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Gualduccig

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  1. Gualduccig

    quesiti sulla Polizia di Stato

    Ho trovato in rete (http://www.militariforum.it/forum/archive/index.php?t-53066.html) quanto segue: "Nelle Mobili di piccole dimensioni, a capo di ogni sezione c'è un appartenente al ruolo Ispettori. A capo c'è un Vice Questore, e se c'è, c'è anche il vice dirigente, con il grado di Commissario Capo. (...) Nelle città come Napoli, Roma, Palermo etc la Mobile se non sbaglio ha rango di divisione e a capo c'è un Primo Dirigente, mentre a capo delle Sezioni ci sono Vice Questori o Commissari."
  2. Gualduccig

    quesiti sulla Polizia di Stato

    Grazie @Brutus. Ho cercato in rete ma in effetti non sono (ancora) riuscito a capire se, in relazione ad una questura di grandi proporzioni (e quindi con organizzazione ramificata), il referente di una sezione di squadra mobile (ad esempio quella che si occupa di criminalità organizzata e catturandi) sia un vicequestore o un ispettore superiore. Inoltre, sto cercando di capire se all'interno della medesiam sezione operino più figure in parallelo (ad esempio più vicequestori aggiunti) per coprire tutte le indagini oppure no. Ho provato leggendo proprio Manzini ma Aosta è una realtà piccola in cui molte attività sono concentrate su un'unica figura (Schiavone, appunto). Io sto puntando a realtà del taglio di Firenze, Bologna, Genova.
  3. Gualduccig

    quesiti sulla Polizia di Stato

    In attesa di lanciarmi nell’impresa di strutturare un noir, approfitto di questa discussione per chiedere un chiarimento rispetto alla struttura organizzativa delle forze di polizia. Le attività investigative sono assegnate alla Squadra Mobile, che ha una sua divisione in ognuna delle principali città italiane (Roma, MI, NA, PA, BO, BA, FI, GE, TO e altre), è retta da un dirigente di PS e opera in diretta dipendenza dalla locale Questura. Questa divisione è a sua volta ripartita in sezioni, ognuna delle quali ha uno specifico campo d’azione (“criminalità organizzata e catturandi”, “criminalità straniera e prostituzione”, “reati contro il patrimonio”,…) Mi occorrerebbe comprendere quale sia quindi l’albero di comando nei tre livelli (Questura / divisione della Squadra Mobile / sezione della divisione) e capire in questa struttura dove si posizionano (e con che compiti) le figure di: Vice Questore Vice Questore aggiunto Commissario Capo Commissario Vice Commissario Ispettore Superiore (suppongo sia all’interno delle sezioni) Ispettore (suppongo sia all’interno delle sezioni) Vice Ispettore (suppongo sia all’interno delle sezioni) Agente semplice (suppongo sia all’interno delle sezioni)
  4. Gualduccig

    Ultra Edizioni

    Autocitarsi è sempre un po' un atto di narcisismo ma qui mi avevate chiesto qualche riferimento sulle copie vendute e ieri è arrivato il consuntivo di Dicembre 2019 (quindi 4 mesi pieni di distribuzione dall'uscita del mio testo, fine agosto 2019): 323 copie vendute al netto delle rese presunte. Magari il dato è sballato al rialzo per via di ritardi nei rientri dei resi causa covid però l'ordine di grandezza è quello ed è quasi tutto frutto dell'ottima distribuzione, perchè non sono risucito ad avere grande visibilità attraverso altri canali.
  5. Gualduccig

    Dubbi clausole e bozza contratto

    Ho una curiosità (astrattissima): la tassazione sui proventi da diritto d'autore in caso di pubblicazione corrisponde alla sola ritenuta sopra indicata (in percentuale variabile in funzione dell'età) o il lordo fa cumulo con altri redditi (es da lavoro dipendente) e si applica la tassazione progressiva per scaglioni?
  6. Gualduccig

    La collina

    Ciao @niccat13, ti lascio qualche considerazione: IL NOME Anticiperei la rivelazione del nome della protagonista alla seconda frase, la prima che mette il narratore onnisciente lontano dalla testa di Ginevra (la frase di incipit riporta un pensiero di Ginevra quindi non stona il fatto che manchi il nome e anzi alza l’attenzione); al mio orecchio stona che la rivelazione arrivi alla terza frase quando la seconda e la terza hanno il medesimo status. IL MARITO Interessante la formulazione “e quindi suo marito” che hai usato: impostata così la frase sembra suggerire (a me, eh) che lei non ne potesse più della metropoli e che il suo legame familiare avesse una forza relativa, sicuramente non sufficiente a mantenerla a vivere a MI. Se invece la storia non fosse questa ma lei fosse scappata dal marito suggerirei una diversa formulazione della frase (anche solo “lasciare Milano, e soprattutto suo marito”). IL TIMING Ginevra corre la mattina presto. Capisco che questo sia funzionale allo svolgimento della vicenda ma forse vale la pena aggiungere un perché, visto che non ha molto altro da fare nella giornata, è autunno e fa un certo freddo. Magari anche solo un accenno al fatto che si era abituata così, quando correva, o che farlo la mattina presto (imponendosi sveglia e freddo) è una specie di espiazione dolorosa di una colpa, non so. Può essere una buona opportunità per iniziare a costruire il carattere di Ginevra. BELLESE Hai introdotto una frase-spiegone per dare una connotazione geografica al tuo racconto. Potresti farlo più avanti nella narrazione e qui lasciare solo accenni generali a Lago e Paese, ma anche se vuoi anticiparlo qui potresti (1) inserirlo come commento di Ginevra al fatto di essere sola a correre e (2) casomai inserirlo dopo la nota su freddo e strade deserte, come se ne fosse la spiegazione. VELOCITA’ vs RESISTENZA Scrivi che Ginevra vuole aumentare la resistenza alla fatica. E’ un indicatore del suo desiderio più profondo? Vuole imparare a resistere alle difficoltà? O vuole sfuggire loro (nel qual caso dovrebbe voler percorrere il suo tragitto in sempre meno tempo). E, nel corso della narrazione (e magari delle sue indagini), dovrà resistere o dovrà sbrigarsi? Quesat cosa la immagini coerente o in contrasto con la sua natura di jogger? Forse qui puoi lasciare un semino che germoglierà più avanti nel tuo racconto. SCONTRO E CADUTA Qui, se posso avanzare una critica, secondo me descrivi troppo la dinamica della caduta. Potresti provare a rendere l’incidente come un punto di svolta che capita ma di cui lei si rende conto solo quando ritrova un minimo di compostezza, a terra, con le mani brucianti. E’ un imprevisto di cui non si rende conto e di cui paga le conseguenze (oltretutto senza ricevere la minima compassione): potrebbe quasi essere un frattale della sua intera esistenza, a cui Ginevra (nel corso delal storia) si ribella perché va a scoprire anche il “come” e non solo subire il “quindi”. Scusa se ho sottolineato soprattutto le parti migliorabili ma l’atmosfera per un thriller è potenzialmente interessante e mi sono divertito a provare a smussare alcuni spigoli in cui mi restava impigliata l’attenzione mentre leggevo. Come atmosfera a me ha ricordato quella del film “La ragazza nella nebbia” (film non eccelso, in sè): se non l’hai visto potrebbe valerne la pena.
  7. Gualduccig

    Il colloquio di Anna [frammento]

    Ciao @m.q.s., grazie per le tue annotazioni: hai ragione, sono stato troppo esplicito, preoccupato dal fatto di voler aiutare il lettore a seguire le tre investigazioni parallele che si sviluppano attorno a quell'assasssinio. Seguirò il tuo consiglio, eliminando il riferimento esplicito alla vendetta (e verificando poi coi miei Beta reader - sempre che io arrivi in fondo alla stesura dell'opera - se il semino qui deposto germoglia nella loro testa). Ciao @Floriana, aiutami sulla parte centrale più noiosa: io avevo costruito il dialogo per far sì che crescesse l'insoddisfazione di Anna davanti ai modi del suo interlocutore (non sgarbati ma autoreferenziali e soprattutto permeati di un certo pregiudizio, tanto che la ragazza è trattata "da cinese" e non da italiana quale è) fino al momento di svolta dell'SMS, dopo il quale l'autocontrollo di Anna va a farsi benedire e mette a rischio l'offerta di lavoro. Temo però che questa tensione non passi al lettore.
  8. Gualduccig

    Il colloquio di Anna [frammento]

    Ciao @Macleo, grazie mille per le tue annotazioni (e per le parole di incoraggiamento). Ti devo qualche replica: con "lineamenti picassiani" intendevo proprio riferirmi allo stile di Picasso, in cui i tratti somatici erano decostruiti e “irrigiditi” in strutture per lo più ricche di angoli. Un viso tipo William Defoe, per capirci. Il picassiani qui ha dovuto accettare che entrasse in azienda un partner esterno (cinese) per aprirsi in questo modo al mercato del Far East. I suoi nuovi soci hanno però chiesto un cambiamento rispetto alla ricetta tradizionale della Grappa Slavonia per farla andare incontro ai gusti dei nuovi consumatori, che sono più propensi a usare quel liquore in cocktail invece che a degustarlo puro e che chiedono un sapore meno sfumato e più semplice e diretto, utile alle combinazioni con altri liquidi/sapori. Non mi interessa tanto il fatto in sè quanto mostrare come lui faccia di tutta l'erba un fascio e dia per scontato che pure Anna abbia quei gusti e sappia che tutti i cinesi li condividono. In sostanza, tratta Anna da Cinese (come appare) e non da Italiana (quale è). Con il “che so” troncato a quel modo ho cercato di rappresentare Anna che termina la frase al posto dell’uomo. Solo che con una struttura in cui ogni parlante va a capo non riesce molto bene. E’ che avrei preferito evitare i puntini di sospensione. “骑虎难下” significa proprio “cavalcare la tigre, difficile scendere”, che è un po’ l’equivalente del nostro “hai voluto la bicicletta, ora pedala”: è il modo di Anna di vendicarsi del paternalismo dell’uomo, dimostrando al propria conoscenza della lingua ma in pratica dicendogli (senza farsi capire) che i problemi di cui parla lui se li è creati da solo e ora non può lamentarsene più di tanto. Per questo il “diciamo così” è fuori dalle virgolette: è un commento che si fa Anna tra sé e sé, a ribadire (a se stessa) lo sberleffo fatto all’interlocutore e a segnalare al lettore che forse “骑虎难下” non significa proprio “bisogna sempre esser cauti”. Grazie ancora dei tuoi commenti.
  9. Gualduccig

    Il colloquio di Anna [frammento]

    Ciao @Ilaris, grazie dei suggerimenti. Sul "laccato o non laccato" hai ragione, lo cambierò in "superfici tanto lucide da sembrar laccate". Questo, così come la farse contorta sulla barba, serve (servirebbe, se fosse efficace) a trasmettere il senso di disagio di Anna, che trova tutto quel contesto poco armonico, finto, pretenzioso (mentre invece è lei ad essere fuori fase e a sentirsi fuori luogo, oltre ad essere fondamentalmente poco interessata a quel colloquio). Questo è anche il motivo per cui ho inserito molti pareri e pensieri di Anna a commento degli scambi di battute. "Ma questo Anna lo tiene per sé" è un pleonasmo (non lo dice quindi ovviamente lo tiene per sè) ma speravo che servisse a mettere in chiaro la tensione dentro Anna, che (di pancia) vorrebbe dire chiaro e tondo al manager quel che pensa ma si fa violenza e si tappa la bocca. Idem il "vorrebbe, tanto" aggiunto poco dopo e la percezione di “insulto” più in basso. “Oh, ecco” non fa riferimento a qualcosa che Anna abbia detto precedentemente ma ad un sottinteso che ha l’intervistatore da inizio dialogo su come siano naturalmente ed inevitabilmente gli orientali, senza preoccuparsi di chiedere se Anna in Cina ci sia mai stata. L’obiettivo di questo spezzone – che in sé non è fondamentale per il dipanarsi della trama – era pensato per mettere in luce quanto siano trasparenti da un lato ma pesanti dall’altro i pregiudizi culturali, soprattutto quando si presentano in contesti di squilibrio di potere (come tra chi cerca lavoro e chi può concederlo o meno): il manager che vi presento qui è un po’ borioso, ama parlarsi addosso, ok, ma in fondo è una brava persona. Solo che è una brava persona che non si accorge dei propri pregiudizi e di come possano essere scomodi da accettare per chi interagisce con lui. “Oh, ecco” è figlio di questo pensiero: finalmente la ragazza ha confermato quanto lui si aspettava confermasse. Per questo, poi, resta spiazzato (più che insultato) dalla reazione finale di Anna (eccessiva, ma coerente con il suo stress emotivo determinato dall’assassinio del fidanzato e dalla speranza di avere vendetta): è un comportamento totalmente lontano dalle sue aspettative, che lo porta a chiudersi a paguro (reazione difensiva propria di un carattere non dominante/aggressivo) e, in seguito, a rimuginarci sopra. Ne approfitto per farti un paio di domande, visto che sei stata così gentile da commentarmi: POV: qual è stata la tua reazione ad un uso così evidente di una prospettiva immersa dentro (o almeno molto vicino) agli occhi di Anna? Il racconto della scena è evidentemente filtrato/permeato dai pensieri della ragazza, infatti il narratore sa cosa lei provi/pensi e qua e là lo specifica. E’ un approccio che ho usato in tutta l’opera (di cui questo è un frammento), cercando di avvicinare il narratore onniscente ad uno dei protagonisti e cambiando il personaggio-magnete ad ogni capitolo (uno per capitolo, per evitare fastidiosi salti dalla spalla di un personaggio all’altro). L’effetto scatter è evitato, credo, ma l’effetto mal-di-mare (dall’alto del narratore onniscente al punto zero del personaggio immerso nel contesto) potrebbe restare, come rischio. STILE: qui è una piccola polemica personale, quasi un divertimento. Cosa non suona bene al tuo orecchio della frase “Oltretutto, è pure nobile per davvero”? La senti ridondante? Barocca? O è solo che le Tavole delle Leggi dell’editor recita “non desiderare gli avverbi”? Per finire, un piccolo spoiler:
  10. Gualduccig

    Cosa state scrivendo?

    Sono piantato a metà della stesura di una storia strana, che sfrutta l'indagine collegata ad un omicidio per portare i protagonisti in giro per la città e fare qualche fotografia umoristica (o aspirante tale) dell'Italia contemporanea. Dentro di me lo chiamo noir a colori. Solo che, arrivato a metà, mi sono un po' bloccato: il discrimine tra il ritratto sardonico di brutture che tutti conosciamo e l'immane vaccata è davvero sottile e al momento devo ritrovare un po' di autostima prima di ridare fiato alle trombe.
  11. Gualduccig

    Il colloquio di Anna [frammento]

    Commento ad altro testo: Inserisco qui un capitolo tratto da un'opera che sto provando a scrivere (dentro di me lo definisco un noir colorato o poliziesco alla Malaussene): non si tratta dell'incipit e non è un brano pienamente autoconclusivo ma sono comuqnue molto interessato a ricevere qualche commento. Un paio di indicazioni per favorirne la comprensione: la protagonista di questo capitolo è Anna, italiana di seconda generazione (i genitori sono cinesi). Sta affrontando controvoglia un colloquio di lavoro impostole dalla famiglia, anche se ha la testa da tutt'altra parte: un lavoro (e soprattutto uno stipendio) le serve ma quella stessa mattina ha assistito al funerale del suo amato (di cui lei era amante, non la fidanzata ufficiale), assassinato senza che si sappia ancora il perchè. E Anna al momento ha soprattutto una cosa in mente: la vendetta. A occhio e croce, quella sala riunioni deve aver la stessa età del bar di sua madre, pensa Anna: legno che pretende d’esser nobile, superfici quasi laccate, totale mancanza di spigoli vivi. L’esatto contrario dell’uomo che le siede davanti: lineamenti picassiani, colletto della camicia inamidato ad ala di gabbiano, barba di due giorni che fallisce nel tentativo di sembrare una barba curata appositamente per sembrare incolta da due giorni. Oltretutto, è pure nobile per davvero. “Se è qui, signorina, immagino che conosca la grande tradizione della nostra azienda: in Stivalia ma soprattutto qui a Petronia il nome Grappa Slavonia è un simbolo di qualità, di storia e di cultura familiare.” “Ho lavorato nel bar di famiglia: non c’è over 50 che non la beva.” “Ecco, ha toccato esattamente il punto: Slavonia è tradizione. E tradizione significa passato, memoria, i bei ricordi dell’infanzia.” Avrà quarant’anni e parla di infanzia come un’ottantenne: patetico. E retorico. Ma questo Anna lo tiene per sé. “Ma tradizione, nell’immaginario collettivo, significa anche polvere,” continua imperterrito l’uomo, sfogliando le carte davanti a sé, “ragnatele, immobilità.” “E rughe, dentiere e mani malferme. Almeno a guardare i clienti che ho servito io.” “La Slavonia era davanti ad un bivio, poco tempo fa: poteva continuare a lavorare come aveva sempre fatto, nel rispetto delle volontà dei fondatori, e preoccuparsi di coccolare i suoi clienti più affezionati.” “E accompagnarli alla tomba. Col rischio di metterci un piede dentro.” “Esatto, signorina, macabro ma esatto. Infatti abbiamo preso l’altra strada: aprirci alla novità, a nuovi mercati, a nuovi consumatori. Senza snaturarci, s’intende.” “S’intende.” “Slavonia resta coi piedi ben piantati sul territorio, il nostro territorio, ma ha alzato lo sguardo verso il futuro. E ci siamo accorti che il futuro è una combinazione di tempo - va da sé - e di spazio: il futuro possiede una geografia e il nostro si trova a oriente. Nel lontano oriente.” Lui la guarda, lei lo guarda. Lui accenna, lei conferma con un cenno del capo. Del resto, la favoletta sarebbe chiara anche per un bambino. “E così abbiamo accolto nuovi soci, un fondo cinese, e ci siamo preparati ad aprire ad un mercato dal potenziale immenso. Ma non devo certo insegnarlo a lei.” Anna sorride. Vorrebbe dirgli che lei in Cina non c’è mai stata, che occhi a mandorla e incarnato non fanno di lei un’esperta di quella terra, che grazie ai film le sono più note New York e Londra di Pechino e Shanghai. Vorrebbe, tanto. “Così come non le devo insegnare che il gusto degli orientali per i superalcolici è differente dal nostro: cercano un risultato più abboccato, un gusto più lineare. Una nota più leggera e vibrante, ma netta, rispetto all’arpeggio del nostro bouquet classico.” “Più semplice, insomma.” “Ma è solo l’effetto di una scarsa abitudine rispetto alla profonda articolazione del gusto alcolico che abbiamo qui in Europa. Non che in America sia molto diverso, intendo: sapesse che schifezze tentavano di propinarmi quando ero là a studiare. E’ così, coi liquori come in tanto altro: qui nascono le idee, poi per viaggiare devono alleggerirsi e perdono di definizione. Pensi alla filosofia, alla democrazia o, che so.” “All’economia.” “Eh! Noi l’abbiamo affinata, pure quella, ma adesso è chi vive agli estremi della mappa a contare davvero.” Alza un dito. “Ma c’è un lato positivo: tanti soldi in tasca, tanta voglia di spenderli. E cosa ama comprare un parvenu?” Anna si limita a sporgersi verso di lui, in attesa della rivelazione: prestarsi più di così a quel teatro sarebbe insultante. “La storia che non possiede. E nei liquori - lo possiamo ben dire - la storia siamo noi, nessuno si senta offeso, come dice la canzone.” Un accenno di sorriso funziona bene come assenso. “E insomma, come avrà capito ora noi siamo un’azienda nuova, pur nella continuità, e abbiamo bisogni nuovi: ci occorre costruire una relazione più forte e diretta coi nostri partner del Far East e, me lo lasci dire, non è cosa semplice.” “Le relazioni a distanza sono sempre complicate.” Sottili colpi di tosse scuotono l’esaminatore: perfino la sua risata è spigolosa. “Eccellente analogia questa: se permette, me la rivendo al più presto.” “Prego, lo consideri un regalo. O un investimento, veda lei.” L’uomo si drizza, l’ilarità svanisce. “Ha ragione, ha ragione: veniamo a lei.” Mani a correre sugli stampati che si tiene di fronte. “Dunque, gli studi, sì, okay. Sveglia mi pare sveglia. Spigliata, decisamente. Esperienze, ecco, un po’ ondivaghe, diciamo così.” “Mi sono data da fare per trovare la mia strada ma le occasioni finora non sono state molte. Né fortunate. Ma non sono mai rimasta con le mani in mano.” “Brava, è così che si fa: mai fermarsi, anche quando la sorte è avversa.” Se uno sguardo potesse trafiggere, l’uomo sarebbe morto, a questo punto. Ma lui neanche se n’accorge, preso com’è a rincorrere qualche appunto. O a fingere di farlo. “Vabbè, il profilo sul piano dell’esperienza non è da cinque bicchieri ma può andare. Se devo essere sincero con lei, signorina, a noi interessa soprattutto la sua conoscenza della lingua: sa, non vorrei far la fine di quelli che si scelgono un ideogramma come tatuaggio e poi portano scritto ‘involtini primavera’ sulla spalla, giusto?” “骑虎难下” cinguetta Anna. “Ah. E cosa significa?” “E’ un modo di dire: bisogna sempre esser cauti.” Diciamo così, sì. Ricompare il sorriso tutto spigoli. “Beh, quel che si dice la saggezza cinese, giusto?” Anna china il capo e si abbandona ad un sorriso. Saggezza (cinese o meno) è assicurarsi di togliere la suoneria al cellulare prima di iniziare un colloquio di lavoro; ottimismo è lasciare il suddetto cellulare sul tavolo, accanto alla borsa, nella speranza che arrivi qualche buona notizia. Per questo sorride, perché l’ottimismo è stato premiato: sul display galleggiano quattro parole, Ghisa ha una pista, che parlano di speranza, l’unica che ormai le interessa. Quella di vendetta. “Oh, ecco, la famosa compostezza orientale: nessuna spavalderia, piuttosto contegno e misura. La invidio molto, sa? Sono tesori che ci si porta dietro tutta la vita. E’ difficile trovare tanta educazione qui da noi, in chi ha la sua età.” Anche nei più attempati, veramente. “La sua conoscenza della cultura cinese ci aiuterà molto: la lingua è il primo scoglio ma superato quello abbiamo fatto esperienza di tante incomprensioni. Come piace dire a me, con l’URSS avevamo la cortina di ferro ma a trattar con la Cina si va spesso a sbattere in un muro di gomma, sa?” E senza aspettar risposta “ma certo che lo sa. Per questo il suo profilo è molto interessante per la Slavonia. Il suo e di chi è come lei.” “Ne trova poche, di persone come me.” E vaffanculo al contegno orientale. L’uomo picassiano accusa il colpo, smanaccia le sue carte, pretende di appuntarsi una nota sul bordo di un foglio. Biascica i soliti rituali di saluto, praticamente senza alzare gli occhi dal tavolo. E chiude con l’immancabile “le faremo sapere se saremo interessati.” “Io farò altrettanto. Grazie.” Lo schiocco della porta che si richiude alle spalle di Anna non è mai assomigliato tanto come ora al rumore di uno schiaffo.
  12. Gualduccig

    Lo sproloquio di Diego

    Ciao @Mirkos91, il tuo frammento mi è piaciuto molto, davvero, ma spero mi perdonerai se qui insisterò soprattutto sulle parti che al mio personalissimo orecchio sembrano potenzialmente migliorabili: si tratta di pareri personali di un aspirante scrittore, quindi prendili con le pinze e fanne ciò che più ritieni opportuno (tipo stamparli e foderarci la gabbietta del canarino). Prima di tutto, credo che tu abbia involontariamente sabotato il tuo incipit perché hai anticipato la condizione particolare del protagonista: io ho letto il brano alla luce di quello spoiler, cercando e aspettandomi i tratti della schizofrenia. Invece dovrebbe essere il contrario: il lettore si fa trascinare dal vortice di parole di Diego (decisamente accattivante) ed è lì che viene colpito dalla rivelazione che ‘sto ragazzo non sta tanto bene. Se puoi, prova ad eliminare quell’indicazione e a spostarla sotto il brano, per aiutare i prossimi commentatori ad approcciarsi in maniera più obiettiva. Venendo al brano, ti sparo qualche suggerimento: Prova a decidere se il tuo personaggio è un decisionista o un dubbioso e porta questa forma mentis nel suo modo di esprimersi. E’ una persona che si macera nel dubbio del ricordo, che inserisce un “credo” / “temo” / “lei penserà che” / “ma forse no” o simili ad ogni frase? E’ quindi un’anima persa dentro un mondo di cui non ha la mappa? Fallo uscire. E’ invece uno certo di sé, che sa come va il mondo (sbagliando, ma appunto lui non lo sa né accetta la possibilità), uno che si butta a capofitto nelle cose tagliando con la spada i nodi gordiani del caso? Fallo uscire, elimina i “probabilmente” e i “credo sia normale che” e piuttosto fallo esondare verso l’interlocutore (es: “lei riterrà strano che io (…) ma non gliene faccio una colpa, è il suo lavoro”) In relazione a quanto sopra, dai un ritmo al suo parlare: è pieno di dubbi? Si esprimerà con periodi lunghi, articolati, anchilosati, ricchi di parentetiche, di preterizioni, di ipotassi, anche di anacoluti, perché no. E’ uno certo di sé? Frasi nette, no forme passive, matriosche di discorsi diretti, verbi di azione, metafore belliche o diciamo “futuriste”, magari anche qualche onomatopea qua e là (es “e poi, BANG, l’ho vista, e mi son chiesto: come ho fatto a sopravvivere alla sua assenza, finora?”) E’ un personaggio che ama divagare? Direi di sì. La divagazione per lui è però solo uno svolazzo del pensiero, un divertissement, o è un elemento tanto importante (nel suo pensiero) che vi si concentra sopra e si allontana dal tema che stava discutendo (e magari solo l’intervento dell’interlocutore lo riporta in rotta)? Nel secondo caso, rendilo più maniaco del dettaglio: la sua divagazione non è una nota a piè di pagina, è per lui un capitolo da aprire ex novo e scrivere con minuzia di dettagli. Distanza dagli eventi “spaziale” invece che “temporale”? Cavalca l’idea, spaccala, fagliene parlare come uno scienziato parlerebbe della sua ricerca, con parole affilate e voglia (o anzi necessità) di trasmettere il 100% del suo sapere all’interlocutore. Quale è la relazione col suo interlocutore? Si sente minacciato? Si sente suo pari o inferiore (o superiore magari)? Sa che ha bisogno di convincerlo di qualcosa? Parla spontaneamente o sotto costrizione? Questo lo sai solo tu, ma lo sa anche il tuo protagonista, e a mio parere ha senso che filtri verso il lettore attraverso i modi con cui si interfaccia con questo sconosciuto interlocutore. E’ l’ennesima volta che si parlano? E’ la prima? Cosa si aspetta Guido da questa interazione? Anche se non si aspettasse nulla, è un tratto interessante da lasciare come pulce nell’orecchio al lettore: un tizio si racconta e se ne frega di cosa penserà di lui chi lo ascolta. Mhmmm, non è cosa normale… Che rapporto ha con le parole? E’ magari un maniaco della terminologia precisa e inusuale, che magari usa per distanziarsi dal resto del mondo, più plebeo, (potresti avere “ateneo” invece di “università”, “meltdown” invece di “crisi di nervi”, un “trench” al posto del generico “giacchetto”), o piuttosto uno che bada poco, pochissimo a simili distinzioni (e allora magari “va a lezione” invece che “all’università”)? L’incipit è buono, ha alcuni punti che davvero solleticano la curiosità del lettore, e il tuo protagonista ha alcune uscite ben efficaci (soprattutto la sentenza conclusiva): secondo me se aiuti Diego a mettersi ancora più a fuoco ne puoi fare un vero personaggio intrigante.
  13. Gualduccig

    Quanto è importante per voi il tema?

    Io faccio molta fatica a pensare una mia storia senza averne anche chiaro il tema/messaggio, forse perchè gran parte delle opere che più ho amato e che mi hanno spinto a cimentarmi con la scrittura sono caratterizzate da temi/messaggi/prese di posizione abbastanza espliciti. Parlo di romanzi di Saramago, Benni, Bulgakov, Herbert. A volte questa morale è connessa alla trama, a volte è nascosta nelle descrizioni del contesto in cui i protagonisti vivono un percorso che, in sè, non ha un tema preciso. Ma io, nel mio piccolo, ho bisogno di avere sotto mano quella bussola. Il che magari rende quanto scrivo troppo pedante o didascalico, magari. Ma è un problema di esecizione, non di strategia, a mio parere.
  14. Gualduccig

    La mattina in cui tutto cambia.

    Ciao @niccat13, ti lascio qui alcuni miei pensieri su questo frammento che a mio opinabilissimo parere contiene alcuni spunti intriganti e alcuni spazi di miglioramento. STACCO DI INQUADRATURA: Il frammento inizia con un primo piano su Viola, in cui si tratteggia brevemente l’ambientazione e si forniscono – anche in maniera abbastanza esplicita - i dati fondamentali sul momento temporale dell’azione (gennaio) e sulla protagonista (17 anni). A me quell’”aveva diciassette anni” piace molto perché lascia nella testa del lettore un seme che germoglierà di lì a breve: in quel momento, avvolta nel piumone, aveva 17 anni. Da lì in avanti sarebbe stata costretta a diventare adulta. Mi piace tanto, dicevo, ma mi stona troppo la vicinanza col successivo “Federico bussò alla sua porta”: l’inquadratura è ancora su Viola, preferirei si trasferisse da lei alla porta e al fratello, quindi potresti pensare di rendere soggetto di questa frase di raccordo il suono delle nocche sul legno, il suo ritmo, e trasmettere con quello la prima nota dissonante rispetto alla placida calma del primo periodo (ecco che la spensieratezza dei 17 anni inizia ad allontanarsi…). Cinematograficamente parlando, suggerisco di tarsformare la scena da una contrapposizione di inquadrature ad un unico pianosequenza, diciamo. Un problema analogo lo sento (ad orecchio, diciamo) nell’inserimento del paragrafo che inizia con “fu quell’evento”. Quel paragrafo mi piace, dà un senso di ineluttabilità, è una fotografia davvero ben riuscita di un dolore ingabbiato nelle buone maniere. Però non riesco a vederlo ben posizionato tra un’istantanea (il disvelamento dell’incidente) e l’altra (la descrizione delle ricerche): rappresenta un commento troppo distaccato, troppo da una prospettiva esterna, e la successione vicinissimo-lontano-vicino della granularità dei tre spezzoni mi sembra depotenzi il paragrafo in questione. Magari potresti pensare di posticiparlo dopo la parte sulle ricerche (otteresti un progressivo allontanarsi dell’obiettivo: interno casa –> boschi –> prospettiva totalmente esterna) o di inserire una frase di raccordo per introdurre meglio un ritorno al dettaglio della ricerca (magari basterebbe spostare cronologicamente la ricerca trasformando i tempi verbali, da “andarono avanti” a “erano andati avanti”, il che riporterebbe la descrizione della ricerca più vicina alla prospettiva esterna del paragrafo precedente). RITMO: nel tuo frammento (immagino per evitare ripetizioni) alterni “uomo in divisa” e “poliziotto”. Potresti pensare di lasciare solo il primo “uomo in divisa” e usare tre volte a fila “poliziotto”, per rappresentare l’incalzare dell’ansia nella testa dei ragazzi (che si concentrano sul fatto che è un poliziotto, che non l’han mai visto da vicino, men che meno in casa loro: campanella d’allarme sempre più forte). Anche il paragrafo che inizia con “fu quell’evento” può prendere più ritmo, a mio parere, se ne aumenti la spigolosità: niente “come se”, nella casa è deflagarta un’esplosione; niente “perché”, solo un bel duepunti che mette in risalto la compostezza della famiglia. NOTE VARIE: Il padre prima ha una specie di mancamento, poi appean scopre che i figli son lì (sente Viola) si fa forza e va da loro a dare la brutta notizia. Ora, magari sbaglio ma troverei maggiore coerenza se provasse a guardarli negli occhi (senza riuscirci fino in fondo) e solo una volta distolti dicesse la verità. Ma non so che taglio vuoi dare alla personalità del padre quindi valuta tu se ha senso o meno. Non starei a specificare cosa sia una roncola: è superfluo, credo, e toglie ritmo al periodo.
  15. Gualduccig

    Dialoghi

    Complimenti. Posso chiederti dopo quanto tempo dall'invio hai ricevuto la proposta?
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