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Gualduccig

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  1. Gualduccig

    La sinossi: discussione madre

    A questo proposito segnalo che è opportuno cercare sul web eventuali input lasciati dagli editor che poi valuteranno il testo. Ad esempio, Franco Forte in una sua videointervista ha espresso l'idea che anche la forma espressiva della sinossi può essere una chiave per garantire la lettura del testo completo: la sinossi deve dire tutto ma se riesce a dirlo in maniera da suscitare interesse per la capacità espressiva dell'autore per lui è molto meglio. Se ritrovo il video lo posto qui.
  2. Gualduccig

    Lo stile. Inteso come impronta personale

    Grazie a tutti per questa discussione, che è davvero ricca di spunti. Butto qui anche i miei: a mio parere possiamo distinguere tra "voce" e "stile" (anche se, come sempre in questi casi, i due concetti hanno confini labili e si compenetrano molto a vicenda). La voce è, per me, esattamente quanto descrive @Aegis quando parla di scrittore-filtro o, meglio, di persona-filtro che percepisce, elabora e riferisce la realtà dal proprio personalissimo punto di osservazione. Lo stile invece è lo strumento con cui la voce si reifica in un testo. La voce riguarda la scelta dei temi, i contenuti profondi, i messaggi, la costruzione dei personaggi, le prese di posizione nei confronti delle azioni che compiono o che si rifiutano di compiere. Lo stile riguarda dispostio ed elocutio, ritmo, tempi verbali, scelte di POV, relazioni tra fabula e intreccio. Due autori non avranno mai al stessa voce ma possono utilizzare il medesimo stile, almeno in teoria. In pratica (parere personalissimo) questo accade solo in occasione [1] di esercizi di stile da intendersi come omaggi (es. Benni che scrive un racconto alla Poe) o [2] di scrittori in erba che non si fidano di se stessi e/o che sperano di essere accettati dal mercato attraverso una produzione simile a quella di altri. Per capirci: lo stile di Lansdale è fatto di tanti dialoghi veloci, battute secche, pochi verbi introduttivi, scene rapide, farsi corte, paratassi. La voce è quello che, dentro i binari del suo stile, fa dire e fare ai suoi personaggi.
  3. Gualduccig

    Lupo e Nina in pizzeria [frammento]

    @Leo74, hai reso perfettamente l'idea. Ora devo capire quali aspetti far emergere "in action", come dici tu, e quali passare in maniera "raccontata": non posso usare solo il primo metodo altrimenti uscirebbe un Guerra e Pace prima ancora che si sviluppi la storia gialla, d'altra parte devo decidere quali siano i tratti più importanti e passare solo quelli attraverso l'azione, aggiungendo solo poche note di minore importanza via dialogo. Grazie del feedback!
  4. Gualduccig

    Lupo e Nina in pizzeria [frammento]

    Ciao @Leo74, grazie per i tuoi feedback. Fondamentalmente mi pare che siano su inconcludenza (non si capisce dove voglia andare a parare), confusione e, di conseguenza, scarsa presa sul lettore. Alcuni dei dubbi che esponi sono generati dal fatto che questo pezzo sia una parte interna di un testo e che quindi manchino dei riferimenti a chi legge solo questo frammento. In effetti, l'avevo postato soprattutto per verificare alcune scelte stilistiche - come esplicitato nello spoiler - e su queste vado a chiederti qualche dettaglio: non descrivere tutto: se ho capito bene intendi dire che il dialogo (e i gesti a contorno) dovrebbero suggerire i pensieri dei personaggi, senza bisogno di spiegazioni a didascalia. In generale concordo, ho infatti cercato di limitare queste intromissioni ai soli punti in cui mi pareva necessario aiutare il lettore a interpretare la situazione: questo frammento arriva abbastanza presto nello sviluppo della storia e mi serve anche per far capire al lettore l'interiorità dei protagonisti. Probabilmente ho esagearto in questo. temi inutili che annoiano il lettore: ecco, qui faccio più fatica a capire. Dal mio punto di vista, questi dialoghi servono proprio a iniziare a dare tridimensionalità a personaggi che sono stati presentati al lettore poco prima. Non portano avanti la trama investigativa in senso stretto ma provano a delineare le personalità (e le manie/fobie/interessi) dei protagonisti, lasciando qua e là qualche semino che più avanti germoglierà meglio. Ecco che Lupo/Gianluca è parte fondamentale per capire perchè il protagonista maschile agisce come agisce, idem il fatto di aver praticato a certi livelli proprio il tennis (e non uno sport di squadra, ad esempio), l'essere angosciato la mattina se non corre a vedere i risultati di vendita, l'essere appassionato di wargames (questo - incidentalmente - è anche un trigger dello sviluppo investigativo). Nina, d'altro canto, è combattuta tra il suo ruolo professionale e la voglia di godersi, per una volta, una serata diversa dal solito in compagnia di un tizio che (come ha detto pure il suo capo poco prima dell'inizio del frammento) con tutta probabilità non è l'assassino ma è collegato all'unico indizio che hanno trovato sulla scena del crimine (la frase in latino). E' importante però per me capire quanto - e dove! - questa costruzione dei personaggi manchi il proprio obiettivo. Io non miro a scrivere un giallo "puro" ma piuttosto un'ibrido con il noir quindi mi è fondamentale far emergere il mondo interiore dei protagonisti e non concentrarmi solo sull'azione investigativa. raccordo tra dialogo e altre parti del testo: scrivi "Il dialogo (...) andrebbe collegato anche meglio con ciò che è fuori luogo" e mi piacerebbe capire meglio cosa intendessi. Il mio tentativo è quello di mischiare linguaggio verbale e non verbale (gesti, soprattutto, e intonazioni quando posso esprimerle con un verbo che non sia "disse") ma da quanto scrivi mi pare che il risultato sia mancato. Vorrei capire se lo manco per timidezza (ci spingo poco) o proprio per metodo (ti aspetteresti che fosse ottenuto diversamente). L'esempio che fai sul passaggio dal Lei al Tu l'ho capito, ma altrove mi pareva di essere stato meno didascalico.
  5. Gualduccig

    Lupo e Nina in pizzeria [frammento]

    Ciao @mercy, innanzitutto grazie per il tuo parere (tutt'altro che "da ignorante", come invece anticipavi in chat). Lo apprezzo molto e ne condivido buona parte delle indicazioni: il cambio di POV è sempre una questione spinosa ed espone a rischi. Penso però che almeno per la prima stesura proverò ad insistere con l’approccio che prevede alcune parti in prima persona (e tempo presente) e altre in terza (e tempo passato). Provo a spiegare qui i miei perché: MOTIVAZIONE COMMERCIALE: voglio cercare di creare un testo che si differenzi da altre offerte simili anche nella modalità espositiva. Per questo sto tentando di utilizzare l’alternanza di POV (che ho trovato solo in certe opere di Lucarelli, ad esempio Almost Blue – mi pare, vado a memoria) e ricorrere molto al dialogo come strumento di reale definizione delle psicologie dei personaggi (“sono ciò che le mie relazioni disegnano”), aggiungendo molti segnali di comunicazione non verbale per colorare le affermazioni e far trasparire i veri toni dei parlanti. Diciamo che in termini cinematografici vorrei rendere un’alternanza tra ripresa “neutra” e uso della voce fuoricampo per portare l’osservatore dentro la testa del protagonista (come in Blade Runner, versione cinematografica del 1982, o certi assolo di Kevin Spacey con rottura della quarta parete in House of Cards). SCELTA STILISTICA: sono d’accordo sul fatto che gli aspetti tecnici del lavoro devono essere invisibili al lettore, come dici tu. Meno d’accordo invece sulla negatività di certe conseguenze, almeno per un testo di investigazione: l’alternanza di POV potrebbe – se eseguita bene – trasmettere un percepito di instabilità (la medesima sensazione del protagonista, che si sente in balia degli eventi), basta che non si arrivi mai al senso di smarrimento (il tuo “ma chi cavolo la sta raccontando, questa storia?”). Per cercare di evitare quest’ultimo rischio mi aiutano i diversi tempi verbali, inoltre mi premuro di identificare subito chi sia il protagonista del frammento (in questo senso non si può prendere ad esempio quanto postato qui perché, per limitare i caratteri, ho dovuto tagliare l’inizio del capitolo). L’alternanza dei POV tra Lupo e Nina è il piano B, ho paura però che: (1) questa alternanza possa risultare un po’ pesante in un’opera che stimo potrebbe atterrare attorno alle 270 pagine in formato Einaudi stile libero, circa 1800 caratteri a pagina (anche se certe pagine di dialogato ne cubano meno). Intendo dire che in una prospettiva tipo Il Trono di Spade, avere un POV diverso per ogni capitolo crea coralità; su un perimetro più limitato potrebbe creare un po’ di noia nel lettore, magari. (2) due narrazioni in prima persona o vengono molto ben connotate per creare differenze sostanziali (e qui non so se sono in grado) o il rischio è che i due POV parlino abbastanza la stessa linga (più che altro, pensino in maniera troppo simile) Tornando al mio frammento, lascio qui un po’ di esempi di “salto di prospettiva” che a me, a orecchio, non creano inciampi in fase di lettura, ma su cui ho il dubbio di non essere sufficientemente obiettivo: Lupo aveva aggiunto una smorfia, come a inseguire un pensiero -> la parte in grassetto è di un POV terzo che è più dubbioso che onnisciente, prospettiva che può essere tanto “da elicottero” che di Nina Aveva gettato lo sguardo per la sala, quasi a cercar conferma, prima di confessarsi -> idem come sopra Cortesia glassata di sarcasmo, o almeno diffidenza: quella collaborazione non stava decollando, proprio no. Troppo ghiaccio. -> qui la voce narrante esprime il pensiero di Lupo, che infatti prende subito al parola per invertire l’inerzia della situazione. Lei si rifugiò in una sorsata di birra. Strano però, il livello non calava mai. -> idem come sopra Che stava cercando di levarsi la sete col prosciutto, come si usa dire dalle sue parti: così avrebbe risposto Nina se avesse avuto le mani libere. -> qui è esplicitato (in coda) che si tratta del pensiero di Nina “Mi chiedo come mai una donna” - era un punto su cui far leva, quello - “non riesca ad accettare …” -> è Nina che parla, è di Nina il pensiero che spiega il perché del suo insistere Ammetto che io scrivo molto a orecchio, rincorrendo un certo ritmo che provo a mettere sulla pagina. Non so però se riesco a trasmettere questa coerenza o se un lettore trovi inciampi nel suo percorso di lettura. Da qua i dubbi.
  6. Gualduccig

    Lupo e Nina in pizzeria [frammento]

    Ciao @Poeta Zaza, ciao @Poldo, grazie per i vostri feedback. Vi devo qualche risposta: la sigla [GG1] è un refuso (il testo word conteneva un commento e nel copia &incolla ha riportato il riferimento) molti dei dubbi che avete solleato sono figli del fatto che commentare un frammento avulso dal resto del testo è molto complicato (grazie, quindi). Ad esempio, i due non affrontano il tema del rapporto tra vittima e sospettato proprio perchè questo legame non esiste, per quanto sanno (in quel momento): è rappresentato solo da una citazione usata da Lupo in un contesto (i "soldatini") e ritrovata accanto al morto. la voce narrante parla della ragazza o di Nina, e mai, o quasi della "poliziotta" o dell'"ispettrice", per condizionare il lettore e far passare l'idea che i due, in quel momento, iniziano a pensare l'uno all'altro come persone e non per i loro ruoli (investigatore e sospettato) il romanzo si compone di capitoli in prima persona (Lupo) e capitoli in terza persona (dove Nina è sola o è insieme a Lupo) in misura circa del 60% prima contro 40% terza persona; è una scelta dettata dalla volontà di ampliare l'orizzonte del raccontabile oltre la vista di Lupo e di spingere il lettore a considerare i fatti non solo dalla prospettiva di lui. Non posso però annegare troppo le parti in terza persona dentro la testa di Nina, altrimenti sono costretto di nuovo a mostrare solo quello che lei vede. Resta valida l'annotazione per cui l'impiego dell'onniscienza sia da limitare (il caso di "sfruttarono" citato da Poldo)
  7. Gualduccig

    Lo stile. Inteso come impronta personale

    Qui Malvaldi (da 47:30) si avvicina al discorso dello stile, pur partendo dalla musica:
  8. Gualduccig

    Scrivere in terza persona: come si fa?

    Cerca nella tua libreria un romanzo in terza persona che ti sia piaciuto e rileggilo con l'animo dell'ingegnere (o dell'anatomopatologo, se si tratta di un thriller) per capire come l'autore abbia formulato le frasi dei passaggi che più ti sono piaciuti.
  9. Gualduccig

    Un grande dubbio

    Risposta base: se la prosa scorre nulla è mai un problema, nemmeno far saltare le regole sintattiche (cfr. Hemingway e Saramago). Risposta furbetta: a meno che tu non abbia le spalle larghe di Hemigway e Saramago, è meglio non esagerare. Risposta sincera: se ti metti il dubbio forse il problema c'è. Considera se per bypassarlo puoi ricorrere alla giustapposizione via punteggiatura ("prova a spingere la porta ma quella non si muove" --> "prova a spingere la porta: non si muove") o a usare le reazioni del protagonista per illustrare l'avversativa, esplicite ("prova a spingere la porta,: cribbio, è bloccata") o solo pensate ("più facile spsotare di peso un elefante addormentato che far girare quei cardini")
  10. Gualduccig

    Lupo e Nina in pizzeria [frammento]

    Un grazie a @lauram e a @Alberto R per le loro indicazioni, non semplici da fornire per via della natura di frammento del mio testo. Ammetto di avere una grande resistenza all'uso di troppi "disse/diceva": mi viene più spontaneo omettere spesso il verbo che introduce la battuta e connaturarla invece con la descrizione di un movimento (che dovrebbe rivelare il pensiero del parlante); quando non è così, tendo a usare azioni che trasmettano - anche metaforicamente - il modo (sbottare, abbaiare,...) con cui la battuta è pronunciata. Forse quando scrivo non riesco a bypassare i "disse/diceva" come invece mi capita quando leggo e la prosa mi appare ridondante. Pecco invece altrove di ridondanza, come ambedue mi avete segnalato: devo snellire e fidarmi di più del mio lettore. Devo poi migliorare la capacità di rendere l’intonazione (e l’intenzione) ironica dei miei personaggi: sia lui col “bravi ragazzi” sia lei col “Mi chiedo come mai una donna…” volevano (nelle mie intenzioni) usare l’ironia per alleggerire (lui) o approfondire (lei) il tema, ma evidentemente non è passato appieno questo effetto.
  11. Gualduccig

    Il colloquio di Anna [frammento]

    Grazie per i commenti, @H3c70r: sulle descrizioni devo darle ragione, perchè leggendo il frammento come racconto standalone sembrano un po' tirate via. Ho scelto questa soluzione "minimalista" per non rallentare troppo la lettura del testo completo: questa parte mi serviva come inciso veloce e spigoloso per variare il ritmo della lettura.
  12. Gualduccig

    Lupo e Nina in pizzeria [frammento]

    Commento: Si tratta di un frammento tratto da un giallo/noir che sto cercando di scrivere. Antefatto: l'uomo (Gianluca detto Lupo) è appena stato interrogato perchè rappresenta l'unica connessione con il morto che la polizia sia riuscita a scovare (una citazione in latino ritrovata accanto al cadavere) ma gli investigatori non sono convinti sia lui il colpevole. Il superiore ha comunque ordinato alla ragazza (Nina), giovane ispettrice da poco in squadra, di monitorare strettamente l'unico indiziato a loro disposizione. Per questo lei ha accettato quando lui (convinto che qualcuno voglia incastrarlo e desideroso di indagare per conto proprio) l'ha invitata a cena in pizzeria. - - - Raggiunsero a piedi il locale, una bolla di Campania nascosta sotto le ombre dei portici, e sfruttarono l’opulenza del menu come giustificazione - e soluzione - per l’inevitabile imbarazzo iniziale. Toccò a Lupo, una volta dimezzata la birra nel boccale, abbandonare i convenevoli e aprire le danze: “ispettore, io non ho mai fatto nulla di male, men che meno ammazzare qualcuno. Anche se, dopo quella specie di arresto a cui mi avete sottoposto davanti a mezza azienda, ora i miei colleghi si staranno quantomeno mettendo il dubbio.” “Non vorrà passare la serata a recriminare, vero?” Piccolo sorso al suo bicchiere, ancora praticamente intonso. “E poi, se vuole saperlo, eravamo prima passati a casa sua ma lei è un tipo mattiniero, pare.” “Odio restare imbottigliato nel traffico.” Lupo aveva aggiunto una smorfia, come a inseguire un pensiero, e fissando intensamente il cestino dei grissini si era lasciato andare: “E poi al mattino mi prende l’ansia di controllare i risultati del giorno prima: difficile riesca a dormire a lungo.” “Saranno contenti i suoi capi.” “Bah, quelli,” un gesto a scacciare una mosca inesistente, “piuttosto spero siano contenti i miei ragazzi: quando arrivano ho il tempo di prendermi un caffè con loro e quando accendono il computer trovano già la lista del da farsi per la giornata.” “E’ proprio un manager coscienzioso, lei.” Cortesia glassata di sarcasmo, o almeno diffidenza: quella collaborazione non stava decollando, proprio no. Troppo ghiaccio. “Ispettore, io proprio non riesco a parlare liberamente se continuiamo così: mi mette soggezione. Che ne dici se passiamo al tu?” Che stava cercando di levarsi la sete col prosciutto, come si usa dire dalle sue parti: così avrebbe risposto Nina se avesse avuto le mani libere. Ovvero se quel tizio non fosse stato l’unico aggancio serio per le indagini. E così: “allora da adesso io son Nina e tu Gianluca.” “O Lupo, se preferisci.” “Non ti darebbe fastidio? Non siamo amici intimi, per il momento.” Perché le era uscita così dalle labbra quella frase? “Veramente mi chiamano tutti Lupo, qualcuno di quelli che lo fa credo non sappia nemmeno quale sia il mio nome all’anagrafe. Ma a me così piace: ci sono molto affezionato.” Aveva gettato lo sguardo per la sala, quasi a cercar conferma, prima di confessarsi: “tutto sommato sono più Lupo che Gianluca, per tanti aspetti.” Eppure non erano occhi da fiera, quelli, si annotò mentalmente Nina. Lo pensava in relazione al caso, ovvio: una sensazione a sostegno dell’ipotesi di innocenza di quel Mannari, nient’altro. Il caso, trovare un perché per il morto, dare un nome all’assassino: quello era il suo compito, anche mentre masticava una pizza fumante. “Torniamo alla tua felice invenzione, la frase in latinorum. Se ho capito bene tu sei proprio un appassionato di, insomma, sì, di battaglie coi soldatini.” “Hai capito bene. Non hai la minima idea del perché, a giudicare dal disprezzo che trasudano le tue parole, ma hai capito bene.” Nina appoggiò le posate, piantò i gomiti sul tavolo e il mento sulle dita intrecciate, “spiegami il perché, allora.” “Hai voglia di ascoltarmi senza pregiudizi o soprassediamo?” “L’hai già fatto spesso, ‘sto discorso?” “Un sacco di volte, quasi sempre inutilmente.” Un sacco di volte con chi? Opportunità: sfruttare, approfondire. “Le donne non capiscono?” “Neppure molti uomini. Ma sì, tendenzialmente le donne sono più, boh, refrattarie ad accettare l’idea.” “Mi chiedo come mai una donna” - era un punto su cui far leva, quello - “non riesca ad accettare che un quarantenne perda la testa, e tempo e soldi, immagino, per divertirsi a sfidare un altro quarantenne con un esercito in miniatura.” “Tanto per peggiorare le cose, spesso gioco con gente che ha la metà dei miei anni.” “Loro almeno…” Nina s’era morsa la lingua prima di completate la frase. Invano. “Loro almeno sono ragazzini, giusto?” Lupo si buttò col peso sullo schienale della sedia: “Non c’è niente da fare: se un uomo perde la testa dietro un pallone e pianifica la settimana in base alle partite di calcio in tv, tutto normale. Se lo stesso uomo usa la metà di quel tempo e di quella foga per un divertimento in cui occorre molta più testa, è un Peter Pan da compatire. E tutto solo perché ci sono di mezzo delle miniature in piombo invece che un pallone di cuoio.” “Ma sono soldatini! Se non è infantile giocare coi soldatini alla tua età…”[GG1] Lupo aprì le mani in segno di resa: “Nina, mi hai appena scagionato: quanto potrà mai essere infantile un assassino?” E prima che lei potesse controbattere la forzò ad un brindisi, “alle tue preziose intuizioni, ispettore.” “Non mi garba esser canzonata,” smorfia, “e tu non mi sembri poi così innocente.” “Non lo sono, infatti. E’ tutta la vita che mi sforzo di non esserlo: i bravi ragazzi,” mano portata alla bocca come a confidare un segreto, “sono noiosi. Non trovi?” “Ti sembra la cosa giusta da dire a chi sta indagando su di te?” “Se ad indagare è una come te, sì.” Nina arretrò di un millimetro sulla sedia. “Una come me.” Un sorriso canaglia si spalancò sul viso di Lupo: “dai, Nina, non cadere in queste imboscate. Voglio solo farti arrabbiare un po’.” “Anche questa mi pare un’ottima strategia da adottare con una poliziotta. Già.” “In un posto così” e fece girare lo sguardo sulla sala, “sì, lo è.” “Vorresti farmi arrabbiare.” Nessun punto interrogativo. L’uomo avvicinò pollice e indice, “solo un pochino.” A Nina non servì la voce per esprimere i suoi pensieri: un arricciar di labbra fu più che sufficiente. Labbra ben strette. “Guarda che puoi chiedermelo, Nina.” Uno sbuffo. “Cosa dovrei chiedere, di grazia?” “Perché tento di farti arrabbiare.” “Senza riuscirci.” “Bugiarda.” Lei si rifugiò in una sorsata di birra. Strano però, il livello non calava mai. “Questa conversazione sta prendendo una piega strana.” Pausa. “Lupo.” “Dici? A me pare che si stia finalmente accendendo.” “Bada che a volte i piromani ci restano secchi, nei loro incendi.” L’uomo acconsentì, giusto un cenno col capo, senza mai abbandonare il suo mezzo sorriso. “Hai mai giocato a tennis, Nina?” sparò all’improvviso. La ragazza negò scuotendo il capo, sforzandosi di nascondere un fremito dove le labbra incontrano la guancia. Un sospiro: “okay, sto al gioco. Mai giocato a tennis.” “Peccato, hai la stoffa da dominatrice del fondocampo: ti saresti ammazzata correndo da un corridoio all’altro pur di non dare per persa una palla.” “Non ho capito niente ma faccio finta che sia un complimento.” “Ah, lo è. Credimi: detto da me, lo è.” Lui non l’aveva mai avuta tanta cattiveria agonistica, le confidò: i suoi scambi dovevano durare poco, voleva sempre arrivare alla conclusione, forzare la giocata. Cercava l’applauso, anche quando gente a guardare non ce n’era. “Senza pubblico è difficile ricevere complimenti.” “C’era sempre l’avversario. E c’ero io.” Quanta serietà, tutto d’un tratto. “Hai giocato a lungo?” Tono guardingo, non la solita Nina. Lui si strinse nelle spalle, intento a raccogliere con estrema cura una briciola dalla tovaglia: “tanti anni, tutti i giorni, fino a che non mi è saltato un ginocchio. Beh,” spallucce, “finché è durato è stato divertente.” Nina si portò la destra all’orecchio, fermandosi appena in tempo. “Mi spiace.” “Sono cose che succedono. C’è anche chi dice che fanno bene, che irrobustiscono il carattere. Sai che penso io?” Lì sì che cercò gli occhi di lei: “cazzate, son cazzate buttate lì per indorare la pillola: se non fossero successe staremmo molto meglio, ora. O almeno sarebbe così per me.” “Su questo siamo perfettamente d’accordo.” Al brindisi che ne seguì bevvero a lungo entrambi. - - - A fine lettura vi lascio qualche nota su quello che mi ripromettevo di ottenere con questo frammento e qualche dubbio stilistico: metto in spoiler così potete decidere se leggere o se commentare senza condizionamenti.
  13. Gualduccig

    Buon Compleanno

    Ciao @Vincenzo Ferrara, mi è piaciuto il tuo “racconto di un’ossessione”: la sua atmosfera arriva al cervello passando dallo stomaco, diciamo così. Fatta questa premessa, metto in risalto alcune scelte su cui potresti valutare eventuali adattamenti: “Era quasi come se a chiamarmi non fosse lei ma quell’oggetto.” Okay che il tuo protagonista è un uomo assalito dai dubbi ma qui ci vedo troppa indecisione: togliere l’”era quasi” o addirittura trasformare la farse in uno statement più netto (“non era lei a chiamarmi, era quell’oggetto”) aiuterebbero a calare più velocemente il lettore all’interno del mondo percettivo del protagonista. Si tratterebbe di passare da un riferire pensato e mediato da riflessione successiva a un’immagine in presa diretta. Un problema simile (iperspiegazione, diciamo: ne soffro tanto anch’io) lo riconosco anche più avanti, quando scrivi “le persone erano ancora quelle di pochi giorni prima, quindi differenti da quelle che avrei incontrato negli anni passati.” Il “quindi” mi pare (1) ridondante e (2) accademico, da professore che spiega al lettore disattento come interpretare quella specificazione. Simile effetto ritrovo nella frase “Scrutavo i palazzoni lungo Via Capruzzi, le loro forme rettangolari, il loro intonaco biancastro, e li immaginavo come grosse cartoline di auguri; in cima vedevo la scritta ‘Buon Compleanno’, semplice ma ben in evidenza, e tra i balconi avanzava un motivo floreale stilizzato, circondato dal bianco del cartoncino”: taglierei “e li immaginavo come grosse cartoline di auguri” e lascerei al lettore la conclusione che ne deriva. “Raccontò che aveva ricominciato ad uscire con le amiche e che aveva ripreso a leggere un libro che le avevo consigliato tempo prima e, pur non amandolo particolarmente, l’avrebbe finito comunque.” Questa frase la percepisco come troppo lunga (fa incespicare la lettura), inoltre non riesco a cogliere quale sia la parte importante collegata al dettaglio del libro: se è che lo abbia ripreso, metterei un punto dopo “amiche” e ripartirei con “aveva anche ripreso”; se è che lo finirà lo stesso (perché lei è uan coscienziosa che non lascia le cose a metà – ma invece lo farà con la loro storia) metterei il punto dopo “tempo prima”, per dare una pausa di pathos prima del dettaglio importante. “Quando la scriverai? Cosa scriverai? Non sarebbe meglio buttarla?” Alla luce di come si chiude poi il racconto (“avrei scritto qualcosa di semplice ma personale e delicato. Cosa, con esattezza, ancora non lo sapevo. Ma l’avrei scritta”) mi pare che qui potrebbe essere utile mettere maggiormente il risalto il precipitare del dubbio del protagonista da quando a cosa a “ma lo farò mai?”: “Non sarebbe meglio buttarla” ha lo stesso significato ma mi pare che depotenzi questa prospettiva, quindi indebolisce la decisione che presenti in chiusura. “Svegliatomi, mi diressi in cucina per bere un bicchiere d’acqua e togliermi quel sapore acido dalla bocca. Ero molto sudato e tremavo.” Questa parte ti è uscita un po’ troppo piatta e descrittiva, rispetto alla qualità mostrata negli altri passaggi: fa troppo telecronaca e non trasmette l’ansia o lo sgomento del protagonista, lo illustra in maniera troppo diretta. Forse puoi asciugare la lista delle azioni ma concentrati di più su un singolo dettaglio, per renderlo più vivo (o incasinare la descrizione a replicare un cervello svegliato di soprassalto e ancora non pienamente funzionante). Ultima nota: il protagonista decide lo stile con cui scriverà (semplice ma personale e delicato); non vuoi farci sapere anche il perché, il che risultato voglia ottenere, come voglia lasciare la sua lettrice? Chiudo ribadendo che il tuo brano mi è piaciuto e mettendoti però in guardia: hai alzato molto le aspettative rispetto a questo biglietto e alla profondità dei sentimenti (o al disagio) di questo ragazzo, che riversa in maniera tanto potente la propria frustrazione su un cartoncino bianco. Anche il seguito necessita di altrettanta potenza: noi lettori ce lo aspettiamo.
  14. Gualduccig

    Vivere di sola scrittura in Italia

    A occhio e croce, dei costi incomprimibili molto alti (a meno di non fare teatro di strada)
  15. Gualduccig

    Vivere di sola scrittura in Italia

    Per curiosità ho cercato via google quanto siano pagati i vari adattamenti ma non ho trovato informazioni: non saprei manco dire quanto reddito producano le vendite di quei diritti (al netto di eventuali impieghi da sceneggiatore per l'autore, intendo).
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