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Iceyes

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    Indovinate un pò?

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  1. Iceyes

    Leone Editore

    Leone Editore Ho pubblicato due libri con loro e non mi hanno chiesto un centesimo. Le sole proposte che ho avuto, in termini di contributo, sono state di partecipazione a eventi promozionali in collaborazione con Mondadori o altri punti di vendita/distribuzione. In caso di partecipazione a premi letterari per libri editi chiedono il 50% del costo delle copie da presentare. Con i miei libri ho partecipato a premi importanti, tra i quali Campiello e Flaiano.
  2. Iceyes

    EKT - Edikit

    Ciao a tutti. Volevo confermare che si tratta di una casa editrice seria e affidabile. Rispetto al contratto da loro inviatomi, ho inserito la clausola di pubblicazione entro otto mesi dall' "OK, si stampi" e ho limitato la loro prelazione sui miei futuri lavori a una sola opera. Hanno accettato senza discutere e ora attendo l'editing (che è in corso). Saluti cordiali. Iceyes
  3. Per chi ne avesse ancora voglia, ecco la seconda parte del primo capitolo: Il locale in cui i quattro giovani erano entrati, era arredato in maniera semplice ma elegante: quattro poltrone Frau Rapsody, in tinta corallo, circondavano un basso tavolino di legno di mogano con intarsi in ebano e avorio, un tappeto Herekè ricopriva quasi tutto il pavimento. La temperatura della stanza era piacevolmente regolata da un invisibile sistema di climatizzazione. Uno dei due agenti, il più anziano dei due, bussò discretamente a una pesante porta istoriata e senza attendere risposta, entrò, richiudendo il battente dietro di sé. Per qualche minuto non accadde nulla, nessun suono proveniva dalla stanza adiacente. L’agente rimasto con i quattro studenti era fermo, impassibile, in piedi davanti alla porta mentre i giovani si scambiavano occhiate inquisitive e curiose. Youssuf spostò il peso del corpo da una gamba all’altra, si schiarì la gola e chiese in arabo all’uomo a guardia -Chi ha chiesto di vederci? Che cosa stiamo aspettando? L’uomo non mosse un muscolo né tantomeno lo sguardo, su Youssuf o altrove. Muovendo nuovamente, con imbarazzo, i piedi, il palestinese ripeté, questa volta in inglese: -Who sent for us? Why are we waiting here? Se l’uomo fosse stato cieco e sordo, il risultato sarebbe stato probabilmente migliore. A quel punto, zoppicando appena, Awrangs si mosse lentamente, fino a piazzare il suo ossuto viso giallognolo a pochi centimetri da quello dell’uomo, il quale parve non registrare il movimento del giovane: -Hey You! My friend asked you politely what the fuck we are doing here. Silenzio e immobilità assoluti. -Don’t you want to talk to us? proseguì Awrangs con aria beffarda -Who the hell do you think you are? You motherfucker! Silenzio. I tre giovani guardavano stupiti e preoccupati la scena, incerti se intervenire. –Dont you understand English? Ah, allora devi essere russo… Eh sì, sento puzza di merda.- riprese Awrangs, avvicinandosi ancora di più all’uomo, sulla cui fronte iniziava a manifestarsi un leggero diadema di sudore –o forse, sei americano? Stessa puzza. Bene Mammolo, una cosa è certa: tu sei un frocione che non vede l’ora di farsi rompere il culo dal suo amico Brontolo. Disse l’afghano, indicando con la testa la stanza in cui era entrato l’altro agente. L’occhio destro dell’uomo di guardia iniziò a tremare con piccoli fremiti incontrollabili mentre Awrangs, palesemente soddisfatto della sua opera di provocazione, con un ghigno distorto sul volto emaciato e grumi di bava agli angoli delle labbra screpolate, rincarò la dose: -Ehi, stupida testa di cazzo…oggi è il tuo giorno sfortunato perché sulla tua strada hai incontrato me, Awrangs. Dopo una breve pausa, durante la quale il tempo sembrò fermarsi, il giovane urlò -Mi senti, fottuto frocione? L’urlo improvviso fece sobbalzare tutti i presenti nella stanza. L’uomo a guardia della porta, pur restando immobile al suo posto, sibilò -Tu sei morto, figlio di puttana… morto! A quest’ affermazione un’espressione di squilibrata ilarità apparve sul volto di Awrangs che, rivolgendosi ai tre giovani colleghi, ancora pietrificati dalla sorpresa, disse ridendo -Avete sentito il pezzo di merda, cosa ha detto? Dice che sono morto! La sua risata aveva il suono di un’unghia che graffia una lavagna. Gli stessi amici del giovane afghano, impressionati da quell’esplosione di folle allegria, arretrarono leggermente verso la parete mentre l’uomo di guardia, pallido e chiaramente scosso, mosse la testa a seguire i movimenti di Awrangs. –Certo che sono morto! Sono un morto che cammina e tu, stupida faccia di cazzo, osi minacciarmi! Che idiota! Cosa t’aspetti che faccia? Che mi genufletta e ti preghi di non uccidermi? Credi veramente che io abbia paura di un fottuto frocio come te, o quant’altro? Io non ho paura di te e tantomeno della fottuta morte! Un accesso di riso distorse ulteriormente i suoi lineamenti; ormai sull’orlo della follia, infilò una mano nella tasca del kaftano e prima che chiunque nella stanza potesse reagire, estrasse una chiave e se la infilò con un gesto netto e violento nella guancia destra. Si udì il sinistro rumore dei denti frantumati e un sottile getto di sangue imbrattò il volto dell’agente. Awrangs con le mani afferrò l’uomo per la testa e cacciò un urlo atroce, primevo, l’urlo di chi sa di dover morire a vent’anni. Dalla sua bocca martoriata uscivano spruzzi di sangue e frammenti di denti che si riversavano sul volto dell’agente il quale, in preda all’orrore, con un riflesso nervoso si liberò dalla stretta di Awrangs e si unì agli altri tre giovani, come a chiedere protezione da quell’incubo. Youssuf fece un passo in avanti ma il braccio teso di Awrangs lo fermò. Con uno sguardo nero e selvaggio l’afghano, sputando bava sanguinolenta e schegge di denti intimò –Fermo! Non ho ancora finito. Guardando l’agente che cercava alla meglio di ripulirsi il viso, disse con voce inaspettatamente calma, quasi tenera –Siamo fratelli, ora, fratelli di sangue e nella morte. Oggi, hai ricevuto da Awrangs il dono della morte. Un doppio dono.- Il viso del giovane aveva ora ripreso la sua espressione di scherno irridente –Se oggi sarai fortunato, avrai ricevuto il virus dell’epatite C. Se invece non lo sarai, povero bastardo, avrai preso l’AIDS. Gelato da quanto appena sentito l’agente guardò con odio il giovane afghano e con marcato accento slavo sibilò –Che tu sia maledetto! Possa bruciare all’inferno per l’eternità con uno spiedo nel culo, figlio di troia! A tali parole Awrangs lanciò un urlo belluino e roteando gli occhi fece per lanciarsi sull’agente, che nel frattempo aveva portato la mano destra sotto la giacca, all’altezza dell’ascella. Youssuf, subito seguito dagli altri due studenti si lanciò sul piccolo afghano, cercando di bloccarlo. Sebbene in tre, i giovani avevano difficoltà a fermare la furia irrefrenabile di Awrangs che si dimenava come un ossesso, aspergendo sangue dappertutto. D’improvviso la porta che dava sulla stanza adiacente si aprì e un uomo con una pistola tenuta a due mani, braccia tese e ginocchio a terra si materializzò sulla soglia ringhiando -Freeze! Chi invece rimase congelato fu proprio chi stava puntando la pistola. La scena che si presentò ai suoi occhi era, infatti, talmente drammatica e assurda che era difficile valutarla in maniera razionale: tre giovani studenti in kaftani bianchi macchiati di sangue, come camici da macelleria, cercavano di contenere un esile demonio scatenato, vestito di un kaftano più rosso che bianco, la sua faccia grondante sangue. Nel frattempo, il suo collega Božić vomitava inginocchiato sul prezioso tappeto Herekè. L’apparizione del secondo agente ebbe perlomeno il potere di rallentare le contorsioni di Awrangs, che volse lo sguardo verso la porta proprio nel momento in cui sulla soglia si stagliava un uomo alto e magro, vestito di un elegante bisht di colore blu notte, che copriva un candido thobe. L’uomo era sulla cinquantina, con il lungo volto abbronzato, incorniciato da una curatissima barba, gli occhi neri e vivaci; nel complesso, una figura che emanava carisma e potere; in una frazione di secondo valutò la situazione e fece cenno all’agente che ancora puntava la pistola sul disordinato gruppo dei quattro giovani, di abbassare l’arma, poi in un misurato tono di voce baritonale disse, in arabo -Ho il piacere di incontrare l’Elite Squad? A giudicare da quanto posso vedere, sembrerebbe proprio di sì.- Poi, sollevando il braccio in direzione degli studenti, il palmo della mano aperto verso l’alto, aggiunse in tono ironico -Quindi, sarebbe questo il meglio degli šuhadā? Infine, rivolto all’agente: -Vojislav, take Božić away and send for Abbud Qureshi, the school manager. L’uomo aiutò l’agente Božić a rialzarsi e si avviò verso l’uscita, lanciando una glaciale e eloquente occhiata al gruppo dei giovani fermi a osservare gli sviluppi della situazione. Al momento in cui i due agenti furono all’altezza dei quattro studenti, Awrangs, che nonostante il terribile stato in cui si trovava aveva riacquistato la sua espressione beffarda, bisbigliò con evidente difficoltà: -Addio Mammolo, ti auguro una buona vita, per quanto possa durare. Il movimento fu talmente essenziale e veloce che prima che i presenti capissero cosa fosse avvenuto, Awrangs s’era sollevato dal pavimento per planare fino alla parete alle sue spalle e poi ricadere a terra, immobile, come un giocattolo rotto; un calcio rovesciato di Vojislav l’aveva raggiunto tra le gambe. Youssuf e gli altri fecero per lanciarsi contro i due agenti quando, imperiosa, risuonò la voce dell’arabo che in perfetto accento britannico esclamò seccamente -Stop it now… that can be enough. Poi in arabo, rivolto a Youssuf -Guarda se è ancora vivo.- Indicando con un leggero cenno della testa nella direzione in cui, ancora immobile, giaceva Awrangs. Mentre i due agenti lasciavano la stanza, Youssuf si curvò sull’afghano appoggiando delicatamente i polpastrelli di due dita sulla sua gola. Passarono pochi secondi e commentò -Questo non l’ammazza nessuno, morirà solo quando l’avrà deciso lui stesso. Mentre un sorriso fugace attraversava il viso dell’arabo, la porta si aprì e il Sovrintendente entrò sgambettando nella stanza. La visione dei tre giovani, ricoperti di sangue e Awrangs, a terra come morto, fu già più che sufficiente a mettere l’uomo in un forte stato di agitazione, ma quello che letteralmente lo terrorizzò fu il vedere la figura dell’arabo che lo guardava con espressione severa. –Agha Sahib! Balbettò il sovrintendente -Non capisco… proprio non… ma… ma cosa è successo? Il colorito dell’omino cambiava con preoccupante rapidità dal pallido cadaverico al paonazzo mentre, boccheggiando alla disperata ricerca di aria, si tergeva il sudore dalla testa e dal viso con un fazzoletto dal dubbio colore giallastro. A forza di passarsi quella pezzuola in testa, il suo lungo riporto, rigido di lacca, si era dislocato, rovesciandosi sul suo orecchio sinistro, mantenendo però la curva del cranio, con il risultato che dal lato della testa gli partiva una comica onda concava di capelli, irrigiditi e dai riflessi violacei. -Che Allah maledica la vostra anima, figli di un cane! Dove pensate di essere? Nella cucina dei vostri tuguri? Farfugliò, sputacchiando verso i tre studenti poi, sollevando con sforzo le folte sopracciglia, si rivolse all’arabo che, immobile, contemplava la scena -Eccellenza, permettetemi di porgervi le mie più umili scuse se questi cani hanno turbato il vostro soggiorno presso questa scuola: soggiorno che ci onora altamente. Vi assicuro che prenderò nei loro confronti le più rigide... L’arabo lo fermò con un gesto quasi impercettibile della mano e indicando i giovani con un leggero cenno del capo, disse –Si provveda affinché la squadra, al completo, sia nei miei uffici domattina alle undici in punto. Il sovrintendente s’inchinò con esagerata deferenza -Sarà fatto Agha Sahib, sarà fatto esattamente come avete ordinato. Si rivolse quindi a Dosym e Youssuf -Raccattate da terra quel figlio di una serpe e portatelo in infermeria. Che sia in piedi entro questa sera. In quanto a voi… a purificarvi! Questa sera alle 20 vi voglio tutti nel mio ufficio, tutti! Capito? Via, via! Attese, saltellando inquieto, che i giovani avessero lasciato la stanza, con Awrangs ancora inconscio e penzolante come un sacco di patate dalla spalla di Dosym, quindi s’inchinò nuovamente all’arabo e lasciò la stanza rinculando verso il corridoio.
  4. Per chi ne avesse voglia e curiosità, il primo capitolo (prima parte) de "La Declinazione del Nulla", romanzo di 480 pagine. Capitolo I I quattro giovani attraversarono il cortile polveroso sotto un sole implacabile e feroce camminando a passo spedito sul consunto pavimento di mattoncini che il caldo e il tempo avevano reso di uno sbiadito colore rossastro. Le onde di calore che salivano dal suolo distorcevano i movimenti fluttuanti dei candidi kaftani, conferendo alle quattro figure un aspetto irreale: sembrava fossero spinti in avanti da un vento silenzioso e immoto. La fierezza e la dignità del loro portamento sembravano dire “Noi siamo šuhadā! I martiri. Noi siamo il tuono di fuoco che dà la morte e per questo siamo immortali!” A quella vista gli studenti della madrasa che sostavano sotto l´ampio porticato, in attesa della ripresa delle lezioni, si scambiarono silenziosi cenni del capo e di gomito. Non capitava spesso di vedere riunita quella che all´interno della scuola veniva, con invidia e ammirazione, definita “The Elite Squad”, gli šuhadā, i martiri destinati alle imprese più eroiche e clamorose, di quelle che avrebbero riempito i giornali per settimane, diffondendo la paura nell´intero mondo occidentale. Quelle azioni a cui sarebbero seguiti i vuoti proclami dei governi contro “il terrorismo che non vincerà”; i milioni di persone che avrebbero marciato in nome della pace, per poi tornare alle loro case, angosciate, svegliandosi di soprassalto nel cuore della notte, chiedendosi quale sarà il futuro dei loro figli; la malcelata soddisfazione del mondo musulmano, momentaneamente appagato nei suoi sogni di rivalsa; i sotterranei contatti dei governi occidentali con i Paesi islamici... il tutto volto a creare un impercettibile ma importante trasferimento di potere politico-economico-finanziario dal mondo occidentale alla gloria dell´Islam. Giunti all´estremità nord del cortile, i quattro giovani: Youssuf il palestinese, Awrangs l´afghano, Malik il pakistano e Dosym il tartaro kazako, salirono la scalinata che portava all´ala degli uffici, zona strettamente off limits per gli studenti. Alla sommità della scalinata li attendeva il sovrintendente della scuola, Abbud Qureshi, un omarino grassoccio dal ventre arrotondato, due gambette magre e ricurve, il testone ricoperto da radi capelli di riporto, di un sospetto colore violaceo, le mani piccole e paffute, perennemente umide e fredde. Aveva due foltissime sopracciglia che contrastavano con la quasi totale assenza di barba, come se la natura avesse voluto concentrare tutta la villosità di quel corpo, appunto nelle sopracciglia. Scalpitando impaziente sulle esili gambe Qureshi spronò con la sua vocina querula i quattro giovani ad affrettarsi, benché non ve ne fosse motivo, dato che le scale vennero divorate in poche eccitate falcate; essi sapevano bene cosa quella chiamata significasse. Giunti sulla sommità della scalinata, i giovani seguirono in fila indiana il sovrintendente che sgambettando, si addentrava in un ampio e arioso corridoio dai muri lavorati in gesso, che riportavano varie iscrizioni religiose inneggianti alla grandezza di Allah. Apriva la fila Youssuf, il palestinese, alto e prestante. Era cresciuto nei campi profughi, dove aveva istintivamente fatto proprie le più efficienti tecniche di street fighting. Da quando era arrivato alla scuola islamica era notevolmente dimagrito, il suo corpo aveva perso la rotondità da oliva che lo caratterizzava; s’era fatto snello e al contempo robusto, i suoi occhi ravvicinati avevano perso l´espressione perennemente ilare e accattivante, per assumere un´aria pensosa e consapevole. La sua barba si era infoltita e incorniciava un volto abbronzato che esprimeva forza e determinazione. Lo seguiva Malik il pakistano. Magro, di altezza regolare, con le guance scavate e il naso che usciva prepotentemente dal volto, sottile come una lama di coltello. Gli occhi vivi si muovevano calmi e riflessivi. Una lanugine a chiazze, più che una barba, gli copriva disordinatamente il volto. Era uno studente di teologia di quell’intelligenza sottile e raffinata che abita il tenue confine fra mistica e isteria. Il terzo della fila era Dosym il kazako di origine tartara. Alto circa un metro e novanta, robusto, spalle larghe, con il viso disordinatamente segnato da marcati caratteri caucasici: gli zigomi erano alti e distanti tra loro, gli occhi sottili, il naso schiacciato, la mascella squadrata e sulla fronte bassa, una selva ingovernabile di capelli neri e setolosi gli conferivano un´espressione di spietata ferocia che contrastava con il candore fanciullesco del suo carattere. Nonostante la notevole mole del suo corpo muscoloso, aveva riflessi straordinariamente veloci che ne facevano un temibile avversario per chiunque. Zoppicando leggermente, chiudeva la fila Awrangs l´afghano. Piccolo, snello e di colorito giallo-verdastro, come una lucertola. Una testa ricciuta su un viso butterato, il naso puntuto e troppo grande, occhi mobili e febbrili che schizzavano fuoco: quel tipo di occhi che sembrano voler bruciare tutto ciò che guardano. Sulle labbra aveva un’espressione leggera e canzonatoria che non l’abbandonava mai. Un’epatite C contratta da bambino e il virus HIV congenito, non gli avrebbero permesso di vivere a lungo, ma tutto ciò veniva da Awrangs liquidato con uno sberleffo “Il destino e io abbiamo in corso una scommessa su chi per primo sarà causa della mia morte” diceva “e io ho tutta l´intenzione di vincerla, questa scommessa”. Disincantato e cinico, aveva scelto la strada del martirio musulmano per lasciare un segno del suo altrimenti insignificante e anonimo passaggio in questa vita. Erano l’élite della scuola, rappresentavano la migliore combinazione delle tre qualità necessarie a forgiare l´ideale kamikaze: determinazione, sangue freddo e intelligenza tattica. Non erano amici. Non si hanno amici quando si è deciso di morire a vent’anni. Non si parla molto… e di cosa si dovrebbe parlare? Non si ha un patrimonio di ricordi da trasmettere, né speranze e piani per il futuro. Si vive rinchiusi nel proprio bozzolo, alienati, determinati e motivati a terminare la propria vita nel modo più glorioso e letale possibile. I motivi per cui si diventa martiri della fede possono essere vari: ci si sacrifica in nome di un valore ritenuto più alto e importante della propria esistenza, oppure si decide di morire in omaggio a un’autorità carismatica che afferma l´obbedienza quale principio superiore alla vita stessa. C’è anche chi lo fa per denaro, per assicurare cioè, un futuro alla propria famiglia. Quello che è certo è che quei ragazzi erano cresciuti in situazioni di forte stress emotivo, avevano visto cadere amici e parenti, avevano percepito un clima d’ingiusta e immotivata persecuzione nei confronti della propria famiglia e del proprio gruppo di appartenenza, erano infine caduti preda di un clima di misticismo religioso e politico che aveva saputo canalizzare nel gesto estremo la rabbia e la frustrazione accumulate in una sia pur breve vita. Le eccezioni alla regola questa volta erano rappresentate da Awrangs, l’afghano e Dosym, il tartaro; le loro motivazioni erano ben lontane dalle varie istanze di tipo politico o religioso. La permanenza dei giovani martiri nella scuola non doveva superare i sessanta giorni da quando ricevevano lo status di shahîd; un periodo di prolungata inattività avrebbe potuto agevolare la nascita di dubbi, ripensamenti. Capitava così che qualcuno fosse mandato a morire in azioni di scarso valore strategico, solo in virtù e nome della “data di scadenza”. Giunti davanti a una pesante porta istoriata, il Sovrintendente bussò con untuosa discrezione. Dopo qualche secondo la porta si aprì e due uomini vestiti all´occidentale, con lo sguardo freddo e impersonale, probabilmente agenti della sicurezza, scrutarono attentamente i giovani e con un gesto della mano invitarono il primo ad avvicinarsi. Dopo averlo rapidamente perquisito fecero lo stesso con gli altri tre che passarono così oltre la soglia. Quando il sovrintendente si avvicinò per essere a sua volta ammesso, una mano lo spinse con decisione all´indietro mentre la porta si richiudeva sul suo viso con un umiliante scatto della serratura. L’uomo si guardò intorno, accertandosi che nessuno avesse assistito alla scena, si lisciò il riporto di capelli rigido come una calotta e sgambettò con esagerata dignità verso la scalinata che portava al piano terra.
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