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cynthia collu

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Su cynthia collu

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    scrittore
  • Compleanno 22 maggio

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  • Genere
    Donna
  • Provenienza
    Milano
  • Interessi
    leggere, scrivere e poi ancora leggere. Teatro, passeggiate, vino buono, amici. Gli altri, nella loro umanità spesso così contrastante. Vivere. viaggiare per vivere. Vivere per viaggiare. Il viaggio è anche mentale, soprattutto quando scrivo.
    Scrivo per un bisogno inestinguibile d'altrove.

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  1. cynthia collu

    Commenti letterari, impressioni, consigli e sconsigli di lettura

    IL TAGLIO DEL BOSCO E ALTRI RACCONTI, DI CARLO CASSOLA. #ioleggoitaliano E' un periodo che non so che leggere: quegli strani, insofferenti periodi in cui tutto viene in uggia, e non si trova soddisfazione né tanto meno ristoro in pagina alcuna. Così, per tentare un risveglio dal letargo, mi sono rivolta alla libreria ereditata da mio padre. Uno strano tipo, mio padre: aveva fatto solo le scuole di avviamento (per i suoi tempi, e poi in Sardegna, una cosa comunque da figlio di ricchi, lui che figlio di un semplice ferroviere era), ma leggeva, leggeva. Dalla sua libreria a quattordici anni rubai il mio primo Dostojevski. Lo rubai nel senso che lo leggevo di notte quando lui non mi vedeva, alla luce di quattro lampioni che filtravano dalla tapparella semi alzata. La mattina dopo dovevo alzarmi presto per andare al liceo, e invece stavo alzata a leggere al lume fioco proveniente dalla strada, con la paura che mio padre mi scoprisse, e si mettesse a urlare imbestialito. Non era un tipo facile, mio padre, e questo è un eufemismo. Però leggeva, tanto. Della sua libreria mi sono portata a casa tutto Dostoevskij, Gogol, poi Hemingway e Steinbeck, e tanti altri americani, e tutta una collana Medusa dell'editore Mondadori degli anni sessanta/settanta, quei libri con la copertina rigida verde che era un piacere solo a guardarli (e che, da perfetta idiota, ho regalato a destra e a manca, e ancora me ne pento); più gli italiani: Pasolini, Pratolini, Morante, Prampolini, Buzzati, Cassola... Mi sono ricordata di aver letto - secoli fa - Il taglio del bosco di Cassola, e che mi era piaciuto molto, ma non ne ricordavo il perché. Così l'ho voluto riprendere in mano, Siamo negli anni del fascismo, ma c'è solo un brevissimo accenno che inquadra il periodo; per il resto, siamo in un bosco. In questo bosco uomini rudi, avvezzi alla fatica e alla sofferenza, senza nessuna velleità che non sia quella di guadagnare qualcosa e poter finalmente ritornare al paese, lavorano per mesi al taglio del legname, acquistato nell'Appennino toscano da Guglielmo, il protagonista, un uomo rimasto precocemente vedovo con due bambine piccole. Sin da subito, dalla partenza di Guglielmo verso la valle dove ha acquistato il taglio, si capisce che c'è qualcosa che non va. Guglielmo è freddo con le due bambine. Inutilmente la sorella cerca di scuoterlo. L'uomo ha fretta, vuole partire. Tutto il breve romanzo sembra all'inizio un racconto puramente esistenziale. Scrive infatti Cassola: "Ecco un magnifico tema per una narrazione negativa: mi permetteva infatti di raccontare qualcosa e, nello stesso tempo, di non raccontare nulla. Nulla, intendo dire, che avesse un significato particolare. Il solo significato che avrebbe potuto avere una vicenda del genere era puramente esistenziale. Ne avevo scritto una metà, quando un avvenimento che sconvolse la mia vita mise in crisi anche la mia letteratura. Presi in odio il mio passato, la mia educazione estetica, tutto quello che avevo scritto fino ad allora; trovai mostruosa una poetica che isolava l'emozione esistenziale facendone l'unico oggetto dell'espressione letteraria. Così, quando alcuni mesi dopo ripresi a scrivere Il taglio del bosco, conservai la vicenda esistenziale del taglio, ma ne feci il semplice sfondo di un sentimento particolare," E' la mancanza della moglie il dolore acuto che Guglielmo cerca di annullare con ogni accettata vibrata nel legno e che diverrà il tema sempre più dominante, sino a rendere il bosco (e il lavoro del taglio spiegati sin nei minimi dettagli - splendido il paragrafo del carbonaio - ) uno splendido sfondo dove la sofferenza degli uomini - e in particolare quella di Guglielmo - sono le vere protagoniste. Sino allo splendido, elegiaco finale. Consigliatissimo.
  2. cynthia collu

    Commenti letterari, impressioni, consigli e sconsigli di lettura

    UNDICI SOLITUDINI di Richard Yates Una scoperta tardiva, quella di Yates. Iniziata con Revolutionary road, di cui non scrivo niente perché fatico a esprimere la complessità di sentimenti che ho provato leggendolo, (sia per la bellezza della scrittura che per la perfetta descrizione psicologica dei personaggi, e poi tanto altro), continuata con East parade e approdata infine ai racconti. Ah, i racconti. Questi figli di un dio minore. Personalmente, li amo. Devono però essere grandi racconti, altrimenti rimangono per strada come lacerti sospesi a un ricordo che presto svanisce per lasciare posto a suggestioni più intense. Quelli di Yates appartengono alle grandi storie, quelle che non si dimenticano. Di seguito il mio commento al racconto Costruttori, di cui posso solodire, colpita e affondata. Degli undici racconti che costituiscono la raccolta, “Costruttori” è l’ultimo, e ne diventa il capolavoro. Il coperchio giusto per chiudere il contenitore alla perfezione, il tetto adatto per finire in bellezza la splendida casa. Come dice Bernie, tassista che vuole che siano scritti dei racconti traendoli dalle sue esperienze di lavoro, a Bob, lo scrittore che non riesce a scrivere il suo romanzo, "Una casa, cioè, bisogna che abbia il tetto. Ma ci troveremmo nei pasticci se cominciassimo a costruirla dal tetto, no? Prima del tetto si devono costruire le mura, no? E prima delle mura si devono gettare le fondamenta, no? E così via. Prima delle fondamenta si deve scavare nel terreno una bella fossa, vero? Ho ragione?» […] Dunque, supponiamo che lei si costruisca la casa in questo modo. Qual è la prima domanda che deve porsi a opera compiuta? Dove sono le finestre?" Bernie si riferisce alla scrittura di un racconto, ed è singolare che Yates metta in bocca a un non scrittore una verità che sta nella pelle e ne dna di ogni vero scrittore. C’è una voce fuori campo, in “Costruttori” che subito ci avverte “Gli scrittori che scrivono di scrittori possono produrre facilmente il peggior genere di aborti letterari. Questo lo sanno tutti. Incominciate un racconto con un «Craig spense la sigaretta e si avviò deciso alla macchina da scrivere», e non troverete negli Stati Uniti un solo editore che andrà avanti a leggere la frase successiva.”. Peccato che Yates riesca invece a scrivere un capolavoro, il racconto perfetto sotto ogni punto di vista: scrittura, dialoghi, ritmo, struttura e finale. Già, il finale. Perché alla perfezione Yates ci arriva proprio ammettendo che questa non si può raggiungere, che la sua casa (il suo racconto) “non è costruita molto bene”: fondamenta fragili, pareti travi e travicelli messi alla rinfusa, e probabilmente una buca nel terreno che non è stata scavata come si deve. Eppure, proprio confessando i difetti del suo racconto, Yates trova un finale (un tetto) che invece mette in rilievo la bellezza straordinaria del tutto, e “Costruttori” assurge di prepotenza all’Empireo dei più bei racconti che siamo mai stati scritti. Da collocare accanto a “Colline bianche come elefanti” e a Un giorno ideale per i pesci banana.” Imperdibile. "E dove sono le finestre? Da dove entra la luce? Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre. Forse la luce deve cercar di penetrare come puo’, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi. "
  3. cynthia collu

    Due zollette di zucchero

    Grazie @Adelaide J. Pellitteri Scusa il ritardo con cui ti rispondo e sì, me l'avete detto in molti, qualche sforbiciata sarebbe stata opportuna, ma è un racconto, meglio, un esperimento, scritto tanti anni fa, e colta da impellente pigrizia, l'ho postato così com'era. Dubito che rifarò un racconto con questa scelta narrativa, è faticosissimo e molto impegnativo, ma soprattutto non ne ho più l'esigenza. Grazie ancora per il tuo apprezzamento , non so quando posterò qualcosa d'altro, sono presa con l'editing del nuovo romanzo e il tempo - non sembra - è infingardo, pare tanto e invece è poco, e s'invola sfumando via like tears in the rain.
  4. cynthia collu

    Due zollette di zucchero

    Ciao, @sarano grazie per il tuo attento commento. Sì, è vero, probabilmente avrei dovuto eliminare un po' di cose ma è stato un esperimento che dubito riprenderò mai più, e ormai è andata così. Grazie ancora per il tempo che mi hai dedicato.
  5. cynthia collu

    Commenti letterari, impressioni, consigli e sconsigli di lettura

    Le notti bianche -I social network ai tempi di Dostoevskij Scrivo di getto, a ruota libera, che poi a volte è meglio, così non si corre il rischio di pavoneggiarsi dietro le belle parole. Intanto il dettaglio dello spillo con cui la nonna cieca tiene legata a sé la povera ragazza, così è sicura che non si possa allontanare. Eh, la grandeur del dettaglio del Grande Scrittore! Potremo dimenticare la storia i dialoghi e forse anche le atmosfere (che sono tra le cose che a me rimangono più impresse) ma i personaggi no, se i dettagli sono ben riusciti! ci si inchiodano nella mente e rimangono, la ragazza legata alla nonna con uno spillo e costretta a leggere a studiare con quella presenza vicina, quell'odore di vecchia (forse russa la vecchia quando si addormenta, chissà) non la scorderemo mai. Poi la panchina, l'incontro tra i due giovani. L'impianto scenico perfetto, siamo a teatro signori, il sipario si alza e i dialoghi iniziano. Serrati, febbrili. E parlano, i due, comunicano, l'incontro è reale, il protagonista si svela, ha deciso di uscire dal virtuale e di rischiare la realtà. Un sognatore, il protagonista. Uno che si immagina vite e situazioni diverse da quelle mediocri che vive, e si esalta, si emoziona, piange perfino nel suo mondo parallelo dove si sta così bene, perché in quel mondo siamo tutti come ci piace essere, e gli altri come desideriamo che siano. Rischia. S’innamora di una donna vera, non più di donne trasformate dal social network. E vuole conoscerla. Ahi, la temuta vita reale. E lei, come sarà? S’innamora. Puedo escribir los versos más tristes esta noche. Ovviamente andrà a finire male. Perché se lei dapprima ricambia (o almeno sembra) poi incontrerà un suo vecchio amore, e se ne andrà con lui. E il ragazzo? Tornerà nella dimensione del sogno, tornerà nel suo mondo virtuale, tornerà a chattare su facebook e su Twitter e su Instagram, sperando di ritrovare le sue illusioni, la sua meschina felicità? Aunque ésta sea el último dolor que ella me causa, y éstos sean los últimos versos que yo le escribo. Sembrerebbe di no. Ma non saprei cosa augurargli. Qui oggi c’è la nebbia, quel nebbione fitto di Amarcord con le folate che vanno e vengono, e in cui sarebbe bello sparire. Ma è solo cappa di troppa calura. le ultime parole del giovane sono un meraviglioso "sì " al coraggio di vivere, di rischiare, di soffrire. "Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! E’ forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?" #consiglidilettura *frasi in spagnolo tratte dalla poesia "Puedo escribir los versos más tristes esta noche" di Pablo Neruda *foto di Cynthia Collu
  6. cynthia collu

    SONO IO CHE L'HO VOLUTO

    Perché non una femmina Un passo dal mio romanzo "Sono io che l'ho voluto", Mondadori 2015. Il prossimo romanzo a breve. Stay tuned! Anche quel giorno diluviava, lo ricorda bene. E ricorda anche di aver spalancato la finestra mentre Sebastiano era al telefono. Lo sente dire “Pronto? Buongiorno. Vorrei i risultati di un’amniocentesi. Si chiama Miriam Moro. Sì. Mi-riam.“ Poi silenzio. L’incaricata deve essere andata a prendere gli esiti. Tum tum non sono i suoi passi che si allontanano ma i battiti accelerati del mio cuore, quanto ci mette, lo sguardo mi cade sul calendario, oggi è san Donato, andrà tutto bene, anche mio figlio è un dono, i secondi ingigantiscono, respingono il tempo, quanto ci mette, fuori diluvia, respiro a pieni polmoni l’aria della pioggia, l’acqua porta con sé la vita, come può essere un presagio di morte? quanto ci mette, ma no, è già qui, sento Sebastiano che dice “Sì?” Tace. “Tutto normale, quindi? Bene!” E io non piango, non rido, faccio le due cose insieme e penso solo che tu sei sano, che tutto va bene, che io sono la donna più felice del mondo: nascerai, figlio! Sebastiano mette giù, mi guarda. “Vuoi sapere il sesso?” Sorride. E io “E’ un maschio!” “Sì” risponde. Così non ce la faccio più, salto per casa come uno stambecco, Sebastiano mi corre dietro, ride anche lui, “E’ un maschio” esulta. E poi. “Non poteva essere altro” e a me la gioia un po’ si affievolisce, un po’ di tristezza per questa bambina che nessuno dei due voleva, ma io lo faccio per te, le sussurro, questa cosa che sto vivendo e che è la mia vita non te la potrei mai augurare, per questo volevo un maschio, perdonami, figlia. da _Sono io che l'ho voluto - Cynthia Collu _
  7. cynthia collu

    Due zollette di zucchero

    😁🙃😘
  8. cynthia collu

    Due zollette di zucchero

    Stay tuned! Bisou!
  9. cynthia collu

    Due zollette di zucchero

    ciao @libero_s e davvero grazie per aver letto questo racconto. Rispondo alle tue domande: è nato dopo aver letto "Il signor Mani" di Yehoshua, che ha scritto un intero romanzo con un dialogo tronco. Ho trovato la sua sperimentazione estremamente affascinante, e ho voluto mettermi alla prova. E sì, probabilmente avrei dovuto tagliare qualcosa, ma lo scrissi tanti anni fa, e non ho sentito il bisogno di lavorarci ancora. Sicuramente (almeno credo) rimarrà l'unico mio tentativo in questo senso. Le tue annotazioni sul fatto di dare la voce alla figlia e non alla madre sono interessanti, ma in quel momento era la madre che volevo far parlare, volevo farle vomitare con parole sue tutto il suo animo gretto e meschino, e non credo che sarei riuscita a renderlo tramite la voce della figlia. Scusa il ritardo con cui ti rispondo, ma 'sto caldo africano mi sta cuocendo il cervello. Un abbraccio e a presto, a ottobre ci saranno novità!
  10. cynthia collu

    L'urlo e il furore di Faulkner

    Biona (ri)lettura, donc!
  11. cynthia collu

    Una bambina sbagliata

    Premio Letterario Nazionale Giuseppe Berto Opera Prima 2009 con Una bambina sbagliata Il rientro a casa, felice provata e commossa.
  12. cynthia collu

    Una bambina sbagliata

    Non sempre mettere al mondo un figlio significa diventare madre. Ci vuole tempo, imparare a toccare il proprio cucciolo, annusarlo, e poi finalmente amarlo. Ma ci sono donne che non ci riescono, non ci riusciranno mai. Queste madri anaffettive sono una ferita devastante, che col tempo sembra passare, ma non guarisce mai del tutto. Di seguito un brano tratto dal mio romanzo "Una bambina sbagliata" Mi sono inventata il gioco di Peter Pan con i miei fratelli: io sono Wendy, Marco è Gianni e Giulio è Michele. Insieme aspettiamo l’arrivo di Peter che ci porterà sull’Isola che non c’è per combattere i pirati. Nel frattempo ci esercitiamo a volare, spicchiamo salti sul mio materasso a molle e facciamo capriole su quello di Marco. Quando mamma ci scopre si arrabbia, se la piglia con me che sono la più grande e rischio di sfasciare il letto, non capisce che dobbiamo essere pronti per quando Peter ci porterà via. Dormiamo tutti e tre nella stessa cameretta; Giulio e Marco in due lettini contro la parete di sinistra, appena si entra. Io sono in quella di destra, ho la testa rivolta verso il balcone e i piedi che puntano la porta. La porta è di vetro smerigliato, rimane sempre semichiusa. Da questa posizione tengo sotto controllo tutto quello che avviene in corridoio, chi entra e chi esce dalla camera matrimoniale, chi va in bagno, chi si affaccia alla nostra stanza per verificare come vanno le cose. Ci sono delle serate tranquille, serate come questa. Papà sta guardando la televisione in sala, mamma sta sistemando la cucina. Sento lo scrosciare dell’acqua che cade sui piatti e poi s’infila nel buco del lavandino con un ultimo gorgoglio di saluto, sento – le vedo quasi – le sue mani forti mentre acciottolano le stoviglie nello scolapiatti, le sistemano con perizia, paiono le mani di un pianista che sfiorano veloci la tastiera, all’infinito, senza mai sbagliare una nota. Immagino papà seduto diritto sulla sedia, il suo profilo moltiplicato dal gioco degli specchi del buffet e del contro buffet. Ogni tanto tira su col naso, da quando è stato operato di adenoidi fa sempre quel rumore. Ci sono anche serate come questa. Sono ancora sveglia, mi sento Wendy che nell’oscurità veglia sulle presenze di Gianni e Michele; loro respirano profondamente, è una carezza che pian piano mi conduce nel sonno. Chiudo gli occhi. Il rumore della porta che si schiude me li fa riaprire. Un fruscio lieve – il passo di mamma, appena uno svvvv in quel silenzio magico – mi mette in agitazione. Peter fa capolino nella stanza. Entra senza far rumore, si muove nella camera come fosse incorporea. Tace, si muove leggera per non svegliarci. Socchiudo gli occhi fingendo di dormire; seguo i suoi movimenti, sono precisi e sicuri come quelli di un cieco nel buio: raccoglie una maglietta da terra e la mette sulla sedia, riunisce le mie pantofole che segnano due punti cardinali diversi, ricompone la cintura della vestaglia. Stasera ci insegnerà a volare? La guardo e godo di poterla osservare in segreto, è come se le rubassi qualcosa, com’è lei nell’intimità. Dove tiene la polverina magica? Si guarda attorno, tutto è a posto, stasera è una serata tranquilla. Si lascia scappare un piccolo sospiro. Forse si sente felice. Si mette le mani in tasca. Finalmente si decide a soffiare la polvere di stelle su di noi, si avvicina a Giulio, si china, lo osserva dormire – tiene sempre le mani in tasca – poi gli dà un bacio. La vedo andare verso Marco, levare le mani dalle tasche per sistemargli le coperte, accarezzargli i capelli. Un attimo di pausa e poi un bacio veloce, preciso. Stringo gli occhi forte. Non voglio che veda che sono sveglia, voglio sentire il suo alito di menta mentre si china su di me, annusare il profumo del suo collo, tutto l’odore del suo corpo che mi è sempre mancato, anche se non glielo ho mai detto. M’insegnerà a saltare in groppa al vento e poi via, potrò dire buffe cose alle stelle! Potrò conoscere le fate, e raccontare storie ai ragazzini smarriti. Dà un’ultima carezza a Marco, si raddrizza, si gira. Scivola furtiva verso la porta. È già uscita. Peter, dove vai? Seconda stella a destra, e poi diritto fino al mattino.
  13. cynthia collu

    Commenti letterari, impressioni, consigli e sconsigli di lettura

    Ieri, 123 giugno 1929, nasceva Anne Frank. Sono stata ad Amsterdam alcuni anni fa, e l'impressione più forte, l'impressione indelebile che ne ho riportato, è stata la visita all'appartamento segreto in cui Anne e la famiglia hanno vissuto per anni, occultati al mondo. Riporto qui quel ricordo, e un commento/non commento al libro. Perché di Anne Frank e di tutte le vittime innocenti di ogni persecuzioni ci sia memoria. (Un libro che non ho letto e che forse non leggerò mai) Un po’ di tempo fa, a causa di alcuni lavori, ho dovuto mettere dei teli a tutte le finestre. Dopo un po’ che stavo in casa, ho cominciato a sentirmi depressa. Dapprima non ne comprendevo il motivo, poi ho capito. Non potevo vedere fuori: ero esclusa dal mondo. Così mi sono venuti in mente gli scuri. Quelli messi alle finestre di Anna Frank. Ad Amsterdam ci ero andata con mio figlio senza particolare entusiasmo. Avevamo scelto Amsterdam un po’ a caso, tanto per fare un viaggio. Lì ci siamo sciroppati il giro di routine sui canali Herengracht e Singel con una canicola che faceva rimpiangere Milano, poi il museo Van Gogh, il museo Rembrandt ed alcune chiese piuttosto anonime. Ho condotto allora il figliolo in luoghi più ameni, nel quartiere a luci rosse dove discinte escort ammiccavano da dietro le vetrine, e poi a visitare i negozi dove vendono l’hashish che rimbambish, come la chiamavamo ai miei tempi. Mio figlio, allora quindicenne, ogni tanto allungava il collo, incuriosito e nulla più. Non ci rimanevano da vedere molte cose: una di queste era la casa di Anna Frank. Quando siamo arrivati lì davanti, abbiamo trovato una coda terribile. Il caldo era da paese tropicale, con l’umidità al 90 per cento. Ho guardato il serpentone di gente che si liquefaceva sul cemento, ho guardato il sole impietoso, a picco sulle nostre teste e poi mio figlio. Ce ne andiamo, gli ho detto. Lui ha puntato i piedi: no, voglio vedere. Così ci siamo messi in coda. All’inizio ricordo la ressa. Un fiume di gente ammassata negli uffici che si ficcava reciprocamente i gomiti nelle reni, aliti, profumi di sudore estivo, chiacchiere improbabili. La ressa rumorosa è continuata nei locali del magazzino dove lavoravano gli impiegati di Otto Frank, padre di Anne, e poi su per le scale. Ci siamo zittiti solo davanti alla libreria girevole che nascondeva l’ingresso del “rifugio segreto”; siamo entrati. Le scale di legno scricchiolavano sotto i nostri piedi ad ogni minima pressione. Ho pensato a quante volte Anne e gli altri rifugiati avessero sceso o salito quegli scalini col cuore in tumulto, temendo che qualche impiegato negli uffici si fosse attardato, e avvertisse qualcosa. Finalmente siamo entrati nelle stanze; mi sembravano tutte strette e anguste, ma era per via della luce. Ecco, il problema è stato la luce. Le finestre erano sigillate con dei teli spessi e scuri, perché nessuno dalla strada potesse vedere che nei locali erano nascosti degli ebrei. Nella sua camera, Anne aveva incollato al muro immagini di vario tipo per renderla più accogliente: tra le altre, cartoline della famiglia reale olandese e delle principesse inglesi Elisabeth e Margaret. Nonostante questo, la stanza era terribilmente tetra, le pareti di un giallo scuro, malato. E’ stato allora che ho aspettato che la gente proseguisse, e uscisse da lì. Poi mi sono avvicinata agli scuri. Ho teso la mano per sollevarne un lembo. Ne solleverò solo un centimetro, mi dicevo, così sbircerò fuori. Guarderò solo per un attimo. Lo farò per Anne, mi dicevo. Chissà quante volte deve aver desiderato fare questo gesto, per non impazzire, per rendersi conto che la vita continuava, nonostante tutto. Due anni con quella luce malata. Due anni di scuri alle finestre. Non ci sono riuscita. Mi sembrava – non so per quale strano motivo - di tradirla. Lei aveva resistito per due anni, aveva vissuto in quella stanza cupa facendosi coraggio con i suoi sogni colorati, le sue allegrie, le sue speranze innocenti. Allora ho sfiorato la stoffa scura in una carezza. Sono uscita per raggiungere gli altri. Un altro ricordo è il water. Nel rifugio vivevano otto persone. Durante il giorno dovevano evitare il più possibile di usarlo, perché le tubature dell’acqua attraversavano una parete del magazzino dove lavoravano gli impiegati. Se veniva usato, non si poteva tirare lo sciacquone. Otto persone, maschi e femmine, e le donne, tutte, nel periodo fertile. Davanti alla scaletta che portava in soffitta, un ostacolo. Non si poteva salire. Dalla finestra della soffitta Anne vedeva il suo castagno. Lo vedeva riempirsi di foglie in primavera, ed era felice. A noi turisti frettolosi veniva precluso il suo angolo di paradiso. *** Leggo alcuni commenti su aNobii al “Diario” e rimango perplessa. Libro per adolescenti, nessun valore letterario… Ho deciso che non voglio farmi nessun’altra idea. Nessun’altra impressione. Non leggerò il diario. Mi tengo le mie scale il gabinetto e gli scuri nel cuore, e me li farò bastare. *** Fuori il sole ci ha stordito. Ho osservato mio figlio. Che ti è sembrato? gli ho chiesto. Ha alzato una spalla. Niente di particolare. Ha guardato in strada, dove stava passando una ragazzina in bicicletta. In quel momento lei si è voltata. Si sono guardati per un attimo. Lui mi sembrava stanco. Ma forse era a causa del sole. Una singola Anne Frank desta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei, ma la cui immagine è rimasta in ombra. Forse è necessario che sia così; se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere. Primo Levi
  14. cynthia collu

    Commenti letterari, impressioni, consigli e sconsigli di lettura

    #consiglidilettura _ Morte di un commesso viaggiatore - di Arthur Miller _ Se non avessi visto lo splendido film “Il cliente” del regista iraniano Asghar Farhadi, probabilmente non mi sarebbe mai venuta la curiosità di leggere questo che – scopro ora – è un capolavoro teatrale del dopoguerra americano. Nel film (vedetelo, vale davvero!) i due protagonisti stanno mettendo in scena proprio “Morte di un commesso viaggiatore.” Un sogno americano alla rovescia, quest’opera teatrale, o forse la realtà – la vera realtà- che vi si nasconde dietro. Una vita d’illusioni,di sogni di grandeur, di successo e fama per sé e per i figli. E poi, lo scontro con la vita. Che toglie, indifferente. Che umilia e ti stronca. Willy, il protagonista, è un commesso viaggiatore che ha sempre voluto credere caparbio nei suoi sogni, desiderando anche per i figli la fama e il successo che – soli, a suo avviso – rendono un uomo degno di considerazione. Biff, il figlio preferito, non ha terminato gli studi e lo odia (se ne scoprirà alla fine il motivo), preferendo fare il vagabondo piuttosto che affrontare il confronto con le aspettative del padre; l’altro figlio, Happy, è un conformista indifferente, che sa solo fare lo sciupa femmine. Willy è deluso. Dai figli e dalla propria vita trascorsa facendo un lavoro faticoso e spesso umiliante. I soldi non bastano mai. Alla fine, ormai sessantenne, si ritrova a fare migliaia di chilometri, da New York a Boston, senza riuscire a vendere niente. Comincia il suo vaneggiamento. Poetico, lirico, commovente. Alla fine Willy troverà il guizzo di dignità che gli farà rifiutare un lavoro elemosina da parte di un amico. Linda, la moglie, paziente e amorevole, capisce che il marito ha intenzione di suicidarsi e chiede l’aiuto dei figli. Questo aiuta non ci sarà. Il requiem finale è toccante. Consigliatissimo! _ Arthur Miller - Morte di un commesso viaggiatore _ (Hangar Bicocca - I sette Palazzi celesti - foto di Cynthia Collu)
  15. È con profonda e vibrante commozione che vi comunico la nascita, a ottobre, della mia terza creatura di carta che da tempo scalpitava per venire al mondo (dopo Una bambina sbagliata e Sono io che l'ho voluto, Mondadori editore).

    Nel frattempo, vai con l'editing! ❤

    Stay tuned! 😎

     

     

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    2. cynthia collu

      cynthia collu

      Grazie @Emy e che viva a lungo, il lupone!

    3. cynthia collu

      cynthia collu

      Cosa non si farebbe per costringersi al computer! 😄😄🙃

       

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    4. cynthia collu

      cynthia collu

      A la recherche du titre caché (pas perdu!)

       

      Un titolo può fare spesso la fortuna di un romanzo. Un esempio per un libro italiano è, a detta dello stesso autore, La solitudine dei numeri primi. 

      Cercare un titolo è come volere scegliere un nome per il proprio figlio: un'avventura,  una gioia che dà un po'  d'ansia (gli andrà bene? gli si adatterà?), un rimescolio nell'attesa di trovare la parola inamovibile, quella (quasi) perfetta. 

      Io speriamo che me la cavo. 

      Si.prosegue!

      (Foto di Cynthia Collu)

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