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cynthia collu

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  • Genere
    Donna
  • Provenienza
    Milano
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    leggere, scrivere e poi ancora leggere. Teatro, passeggiate, vino buono, amici. Gli altri, nella loro umanità spesso così contrastante. Vivere. viaggiare per vivere. Vivere per viaggiare. Il viaggio è anche mentale, soprattutto quando scrivo.
    Scrivo per un bisogno inestinguibile d'altrove.

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  1. 15 ottobre. La felicità non è reale se non è condivisa.

    Succede che ogni tanto ci si senta amati. Succede che ogni tanto anch'io vi ami.
    Grazie a chi mi è stato sempre vicino, a quelli che non lo faranno mai perché hanno avuto i cazzi loro e ce li hanno ancora, a quelli che vorrebbero ma poi il tempo fugge e non c'è mai tempo, a quelli che passano di qui per un saluto, a quelli che sono stati importanti, a chi mi ha voluto bene e non me ne vuole più, a chi me ne vorrà magari leggendomi, anche solo per la durata di poche pagine.
    Oggi il mio amore è tutto per voi.
    (Benvenuta al mondo, terza creatura!)

    “Scrivere è un'occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza.”
    Stephen King

     

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  2. cynthia collu

    Commenti letterari, impressioni, consigli e sconsigli di lettura

    UNDICI SOLITUDINI, DI RICHARD YATES Capolavoro, che parola abusata! Eppure non saprei trovarne di migliori per questa splendida raccolta. Degli undici racconti che costituiscono la raccolta, “Costruttori” è l’ultimo, e ne diventa il capolavoro. Il coperchio giusto per chiudere il contenitore alla perfezione, il tetto adatto per finire in bellezza la splendida casa. Come dice Bernie, tassista che vuole che siano scritti dei racconti traendoli dalle sue esperienze di lavoro, a Bob, lo scrittore che non riesce a scrivere il suo romanzo, Una casa, cioè, bisogna che abbia il tetto. Ma ci troveremmo nei pasticci se cominciassimo a costruirla dal tetto, no? Prima del tetto si devono costruire le mura, no? E prima delle mura si devono gettare le fondamenta, no? E così via. Prima delle fondamenta si deve scavare nel terreno una bella fossa, vero? Ho ragione?» […] Dunque, supponiamo che lei si costruisca la casa in questo modo. Qual è la prima domanda che deve porsi a opera compiuta? Dove sono le finestre? Bernie si riferisce alla scrittura di un racconto, ed è singolare che Yates metta in bocca a un non scrittore una verità che sta nella pelle e ne dna di ogni vero scrittore. C’è una voce fuori campo, in “Costruttori” che subito ci avverte “Gli scrittori che scrivono di scrittori possono produrre facilmente il peggior genere di aborti letterari. Questo lo sanno tutti. Incominciate un racconto con un «Craig spense la sigaretta e si avviò deciso alla macchina da scrivere», e non troverete negli Stati Uniti un solo editore che andrà avanti a leggere la frase successiva.”. Peccato che Yates riesca invece a scrivere un capolavoro, il racconto perfetto sotto ogni punto di vista: scrittura, dialoghi, ritmo, struttura e finale. Già, il finale. Perché alla perfezione Yates ci arriva proprio ammettendo che questa non si può raggiungere, che la sua casa (il suo racconto) “non è costruita molto bene”: fondamenta fragili, pareti travi e travicelli messi alla rinfusa, e probabilmente una buca nel terreno che non è stata scavata come si deve. Eppure, proprio confessando i difetti del suo racconto, Yates trova un finale (un tetto) che invece mette in rilievo la bellezza straordinaria del tutto, e “Costruttori” assurge di prepotenza all’Empireo dei più bei racconti che siamo mai stati scritti. Da collocare accanto a “Colline come elefanti bianchi” e a "Un giorno ideale per i pesci banana.” Imperdibile. E dove sono le finestre? Da dove entra la luce? Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre. Forse la luce deve cercar di penetrare come può, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi. Consiglio spassionato: leggetelo! Undici solitudini, Minimum fax, 2018
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    1. cynthia collu

      cynthia collu

      [..] e allora gli ho messo sette pastiglie nel vino, sette, ho pensato, è un numero sacro, la voce dice giusto, sette è il numero perfetto, come i giorni della creazione e come i sette anni di abbondanza e poi di carestia, sette erano i sacerdoti che marciarono intorno a Gerico per sette giorni consecutivi, e sette gli angeli del giudizio, e sette le trombe e le stelle e i flagelli, così come sono sette i peccati capitali, questo numero è sacro, ho pensato, appartiene a Dio, Dio sa quello che è giusto e mi aiuterà.

      da "L'amore altrove" di Cynthia Collu, DeA Planeta editore

  4. Mi è arrivato un messaggio, e assieme al messaggio la foto del mio libro appena stampato. Confesso, ho pianto come una scema.
    Mi è successo solo in un'altra occasione, ed è stato quando hanno pubblicato un mio racconto su "Vivimilano", per un concorso del Corriere della Sera. 
    Il giorno dell'uscita ho comprato il giornale, ma non l'ho aperto subito. Mi sono messa in un angolo del parco dietro casa, nascosta da un cespuglio. Ho aperto l'inserto. Tra i racconti selezionati c'era anche il mio.
    Era la prima volta che vedevo il mio nome stampato. Il pianto è stato irrefrenabile. 

     

    Ci sono state nel mio percorso di scrittrice altre pubblicazioni, molti racconti, due romanzi importanti, c'è stata gioia, sì, tanta emozione, anche, ma non le lacrime. Non pensavo di averne ancora necessità.

     

    Invece erano lì, in attesa. E ancora adesso, mentre scrivo, fatico a trattenerle. È un pianto liberatorio per la nascita di un lavoro in cui ho fortemente creduto, che ho ostinatamente amato nonostante tanti se e tanti ma. Un lavoro a cui tengo più degli altri. C'è sempre un figlio prediletto, anche se il genitore non lo confesserà mai. Questo è il mio figlio prediletto. Il suo arrivo è il ritorno da tanto tempo atteso. 
    Il mio cuore è in festa. Volevo condividere con voi questa mia gioia. 
    Il 15 ottobre, se vorrete, mi troverete in libreria.


    Ringrazio di cuore Stefano Izzo e Daniele Pinna per aver reso possibile tutto questo.

     

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    1. Mostra commenti precedenti  8 da mostrare
    2. Silverwillow

      Silverwillow

      Ciao cynthia, e intanto davvero complimenti per il tuo romanzo! La copertina piace anche a me, e darò un'occhiata al libro quando esce, ma non so se è il mio genere.

      Anch'io di recente ho ricevuto la bella notizia della vincita di un concorso e l'emozione era talmente forte che, anziché saltare di gioia, chissà perché mi è venuto da piangere:D

      Probabilmente riceverai molte altre domande di questo tipo, ma mi piacerebbe sapere il percorso che hai fatto come autrice. Ho visto che non è il tuo primo libro, e hai pubblicato da subito con grandi editori, ci sei arrivata da sola o avevi trovato un agente?

    3. cynthia collu

      cynthia collu

      Nessun agente, cara @Silverwillow
      La storia di quello che io considero un miracolo l'ho raccontata più volte (on line trovi numerose interviste), ma te la riassumo volentieri.
      Seguivo un corso di scrittura creativa dove si scrivevano racconti. Un docente (di cui nella mia beata ignoranza non conoscevo l'importanza né la grande autorevolezza) metteva spesso e volentieri nella mailing list, dove tutti postavamo racconti con le nostre impressioni e pareri (un po' come qui),  il seguente giudizio:"Ottimo il brano della Collu" . Così ho preso il coraggio a quattro mani e gli ho chiesto se voleva leggere il romanzo che avevo scritto. È un uomo di grande generosità, e mi ha risposto di sì.
      Un mese dopo,  prima delle lezione, mi ha chiamata vicino e mi ha detto: All'uscita mi aspetti, che voglio parlarle del suo romanzo.
      Ottimo, ho risposto io, così dopo mi cazzia per bene.
      No, no! replica lui, è un ottimo romanzo.
      Non sono svenuta e sono riuscita a sopravvivere sino alla fine della lezione. 
      Fuori, mentre camminavamo verso la MM1, mi ha detto, Non le prometto niente, ma lo porterò in Mondadori. Lo dovranno però leggere due mie lettrici di cui ho molta stima, quindi non posso garantirle nulla. Di nuovo non sono svenuta, ma dentro, oh dentro, mille svenimenti e mille danze selvagge l'hanno fatta da padrone!
      L'ha portato in Mondadori, le lettrici l'hanno letto (lettrici? Una è Premio Strega e l'altra è arrivata seconda al Campiello!), e queste hanno detto un bel "sì". 
      Poi il romanzo ha dovuto essere letto da altre persone (ero una perfetta sconosciuta, quindi doveva avere più riscontri), e alla fine è arrivato sulla scrivania del Gran Capo.
      Ho ricevuto una telefonata: Benvenuta in Mondadori!
      Il mio primo romanzo, Una bambina sbagliata, stava per nascere.
      Questa è la storia.

      Ora ho un agente, che mi ha portato alla DeA Planeta. Stefano, il mio editor ed editore, ha apprezzato moltissimo la mia nuova fatica, che il quindici ottobre finalmente vedrà la luce.
      Tutto qui.
      Bacio.
       

    4. Silverwillow

      Silverwillow

      Grazie per la risposta! È davvero una bella storia la tua. Ora sono curiosa di dare un'occhiata al tuo primo libro, perché doveva essere fuori dal comune ;)

      C'è una bella frase di Seneca, che dice che il successo si ha quando il talento incontra l'occasione, e mi pare proprio sia adatta al tuo caso. Buona fortuna col nuovo romanzo, allora :flower:

  5. È con sincera commozione che vi annuncio la nascita del mio terzo romanzo, L'AMORE ALTROVE, da tempo atteso e fortemente voluto. Dal 15 ottobre nelle migliori librerie.

    Metterò a breve la copertina. Stay tuned!

     

    Una famiglia che sembra come tante, ma dove si aggirano fantasmi inquieti di ricordi messi a tacere. Licia, diciassette anni, veglia che sulla sorellina Giada non accada niente; è protettiva anche nei confronti della madre, una donna strana che ogni tanto sparisce di casa e torna poi sempre stanchissima, portando con sé dei giocattoli rotti che afferma di dover "curare".

     

    Un romanzo che analizza lo strano rapporto tra vittima e carnefice e che, "allo stesso tempo, non smette mai d'indagare l'animo umano in cerca di una luce.
    Perché la luce va inseguita, sempre, con ostinazione, in ogni cosa."(dalla quarta di copertina)

    L'amore altrove,  DeA Planeta editore 

     

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  6. Ritrovo una lettera d'amore di quand'ero ragazza. Me l'hai scritta tu. La rileggo e mi commuovo per i nostri sogni giovani, che adesso hanno lasciato il posto agli affanni, alle preoccupazioni della vita reale. E alle delusioni.
    Mi chiedo dove sei ora. Se ti ricordi qualche volta di me e del sogno di viaggiare insieme su una Harley Davidson, il sacco a pelo sulle spalle e il sorriso sulle labbra.


    Che ne è divenuto di te? Che ne è stato delle tue parole?
    Stasera qualcosa mi manca, e non sei tu, ma l'io che ero una volta, con il miraggio di vita da realizzare. Insieme, all'avventura.

     

    Non sono affatto lontano, per tutto il giorno non sono riuscito a non pensarti. In questi giorni ho un gran bisogno di vederti e ho molto bisogno di te (forse non dovrei dirtelo). Accidenti, faccio fatica a scrivere, vorrei averti qui di fronte, seduta a gambe incrociate con gli occhi che si perdono nei miei e viceversa.
    Ieri, quando ti ho abbracciata e dicevo di essere tranquillo, ho sentito quel NOI in modo incredibile, ho sentito io uomo tu donna in un incastro infinito asessuale. Non fraintendermi, ti desidero ma ieri è stato diverso. Voglio amarti nel modo più puro più disinteressato, ma qualcosa dentro mi spinge a volerti rapire, a incorporati.
    Devi raccontarmi delle tue ferite per liberare finalmente la mente.
    Sai continuo pensare a noi due su una Harley Davidson che viaggiamo per il mondo, con i sacchi a pelo in spalla e sulle labbra un sorriso.
    La scorsa notte mi sono addormentato con l'immagine di noi due su una H.D., corriamo su un'autostrada cantiamo e tu mi stringi e ridi e io grido Wow a tutte le macchine.

    Wow questo è molto bello.
    Ti amo e mi domando perché non me l'hai detto prima. Ho bisogno di sentirti vicina, di proteggerti e di ascoltare le cose che sai e che devi dirmi. Mi rendo conto che è toglierti la tua libertà, mia adorabile selvatico essere, ma ora sento questo.
    Alcune volte penso di stare volando poi mi dico cacchio siamo veramente fra le nuvole per questo mi sembra irreale.
    Di una cosa ti prego, non idealizzarmi, sono molto semplice, ho tanti difetti, paranoia, egoismo, feticismo e amore opprimente. Ti amo accidenti non riesco a capire quanto, deve essere infinito.
    Wow sono felice perché mi rendi felice, perché esisti, perché noi siamo figli della terra, voglio parlarti dell'intuizione panteista che sto avendo in questo periodo.
    Siamo Wow e stiamo sprecando la vita chiusi nella gabbia.
    Mi viene in mente un film "E per tetto un cielo di stelle". Vuoi essere la donna di un vagabondo? Forse non creerò mai niente di duraturo, ma vivere per sentirsi vivi mi basta.
    Sento di amare la natura, tu sei la natura noi siamo alla natura, wow, sto salendo. Il sole ha squarciato le nuvole si riflette caldo di luce sui palazzi e schiarisce l'ombra del mio balcone.
    Perché non viviamo insieme? Lo so, sto uscendo troppo dalla realtà ma lo desidero infinitamente.
    Essere bisogna essere (non per gli altri ma per noi per l'universo, Wow).
    Parigi Londra Istanbul San Francisco Rio de Janeiro, ma anche il Deserto dei Gobi, le montagne e i santoni del Tibet, l'Amazzonia le calde Piramidi dell'Egitto Wow bisogna vivere e questa è la vita più intensa e completa che si può fare. Dimenticavo l'Australia coi suoi canguri e le Seychelles con i frutti afrodisiaci.
    Ti amo Wow sto per impazzire In questo miraggio di vita, dobbiamo realizzarlo, dobbiamo, mi vien da piangere per la gioia o sa il diavolo, ma ho paura che tutto possa finire, non so se saprei reggere ma non importa.
    Ciao Cynthia

    *foto tratta dal film "Easy rider"

     

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  7. La prima volta avevo pensato di non parlarne. Una coincidenza, una semplice, banale coincidenza. E poi era presto, meglio aspettare. La seconda ho esitato, e poi ho scosso la testa. Altra coincidenza, che andavo cercando?
    La terza volta mi sono detta no, le cose non sempre succedono a caso. 
    Così ho raccolto da terra la macchinina come avevo fatto con le altre. Anch'essa rotta. Come le altre.

    Che c'è di strano nel trovare delle macchinine rotte nel giro di pochi giorni? mi chiederete. Nulla, se non il volerci leggere un messaggio, il brusio di chi è rimasto troppo a lungo chiuso nel cassetto. Un monito: stiamo aspettando che tu parli di noi!
    Chi ha ragione? Io che voglio cogliere un senso in questi giocattoli rotti - la necessità di un senso - o il Caso?

    Le coincidenze sono creature strane. Ti aleggiano sotto il naso nell'attesa che tu ne afferri il valore. A volte lo fai, a volte ridi di loro (e di te stessa). Pensi alla casualità degli eventi: ti dici che sono cose che accadono in modo non intenzionale, che stai cercando di scorgere significati laddove c'è solo un caos danzante. 

    Per fortuna non ho riso il 22 maggio 2009, quando hanno estratto la cinquina del premio Berto. Ho pensato che Il 22 maggio è il giorno del mio compleanno, e  che "Il male oscuro" di Giuseppe Berto è l'unico libro di cui mi abbia mai parlato mio padre. Ci ho creduto, in quelle coincidenze, fino in fondo, e ho fatto bene.  
    Anche quando ho sognato una testolina di neonato che usciva da me ci ho creduto, anche quando sono andata a comprare un test di gravidanza ci ho creduto. E mio figlio c'era. Dopo dieci anni che lo cercavo, c'era.

    E allora, insomma, alla terza macchinina rotta mi sono detta che forse era ora che parlassi di loro e del libro che li vuole vivi, che parlassi dei miei personaggi e del libro che per anni li ha cercati, li ha voluti con ostinazione, li ha amati anche quando avrebbe dovuto detestarli, anche quando sbagliavano. Soprattutto quando sbagliavano.

    Mi rendo però conto che non riesco a parlare di loro in modo obbiettivo, temo quasi di dire altro, di non rendere loro giustizia. Metto quindi qualche rigo che li presenti, sperando che sorridano del mio amore impacciato nell'altrove in cui stanno, in attesa.
    Buona lettura!

    Non sempre le famiglie che agli occhi degli altri sembrano normali lo sono davvero.
    Amanda, la madre di Licia e Giada, è una donna "strana", persa in una sua quieta follia. Ogni tanto sparisce di casa e quando rientra, sempre stanchissima, porta con sé dei giocattoli rotti asserendo che li vuole "curare".
    Licia, la figlia maggiore, ha diciassette anni e una grande rabbia che sfoga concedendosi a uomini sbagliati. Il suo è un segreto che tiene gelosamente chiuso dentro di sé sorvegliando che a Giada, la sorellina, non capiti nulla. Il padre, Luca, è un uomo frustrato che sa solo bere, aggredire, imprecare contro la malasorte che gli ha dato una moglie "così tonta". Amanda non reagisce alla violenza dell'uomo, anzi, lo accudisce e protegge come un bambino sotto gli occhi stupefatti delle loro figlie. Anche Amanda nasconde un segreto che non può rivelare.
    Poi, un giorno, qualcuno scioglie alcune pastiglie nel bicchiere di vino dell'uomo ...

    E la coincidenza delle macchinine rotte? mi chiederete. 
    Giusto, quasi me ne scordavo! Eccovi un breve brano al riguardo.

    "Si è sdraiata di nuovo e si è subito addormentata.
    Sono rimasta un po’ a osservarla, incerta, i suoi bei capelli biondi confusi sul viso, la bocca semiaperta, un’aria d’infelicità nelle palpebre contratte, il respiro pesante, il suo corpo immenso immobile, come morto.
    Mamma, ho ripetuto piano.
    Il suo braccio sinistro è scivolato oltre il bordo del letto. La mano chiusa a pugno si è aperta e una macchinina rossa senza ruote è caduta a terra."

    da "L'amore altrove", DeA Planeta editore, in uscita il 15 ottobre. Ovviamente rinnovo un grande grazie a Stefano Izzo, splendido editor.
    A presto!

    * foto delle macchinine trovate. La copertina del libro a breve. Stay tuned!

     

     

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  8. 21 settembre 1992
    Mi chiede un paio d'occhiali da sole.
    Da sole?”
    Non capivo a che potessero servirgli in ospedale.
    “Mi vergogno. Quando vengono a trovarmi i miei amici non voglio che mi guardino negli occhi e si sentano a disagio.“
    Mi sorride col suo sorriso buono, un po’ ironico.
    “Penserebbero che sono spacciato”, aggiunge.
    Che dici Giulio, fratello sempre in festa.
    Tace per un po', poi aggiunge: "Vorrei che dopo la mia morte qualcuno facesse un poster con le foto dei momenti e delle persone più importanti della mia vita."
    Faccio cenno di sì. Lo farò, fratello.
    Invece non ci sono riuscita. Quello che ho saputo fare, è stato scrivere un romanzo dove ho parlato di te. Di com'eri gentile, e attento, e buono. Ho fatto di te un personaggio di carta. Non ti ho reso giustizia, tu eri molto di più.
    Ma so che, ovunque tu sia, mi stai approvando e mi sorridi col sorriso di sempre. Fratello sempre in festa.

    *
    Giulio sembra un biscotto che si scioglie in bocca. Mi guarda dalla fotografia in bianco e nero col sorriso di sempre, grande e aperto sul mondo. Avrà circa un anno, un anno e mezzo.
    Sta ritto sulle cosce piene che sembrano di burro e ride, le guance morbide e paffute, le lucine negli occhi. E’ il ritratto della felicità, è uno di quei piccoli che le donne, anche quelle che non amano i bambini, si girano a guardare con un sorriso. A volte delle signore si fermano, dicono a mamma: “Com’è bello suo figlio”, ed è una scusa per dargli una carezza. A sentire la sua pelle sotto le dita viene voglia di strizzarlo come fosse di gommapiuma. Io sono accanto a mamma, sorveglio la carrozzina, sono fiera di lui.
    Dalla foto Giulio mi sorride. Indossa un completino di maglia – azzurro, mi sembra di ricordare – fatto da zia Amelia, con il maglioncino aperto davanti e i pantaloni corti; tiene con la mano sinistra una borsa sarda fatta a sacco, di quelle tessute al telaio. Sulla borsa, in rilievo, delle pavoncelle.
    Capisco quelle donne, perché anch’io provo la stessa voglia di mordermelo tutto.
    Lui sorride come stesse partecipando alla sua festa.
    Giulio che sai di biscotto.

    [..]

    *
    Al rientro dalla colonia sono seduta sul tram, da sola. Mamma mi ha fatto sapere che non può venirmi a prendere, ha detto alle educatrici di mettermi sul tram numero sei, che mi avrebbe portata dritto a casa mia, venti minuti ed ero arrivata.
    Ecco la mia fermata: scendo e corro dall’altro lato della strada, quello è un punto pericoloso, le macchine sfrecciano veloci e non c’è marciapiedi.
    Passo davanti ai carrozzoni degli zingari, hanno agganciato delle corde tra una roulotte e l’altra e sopra ci hanno appeso mille stracci colorati che nella brezza estiva ingrossano e smagriscono.
    Ed ecco che la vedo: mi sta venendo incontro, sorride, tiene per mano Giulio. Ha i capelli sciolti, appena tenuti sopra le orecchie da due pettinini. E’ ancora lontana, ma vedo che m’indica a mio fratello. Lui mi guarda e s’illumina, prende ad arrancare veloce, sorride, sbava, mi guarda ancora con una felicità negli occhi che.
    Che.
    Sorride, sbava, tracolla incerto, e intanto mi guarda con una felicità negli occhi che
    Nessuno mi ha più guardata, in tutta la mia vita, mai
    La stessa felicità nel vedermi
    Come quel giorno d’estate
    Nessuno me l’ha più regalata
    Giulio che sapevi di biscotto.

    (A mio fratello, con inestinguibile amore).
    * Brani tratti dal mio romanzo "Una bambina sbagliata", Mondadori 2009

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  9. cynthia collu

    Commenti letterari, impressioni, consigli e sconsigli di lettura

    Quel passo in più Leggendo Quaderno proibito di Alba de Cespedes Stava per finire tra gli "abbandonati". Motivo principale: la povertà del lessico (e per lessico "povero" non intendo né semplice, né piano), e alcune banalità un po' irritanti, del tipo (anche se non proprio dette così) che anche i ricchi non sono felici e cose del genere. Poi è successo qualcosa. Man mano la storia mi prendeva, nonostante il linguaggio appiattito mi prendeva, ed era la capacità - la grande capacità - delle de Cespedes di narrare storie che inchiodano alla lettura, accompagnando il lettore tra le righe sino a renderlo complice e a fargli sollevare le pieghe più nascoste dei suoi personaggi. Storia. La protagonista acquista un diario per scrivervi i propri pensieri. Gesto eversivo, da lei considerato proibito perché la donna intuisce da subito, anche se ancora non ne ha piena coscienza, che con quel quaderno si dà la possibilità di essere finalmente se stessa, di tornare Valeria , e di non essere più esclusivamente "mammà" come la chiamano i figli e soprattutto il marito. Ma il percorso del mettersi a nudo e dello scoprirsi spalanca squarci su pensieri (e desideri) nascosti, cacciati giù da anni, che ora sgomitano per venire alla luce e reclamare il loro diritto a esistere. Terribile e prezioso momento. Valeria non ce la farà: rifiuterà il dono che l'ora incerta della vita, quella in cui è possibile che tutto cambi, offre a ognuno di noi. Sì, prima o poi l'ora incerta ci raggiunge. Terribile e prezioso momento. Libro sincero, tenero, privo di fronzoli, che pur senza dire troppo, spiega magistralmente le motivazioni e le psicologie di tutti i personaggi. Libro sconsigliato alle donne (ma anche agi uomini) profondamente insoddisfatte ma che non hanno il coraggio di fare il passo nell'unica direzione possibile per rinascere. Alla fine Valeria decide di tornare a essere solo "mammà". Ma, a mia e ad altrui consolazione, io so per certo che nel mondo parallelo dove vagano i personaggi inquieti che non hanno ricevuto dall'autore sulla carta la pietas dovuta, Valeria è di nuovo Valeria, e da lì ci sorride, e anche ci irride, un po'. *foto di Cynthia Collu
  10. Quel passo decisivo che può cambiare la tua vita. O forse no.

     

    Leggendo "Quaderno proibito" di Alba de Cesoedes

     

    Stava per finire tra gli "abbandonati". Motivo principale: la povertà del lessico (e per lessico "povero" non intendo né semplice, né piano), e alcune banalità un po' irritanti, del tipo (anche se non proprio dette così) che anche i ricchi non sono felici e cose del genere. 

     

    Poi è successo qualcosa. Man mano la storia mi prendeva, nonostante il linguaggio appiattito mi prendeva, ed era la capacità - la grande capacità - delle de Cespedes di narrare storie che inchiodano alla lettura, accompagnando il lettore tra le righe sino a renderlo complice e a fargli sollevare le pieghe più nascoste dei suoi personaggi.

    Storia.


    La protagonista acquista un diario per scrivervi i propri pensieri.
    Gesto eversivo, da lei considerato proibito perché la donna intuisce da subito, anche se ancora non ne ha piena coscienza, che con quel quaderno si dà la possibilità di essere finalmente se stessa, di tornare Valeria , e di non essere più esclusivamente "mammà" come la chiamano i figli e soprattutto il marito.

    Ma il percorso del mettersi a nudo e dello scoprirsi spalanca squarci su pensieri (e desideri) nascosti, cacciati giù da anni, che ora sgomitano per venire alla luce e reclamare il loro diritto a esistere. Terribile e prezioso momento.


    Valeria non ce la farà: rifiuterà il dono che l'ora incerta della vita, quella in cui è possibile che tutto cambi, offre a ognuno di noi. Sì, prima o poi l'ora incerta ci raggiunge. Terribile e prezioso momento.

    Libro sincero, tenero, privo di fronzoli, che pur senza dire troppo, spiega magistralmente le motivazioni e le psicologie di tutti i personaggi. 

    Libro sconsigliato alle donne (ma anche agi uomini) profondamente insoddisfatte ma che non hanno il coraggio di fare il passo nell'unica direzione possibile per rinascere.

    Alla fine Valeria decide di tornare a essere solo "mammà". Ma, a mia e ad altrui consolazione, io so per certo che nel mondo parallelo dove vagano i personaggi inquieti che non hanno ricevuto dall'autore sulla carta la pietas dovuta, Valeria è di nuovo Valeria, e da lì ci sorride, e anche ci irride, un po'.

     

    *foto di Cynthia Collu 

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  11. Habemus titulum, imaginen, auctorem... il 15 ottobre esce la mia nuova creatura!

    Stay tuned. Dettagli a breve.

    *foto di Cynthia Collu 

     

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  12. cynthia collu

    Una bambina sbagliata

    Si può imparare a scrivere per amore? Pare di sì! Storia di Giuseppe Collu, mio nonno, un analfabeta che per amore imparò a scrivere: 1895,1980. Mio nonno nacque da una famiglia poverissima in un paesino assolato del cagliaritano. Sopra di lui, cieli grevi e azzurri; ai suoi piedi, terra riarsa, e nel breve orizzonte che tagliava il suo sguardo, un'infinita distesa di tronchi d'ulivo. E poi ancora pietre e pecore, pecore e pietre. Mio nonno si chiamava Giuseppe. Giuseppe Collu. Non andò mai a scuola, neppure alle elementari, la famiglia non poteva permetterselo: i miei bisnonni facevano a gara a campare alla meno peggio con gli altri compaesani (sorte che d'altronde bacia da sempre i poveri della terra). Nonno Giuseppe lo ricordo riservato e gentile. Di lui non rammento una carezza, ma neanche, nel parlarmi, un tono inasprito né una mala parola. Era bello, alto e diritto come un fuso. Le poche cose che mi raccontò della sua infanzia le ho scritte nel mio primo romanzo. Quello che invece non mi disse, e che seppi dalle sue figlie, è che fu la nonna a insegnargli a scrivere. Glielo promise prima di sposarlo, e mantenne la promessa. Nonna apparteneva a una famiglia benestante. Aveva studiato sino alla sesta classe che allora - e soprattutto per una donna - equivaleva ad aver fatto le odierne superiori. Conobbe mio nonno e se ne innamorò. La mia bisnonna non vide di buon occhio quel futuro genero - un morto di fame e per di più analfabeta! - e minacciò di diseredare la figlia. Niente case, niente campi, niente uliveti. Niente di niente. Nonna disse addio alle case e ai campi con la relativa cacca di capre e si sposò l'uomo che amava. Il giorno del matrimonio gli promise che non sarebbe più stato un analfabeta. Di lui ora mi resta questo quaderno, "Riassunto di 60 anni di angustie di un uomo". Il titolo mi rattrista, ma rispecchia l'animo del nonno, e io ne ho rispetto. Ha dedicato il quaderno a mio padre e alle mie zie, raccomandandosi che fossero sempre onesti e potessero sempre camminare a testa alta come aveva fatto lui. Io non credo di aver sempre potuto camminare a testa alta, e forse qualche volta ho peccato di disonestà, ma credo che lui mi voglia bene ugualmente, là dove si trova. Ecco un brano dal mio romanzo "Una bambina sbagliata" che lo ricorda. Con affetto. Nonno Gavino era nato povero, povero come la terra su cui aveva imparato a camminare: arbusti, sterpaglia, cardi selvatici e nient’altro a perdita d’occhio se non qualche ulivo contorto. Sopra, un cielo terso e grande. Il nonno aveva fame, sempre. Da quando era nato, il suo pensiero costante era trovare qualcosa da mangiare. A cinque anni fu spedito in un paese vicino a guardare le pecore. Le portava al pascolo, si sedeva sotto un ulivo e passava il tempo scorticando un pezzo di legno, o osservando uno scarabeo arrotolarsi la sua pallina di cacca. Lo scarabeo spingeva la pallina in salita arrancando sotto il sole, e dài e dài che ce la fai arrivava in alto e zac, la lasciava rotolare giù. A questo punto scendeva veloce e se la riprendeva. E poi di nuovo spingeva, e dài e dài arrivava in cima e di nuovo la faceva cadere giù. Un viavai infinito. Il nonno non si chiedeva il perché di tutto quel lavoro. Lo scarabeo lavorava, lui lavorava, il mondo era fatica, tutto qui. Dopo un anno di lavoro ricevette come compenso un paio di scarpe. Non sapendo che farsene le mise nella grande cassapanca insieme ai vestiti della festa dei genitori. Ogni tanto le riprendeva in mano, le lustrava con sputo e pelle di pecora, poi le riponeva nel cassone. A scuola non andava, anzi a dire il vero non sapeva neppure dove fosse la scuola; di certo lontano, oltre le colline. Qualche bambino che conosceva la frequentava e per farlo doveva alzarsi presto, e ritornare verso l’ora in cui le cicale smettono di cantare e lasciano il posto ai grilli, e poi doveva ancora aiutare in casa, o nei campi, o ritirare le pecore dai pascoli. Lui era fortunato, quando non curava le pecore poteva starsene tutto il giorno a fare la posta alle quaglie con la fionda che si era costruito, oppure arrampicarsi sugli ulivi e da lì contemplare la campagna. Vedeva la distesa della terra, riconosceva le macchie verdi del ginepro, del rosmarino, del mirto e dei finocchi selvatici, ne indovinava il profumo prima ancora di sentirlo. Quando fu abbastanza grande andò a lavorare in ferrovia: chilometri di rotaie da trasportare e da imbullonare sotto il sole rovente. Il nonno si asciugava la fronte e guardava lontano, oltre le lamiere, oltre i vigneti, oltre le colline. Sentiva l’odore della macchia mediterranea e sorrideva. Diventò socialista; dopo poco fu assunto nell’Arma dei Carabinieri, gli diedero un bel cavallo grigio, ed era un piacere vederlo mentre cavalcava dritto come un fuso per le strade del paese. Dovette essere un piacere soprattutto per le donne del posto, perché un marito geloso protestò dal maresciallo di zona, e il nonno si ritrovò trasferito nel nord della Sardegna. Non aveva fatto in tempo a procurarsi la tessera comunale, ed era senza divisa e soprattutto senza cavallo il giorno che entrò nel panificio del paese dove lavorava Cosma. La conobbe così, in mezzo ai profumi dei dolci appena sfornati, e gli parve desiderabile come una pagnottella dalla crosta scura, ma che voglia di metterci sopra i denti e di sentirla morbida e tenera dentro. Che voglia. Eia! Quando Mussolini impose l’abolizione dei partiti politici, il nonno si ritrovò nuovamente senza tessera, questa volta però per sua scelta. Rifiutò di iscriversi al fascio e mentre gli altri se ne andavano in giro col distintivo del duce all’occhiello lui camminava fiero a testa alta con il distintivo dell’Arma sul cuore. Di lì a poco perse il lavoro la divisa e ovviamente anche il cavallo. Nonna Cosma mantenne la promessa. Quando nacque il loro primo figlio, il nonno era già in grado di scriverne il nome. Davanti al commesso dell’anagrafe rifletté un attimo, prese aria poi si chinò e vergò con pazienza e ampi ghirigori il nome del suo primo figliolo, Lorenzo Libero Ligas. da "Una bambina sbagliata" di Cynthia Collu
  13. cynthia collu

    L'editing, questo (s)conosciuto

    Fare editing, per un autore, è un’esperienza non sempre facile. Spesso l’editor viene visto un po’ come il “nemico”, quello che si permette di dirti, Questa cosa non va e quest’altra è meglio che la cambi, quello che entra, insomma, liberamente nell’orticello tuo, orticello che hai coltivato magari per anni con tanto amore, e zampetta qua e là, calpestando (ai tuoi occhi), la tenera pianticella che stavi custodendo perché crescesse forte, oppure, afferrata un’accetta, mena grandi botte all’albero di cui ti eri innamorata, quello che pensavi inamovibile, proprio l’albero grande e rigoglioso sotto cui infine contavi di riposarti ricevendo beata i plausi di chi l’avrebbe osservato, così ben cresciuto e imponente. Maestoso. È facile, per un autore, risentirsi e pensare che “l’altro” non ha capito. Peggio, che non ti ha capito. Ma l'autore accorto sa che l’editing è comunque una grande occasione, perché permette di interrogarsi sulle proprie scelte, ed eventualmente di rafforzarne le motivazioni. Il che è crescita, e non solo letteraria. Si sappia: il compito dell'editor non è facile, lui ha in mano una materia incandescente (la sensibilità dell’autore) e deve maneggiarla con cura, deve camminarci sopra in punta di piedi. Capire, rispettare. Farsi capire, ottenere rispetto. È l’occhio esterno che vede quello che a volte l’autore, a furia di scrivere, di ripensamenti e d’innamoramenti, non vedrebbe neanche con la lente d’ingrandimento, ma non può certo dirglielo tout court, deve piuttosto suggerire senza invadere, rispettare senza imporsi, accettare che l’autore... non accetti i suoi suggerimenti. Insomma, deve essere un vero editor. Questo è il mio terzo editing. Sono stata fortunata, ho sempre avuto a che fare con persone intelligenti e accorte. Con Stefano Izzo, però, è stato speciale. Il rispetto, la stima, la fiducia che mi ha dimostrato non sono da tutti. La libertà totale di scegliere se accettare o meno i suoi suggerimenti. Il tirarsi indietro con discrezione, da persona di garbo, sensibile e bella qual è, come ho imparato a conoscerlo, come penso lo conoscano gli altri, e non solo i suoi autori, mi ha commossa. Mi fermo, Stefano. Sappi solo che la tua stima è ampiamente ricambiata. E, vogliamo dirlo o no? Non sarà un caso che quest’anno tu sia stato premiato come miglior editor del 2019! Un abbraccio. http://picenodautore.monteprandone.online/evento/premio-nazionale-editor-piceno-d-autore-2019/?fbclid=IwAR1D4Mw1kCiRHibiBWQ5hjlzi-U4NS94bB4c_GcqP9v9-u0rFL_FlUV8s1c
  14. L'editing, questo (s)conosciuto

    Fare editing, per un autore, è un’esperienza non sempre facile. Spesso l’editor viene visto un po’ come il “nemico”, quello che si permette di dirti, Questa cosa non va e quest’altra è meglio che la cambi, quello che entra, insomma, liberamente nell’orticello tuo, orticello che hai coltivato magari per anni con tanto amore, e zampetta qua e là, calpestando (ai tuoi occhi), la tenera pianticella che stavi custodendo perché crescesse forte, oppure, afferrata un’accetta, mena grandi botte all’albero di cui ti eri innamorata, quello che pensavi inamovibile, proprio l’albero grande e rigoglioso sotto cui infine contavi di riposarti ricevendo beata i plausi di chi l’avrebbe osservato, così ben cresciuto e imponente. Maestoso.
     

    È facile, per un autore, risentirsi e pensare che “l’altro” non ha capito. Peggio, che non ti ha capito. Ma l'autore accorto sa che l’editing è comunque una grande occasione, perché permette di interrogarsi sulle proprie scelte, ed eventualmente di rafforzarne le motivazioni. Il che è crescita, e non solo letteraria. 
    Si sappia: il compito dell'editor non è facile, lui ha in mano una materia incandescente (la sensibilità dell’autore) e deve maneggiarla con cura, deve camminarci sopra in punta di piedi. Capire, rispettare. Farsi capire, ottenere rispetto. È l’occhio esterno che vede quello che a volte l’autore, a furia di scrivere, di ripensamenti e d’innamoramenti, non vedrebbe neanche con la lente d’ingrandimento, ma non può certo dirglielo tout court, deve piuttosto suggerire senza invadere, rispettare senza imporsi, accettare che l’autore... non accetti i suoi suggerimenti. Insomma, deve essere un vero editor.
     

    Questo è il mio terzo editing. Sono stata fortunata, ho sempre avuto a che fare con persone intelligenti e accorte. Con Stefano Izzo, però, è stato speciale. Il rispetto, la stima, la fiducia che mi ha dimostrato non sono da tutti. La libertà totale di scegliere se accettare o meno i suoi suggerimenti. Il tirarsi indietro con discrezione, da persona di garbo, sensibile e bella qual è, come ho imparato a conoscerlo, come penso lo conoscano gli altri, e non solo i suoi autori, mi ha commossa.
    Mi fermo, Stefano. Sappi solo che la tua stima è ampiamente ricambiata. E, vogliamo dirlo o no? Non sarà un caso che quest’anno tu sia stato premiato come miglior editor del 2019!
    Un abbraccio.

    http://picenodautore.monteprandone.online/evento/premio-nazionale-editor-piceno-d-autore-2019/?fbclid=IwAR1D4Mw1kCiRHibiBWQ5hjlzi-U4NS94bB4c_GcqP9v9-u0rFL_FlUV8s1c
     

  15. Oggi nasceva Julio Cortázar, all'anagrafe Julio Florencio Cortázar Descotte (Ixelles, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984). 
    Fu meraviglioso scrittore e poeta, critico e drammaturgo. Il suo capolavoro, Rayuela, viene considerato "Il Libro." In merito a questo romanzo, Neruda ha scritto: Chi non legge Rayuela è perduto.
    Stimato da Borges, è stato spesso paragonato a Čechov e Edgar Allan Poe.
    Tra i miei scrittori più amati, lo voglio ricordare con un suo splendido brano d'amore, tratto proprio da Rayuela.

     

    Tocco la tua bocca, con un dito tocco tutto l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna in volto, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.

     

    Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più da vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando nei loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.

    Julio Cortázar - Rayuela, Il gioco del mondo, cap. VII - Einaudi editore

     

     

    1. irene m

      irene m

      "Meraviglioso" Cortázar, dici bene! :flower:

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