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scrittricepazza

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  1. scrittricepazza

    L' abisso

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/47931-sapone-mutande-e-carte/?do=findComment&comment=843057 Il cielo era incandescente e l’acqua gelida. L’aria salmastra e la polvere da sparo, gettata nel vento in quell’istante, entravano nelle narici. Il rimbombo dei cannoni da guerra tuonavano; mentre le armi, i vestiti del soldato ferito lo immergevano sempre di più tra i flutti. I rumori si attutivano. I lampi sfioravano il viso del giovane con una luce calda e insensibile. L’unica bolla uscita dalle narici nessuno la vide. L’unica traccia dell’esistenza di quell’uomo si condensava in quelle rosse strisce allunganti verso la superficie come fili di fumo. Andava sempre più a fondo, e più sprofondava e più il mondo pareva sempre più distante. Il freddo lo avvolse come una coperta di ghiaccio. Il dolore si attutiva dal gelo marino. Solo e abbandonato, sprofondava. Il suo pallore cresceva, trasformandolo quasi in un fantasma entrante nell’aldilà. Lunghi tentacoli argentei si allargarono sul fondo, luminosi come stelle. Il giovane esangue scese tra le sue braccia; udendo, nel profondo, la voce mormorante dell’abisso; simile allo spostarsi di una marea. I suoi tentacoli lo avvolsero, come le braccia di una madre con un figlio, ed una volta rimasto sul fondo, lì rimase, fino alla fine dei tempi.
  2. scrittricepazza

    Sapone, mutande e carte

    Visto che il soggetto della frase precedente è la morte sembra che sia quest'ultima a parlare di giornata piena. bella questa frase perchè l'occhiale voluminoso da subito l'idea del personaggio senza bisogno di ulteriori descrizioni. manca una virgola dopo "pisello mosco" in questo modo sembra che il suo birillo abbia gli occhi. Per il resto molto divertente. Ti faccio i miei complimenti.
  3. scrittricepazza

    Angelo d'oriente

    La bellezza era nata in lei i ciliegi sono nati con i loro fiori. La guardò uscire dalla stanza nel suo kimono bianco perla, i suoi piedi nudi sul pergolato. La pioggia scrosciava sui tetti ondulati del palazzo gettandosi come una cascata sugli aceri sottostanti. Come lei si sposta lungo le assi di legno allontanandosi dalla mia vista come un’ombra bianca nel legno scuro del palazzo, perdo il controllo di me stesso. Il mio piede si muove verso di lei e, come un avvertimento, la sua voce risuonò chiara nel mio animo: “riconosco la mia attrattiva, ma non posso negare che la volontà che quel gentiluomo mette nel seguirmi lungo la mia giornata è mi atterrisce, Seki, dite a costui di non farlo per favore”. E lì il mio piede si ferma. La mano si aggrappa alla katana: penso a tutte le avventure che vissi e ai duelli che combattei. Senza fermarmi, senza indietreggiare. E per lo sguardo di una donna il mio corpo esitava e diventava improvvisamente fragile. Ma quale donna? Lei era un angelo. Un essere supremo in forma umana scesa per stregare gli esseri umani che percepivano l’odore paradisiaco dei suoi capelli corvini e setosi di fanciulla e incrociavano i suoi occhi a mandorla. Tanto profondi e neri quanto la mia disperazione nel poterla solo guardare, come se fosse un dipinto di inestimabile valore. Io, soldato al servizio dell’imperatore, abbassai il capo per essere indiscreto e mi voltai mesto. Sottrai il mio sguardo a l’unico tormento da cui l’esperienza non poteva darmi sollievo. Meglio sarebbe stato per tutti e due allontanarsi. L’unica consolazione è uno sguardo che vidi in lei con la coda dell’occhio... e che mi sembrò aver sognato.
  4. scrittricepazza

    Tramonto

    qui non si capisce chi tira i sassi verso chi. Inoltre non è chiaro perché gli oggetti lanciati dovessero cambiare traiettoria. manca qualcosa. forse intendevi dire : "chiedere di aspettare o dirgli che aveva cambiato idea" oppure " dirgli di cambiare idea"; ma " chiedere di cambiare idea" è molto confusa come frase. detto così sembra quasi che fosse un favore reciproco quello di non accontentarlo. modestamente avrei messo l'inizio di questa frase a capo visto che hai cambiato discorso. anche qui, non ho capito la reazione. Pensavano che fossero omosessuali e se n'é andato per questo? allora sarebbe stato meglio specificare l'anno dove si svolge perché oggi giorno non c'é più questo bigottismo. io pensavo che le ombre rappresentassero figurativamente i due bambini, ma poi dici che non sono ombre, allora cosa sono? chi osservava e attendeva? Anche qui passo confuso. ombre che volano? il cielo da battaglia? sono molto confusa.
  5. scrittricepazza

    Quella volta che mi risvegliai maschio.

    La faccenda dei luoghi comuni, ho un po' esagerato in quanto volevo mostrare il punto di vista di una ragazza un po' esuberante e superficiale. Ma non intendevo offendere nessuno. ( in effetti sarebbe stato comico vederla poi fuori di casa e mostrare come le sue idee sono sbagliate ma non ci ho pensato) e anche la faccenda del " sono libera" aveva una valenza solamente comica. @bwv582 avrei potuto essere più irriverente. sì, in effetti avrei potuto. Se deve essere così che lo sia alla massima potenza. Comunque ringrazio tutti per i commenti perché sono stati utili.
  6. scrittricepazza

    Quella volta che mi risvegliai maschio.

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/47666-il-barbone-con-gli-occhi-da-buono/?do=findComment&comment=840095 Cazzo! Fu questa la prima parola che mi venne in mente, il che era perfettamente azzeccato per ciò che mi stava capitando. Quella protuberanza non l’avevo mai vista direttamente anche se sapevo che cos’era. Prima mi sentii imbarazzata a guardarlo poi cominciai a dondolarlo per vedere come reagiva alla gravità e alle leggi fisiche. Alla fine dava un po’ fastidio ma almeno sentivo meno peso sul petto il che mi creava una specie di instabilità per il mio modo di camminare. In compenso, guardandomi allo specchio i miei capelli erano rimasti lunghi. Un leggera peluria solcava la parte inferiore del mio viso, anzi, ad essere sincera ( o “sincero”, sinceramente non lo so) mi sentivo più pelosa (o peloso) un po’ da tutte le parti. C’era chi diceva che alcuni uomini hanno ancora il corpo e la mente dei loro avi di neanderthal e stavo capendo il motivo. Ma ora che ero un uomo non ero costretta (o costretto) a rasarmi, il che era perfetto. In quel momento un nuovo senso di libertà mi pervase. Non dovevo nemmeno lavarmi, se i maschi erano puzzolenti a poche persone importava. Sì, può darsi ma una doccia era necessaria, tra l’odore da maschio ed il puzzo di morto c'è una certa differenza. Non avevo nemmeno bisogno di vestirmi in modo elegante, afferrai i primi abiti che avevo nell’armadio di mio fratello, il sotto di un pigiama ed una camicia, mi metto dei sandali ed esco di casa. Libera (o meglio, libero)
  7. scrittricepazza

    Il barbone con gli occhi da buono

    Credo che il motivo per cui non ci sono commenti sotto questa storia è perché per giudicarla una persona deve ascoltare la canzone e tradurre il testo, a meno che non conosca il dialetto nel quale è scritto ed è un lavoro supplementare. Trasformare un testo di una canzone in una storia è un ottimo esercizio di stile e credo che tu l'abbia fatto bene. La canzone lascia intendere alcune cose e non da informazioni supplementari per questioni di metrica e ritmo ma tu ti sei premurato di rendere più chiara l'intera storia. Anche se la storia del ragazzo che portava scarpe da tennis non è di tua invenzione tu le hai reso giustizia, si sente il tuo tocco personale e la tua particolare partecipazione al messaggio che porta e questo mi è piaciuto molto. Poi non ho capito se è stato buttato o in mezzo a dei cartoni o gli sono stati buttati addosso perché era un barbone. Per il resto complimenti.
  8. scrittricepazza

    dove cazzo sono i miei soldi?!

    Era una villa in mezzo alle ville per il ladro era una delle mille Il ladro entrò il cancello scavalcando tirò fuori la pistola e chiese ridendo “Dove cazzo sono i soldi? gomme belle” il proprietario era in sedia a rotelle. “perdio!” esclamò il vecchio esterrefatto “ perché mi minacci? cosa io ti ho fatto?” “niente, è giunta l'ora di una redistribuzione” “ in sala, è dietro al quadro la mia pensione” ribaltò la sala ma trovò polvere e nient'altro tornò e il vecchio alzò le spalle contratto. “Non ho detto in sala! Forse in camera c'è? Non mi ricordo! Intanto le va un caffè?” L'Alzheimer galoppava forte in lui, il ladro era ammutolito davanti a costui “mi prendi in giro? Voglio la cassaforte!” disse puntandogli la pistola in fronte. “come osa?” rispose il vecchio arrabbiato “sono paralitico e vengo pure minacciato!” il ladro disse “ io con pungo ti sotterro!” “va bene, seguimi è di qua se non erro” il vecchio passò salotto, e prese l'ascensore passò diverse stanze insieme al supervisore. Ma si accorse che la situazione era precaria; perché egli della mèta non aveva memoria il ladro chiede della stanza, e lui rispondeva “era... dove tengo la boccia, come si chiamava” non avrebbe trovato i soldi se lo avesse ucciso, dopo trenta sale, si sarebbe sparato col sorriso. Finalmente, in cantina trovarono lo scrigno era stato svuotato, lo guardò con cipiglio il ladro esclamò “qualcuno è già passato!” “ah!, li ho celati per non esser derubato” il ladro lo perquisì e minacciando lo serrò , preso dall'avarizia nella ricerca si tuffò. Trovò mille euro in cucina, nel forno; cinquemila nel frigobar in soggiorno, tre mila nei libri, spari nella biblioteca dieci mila in giardino, sotto alla pineta poi va dal vecchio per avere un riscontro egli li contò ma ogni cento, perdeva il conto. Il ladro ne prese il posto, tranquillo e prono alzò gli occhi, e vide il vecchio con un telefono lo prese e lo ruppe, “la pula hai chiamato?” “la polizia!” esclamò “Me ne son dimenticato!” il ladro di sollievo sospirò, si era preoccupato "merda, avrei dovuto legarti mentre contavo” Lo guardò e si disse che lo aveva sopravalutato, era un paralitico demente se ne era scordato ma il telefono dove lo aveva nascosto? Al ladro venne solo uno sconcio posto. Ma era tardi per il vecchio stregone era l'ora di far sparire il testimone. Punto la pistola ma si fermò, non era necessario, il vecchio avrebbe detto poco al commissario era confuso, gli occhi fissi su una vecchia piantina poi disse: “ tu chi sei? Che ci fai in casa mia?” “papa,” rispose “son venuto per il prestito, se ti chiedono di me, dì che son partito” Il vecchio incredibilmente fu convinto gli diede la benedizione quasi d'istinto ma quando il ladro aprì il portone della polizia c'era uno squadrone la vicina aveva chiamato il capitano era la decima volta che lo derubavano.
  9. scrittricepazza

    Solitudine

    Solitudine L'aria è libera, il pensiero viaggia. La quiete nell'atmosfera, non ti minaccia. Il conflitto è lontano. È ora di pensare. Il mondo tramonta, e inizi ad immaginare. Non stai fuggendo, cerchi autonomia. La forza va crescendo contemplando la via. Lasciati solo, va bene così. Riposa sul molo, per un nuovo dì.
  10. scrittricepazza

    Monologo alla Luna

    Confermo, la luna ha uno strano fascino, è un satellite ma sembra una stella enorme, anche io mi sento Dante Alighieri quando la vedo. Questo testo ha una grande potenzialità e non è male, ma secondo me si potrebbe renderlo migliore; ho come la sensazione che questo testo avrebbe potuto essere tale costruendolo a mo' di poesia, con frasi un po' più corte , enigmatiche ed evocative soprattutto. Lasciando che fosse il lettore ad intuire la verità senza spiegarla in modo diretto. es: "molti potrebbero credermi pazza per parlare al maestoso astro argento che domina la notte, ma non mi nuoce" -- " La pazzia che loro vedono quando mi confido a quell'astro argentato sulla notte, non può nuocere finché posso vederti" questo è un consiglio. Spero di esserti stata utile.
  11. scrittricepazza

    Miniera di Gas

    Un'enorme bocca oscura sprofondava nella montagna. Da essa partiva un sospiro arrancato. – È questa la miniera? – chiese Ileana, come se scrutasse una bestia famelica. – È questa – rispose Aida decisa. Diana le gettò uno sguardo piatto, sfregando le pietre focaie sulla candela della lanterna. Le spalle di Ileana si ritiravano, ma poi i suoi pugni si strinsero e lei fece un passo avanti. Diana si sollevò con la lanterna, aguzzando gli occhi. Nemmeno il più piccolo bisbiglio echeggiava tra le rocce. Aida, stringendo con forza l'elsa del pugnale, prese coraggio; e si introdusse nelle tenebre. L'umidità ghiacciava la pelle. La luce dorata della lanterna li accompagnava, diventando più luminosa man mano che l'oscurità si faceva più fitta. – Sai dove stiamo andando? – chiese Diana, guardando Aida: che procedeva decisa lungo il cunicolo. – Secondo la mappa, siamo sulla via principale, non possiamo sbagliare – rispose, pronta, Ileana; agitando un rotolo di pergamena ingiallita. Aida si girò verso Diana e, alzando le spalle con un sorriso comicamente superiore, disse: – Io stavo per dirti che in questa miniera ci sono già stata; ma, alla fine, è Ileana l'addetta alle mappe – Mezz'ora di cammino e c'era un silenzio di tomba. – Secondo voi, cosa può essere successo? – chiese Diana pensierosa – una frana? Un crollo suonò attraverso le pareti. Ileana si girò, scattando in aria come punta da un ago. – Uno spirito maligno? – azzardò con voce tremula. – È una miniera, possono esser stati attaccati da banditi di passaggio – disse Aida – tenete gli occhi aperti! – Alle loro orecchie arrivarono leggeri scricchiolii. La caverna sembrava mormorare e muoversi. Si faceva sempre più umida, man mano che passavano. La luce dorata evidenziava le costole di legno di sostegno alle pareti. Il corridoio era sempre più profondo. Continuarono a camminare; finché un senso di vertigine colse Aida d'improvviso. Percependo un improvviso vuoto, aprì le braccia. La compagnia si fermò di colpo. La punta dello stivale superò il bordo; in cui galleggiava una nebbia biancastra. Aida fece un passo indietro: – Indietro, indietro – disse spingendo le sue compagne lontano dal precipizio. – Perché? Cosa c'é? – chiese Ileana allibita. Diana prese Ileana per la spalla e la tirò: – Uno strapiombo, non possiamo passare – spiegò. Aida riprese fiato. L'ultima volta che era stata lì, quel pozzo non c'era. Qualcosa crepitò, e l'eco dei suoi colpi echeggiarono lungo le pareti, diventando frenetici dopo pochi secondi. Aida pensò che fosse meno profondo di quanto credeva. – Il pavimento deve essere crollato – mormorò. Diana appoggiò il palmo sulla parete umida e avanzò la lanterna con cautela. La sua luce penzolava sul vuoto. La nuvola bianca lasciò intravedere il fondo. Strette travi di legno spuntavano da una valle di massi. Aida alzò lo sguardo. – È crollato anche il soffitto – mormorò, guardando la pietra nuda. Com'era possibile che due incidenti fossero capitati così vicini? Avrebbero potuto pensarci in eterno, ma per saperlo era necessario esplorare quel buco. Il fosso era profondo solo un paio di metri, ma nel buio sembrava ancora più immenso. Quella velata oscurità, respinta male dalla lanterna, sembrava nascondere qualcosa di orrendo. Se l'entrata era la bocca della bestia, quella fossa sembrava lo stomaco: pronta ad inghiottire chiunque ci fosse caduto. Lo fissarono con lo stesso sguardo con cui l'abisso li fissava. La loro mente viaggiava indecisa da un pensiero all'altro, ma nessuno che desse conforto. Un'aria gelida le sfiorava, dal fondo fino a far tremare le gambe e sfiorare i loro visi. – Ragazze, io scendo – disse Aida, sedendosi sul bordo con le gambe penzolanti nel vuoto – Voi restate qui, se succede qualcosa vi faccio un fischio e scendete – disse – Vengo con te – disse Ileana. – No, avrò bisogno di tutte e due per risalire, basto io – rispose Aida, intransigente. Abbassò lo sguardo. Fissò la nebbia. Prese un unico respiro e le sue mani la spinsero oltre il bordo. Fu un viaggio che durò pochi istanti. Prima che i suoi piedi toccassero il fondo, sentì l'aria cambiare aspetto. Scivolò su una roccia; si arrabattò su una trave mobile; e quando riuscì a trovare l'equilibrio, un intenso miasma le invase le narici. Si sollevò con tutte e due le gambe e chiamò le ragazze per farsi passare la lanterna. Quando la prese in mano tutto si fece più chiaro. Barcollò da una roccia all'altra, osservando le fessure del pavimento. Un odore pungente si fece largo, oltre a quella esalazione di corpi in putrefazione. Lungo tutto il perimetro, lo spettacolo si faceva sempre più desolato: Un braccio umido ed pallido si appoggiava sulla roccia vicina; seminati sotto le macerie, i cadaveri si allungavano verso la superficie, come l'erba nella pietra; poco più avanti, uno stivale si ergeva rigido verso il soffitto, mentre il resto del corpo era ridotto in poltiglia; un uomo pallido e umido stringeva ancora la presa su una trave, la parte inferiore del corpo non esisteva più; lungo il bordo più lontano, una massa di corpi si accatastavano, esangui e ad accompagnarli c'erano un nuvolo di mosche e insetti che zampettavano sulla loro carne. Camminò attraverso arti ammuffiti, schizzi di sangue rappreso e nuvoli di insetti. Quell'odore pungente entrava nelle narici, confondeva i pensieri e la chiudeva lo stomaco, in una botte di disgusto e timore. Resti seminati come un campo di morte. – Credo che i minatori siano qui sotto – disse desolata. La teoria dei due crolli spiegava tutto, tranne la questione delle travi: avevano resistito per decenni e il loro crollo sembrava avere lo zampino di un demonio. – Come ha fatto il soffitto a crollare? – chiese Diana – Niente è perfetto – mormorò Ileana – forse erano troppo vecchie. Aida si tolse il pugnale dalla cintura e appoggiò la lanterna su una roccia. Una cicatrice importante solcava la superficie di una trave abbandonata. Aida infilò la lama nella piaga; e la allargò, piegando e spingendo verso il basso. Si sentì un crepitio e il legno rivelò il suo interno. La luce della lampada illuminò un legno pieno di gallerie. – I sostegni sono pieni di termiti! – esclamò. Piccoli scarafaggi bronzati zampettavano lungo quel legno umido. Aida lo lasciò andare, si ripulì le mani, e prese di nuovo la luce, decisa a tornare indietro. Cosa avrebbero detto alle famiglie, una volta tornate al villaggio? Facendo il più presto possibile, zampettò fino alla parete. Lì, sollevò la lanterna. Poi alzò le braccia. Due paia di mani la afferrarono; la trascinarono lungo la parete e la portarono sul sentiero. Aida temeva che le termiti avessero provocato il crollo del soffitto, e che quelle travi non fossero le uniche infestate. Potenzialmente, l'intera miniera sarebbe potuta crollare. Quindi disse a loro di uscire il prima possibile. Una volta data la notizia alle famiglie, il re avrebbe pensato ad organizzare qualcosa per disseppellire i corpi. Il loro lavoro era finito, ed era inutile rischiare la vita più del necessario. Tutte loro furono d'accordo, ma la grotta aveva altri piani. Viaggiarono rapide su quel terreno. Passi continui rimbombavano nelle pareti. Il terreno si faceva sempre più ripido, man mano che passavano metri di corridoio. Senza preavviso, dei colpi di tosse piombarono secchi sulle loro orecchie. Quando si girarono, videro con stupore, che veniva da Aida stessa; che, in anni di viaggio, non aveva mai contratto una malattia. Forse aveva ingerito un po' di polvere, non pensavano che ci fosse da preoccuparsi. Dopo qualche minuto sarebbe passata. Ma non fu così. Dieci minuti dopo, le cose peggiorarono. Aida sentiva le sue membra pesare, come anche il respiro. L'addome si contraeva gettando spasmi d'aria, che spezzavano il silenzio. Tutto ciò non era mai successo in passato e non era ancora finita. Passarono un'altra quindicina di minuti. La caverna cominciava a respirare e farsi meno scura. In compenso il respiro di Aida si faceva sempre più pesante. Ad un tratto, fu costretta a fermarsi. Il suo cuore pulsava nel petto in modo violento; la vista cominciava a dondolare e per qualche istante vide tutto sfocato. Cosa le stava succedendo? La bocca dello stomaco divenne un nodo. Gomitoli d'aria si incastrarono nella gola, e colpi di tosse secchi, rimbombarono sulle le pareti. Il palmo della mano si appoggiò alla parete umida e, alla ripresa dei polmoni, la sua testa era come la macina di un mulino a vento. La mano libera si strinse le tempie, cercando un sollievo dal dolore. – Aida, tutto bene? – chiese Ileana, preoccupata. Aida aprì gli occhi il tempo sufficiente, per capire che, entrambe, le erano vicine. – Sei pallida – mormorò Diana – dovresti fermarti un minuto – Non sapeva cosa fare. Tutto ciò era assurdo per lei. – Faccio fatica a respirare... e... mi gira la testa – non aveva mai provato una cosa del genere, era orribile: le sembrava di perdere il controllo delle sue azioni, dei suoi pensieri; temeva di non riuscire a sopportarlo – Cosa mi sta succedendo? – quando sentì la propria voce tremare capì che doveva calmarsi. – Avrai preso un raffreddore, niente di grave – minimizzò Diana, appoggiando due dita sulla fronte e sulla guancia – non hai la febbre, forse non è niente di che, un po' di riposo e ti passa – Diana era stata male spesso, quindi si fidava di lei. Facendosi forza, cercò di proseguire. Si rimise dritta; e solo allora, quando alzò lo sguardo, notò con la coda dell'occhio una cosa: una trave di sostegno pericolosamente sotto pressione. Il legno era diviso da una crepa, che si faceva sempre più larga man mano che le pietre del soffitto spingevano verso il suolo. Aida allungo una mano verso Diana, voleva fermarla per fargliela vedere. Ma un istante dopo, un frastuono esplose dal soffitto. La trave si spezzò e, mentre le macerie crollavano, le sue mani viaggiarono verso Diana tirandola indietro appena in tempo. Grandi massi si ammucchiavano davanti a loro. Ileana gridò loro di farsi indietro. Aida indietreggiò insieme a Diana, finché il frastuono si trasformò in un leggero ticchettio sulle macerie. In quel momento, si resero conto di essere chiuse dentro. – E adesso? – mormorò Ileana con la voce che tremava. – Torniamo indietro e cerchiamo un'altra strada – rispose Aida. Ileana annuì e tirò fuori la mappa. – Un metro più avanti ed era finita – mormorò Diana con gli occhi fissi sul vuoto. Gocce di sudore brillavano alla luce della sua lanterna. Poco dopo, però, si girò verso Ileana e mise la luce sopra la pergamena. Aida lasciò che se ne occupassero loro, si sentiva poco bene. – C'è una via, però si trova dall'altra parte della caverna – sentenziò Ileana. – Va beh, posso ancora camminare – mormorò Aida decisa. – Ma dovremmo passare di nuovo oltre il fosso, non so se è una buona cosa – disse Diana, alzando lo sguardo dalla pergamena. Aida le guardo per un secondo senza capire il problema; poi le venne in mente che non si era mai ammalata, prima di andare lì sotto. – Pensi che sia stato il fosso a farmi ammalare? – chiese, guardando Diana negli occhi. – Non vedo altra causa, – rispose Diana – Quel posto sembrava malsano – – Non abbiamo altra scelta comunque, giusto? – chiese Aida guardando Ileana. Ileana annuì rassegnata: – È il tunnel per i carri, l'unica uscita, oltre all'entrata principale – – Allora muoviamoci – concluse Aida, cominciando a camminare con cautela verso il fondo della cava. Servi una mezz'ora per ridiscendere. Oltre al fatto che la strada era tanta, Aida era ben lontana dall'essere agile. I colpi di tosse diventavano sempre più rauchi, e più andava avanti, più i suoi passi si facevano pesanti. Nonostante il suo corpo pregasse per stare fermo, i suoi occhi erano sempre aperti, ed i suoi movimenti precisi e calcolati. Non sarebbe crollata, finché avrebbe tenuto la mente sveglia. Quando arrivarono alla cava, Aida si appoggiò alla parete emettendo un sospiro di sollievo. Ora, dovevano solo capire come superare l'ostacolo. – Ragazze, non vi sembra che la nebbia si sia ingrossata? – chiese Ileana. Aida aguzzò lo sguardo nella nebbia. Diana avanzò di nuovo la lanterna. Ora la sua luce non riusciva a penetrare oltre quella coltre. – Si è addensata – rispose Aida. Ma c'era un problema: quando l'aveva vista, aveva pensato che fosse polvere, o semplice umidità. Ma la nebbia e la polvere non si comportavano così. – Ragazze, mi è venuto un dubbio – disse Ileana più preoccupata di prima – non è che quella è una nuvola di gas? – Diana la guardò confusa e, dopo aver gettato lo sguardo sulla nebbia, rispose: – Può essere? – e si voltò verso Aida tesa – Ali, cosa ti senti adesso? – Aida scosse la testa e cercò di raccogliere i pensieri. – ...Mi sento stanca, faccio fatica a respirare... Ho il cuore in gola, mi gira la testa e... Ed ora comincio anche ad avere le vertigini – sentì le gambe percorse da un brivido, faceva fatica a muoverle. Le due si guardarono e annuendo Ileana disse: – Intossicazione, quella roba è gas – era passata in una nube di gas, ora capiva il perché di quei sintomi. – Ciò vuol dire che se passiamo da sotto, ci intossichiamo anche noi – completò Diana. Aida ebbe un capogiro, per un lungo secondo sentì la rotazione della terra come se andasse cento volte più veloce e decise di sedersi. Cercò di riprendere fiato, ma sentiva i polmoni come sassi. Qualcuno le appoggiò una mano sulla schiena, mormorando parole di conforto; fu quello a farle riaprire gli occhi. Come lo fece, la via le apparve davanti come un segno divino. C'era un pezzo del pavimento che non era crollato: una sporgenza di una ventina di centimetri che percorreva il bordo della stanza. – Quella lì – mormorò indicandola con l'indice. Ileana si sporse dalle sue spalle e Diana voltò la torcia. – È vero c'é una sporgenza – disse Diana, seguendola con la torcia – vado a controllare, voi restate qui... Ileana, la strada che dobbiamo seguire è davanti a noi, giusto? – Ileana presa alla sprovvista balbettò: – Sì... certo ma, fai attenzione – – Controllo solo se è sicuro, poi torno indietro – Aida si alzò in piedi con un movimento barcollante, mentre Diana si appoggiava alla parete avanzando a tratti lungo di essa. Cercò di tenersi ferma sulle gambe, anche se rialzandosi le era venuto un altro capogiro. Ileana la prese per le spalle, ma Aida alzò una mano, come a dire di non preoccuparsi; e lei la lasciò andare. Ma se le fosse venuto un capogiro del genere, sommata alla sua già latente debolezza, sarebbe bastato un niente a farla cadere nel baratro. Sentiva il pericolo lungo tutte le sue membra, ma non poteva tirarsi indietro. Dopo qualche minuto, sentì Diana trascinare passi per tornare indietro. – Se ci teniamo ben attaccati alla parete, e muoviamo un passo alla volta, possiamo arrivare dall'altra parte senza problemi – Ileana annuì e disse: – Aida sta in mezzo... se ha un capogiro e rischia di cadere, possiamo provare a fermarla – – Sono d'accordo – rispose Diana – Aida, fai con calma; non strafare; un passo alla volta e se hai un capogiro, qualcosa, fermati! chiaro? – Aida fece un cenno d'intesa, e prese un profondo respiro. Si appoggiò alla parete con tutta la cautela di cui era capace, sentendo già le vertigini aumentare lungo tutto il corpo. Diana, probabilmente, se ne accorse; perché le chiese: – Tutto bene? È una mia impressione o sei più pallida di prima? – Ileana fece in tempo a dire che aveva ragione. Aida si sbrigò dire che non importava: sentiva di avere ancora un certo controllo, poteva riuscire a superare la cosa, se faceva un passo alla volta e rimaneva sveglia. – Bene,! vieni, un passo alla volta – mormorò Diana, quasi accompagnandola. Diana fece qualche passo di lato, tenendo la lanterna appoggiata al muro. Aida alzò il piede di pochi centimetri e sentendo già il proprio equilibrio vacillare lo appoggiò a pochi centimetri più in là. Le dava molto fastidio essere così lenta, ma se fosse caduta, sarebbe stato peggio. – È tutto a posto, stai andando bene – la incoraggiò Diana, tenendola d'occhio come se temesse di vederla crollare da un momento all'altro. Aveva capito tutto. Dopo qualche passo, Ileana si unì alla coda. Con apprensione le mise una mano sullo stomaco. Aida era ossessionata dal pensiero che se lei stessa avesse perso l'equilibrio, il suo stesso peso avrebbe potuto farle cadere entrambe. – Ileana... non lo fare... non preoccuparti – mormorò. Ileana guardò la propria mano e scosse la testa decisa: – Rischiamo di cadere tutte e due – insistette. – Non importa, io non ti lascio – rispose decisa Aida sapeva che sarebbe stata una guerra persa in partenza. Ileana era il tipo di persona disposta a seguire qualcuno anche all'inferno, pur di non lasciarlo indietro. Era per questo, che erano compagne. Ma almeno l'aveva avvertita. Il loro cammino continuò, per lunghi minuti. La carovana andava a rilento. Un passo alla volta, ed erano arrivati solo ad un quarto del cammino. Aida continuava ad avere vertigini e leggeri capogiri. Una volta arrivati a metà strada, sentì la mano di Ileana premerla sulla parete. Fu come svegliarsi di soprassalto. Le sue mani si aggrapparono alla roccia come gli artigli di un gatto e il cuore bussava rapido nella cassa toracica. Si rese conto che aveva rischiato di cadere e mormorò: – Diana – lei si girò – Non ha senso che rischiamo tutti per me, promettetemi che se cado... mi lascerete indietro – – Non se ne parla! – esclamò Ileana indignata. – Non preoccuparti – rispose Diana – tu non cadrai – Aida lo sperava, ma le sembrava una possibilità poco probabile che lei riuscisse ad arrivare alla fine senza perdere l'equilibrio, e cadere di sotto. Nonostante questo, continuò. I suoi passi si facevano sempre più incerti, ogni movimento la faceva barcollare, e la cosa peggiore era che il suo respiro arrancava più di prima. Tutto ad un tratto, il mondo le parve meno materiale. Sentì il suo corpo farsi leggero e incontrollabile. Soltanto una voce le parve nitida. Sentì i brividi lungo tutto il corpo, come se stesse precipitando. Venne invasa da un'aria pesante e, appena prima di toccare il fondo, tutto diventò nitido. Un fianco, al contatto con una roccia piatta, vibro di dolore. Il suo respiro si mozzò. Capì, in quel momento, di essere caduta nel fosso. Stava per riprendere a tossire, ma riuscì a coprirsi la bocca ed il naso in tempo, e trattenere il respiro. – Aida, ci sei? – gridò Diana. Aida si rese conto di potersi ancora rialzare. Spinse sulle braccia; e, tra un colpo di tosse ed un altro, gridò: – Andate avanti! – L'addome si contrasse, ed una fila di gracchianti colpi di tosse la interruppe. Cercò di trattenere il fiato, e spinse per mettersi in piedi. – Riesci a camminare? – gridò Diana, attraverso la nebbia. Ora riusciva a capire cosa aveva in mente. Voleva sapere se era in grado di raggiungerle da sola. Aida raccolse volontà, e, barcollando come se fosse su una trave di legno sul vuoto, si sollevò. – Sì – rispose – Vi raggiungo dall'altra parte. Mosse il primo passo su una roccia inclinata, e sentì tutto il suo corpo vibrare di debolezza. Si accucciò, e mosse una mano davanti a sé. Il suo piede scivolò, e si sentì precipitare. Con un riflesso quasi involontario si tenne stretta alla roccia, ma servi a poco. Le gambe precipitarono, e si incastrarono in una fessura, dove qualcosa di disgustosamente morbido le accoglieva. Bastò quell'inciampo a far risalire il suo cuore alla gola. Tolse i piedi da quella roba molle, e li appoggiò su una superficie solida. Fu allora, che la testa divenne una trottola. Si aggrappò a quella roccia e chiuse gli occhi, sperando che finisse. Sentiva la presa indebolirsi sempre di più. Delle voci viaggiarono, echeggiando attraverso la nebbia. – Io vado – disse Ileana, con il tono così deciso e intransigente da far paura. – Ha detto di aspettarla qui, ed è quello che faremo! – rispose Diana con voce alterata. – È da un po' che non si fa vedere! Potrebbe essere nei guai! – – Non importa! se scendi, farai la sua stessa fine; e poi cosa dirò ai nostri genitori, quando verranno a sapere che non ho saputo proteggere mia sorella! Abbi fede e resta qui – Aida ringraziò mentalmente Diana per averlo detto. Sapeva che doveva costarle molto, ma non voleva che Ileana rischiasse a causa sua. Adesso, era giunto il momento di alzarsi e continuare. Cercò di mettere i piedi in punti stabili e, con uno sforzo indecente, riuscì a rialzarsi. Tolse una mano dalla roccia, per vedere se stava in equilibrio: la riappoggiò un paio di volte prima di farcela. Poi si allungò verso la sua sinistra. Le voci delle sue compagne arrivavano da lì. Tratteneva ancora il respiro, ma non sapeva quanto avrebbe resistito ancora. I suoi polmoni si stringevano, e al prossimo attacco di tosse avrebbe respirato altro gas. Avanzò a tentoni, su una roccia piuttosto piana. Ebbe un giro alla testa; ma, chissà come, riuscì a stare accucciata su quel pezzo di pietra senza cadere in qualche altra fessura. Udì dei mormorii lontani, non riusciva a capire cosa significassero. Diana e Ileana stavano parlando a bassa voce. Nonostante questo, continuò ad arrancare verso di loro: precipitando, scivolando, ansiosa di raggiungerle. Un metro più avanti, l'addome si contrasse e ricominciò a tossire. Per un minuto intero non si fermò. Le ginocchia crollarono sul suolo; il suo corpo si faceva sempre più debole. Non sarebbe riuscita a fare un altro passo. Si abbandonò su quella pietra, serrando le palpebre. Divenne il suo giaciglio e a niente valse il tentativo di tapparsi: i colpi di tosse la scuotevano e anche soffocandoli non riusciva ad impedire al gas di penetrarle nei polmoni già malmessi. Stava per immergersi nell'incoscienza quando qualcuno la sollevò. A quel punto, ogni nervo del suo corpo scattò. Qualcuno era sceso nella cava, e non avrebbe dovuto; stava rischiando di morire. Agitando le braccia si aggrappò alla maglia di lei. Questa notò lo spavento e mormorò: – Non preoccuparti, andrà tutto bene, tieniti a me – quella voce le era familiare. Avrebbe voluto parlare, ma temeva di ricominciare a tossire e di non fermarsi più. Quindi si aggrappò ai suoi abiti, alle sue spalle e riaprì gli occhi. – Metti i piedi dove li metto io – Guardò i piedi di lei e poi girò Era Ileana, non si era lasciata convincere. Aveva un fazzoletto bianco sul suo viso. Una trovata intelligente. Lei la guidò attraverso quella valle indicandole pietra per pietra il cammino. Quando arrivarono alla parete, la appoggiò, e le chiese di alzare le braccia. Aida si sentì sollevare, con grande sforzo, da due mani serrate. La trascinarono sul pianerottolo. Sbucò fuori dalla nebbia e si sdraiò sul terreno umido. Pochi secondi più tardi anche Ileana la raggiunse. Aida non riusciva a credere di essersela cavata. Era ancora, ma un masso si era infilato nei polmoni e ciò non la aiutò a riprendere fiato. Rimase lì, distesa per un tempo lunghissimo cercando di respirare. Alla fine, quelle due si erano messe d'accordo per tirarla fuori e non aveva niente da dire se non che erano state imprudenti. Ileana stava dando la sua versione del suo recente viaggio nella cava. Aida si sentiva così pesante che per alzarsi in piedi avrebbe dovuto sudare sette camicie. E mentre raccoglieva le energie per riuscirci non poteva fare a meno di pensare che avrebbe preferito non rialzarsi più. Dopo qualche minuto, Diana e Ileana le chiesero se riusciva ancora a tirarsi i piedi. La sola idea di muoversi la faceva sentire ancora più pesante, ma non avrebbe permesso ad una intossicazione di dettare legge al posto suo, quindi la prese come una sfida. Si mise su un fianco, appoggiò la mano destra a terra, e si riuscì a mettersi in ginocchio. Qui, prese un bel respiro. Con la testa che cominciava a pulsare e le braccia così fragili da tremare, aspettava il momento giusto per tirarsi su. – Ti serve una mano? – chiese Diana. Aida scosse la testa. Quando sentì di aver ripreso un po di lucidità piantò il primo piede sul terreno, e si spinse in l'alto. Un senso di vertigine la scosse fin nel midollo, il cuore vibrava, ma riuscì a stare in piedi. Ileana era pronta a prenderla al volo. Aida si ritrasse e scosse una mano. Si appoggiò alla parete e fece segno a loro di seguirla. Diana tenne alta la lanterna, mentre Ileana seguiva il percorso della mappa, gettando occhiate preoccupate ad Aida. Lei non aveva la forza di parlare, barcollava un passo alla volta lungo quel cunicolo, sperando di avvistare la strada giusta. – Dovrebbe esserci un'apertura sulla destra con dei binari – disse Ileana. Diana alzò la torcia. Aida vide la luce evidenziare un corridoio sulla destra che si alzava verso l'alto. Erano quasi arrivate. Fecero qualche passo e videro la ruggine dei binari bruciare alla luce della lanterna. – Qui siamo in salita, ce la fai? – chiese Diana ad Aida. Aida si sentiva al limite. Si spostò dalla parete, attraversò il corridoio e, a discapito di quel leggero mal di testa e quei giramenti che vennero poco dopo, riuscì ad appoggiarsi alla parete opposta ed a focalizzarsi sulla strada. Finché avrebbe avuto la forza di farlo, avrebbe camminato con le sue gambe. – Non sei costretta a fare tutto da sola – mormorò Ileana – Ti possiamo aiutare noi ad arrivare fino a sopra – Aida scosse la testa di nuovo e, con voce roca, rispose: – Sarei solo un peso per voi – Diana guardò sua sorella e alzò le spalle: era inutile tentare di convincerla, tanto faceva di testa sua, come al solito. Per qualche motivo, la cosa la fece sorridere. Così, facendo il primo passo, gracchiò: – Andiamo! lumache – – Hai capito? – disse Ileana a sua sorella – “lumache” a noi! – – Già, speriamo di riuscire a stargli dietro! – rispose Diana ridendo. Aida si aggrappò con tutte e due le mani alle pareti, cercando di saldare ogni passo sul terreno per evitare di scivolare. Il pensiero, se non la speranza, di uscire da lì la spingeva a sopportare qualsiasi cosa. Il corridoio curvava di continuo, ed i binari le seguivano fedeli. Passarono tre... quattro... cinque curve e l'aria si faceva sempre meno rarefatta. Aida a tratti riusciva addirittura a tenere il passo. Svoltarono l'ultimo angolo ed una montagna di passi, pietre e terra si estese dall'uscita, fino ai loro piedi. Nessuna luce, nient'altro che un muro di pietre fredde e pesanti, che se avessero provato a spostare sarebbero potute crollare tutte su di loro, rotolando lungo quella strada fino a riempire i corridoi della caverna. Diana abbassò la lampada, il suo sguardo divenne serio e gli occhi si fecero ardenti di una fredda rabbia. Ileana ebbe un sospiro, e guardò quel muro sconsolata. Una pesantezza immane si impadronì di Aida. Cadde in ginocchio, al limite delle forze. Non respirava, se non a brevi tratti. – Non c'é un altra strada? – chiese Diana. Aida sentì qualcuno massaggiarle la schiena con dolcezza. – Non sulla mappa – mormorò Ileana. Aida non doveva strafare, adesso si sentiva veramente male. La testa esplose dal dolore e le vertigini si fecero così forti da farla precipitare. Quando si arrabattò cercando di appoggiarsi alla parete, qualcuno la prese per le braccia e la appoggiò. Chiuse gli occhi, sperando che passasse, ma fu una vana speranza. In poco tempo la testa iniziò a girare ed il suo respiro divenne un fischio. Qualcuno la sollevò per la spalle per non farla cadere. Aida percepì delle mani un po' più rudi ma era troppo confusa per ragionare. Non sapeva chi fosse. Cercò di afferrare quel braccio. Ma le sue braccia vibravano così tanto da non riuscire controllarle. Le mani delicate di Ileana gliele presero e le appoggiarono sulle gambe. Cercò di alzare le palpebre, ma il mondo sfocato non faceva altro che girare e confonderla. Ombre e colori si mischiavano davanti ai suoi occhi. La testa si mise a girare ancora di più e fu costretta a richiuderli. Nonostante questo, le sue orecchie funzionavano bene: – Ci penso io a lei – disse Ileana con apprensione – Io esploro il resto della miniera, se trovo qualcosa vi avviserò – rispose Diana. – Sì... tieni la mappa – Aida sentì un crepitio. – Grazie; tornerò, voi aspettatemi – – Non andiamo da nessuna parte – Il resto fu: silenzio, passi lontani, gocciolii e piccole frane echeggianti. Per la prima volta, Aida poté riposarsi. Anche se non si poteva parlare di riposo con tutto ciò che aveva. La sua testa stava esplodendo e girando senza fine, respirava a fatica ed ogni cellula del suo corpo era pervasa da brividi di debolezza. L'unica cosa che le dava sollievo, era la mano di Ileana, perennemente stretta alla sua. Il pensiero di non essere sola in quel buco oscuro, la faceva accettare volentieri quella sofferenza. Se non distingueva colori o forme la sua testa pareva rallentare. Sentiva di essere alla fine. Alle volte, dei silenziosi colpi di tosse facevano vibrare l'aria. Dopo un tempo indefinito. Le retine anche tappate percepirono la luce della lanterna di Diana. Le orecchie udirono i suoi passi e respiri pesanti. – Trovato qualcosa? – chiese Ileana speranzosa. – Niente – ringhiò Diana. Si udì il pesante tonfo della lanterna. – Siamo chiuse dentro... possiamo solo aspettare che qualcuno ci venga ad aiutare – Il che significava che sarebbero morte. Aida non sapeva cosa dire, stava comunque per morire, almeno loro avevano una possibilità di sopravvivere. Sentì Diana sospirare: n sospiro diverso dagli altri, un sospiro afflitto. Sentì qualcuno tirare su con il naso. – Anche la candela è arrivata al limite, tra poco si spegnerà – mormorò Diana. Avrebbe voluto alzarsi, e fare qualcosa; ma anche volendo non riusciva a muovere un muscolo. Stava per andarsene e lo sapeva. Anche Ileana e Diana lo sapevano, perché le sentì sedersi ai suoi lati. Ci fu un silenzio che durò lunghi minuti. Un silenzio rotto solo dai singhiozzi di Ileana. Singhiozzi che scuotevano l'anima e, che lei, faceva di tutto per trattenere. – Ileana, facciamola sdraiare starà più comoda – disse Diana con un tono rassegnato. Sentì Ileana fare un mugugno di conferma, e poi la appoggiarono su un fianco, con la schiena alla parete. In quella posizione le pareva di respirare leggermente meglio, ma forse era solo un'impressione. Le misero un braccio sotto la testa e qualcuno, le rimase a fianco. Questa le strinse la mano molto forte, come se temesse di perderla. Dai singhiozzi che udì era sicura che quella persona era Ileana. Diana non era mai stata una persona affettuosa, ma Aida era sicura che non stava soffrendo meno di sua sorella. Dopo qualche minuto, non ce la fece più, voleva consolarla e provò a parlare. La sua voce era così rauca che le parole parevano gemiti. Sentì un po' di movimento intorno a sé, segno che l'avevano udita – Cosa c'é? – chiese Diana con un raro tono apprensivo – senti male da qualche parte? – Fu dopo vari tentativi riuscì ad articolare qualcosa: – Ileana... – – Sta cercando te – disse Diana. Sentì il respiro strozzato di Ileana avvicinarsi. – N-non pi-piangere.... Per-favore... – Ileana tirò su col naso e fece un respiro profondo. Dopo qualche secondo, Diana ebbe un sussulto: – La luce si è spenta – disse. Fu per la luce spenta che accadde. Aida sentì Diana alzarsi in piedi, e strascicare un po' di passi nel buio. – Cos'è quella luce? – chiese Ileana. – La nostra salvezza, se mi dai una mano – Ileana si alzò di scatto. Aida sentì una serie di crolli. Tutto ad un tratto si fecero sempre più ovattati, confusi e lontani. Si risvegliò. Non sapeva di preciso quanto tempo era passato. All'improvviso, percepì di nuovo del vento sulla pelle: aromi frizzantini, odore di foglie secche e aghi di pino stuzzicavano le narici; le orecchie udivano il canto degli uccelli e gli occhi percepivano la luce del giorno anche se chiusi. Sentì i suoi polmoni riempirsi e svuotarsi con forza. Se provava, riusciva anche a muovere le punta delle dita. Per un secondo, pensò di essere finita nell'aldilà, ma quando aprì gli occhi, capì che non era così. Capì che doveva essere passato molto tempo. Vide Diana e Ileana saltarle addosso. Aida si sentiva ancora debole, ma la testa non girava più, e le vertigini erano sparite. Quindi si mise su un fianco, e provò a tirarsi in piedi. Qualcuno le mise una mano sulla spalla. – Lascia che ti aiutiamo per questa volta – disse Diana. Aida sorrise e barcollando si alzò sulle gambe. Tutto ad un tratto le vertigini la scossero, il suo cuore ebbe una leggera palpitazione e barcollando si sentì precipitare a terra. Ileana la prese per un braccio. – Non ti reggi in piedi e noi vogliamo tornare a casa il prima possibile – mormorò, sorridendo. Aida sospirò e annuì. Diana la prese per l'altro braccio, ed entrambe se lo posarono sulle spalle. Dopo tutto, era una bella sensazione essere aiutati. – Bene – disse Diana – Andiamo! Un piede alla volta. – Lo so come si cammina – rispose Aida – ...Grazie.
  12. scrittricepazza

    Eco, la voce e la vista

    Eco La voce e la vista 15 dicembre 1548 Caro Diario, Io mi chiamo Eco Rondòn, è la prima volta che ti scrivo in tutti i vent'anni della mia vita e sono molto nervoso. Qualche mese fa non avrei potuto nemmeno provandoci. Vedi; è proprio di questo che vorrei scriverti. Vorrei confidarti cosa è cambiato in un mese. So che forse non mi crederai visto quanto è incredibile; ma so che non mi negherai la tua attenzione. Sono felice di parlare con te, o meglio, di scriverti in questo caso. Cominciamo. Innanzi tutto, devi conoscere il cuore del problema. Fin dalla nascita, il mio mondo era formata dalla pura oscurità. Potevo muovermi, potevo sentire le voci delle persone intorno a me, ma non vedevo altro che oscurità. Ero cieco. Ma lo capì solo dopo un certo punto. Il punto di svolta furono le storie e i libri. Capì subito che se non avevo idea di come era fatto il mondo non potevo immaginarmi ciò che mi leggeva mia mamma davanti al camino. Adoravo quando descrivevano nel dettaglio, perché riuscivo quasi a percepirlo nelle mie mani: il suo odore, sapore ma senza vederlo. Non esisteva il concetto di colore o luce nella mia testa. Ma ciò non mi dette problemi finché non provai il desiderio di scoprirlo. La mia curiosità mi costò cara. Nessuno al mondo, nessun dottore, nessuna strega o mago avrebbe potuto darmi la vista. Caddi in uno stato di depressione così acuto da spingermi quasi al suicidio. Ti sembrerà esagerato, ma lascia che ti spieghi. Mia mamma leggeva a me, nel tentativo di farmi piacere, libri molto descrittivi che parlavano di viaggi. Io ne rimasi così affascinato perché sapevo che tutto ciò era fuori dalle mie possibilità. Il desiderio di viaggiare e vedere il mondo nacque in me e decisi che avrei fatto il viaggiatore. Lo desideravo con tutto me stesso. All'inizio pensavo di potercela fare anche senza vedere. Dopo capì che era molto più difficile di quel che pensavo. Mio padre voleva di cedermi l'attività di famiglia, perché non aveva nessun altro a cui dare la sua fortuna. Poteva permettersi di pagare qualcuno per aiutarmi a leggere e scrivere lettere e documenti. Anche vedendo non mi sarebbe stato facile inseguire i miei sogni. E davanti alla montagna da affrontare; cominciai a cadere in un'oscurità ancora più profonda. Non puoi immaginare cosa ho provato. Fu a quel punto. Mia madre decise di allontanarmi da un parente distante. Non fu per cattiveria. Pensava che un cambio d'aria mi avrebbe giovato. La vera storia, inizia quando tornai; quel giorno d'estate. Percepii l'umidità dell'aria e il gorgogliare dell'acqua e capii di essere vicino a Nib; il mio paesino di nascita. Avanzavo con un bastone poco più alto di me, in una strada di campagna piana. Sapevo che non avrei trovato grandi ostacoli, conoscevo bene quella strada. Capì che ero in prossimità del villaggio quando sentì dei rumori quasi unici nel suo genere. Un trotterellare tranquillo. Lo strisciare di ruote sul terreno. Il cigolio delle ruote di legno e sopratutto quel campanello acuto e celestiale. Il suo suono si introduceva nelle orecchie rendendoti sordo per un istante a tutto il resto. Lo conobbi proprio grazie a quel campanello. All'epoca, io ero poco più che un ragazzino e quello era un rumore che non avevo mai sentito. Gli chiesi cosa fosse. Me lo fece toccare e da allora, ogni volta che lo sentivo, sapevo che c'era lui nelle vicinanze. Quei rumori si fecero sempre più nitidi. Quando seppi di averlo davanti mi fermai e chiesi: – Dico, Sei tu? – Sapevo che era lui, nessuno aveva un campanello come il suo al villaggio. Sentì una voce grave mormorare un verso, poi tutti i rumori si bloccarono all'improvviso. – è da un po' che non ti vedo! – ridacchiò. Lo sentì scendere dal carro e mi voltai verso di lui. – Ciao Dico – mormorai. – Eco! Finalmente! Cosa mi racconti? Come è andata dallo zio? – chiese. – bene, é stato molto gentile, mi ha anche insegnato a difendermi – raccontai, grazie a lui sono potuto tornare a casa da solo: un grande traguardo per me. Sentì la sua voce sorpresa. – Non mi dire! Quindi non hai bisogno di aiuto con i banditi eh? Sei venuto fin qui da solo? – – sì, non è stato difficile, basta avere una buona memoria per le indicazioni e un certo senso dell'orientamento – – Hai incontrato qualche malintenzionato? – Per fortuna no, non sono una preda abbastanza appetibile sembro un poveraccio. – si, solo un disperato cercherebbe di derubarti. Io sto andando nel paese qui vicino per fare acquisti, ora che la stagione è buona posso fare ottimi affari con gli attrezzi agricoli, torno fra qualche giorno. Mi chiedevo se fossi interessato ad acquistare il campanellino per invalidi. L'ho trovato in oriente e vanno molto di recente, lo allacci sul tuo bastone così ogni volta che le persone lo sentiranno capiranno che sei cieco e potranno darti una mano. Anche se non sarebbe stato male, non volevo avere un etichetta che avvertisse la gente dei miei problemi, anzi più mi fingevo normale e più era sicuro perché chiunque si sarebbe approfittato di un cieco e volevo evitare combattimenti il più possibile. – In genere il prezzo è di 20 monete ma solo per te posso vendertelo a 18 – Io ridacchiai. – Il solito tirchio – commentai – grazie ma non mi interessa, vorrei evitare di gridare in giro il fatto che sono un cieco idiota pronto per i ladri– Lui ridacchio: – Sarai non vedente ma non sei non pensante...ora devo andare, felice di averti rivisto Eco. Ci vediamo! – Due pacche sulle spalle e lo sentii rimontare sul carro e ripartire. Non vedevo l'ora di rincontrare anche gli altri. Cominciai a sentire odore di concime, versi di animali e un certo chiacchierio. Persone che passeggiavano e bimbi che giocavano. Andando a memoria, dovevo essere nel cuore del villaggio, lo capii quando sentì odore di stufato. Era della taverna di Marianne, l'unica a Nib. Da lì, mi diressi verso la casa di un altro vecchio amico, molto più vecchio. Presi una strada sulla sinistra, se avessi spalancato le braccia sarei riuscito a toccare i muri prima che esse se estendessero. Con il bastone sfiorai il muro a destra, ero sicuro che alla terza incavatura avrei trovato la porta di Pio La Zappa. Bussai. Sentì un familiare cigolare dei cardini e un profumo di patate, terra e legna bruciata. Chiesi umile: – Scusate, Pio la zappa? Dall'altro capo venne una voce catarrosa che rispose: – Eco, sei tu? – Io sorrisi, anche se lui non avrebbe potuto vedermi, e risposi: – si, sono io. Sono appena tornato e... ho pensato di farti una visita – – Lo immaginavo! – esclamo quasi ridendo – tu sei l'unico conoscente che ha una voce così bassa, entra e dimmi tutto! – Lui era molto più anziano di me. Era un amico di mio padre, ma nonostante l'età è sempre stato come un amico per me. Era solo in casa. Sempre stato solo da quando lo conobbi. Mi portò in una stanza calda che dall'odore di patate, sospettavo fosse la cucina. – Cosa mi racconti? Come è andata dallo zio? – Io cominciai a raccontare. – Ho imparato un sacco di cose, e più andavo avanti e più volevo vedere di più. Mi sono fatto accompagnare lungo i paesini vicini, è stato davvero divertente, certe volte mi piacerebbe vedere con i miei occhi tutto. Lo sentì assentire con un mormorio indistinto: – Io ormai ci ho fatto l'abitudine, non so se mi sentirei a mio agio. Hai detto che sei tornato da solo, per conto tuo, come hai fatto?! – Io mi grattai i capelli ispidi, imbarazzato, e risposi: – Ehm... Non è stato molto difficile, mi è bastato seguire le indicazioni e stare attento a dove mettevo i piedi. Lo zio è stato molto specifico. Dalla casa in campagna a destra verso le montagne, poi al bivio sul sentiero a sinistra, se ero sulla strada giusta l'avrei capito subito dal fiume, Sentivo il suo... comunque hai capito. Basta fare attenzione all'odore dell'aria, ai rumori, seguire le indicazioni ed è fatta. Lo sentì mugolare: – In effetti hai sempre avuto un buon senso dell'orientamento, non ti sei perso giusto? Hai incontrato qualche bandito? – – No, no, niente del genere... sono stato molto cauto, so riconoscere i passi di un bandito, quando mi vedono fanno di tutto per essere silenziosi ma io li sento comunque – – Cieco ma non stupido! Meno male, sei un tipo fortunato! – esclamò – Ogni giorno viene gente che tenta di fregarmi a me, lo sai cosa è successo di recente? Un anziano è trovato morto in casa sua. Una brutta faccenda e se il prossimo fossi io? Sono pure cieco!– io ridacchiai. Passò i restanti minuti a farmi un reso conto di tutte le notizie di cui era venuto a sapere. Quando gli chiesi delle sue patate, mi disse che gli affari andavano molto bene, come al solito. Non sapevo se la gente comprava le sue patate perché erano buone o per aiutare un vecchio cieco, ma lui era convinto di avere le patate migliori del paese. Quando me ne andai mi raccomandò di non stare fuori di notte, perché “ci sono i ruba-grana” come diceva lui. Io lo ringraziai e mi avviai verso casa. Dalla pressione del vento e la temperatura, doveva essere tardo pomeriggio. Data l'ora decisi di tornare a casa. I miei genitori furono felici di vedermi. Ci scambiammo le informazioni. Mio padre fu molto pressante con le domande. Avevo il sospetto che non si fidasse dello zio, ma non sapevo il perché. Sembrava che volesse conoscere tutto ciò che avevo fatto per filo e per segno. Mia madre invece voleva sapere se mi era passata la depressione e io risposi di sì ma... anche se cambiare aria mi aveva fatto bene, il mio desiderio continuava ad intensificarsi. Ma era una sensazione piacevole, come un formicolio lungo i muscoli. Chiacchierando, arrivò la sera. Io disfai la borsa in camera mia dissi a loro che dovevo salutare Marianne prima che si facesse mattina. Questo fatto confermava a loro che mi ero ripreso, quindi non fecero storie. Inoltre, non ero più un ragazzino. L'aria della sera mi investiva mentre camminavo lungo le strade. Era così silenzioso che sentivo i miei passi rimbombarmi nelle orecchie. La notte aveva il suo fascino. Tra mille suoni riuscivo quasi a vederla. Quando arrivai alla piazza centrale, sentì di nuovo quell'odore di stufato, seguito da un chiacchierio allegro. Mi diressi, senza timore, in quella direzione. Non incontrai resistenza quando toccai la soglia. Entrai e il calore e l'odore di stufato mi penetrò sotto la pelle. Rimasi sulla soglia cercando di sentire la voce di Marianne. Quel posto mi confondeva le idee ogni volta: troppe voci, troppi rumori, troppi odori. Era sempre lei a venire da me. Riconobbi subito i suoi passi e la sua voce. Aveva una voce bassa, priva di esitazioni e dei passi pesanti. – Eco! Finalmente! Ma dove sei sparito per tutti questi anni?! Vieni ti accompagno al tavolo – con una forza che stupiva, mi afferro il braccio. La segui trotterellando. Non capì dove mi stava portando perché il bastone non toccava più a terra. Voci e odori si scambiavano intorno a me. Mi parve di passare attraverso un sentiero stretto e pieno di curve. Ad un tratto lei si fermò e mi disse di sedermi. Mi chiese cosa desideravo con una certa fretta, come se volesse chiudere la questione in fretta. Io risposi, e sentì i suoi passi scomparire nella nuvola di voci intorno a me. Era sempre stata una persona che non perdeva tempo in chiacchiere, ma mai l'avevo vista così agitata. Passarono una trentina di secondi e la sentì ritornare. Lo stridio di una sedia, uno scricchiolio e poi cominciò: – Devo dirti una cosa. Sono anni che aspetto. Ascoltami perché ne vale la pena – – Perché tutta questa agitazione? Non ti ho mai vista così – La cosa mi faceva un po' ridere. – si, lo so! Adesso ascoltami, tu hai sempre desiderato vedere giusto? – Rimasi in silenzio per qualche secondo. Avevo già capito dove voleva andare a parare. Non riuscivo a capire. Nessuno poteva ridarmi la vista, per me questo era un dato di fatto. – Si, ma solo un miracolo riuscirebbe a... – Non volevo sminuire le sue speranze, volevo solo essere realistico, ma lei mi precedette. Con un certa risatina rispose: – C'è qualcuno che può far avvenire il miracolo! – Il mio cuore cominciò a correre come un carro. Mi chiesi chi mai, fosse. Adesso più di prima, non volevo più darmi false speranze. Se proprio dovevo tentare, volevo essere sicuro di non rimanere deluso, perché se avessi subito un altro colpo temevo che non sarei sopravvissuto. – Dici sul serio? Non mi stai prendendo in giro! – – Non ti farei mai uno scherzo simile, so quanto sei sensibile, lascia che ti racconti una storia – Sentì un ticchettio dal tavolo e un odore di stufato stuzzicò le narici. Cercai il cucchiaio e cominciai a mangiare con calma. Anche con lo stomaco in subbuglio per l'agitazione. – Fu tre anni fa, me lo ricordo come se fosse ieri. Un tale, muscoloso, abbronzato, eroe di guerra, entrò nella mia locanda. Era diretto dal re per una ricompensa ai suoi servigi. Ma, pensava che la sua figura non fosse adatta ad un eroe di guerra desiderava tanto riavere la gamba destra, perché sembrava un invalido. Io sapevo che al tempio del demone di inchiostro, era possibile chiedere di esaudire un desiderio. Tutti lo sappiamo, anche quest'ultimo, ma nessuno va chiedere favori, nemmeno per questioni di vita o di morte. Lui era arrivato a Nib solo nella credenza che il demone d'inchiostro potesse ridargli la gamba. Mi chiese la direzione, ci sarebbe andato il giorno dopo. Io gli dissi tutto e lo avvisai che il tempio era una zona riservata ai monaci, nessuno sapeva se lo avrebbero lasciato passare. Lui però mi ringrazio e mi disse che ci sarebbe andato comunque perché valeva la pena tentare. Il giorno dopo... lui è tornato qui alla mia taverna... Il mio stupore e la mia ansia mi stritolarono il cuore. – L'ha avuta indietro? Come? – – Non ne ho idea, tornò camminando senza stampelle. Tutti ci chiedevamo il perché. Lui ha riavuto la sua gamba, è perciò che te lo dico, perché quel soldato non era diverso da te. Puoi tentare, che ne dici? Sarei dovuto andare in una zona riservata ai monaci, e parlare davanti ad un dio per la mia vista. Senza sapere se avrebbe accettato. – devo... devo pensarci un attimo – risposi lei rispose: – va bene comunque, se vuoi sapere la mia, è un'occasione da non perdere – Sentì la sedia strisciare e sentì i suoi passi allontanarsi. Quando finii lo stufato, cercai la strada per l'uscita e me ne tornai a casa pensieroso. La mia testa ronzava di pensieri. Mentre sentivo gli animali notturni lanciare sussurri dalla finestra io ero ancora sveglio, con le mani sotto il mento senza darmi pace. Rimasi in quello stato a lungo. Non volevo andare a dormire. Dovevo decidere se correre il rischio. Una parte di me non voleva farlo, poteva essere tutta una fesseria e potevo fare la figura dell'idiota credulone. Ma anche senza pensarci avevo già deciso. Avevo il dovere di andarci in ogni caso, non potevo permettermi di lasciar perdere. Se c'era un modo per esaudire il mio sogno dovevo tentare. Se avessi fallito almeno mi sarei consolato dicendomi che avevo tentato. Mi infilai tra le coperte e dormii. quando mi svegliai, mi avviai alla finestra. L'aria umida e fredda mi inondava il viso. Doveva essere circa l'alba. Non sentivo rumori in casa quindi i miei genitori dovevano essere ancora a letto. Decisi di non dirgli niente. Non sapevo come avrebbero reagito e non volevo spiegarlo. Se uno di loro mi avrebbe detto di non farlo avrei rischiato di cambiare idea e ormai avevo preso la mia decisione. Se non sarebbe cambiato niente non ci sarebbe stato niente da raccontare. Non sapevo quanto tempo ci sarei stato quindi era meglio partire subito. Quindi mi vestii, presi il bastone e scesi in strada. Sentì il canto dei galli, era decisamente l'alba. Sapevo dove andare. Arrivai alla strada principale, e la percorsi finché non arrivai alla quinta strada sulla sinistra. Niente si muoveva a quell'ora. Il silenzio era palpabile. Quella era la strada per arrivare al monte. Era abbastanza per farci passare due persone. Fu a pochi passi dall'entrata che cominciai a preoccuparmi. Mi pareva di aver sentito un suono leggero vicino a me. Un ticchettio leggero che sembrava risuonare nel silenzio dell'alba. Rimasi fermo e in ascolto. Ma era più una sensazione che altro. Sentivo dei sandali raschiare il terreno. – C'è qualcuno? – mormorai Un senso di claustrofobia mi prese. Mi sentivo come stretto in una morsa. I loro respiri vibravano nelle mie orecchie. Ce n'erano più di uno, forse tre. Mi avevano circondato. – So che ci siete – tentai di tenere la voce ferma e le orecchie aguzze. Se fossero state persone oneste, mi avrebbero risposto, quindi diedi per scontato che fossero poco di buono. Mi preparai a combattere. Allargai le gambe, presi il bastone con due mani, affiancandolo a me. Capì tutta la questione quando sentì il mio sacchetto, attaccato alla cintura, alleggerire il suo peso. Mi mossi senza pensarci. Scattai il bastone all'indietro. Lo impattare contro qualcosa di morbido. Poi udii, forte e chiaro, un tonfo e dei colpi di tosse. Il sacchetto impattò di nuovo contro la mia anca. E capì che avevo a che fare con dei ladri. Una voce sovrastò ogni suono: Ragazzi... Addosso! – Il mio cuore fece un sobbalzo assurdo. All'improvviso arrivarono ai miei sensi una serie di informazioni per cui era impossibile che fallissi. Pensavano di avermi preso in contropiede attaccandomi tutti insieme ma, parola mia, se non ero più nei guai quando non facevano alcun rumore. Adesso potevo sapere con certezza che ne avevo due dietro e uno davanti. Quello davanti aveva i passi più pesanti quindi doveva essere una persona forzuta. Gli altri due, sopratutto quello di destra era il più lento anche se era leggero, mentre quello di sinistra era il più veloce. Non sapevo se erano armati ma ero sicuro che se lo fossero stati non avevano ancora tirato fuori le armi altrimenti li avrei sentiti di sicuro. Quello di destra sarebbe venuto per primo, Immersi il retro del bastone nel suo stomaco. Lungo la stessa linea colpii il forzuto davanti a me. Non era “robusto” era “grasso”. Il suo buzzo prominente lo fece indietreggiare senza cadere perché sentì il gemito ma non il tonfo. Mentre potevo sentire quello dell'uomo veloce alle mie spalle. Usai quell'intervallo di tempo in cui i due compagni erano occupati per girarmi e attaccare il più lento. Ruotai il bastone a mezza altezza. Sentì un respiro soffocato e non colpii niente. Era lento ma era agile. Colpì invece quello accanto a lui, l'impatto era molto più duro, l'avevo colpito alla testa, e quando cadde non sentii alcun fiato da lui. Evidentemente si stava rialzando quando lo colpii e adesso era svenuto. Pochi istanti dopo sentì un rumore che non volevo sentire. Quel sibilo che ti arriva alle orecchie quando una persona estrae un arma tagliente da un fodero. Dalla lunghezza del suono potevo dedurne che era un pugnale, niente di più. Sentì quello grasso avvicinarsi a me da dietro. Non potevo colpirlo perché altrimenti avrei dovuto dare le spalle al tipo col pugnale, il che avrebbe significato la possibilità per lui di saltarmi addosso e ricattarmi con la lama alla gola. Decisi di indietreggiare verso il muro di un masso. Erano due e io ero uno con le spalle al muro, ma almeno potevo avere la certezza che avrebbero attaccato da davanti. – Allora? Cosa vogliamo fare cieco? Hai intenzione di darci quei soldi o no? – Se l'avessi fatto c'era la possibilità che mi lasciassero andare, ma poteva darsi anche il contrario. Mi misi in guardia, aspettando che attaccassero di nuovo. – Io non vi darò un bel niente! – mormorai in tono duro – se pensate di prendermi in giro perché sono cieco avete sbagliato di grosso! – ormai lo avevo detto, e ne ero anche fiero. – così sia allora! – ruggì il grassone. Sentì l'agile farsi avanti. Si fermò a pochi decimetri da me. Lasciai che si avvicinasse. Sapevo che era questione di istanti prima che calasse il pugnale su di me. Scattai di diversi centimetri verso destra. Ma avevo fatto male i miei calcoli perché subito dopo udii uno strappo. La lama mi strisciò lungo il braccio, il bruciore come se del fuoco liquido avesse invaso la ferita per poi colare verso il gomito. Comunque sia era l'occasione giusta. Ruotai il bastone e lo colpii alla testa. Lo sentì crollare a terra come un sacco di riso e la lama tintinnare sull'acciottolato. Puntai subito il bastone contro il grassone ma lui non si mosse. – v-va bene hai vinto! M-me ne vado! – e così fece. Lo sentì correre via. Dopo quella disavventura, non mi preoccupai della mia ferita al braccio, perché non era niente di profondo. Continuai per la mia strada facendo attenzione. Cominciai a scalare il sentiero della montagna. Era poco inclinato, il viaggio fu quasi rilassante. Anche se non vedevo niente mi piacevano i suoni della natura. Capii di essere arrivato al tempio quando sentii chiacchiere sommesse, quel tipo di chiacchiere mi ricordavano i monaci. Solo i monaci parlavano in modo così basso e complice. Mi avvicinai con calma verso di loro, sentendo le loro voci diventare sempre più sonore. Poi si fermarono. A quel punto, anche io mi fermai, senza dire niente. – tu devi essere Eco Rondòn,... ti stavamo aspettando – mormorò uno di loro con tono amabile. Sentì il mio respiro mozzarsi per un secondo, per lo stupore. So cosa state pensando: Che Marianne li avesse avvertiti? No, non poteva essere sicura che ci sarei andato. – Chi vi ha avvertito? se posso chiedere – borbottai, non mi aspettavo una risposta razionale, solo una risposta. – Il sommo Demone dell'Inchiostro ci ha avvertito della tua venuta, ci ha detto perché sei venuto come ti sei procurato quella ferita... sei stato molto abile e coraggioso, giovane viaggiatore – – Sapete proprio tutto – mormorai – quindi non c'é bisogno che io... – – No, Lui ti sta aspettando, ma non possiamo presentarti con il braccio che gocciola sangue, prima cuciremo e puliremo il tuo taglio, Poi ti condurremo da lui – lo disse come se fosse una regola fondamentale. Così fecero. Mi fecero sedere su una roccia. sentì la ferita venire inondata da acqua fredda, se possibile la fece bruciare ancora di più. Poi venne la parte peggiore, la mia pelle venne punta e trapassata e tirata da qualcosa. Fu lungo e anche doloroso. Quando ebbero finito temevo di muovere il braccio. L'unica cosa che mi diede sollievo, fu la loro cura nel pulire il mio braccio dal sangue che era colato lungo il braccio fino alle dita e gocciolando lungo il sentiero. Dovettero passarmi lo straccio lungo tutto il braccio, strofinarono a lungo come a voler togliere ogni traccia di sporcizia. Subito dopo strinsero la ferita, già di per se dolorante, con delle bende. Tutto venne fatto con una cura e precisione che mi ricordarono una preparazione per un rito. La cosa mi fece piacere. Mi spinsero in avanti, lungo un sentiero sassoso. Sentì un suono particolare, che non avevo mai sentito. Come qualcosa di pesante che veniva trascinato. Un suono che mi rimbombò lungo tutto il torace. Il mio cuore cominciò a correre. Stavo per incontrare una divinità. Mai mi ero sentito più indegno, piccolo ed insignificante. Per un attimo preferii tornare indietro, ma era troppo tardi per tornare indietro. Avrei sopportato la pressione. Mi guidarono in un luogo, molto più freddo e asciutto dell'esterno. Mi sembrava di essere entrato in un altro mondo. I miei passi rimbombavano, amplificandone il suono, che mi ritornava alle orecchie. Percepii un senso di confusione ai sensi. Non sapevo se quelli che sentivo erano solo i miei di passi o se c'erano altre persone. Cominciai a sentirmi molto nervoso, mi strinsi al mio bastone. Quel suono trascinato si fece risentire. Quando sentii lo scatto capii che ero chiuso dentro. Per lunghi secondi non riusci a sentire altro che il mio respiro che rimbombava. Ero come una corda di violino. Qualcosa sarebbe successo entro poco, pensavo, e così accadde. All'improvviso sentii rimbombare un'altra voce oltre alla mia. La sentii arrivare alle mie orecchie da tutte le direzioni, era come trovarsi in mezzo ad una folla. – Salve giovane viaggiatore, Io sono Inkontracto, dalla tua gente chiamato “il demone dell'inchiostro” – la sentii almeno cinque volte, una voce così non l'avevo mai sentita. Non sembrava nemmeno una vera e propria “voce” mi ricordava, il sospirare degli alberi, qualcosa di oltre il mondo. Io spostavo la testa ovunque, non riuscivo a capire da dove veniva la voce. Mi stringevo al mio bastone quasi preso dal panico. Mai mi ero sentito in quel modo, mai. – Stai tremando giovane viaggiatore, non temere la mia presenza – quella frase, riuscì a calmarmi solo un minimo. Ma solo quello che ci voleva per pronunciare qualche parola – s-scusate io... non so come dovrei rivolgermi a lei – borbottai preso dall'agitazione, sapere come mi dovevo rivolgere mi avrebbe aiutato a sopportare la situazione. – non vi preoccupate di questo, piuttosto... lascia che ti spieghi, perché le richieste siano così sporadiche – un silenzio che durò pochi istanti si riaccese, poi una sola voce arrivò alle mie orecchie. Finalmente sapevo che c''era una entità davanti a me che mi parlava, forse a distanza di qualche metro. Ma sapere che quell'entità non era un essere umano come me, mi trasmetteva l'impulso di retrocedere. – Io, nonostante il mio stato, non posso sottrarre o aggiungere nulla al mondo, perché questo rovinerebbe il suo equilibrio e anche il più piccolo cambiamento potrebbe portare a conseguenze catastrofiche. Quindi, io non posso darti ciò che chiedi, senza avere qualcosa in cambio – Il mio cuore, cominciò a colpire la cassa toracica sempre più velocemente. Ora capivo perché le persone non chiedevano spesso favori a lui. Dovevo fare uno scambio, e non sapevo di cosa. – Quando quel soldato è venuto a chiedermi la sua gamba, disse di essere disposto anche a scambiarla con un braccio e così il contratto è stato fatto. Le persone non vengono da me per motivi futili perché se possono ottenerlo in altri modi non c'é motivo di stipulare un contratto con me. Ma tu sei diverso proprio perché io sono la tua unica tua speranza di realizzare i tuoi sogni, sapevo che prima o poi saresti venuto da me – Lui scandiva ogni parola, tutto ciò dava l'impressione di dare inizio ad un rito. la sua voce si faceva man mano più vicina e più corporea. La mia testa era un uragano di pensieri e dubbi. Non ne sarei uscito fuori finché non avrei saputo i termini del contratto. Ma intorno a tutta quella confusione una cosa sola mi pareva chiara: la mia volontà, avrei scambiato la vista con qualunque cosa in mio possesso. A meno che... – so cosa stai pensando, – disse – io posso dare qualcosa in cambio di un'altra cosa che abbia la stessa funzionalità. Barattare una vita per una altrui, posso farlo, ma non posso chiedere la vita di qualcuno per la vista di qualcun altro. Non chiederò niente che non sia in tuo possesso. Quindi, Se vuoi vedere, è necessario che tu mi dia uno dei tuoi altri sensi, personalmente, scelgo quello che servirà meno al tuo scopo... per la vista, per vedere ciò che ti circonda e leggere, non chiederò l'udito, che ti permette di ascoltare le altre persone, Non il tatto che ti permette di aiutare e trasmettere quello che senti, quello che ti chiedo, è la tua voce – La mia voce voleva. Il mio respiro si fermò... e poi riprese. Sarei diventato muto per il resto della mia esistenza? Ebbene, sì... avrei dato volentieri tutte le mie corde vocali pur di vedere qualcosa. Non era così importante. Una volta realizzato, di essere così disperato da accettare il compromesso, pronunciai le ultime parole della mia vita: – La mia voce non è così importante, sono disposto a cederla, in cambio della vista – La voce di Inkontracto era vicinissima, si era palesata in forma umana perché sentivo il suo fiato, che sapeva di polvere e pergamene. – Allora... che il contratto venga stipulato – pronunciò Sentì delle mani fredde e scheletriche sfiorarmi le tempie. E la stoffa... Lui non mi chiese nulla in proposito perché sapeva. Quella benda, era un modo per accettare la mia cecità, un atto simbolico che mi aveva sempre contraddistinto, per questo chiunque mi avrebbe riconosciuto subito solo vedendola. – Lo so che il mio nome, le mie capacità e il mio aspetto non ispirano gli altri a considerarmi come un salvatore, ma questo è il mio scopo e lo porterò a termine. Adesso preparati, perché tra poco il tuo desiderio diverrà realtà dopo tanto soffrire – Dei mignoli ruvidi sfiorarono il mio collo e i pollici le tempie. Il mio cuore ricominciò a battere forte. Io strinsi forte il bastone. Respirai in modo molto lento. Il silenzio si protrasse per lunghi secondi e più andava avanti e più cominciavo a sentirmi strano. Sentii i miei sensi farsi confusi, la mia testa riempirsi di suoni e pensieri come se un'inondazione si stesse verificando dentro il mio cervello. Qualcosa che scombussola ogni cosa. Dopo lunghi secondi cominciai a “vederci” chiaro. Mi sentivo diverso. Mi calmai un momento poi sentì le sue mani ritirarsi. Lo sentii indietreggiare di pochi passi. Dovevo aver finito. La cosa mi agitò ancora di più. Davanti a me era ancora nero perché non avevo ancora aperto gli occhi. Per qualche motivo l'idea di aprire gli occhi mi spaventava. Ma sapevo che sarebbe stato solo l'inizio. – Apri gli occhi giovane viaggiatore – Tutti i miei amici e parenti mi riconoscevano per quella benda . Un pezzo di un vestito che ho legato. Non sapevo di preciso il perché io l'abbia fatto, ma ora posso dare una risposta. Anche se aprivo gli occhi non cambiava niente, che io li tenessi chiusi o aperti l'oscurità era comunque presente. Per questo ho voluto coprirmi gli occhi per convincere me stesso che non ci vedevo perché semplicemente, tenevo gli occhi coperti e chiusi, volevo convincermi che ero io ad aver deciso di non vedere per non dare al destino un motivo per deridermi. Quando avrei “deciso” di ricominciare a vedere me la sarei tolta. Era rimasta legata al mio viso per più di quattordici anni, ed ora stavo per toglierla davvero. Il pensiero di vedere dopo averla tolta mi sembrava così fuori dalla realtà che per un attimo ebbi il timore di farlo. Ma dopo un respiro profondo... Appoggiai il bastone a terra. Tenni la schiena dritta e avanzai, con calma rituale, le dita verso il nodo dietro a testa. Allungai il dito nel primo nodo e lo sciolsi. Poi sciolsi il secondo e afferrai i due lembi di esso. Tolsi la benda dagli occhi ancora chiusi. La tenni stretta in una mano che lasciai cadere accanto alla gonna della tunica. A questo punto era giunto il momento; alzai di poco le palpebre e una luce debole mi apparve chiara alle mie pupille. Il mio cuore moltiplicò i batti dalla gioia. Alzai le palpebre ancora un po' finché non riuscii a vedere chi avevo davanti. Sul momento non sarei riuscito a descriverlo a parole. Mi trasmise una un senso di, oscuro e misterioso. Era così curioso che mi misi a fissarlo, come incantato. Ero dentro ad un edificio alto, sembrava un tempio, era così ampio che i suoni rimbombavano ovunque. Un solo lampadario con delle candele dondolava dal soffitto e illuminava le colonne piene di incisioni. La mia prima pulsione fu quella di toccare tutto ma rimasi fermo. C'era una figura davanti a me che mi aveva ridato la vista. Era vestita di nero, il cappuccio le copriva il viso, riuscivo a vedere la pelle bianca come la neve e il viso scavato, non sembrava appartenere ad una persona viva. Quello che illuminava le candele mi stupì ancora di più. Quante cose mi ero perso. In fondo alla navata c'era una statua che arrivava fino al soffitto, della stessa “persona che avevo davanti. Il tempio era un antro buio ma ciò mi aiutò ad abituarmi. Senza guardare dove mettevo le mani tentai di raccogliere il bastone e attaccai la mia benda su di essa. Anche se avessi potuto parlare non avrei saputo cosa dire. Per istinto cercai di ringraziarlo ma dalle mie labbra uscì un suono soffocato simile ad un soffio di vento. Fu allora che, mi domandai come fare. Lui unì i palmi delle mani e fece un breve inchino e io lo imitai. Dopo ciò si voltò e andò alla sua statua. Quel suono trascinato rimbombò nel tempio e una luce bianca invase il posto. In quel momento mi parve la cosa più straordinaria del mondo. Vedere quella luce schiarire l'architettura così imponente era uno spettacolo. Mi batteva forte il cuore solo a vederlo. Mi guardai intorno voltandomi verso la fonte della luce riuscivo a vedere un rettangolo luminoso come poche ombre umane. Sapevo che era giunto il momento di andare. Quando mi voltai vidi il Demone srotolare una pergamena sul leggio davanti alla sua statua. Una piuma venne estratta da un calamaio e volteggiò sulla pergamena creando un crepitio caratteristico. Non vedevo l'ora di imparare a leggere e scrivere. Non ricordo di essere mai stato più felice in tutta la vita. Uscii dal tempio e finalmente riuscii a vedere come appariva la foresta, il giardino. C'era l'erba verde, il sole sembrava farla risplendere. I monaci mi salutarono mentre mi dirigevo lungo il sentiero. Mai avevo avuto così tante domande come in quel momento. Lungo la strada non mi resi conto di ciò che avevo intorno finché non la toccai con mano, dovetti toccare la corteccia con la mano per rendermi conto che quelli erano alberi e mai mi sarei immaginato ciò che avevano in alto. Sembrava un uomo lato e magro con dei capelli ricci. Annusai l'aria e ascoltai i suoni per capire mentre guardavo la foresta. Finalmente conoscevo l'aspetto di animali che avevo solo sentito. Quando vidi le casupole del villaggio da lontano il sole era alto. Le vidi in lontananza e temetti di perdermi nonostante conoscessi quelle strade alla perfezione. Pensavo che nemmeno il miglior pittore di tutti i tempi avrebbe potuto riprodurre tutta la bellezza del mondo che mi stava intorno. Mi sentì come immerso in un posto nuovo e mi persi tanto in ciò che ero in grado di vedere che non feci caso a dove stavo andando. Mi guardavo intorno con agitazione toccando qualsiasi cosa. Solo dopo aver vagato per le vie decisi di tornare a casa per dare la buona notizia ai miei. Quando mi fermai davanti alla porta di casa mia vidi che era più grande del resto delle case. Aveva addirittura due piani. Bussai alla porta e la porta si aprì e i miei genitori apparirono sulla soglia. chiedendo dove fossi stato. Io li guardai e vidi i loro visi per a prima volta e vidi che erano molto più malinconici di ciò che mi aspettavo. Mi ritrovai per la prima volta, molto in difficoltà perché non potevo parlare e non potevo scrivere. Come raccontare? Entrai in casa pensandoci con intensità e mi sedetti al tavolo. Il mio respiro si fece pesante. Mio padre mi guardò con le sopracciglia cespugliose piatte mentre mia mamma mantenne un certo contegno. –dove sei andato all'alba senza dirci niente? – chiese mio padre. Io cercai di fargli capire ciò che mi era successo. Mi indicai la gola con il dito e poi incrociai le braccia in una X. Quei gesti erano semplici, ma il messaggio arrivò subito e con prepotenza. Loro spalancarono gli occhi come presi da un fulmine. – Non puoi parlare? – chiese mia mamma – Cosa è successo? Perché non puoi parlare? – borbottò mio padre Io raccolsi le idee, adesso arrivava la parte difficile. Indicai i miei occhi e poi loro. Loro aguzzarono gli occhi con fare confuso.Non avevano capito. Io appoggiai entrambe le mie mani sul petto e poi indicai i miei occhi e loro. I loro sguardi tradirono sconcerto. – non... non capisco, – mormorò con tono neutro mia mamma, ma quando la vedevo in faccia vedevo i suoi occhi luccicare. Dovevo dimostrare che ci vedevo bene in qualche modo. Anni fa, c'era un solo gioco in cui non sarei mai riuscito a vincere, a causa della cecità. Mi alzai e presi tre bicchieri e una moneta che trovai nell'ingresso. Senza dire niente, loro capirono: li sfidavo a mettere la moneta in uno dei bicchieri e a scambiarli. – Continuo a non capire – mormorò sua madre. Guardava i bicchieri con una mano sul fianco. Mio padre aveva uno sguardo molto concentrato quando si mise a scambiare i bicchieri. Non si scambiò in modo lento, come a volermi facilitare il gioco. Io non esitai ad indovinare e a quel punto spalancarono gli occhi. Sembravano aver capito. Ci fu un momento in cui ognuno rimase sbigottito, poi mia madre si avvicinò e chiese se ci vedevo davvero. Io annuii e a quel punto gli abbracci e le risate rimbombarono nella casa. Fu difficile per mio padre capire se era meglio insegnarmi prima le lettere o il linguaggio dei muti. Non vedeva l'ora di sapere tutto. Io allungai due dita tese per dire che preferivo imparare la lingua. Quel punto si doveva trovare qualcuno che la conoscesse e che potesse insegnarmela, il che non era facile. Fu allora che il mio amico mercante tornò in città. Mio padre mi accompagnò da lui e quando venne a sapere che ci vedevo quasi non ci credeva. I suoi occhi si spalancarono. – Mi... mi puoi vedere?! – esclamò indicandosi con il dito – ma è fantastico! Come è successo? – Mio padre alzò le spalle e gli spiegò il problema. – Quindi avete bisogno che qualcuno insegni a lui come si parla... va bene, posso fargli da mentore ma voglio un compenso e naturalmente le spese necessarie saranno a vostro carico. Il solito tirchio. Mio padre si mise a contrattare per lunghi minuti finché non si decise un prezzo adeguato per il corso e il materiale. Veniva in casa mia una volta al giorno dopo l'ora di pranzo per insegnarmi i gesti che i sordomuti usano per farsi capire che non fu difficile da memorizzare ma forse ero io che morivo dalla curiosità. Ad ogni fine di lezione cercavo di esercitarmi. Passai qualche mese ad imparare e ogni giorno mi facevo sempre la stessa domanda. E cioè, Come avrei fatto a parlare con Pio la Zappa. Sembrava l'inizio di una barzelletta: “Ci sono un muto e un cieco...” Questo fu la parte più difficile. Pio la zappa non mi avrebbe lasciato spiegare se non avesse sentito la mia voce, mi aveva riconosciuto solo per quello. Avrei aspettato la fine del corso e poi avrei spiegato a gesti cosa era successo ai miei genitori. Arrivò l'ultima lezione. Dico mi disse di spiegare come ero riuscito a vedere. Portò i miei genitori nella mia camera per assistere all'ultima lezione. Cominciai dal principio e arrivai alla fine e loro ci rimasero piuttosto straniti. – impressionante, non ci avrei mai pensato – esclamò mia madre. – be, non posso dire se io sarei stato contento dello scambio ma, se sei contento tu – mormorò mio padre. Io gli lanciai un sorriso un po' malinconico. Dopo tutto ero contento che capisse. – Direi che ora sei pronto per affrontare il grande mondo, e mi raccomando, se hai bisogno di aiuto “grida” – pronunciò Dico con una risatina. Io incrociai le braccia e alzai il mento con lo sguardo più indifferente e offeso che riuscii a trovare. La stanza scoppiò a ridere. Adesso era il caso di imparare a leggere e scrivere, ma prima volevo fare una visita a Pio La Zappa, probabilmente si stava chiedendo che fine avessi fatto. Lasciarlo solo in casa non mi piaceva affatto. Chissà cosa avrebbe detto se ci fossi andato da solo: “chi sei?! L'esattore delle tasse?... ah, ho capito, guarda che non mi freghi, tu sei un poco di buono... chiamo le guardie se non sparisci”. Quindi, volente o dolente, dovetti farmi accompagnare da mio padre in modo da spiegargli. Era una delle poche persone di cui il vecchio Pio si fidasse “ciecamente”. Quando entrammo in casa sua. Era silenzioso. Seppe tutta la storia e il suo viso si abbassò. Sembrava giù di morale, nessuno aveva mai reagito in quel modo, sembrava che per lui fosse una triste notizia. Non avrei mai pensato che le sarebbe dispiaciuto così tanto. Avevo la sensazione che pensasse di aver perso un alleato, dopo tutto, adesso non ero più cieco come lui. Ma io volevo ancora venire a trovarlo. Lui non sapeva leggere o scrivere quindi decidemmo un modo in cui avrebbe potuto riconoscermi. Solo io avrei bussato due volte in modo lento e tre volte in modo veloce. A quel punto della discussione mi voltai verso mio padre e gesticolai : – potrebbe – andare – anche – lui – al – tempio – Mio padre spalancò gli occhi e lo riferì a Pio che con aria sconsolata mi rispose: – grazie, dell'offerta, ma io sono troppo vecchio per queste cose, non lo sopporterei – lo disse con una risatina che si sforzava di essere allegra senza riuscirci. Il problema era come parlarci dato che non poteva vedere. Venne fuori che lui conosceva le lettere dell'alfabeto e alcune parole, potevo disegnare le lettere sul suo palmo, lui avrebbe capito. Ma, in fondo, non si rivelò molto indispensabile perché a volte, bastava, una pacca sulla spalla o una stretta di mano, per dirci tutto quello che dovevamo. Rimasi a lungo a Nib, per imparare a leggere, scrivere e fare i conti. Mio padre era contento di cedermi l'attività di famiglia. Non era niente di impegnativo, dovevo stare dietro ai lavoratori, ai miei collaboratori e dare direttive. Marianne quando la andai a trovare la vidi pienamente soddisfatta a fiera di se stessa. Non le interessava della mia voce, mi capiva anche con il linguaggio dei sordi. Anzi mi diede qualche dritta sui posti da visitare. Ora come ora. C'è un paesino verso ovest che si dica conservi il primo muro costruito dagli uomini nella storia. Partirò per quel posto domani mattina. Prendere il custodia il lavoro di mio padre perché mi permetterà di mantenere me e la famiglia e pagarmi i viaggi. Gli affari posso gestirli anche via lettera. Ora che posso non mi fermerò finché non avrò esplorato tutto il mondo. Il bastone è rimasto ad ammuffire in camera mia, così, quando tornerò posso ricordarmi della mia vita precedente. Così ho finito la mia prima pagina di diario. Da questa pagina in poi parlerò solo di ciò che vedrò durante i miei viaggi, spero che tu sia interessato. Con affetto: Eco Rondòn
  13. scrittricepazza

    io, te ed il mio senso di colpa

    Ti guardo entrare nella tua camera. Nell'angolo c'è una piccola TV con quella Playstation con cui abbiamo giocato interi pomeriggi. L'armadio a te non è mai servito a niente, la tua camera intera è l'armadio. Non mi vedi, ma io sono qui. Hai lo sguardo basso, forse ora hai capito qual'è il senso della vita? Esatto, la vita non ha alcun senso, è solo una tortura senza fine, ci sono momenti in cui ti sollevi per poi tornare nel baratro, quella si chiama felicità. Tu questo non lo hai mai capito, tu fuggi dalla verità. Io pensavo che tu mi amassi Pietro, invece sei scappato, ti sei nascosto in questa camera, mi hai lasciato da solo in mezzo ai miei aguzzini: mi hai lasciato appeso in camera con una corda al collo. Soffocavo, mi irrigidivo, dondolavo sfiorando appena la moquette con le scarpe da tennis, e tu eri qui, esattamente come lo sei ora, a guardare il telefono sul tuo letto. Non sei nemmeno venuto al mio funerale. Mi hai fatto una cosa orribile Pietro. Niente di tutto questo ha senso per te. Questa è solo la tua stanza ed io sono solo la persona che hai scaricato perché ti è venuta a noia. Che ne è di tutti i nostri discorsi, le notti che abbiamo passato ognuno nelle braccia dell'altro? Ma infondo di cosa mi lamento?, Io non merito amore. Non sono nessuno, sono lo scarto di una notte passata tra i miei genitori, nessuno mi ha mai voluto. Ho sempre cercato di essere buono, sono cambiato per te e per gli altri. Ti ho protetto da coloro che ti davano del frocio, finocchio... te lo ricordi? Non ne è valso a niente. Non vale essere buoni in un mondo simile, chi è altruista viene sempre imbrogliato, la gente si approfitta di te e delle tue debolezze. Io ero troppo buono per questo mondo. Sai, mi sarebbe piaciuto avere qualcuno che la vedesse come la vedevo io. Tu dicevi che la vita cambia in base a come la guardi; una sciocchezza e lo sai bene. Solo una scusa per farmi smettere di lamentarmi. Ero io ad essere negativo vero? Era solo la mia immaginazione perché mio padre è un alcolizzato e mia madre mi batteva ogni volta che ne aveva l'occasione. Ma io ti amo ancora come quando ero in vita. Rimani ancora la mia luce, forse è per questo che il mio spiritò ti sta ancora accanto. Ora che sono morto ti rendi conto che erano solo stupidaggini. Passa il tempo, invecchi, diventi brutto, debole, le persone a cui vuoi bene moriranno uno dopo l'altro e ti lasceranno da solo. Ora dimmi, cosa c'é di bello in questo? Quanto vorrei che tu potessi sentirmi, invece continui a guardare quel telefono. Angelo... Un momento, mi hai chiamato?... Cosa sta succedendo? Perché piangi? Mi avvicino, stai scorrendo le foto, i nostri discorsi su Whatsapp, allora qualcosa ti importa di me ora che non ci sono più. Mi siedo vicino a te, anche se non puoi vedermi. Se tu sapessi che sono qui... É tutta colpa mia... Hai ragione. Se mi avessi preso sul serio non mi sarei ucciso, pensavo che mi capissi. Anche tua madre non ti ha mai voluto bene. ti lascia a casa tutto il giorno e quando torna non ti degna di uno sguardo. Alla fine non eravamo tanto diversi, a nessuno importa niente di noi due. Adesso ti senti esattamente come mi sono sentito ogni giorno della mia vita. Come un gatto in mezzo al mare in tempesta. Angelo... dimmi, sono il tuo Angelo. Ti vedo asciugarti gli occhi... come faccio a rimediare adesso? I miei occhi vuoti si aprono. Mi inginocchio davanti a te con le mani trasparenti sulle tue braccia. Lo sai come rimediare. Raggiungimi, ti dico...danzeremo tra le fiamme dell'inferno o tra gli angeli del paradiso, resteremo insieme finché il tempo non diventerà indistinto, devi solo seguire il mio esempio. Fallo per me... dopo tutto cosa c'é in questa vita che non lasceresti? Sarai più felice da questa parte, credimi. Accidenti la porta si è aperta. Tua madre sbircia nella stanza. Io non ti lascio. Lei chiude la porta e si siede accanto a te. Ho saputo...era il tuo ragazzo giusto? Ha scoperto solo adesso cosa c'era tra di noi. Questo è indice di quanto conti per lei, Pietro. Cioè niente, sta cercando di consolarti perché si sente costretta. Lei ti chiede se vuoi parlare ed io rispondo di no. Pensavo che tu fossi più forte. Invece gli stai raccontando tutto. Ora conosce tutti i miei pensieri e il tuo senso di colpa e può usare tutto a suo vantaggio. Userà i tuoi sentimenti per calpestarti. Sei il solito ingenuo Pietro, ma ti perdono, quando sarai da questa parte non ci sarà più nessuno a farci soffrire. Eccola che inizia. Prende un bel respiro e... cosa sta facendo? Ti sta abbracciando e la sento sospirare insieme a te. Io non capisco, tutto mi aspettavo ma cosa sta cercando di ottenere in questo modo. Che vuol dire che gli dispiace? Cosa può saperne lei di quello che ho passato? Come si permette di fare la so-tutto-io? Sai... anni fa sono stata fidanzata anche io... e allora? lui...ha avuto una vita difficile come Angelo, mi diceva che io ero la sua unica luce. Ah, capisco, e allora? Io mi accorsi subito che in lui c'era qualcosa che non andava, ai nostri tempi stavamo lunghe ore al telefono. Mi diceva che la vita era la peggior disgrazia dell'umanità, che nessuno gli voleva bene, nessuno lo capiva e che non voleva l'amore di nessuno, per questo teneva così tanto a me. Io ne fui lusingata, mi dispiacque vederlo in quelle condizioni, volevo aiutarlo, proprio come hai fatto tu. E quindi? Gli facevo conoscere le mie amiche, andavamo insieme al cinema e lo invitavo a casa mia ogni quanto potevo. Cercai di risollevargli il morale, parlavo con lui, lo consolavo ma lui non voleva essere consolato, non voleva vivere felice... in che senso? Tutti vogliamo essere felici, forse voleva solo essere compreso. Un'estate lo invitai a passare un mese a casa mia, mi ci volle molto impegno per organizzarlo, ma il padre di lui era ben felice di togliersi il figlio da casa... volevo mostragli una vita diversa, la mia vita, così avrebbe capito perché era importante chiamare i servizi sociali. I servizi sociali? Lo avrebbero preso per portarlo da persone che non conosce, forse anche peggiori di suo padre. Ma lì mi accorsi che lui non voleva essere aiutato. Io capivo che per lui era difficile la vita, capivo che per lui non c'era una via d'uscita dalla sua situazione, ma se non avesse tentato sarebbe stato peggio. Lui non voleva provare a risolvere la sua situazione voleva solo sfogare tutta la sua frustrazione su di me. Ma è quello che ho fatto anche io... Pietro mi ha proposto molte alternative per migliorare la mia condizione ma io non ne ho provata una, anche io volevo solo sfogarmi, volevo che qualcuno mi capisse e basta, volevo solo che... solo stare meglio...ora capisco. La sua presenza divenne molto pesante in casa mia, non faceva altro che lamentarsi di quanto era brutto, di quanto era triste e non faceva niente per migliorare, dopo tre settimane mi ricordo, io mi arrabbiai con lui. Esattamente come è successo a noi, a nessuno piace avere intorno una persona che si lamenta in continuazione. Per molto tempo ero stata paziente, ma dopo un po' pensai che se non mi fossi arrabbiata lui non avrebbe mai capito. Gli dissi che se voleva rimanere doveva cambiare atteggiamento a quel punto fece le valige e se ne andò a casa sua. Come? Perché mai? Ma dopo tutto non lo avrei fatto anch'io?...non lo so... Qualche anno dopo lo ricontrai, stavo per sposarmi con tuo padre... e... lui aveva un'altra fidanzata... ti giuro che quando la vidi fui molto felice di non essere al suo posto...oddio, perché mi sento così male? perché suo malgrado era diventato identico a suo padre, non lo riconoscevo più. Questa storia mi sta dicendo qualcosa, mi sento tremare e non capisco, non... ma chi voglio prendere in giro? questa è la storia della mia vita. Ora capisco perché mi hai mollato, nemmeno io mi sarei sopportato. In realtà il nostro rapporto non era altro che un continuo sfogarsi e basta. Io pensavo di amarti ma invece volevo solo qualcuno con cui sfogarmi, invece tu stavi cercando di aiutarmi, e non l'ho capito. Io ti capisco figliolo, ma voglio che tu sia felice...i miei genitori non mi avevano mai detto una frase del genere, è vero, mia madre è diversa dalla tua, lei è... molto più affettuosa della mia. Con una madre come la tua anche io sarei stato felice. Quanto avrei voluto avere una madre più simile alla tua, Pietro... ti sto raccontando questo per farti capire che... certe volte le persone... non vogliono essere salvate, una relazione... è un aiuto reciproco, io aiutavo lui ma lui non faceva nulla per rendere il lavoro più facile a me, capisci? Ci sono persone che usano i propri sentimenti per sfogarsi sugli altri e... tu hai fatto di tutto per fargli cambiare idea, questo deve bastare, non potevi fare altro... come hai detto tu, lui aveva tutte le opzioni e ha deciso di uccidersi, è stata una sua scelta, era inevitabile che succedesse e... non voglio che tu ti senta in colpa... lo so che non ci sono mai a casa, ma... domani prendo un giorno di ferie e andremo a mettere dei fiori sulla tomba di Angelo ok? Tua madre ti vuole bene Pietro... e... ed ha ragione... ero un parassita e nonostante questo tu mi hai voluto bene, hai tentato di aiutarmi mentre io cercavo in tutti i modi di rotolarmi nel mio fango. È tutta colpa mia... ho gettato la responsabilità su di te e sul mondo, ma ho deciso io di uccidermi. Ora capisco che potevo tentar di guadagnare una vita migliore. Avevo tutta la mia vita davanti e adesso non l'ho più. Sono stato... un compagno terribile, vorrei essere ancora vivo per rimediare, e guadagnarmi di nuovo il tuo affetto. Sono stato mandato qui prima di andare nell'aldilà, perché questa è la vita che avrei potuto guadagnare se non mi fossi ucciso, la vita che non potrò mai avere. Angelo...Cosa vuoi dirmi Pietro? Stai sorridendo come se mi avessi sentito Non è vero che nessuno ti ha mai voluto bene...Pietro... ti voglio ancora bene Angelo e te ne vorrò sempre.... ti auguro di essere felice, ora che sei lontano da questo mondo orribile. I miei occhi cominciano diventare due fiumi di dolore e non riesco a smettere. Voglio stare accanto a te! Voglio ancora uscire insieme a te, parlare del più e del meno. Non potrò più abbracciarti, non potrò parlarti, non potrò percepirti. Tu eri l'unica persona che mi ha veramente voluto ed io sono scappato come un codardo. Ti vorrei ringraziare per aver tentato un'impresa disperata come me, anche se non ci sei riuscito. Voglio dirti che non è colpa tua, che non hai fatto niente di male. Ma ora non posso fare altro che andare avanti e aspettare che tu mi raggiunga, il più tardi possibile. Addio mio amato Pietro, anche io ti vorrò sempre bene. Mio caro Pietro...
  14. scrittricepazza

    Anima Spezzata - cap8: Narciso e Irene

    Narciso e Irene – Sua Altezza Narciso vuole attaccare la città e prenderne il controllo, gli abbiamo dato almeno due settimane per preparare il suo esercito, spero che non sia troppo tardi – Irene sedeva davanti al fuoco da campo con le gambe incrociate. Lo sguardo basso e assorto in un immagine di seria tensione. La sua preoccupazione contagio anche me, come una malattia. Anche se faceva di tutto per farmelo credere, la tranquillità che mostrava era solo superficiale. Probabilmente stava ripercorrendo ogni ricordo, ogni conoscenza per cercare di vedere con l'occhio della mente, la situazione in cui stava la sua città, e decidere se sperare in qualcosa o non farsi troppe illusioni. Ormai la conoscevo, riuscivo a notare d'istinto quando c'era qualcosa che non andava. Charles prese la palla al balzo e chiese: –Se voleva liberarsi di te... perché non ti ha ucciso quando ne aveva l'occasione? – avrebbe usato lo stesso tono anche se avesse chiesto da che parte andare ad un passante. Ma io vidi la mia amica scattare, come se qualcuno le avesse dato una scossa. Lo guardò in modo molto serio e rispose con calma: – Perché sapeva che non potevo scappare... poteva prendersi tutto il tempo per farmi ciò che voleva – quindi lei era rimasta vari giorni chiusa in cella ad aspettare che Narciso si decidesse riguardo alla sua sorte. Non riuscivo ad immaginare cosa peggiore del sentirsi impotenti davanti ad un pericolo che non riesci a vedere. Charles rispose: – Ed ha preferito prendersela con la tua anima... non capisco– mormorò Charles – forse non sapeva che i pezzi potevano essere recuperati, dopo tutto in quelle condizioni non eri un pericolo – Oltre a questo, credo che per lui ucciderla non fosse abbastanza, distruggere l'anima di qualcuno significa privarla della sua persona. Voleva svuotarla, renderla un manichino, doveva trovarlo particolarmente soddisfacente. – è un sadico – risposi – non c'è molto da capire – Irene annuì e si sdraiò sull'erba scura. Le stelle brillavano davanti ai miei occhi, mentre le ombre degli alberi si agitavano all'orizzonte. Sembrava che ci fossimo solo noi in quel mondo immenso. Ma c'era una domanda che avevo il timore di porre, una domanda che mi sono fatta nel momento in cui ho saputo cosa le era successo. – Che cosa si prova a... insomma... – chiesi impacciata, l'ultima cosa che volevo era essere indelicata con lei, farle ricordare simili esperienze quando sono ancora fresche era un po' insensibile ma pensavo nel mio intimo che prima avrebbe esposto quelle cicatrici e prima ne sarebbe guarita. Irene mi guardò come se non si aspettasse la domanda e abbassando gli occhi assorti rispose: – beh... non è una bella sensazione...– si sfiorò le mani, e continuò, più impacciata di me – ti senti come... se ti stessero portando via la tua cosa più preziosa, senza la tua anima non sei niente... te la senti strappare via e quando si frantuma, ti distruggi anche te... è come la morte in un certo senso. Un enorme vuoto. L'unica cosa positiva è che subito dopo... non ricordi nemmeno perché ti senti in quel modo – Mi venivano i brividi. Come poteva un essere umano fare qualcosa del genere ad un suo simile, per me era inconcepibile. Non so come avrei reagito se io fossi stata al posto suo. Avrei avuto paura di non essere più la stessa, percepire il mondo senza sentirlo davvero, come davanti ad un quadro privo di significato. Il vuoto, come la morte. Charles guardando dietro di se, lasciò cadere nel silenzio i secondi che seguirono, poi mormorò: – La città dovrebbe essere sotto attacco in questo momento, domani dovremo correre per arrivare il prima possibile – Era la cosa peggiore, la città di mezzo non era solo un punto di riferimento per le città confinanti ma anche per noi che abbiamo passato i nostri anni migliori in quella città. Speravo con tutto il cuore che non fosse vero, perché se fosse crollata, anche una parte di me sarebbe andata persa.. – Perché non ci hanno avvisato? – chiesi perplessa, mi aspettavo quanto meno un avviso, un messaggio giusto per tenerci al corrente della situazione, se davvero era così. – Perché la nostra missione è molto più importante... inoltre, al castello ci sono molte guardie e maghi al servizio del re, probabilmente se la stanno cavando ancora bene, altrimenti mi avrebbero richiamato – Non capivo se anche lui voleva sperare che ci fosse speranza oppure era davvero obbiettivo e c'era da fidarsi. Comunque non era detta l'ultima parola. – Secondo voi è già lì? Narciso intendo – perché volevo sapere l'entità del pericolo che mi sarei ritrovata ad affrontare. Probabilmente avremmo ancora potuto cavarcela senza di lui. – Lui non si fa mai vedere in mezzo ad una battaglia – rispose Irene – Sua Altezza non si mischia tra i soldati, probabilmente sta aspettando il momento per fare la sua entrata trionfale – c'era una vena di sarcasmo nella sua voce, era bello che anche dopo tutto ciò che aveva passato si burlasse di Narciso. Io consideravo lui il più pericoloso quindi se non ci sarebbe stato sul campo di battaglia mi sentivo già più tranquilla. Il sole sorse nella nebbia del mattino, l'erba umida cominciò a colorarsi dei raggi solari ed io mi alzai a fatica da terra. Non ero riuscita a dormire, l'agitazione mi aveva annebbiato la mente. Ci avviammo verso la via principale con le borse in spalla. Quando arrivammo la nebbia si era alzata e tutto era immerso nel sole del mattino. Vedevo una serie di carri e di persone camminare stancamente lungo la via. La città era davvero sotto assedio, se c'erano degli sfollati lungo la via. Più ci si avvicinava e più il loro numero aumentava. Quando vedemmo la città in lontananza, uno scoppio scosse l'aria e delle grida si alzarono, gli sfollati cominciarono a correre. Un fumo viola si era sparso a qualche metro di distanza e tra l'isterismo generale Irene e Charles cominciarono a correre contro corrente. Tutti e tre sapevamo che potevano essere soltanto spettri. Ma che motivo avevano di apparire in mezzo alla strada? Quando arrivammo una cinquantina di spettri si erano ammucchiati davanti a noi, sembrava che volessero interromperci il cammino. Un uomo dal cappuccio nero era in testa agli altri, molto più alto degli altri. Mormorò con voce stanca: – Non vi lasceremo passare, per ordine del Maestro arrendetevi o tornate indietro – quella voce l'avevo già sentita. Irene guardò il generale sbigottita, perché poteva appartenere solo ad una persona. – Scribonius? – mormorò Charles ammutolito. Io lo guardai senza parole e mi chiesi cosa gli fosse successo. Sembrava così stanco, ed ora era contro di noi. – Professore, ci lasci passare – disse Irene. Lui si girò verso di lei come se non la riconoscesse, come se per lui non significasse nulla. Nessuno si muoveva, Irene rimase immobile con l'elsa in mano. Indecisa su cosa fare. Charles con due passi si mise al centro della strada. Alzando le mani verso l'alto alzò un muro di terra. – Qui ci penso io – disse, ebbi un secondo per chiedermi cosa aveva intenzione di fare, poi scagliò quel muro verso gli spettri. Scribonius si spostò appena in tempo ma gli altri vennero investiti in pieno e schiacciati dal peso del muro, come formiche sotto una roccia. – Andate! – esclamò. Io e Irene ci gettammo sulla strada. Gli spettri si avvicinavano a noi, saltammo sull'asse appena in tempo. Al disotto l'asse di pietra gli spettri cercavano di strisciare fuori. Passammo oltre ed io gettai uno sguardo indietro, verso Charles. Lo vidi allungare una lunga occhiata su di noi da sotto il suo cappello mentre gli spettri gli si avvicinavano. – riuscirà a farcela? – chiesi. Irene rispose: – è il mago più forte che io conosca, riuscirà a cavarsela – Continuammo a correre lungo la via avvicinandoci alla città. Altri spettri ci apparivano davanti e intorno cercando di tagliarci la strada. Irene si fece largo tra di loro a colpi di spada. Quando arrivammo le strade erano deserte, gli unici abitanti che vidi erano cadaveri di soldati e civili seminati agli angoli delle case. Vidi un continuo brillare di anime corrotte, presto l'esercito di narciso si sarebbe ampliato. Il castello era ancora lontano e intatto, ma all'improvviso delle crepe cominciarono crescere nel cielo fino a formare una cupola. L'ultimo scudo eretto dal re in difesa del castello stava per essere distrutta dagli spettri. Qualche secondo dopo si sentì una onda d'urto, che ci investì con una forza che ci fece vacillare. La cupola si ruppe in mille pezzi, come se fosse vetro ed i suoi cocci cominciavano ad evaporare nell'aria. – La situazione è critica – disse Irene fermandosi a guardare. Aveva ragione, entro poco sarebbero entrati nel castello reale e a quel punto sarebbe tutto finito. Irene mi prese per un polso e mi tirò lontano in una piccola via laterale. Non sapevo cosa aveva in mente. I suoni della battaglia mi parvero attutiti. La via si aprì su di una foresta di canne di bambù. La attraversammo con fatica. Essa affiancava le mura del palazzo. Il cuore mi pulsava in gola e il sudore mi scendeva sulle tempie. Ebbi l'impressione che quella foresta si estendesse all'infinito e che le mura la seguisse. Tra quelle canne non sentivo altro che il ticchettio ritmico del loro scontrarsi.. All'improvviso Irene girò secca a sinistra in contro al muro, oltre vedevo il retro del palazzo. Irene unì le mani e mi disse di metterci il piede. Aveva pensato che avessimo più possibilità di entrare dal retro che non facendoci strada tra gli spettri davanti al portone. Ora avevo capito. Io venni issata oltre e aggrappandomi alle tegole detti uno sguardo verso il basso. Detti la via libera. Mi aggrappai e scesi dall'altra parte. Dopo un paio di minuti anche Irene mi raggiunse, con l'agilità e l'eleganza di un felino. Una volta dentro fummo costrette a girare intorno al palazzo. Le nostre impronte affondavano nelle sabbie del giardino mentre un chiacchierio innaturale mi arrivava alle orecchie. Ci arrampicammo su un corridoio esterno al pian terreno e ricominciammo ad andare avanti. Alla facciata le guardie ancora in piedi erano appiattite davanti al re e la porta d'ingresso. Le spade ancora in mano e gli spettri immobili intorno a loro, come in attesa dell'ospite principale che sarebbe arrivato tra poco. Ormai la città era in mano a loro, l'esercito, ridotto in quelle condizioni non avrebbe avuto alcuna possibilità di vincere. Con una nuvola di fumo, Narciso apparve. Con passo leggero si incamminò lungo il viale. Si guardava intorno come se tutto ciò fosse una sua proprietà. Si fermò ad una decina di metri dagli scalini e lanciò uno sguardo superbo al Re Hui che non cambiò la sua espressione neutra. – Buon giorno Hui – mormorò – da quanto tempo – Il re non sembrava avere nulla da dire. Restava immobile come una statua di fronte ad un uragano in arrivo. Irene dopo pochi secondi estrasse la spada. – Non mi dici niente? Nemmeno un saluto? Dopo tutto ero il tuo fedele capitano – ironizzò Narciso, con una falsa espressione offesa. Lui rimase in silenzio, stringendo gli occhi scuri e respirando con una calma notevole. Sapeva benissimo che quei pochi soldati non lo avrebbero saputo difendere e che presto sarebbe caduto, ma rimase in un fiero silenzio. Come una montagna sta immobile di fronte agli urli del vento. – Allora, possiamo rimanere qui a fissarci negli occhi, a combattere fino alla fine, altrimenti potreste farvi da parte... e darmi il trono – Il mio stomaco si incrinò. Non ebbi il coraggio di immaginare cosa sarebbe successo quando Narciso sarebbe stato messo a comandare. Nessuno aveva il coraggio di agire o dire una parola, bastava un ordine diretto da lui e gli spettri si sarebbero versati su di loro. Irene si introdusse tra le guardie e passò in prima fila. Io la seguii senza sapere bene il perché. Irene sembrava pronta a qualsiasi cosa, lo guardò con occhi di fuoco, e dritta e fiera quanto il suo re rispose: – Tu non avrai proprio niente – Lui lasciò passare alcuni secondi di silenzio, la guardò come se non si aspettasse una risposta da lei. Guardò di nuovo il re che rimase rigido e silenzioso. – Pensavo che le mie guardie fossero riuscite a fermarti, ma a quanto pare mi sbagliavo – commentò girandosi verso di lei, come se ad un tratto avesse accettato l'idea di confrontarsi con Irene – cosa intendi fare? Combattere contro di me? – Irene scese i tre scalini che la separavano dalla pietra del viale. Ora erano a dieci metri di distanza, lo guardò negli occhi come se ciò potesse bastare come risposta. Narciso sorrise ironico e avanzò una mano verso di lei. Io avevo il cuore che palpitava, non sapevo quante possibilità avesse contro di lui e mi guardavo in giro per cercare sostegno ma nessuno disse niente, avevano il fiato sospeso quanto il mio. Irene si mise in guardia, con la spada davanti a sé e lo sguardo attento ai movimenti di lui, lo avrebbe trattato come un qualsiasi altro avversario. – d'accordo, allora cominciamo – mormorò lui. L'anima di Irene si illuminò e con un movimento del braccio la scagliò verso il muro. Quasi nello stesso istante, il re si girò verso di lei. Irene atterrò in piedi su di esso e la sua anima smise di brillare poco a poco. Narciso parve sconcertato. Irene saltò di nuovo a terra e cominciò a correre verso di lui. Narciso fece un passo indietro e si girò verso il re con uno sguardo d'odio puro. Prima che Irene arrivasse avanzò una mano verso uno dei suoi spettri. Esso si disfò ed una spada bianca si materializzò nella sua mano. L'anima dello spettro era diventata un'arma, non sapevo che si potesse fare una cosa del genere. Irene lo attaccò. La lama di Narciso tutto ad un tratto divenne solida come il diamante e la spinse lontano. La vidi farsi indistinta, come fumo e viaggiò verso il petto di lei. Irene provò a deviarla ma la spada la trapassò. Irene scattò all'indietro come se fosse stata colpita veramente e retrocedette di un passo portandosi la mano sul punto in cui l'aveva presa, ma non vedevo segni di ferite. Allora capii: il re aveva messo uno scudo intorno alla sua anima in modo che fosse protetta dai colpi e quella lama aveva centrato in pieno lo scudo, era l'unica spiegazione. Da allora fu uno scontro senza pari. Le lame si incrociavano, accozzavano. Irene cercava di evitare più colpi possibili mentre lui cercava di colpire lo scudo dell'anima di continuo. Se ci fosse riuscito avrebbe avuto vita facile. Irene cercava di evitarla il più possibile. Più si andava avanti e più la battaglia si faceva veloce e cruenta. Vidi la spada di Narciso trapassarla varie volte ed ogni colpo inferto a lei era un colpo al cuore per me. Mi domandavo quanto ancora potesse resistere lo scudo del re. Sembrava che per entrambi l'avversario rappresentasse l'ultimo ostacolo da superare per arrivare al loro obbiettivo. Nessuno dei due era disposto ad indietreggiare nemmeno di un passo. Erano così veloci che per alcuni istanti non riuscii a seguire i loro movimenti. Mai avevo visto due persone così furiose Volarono parole grosse, colpi di spada e gocce di sangue. Entrambi cominciarono a ferirsi a vicenda, nonostante la loro bravura. Alla fine Narciso con una rabbia tale da far vibrare l'aria, scagliò la lama su quella di Irene. La violenza fu tale che la presa di Irene non poté fare nulla. L'arma volò via dalla presa. Narciso la colpì al fianco provocandole un taglio così largo da far cambiare colore alla sua lama. Irene cadde sdraiata sulla strada e mentre accusava il colpo, la spada di lui si fece di nuovo incorporea e la trapassò di netto al petto. Sentii un suono vetro in frantumi, la barriera era stata rotta. Ci lasciò tutti di stucco, lei aveva perso, per noi era finita. – Pensavi di poter superare il tuo maestro? – borbottò tronfio mentre puntava la spada su Irene – sono io che ti ho reso quello che sei – mormorò. Io mi guardai intorno ma loro erano in ansia quanto me. Se qualcuno si fosse mosso gli spettri avrebbero fatto lo stesso, era questo che temevano. Narciso puntò la sua mano su di lei e fece uno strano movimento rotatorio. Irene gemette e retrocedette di qualche centimetro afferrandosi il petto. – dovresti essermi grata, dovresti aiutarmi, invece di combattere contro di me, mia prediletta – mormorò Narciso con ton suadente, non riuscivo a capire questo suo atteggiamento paterno – lo sai che ormai è finita, non c'è niente da fare, devi unirti a me – Lui abbassò l'arma, come se essa fosse inutile in quella circostanza. La lampadina mi si accese, lui stava cercando di manipolare la sua anima. Irene con un movimento rigido si girò, si alzò in piedi e cercando di guardarlo negli occhi si fece indietro di qualche passo. – Stai dicendo un mucchio di sciocchezze! – rispose lei. Questa era la sua forza, non si sarebbe mai lasciata manipolare da lui, aveva i suoi principi e non li avrebbe traditi. Anche al costo di trovarmi milioni di spettri addosso afferrai la lama del soldato che mi stava accanto e la tenni stretta preparandomi per ciò che stavo per fare. Avevo il cuore in gola ma nonostante questo presi fiato e gridai: – Irene! – Lei si girò di scatto. Io presi la spada per la base della lama e gliela lanciai con tutta la forza che avevo. Irene scattò. Narciso spalancò le iridi e puntò la sua mano su di lei con l'intento di trattenerla. Questo non lo avevo previsto. L'anima di Irene si illuminò e il suo corpo cominciò a volare verso Narciso. Nello stesso istante, afferrò la lama che le avevo lasciato. Mi sentii più tesa di una corda di chitarra. Lui non se ne accorse. Accadde tutto in poco meno di un secondo. Prima di finire dritta tra le braccia di lui, si mise la lama sotto l'ascella. Narciso ebbe il tempo solo di spalancare gli occhi sbigottito. Si sentì uno schiocco, secco. Narciso lasciò andare la lama a terra. I suoi occhi si spensero e mentre Irene tornava a terra, lui cadde su un fianco, gemente. Era finita. Tutti gridarono alla vittoria, I soldati non ebbero il tempo di avvicinarsi a lei che videro le anime degli spettri levarsi in cielo lasciando i loro involucri a terra come una pioggia di cristalli. Irene venne portata da me in spalla. Io mi occupai della ferita al fianco mentre tutti chiacchieravano in preda all'euforia, del combattimento e di come fosse arrivata al momento giusto: stavano per arrendersi. L'esercito di Narciso si ampliava mentre il loro diminuiva. Fu il momento più bello. Irene mi ringraziò per averle passato la spada, senza di essa con probabilità sarebbe morta. Dopo qualche tempo tornarono Charles e Scribonius, stanchi ma felici. Scribonius era rinvenuto appena gli spettri hanno cominciato a dileguarsi. Charles disse che erano diventati una marea e cominciava a pensare che sarebbe stato meglio fuggire quando li ha visti disfarsi davanti ai suoi occhi. Decisero di organizzare i festeggiamenti, per la vittoria. L'unico che non riusciva a festeggiare era lo stesso re. Lo vidi guardare il corpo di Narciso mentre veniva portato via. Sembrava triste, quindi mi misi accanto a lui e gli chiesi: – Vostra altezza, è tutto a posto? – Lui con una voce assorta rispose: – Il suo vero nome era Marcus Aurelius Acutus. – io rimasi a bocca aperta, lui lo conosceva e non aveva detto nulla a nessuno e se lo stava rivelando a me significava che era pronto a gettare la maschera – Suo padre era un alcolizzato, cacciato dalla sua città, figlio di una dinastia caduta in disgrazia – Io mi stupii: – Lo conoscevate? – chiesi, come faceva a saperlo altrimenti? – Quando si presentò al castello avevamo entrambi quindici anni, la sua anima si era spezzata e gran parte di essa si era corrosa, ma era così dotato che provai lo stesso a salvarlo... non ci riuscì, la sua anima ormai era persa, le ferite erano troppo profonde. – – Anima spezzata? – mormorai. Era per questo che aveva deciso di distruggere anche quella di Irene invece di ucciderla. Perché era invidioso, Irene aveva un'anima forte, mentre lui no. Questo discorso mi fece riflettere per i giorni avvenire, mi dispiaceva per lui. A quanto pare i maltrattamenti ricevuti avevano danneggiato la sua anima fino a ridurla ad un seme. Qualche giorno dopo Irene mi fece leggere una lettera in cui sua madre sarebbe venuta alla Città di Mezzo per congratularsi con lei per il suo ultimo risultato e per “discutere sugli ultimi istanti della sua famiglia” – Vuole parlare di mio fratello – mi disse sedendosi su uno sgabello con gli occhi stranamente lucidi – Tu hai un fratello? – chiesi sbigottita, non mi aveva mai parlato della sua famiglia, anzi, non aveva mai voluto affrontare l'argomento ed io non ho insistito. – Ce lo avevo – rispose lei, – è stato ucciso da mio padre – la sua amarezza mi colpì il cuore come un una freccia avvelenata. Suo padre aveva ucciso suo fratello. – Perché? – chiesi. – Non era come lo voleva, aveva gettato discredito sulla famiglia e quindi lo ha ucciso, un paio di anni fa in un duello legale – Qualche anno prima Irene era stata messa sotto processo per omicidio, a parte i giudici ed i testimoni, a nessuno è stato fatto assistere, alla fine però è stata assolta completamente. Io ero già partita pensando che forse era stata una sciocchezza. Ma invece era stata processata perché era tornata alla sua famiglia, aveva sfidato suo padre ad un duello per vendicarlo. Da allora Irene aveva interrotto tutti i legami con quello che rimaneva della sua famiglia. Nonostante tutto la sua anima aveva resistito come un diamante davanti ad un colpo di pistola. Mi dispiaceva per lei, ma ero contenta che lei e sua madre si parlassero, non era una persona particolarmente simpatica ma non voleva male a sua figlia. L'avevo capito. Direi che è tutto. Io vi ringrazio per aver letto la mia storia, sappiate che da me non sentirete altro perché dopo tutto questo ho capito che il mio posto è al fianco dei malati non sul campo di battaglia.
  15. scrittricepazza

    Anima Spezzata - cap7: Memoria

    Memoria Io non sapevo di che cosa stavano parlando, ma non avevo mai visto quei due così preoccupati. Sapevo che non sarebbe stato facile recuperare l'ultimo pezzo ed avevamo poco tempo. – Scusate, ma cos'è questo Nulla? Un'altra dimensione? – chiesi. Irene mi guardò con apprensione e Charles, tenendo lo sguardo dritto davanti a se, rispose: – è una prigione orrenda. Un buco nero dove rinchiudono i peggio criminali, zona anti-magia, priva di risorse. É stata creata dai maghi del passato per proteggere le popolazioni. È stata la prima cosa che le quattro città si sono messe d'accordo sul costruire... – il suo tono era neutro, quasi come se recitasse una poesia – ...entrare è facile basta pronunciare una formula magica, ma per uscire è necessario che qualcuno da fuori apra il portale – – Perché avete tanta paura? – chiesi io – non mi sembra un grosso problema tenere aperta una porta no?– – Entra in quel buco è una condanna a morte – rispose Irene – Chi ci entra, dopo un paio d'ore, non rimangono che le ossa,: lì dentro ci sono milioni di persone disperate che tentano di sopravvivere in ogni modo e appena ci entreremo non avremo problemi a ritrovarceli tutti contro – – Inoltre… – disse Charles – dato che io devo aprire il portale e tu – disse indicando me – dovrai aspettare con me, Irene dovrà cavarsela da sola – Irene tremava, ma dopo un secondo cominciò a camminare fuori dal cortile. Sapeva di non avere altra scelta. L'ultimo frammento era vitale per lei, la stava chiamando e non era capace di dirgli di no e andarsene. Quindi avrebbe affrontato qualsiasi cosa per riaverlo, probabilmente era il pezzo più importante della sua anima. Serviva essere in un posto specifico. Camminammo più veloce che potemmo, per un giorno intero, tagliando attraverso l'aperta campagna. Irene non era mai stata così in ansia, la vedevo con gli occhi fissi sull'orizzonte e nonostante il fiato pesante non si fermava. Mi disse che sentiva il legame divenire sempre più debole ad ogni ora che passava. Credo che non fosse abituata alle emozioni. Mi confessò che prima le era sembrato tutto molto facile, adesso invece aveva paura di fallire. Sapeva che cos'era, riconosceva cosa le stava succedendo ma faceva fatica a sopportarlo, aveva cattivi pensieri, il cuore in gola, tremolii e non riusciva a calmarsi. Le dissi che era normale e che prima o poi ci avrebbe fatto l'abitudine. Il cielo era terso e aranciato. Tra le immense distese di erba e alberi solitari cominciò a levarsi una costruzione silenziosa e lontana. Un arco si allungava incorniciando il sole calante. Quando mancavano pochi metri di distanza mi accorsi che io arrivavo solo ad un decimo della sua altezza. Mai mi ero sentita così stanca in vita mia. Eravamo tutti stanchi. Io crollai a terra, Irene e Charles invece si guardarono. – Fra poche ore il legame si spezzerà – mormorò Irene con l'ansia nella voce – aprilo – Charles, che per via della sua altezza doveva essere stanco quanto me, se non più, annuì e si avvicinò all'arco di pietra. Appoggiò una mano sulla pietra ruvida e mormorò: – Tardus Spiritus...altum et frigidus... expands in tenebris... et iniquitatem - Un suono sordo mi riempì le orecchie. Il contorno dell'arco si riempì di fumo nero e cominciò ad espandersi verso il centro. – ricordati... – disse Charles – riaprirò tra mezz'ora chiaro? Se non torni entro quell'ora darò per scontato che tu sia morta – – Vado anche io – risposi alzandomi in piedi. Non sapevo cosa mi avesse spinto a farlo, solo non volevo lasciarla andare da sola: sapevo che sarei stata più probabilmente un peso ma l'idea di lasciarla sola davanti a pericoli inenarrabili mi metteva un'ansia addosso che non avevo mai provato prima. Irene e Charles mi guardarono straniti. – Se ti ferissi, se succedesse qualcosa, devo venire con te! – gridai – Emy, senza offesa ma saresti di peso e basta – disse Charles. – In verità mi sentirei più sicura ad avere qualcuno. – rispose Irene – Quando avrò riconquistato la memoria l'incantesimo di Magistus si spezzerà e se non riuscissi a muovermi avrò bisogno di qualcuno che mi difenda – disse Irene. – Vero! È meglio che venga anche io – Posai la borsa cosciente che non avevo niente da usare per combattere. L'arco ormai era un muro di fumo nero. Io mi misi davanti ad esso pronta per entrare. – Va bene, ma fate attenzione – fu la replica di Charles. Irene strinse i pugni e si mosse verso l'arco. Io la seguii poco dopo. Ci gettammo al suo interno. Fu come se avessi attraversato un muro di cotone. Quando mi ritrovai dall'altra parte. Irene si girò verso di me. Non vedevo altro che oscurità per chilometri e chilometri. Il terreno sembrava liquido. Avevo i piedi su una piattaforma di pietra che sembrava galleggiare su quell'immenso lago nero. Alle mie spalle l'arco era vuoto. Irene aveva l'anima che brillava ad intermittenza. Significava che il pezzo di anima che cercavamo era vicina. Ma non ebbi il tempo di osservare di più. Sentimmo delle voci, voci che sembravano rimbombare nell'oscurità. Mi pentii di quello che mi era saltato in mente di fare. Irene si guardò intorno e cominciò a correre davanti a sé. Mi gridò di seguirla. Io, con il cuore in gola, obbedì. Delle colonne di liquido oscuro si alzavano verso il cielo nero. Ebbi paura quando vidi delle ombre correre verso di noi. Pensai che se qualcuno si fosse avvicinato avrei dovuto usare le mani. Irene aveva già estratto la spada. In quella luce ultraterrena riuscivo a distinguere i colori dei loro vestiti sbiaditi e rovinati, i loro volti erano scavati, bianchi; sembravano più morti che vivi. Provai pena per loro, nessuno si meritava una cosa del genere. Cominciai a sentire un odore poco piacevole, odore di sudore, di feci e di qualsiasi cosa ostruisca le narici. Delle grida e degli schiamazzi mi riempirono le orecchie. Li vidi correre verso di noi, molte persone cominciavano a spuntare tra le colonne. Mi chiesi come saremmo riusciti ad uscire da lì. Irene si fermò quando si ritrovò davanti ad un uomo che sollevava un femore insanguinato come un'arma. Mi provocò un moto di repulsione e nausea, pensare a come se lo fosse procurato, quel posto era un inferno. Irene si scagliò su di lui e con una mossa veloce e precisa lo prese al collo e lo scavalcò, lasciandolo a terra agonizzante. Continuò a farsi strada, respingendo ogni persona che tentava di attaccarla. La vista di quella gente mi faceva tremare. Ci accorgemmo che davanti a noi c'era una marea di persone che facevano la guerra per arrivare per primi. Irene mi prese per un polso e girò a sinistra, cominciando a zigzagare tra le colonne scure. La sua luce si stava per spegnere. Non era un buon segno. Altri tre ci tagliarono la strada all'improvviso. Irene tirò a loro un colpo a testa, erano così deboli che facevano paura solo in gruppo, appena furono a terra ne approfittò per passare oltre. Se si fosse fermata a combatterli tutti loro avrebbero fatto in tempo a sommergerci. Ad un tratto vedemmo una luce correre verso di noi. Sembrava un fantasma ma aveva qualcosa di particolare, non sapevo bene cosa, era troppo lontano. Irene raccolse le sue ultime forze e cominciò a correrle in contro. Quando ci fermammo, mi sentì di nuovo sotto attacco, circondata senza possibilità di difesa. Irene mi allungò la spada come se volesse che la conservassi. Quei prigionieri non ci avrebbero messo molto per raggiungerci e quando le loro anime si sarebbero incontrate avrebbe dovuto combattere contro la corruzione nella sua anima, sarebbe stata totalmente in mano mia. Non sapevo quanto potevo fidarmi di me stessa per difenderla, ma avrei fatto del mio meglio. La afferrai e mi guardai intorno. Quela figura sembrava poco più che un fantasma. Mi stupii non poco quando la vidi, perché era identica a Irene, in tutto e per tutto. Ma i loro sguardi erano sostanzialmente diversi. L'altra non si limitava a sorridere, si guardava intorno come se tutta la situazione non fosse che un piccolo incidente di percorso. Le due si toccarono e i frammenti si incontrarono di nuovo. Il cuore di cristallo era completo e Irene cominciò a perdere fiato. Si afferrò la testa, come se fosse confusa. Mi guardai intorno notando i prigionieri che si avvicinavano. Incapace di pensare ad altro, la presi per le spalle e la trascinai indietro, accorgendomi che da lì arrivava il gruppo più folto, attraverso le colonne. Quindi andai avanti. Lei strinse forte il lembo della camicia e cadde in ginocchio come se fosse troppo debole per tenersi in piedi. Io rimasi dov'ero, sapevo che non aveva bisogno di aiuto per farcela. La sua pelle si faceva di nuovo bianca e la luce della sua anima per quanto brillasse stava assumendo una brutta tinta viola. Dovevo pensare ai prigionieri, non era nelle mie corde fare del male ad un altro essere umano ma non avevo altra scelta, dovevo dimenticarmi del fatto che erano umani e pensare a loro come morti viventi. Io udii qualcuno gridare alle mie spalle e senza pensarci cominciai ad agitare le spada in quella direzione. Per fortuna non erano molto forti, ma il pensiero di aver fatto del male ad un altro essere umano mi fece tremare. Fu come se qualcosa dentro di me si fosse rotto, io ero fatta per curare le persone non per far loro del male. Sul momento non ci pensai. Ero troppo occupata a difendermi per pensarci. Non ero brava, mi limitavo ad agitarla come potevo. Prima ne arrivarono pochi e nonostante questo subii parecchie botte. Pensavo che con l'abilità che mi ritrovavo saremmo morti lì. Poi una luce illuminò quel cerchio. Quelle persone erano così abituate all'oscurità che si ritrassero sfregandosi gli occhi. Quando mi girai vidi che quella luce bianca e luminosa veniva dal petto di Irene. Fu a quel punto che la sentì ridere. Scuotendo la testa, si sollevò. – Non oggi, – mormorò avanzandomi la mano. Si rialzò con le gambe che tremavano e quando vidi il suo sorriso mi sentì euforica. Era lei la Irene che conoscevo. – Quella specie di divinità tarocca pensava di potermi manovrare come un burattino... – sembrava stesse parlando a Narciso stesso, la luce di lei si stava affievolendo ed entro poco si sarebbero fiondati di nuovo su di noi, io gli riconsegnai la spada – ...niente da fare, se cerchi un burattino costruiscitelo da solo – mormorò impugnandola – ... con la tua testa di legno – Si girò e si scagliò sul primo che aveva davanti. Lui gridò e cadde a terra. Irene mi prese per il braccio e insieme ci scagliammo fuori da quel cerchio, per poi lasciarmi correre da sola. Io avevo paura e stavo accanto a lei. Cominciammo a correre in avanti, con l'intendo forse di aggirarli alla prima occasione. – ehilà – mi disse quando mi avvicinai – sei soddisfatta della tua prima avventura Emy? – Ero contenta che mi riconoscesse. Quando svoltammo destreggiandoci tra le colonne mi accorsi che i nostri inseguitori rallentavano, forse avevano finito le energie. Nonostante questo non ci vennero comunque addosso. Mi difese con le unghie e con i denti. – Credo che la mezz'ora sia finita – mormorò Stavamo correndo, tenendo d'occhio il cerchio di pietra in lontananza. Lì ci sarebbero stati sicuramente un sacco di disperati. Io la seguii sorridendo per la felicità. – è bello riaverti! – esclamai – già, è bello riavermi! – rispose lei. Irene ed io sbucammo in corridoio di colonne dove c'era l'arco di pietra alla nostra destra, più evidente di una luce a neon nella notte. Come previsto, tra le colonne liquide vedevo già dei prigionieri alzarsi in piedi e correre a passo cadente verso di noi, con le loro armi rimediate. – Non ce la faremo mai – mormorai, la marmaglia stava ostruendo il corridoio. – Non dirlo nemmeno! Non posso permettermi di morire qui dentro – Irene ricominciò a correre. Menò diversi colpi per farsi largo. Vidi i visi scarni passarmi davanti a agli occhi, poi sentii di nuovo quel suono acuto. Un'onda d'urto ci investì, quelli più vicini all'arco furono sbalzati almeno a dieci metri di distanza da esso. L'arco si stava aprendo. Irene ed io continuammo a correre tra quei disperati che cercavano di alzarsi e correre verso di esso prima che si chiudesse. Noi fummo più veloci. Lei mi scagliò per prima attraverso il velo, io rovinai a terra sull'erba alla luce del cielo scuro e lei mi raggiunse poco dopo sbucando dall'arco. Charles tolse la mano da esso ed il fumo cominciò a diradarsi. Si sentirono alcuni colpi dall'altra parte, come se molte persone stessero battendo contro un vetro, ma lui non li lasciava uscire. Il fumo si diradò e tutto tornò come prima. Irene guardò Charles con un sorriso, come se si fosse divertita. Io ero così felice che mi alzai e la abbracciai. Nonostante l'ultima settimana passata insieme, pensavo di averla rivista solo allora dopo un mese di assenza. Ero così preoccupata che non potesse farcela e invece era tornata come prima, con tutti i suoi ricordi, le sue stranezze, le sue battute e la sua passione. Lei mi strinse anche più forte e Charles si disse contento di rivederla davvero. Ce l'avevamo fatta, ma non era ancora finita. – Ora mi ricordo tutto – disse staccandosi da me – e dobbiamo tornare subito alla città di mezzo, altrimenti tutto questo sarà stato inutile – Io non dissi nulla, qualunque problema ci fosse stato, l'avremmo affrontato insieme.
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