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cynthia collu

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Su cynthia collu

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    scrittore ed editor freelance
  • Compleanno 22 maggio

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  • Genere
    Donna
  • Provenienza
    Milano
  • Interessi
    leggere, scrivere e poi ancora leggere. Teatro, passeggiate, vino buono, amici. Gli altri, nella loro umanità spesso così contrastante. Vivere. viaggiare per vivere. Vivere per viaggiare. Il viaggio è anche mentale, soprattutto quando scrivo.
    Scrivo per un bisogno inestinguibile d'altrove.

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  1. Nel gran mare di Agorà i post si perdono - e si sperdono - con la segreta speranza di essere prima o poi raccolti. Ho pensato di mettere qui, in una nuova discussione, i miei rimandi di lettura, sperando che qualcuno prima o poi li trovi, e gli siano anche utili. Di seguito il mio commento a Gita al faro, di Virginia Woolf. Buona lettura! COME PERIMMO, CIASCUNO DA SOLO (colpita e affondata) Ultimamente ho deciso di leggere dei classici considerati universalmente dei capolavori. Ho iniziato questo libro senza troppo entusiasmo, e dopo una trentina di pagine ero già bell’e che stufa. Ma qualcosa, una vocina, (la tua, Virginia?) mi diceva di proseguire, perché avrei trovato tanto, così tanta bellezza da rimanerne colpita e affondata. Il romanzo è strutturato in tre parti. Scena prima: attraverso una finestra perennemente spalancata possiamo osservare i personaggi - la signora Ramsay, il marito, i figli tra cui Cam (la Woolf da piccola), Lily Briscoe (la Woolf da grande) e tanti altri - muoversi come su un palco teatrale o un film a inquadratura fissa, ne sentiamo i pensieri (un flusso di coscienza spesso interminabile), li vediamo agire, cominciamo a capire chi sono e, soprattutto, cosa rappresentano per l’autrice. La prima scena è quella della memoria: l’autrice ricorda l’infanzia di una Virginia bambina. La madre, la signora Ramsay, è il centro attorno a cui ruotano tutti gli altri personaggi. Bellissima eppure noncurante della sua bellezza che incanta, capace di sottomissione verso un marito sempre incombente, iroso e malinconico, detestato e amato dai figli - la signora Ramsay dispensa attorno a sé la sua positività, manipola inconsapevolmente (o forse no) le persone che le ruotano attorno, gli ospiti della casa, esortandoli spesso al matrimonio, il tempio protetto in cui lei ha trovato rifugio impedendosi ogni tentativo di autonomia e di ribellione. Sin dal grandioso incipit siamo davanti alla finestra, osservando la signora Ramsay e il figlioletto James. “Sì, certo, se domani fa bel tempo” disse la signora Ramsay “però dovrai essere in piedi con l’allodola” aggiunse. Si sta rivolgendo a James, il figlioletto di sei anni, che tanto desidera fare la gita al faro che dà il titolo al romanzo. Questa gita, per intromissione brutale e indifferente del padre, non si farà. “Ma” disse suo padre fermandosi davanti alla finestra del salotto, “non sarà bello.” E James inizierà a odiarlo con tutte le sue forze. Eccolo qui il tiranno, il despota forse inconsapevole che pretende sottomissione e poi amore, che ridicolizza e sgrida, che si lascia andare a scatti d’ira scaraventando una ciotola di latte fuori della finestra per poi chiedere conferma alla moglie di essere sempre amato, e la cerca, da lontano, terribile e ululante come un lupo. La seconda parte - la più difficile da scrivere, disse poi Virginia - è uno stretto passaggio che unisce la prima (l’infanzia) all’ultima, dove finalmente questa gita – simbolo di crescita e soluzione dei problemi dei personaggi - si porterà a compimento. Sono passati dieci anni. La casa è stata abbandonata. Il giardino è incolto. La signora Ramsay è morta. In questa casa, che guarda con occhi vuoti, tutto parla di morte e di abbandono. I Ramsay hanno deciso di fare la gita rimandata nel tempo, e chiedono alle due donne che hanno in cura la casa (due personaggi del tutto in antitesi con la ieratica curatrice di un tempo, la signora Ramsey) di sistemarla. L’assenza/presenza della signora Ramsay diventa dolorosa persino per gli oggetti che lei toccava. E’ sicuramente la parte più ostica del romanzo, ma io l’ho trovata straordinariamente bella, perché la Woolf riesce a farci vedere la morte e l’abbandono attraverso la descrizione di questa casa, che ne diventa il vero personaggio. Finalmente, nella terza parte, si sciolgono tutti i nodi. La gita al faro si compie mentre il signor Ramsay sulla barca declama il suo ritornello preferito, Come perimmo, ognuno da solo, e intanto schiaccia un pesce agonizzante, e James, ormai sedicenne che ha guidato da marinaio provetto la barca, viene finalmente lodato dal padre e fa pace con lui, superando il complesso di odio e amore nei suoi confronti. E Lily Briscoe (la Woolf da grande) una pittrice che dieci anni prima, vedendo la signora Ramsey e il piccolo James alla finestra aveva deciso di ritrarli senza però mai riuscire a finire il quadro, finalmente traccia la linea risolutiva e porta a compimento la sua opera (ossia metaforicamente la scrittura dell’autrice) risolvendo così il suo lutto per la perdita della madre. Credo che per apprezzare questo romanzo bisogni avere tempo. Tempo e pazienza. La fretta non si addice alla Woolf. Il suo narrare così lento (senza che qualcosa accada veramente), è una continua riflessione sul come si è e sul perché si diventa così, sulla vita e sulle sue infingarde menzogne, sui rapporti umani e sulla loro complessità. Lasciandosi andare al ritmo ipnotico e alle infinite ma profonde riflessioni dell’autrice, non si potrà che rimanere affascinati dalla bellezza della sua scrittura e dalla profondità del suo pensiero. (foto di Cynthia Collu) Consigliatissimo
  2. cynthia collu

    Una bambina sbagliata

    I padri non sempre sono dei buoni padri. Ma quando muoiono, è come se d'improvviso ci si sentisse monchi d'un pezzo importante di noi. Questo brano è dedicato a mio padre, che ho scoperto troppo tardi d'amare. Papà dondola la testa; ha settantasette anni, i capelli grigi sulla nuca, il resto è tutto bianco. Siamo in ospedale, cammina piano appoggiandosi a un bastone. Parla a fatica in seguito all’ictus che gli ha paralizzato da un mese la parte destra del corpo. Negli ultimi anni è stato ricoverato e operato cinque volte. La penultima a causa di una contorsione dell’intestino che non ne voleva sapere di stare al suo posto. Dopo quattro giorni è stato riaperto d’urgenza. Finalmente i dottori lo hanno lasciato tranquillo nel suo letto a contare le luci che gli ballavano davanti agli occhi per la stanchezza e la fame. L’ho trovato sotto sedativi. Non mi riconosce, prova ad alzare la mano per passarsela sulle labbra secche, non ci arriva, m’indica il polso martoriato dalle flebo e dalle corde che lo legano alle sbarre. Corro a cercare un infermiere, quello viene sbuffando, mi dice che non possono stargli dietro di notte, che deve fermarsi qualcuno della famiglia se non vogliamo che lo leghino. Si avvicina al letto di papà e sempre brontolando lo libera. «Ecco, nonno, contento?» Gli dà una pacca sulle cosce e se ne va. Papà emette un suono, «azie, azie» che sento solo io. Ha le labbra e la lingua secche, incrostate da uno spesso strato giallastro che lo fa soffrire. Nessuno degli infermieri si preoccupa di dargli da bere. Prendo un fazzolettino umido e gli pulisco la lingua cercando di staccargli le croste senza fargli male, poi passo alla bocca. Papà non riesce a bere dal bicchiere, allora bagno un altro fazzolettino nell’acqua e glielo strizzo tra i denti. Mi sorprende serrando di scatto le labbra e mettendosi a succhiarlo come fosse un biberon. È questo l’uomo che mi ha tanto terrorizzata? È questo il papà che quando urlava spalancava davanti a sé silenzi di gelo, mormorii di pozze d’acqua scura e densa dentro cui io e la mamma affondavamo? Mi allontano per piangere senza che gli altri ammalati mi vedano. Papà non molla, ha ancora voglia di vivere, ogni sua energia è concentrata in quella gamba che non lo regge, che lo fa ammattire. Di tanto in tanto si ferma per prendere fiato. Gli stringo la mano: «Papà, ce la fai?». Col capo risponde di sì. Proseguiamo nel corridoio con le pareti verdi, passiamo davanti a tante stanze, qualche ammalato è sulla soglia e ci guarda passare, altri sono a letto e girano appena la testa. Incontriamo dei degenti che avanzano arrancando con un bastone; hanno lo stesso problema di papà e quando si affiancano si guardano, lui e loro, come a dirsi e vabbè, ci è andata così, che ci vuoi fare, tieni duro che la vita continua. Io faccio un lieve sorriso, per scusarmi di essere sana. Arriviamo a una scaletta che serve alla riabilitazione delle gambe, papà me l’addita, mi lascia la mano e sale adagio. Si volta a guardarmi contento. Sorrido: «Sei stato bravissimo! ». Ridiscende, quasi allegro. Lo prendo sottobraccio. Mi sembra strano sentire che mio padre si affidi completamente a me, che sia felice del nostro contatto fisico: così stretti non siamo stati mai. Se non avesse la paralisi sono certa che adesso ce ne andremmo insieme a zonzo, due vagabondi che non sono mai stati capiti in famiglia, due scansafatiche, due anime perse, artisti a nostro modo nel disegnare cieli intrappolati dal sole e ruscelli d’ombra nei quali riposare. Cercheremmo insieme le pere selvatiche e i fichi d’India, ascolteremmo sotto un ulivo il canto delle cicale e ce ne staremmo beati così, senza nulla dare e nulla chiedere. Papà mi porterebbe a vedere la sua spiaggia. Aspetteremmo. Aspetteremmo a lungo la voce del mare. Si ferma di colpo, scrolla la testa: «eh, eh!» mi dice con tristezza e si batte la gamba ribelle. Gli occhi gli si appannano e la mano si stringe alla mia. È il discorso più intimo che mi abbia mai fatto nella sua vita. Il più prezioso. da "Una bambina sbagliata" di Cynthia Collu (Foto mia)
  3. cynthia collu

    SONO IO CHE L'HO VOLUTO

    Questo brano racconta la violenza assistita, quella dei bambini impotenti davanti alla furia rabbiosa dei loro genitori. Violenza terribile, perché subita da creatura indifese, che non possono comprenderne i motivi. Giocarono per un po’ con le macchinine, poi con i Lego e infine sfogliarono insieme il libro di fiabe. Di punto in bianco Rosita si stufò di guardare le figure, si mise a gattoni e procedendo in quel modo si infilò di nuovo sotto il letto. Teodoro non le badò. Si era stancato anche lui di giocare. Prese Baloo, si ficcò il pollice in bocca e cominciò a succhiarlo. A poco a poco si perse nel suo mondo fantastico. Le urla improvvise lo fecero sobbalzare. Guardò verso la porta, atterrito. Il padre gridava: «Non ne posso più di te», la madre gli rispondeva con voce acuta, gridava anche lei, ma in maniera più spaventosa. Qualcosa cadde a terra. Il fracasso durò a lungo, come se nella caduta si fossero rotti molti oggetti. Un urlo. Di nuovo rumori, questa volta sembrava che qualcosa sbattesse contro i mobili. Un grido. Il pianto improvviso della madre. Un rumore secco. Il padre urlò ancora più forte. Teodoro rimase seduto a terra. Si succhiava il dito con forza, gli occhi fissi sull’orsacchiotto. Avrebbe voluto correre di là, ma non riusciva ad alzarsi. Un altro grido. Teodoro accarezzò Baloo succhiandosi più in fretta il pollice. In quel mentre sentì un rumore alle sue spalle. Rosita era uscita da sotto il letto e ora guardava la porta, la bocca sporca di azzurro spalancata per la sorpresa. Di nuovo un urlo. «Bastardo!» Era stata Miriam a gridare. Teodoro incassò il collo tra le spalle, piegò il capo e si osservò la punta dei piedi. «Dodo!» Il labbro inferiore di Rosita tremava. «Dodo!» ripeté la bambina e cominciò a singhiozzare. Mentre piangeva le spalle le si scuotevano con forza. Era la prima volta che lo chiamava per nome. Teodoro si tolse il dito di bocca. Che cosa aveva detto la madre? Rosita era piccola, lui era grande. Si alzò e le si accoccolò accanto. «Non è niente, la mia mamma ha solo il singhiozzo. Vedi? Ih, ih!» e le rifece il verso che proveniva dalla sala. Rosita scoppiò a ridere nervosamente. Rideva e singhiozzava insieme, senza smettere di fissare la porta. Lui le appoggiò una mano sui capelli. Di colpo la bambina gli gettò le braccia al collo e gli strusciò le labbra sul viso, in un tentativo di bacio.
  4. cynthia collu

    Citazioni sulla scrittura

    Grazie @ElleryQ
  5. cynthia collu

    I racconti della Quarta Luna - Quinto ciclo

    Grazie @flambar, @Amara e complimenti a tutti!
  6. cynthia collu

    Citazioni sulla scrittura

    Il principio dell'iceberg. "I sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quello che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott'acqua, così il mio iceberg sarà sempre solido. L'importante è quello che non si vede." Ernest Hemingway, in un'intervista a George Plimpton
  7. cynthia collu

    Riflessioni di viaggio

    Puoi, puoi. Anzi, sei la benvenuta! Grazie per la bella poesia del grande Hikmet.
  8. cynthia collu

    SONO IO CHE L'HO VOLUTO

    La violenza fisica, prima di esplodere, di solito precede sempre quella psicologica. Qui un brano. Non l’aveva detto a nessuno, Miriam, neanche a Sara. Non è che Sebastiano lo facesse spesso, e neppure le faceva davvero male, le lasciava dei segni, questo sì, ma era lei che aveva la pelle delicata. Aveva iniziato dopo la nascita di Teodoro: era stato quello lo spartiacque. Niente di veramente serio, qualche spintone, o una tirata ai capelli. Lei reagiva, certo, cercava di spintonarlo a sua volta, ma lui le bloccava le mani, e se lei insisteva nel volerlo colpire, finiva che le faceva male davvero. A volte la strattonava tenendola per i polsi, e per un po’ lei aveva male a sollevare dei pesi, come alzare il materasso quando doveva cambiare le lenzuola. In quei momenti le ritornava la rabbia, ma una volta sistemato il letto se ne dimenticava. In fin dei conti succedeva di rado, e a lei non sembrava poi così grave. Liti tra coniugi, come forse capita tra innamorati. Cose che succedono e passano. Prima che nascesse il bambino, ricordava Sebastiano gentile, premuroso. Certo, quando gli ribatteva durante una discussione, anche allora si arrabbiava, e se lei insisteva, a volte finiva con l’insultarla. Le diceva che era una stupida, una che non capiva niente. A volte le dava della pazza, le diceva che era pronta per il manicomio; s’immusoniva ed era capace di non parlarle più per giorni. Alla fine, lei ovviamente si scusava. Però non la toccava con un dito, di questo Miriam era sicura. Col tempo – ma Miriam non riusciva a individuare quanto tempo – – aveva preso l’abitudine di venirle addosso mentre litigavano, la faccia vicinissima, gli occhi grandi, i pugni gonfi. “Non provocarmi, altrimenti...” “Altrimenti?” rispondeva lei. Respirava adagio per non fargli sentire il battito accelerato del cuore. “Altrimenti non rispondo più di me” ribatteva Sebastiano. Si guardavano negli occhi, sfidandosi, poi lui se ne andava in un’altra stanza. Miriam prendeva respiro, ma subito lo sentiva sbattere qualcosa. Quando andava a controllare, trovava spesso un oggetto rotto: un ninnolo a cui teneva, o un ricordo lasciatole dalla madre. Una volta, rientrando a casa dopo una litigata, vide gettato a terra il suo cappello a larghe tese che la faceva assomigliare a Rossella O’Hara. Sebastiano ne aveva sfondato la cupola con un pugno. Lei si sfogava lasciandolo andare al lavoro con le camicie stropicciate. Ma passato qualche giorno facevano pace, e riprendeva a stirargliele. Dopo un po’ lui tornava gentile, pieno di attenzioni, la guardava negli occhi innamorato e le diceva: “Bambina, sei la mia bambina”. Poi la portava a vedere delle mostre d’arte, oppure a fare una gita al lago. E ricordava che ancora prima, non sapeva quanto prima, forse agli inizi, lui era delicato e timido, sembrava avesse paura di stringerla tra le braccia, come lei fosse di vetro, o una creatura fragile, una libellula a cui si potessero staccare le parti, bastava premere un po’ più forte e l’addome rimaneva in mano. Era per questo che se ne era innamorata, e forse proprio per questo restava con lui, per ritrovare quel ragazzo pulito dai modi un po’ imbranati ma gentili. A volte pensava che stessero giocando. Certo, un gioco perfido, ma pur sempre un gioco. Come se entrambi fossero a conoscenza di un confine stabilito in precedenza, oltre il quale non si poteva andare; un tacito accordo sui limiti della violenza da utilizzare durante i loro litigi: uno scontro, o meglio, un confronto, una modalità per esprimere il loro conflitto e forse cercarvi rimedio.
  9. cynthia collu

    Riflessioni di viaggio

    Pensieri sparsi Sono stata poco attenta, ma non ho scuse, dovevo immaginarlo. Prima o poi doveva succedere. D'altra parte vi ho trovati senza cercarvi, e ora reclamate lo spazio che non avrei mai pensato di darvi. Mi strattonate, mi mostrate i vostri corpi diversi in attesa, gli sguardi imperiosi, i sorrisi ostinati, le mani belle, le gambe forti, le spalle curve, e quel paio d'occhiali dorati che mai, mai avrei immaginato di descrivere. Mi lusingate, mi supplicate, mi minacciate. Io che pensavo solo di darvi un alito di vita, e poi via, a dedicarmi agli altri, a quelli importanti, ai protagonisti. Non posso più fingere. Impossibile ignorare la vostra ostinata richiesta. Caparbia sino all'indecenza. Ora devo darvi corpo e anima intera. Corpo e carne di sangue e anima di sangue, a voi che mi danzate attorno con frastuono di sguardi, voi, personaggi inquieti in cerca d'autore!
  10. cynthia collu

    La guerra di Beba

    All’apparenza sembrava tutto come prima: stessa vita, stessi orari, colazione alle sette e cena alle venti, una scappata in piscina, giusto per mantenersi in forma, un cinema serale, a volte il teatro. Ma dopo l’arrivo di Bebè qualcosa era cambiato. Cilena era cambiata. Le pareva di camminare su un pavimento disseminato di uova. Bastava una distrazione e ne avrebbe rotta una. Passava le giornate col fiato corto, ad aspettare. Tutto il tempo che trascorreva in casa si era fermato, come avvolto su se stesso, sospeso nell’attesa di un evento il cui presagio lei non riusciva a definire, né avrebbe potuto spiegare. Aveva paura di Bebè? No. Aveva paura di ciò che Bebè faceva agitare dentro di lei, illuminandole angoli bui, che la riportavano a quel ricordo, alla gola di Poppea tra le sue dita, a una Cilena che la spaventava. Paura della propria rabbia repressa, della violenza che la scuoteva, come succedeva, a volte, ai rami del salice davanti alla finestra di casa. Braccia scheletriche, inutilmente in affanno. Così si sentiva lei: ridicolmente in fuga da se stessa e sempre immobile, nel medesimo punto. Possibile che fosse solo la gatta a causarle quel malessere? I dispetti che le faceva erano sufficienti per scatenarle un’ansia così grande, come l’attesa di un chiarimento, di una rivelazione, di un sentimento nuovo, mai vissuto, in cui tutti i nodi si sarebbero sciolti, e lei finalmente si sarebbe liberata di…di? Non poteva guardarsi indietro senza sentirsi ferita. Non era mai stata felice. Aveva sperato di poterlo essere con Oliviero, ma dopo l’arrivo di Bebè aveva capito che si stava illudendo. Salice alla deriva. Patetica creatura. Per Oliviero contava meno della gatta.
  11. cynthia collu

    SONO IO CHE L'HO VOLUTO

    Un brano del mio romanzo che amo molto Che buffa cosa è accettare di non essere amati, è come combattere il tempo a mani nude. Lui ride quando mi ascolta e mi dice che, a starmi a sentire, dovrei esser già morta un sacco di volte. Ma forse io sono già morta un sacco di volte, e ognuna è stata tremenda e solitaria. Le ho scritte io queste parole? Se non fosse perché riconosco la scrittura, penserei che qualcun altro l’ha fatto per me. Il lamento di Teodoro mi giunge debole dalla sua cameretta. Spengo la torcia e chiudo gli occhi. Nel silenzio che segue rimango ad aspettare che qualcosa succeda, forse un’altra morte, e sarà comunque tremenda e solitaria.
  12. cynthia collu

    La guerra di Beba

    Un estratto del romanzo Se le avessero chiesto da quanto tempo Bebè si era installata in quell’appartamento, Cilena avrebbe replicato: da sempre. Eppure non era così. Ricordava perfettamente il giorno che Oliviero era tornato a casa tenendo un fagottino tra le braccia. Lei l’aveva guardato incuriosita, con la speranza di una sorpresa, e aveva intravisto quel muso nero. “Che carino”, aveva esclamato. “E’ per me?” Oliviero non le aveva risposto. Se n’era andato in cucina con Bebè appesa al collo, il corpo ciondoloni e il muso appoggiato sulle spalle, e Cilena aveva incontrato gli occhi semichiusi della gatta. Qualcosa in quello sguardo giallo l’aveva raggelata. Aveva avuto l’impressione di una minaccia – o meglio, della promessa di una minaccia - alla quale era seguito l’eco di un ricordo lontano, di una decisione rimandata nel tempo. Quella volta Cilena si era offesa davvero. Erano sei mesi che ogni giorno lavava pavimenti, rassettava letti, cucinava, selezionava la biancheria da mettere in lavatrice, stirava, dormiva lì. Quasi ogni giorno, per lo meno. Capiva subito quando era il momento di dormire da un’altra parte. Oliviero le diceva che aveva da fare, e lei spariva. Scacciava il pensiero di un’altra accanto a lui, nel letto matrimoniale; spariva e basta. Almeno ricevere un riconoscimento per quello che sopportava, almeno sapere dove l’aveva presa, quella bestia! Ma Oliviero non dava mai spiegazioni. Lui portava i soldi a casa, lei gliela teneva in ordine. Se non le stava bene poteva lasciarlo quando voleva. Tutto questo a Cilena era molto chiaro. Anche il fatto che, una volta uscita dalla porta, un’altra avrebbe preso velocemente e con soddisfazione il suo posto.
  13. cynthia collu

    La guerra di Beba

    Alicia si sente brutta e grassa, in più, come lei stessa si definisce, è "negra". Sua madre, bianca, donna dai costumi liberi, l'ha avuta da un amore passeggero. Per fortuna Alicia ha Oliviero, con cui convive sebbene in casa di lui si senta sempre "provvisoria" perché sa che Oliviero la tradisce spesso e volentieri. Un giorno Oliviero torna a casa con una gatta. A poco a poco Alicia assiste al forte rapporto d'amore tra il suo compagno e la micia. Cerca comunque di farsela amica, ma Beba non ne vuole sapere. Anzi! Comincia a farle dispetti, le urina sulle scarpe e i vestiti, e sembra complottare contro di lei per allontanarla dal suo compagno, intromettendosi anche durante i loro rapporti sessuali. In Alicia si fa strada l'odio verso la bestiola, e comincia a maltrattarla, fino a che un giorno esploderà in una rabbia cieca. Ma proprio quel giorno succederà qualcosa, che cambierà Alicia per sempre.
  14. cynthia collu

    Citazioni sulla scrittura

    Scrivo per un bisogno inestinguibile d'altrove Cynthia Collu
  15. cynthia collu

    Riflessioni di viaggio

    ciao @Poeta Zaza La frase l'ho presa da una splendida mostra dell'artista Isgrò, tenuta a Milano nel 2016 in tre sedi: Palazzo reale, Gallerie d'Italia e Casa del Manzoni. Tra le tante operazioni di Isgrò ci sono le famose "cancellature", e nella casa del Manzoni ha esposto 35 libri dei Promessi Sposi cancellati, da cui il titolo "I Promessi Sposi cancellati per venticinque lettori e dieci appestati”. Il risultato è stato di una suggestione evocativa e poetica che mi è rimasta nel cuore. La frase (parafrasata) è un mio modo di rendere omaggio sia al Manzoni che a Isgrò. Nel caso ti interessasse, ti lascio due link https://milano.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_MILANO_WEB/2016/06/29/15/isgro-o-larte-della-cancellatura_U432003280084355JE.shtml http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/cancellare-scoprire-isgr-omaggia-manzoni-e-milano-omaggia-1276783.html qui una pagina cancellata Un caro saluto!
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