue orbite accerchiate da occhiaie, è diventato vecchio tutto in un colpo. Con il tempo la mente reagisce: il suo strumento di difesa funziona perfettamente. Ogni mattina ripete con cura gli esercizi di respirazione che tanto lo calmano. Quella notte al Porto è stata la notte più lunga della sua vita. Lei dice la psicologa deve sognare senza vergognarsi di farlo. -Dimentichi il Porto cambi casa, quartiere , persone.- Fatto. Sembrava impossibile, ma ora l’uomo sta meglio, benedetta sia la sua psicologa. Una casa diversa, un quartiere con gente sconosciuta con cui parlare con loro dei riccioli di Dalia, del suo profilo, del pozzo dei desideri che tanto da piccola amava, di tutte le conchiglie dimenticate sulla spiaggia. Non importa che loro capiscano l’importante è parlare. Da morta Dalia diventa la sua rivoluzione, impegnandosi attivamente per salvare gli altri, in realtà per assolvere se stesso. Al Porto 24 le navi arrivano comunque e poi subito ripartono, per le ombre tutto come al solito stanno ancorate a qualche boa per non affogare. L’uomo ha ripreso energia, la pappa reale e lo yoga l’aiutano. La sua vita evapora come il fumo dalle pentole, ma la storia di Dalia resiste e commuove. Ha perfino fatto nascere un’associazione in nome di Dalia dove è ovviamente il Presidente. Qualche notte è ancora difficile da gestire, arriva sempre inaspettata e spietata a mettergli il cuore nella tormenta. Allora si sveglia d’improvviso con gli occhi stanchi appesi ad una luce spenta, con l’immagine di un giovane dagli occhi color diamante, un ramo nudo, secco, gettato lontano dal suo albero, che a voce rauca parla del mare e delle sue conchiglie abbandonate.
  15. sarano

    Bali Golden Shaq

    Il racconto, ben scritto, descrive l'infatuazione che poi diventa amore, ma che non riesce a crescere se non da una parte sola. Il racconto ha due protagonisti, due anime sole che si incontrano in una biblioteca universitaria e che dopo varie incertezze riescono ad avvicinarsi e a conoscersi. Il contenuto è l'iniziale 'inganno dei sensi e un divenire complicato da parte dell'uomo che riesce solo a ferire la donna tentando di allontanarla. Ciò che ho trovato interessante è stato lo stile: asciutto, realistico, e convincente. Sull'aspetto grammaticale non ho notato grosse imperfezioni o irregolarità. Per concludere il racconto mi è piaciuto a metà : ho apprezzato la verità sulla difficoltà nel gestire un rapporto , anche se nei rapporti tra giovani la sperimentazione del proprio carattere e la difficoltà nel smussare i propri egoismi personali è cosa normale. Chi non è mai stato vittima o carnefice almeno una volta? Il gioco del dominare uno sull'altro è tematica sentita e letta più volte. Ho trovato la prima parte quasi onirica interessante nella sua costruzione intorno ad un'esaltazione legata ad un'immagine. Un giovane chiuso conscio del tempo perso che cerca di divenire più intraprendente per un qualcosa che gli muove il cuore. Invece la figura della ragazza è a mio parere troppo caramellosa, troppo remissiva , una vittima da subito sacrificale. una figura più da dolce stil novo che attuale. Concludo nel dire che non riesco ad assolvere per diversi motivi nessuno ognuno diventa complice della propria incapacità nel guardare negli occhi l'altro.
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