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arcimboldo51

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  1. arcimboldo51

    Casini Editore

    Ciao a tutti. Una domanda. Vi risulta che l'indirizzo di posta info@casinieditore.it sia inesistente? Alessandro
  2. arcimboldo51

    Badiglione Editore

    I vorrei contattare questa CE ma vedo pochi post.Forse non ne vale la pena?
  3. arcimboldo51

    80144 Edizioni

    Ciao a tutti. Non riesco a trovare informazioni sulla lunghezza dei racconti da inviare. Grazie. Alessandro
  4. tre racconti su venti INCIPIT Mia figlia sorrideva triste e io mi domandavo se quello non fosse l’ultimo dolore che le recavo. Mi accarezzava spesso, forse per tenere nei palmi il mio odore. L’ho sempre amata e le sono stato vicino ma, come due parallele, non ci siamo mai intersecati. Pur sforzandoci, rimanevamo due dirimpettai che si cercano guardandosi ogni giorno e alzano la mano in segno di saluto. Non rimaneva altro che un sorriso, una carezza: tutto lì. La mia vita ormai era altrove. Ultimi giorni di angoscia e di preparazione poi, via verso l’isola sconosciuta, speranzoso di ricominciare e lasciare tutto e tutti alle spalle. Un’altra vita. SINOSSI Sbarcai a Creta un giorno di maggio per un periodo di conoscenza. Appena attraversato il tunnel mi ritrovai in una selva di corpi che mi stringeva e pressava, un carnaio in cui la cacofonia di lingue mi stordiva. I variopinti abbigliamenti dei turisti ondeggiavano come fiori al vento, profumi e odori si condensavano in un unico miasma soporifero. L’altoparlante sovrastava il brusio insistente. Il tintinnio dei bicchieri e delle tazzine del bar, collocato sotto una finta tettoia di palme, si perdeva cristallino sulla pletora di voci . Ero turbato e confuso. Scombussolato dai discorsi di quell’ultima cena con gli amici da Maria, la gestrice del ristorante che aveva preparato una tavola degna di un convivio luculliano, ripercorrevo costantemente la serata. Gli amici che mi dicevano: tanto Creta è a un tiro di schioppo, in tre ore sei a casa. Qualcuno mi rammentava che forse, un periodo sabbatico, mi avrebbe solamente giovato. Qualcun’altro mi confortava raccontando delle cazzate che combinavamo imitando il film “amici miei”. La maggior parte ironizzavano sulla mia imminente partenza, mancavano dieci giorni, paragonandomi all’emigrante veneto con la valigia di cartone tenuta da uno spago. Mia figlia, seduta di fronte a me, sorrideva triste e io mi domandavo se quello era l’ultimo dolore che le recavo. Mi accarezzava spesso, forse per tenere nei palmi il mio odore. L’ho sempre amata e gli sono stato vicino ma, come due parallele, non ci siamo mai intersecati. Pur sforzandoci, rimanevamo due dirimpettai che si cercano guardandosi ogni giorno alzando la mano in segno di saluto. La mia vita ormai era altrove. I fuggiaschi, quelli che se ne vanno da una realtà divenuta, nonostante tutti gli sforzi per raddrizzarla, storta e insostenibile, tendono ad annullare, dimenticare e annichilire ogni traccia del passato. Sperimentano di tutto per nascondere e confondere le orme e i segni lasciati dal transitare sulle vestigia di un passato prossimo e remoto. Io ero consapevole di me stesso, dei miei trascorsi. Non cercavo di scomparire e mi attaccavo agli affetti ancor più di quando li frequentavo ma me ne dovevo allontanare per salvarli, perché non rimanessero in me come rovine ma semplici e attuali ricordi. Il passato è come un fantasma che appare nei momenti bui e quando meno te lo aspetti ti segue mormorandoti i fallimenti che hanno costellato la vita, dimenticando i successi. Avrei dovuto aver pietà di me e dei miei atti, quell'antica “pìetas” che rispecchia, tra l’altro, il sentimento religioso, il rispetto della famiglia, il valore gerarchico che ancora confusamente albergavano in me. Non avevo fatto mai chiarezza e neppure avevo imparato che la pietà è quella parte dell’amore che non chiede nulla ed è di per se stessa una preghiera. Ora lo sapevo ma sembrava che tutto fosse perduto. “Forse semplicemente accantonato”. Mi dissi un preda all’angoscia. Avevo bisogno di respirare. Uscii e mi sedetti sulla panchina dell’ingresso guardando i turisti che trascinavano i trolley o si caricavano in spalla zaini voluminosi dai quali pendevano i più disparati oggetti. File ordinate di nordici stazionavano di fronte ai box delle varie autolinee. Frotte di italiani e spagnoli assalivano corriere ed autobus come fossero diligenze nel farwest mentre, personaggi più distinti e ricchi, incedevano, naso all’in su, verso il parcheggio dei taxi. Ero stanco e frastornato. La decisione di partire mi era costata parecchio in emozioni e convinzioni. Il tempo per i se ed i ma era scaduto. Mi trovavo solo in un paese straniero con una lingua incomprensibile. Alle spalle una vita di successi e disastri non mi aveva insegnato niente dell’amore, della tolleranza e della pace: avevo gustato solo avventure. Portavo sulle spalle le azioni passate come Atlante la volta celeste. Esausto, mi sentivo imbrigliato in una ragnatela di crucci e rincrescimenti. Più progettavo di riemergere e più affondavo invischiato in una densa melassa che m’impediva movimenti fluidi. Nuotavo nell’affanno e avevo paura. L’ego si ribellava alla situazione di stasi e all’accondiscendenza supina di una realtà devastante. Pagavo il motto preferito: meglio rimorsi che rimpianti. Non sono ubbidiente per natura e tanto meno il mio carattere si adatta all’inerzia. “Cerco pace, anche se dolorosa”. Mormorai guardandomi ancora una volta attorno alla ricerca di un segno, di un indizio che rivelasse che quanto stavo facendo fosse la cosa giusta, e mi chiesi: “Perché qui?” Era vero che avevo accettato un invito, era altrettanto vero che Creta era la meta ideale per lontananza e, al contempo, per vicinanza al mio paese. Avevo altresì ricevuto proste dalla Spagna e dal Venezuela, persino dalla Germania da dove, alcuni amici, mi avevano scritto offrendomi ospitalità. Perfino dalla Norvegia mi aveva telefonato una vecchia “morosa” sperando di riavermi tra le sue braccia. Io avevo scelto Creta senza un preciso motivo se non quello di incontrare una vecchia amicizia. Da un’ora stavo seduto a pensare, recriminare e immaginare, nell’attesa dell’autobus che da Chania mi avrebbe condotto a Rethymnon. Quando arrivò, trascinai le valige e mi sedetti al primo posto per avere una visuale migliore del nuovo panorama. Seduto a osservare il paesaggio, ancora verde della primavera, mi resi conto che mi rimanevano solo due opzioni: o credere in me stesso e nelle mie possibilità o no e ciò sarebbe stato come un trampolino o una fossa, una ripida e difficile salita o una fluida e veloce discesa nel precipizio della fine. Ora percorro le strade dell’isola, che fu patria di Minosse, alla ricerca di una dimensione consona al mio spirito curioso ed errabondo. Nel girovagare peregrinante, senza precise mete, incontri casuali e cercati tingono i giorni di colori vivi e avvenimenti fortuiti mi donano nuova linfa. Le donne, tutte, sono il leit motiv. I suggestivi paesaggi di Creta permeano di eros e pathos le mie esperienze di errabondo. Un racconto in capitoli trattato con ironia e fraseggio interiore dialettale (tradotto). Uno scambio di battute con la coscienza vigile, descrivono la mia attuale vita tra avventure amorose, amicizie sincere e veleggiate sul mio Koala 38. L’EPILOGO Da giorni le immagini e i ricordi del recente passato tornavano assillanti. Come in un film al rallentatore, fotogramma dopo fotogramma, sembravano una locomotiva lanciata contro di me che, impassibile e immobile, la vedevo arrivare sbuffante. Inerte e trasognato attendeva l’urto, la deflagrazione che avrebbe dato inizio a un nuovo corso della vita o alla fine. Era sicuro che tergiversando ancora sarebbe successo così. Allora decise. “Basta”. Avrebbe chiuso e racimolato, in qualche modo, un po’ di soldi e si sarebbe inventato altro. Era stanco di una professione divenuta esclusivamente un mercato nel quale muoversi significava ripudiare ogni idealità costruita sin li. Negli ultimi anni e per il luogo dove professava, immaginare l’architettura come “arte primaria” non aveva futuro e neppure si prospettavano soluzioni tali da mettere a frutto l’esperienza trentennale e un curriculum di tutto rispetto. Era penoso, triste e drammatico abbandonare il lavoro, nella maturità professionale, che era stato passione, attaccamento, esaltazione e tormento. Era dunque arrivato al capolinea della professione. Mancavano soli due anni alla pensione e non voleva buttarli in inutili e vani tentativi di riemergere. Pensò di cambiare, di dedicarsi a una delle sue grandi passioni: la cucina. Per trovare stimoli e sopravvivenza aprì, con un amico, un ristorante al piano terra di un piccolo centro commerciale, defilato dalla via principale e immerso nella zona residenziale tra piccoli condomini e giardini privati. “In cueo al mondo”. (in fondo al mondo). Di sera, nel periodo in cui stava chiudendo l’attività dello ”studio”, ordinata alla bell’e meglio la scrivania e, salutato con un sogghigno il collega, si allontanava in fretta, quasi a voler lasciarsi l’afflizione alle spalle. Nella sua testa, un ristorante doveva essere l’epitome alla professione esercitata: “Pure nella cucina si esercita fantasia e creatività”. Il suo non sarebbe stato un banale ristorante alla moda ma un’esplosione di idee per gente con idee e con voglia di vivere e curiosità. Pensava a quante valenze erano insite in un luogo ove: “No se se impenize soeo a panza”. (non solo ci si riempie la pancia) Lo pensava come un angolo di aggregazione con molteplici sfaccettature e possibilità: cucina di ricerca, vini solo veneti, spazio musica, spazio teatro, biblioteca, zona pranzo, angolo relax, area convivio per compagnie, angolo degustazione prodotti autoctoni e un locale prive. Ogni giorno immaginava qualcosa da inserire. Alla fine smise di congetturare. “No bastaria un capanon da mie metri” (Non basterebbe un capannone da mille metri). Il caso volle che, proprio in quel periodo, ricevesse una richiesta che, lo capì in seguito, avrebbe trasformato e condizionato il resto della sua vita. L’amico, industriale di successo, tra un caffè e una consulenza, aveva discusso con Al della sua follia: aprire un ristorantino. Conosceva la sua passione per la cucina; ogni tanto, infatti, lo reclamava nella sua villa per allestire velocemente una cena per ospiti che capitavano all’improvviso. Al era ben disposto a queste improvvisate performances, poiché riteneva che, oltre che a un favore all’amico, fosse un occasione di conoscenza di personaggi illustri e ben dotati di portafoglio. Fu chiamato con urgenza al telefono da Piero: “Vien qua, movete” (vieni qui, muoviti). “Cossa ghe xe?” (che cosa c’è?). “Te go dito de vegnar qua, tanto o zo che no te ghe gnente da fare” (ti ho detto di venire qui, tanto lo so che non hai nulla da fare). E aggiunse: “Desbrigate” (sbrigati). Si recò, quindi, presso l’ufficio dell’amico, su al terzo piano. Salendo con l’ascensore tutto in vetro ammirava la sua opera mentre scrivanie, scaffali e impiegati sprofondavano velocemente nei piani che si inabissavano sotto di lui. Sdraiato sul divano finta zebra gli fece cenno di versare da bere indicando con la mano il bar. Si sedettero ad analizzare le varie proposte che Pietro immaginava per la sua nuova fabbrica. Seguì un’accanita discussione sulle soluzioni organizzative degli spazi esterni. Gli innumerevoli tentativi di farlo desistere dall’idea della sequoia, voleva piantumarne addirittura un viale, a qualcosa approdarono. Al non cedeva facilmente alle richieste del ricco amico, ci teneva all’integrità del progetto e l’altro, di contro, non ne voleva sapere di essere contraddetto. Gli sforzi prodotti per fargli comprendere il non luogo che si sarebbe venuto a creare con l’utilizzo delle sequoie, approdarono a qualche modifica alla proposta di Piero. Alla fine accettò di organizzare gli spazi esterni con una piantumazione di liquidambar stiracyflua anziché di sequoie. Poi, su richiesta di Al, ordinò, non nell’interfono ma gridando a squarciagola affinché lo sentissero fino al piano terra, due caffè. La segretaria dell’ufficio accanto partì come un razzo giù per le scale. Con l’ascensore avrebbe perso qualche secondo. “Però !” Esclamò Al. “I xe tuti co a fifa inte el cueo, ma cossa ghe feto aea matina, i morsegheito pena che i riva? (sono tutti con la paura piantata nel culo, ma cosa gli fai al mattino quando arrivano, li mordi appena arrivano?). Piero sorrise e fissandolo strepitò.“Fin desso ghemo zogà, desso xe ora de robe serie” (sinora abbiamo giocato, ora è venuto il momento delle cose serie). Di fronte al caffè, a bruciapelo, senza tante parafrasi, gli fece la proposta. “Perché non riapri la pizzeria che sta al piano terra del mio centro commerciale? E chiusa da cinque anni ma è completamente arredata, funzionante e con una cucina attrezzatissima”. “Si, te ghe razon (si, hai ragione). Ma è in culo al mondo, non ha spazi esterni o giardino e nessuna visibilità”. Era infatti posizionata nell’angolo più nascosto del complesso edilizio che dava sull’abitato, difficile da individuare anche da chi transitava a piedi nei paraggi. “Non si vede dalla strada e c’è da sputare sangue solo ad inventarsi qualcosa”. “Non te la senti, ti mancano le palle?”.Lo schernì Piero. “Lo sai che quelle non mi mancano. Il fatto è che non ho i soldi sufficienti per quest’avventura. Bisogna trovare l’idea giusta per far funzionare quel locale. Comunque servono almeno tre anni e una montagna di soldi ed io da solo non ce la faccio”. L’amico lo scrutò pensieroso col suo sguardo d’aquila. Al immaginava che stava per progettare o inventarsi qualcosa per convincerlo ad accettare la proposta e che la chiamata per le variazioni degli spazi esterni era stata solo una scusa. Lo conosceva bene. Piero fece una telefonata alla moglie richiedendola immediatamente in ufficio. Poi, deposto il telefono, si rivolse nuovamente ad Al. “Ti faccio una proposta che non puoi rifiutare”. “Sentiamo” “Aspettiamo che arrivi Lella”. “Beh…perché? Tanto comunque decidi sempre tu.” Rispose Al impertinente. Si era intanto avvicinato alla finestra e l’aveva aperta accendendosi una sigaretta. Sapeva che a lui dava fastidio ma che tollerava il suo vizio. Ogni volta gli ingiungeva di usare lo swap, la sigaretta elettronica. Gli rispondeva: “No me piaze e moeghea de proporme i sufimigi” (non mi piace e finiscila di propormi suffumigi). “Sempre a cagnarve valtri do” (sempre a bisticciare voi due). Lella apparve sull’uscio della parete vetrata e, elegante come al solito, intervenne a tacitare i due. “Moèghea” (smettetela). E rivolta al marito: “Cosa vuoi. Cosa significa questa riunione?” “Sentì qua” (State attenti). Ribattè Piero. “Zo drio proporghe che a piseria la gestissa lu” (Gli sto proponendo la pizzeria in gestione). “Fai quello che vuoi purché funzioni. E’ l’angolo morto dell’edificio”. Si espresse lei sfogliando sbadatamente il libro sfilato dallo scaffale ove erano riposti i prototipi. “Apunto, in cueo al mondo” (Appunto in culo al mondo). Ribattè Al aggiungendo.“El voe darmea proprio a mi. Cossa ghe goi fato de mae, e parchè proprio a mi?” (Vuole darla proprio a me. Cosa gli ho fatto di male, e perché proprio a me?). E Lella poggiando il libro sula scrivania. “Ha ragione, sappiamo che il tuo studio è in sofferenza e che lo vuoi chiudere, sappiamo delle tue previsioni future, dei tuoi desideri, ne abbiamo già discusso con te in tempi non sospetti, qualche sera a casa mia”. Poi, per rinforzare la proposta del marito. “E poi sono convinta pure io che un personaggio come te ce la può fare. Sei ancora in forze, un bell’uomo che il tempo ha segnato poco. Sei uno sportivo e piaci alla gente”. “Gnanca par sogno!” (assolutamente no). Ribattè Al. “No buto chei quatro bessi che go da na parte pa na sparada che podaria finir mae”. (Non butto via quei pochi soldi che ho da parte per una spacconata che potrebbe finire male) Piero si alzò dalla poltrona incespicando sul finto tappeto di zebra, in pendant col divano, aggrovigliato attorno alle razze della poltrona per il continuo oscillare sulle ruote che imprimeva col suo nervosismo cronico. Prima di finire il giro attorno alla scrivania incespicò ancora e, per riprendere l’equilibrio, si poggiò a una pila di libri sparpagliandoli sul piano di cristallo. Una sonora bestemmia silenziò la moglie che aveva avuto un azzardo di ilarità. In quell’ufficio tutto decantava ricchezza e potere, dal soffitto in cartongesso, tinto di un rosa pallido luccicante, alle pareti in encausto veneziano, dai divisori in vetro serigrafato ai costosi arredi che, un architetto che non aveva ancora scelto da che parte stare, aveva allestito come un postribolo e col quale Al aveva avuto un pesante alterco rinfacciandogli, volgarmente, la sua indefinita sessualità. Osservando l’incedere tronfio e impacciato dell’amico ricordò un film di Fantozzi e la “poltrona di pelle umana” sulla quale sedeva il “direttore”. Una risata sonora allibì i due che la credevano indirizzata a loro. Al si scusò spiegando l’aneddoto. Piero non convinto lo guardò torvo. “Ben femo cussì” (bene facciamo così). Si era fermato in centro stanza guardandolo pensieroso, poi: “Pa do ani no te me paghi l’afito, te usi tuto queo che ghe ze rento e te fe queo che te voi e se te ghe bisogno zo qua e…. va in cueo” (Per due anni non mi paghi l’affitto, usi tutto quello che c’è dentro e fai quello che vuoi e se hai bisogno io sono qua e … vai a fare in culo). “Ma Piero!” S’indignò ad arte Lella. “Si, el me ga roto i cojoni, ghe dao na posibiità, e lu la buta” (Si, mi ha rotto i coglioni, io gli do una possibilità e lui la butta via). “Non mi sono ancora espresso”. Incalzò Al passando dal dialetto all’italiano. “L’offerta è interessante ma ci devo pensare. Devo trovare persone affidabili e convinte dell’avventura e che abbiano il coraggio di condividere il progetto”. “No a xe na ventura” (Non è un’avventura). Urlò Pietro. “A xe na posibiità che te dao” (È una possibilità che ti do). “Sei proprio un amico, Pietro”. Rispose Al, sorridendo beffardamente. “Ma, in genere, per quel che ti conosco, le tue proposte convengono solo a te. Ci devo pensare e una risposta te la do in settimana”. Pietro incalzò.“No te ghe da spendare pi de vintimie euri, e mi me carico i costi de tutti i impianti che serve” (Non devi spendere più di ventimila euro, e io mi sobbarco tutti i costi per la sistemazione degli impianti). Poi, con fare condiscendente: “Te digo de pì, te garantizo trenta dei me dipendenti ogni medodì” (ti garantisco trenta dei miei dipendenti ogni mezzogiorno). “Ti co vintimie euro no te te neti gnanca el cueo e in te chel posto co chea cifra no te fe na ostia” (Tu con ventimila euro non ti pulisci neppure il culo e con quella cifra lì non si combina nulla). “Comunque”. Riprese. “Devo trovare qualcuno che gestisca la cucina e che partecipi all’impresa. Devo elaborare un progetto, sottoportelo, preventivarlo e metterlo in opera. Ti darò una risposta fine settimana”. “Al, tu conosci un sacco di persone, hai un’esperienza di ristoranti poiché la tua è una famiglia di ristoratori e hai voglia di cambiare”. “Si, Lella, grazie della fiducia e grazie della proposta, fine settimana si decide”. Appena uscito, era ancora nell’androne d’ingresso, telefonò a Manuel, emigrato in Germania a lavorare come cuoco in un ristorante stellato. Con lui si era dilettato in gare culinarie e non solo. Era una bella e cara persona. Un amico di condivisioni. Se n’era andato poiché qui aveva perso la casa in una vicenda quasi surreale. Al lo aiutò come poté ma fu tutto inutile: una triste storia. “Assame perdare che stao ben qua” (Lasciami perdere che io sto bene qui) Fu la risposta secca e asciutta. Senza Manuel non se la sentiva di affrontare da solo quella sfida. Nonostante il diniego dell’amico e nella speranza di convincerlo o trovare qualche altra soluzione, aveva intanto redatto una bozza di ristrutturazione da pizzeria a ristorantino: da 150 a 70 posti, angolo lettura con divanetti Chesterfield, angolo musica live su pedana, fornitissima libreria. Prevedeva 2500 volumi, tanto li avrebbe avuti gratis da Piero. Completavano l’ambiente: un’enoteca e un angolo assaggi e aperitivi, con affettatrice Berkel rossa a volano in bella vista ed un prive per i dirigenti dell’azienda di Piero. Nonostante la proposta dei due anni gratis e un progetto ambizioso ma realizzabile, non aveva il coraggio di affrontare l’impresa senza l’amico. Deciso a recarsi da Piero per rifiutare l’offerta, si era alzato, il venerdì, con l’amaro in bocca, un turbinio di pensieri e un sentimento bigio: non se la sentiva proprio di affrontare quel cimento da solo. Dopo la doccia si preparò il the. Si stava accomodando al tavolo con la teiera fumante in mano, quando il telefono prese a ronzare. Azzerava la suoneria per non essere disturbato di notte. Conosceva le bestie dei suoi amici di scappatelle. Guardò il numero, estero, ma non lo conosceva. Il prefisso però lo fece sobbalzare. “Si?” “Vien torme so al Marco Poeo de Venessia” (Vieni a prendermi, sono al Marco Polo di Venezia). La voce dell’amico squarciò il grigiore. Guidò come un pazzo. Era abituale per lui andare a velocità sostenuta nostante i sei punti rimasti sulla patente. Giunse che Manuel usciva dal terminal. Si abbracciarono, salirono presto in auto perché doveva riprendere l’aereo alle sette di sera e, con un'altra follia automobilistica, furono di fronte al ristorante. Mostrò l’ambiente e dispiegò il progetto stampato su un grande foglio sul lungo tavolo centrale, riempito di schizzi a mano libera e appunti. Elencò i termini proposti dal proprietario e che cosa si poteva ancora ottenere. Manuel lo guardò incredulo e deciso sbottò. “Si fa! Torno a febbraio, tu inizia a ottenere i permessi, poi assieme lo realizziamo. Prepara il contratto con lui e quello tra di noi”. Al non stava nella pelle. Era la volta buona di una svolta seria. Manuel tornò con la voglia di rimettersi in gioco. Tutto fu realizzato nel giro di due mesi. All’apertura intervenne il paese. Lui era un personaggio conosciuto. Il sindaco tagliò il nastro ed ebbe inizio l’avventura. Nel contempo era pure giunto agli sgoccioli il tempo dello studio di architettura. Quando entrava in ufficio per chiudere con gli ultimi impegni, lo coglieva la depressione e lo infastidiva lo sguardo topesco del collega in perenne competizione con Al per dimostrare la propria superiorità ma non possedeva né le qualità né le capacità. “E’ arrivato il momento di chiudere, dell’ufficio non ne posso più”. Il dottore gli aveva comunicato che doveva cambiare aria, smettere, se voleva salvarsi dalla depressione in cui stava lentamente scivolando. “E’ arrivato il momento di aver coraggio”. Si disse ancora una volta pensando a ciò che lasciava: professione ed esperienza. “Succeda quel che deve ma io mi fermo qui”. Non aveva mai raggiunto la ricchezza perché non l’aveva mai cercata anteponendo al sacrificio di una vita dedita ai soldi, la voglia di vivere e di assaporare quello che la vita poteva riservargli. Si permetteva una vita interessante: un lavoro come architetto, una barca a vela, anche se piccola, escursioni in montagna, viaggi per il mondo, una casa ricavata dal precedente ufficio, una figlia, le canne da pesca, le mostre, il cinema, la pittura e tutte quelle altre cose di cui si era attorniato e che viveva con intensità, non ultima la passione per la cucina. Non amava più i luoghi in cui aveva vissuto per lavoro, come Milano o Tmisoara, Monaco o Asmara, dove si era fermato il tempo sufficiente per viverli e detestarli. Neppure gli piaceva uscire con i colleghi o gli arricchiti poiché se non parlavano di denaro, sparlavano di donne e ognuno a casa aveva moglie e figli. Lui, pluridivorziato e con una figlia, invece, era single e libero e non intendeva sottostare a regole sociali che non condivideva. Lo studio fu chiuso o meglio, lasciò al socio tutto il carnet clienti, prese solo le sue cose personali. Salutò il collega che si sentiva tradito e si dedicò interamente al ristorante che diventò il suo rifugio, il suo futuro e forse quello della figlia. Aveva speso soldi ed energie, aveva coinvolto Manuel nell’avventura e stava funzionando. La sera, perché lavorava solo di sera, si animava, non vedeva l’ora di cambiarsi, infilare la camicia bianca col nome del ristorante e il suo ricamato in rosso e nero e uscire incontro ai clienti, servire il vino, decantarlo e discorrere animatamente con gli ospiti che gradivano la sua presenza. Amava chiacchierare con la cameriera, mentre chiudevano, lavando i bicchieri e riassettando bancone e sala. Lei, una ragazza volenterosa, mite e colta, dimostrava affetto verso il suo titolare. Ne era gratificato e si sentiva felice quando chiudeva e andava al solito bar per incontrare gli amici che prima avevano cenato da lui. Fu quello un periodo in cui la vita gli sorrideva. Non gli mancavano le serate scapestrate con gli amici, i giri a Venezia o a Firenze a qualche mostra, i concerti di musica sinfonica o il teatro. Nel ristorante organizzavano serate di cultura con presentazione di libri, performance teatrali, cantastorie che riempivano la prima parte della settimana e l’altra si concludeva con musica live, jam session, dj e tutto ciò lo impegnava e lo gratificava. Manuel in cucina era un mago. I clienti, la sera, arrivavano anche da lontano: Vicenza, Padova, Venezia e anche oltre. Di giorno, la ditta di Pietro e altre due aziende di successo della zona, riempivano tutti e settanta i posti e a volte facevano anche il doppio turno. Ora, che era libero dalle incombenze della professione, dedicava più tempo al ristorante e immaginava già modifiche e migliorie. Un pomeriggio, comunicò a Manuele una sua elucubrazione, questi, alzata la mano in gesto d’attesa, rientrò in cucina e prese uno spadone da spiedo e avvicinandosi a lui con passo da schermitore: “Sentimo!” (Ascoltiamo). “Che ne dici se prendiamo anche il locale di lato, costruiamo una parete di vetro e ci mettiamo due grandi tavoli. Uno lo attrezziamo per disegno ed uno per cene private. Un tendaggio per chi vuole la privacy. In tal modo la gente mi vede dipingere e i clienti possono scegliere se nascondersi o farsi vedere ?”. Manuele sorridente, tra una sciabolata e un affondo. “Che ne dici, invece, di andare in cucina a dare una mano? Ti te ghe sempre bee invension e dopo ghe toca a chealtri farse el cueo”. (Tu hai sempre belle idee ma poi tocca agli altri farsi il culo). I giorni trascorrevano serenamente, anche se l’impegno profuso era notevole. Si erano, però, dati dei tempi che permettevano di vivere una vita equilibrata: lunedì e martedì chiuso di sera e la domenica tutta pure. Così ognuno si riservava degli spazi e dei tempi per conciliarsi col mondo. Trascorsero due anni sereni e indimenticabili ma venne il tempo del dispiacere. Si presentò alla fine di settembre Lella paventando la possibilità che tutto l’immobile fosse ceduto ad un grande marchio internazionale di abbigliamento. “Ciò cosa comporterebbe per noi?” “Che dovrete lasciare l’immobile. Una bomba esplosa in una stanza ermetica li avrebbe storditi di meno. Seguirono giorni di colloqui, pensieri, controproposte. Al si recò negli uffici del suo amico e mentre saliva le scale di ardesia pensava: “Bell’amigo che go incontrà” (Bell’amico che ho incontrato). Si rifiutò persino di incontrarlo. Demandò alla moglie l’incarico di gestire l’intera faccenda. Al fece svariate proposte per poter continuare il lavoro col ristorante. Fu tutto inutile. Per provare a opporsi dovevano affidarsi a un legale ma il consulente di categoria sconsigliò tale azione. “Un disastro”. Esclamò Al, rannicchiato nella vecchia poltrona di pelle consunta dell’ufficio di Toni, il consulente commerciale. “Si, una battaglia infinita, senza speranze”. E con ciò si alzò e tese la mano. Era finita. Una sera, seduti fuori dal ristorante, decisero che non valeva la pena continuare. Lavorare con l’incertezza che di li a pochi mesi avrebbero forse, anzi sicuramente, dovuto abbandonare l’esercizio non aveva senso. Era una morte lenta, una morte per inedia. “Molliamo”. Esordì Manuele. “Si”. Fu il monosillabo di Al. E gli sovvenne quanta disponibilità Piero aveva dimostrato quando lo convinse ad accettare la proposta. “Sapeva già allora che avrebbe venduto lo stabile, ma avere dei locali sfitti lo avrebbe deprezzato, per cui la proposta”. Poi rivolto a Manuele. “Mi dispiace averti coinvolto in questa disavventura. E’ solo colpa mia.” Manuele lo guardò con gli occhi lucidi, gli tremavano le labbra. Al si sentiva responsabile per averlo trascinato in quella vicenda. “Assolutamente non devi. Ho accettato, non mi hai obbligato”. Facendo cenno di si con la testa Al aggiunse: “Alieniamo tutto e chiudiamo, non mi va di stare qui ad aspettare la fine”. E così fecero. Vendettero la cucina e tutta l’attrezzatura che c’era e se ne andarono. Fu una botta tremenda. Manuele ripartì per l’estero e Al cominciò a pensare che a quel punto forse, anche per lui, si prospettava una scelta simile. Dove e come non ne aveva idea. Pensò al cugino in Venezuela. Qualche anno prima era andato a fargli visita poiché non lo vedeva da anni. Fu una vacanza costellata di imprevisti, tutti relativi all’attività delinquenziale di giovani bande che lì regnano sovrane incontrastate. “Un paese troppo pericoloso”. Pensò all’amico architetto, che aveva già mollato la professione e aperto un ristorante in Spagna che ogni tanto lo chiamava offrendogli la possibilità di entrare in società. “No, basta con i ristoranti”. Gli passò per la testa di andare in Eritrea, dove anni addietro restaurò, per il governo, gli alberghi di Asmara del periodo coloniale italiano. “Quelli fanno una guerra con l’Etiopia un giorno si e l’altro pure”. L’idea di tornare a lavorare in Romania, l’aveva frequentata per lavoro per cinque anni, non lo attirava. “E’ un paese di ladri e puttane”. “Anche la Mongolia potrebbe essere una soluzione”. C’era stato quaranta giorni con un amico e li aveva conosciuto un italiano che organizzava safari e faceva il ricercatore per l’università. Molto ben ammanicato col governo, conosceva parecchie ditte europee che avevano degli appalti in corso e si era offerto di aiutarlo. “Troppo lontana, bel paese per turismo ma triste per abitarci ... e poi manca il mare”. Così i giorni passavano senza che trovasse una soluzione. Frequentava gli amici e i fratelli e si dedicava alle sue passioni: la pittura, le escursioni, i musei, le mostre, i concerti. Accettava ogni proposta che lo portasse fuori dal paese e lo distogliesse da quella nera posizione di stallo e dai ricordi. Ricevette la telefonata di un’amica che, dopo anni di silenzio aveva casualmente, o forse no, ritrovato e ogni tanto passava per il ristorante per un bicchiere ed una chiacchera. Una persona che Al aveva sempre avuto nel cuore, con la quale condivise molto e per molto tempo. Poi le reciproche delusioni obbligarono ambedue ad allontanarsi. Ammirava Miriam, piccola, energica, affascinante come una trappola, seducente e inquietante come una gorgone, magnetica come una sirena. “Ulisse si era legato all’albero maestro per sfuggirle”. “Ciao Al, come stai?”. Esordì on voce preoccupata. “Ho sentito cos’è successo al ristorante. Te l’avevo detto di non fidarti di quell’uomo. Lui non ha amici. Lui usa tutto e tutti per i suoi scopi. Ti avevo avvisato ma tu non mi ascolti mai. Non mi hai mai ascoltato”. Lei era così: prima ti riversava contro una slavina di improperi, ti spogliava di ogni possibilità di difesa, poi, quando ti aveva denudato, se ne stava li ad ascoltare, con aria innocente, se avevi qualcosa da dire. “Non me lo aspettavo un tiro mancino del genere. Non lo credevo capace di tanto”. Sbottò. “Sei sempre il solito credulone. Ma quando imparerai a non fidarti della gente?”. “Ora però non so che fare. Ho un po’ di idee, qualche progetto per il prossimo futuro che potrei mettere in atto ma mi sento galleggiare in un mare di perplessità. Non sono sereno e la botta è lungi dall’essere digerita. Ci vorrà del tempo ed intanto devo pensare a come sbarcare il lunario”. “Perché non vieni con me a Creta?” La sua repentina richiesta spiazzò Al. “A fare che?” “E qui che fai?” “Nulla” “Beh, vieni qui a fare lo stesso e con calma ci guardiamo attorno se c’è qualcosa che vale la pena di intraprendere che garba a tutti e due. Intanto dai un occhio alla mia costruzione. Dividiamo le spese per l’alloggio e ti do qualcosa per il controllo: poco però”. “Non ti smentisci”. Concluse Al. Pensieroso stava valutando la proposta appena ricevuta e, poggiato il telefonino sul tavolo, ne stava fissando lo schermo come sa da quello dovesse uscirne un’ispirazione. E pensava: “In fin dei conti non è un’idea sbagliata. Qui che ci faccio. Tutto è andato in malora. Per ripartire, sia come architetto che ristoratore dovrei comunque cambiare zona. Se rimango qui senza fare nulla consumo quei pochi “bessi” che mi sono rimasti e poi mi trovo in braghe di tela, come si suol dire. “Sei ancora lì?” La voce di Miriam, che usciva gracchiante dal viva voce, lo riportò alla chiamata. “Si” “E allora?” “Devo decidere ora?” “Perché quando vuoi decidere?” E in dialetto Miriam riprese: “A setimana dei tre zoba?” (La settimana con tre giovedì?). “Va ben, vegno, quando ze parte?” (Va bene, vengo, quando si parte?). ”Tra quindici giorni. Io un’idea di un lavoro l’ho già ma te ne parlerò a tu per tu”. Al accettò con perplessità ma dopo qualche giorno, a cuore sereno, gli parve un’ottima scelta. Miriam aveva deciso di costruire un piccolo B&B a Creta, “in un luogo non pressato dal turismo di massa”, così si era espressa. Sarebbe trascorso più di un anno e nell’attesa lei era propensa ad inventarsi qualche attività per incamerare qualcosa per le spese. “Di sicuro di mezzo c'è un architetto, un costruttore e tutto il seguito che ruota attorno all’edilizia. Potrebbero essere dei validi agganci per un nuovo inizio. E poi c’è questa idea della quale mi vuole parlare a tu per tu che mi stuzzica. Lei non fa mai nulla a caso e lo fa solo se c’è una discreta redditività.” Formulava questi pensieri nei giorni che preparava i bagagli, avvisava la figlia, la famiglia e gli amici della prossima partenza. Nessuno obiettò alcunché. Tutti capivano, anche se dispiaciuti, la scelta obbligata. La figlia, quando andò a trovarla, pianse ma lo abbracciò sussurrandogli: “Fai bene. Mi hai sempre accompagnato nei miei momenti difficili, se avrai bisogno verrò”. Se ne tornò a casa mesto e pensieroso. Aprì la porta e, come faceva di solito, si tolse le scarpe spingendo la punta dell’una sul tacco dell’altra. Cogitabondo si guardò attorno. Camminando scalzo assaporò, forse per l’ultima volta, l’intimità e il possesso del suo nido. Già le emozioni principiavano a sopirsi e a virare verso differenti mete. Il freddo pavimento di cotto fiorentino era mitigato dalla molteplicità di tappeti con cui lo aveva adornato. Si muoveva lentamente per l’ampio open space, che prima era stato il suo studio, osservando meticolosamente la mobilia firmata, tutti gli oggetti appesi o disposti sugli innumerevoli scaffali: lampade, coltelli di ogni foggia, archi, compound e balestre, preziosi vetri di Murano, argenti di ogni dove, avori, libri in quantità enorme, ossidiane e oggetti in alabastro, statuette e calchi in ceramica, in gesso ed in terracotta. Sostò di fronte alla testa di un putto, eseguito dalla figlia in terracotta. Un viso sorridente ma triste che lo guardava fisso e che aveva comuni assonanze con una foto di lei, ritratta con la testolina bionda coronata da fiori cremisi di petunia, che portava sempre con sé. L’aveva scattata al Vittoriale l’estate che lei compiva tre anni. Striato di rosso e con gli occhi dalle pupille scavate trasmetteva un senso di vuoto e, al contempo, di profondità, di tormento e melanconia. Fissando quello sguardo inquieto ci cadde dentro e s’immerse nel ricordo dei disperati tentativi del passato di riemergere dalla situazione di sballo in cui era sprofondata. Aveva vissuto quel periodo quasi in simbiosi con lei accompagnandola lungo la difficile risalita. Si appoggiava cercandolo, respingendolo e sfidando il suo affetto. Al traeva forza dall’insolita comunione che s’era creata tra loro anche se, in qualche modo, gli rinfacciava di essersene andato di casa, di averla abbandonata. I sensi di colpa allora erano insopportabili e nel colmarli, forse, le aveva arrecato un danno maggiore. “Ci sarò”. Sentiva le parole dell’amore e del vuoto che inevitabilmente lasciavano perché proiettate nel futuro. Annaspava nella confusione dei sentimenti, nell’incertezza e nel dubbio. S’inginocchiò sull’Isfahan azzurro dell’ingresso, si copri gli occhi con i palmi e si lasciò andare ad un singhiozzo convulso ed ininterrotto. Rimase prostrato ore in preda ad uno sconforto che lo squassava e assaporò quel dolore come se fosse l’ultimo. Lo volle, lo spinse, lo chiamò, se lo tenne dentro il più a lungo possibile perché quello doveva essere veramente l’ultimo: dopo, non ci sarebbe stato il tempo dei rimpianti e tanto meno quello dei rimorsi. Aveva il groppo allo stomaco. Lasciare la sua vita per l’ignoto non era poi cosa semplice ma … lo aspettava un’altra sorte. Non voleva finire i suoi giorni da vecchio nella casa per anziani vicina come successe a molti dei suoi zii e conoscenti. “Senectus ipsa morbus” (La vecchiaia stessa è una malattia). Amava ripetersi, citando la locuzione di Seneca che aveva imparato sui banchi del liceo. Non riusciva a percepirsi vecchio e bisognoso. Proiettandosi nel prossimo futuro s’immaginava ancora energico e battagliero, pur col vigore misurato dal tempo trascorso. “Omnia mea mecum porto” (Tutto ciò che di buono è mio lo porto con me). Alzatosi, si era fatta l’alba, si diresse allo specchio, che baluginava il riflesso della prima luce, si guardò e si sorrise: con sé avrebbe portato solo la sua epica e la sua odissea. “Omnia mea, mecum porto”, ovvero tutto ciò che è mio lo porto con me”. Così dicevano gli antichi per sottolineare che la vita e le sue peripezie possono rubare averi e inestimabili ricchezze, ma non quel che davvero ti appartiene: l’amore, l’intelligenza, la dignità. La società dell’avere per l’essere mal si adatta al detto latino. Nel bagaglio della propria esistenza la filosofia antica poneva una formidabile certezza. Nessuna burrasca o nessun temporale sarà mai tanto forte da consentire al saggio navigante di perdere ciò di cui è padrone assoluto: la propria essenza. La frase è attribuita al grande Lucio Anneo Seneca o a Biante di Pirene. L’INIZIO (L’insegnante di inglese) Si era imbarcato una prima volta a Venezia per una settimana di indagini sull’isola. Voleva capire come poteva essere condotta la vita una volta che avesse deciso di stabilirvisi e quali fossero le opportunità di lavoro. Non che aspirasse a continuare la professione di architetto, proveniva da una famiglia di commercianti e ristoratori e gli sarebbe piaciuta un’ attività nel mondo del turismo. Ora tornava definitivamente senza avere, nella prima visita, consolidato alcunché. Al chek-in incontrò una copia di italiani che s’imbarcavano per Creta e, nella sala d’aspetto del gate, gli raccontarono poi le peripezie per andarsene dall’Italia: un bel paese che non amavano più. Anche lui si apprestava ad espatriare. Il suo lavoro aveva cessato di esistere, anzi, i suoi lavori, sia quello di architetto sia quello di ristoratore. Pensava a quanto triste era stata la mattina che, svegliandosi angosciato ed emergendo da incubi di povertà col groppo alla gola, aveva realizzato che sia la professione di architetto che quella di ristoratore avevano concluso il loro corso. I primi anni da architetto li aveva vissuti come un pioniere. Il mondo, allora, appariva un terreno da conquistare mentre ora erano solo gomitate. L’unico spazio e l’ultima frontiera era l’informatica ma quel mondo pullulava di gente arrabbiata, prona o subdola in cerca di gloria ed il ristorante era stato una bella ma fugace chimera. La realtà intorno a lui si stava facendo sempre più estranea, distante e incomprensibile. “Un giorno scriverò di questo mondo in transizione dove la mia collocazione è dubbia. Ho l’impressione di essere un dinosauro in via di estinzione”. Si disse e s’indusse a placare il disordine di emozioni che lo stavano assalendo. Ricordando una frase dei sonetti del Foscolo “dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”, si girò verso il finestrino alla sua destra ad osservare la pista che correva via veloce. Più in alto le nubi celavano, a tratti, la vista di sotto in un alternarsi di nebbia e limpido, in un susseguirsi ipnotico che liberava fantasia e ricordi. Ricordava al liceo le sue performances alle interrogazioni quando, in piedi sulla sedia, il prof lo incitava a declamare e poi spiegare quanto aveva appena recitato. Lui godeva di tali improvvisate recite e si esprimeva come un mimo, in rappresentazioni enfatiche declamando versi e spiegazioni. Ricordava ancora una lettura sul Foscolo: “Come quella pace del cuore che si può provare talvolta dopo che tutto il tempo speso cercando di risolvere mille difficoltà, dopo tutte quelle fatiche che non hanno portato a nulla, nella vita, nel destino personale di solitudine e di esilio, nella consapevolezza che tutto ha una fine, anche quel coraggio, quello spirito indomito che lo hanno sempre contraddistinto, possono venir meno. Quasi come se l'ansia di combattere che ruggisce dentro il cuore si placasse, per stanchezza, per tedio o per debolezza e, alla sera, trovasse pace”. In quelle frasi e in quei pensieri riconobbe la sua attuale condizione e con tristezza alzò lo sguardo verso il cielo a tratti sereno. Seduto a ridosso della parete dell’aereo, accanto ad una signora che leggeva I Pilastri della Terra di Ken Follett, aveva poggiato la testa sul plexiglas di quel piccolo pertugio per ammirare, cercando panacea al suo malessere, la pittorica quadratura dei campi ed il loro viraggio nei colori del verde. Osservava con tristezza il reticolo di strade e fiumi della sua terra che costituivano l’ossatura di una regione prospera ma devastata dalle costruzioni indiscriminate. Andava individuando i paesi che erano stati nella sua quotidianità e, mentre l’aereo prendeva quota, le immagini sfumarono in un quadro di Pollok. Nel mentre era immerso in questi pensieri affiorarono alla mente alcune citazioni cartesiane. Aveva studiato filosofia al liceo e ne aveva proseguito con saltuario interesse lo studio nei tempi successivi. Amava Cartesio e Kant. E come in un display alcune frasi, che furono il lite motive della sua vita, gli sovvennero e si dipanarono chiaramente: “Ora, anche se la mia opinione è che non tutte le cose che s’insegnano in filosofia siano vere come il Vangelo….essa è la chiave di tutte le altre scienze”. Ed inoltre: “ Non avrebbe accolto nessuna cosa per vera se non si fosse presentata alla mente con tale chiarezza e distinzione da non avere alcun motivo di dubitarne”. E l’immancabile assioma: “cogito ergo sum”. L’unica certezza di esistere. Reputava, ne era convinto, che il pensiero era l’unica sicurezza di vita, che solo attraverso il pensiero si poteva prendere coscienza del mondo, l’elaborazione alchemica o chimica era propria dell’essere consapevolmente esistente. La riflessione che in quel momento sfiorò Al, dettato probabilmente dagli ultimi tristi accadimenti che lo avevano travolto, fu: “Abbiamo sostituito cogito con habeo ergo sum e la vita è divenuta una forsennata corsa alla dimostrazione del possesso, all’evidenza della proprietà, alla necessità del successo quale conferma dell’esistenza, all’obbligo di produrre e consumare per sentirci vivi, ci siamo ancorati alla labilità dei sentimenti e delle emozioni. Ciò ci rende ricattabili”. A convalidare quei pensieri una frase di Erich Fromm: "Gli individui che fanno propria la modalità di vita dell'avere godono della sicurezza, ma sono per forza di cose insicuri. Dipendono da ciò che hanno, come denaro, aspetto fisico, potere, beni, in altre parole, da qualcosa che è al di fuori di loro. Ma che ne è di loro se perdono ciò che possiedono? Quindi io sono ciò che non ho?" Quest’ultima si stampò come un marchio nella memoria perché sottolineava ciò che in quel momento stava vivendo. Rendendosi conto che entrava in un campo minato cancellò dalla lavagna della mente i pensieri dicendo: “Sto andando nel paese dei padri della filosofia, lasciamo a loro le incombenze”. E si concentrò sul paesaggio che sfumava sempre più e si perdeva nell’irregolarità delle nubi. La signora che leggeva di tanto in tanto alzava gli occhi dal libro e lo guardava, percepiva lo sguardo dai piccoli cambiamenti di postura che facevano cigolare il sedile di quel volo di “economic class”. Per osservare il viso di Al doveva spostarsi in avanti poiché lui aveva poggiato la fronte sul finestrino e gli dava la nuca. Quando l’hostess passò col carrello Al si rimise a sedere retto per ordinare un caffè e osservò la signora accanto e che girata la testa soddisfò la curiosità. Al mostrò uno dei suoi accattivanti sorrisi. Aveva letto quel libro anni addietro e non era altro che un libro ben scritto ma simile a tanti altri prodotti per il commercio. “E’ un libro avvincente?”. Indicando col movimento del mento il libro che giaceva aperto sulle ginocchia della donna. “Si. Molto avvincente” . “Non poteva dire altro”. Pensò Al, e si riappoggiò al finestrino. Non era una persona interessante. Il viaggio continuò tra un’alternanza di pensieri che lo coglievano di sorpresa: da citazioni filosofiche rappacificanti l’agitazione provocata da quella scelta drastica di partire a immagini evocative di momenti sereni e disperanti del passato recente. “Che acquisto, che perdo, ne sarò capace?”. Erano i quesiti che si presentavano incessanti e ai quali dare una risposta era tormentoso per la quantità di confutazioni che si potevano applicare ai responsi. Oltre a queste domande, imperativa era quella sulla lingua da adottare in quel paese. Lui conosceva il tedesco ed il francese, nell’isola si parlava il greco e molto inglese che alla scuola, ovviamente, era la lingua straniera di riferimento. “Dovrò dedicarmi allo studio dell’inglese”. L’aereo atterrò in un bellissimo pomeriggio soleggiato, era caldo seppur fosse maggio e un leggero vento asciugava il sudore. Al si avviò a ritirare il bagaglio stivato nella carlinga dell’aereo e che ora, con molta probabilità, gli addetti stavano posizionando nei nastri trasportatori della sala di arrivo. Trascinò i bagagli fin fuori dall’aeroporto e li, piccola e nervosa, era in attesa la sua amica. Un grande sorriso si stampò su quel faccino da ranocchia e si incamminò verso di lui con il suo caratteristico procedere dinoccolato. Si salutarono con un abbraccio affettuoso. Al, poggiato a terra il bagaglio, accostò la guancia alla sua poggiandole le braccia sulle spalle ed accettò sorridendo il suo: “Ben arrivato”. Il noto profumo della sua pelle liscia come il velluto scardinò una quantità di emozioni e ricordi che lo avvilupparono in una coperta protettiva. Era l’unica persona alla quale avrebbe permesso intromissioni nella sua vita, sulle cui mani avrebbe, senza esitazione, posto la sua. L’aveva conosciuta anni addietro e avevano vissuto esperienze contrastanti, stimolanti, difficili ma mai banali. Era tra le poche persone che al momento del bisogno c’era, attiva, dura, razionale ma spassionata. Quella sequela di emozioni durò il tempo di uno sguardo. Subito si riprese e:“Come stai? che bello rivederti!” Esclamò. Lei, con il suo solito fare asciutto e deciso: “Dai carica i bagagli che andiamo a prendere un caffè in un bel posto”. “Dove, vicino al porto?” “Si c’è una pasticceria con i tavoli all’aperto, dobbiamo anche prendere il pane. Poi un salto in centro a Chania a fare un po’ di spesa e di corsa a casa che c’è un mucchio di roba da fare”. Non si smentiva, veloce, razionale e pratica. Ricordava alcuni momenti di tensione quando spesso esclamava, se lui indugiava all’edoné. “Prima il dovere poi il piacere”. Caricò quindi i bagagli sull’auto usata che lei aveva da poco acquistato col suo assenso. Aveva visto la foto della 206 blu elettrico che lei gli aveva mandato su whatsapp con un’unica descrizione: il costo. Lui aveva risposto. “Si”. Era una macchina abbastanza ben tenuta, il blu elettrico della carrozzeria mitigava la miriade di botte e strisci che aveva ricevuto in dotazione. Nel complesso non era diversa da tante altre auto cretesi che portavano i segni del tempo, delle disattenzioni e della noncuranza. Risaltava però una marmitta colossale, in acciaio cromo dai riflessi aggressivi e all’accensione un rombo-ferrari riempì il parcheggio. Al sorrise. Abituato alla sua Audi si sentiva impacciato in quel minuscolo abitacolo ma, questo era, e se ne fece una ragione. La villa affittata sorgeva dirimpetto alla scuola nel paese di Roumeli. Con un grande giardino su due terrazzamenti, una piscina ed un portico prospiciente la zona giorno ed uno la zona notte, era da considerarsi una casa per vacanze. Tre stanze da letto, due bagni, un grande soggiorno-cucina col caminetto ed un solarium sul tetto costituivano una casa atta anche a degli ospiti paganti in quanto una delle stanze ed un bagno erano autonomamente edificati rispetto al resto della casa. Nei giorni seguenti il suo arrivo sperimentò la difficoltà della comunicazione. Il greco era una lingua ostica e lui non conosceva l’inglese per cui i primi furono “i giorni del mimo”. Lui amava definirli così in quanto dal cafeneio al supermercato, dal ristorante alla macelleria ogni richiesta era trasmessa con gesti, mimiche e l’aiuto del google translator. Il compagno di Miriam, che arrivò successivamente, parlava correttamente in inglese e, in ogni dove e momento servisse l’uso della lingua inglese, con fare da professore, amava apostrofarli: “Barriere linguistiche inaccessibili vi relegano a semplici boscimani culturalmente azzerati”. I primi giorni che trascorse sull’isola furono dedicati ai bagni, alla pesca e al sole. “Tanto per acclimatarmi”. Spiegò a Miriam che lo voleva attivo da subito. Decise che doveva frequentare qualche corso d’inglese e cominciò ad indagare. Aveva visto giù al porto la sede di una scuola di lingue ma la trovò sempre chiusa fino a quando non decise di pranzare alla taverna di fronte e attendere il tempo necessario fintantoché non fosse arrivato qualcuno. Verso le due di un pomeriggio, in compagnia di Antonio, si posizionò sul tavolo estremo all’esterno, giusto dirimpetto alla scuola e ordinò una frittura di calamari e del vino bianco Vilana. Una ragazza arrivò verso le tre e mezzo, lui pagò velocemente, si avviò alla volta della scuola e suonò il campanello. La stessa venne ad aprire e, con l’intermediazione dell’amico, chiese se c’era la possibilità di corsi privati per attempati ignoranti. La ragazza rispose che i corsi sarebbero ripresi a settembre. La delusione di Al fu così evidente che lei stessa rimase interdetta e poi, a seguito di richieste pressanti se conoscesse qualche docente disponibile all’insegnamento privato, scrisse su un biglietto il numero di telefono di una professoressa che gestiva una scuola al paese vicino e che forse era interessata a dare lezioni. Qualche giorno prima Antonio, nelle sue ricerche di materiali da costruzione, aveva incontrato una ragazza, “un toco de gnoca” (una gran bella donna), che a Rethymno teneva corsi di inglese e aveva proposto ad Al di interessarsi “che ne valeva la pena” .La distanza da casa e il costo l’avevano indotto a temporeggiare. Avrebbe chiamato successivamente e verificato le possibilità. A Prinos la scuola si trovava in una laterale della via principale. Il paese aveva una sola via a due corsie delimitate da un’aiuola centrale e marciapiedi laterali dotati di speroni per impedire “il greco parcheggio selvaggio”, come lo definiva lui. Dalla via principale, sulla quale si affacciavano le attività commerciali allocate su edifici vecchi e fatiscenti ed alcuni risultati di improbabili esercizi di architettura moderna, si aprivano strette viuzze intasate di suv. La scuola era uno di quegli esercizi ma, ad onor del vero, gli piaceva. Quella via era larga e consentiva il parcheggio anche difronte alla scuola e li posizionò il suo “tamarro”, così definiva la 206 blu elettrico. Venne ad aprire un bionda signora sui quaranta, distinta ed aggraziata che lo fece accomodare in ufficio. Attorno al vestibolo, al quale si accedeva subito dall’ingresso, si aprivano le porte delle varie classi per i corsi di inglese e l’ufficio di presidenza era la prima porta a sinistra. Erika, in lingua italiana, poiché aveva frequentato a Venezia l’università di lingue, illustrò le modalità dei corsi e le attività scolastiche ma Al l’interruppe e chiese:“A me interessano lezioni private, non me la sento di seguire dei corsi con ragazzini delle elementari o delle scuole medie”. Lei si soffermò un attimo guardandolo, poi abbassò lo sguardo pensosa e prendendo una sigaretta dal pacchetto poggiato sulla scrivania colma di testi e registri, l’accese. Volute di fumo riempirono la stanza e lui, fumatore accanito da trenta sigarette al giorno, venne una voglia tale che, non trattenendosi domandò:“Posso fumare anch’io?”. Gentilmente lei, allungando il braccio oltre la scrivania, porse il pacchetto che aveva già cavato di tasca e infilato la cicca tra le labbra. Sorridendo Erika gli passò l’accendino che teneva in mano. Due sigarette in quella stanzina fecero l’effetto di un incendio e quindi si alzò per aprire la finestra. Ad Al piacque subito quella donna, sorridente e dalle movenze decise che parlava un italiano semplice ma corretto e si mostrava disponibile alle sue esigenze. Lo condusse in giro per la scuola illustrando le attività che ivi venivano svolte. I suoi alunni erano prevalentemente ragazzi delle medie e alcuni delle superiori. La scuola dava una bella impressione, linda, pulita e le insegnanti lo accolsero, nella visita alle classi, con gentilezza e discrezione. L’edificio era di recente costruzione. L’architetto aveva tentato un’architettura diversa da quella che Al vedeva nelle nuove proposte, specialmente quelle rivolte al turismo. “Scatoe da scarpe disegnae da architeti che ga soeo sfogià giornai” (Scatole da scarpe create da architetti che hanno solo sfogliato riviste). Definiva così la banale uniformità delle costruzioni di ultima generazione, interpreti di un facile razionalismo. Ritornati in ufficio si accordarono sulle modalità per le lezioni che a dopo avergliene illustrati alcuni, comunicò: “Ho una sorella che al centro del paese gestisce una cartolibreria, li puoi ordinare a lei che pure parla in italiano”. Il primo pensiero fu: “Con tutte queste persone che parlano in italiano sarà un’impresa difficile lo studio dell’inglese o sarà un vantaggio?” Tutti gli avevano detto che, per imparare bene una lingua, l’insegnante doveva essere di madrelingua e non conoscere quella dell’allievo, all’inizio è più difficile ma col trascorrere del tempo diventa un vantaggio. Si disse che invece forse era meglio così perché avrebbe potuto anche imparare qualcosa della lingua greca. Una volta congedatosi si diresse alla cartoleria e con sorpresa la sorella, altrettanto gentile, lo accolse chiamandolo per nome. “Evidentemente si sono già parlate al telefono.” Consegnò la lista dei testi che gli aveva scritto Erika su di un foglio e cominciò a guardarsi intorno. La cartoleria era allestita in un piccolo locale che dava sulla strada principale con un’unica vetrina e la porta di accesso ricavata sull’angolo della stessa. Alle pareti scaffali estesi fino al soffitto, colmi di quaderni, blocchi, album e tutto il necessario per la scuola. C’erano pure i giochi didattici. Le attrezzature da stampa stavano verso il fondo del locale prima di un piccolo magazzino tre gradini più in basso e il banco di servizio, in un angolo, era stracolmo di gadget, offerte per la scuola e giocattoli. Si aveva l’impressione di un bazar, ove si può trovare di tutto, che di una cartoleria. Curiosando nell’attesa che concludesse la telefonata di ordinazione dei libri trovò, sotto una pila di notes dalla copertina multicolore, due cartelle con cartoncini rigidi a strappo che gli piacquero. Rammentò di averne visti di simili a Fabriano quando, con amici era andato, un natale, a fare un giro di piacere con stazionamento ad Assisi e visite a Perugia, Gubbio, Spoleto, dove aveva frequentato la scuola sottufficiali, Norcia e Cascia. Sfilò quindi i quaderni dalla pila e controllò i cartoncini: “Ottimi per l’acquarello e le matite Caran d’Ache”. Terminata la telefonata gli rivolse la domanda: ”Allora come ti trovi qui a Creta?” “Bene direi, ma è ancora presto per capire il mondo che ho attorno, non è molto tempo che mi sono stabilito a Roumeli”. “Ma da quando sei qui?”. “E’ appena un mese e comincio ora ad acclimatarmi”. Il suo italiano era corretto come quello della sorella.“Anche tu sei stata in Italia?” “Si, come Erika mi sono laureata in Italia”. “Ah, ora capisco. E come mai questo lavoro? è poco attinente alla tua laurea”. “Ho fatto per quindici anni la guida turistica, poi mi sono stancata e con mio marito abbiamo aperto questa cartoleria”. Era una persona che ad Al provocava una strana emozione. Non sembravano sorelle. Erika si mostrava aperta, curiosa ed era una persona solare. Lei invece aveva si un atteggiamento di curiosità ma al contempo schivo. Alta, longilinea e con i capelli lisci che, sciolti, le cadevano sulle spalle, aveva uno sguardo sfuggente quasi a voler passare inosservata. Erano ambedue belle donne anche se molto diverse l’una dall’altra. Indubbiamente, per il suo temperamento, trovava assonanza col carattere di Erica più che in quello della sorella ma era felice di aver fatto conoscenza con quelle due donne poiché sarebbero state dei riferimenti importanti per la sua permanenza sull’isola. I mesi successivi confermarono l’intuizione. Erika non era solo la sua insegnante di inglese, era divenuta un’amica. Si era instaurato tra loro un rapporto di familiarità e simpatia, nonostante la differenza di età, che andava ben al di là di quello tra allievo ed insegnante. Capitava spesso che alle ore di insegnamento si alternassero momenti di confidenza. Avevano ambedue esperienze simili, una vita vissuta senza se e senza ma, bevendo con bramosia dalla cornucopia dell’edonismo ed accettando l’ingrata esperienza del dolore. La loro era stata una vita in bilico tra matrimoni e lavoro, figli e desiderio di libertà, successi ed insuccessi. Seppur in termini temporali diversi avevano vissuto cercando di appagare appieno i desideri senza nascondersi ad alcuno, senza mediazioni e avevano espiato per gli insuccessi o le avversità, senza farli scontare ad altri. Erika aveva affrontato una malattia con coraggio e quando ne discutevano Al rimaneva ammirato della naturalezza di come la raccontava e della forza con la quale aveva fronteggiato la situazione. Ciò faceva crescere la stima che, in quei periodi di studio e approfondimento del rapporto amicale, era sorta spontaneamente ed in qualche modo i loro racconti di vita avevano gettato un ponte tra le rispettive personalità. Nell’analizzare le reciproche esperienze notavano delle similitudini comportamentali che facevano si che la comunicazione non fosse solo il mero racconto degli accadimenti ma una partecipazione effettiva alle emozioni vissute dell’altro. Si ascoltavano, ambedue avevano questa capacità, e ciò rendeva fluido il rapporto da sembrare esteso nel passato e nel futuro. A volte si dedicavano il tempo di un caffè nel centro storico di Rethimnon o qualche cena in caratteristiche ed introvabili taverne nascoste nei piccoli centri montani. Come spesso accade a chi è straniero e poco o nulla conosce del luogo, ricorreva spesso ai suoi consigli su dove andare a mangiare, a fare la spesa o a come pagare una bolletta. Lei si spendeva volentieri per aiutarlo nelle piccole pratiche quotidiane. Ammirava la sua insegnante e teneva molto all’amicizia. Da uomo non disdegnava qualche pensiero che si spingesse oltre ma subito l’allontanava poiché era un’ idea che avrebbe potuto provocare solo problemi e incrinare un rapporto amicale sincero e così ben costruito. In quei momenti si ripeteva: “Meglio una buona amicizia che un tentativo destinato a fallire”. Ma subito dopo. “È forse impossibile avere un rapporto fisico e mentale ed essere sinceri?”. Dualismi che lo aveva accompagnato spesso nelle scelte o nelle rinunce. Scelse il primo. IL KAFENEIO (A zonzo) Alle lezioni di inglese si alternavano giorni dedicati solo alle sue passioni, o meglio, alla voglia di percorrere l’isola, scavare tra la gente, curiosare tra i paesetti, perdere tempo ammirando negozietti e laboratori. Amava andare alla ricerca di contadini che vendevano olio o vino. Erika era una grande fonte di informazioni ma anche i bar nei quali si recava per un “elliniko sketo” (caffè greco amaro) e tesseva qualche rapporto con gli avventori. Non li conosceva per nome e neppure dove abitavano, sapeva solo che vivevano tra le casupole e le villette del paese addossate le une alle altre come una casbah ma ne conosceva le voci, o meglio le grida, i loro alterchi da pollaio. Erano giovani e come tutti i giovani cercavano di primeggiare gli uni sugli altri, di mettersi in mostra, di farsi ammirare dalle cinque ragazze sedute al tavolo lì in fondo sull’angolo e che facevano finta di niente sapendo di essere osservate. Li individuava per il tono di voce, oramai era un habitué e loro lo tolleravano gentilmente. Lui arrivava, salutava e si sedeva sugli sgabelli alti di fronte al banco, raramente al tavolo poiché non cercava compagnia. Gli bastava l’attenzione della signora Maria del Kafeneio che lo osservava con ammirazione, reputandolo un cliente importante, uno straniero laureato che viveva in paese, che aveva scelto di trascorrere molto tempo tra di loro e che, evviva la sincerità “ consumava per due”. Lo disse lei un giorno quando incapace di trattenere oltre la curiosità gli chiese da dove venisse, dove abitava, con chi, quanto si sarebbe fermato e cosa faceva? Ormai erano due mesi che quel signore distinto si affacciava alla porta esclamando: “Kalimera”. Ed entrando chiedeva: “Can I have a coffee?” Ricordava la prima volta quando chiese un caffè. “One coffee please, black and without sugar”. (un caffè nero e senza zucchero). E la barista in un inglese che denotava lo studio della lingua sin dalla giovane età: “Espresso or greek coffee?” (espresso o un caffè greco). Lui conosceva il caffè greco ma udire la parola “espresso” gli fece ammorbidire le papille ed optò per quello ma subito si pentì. Non aveva dapprima visto la macchina del caffè, infatti era minuscola, per mono dosi e nascosta dietro ad un fornello ed altre varie attrezzature per la miscelazione dei cappuccini (zestò o kryo kapoutsìno - freddo o caldo capuccino). Ormai aveva ordinato e non se la sentì di declinare e scegliere altro. Arrivò la signora, dopo aver attivato la minuscola macchinetta che sembrava più uno strumento di tortura che un accessorio da bar tanto era vecchia, gongolante e con un vassoio di plastica marron, di quelli che si usano nelle fiere paesane, con sopra una tazzina stracolma di caffè che ormai aveva pure debordato: schiuma zero, tazzina fredda e aroma di bruciato, accanto un piattino e due biscotti dall’aspetto appetitoso e il classico bicchiere di acqua fredda. Depositò il bicchiere d’acqua, il piattino con i due biscotti e la tazza di caffè osservandolo e regalandogli un sorriso accogliente come a dire “so che sei italiano e che voi amate l’espresso ristretto”. Lo guardava per cogliere qualche espressione, qualche sfumatura che plaudisse a quel caffè. Rimase delusa poiché Al guardò la tazzina come fosse un estraneo arrivato improvvisamente in casa. Non sapeva che fare: trangugiare la broda con un sorriso di partecipazione, sorseggiare con indifferenza ed esclamarne la bontà, berlo salutare e non se ne parli più di tornare. Lui però, da navigato viaggiatore, guardò la tazzina un po’ schifato sorseggiò e disse: “No, questo non è l’espresso che voglio, mi scuso”. Lei ci rimase veramente male. “Mi scuso ancora, è meglio che proviamo con un caffè greco”. Tornò dietro al banco e si mise ad armeggiare col fornello dandogli le spalle. Accese il gas, ci pose sopra il pentolino con l’acqua da scaldare e, dopo aver versato tre cucchiaini di polvere finissima, iniziò a mescolare. Intanto guardava Al e sorrideva forzatamente nella speranza di soddisfare il cliente distinto. Quando reputò la mistura pronta per la mescita prese due tazze una grande ed una ancora più grande che sembrava una scodella e alzandole una con la destra e una con la sinistra chiese con due cenni della testa, ora indicando l’una e dopo l’altra, quale delle due preferisse. Si sentì in dovere di rispondere garbatamente e non urlare disperato. Indicò quella più piccola nella speranza che non la riempisse tutta invece lei, per gentilezza pensò Al, la colmò e gliela porse sempre con un sorriso accattivante disegnato sul volto avvizzito dall’età. Al guardò il caffè e poi lei sorridente e ricambiando il sorriso, afferrò delicatamente la tazza e la avvicinò alle labbra, convinto che fosse necessario e imperativo non sputare. Lei lo fermò e gli fece depositare la tazza sul piattino spiegando in greco, lui intuì non capì, che doveva attendere affinché la polvere si depositasse sul fondo. Se ne era dimenticato, il caffè miscelato ha bisogno del tempo di decantazione, lo sapeva fin da quando in Turchia la prima volta non bevve ma mangiò caffè. Depose la tazza e si guardò attorno, i ragazzi e le ragazze lo osservavano, alcuni con indifferenza, altri con sorrisi di scherno altri ancora con viva curiosità. Li guardò tutti con calma, capì che doveva inventarsi qualcosa per non divenire oggetto di scherno. Allora, come suo solito nelle situazioni dove solo la fantasia poteva porre rimedio e ribaltare la situazione, disse loro in veneto spiaccicato e ad alta voce: “Scuseme fioj, ma se voaltri fusi a Venessia e ordinasi na ombra e un cicheto faresi a stessa figura de merda”. (scusatemi ragazzi, ma se voi foste a Venezia e ordinaste un bicchiere di vino ed un bocconcino fareste la stessa mia magra figura). Lì per lì non capirono, ovvio, e bisbigliando tra loro si domandavano che lingua fosse. Cercavano di tradurre, parlottando tra loro, quel gergo che non era inglese e neppure italiano ma poteva assomigliare allo spagnolo. Così pensò Al udendo tra il vociare il vocabolo “ispanikà” e, guardandoli divertito, interdetti sul da farsi, sorrise. La signora prese coraggio e chiese: “But that language or idiom is this?”(che lingua o idioma è?). “This is my” (è il mio). Rispose con noncuranza e la signora fingendo di capire asserì con la testa guardando i ragazzi che parevano un pubblico alla prima di un film, tutti allineati e seduti sulle sedie in attesa. Nessuno proferiva parola ma i punti di domanda si potevano vedere danzare sulla testa di ognuno come nei fumetti. Quello della signora era il più evidente. Spiaccicò un frasario in greco all’indirizzo della platea che parve accontentarsi della risposta che Al non capì e mai seppe. Ripresa in mano la tazzina sorseggiò il caffè. Un aroma forte, intenso dal vago sentore di cioccolato fondente stimolò le narici e le papille accolsero con gioia il gusto amaro del forte caffè. “It is really very good!” (è veramente molto buono). Esclamò forte anche per farsi sentire dagli spettatori che non avevano cambiato posizione. Molti intesero bene la frase, probabilmente i più bravi dei vari corsi d’inglese che si tengono nei paesi in quanto la scuola non preparava molto anche se ne è obbligatorio lo studio. Quelli che non capirono chiesero e dettero l’impressione di essere soddisfatti. Pure la signora fu soddisfatta perché regalò ad Al un sorriso a tutta dentiera e in greco espresse gratitudine. Com’era solito comportarsi quando vinceva una mano e non voleva perdere la posizione conquistata, si rivolse alla barista ed in inglese stentato, aveva appena seguito solo cinque lezioni con la “teacher” di Perama, volgendosi verso i ragazzi esclamò: “Can I offer you something?” (posso offrire qualcosa?). E senza aspettare risposta chiese alla signora di portare delle birre. Da quel giorno, ogni volta che entrava al kafeneio, lo accoglievano gentilmente e con la solita curiosità dovuta ad uno straniero che vive in un paese di collina in una casa caratteristica e non, come tutti i normali turisti, negli alberghi o “studios” della costa. I FRANCESI, LE DUE BARISTE E UN PICCOLINO Sostava spesso nei “kafeneio” che incontrava nel suo girovagare, a volte senza meta, altre con scopi programmati ma sempre scegliendo percorsi diversi e spesso casuali. Amava bighellonare, ammirare i paesaggi, fermarsi ove la curiosità lo stimolava: un dirupo, una spiaggia, una caverna, un kafeneio squallido, una “taberna” sotto una pergola di buganvillea, un monastero, un santuario, una chiesa costipata di fedeli o una spersa fra i monti e vuota come un portafogli. In tutte però vi si trovava sempre un trespolo per le candele di suffragio, di svariate misure a seconda della fede, che potevano arrivare fino a due metri e forse anche più. Pure lui un giorno si senti “in odor di santità” ed accese la più lunga che trovò . In genere le poche indicazioni lo costringevano a percorsi lunghi ed estenuanti su strade sconnesse o addirittura appena tracciate: le forature erano sempre in agguato, e non solo quelle. Ormai il meccanico Manolis, quando lo sentiva arrivare, perché Al con quella marmitta da F1 si sentiva da lontano, si fregava di sicuro le mani. C’era sempre un pezzo da cambiare. Ogni volta che arrivava lui lasciava il lavoro in atto, si strofinava le mani sui pantaloni, allungava il gomito perché non si sporcasse le mani “Che ci sarà?” “Ci sarà che questa macchina è piena di problemi”. Rispondeva spiegando cosa avesse l’auto che non andava. Manolis allora dopo aver dato un’occhiata all’auto, si metteva all’opera, a volte la sollevava pure sul trespolo, guardando Al con un sorriso, esclamava: “Problema”. Una volta terminato il lavoro andava a provarla sulle strade che circondavano Perama. Forse era il rombo della marmitta, forse le ruote da tamarro che stimolavano il suo innato desiderio di correre, fatto sta che lo si sentiva scalare le marce ed accelerare, come un novello Shumi, sui tornanti della collina alle spalle dell’officina. Ritornato dalla prova, scendeva soddisfatto, ancora un’occhiata all’auto con piglio professionale, e consegnava le chiavi. Al allora chiedeva: “Quanto spendo questa volta?” “Ligo, ligo” (poco poco). Rispondeva. Ed Al si meravigliava perché non era assolutamente caro. “Forse mi ha preso in simpatia o aspetta la botta giusta”. Quel giorno, con l’auto sistemata, si sentì di affrontare un percorso più impervio del solito e decise di andare a visitare una chiesetta bizantina dalle parti di Amari, verso il Psiloritis, sperduta in una valle e nascosta da querce secolari. Senza indicazioni di sorta e senza copertura di rete per google maps, con una gomma che lentamente si sgonfiava e lo preoccupava non poco, né lui né Manolis se n’erano accorti, raggiunse la destinazione dopo una mezza giornata di tentativi. Dalla strada principale, si fa per dire, era infatti poco più di una carrettiera, una stradina scendeva ripida verso un avvallamento mezzo coperto di querce e mezzo di canne. “Probabilmente c’è una sorgente od un laghetto di quelli dove, d’estate crescono le ninfee”. Pensò mentre, prudentemente, procedeva alla volta del boschetto. Semi sommersa dalle fronde delle querce una piccola chiesetta ortodossa, segnata dal tempo e dipinta di calce, giaceva solitaria in una piccola radura. Fermò l’auto, lontano dall’erba secca sotto una maestosa quercia, i cui rami più bassi sfregavano sulla capote che, come il calcio della pistola di un killer del west, portava i segni della guida disinvolta di Al. Scese per visitarla e si avvicinò alla porticina d’ingresso. Provò a girare la maniglia di ferro incastonata sulla porta massiccia dipinta pure a calce e spinse il battente. Con sua sorpresa si aprì e apparve, nella penombra, un luogo di una spiritualità sconcertante. Raggi di sole filtravano dalle feritoie in alto chiuse dai vetri multicolore. Gli argenti che incorniciavano le icone dei santi, incastonate in un fondale di legno istoriato e scurito dal tempo, mandavano baragli intermittenti. Fuori, i movimenti delle folte fronde delle querce, proiettavano momenti di chiaroscuro. Un Cristo troneggiante al centro, dietro un altare di un unico blocco di roccia grezza, lo osservava serio. Attorno, santi adoranti e cherubini festosi, coronavano l’immagine che il tremolio dei raggi solari rendevano viva. La quiete era totale. Si sedette sull’ultimo dei pochi banchi, poggiando le ginocchia sull’inginocchiatoio eroso dalle rotule di migliaia di fedeli che di lì dovevano essere passati nel tempo. Assaporò quel momento di solitudine beandosi dell’atmosfera idilliaca e silenziosa, quasi fantastica. Pensò brevemente alla sua vita trascorsa e recitò una avemaria, poi si fece coinvolgere dalle luci baluginanti e dal silenzio. Rimase seduto con le braccia conserte e poggiato sulle ginocchia per un tempo che gli parve lunghissimo. Poi il dolore dei menischi gli consigliò di uscire. Nella calura di fuori, all’ombra delle fronde, trovò due francesi, probabilmente appena arrivati: un lui ed una lei, tutt’e due con i capelli lunghissimi che non subivano uno shampoo da parecchio tempo. “Podisti improvvisati” . Entrambi senz’acqua e qualcosa da mettere sotto i denti, poiché i loro zainetti erano sgonfi come una palla bucata, stavano seduti affranti su una piccola e malridotta pietra da macina. Appena lo videro, animati di nuova energia, si eressero e alzando le braccia al cielo si rivolsero ad Al nella loro lingua. “ Buon Dio, per fortuna che è arrivato Lei” “Perché? Che vi è successo. Vi siete persi?”. Rispose guardando i due più simili a dei profughi appena sbarcati sulle coste italiane che a dei turisti. Le scarpette ginniche da passeggio, sporche e malridotte, senza calzini e senza berretto, la dicevano lunga sulla loro conoscenza del trekking. Le magliette di due taglie più grandi, con disegni pop, sporche, sbrindellate in più parti ed i calzoncini sfrangiati li facevano apparire magri e patiti: gente di un’altra epoca. Un attimo di perplessità. Doveva raccapezzarsi. “Forse mi son perso qualcosa o forse mi son perso negli anni ’60. Un ritorno al passato, come nei film. Un salto temporale”. Gli sembrava proprio di vedere quei personaggi, che sul finire degli anni ’60, incontrava per strada quando, in moto, percorreva lunghe distanze per una capatina a Parigi, a Lione, ad Amsterdam o Copenaghen, a Francoforte o Monaco, oppure nei paesetti dello Schwarzwald, dove aveva alcuni amici. Qualche volta inforcava la Benelli 650 S2 per raggiungere, a Milano, zona Brera per farsi un caffè. Lì non mancavano le tardone che aspettavano il giovinastro giusto per una scopata ginnica. Sull’autostrada scatenava tutta la potenza della moto, il suo orgoglio, allora negli anni ’70 ce n’erano poche di grossa cilindrata. Scatenava tutta la potenza del due cilindri all’andatura media dei centosettanta all’ora: adrenalina pura. Gli sembrava di essere Steve McQueen, uomo immagine dell’importatore americano. Nei suoi giri vedeva spesso giovani come i due derelitti, tutti con lo zaino in spalla ed il braccio teso con il pollice all’insù a chiedere un passaggio. Non gli era mai piaciuta quell’aria da accattoni anche se pure lui, a volte, praticava l’autostop. “Almanco i fusse neti” (Almeno fossero puliti). Era l’esclamazione ad ogni incontro. Anche questi due puzzavano, di sudore ad onor del vero, e non di “cristiano rancido” come amava appellare quelli che giravano l’Europa a sbafo. “Ci dà un passaggio al paese più vicino, sì da prendere un autobus, siamo sfiniti e senz’acqua?” Al li guardava e non rispondeva. Pensava alla ruota che si stava sgonfiando un po’ alla volta. Recandosi lì, aveva sentito che l’avantreno sbandava un po’ nelle curve. Bisognava sostituirla e quella era l’occasione buona. “Manodopera e ombra delle querce a gratis”. Loro, un po’ basiti, attendevano risposta. Non sapevano come interpretare il silenzio di quello straniero che li fissava e taceva. I due si misero a parlottare tra di loro guardandolo, ogni tanto, di sottecchi. Vestito della tuta leggera da softair, quel giorno gli piaceva così, se ne stava lì impalato a osservarli. Considerava pure quanto i francesi disprezzassero gli italiani e gli sembrava, se pur minima, di avere l’occasione di una piccola rivincita. “Va bene” Disse in francese presentandosi. “Io mi chiamo Al e sono italiano, prima di partire però c’è un piccolo problema da risolvere”. Lo guardarono stupiti e con aria interrogativa. “Bisogna sostituire una ruota, mi aiutate?” Lo guardarono annuendo e intanto si sfilarono gli zainetti. “Perché poi? Tanto sono vuoti. Che se li portano a fare se non ci mettono dentro neppure una bottiglia d’acqua”. Lui era un classico francese, alto, magro, con gli occhiali, il naso sottile e aquilino; lei bruttina e sciatta, con i capelli lisci e cadenti come quelli delle figlie dei fiori che si cingevano la fronte con coroncine di margherite. Non sembravano persone di compagnia: troppo demordé, troppo altrove, troppo appiccicati l’un l’altro. “Forse sono degli insegnanti”. Pensò dirigendosi all’auto. Si stese sotto il bagagliaio ed iniziò a svitare il trespolo che reggeva la ruota di scorta della sua Peugeot, acquistata usata. Era anche convinto di aver preso una sonora trombata: “Tremila euri per questo ferro”. Steso a terra armeggiava con il dado della gabbia che conteneva la ruota. E intanto pensava. “Il dado fa fatica a svitarsi, la posizione del vano chiave sul cruscotto è nascosto dal volante, situato in nicchia e difficile da trovare, i pulsanti per l’ apertura dei cristalli troppo arretrata e quasi sotto il freno a mano, col sole poi il cruscotto si rifrange sul vetro, il radiatore dell’aria condizionata è troppo attaccato a quello dell’acqua e c’è uno scambio termico che fa funzionare male ambedue e per finire, la maniglia per l’apertura del cofano è da cercare come in una “caccia al tesoro”. “Accidenti ai progettisti francesi”. Persino l’elettrauto aveva chiesto aiuto per aprirlo. Un amico, che un giorno aveva guidato l’auto perché non amava la guida disinvolta di Al, sortì: “Questa macchina, di sicuro, l’ha progettata un idraulico”. Tolse quindi la gomma, tiro fuori il cric e la scatola delle chiavi e la gettò su un panno che aveva steso a terra. Posizionò l’attrezzo ed iniziò a sollevare l’auto non prima di aver allentato i dadi. Loro stavano li a guardarlo. “Non fate nulla? Niente lavoro niente passaggio. Conoscetelo slogan del Martini?”. Rivolgendosi a loro in tono aspro. “No Martini, no party” Lo guardarono senza capire ma si chinarono prontamente sulla ruota e finirono di svitarla. Al capì che doveva ordinare loro tutto ciò che dovevano fare. “Questi no ga mai vuo na machina, i xe sempre ndai a piè”(Questi non hanno mai avuto un’auto, sono sempre andati a piedi). Li seguì passo passo. In piedi dietro di loro indicava i lavori da eseguire. Alla fine controllò la tenuta dei bulloni e li guardò. “Bravi, avete fatto un buon lavoro, ora possiamo andare”. Porse loro la sua bottiglia d’acqua. Bevvero con avidità. Allora tirò fuori pure la busta dei sandwich e gliela diede. Increduli, azzannarono la “bubana” (1) con vero piacere. Una volta rifocillati, Al li fece sedere dietro. “Almanco no zento a spussa del suore” (Almeno non sento il puzzo del sudore). Loro le intesero come parole di di cortesia. “Mejo cuzì” (Meglio così) Lentamente, poiché il ruotino di scorta non permetteva velocità, si avviarono alla volta di Amari e poi verso l’unico lago di acqua dolce di Creta, percorrendo tutta la valle verso sud-est. Qui fecero una breve sosta per ammirare le acque cristalline e Al offrì un caffè da “Gidospito”. Naturalmente loro non si offersero di pagare. “ Questi se come i genovesi o quei da Montebeuna, un brazeto curto e uno longo”(Costoro sono come i marsigliesi o quelli da Montebelluna, un braccio corto per dare ed uno lungo per avere). Ripresero il viaggio dirigendosi verso casa, Al li scaricò sulla New road, ad una fermata per autocorriere. Alcuni saluti, alcuni convenevoli. Scrissero su un foglietto i loro nomi e i rispettivi numeri di telefono e porgendolo si dissero felici qualora, passando da loro, parti li avesse chiamati. “Ok”. Fu il commento asciutto di Al che salì in macchina e si diresse alla volta di Ag. Paraskevi gettando il foglietto sul porta oggetti. Tanto non sarebbe mai più passato nelle vicinanze di Lione e, se anche fosse successo, di sicuro non avrebbe fatto la telefonata. Arrivò accaldato e sudato, sotto un sole che spaccava le pietre. Parcheggiò l’auto rovente sotto l’unico ulivo della stradina, dopo casa sua, che portava al cimitero sulla collina. Aveva voglia di fare una doccia, togliersi di dosso polvere e stanchezza. Depose i vestiti impolverati nel cesto di vimini della biancheria sporca e lentamente, assaporando la frescura del pavimento, si diresse alla doccia. Prima l’acqua calda gli tolse polvere e tensioni poi quella fredda lo rinvigorì ma aveva addosso tanta spossatezza che preferì buttarsi sul divano a riposare un po’ e leggere. Più tardi avrebbe fatto un salto al paese prima di Rethymnon al kafeneio. Lì aveva realizzato le prime conoscenze di Tsemes. Le due bariste più una, cioè le due belle: Eleni, la greca ventiquattrenne e Lavy, la moldava trentacinquenne, infine Kikilia, la greca abbondante sia di culo che di simpatia. Sempre al bar aveva pure conosciuto il lato gentile dei greci maschi: Mihaili curioso ma cortese, Stavros disponibile a qualche lavoretto di muratura pur di arrotondare, Costa in perenne discussione col fratello Hektor ma che ogni sera, con l’aiuto di Varsos, si rappacificavano e offrivano rakì agli amici presenti ed infine Niko, Piccolo, magro con cinquantacinque mal portati diceva di conoscere il tedesco ma lo pronunciava che suonava comunque greco o ostrogoto. Del suo linguaggio Al percepiva tutto ma capiva solamente una parola su dieci, sia che parlasse greco, inglese o tedesco e doveva fargli ripetere più volte la frase. Niko, di rimando, rideva. “Tu non conosci il tedesco bene come me”. Ciò capì Al alla terza ripetizione. Provava con impegno a comprendere il lessico e l’idioma di quel personaggio perennemente ubriaco che un giorno gli portava in omaggio un litro d’olio della sua “farma” ed un altro un litro di vino, sempre della sua “farma”. Lui però non aveva una fattoria. Al ricambiava offrendogli “raki” che Niko trangugiava con avidità. Qualche volta si accordavano per un passaggio fino a Rethymno, Niko infatti aveva solo un variopinto ciclomotore di targa e provenienza ignota e che non sempre funzionava. A volte Succedeva che lo incontrasse in città; infatti nei giorni di sole si spostava a cavalcioni del suo “motore”. Il rapporto di misura tra Niko ed il ciclomotore era pari ad Al con la sua vecchia Benelli ma in versione mignon. Quegli incontri originavano saluti e abbracci a iosa. Si appiccicava e voleva assolutamente insegnargli qualcosa di Creta o della città. Un dì di pioggia gli diede un passaggio. Si era fermato al kafeneio per un cappuccino e per salutare le sue amiche. Niko era lì sconsolato poiché non poteva recarsi in centro: diluviava, era primavera. Per tutto il tragitto non fece altro che ringraziarlo del passaggio in greco, in tedesco ed in inglese. Arrivati al parcheggio era convinto che Niko se ne andasse per suo conto, invece se lo trovò sottobraccio che si riparava sotto il grande ombrello che teneva sempre nel bagagliaio. Era ottimo per la pioggia ed, in spiaggia, per il sole. Al caffè della “porta grande”, così chiamavano l’arco veneziano che dava l’ingresso alla città vecchia, dopo avergli offerto un primo rakì, nell’inutile tentativo di toglierselo di torno, subì la pressante richiesta di rimanere in compagnia “dell’italiano”. Così lo chiamava quando aveva ecceduto con l’alcool. Al accondiscese controvoglia. Volle condurlo dal sarto ove si era fatto accorciare un paio di pantaloni nuovi. A malincuore accettò l’invito, aveva alcune cose da fare per conto dell’amica italiana e, per sbrigarsi, prese per una manica il piccoletto e si fece indicare la strada trascinandolo poi con passo celere, così che Niko sembrava pendere dal braccio di Al. Arrivarono dal sarto con i piedi inzuppati nelle scarpe che pompavano zampilli ad ogni passo, tanto era forte il piovasco. Il negozio era una piccola bottega, su una laterale della Antistaseos, dotata di una scaffalatura in mogano appoggiata alla parete di fondo dove facevano bella mostra pezze di stoffa vecchie ma di ottima tessitura, ordinatamente disposte sui ripiani. Altri mobili tra cui una macchina da cucire a pedale tipo Singer di fronte alla vetrina, un tavolo con su stesa una coperta come fondo per stirare ed un ferro da stiro anni ’50 col manico di legno e la spina in ceramica completavano l’arredamento. “Dallo spessore della piastra peserà cinque chili”. Pensò. Quando stirava, per accomodare le balzane, lo vide fare sui pantaloni di Niko, stendeva una pezzuola di cotone a protezione del capo, gialla per le bruciature e, posizionando il ferro sul capo, vi ci si appoggiava sopra di peso con le mani sovrapposte una sull’altra sul manico del ferro. Si alzava sulle punte dei piedi per esercitare maggior pressione spruzzando prima abbondante acqua nebulizzandola con uno spruzzino di quelli che si usano per la pulizia di casa. I pantaloni nuovi vennero poggiati sul tavolo ancora fumanti di vapore, accorciati e stirati. Niko non stava nella pelle, voleva provarli. “Mi devi dire se sto bene, se ho fatto un buon acquisto”. Esordì invitandolo ad assistere alla prova. Tolse le scarpe allagando il pavimento. I calzini gocciolanti li posò su una sedia. Si sfilò i pantaloni della tuta Adidas, indossava quella come capo per la città e rimase in mutande: minuto, con le gambe magre, corte, pelose e storte sembrava un granchio zoppo. Intanto il sarto prese i calzini di Nico e li strizzò fuori dalla porta, poi toccò ad Al di togliersi le scarpe e consegnare le calze. Dopo la strizzatura il sarto ci poggiò sopra il ferro per asciugarli. “Molto gentile”. Al ringraziò per quella accortezza e rimase a piedi nudi sul pavimento di legno. Niko aveva già indossato il nuovo capo. Il risultato era fin troppo evidente: c’era il solo cavallo tanto erano corte le sue gambe e il girovita, troppo largo, faceva scivolare i pantaloni sotto la pancia. Orgoglioso si girò verso l’amico per chiedere il suo parere. “Si Niko, ti stanno bene, fai bella figura”. Mentì spudoratamente guardando il sarto con aria interrogativa. Questi fissò il cliente, si avvicinò facendo il giro del tavolo, si accucciò e diede due strattoni ai pantaloni tirandoli verso il basso, con tanta veemenza da accucciare il pover’uomo e lo lasciò con le mutande alle ginocchia ed il dondolo penzolante. Perplesso li prese, poggiandoli piegati sull’avambraccio, si sedette al tavolo e con forbice, ago e filo spostò l’ultimo bottone e costruì un’altra asola. Rifece fare la prova. I pantaloni stavano su ma un rigonfiamento esagerato sulla patta dava la sensazione che Niko fosse superdotato. Lui si guardò allo specchio, notò con evidente stupore e soddisfazione la protuberanza e, con gioia mal celata, alzò il pollice in segno di approvazione. Simulando l’andatura di un modello Al enunciò con enfasi. “Ti farai ammirare da tutte le donne!” Non stava più nella pelle, voleva uscire indossando i pantaloni. Al lo convinse che il completo composto da casacca della tuta, pantaloni nuovi e scarpe ginniche sporche di malta non erano forse l’abbinamento più adatto per fare bella figura. A malincuore il piccoletto accettò il consiglio e si fece avvolgere in una carta da pacchi l’indumento e se lo mise sottobraccio. Al intanto, infilati i calzini e calzate le scarpe, esaminava le pezze. Niko lo osservava. “Perché non ti fai fare un vestito?” “No, non ne ho bisogno”. “Qui costa poco e, hai visto, il sarto è bravo”. “No Niko, forse un’altra volta, ora devo proprio andare, mi aspettano, ti ho detto che ho un appuntamento”. “Ma prima beviamo qualcosa assieme”. “Abbiamo già bevuto a sufficienza l’ultima volta”. Qualche giorno prima, infatti, gli aveva fatto da Cicerone in un giro per il centro città accompagnandolo a conoscere i suoi abituali cafeneio. Il risultato fu che Al tornò all’auto ubriaco e dovette stare seduto, con la testa poggiata al vetro della porta, in attesa che passasse lo stordimento. Niko, che aveva richiesto il passaggio di ritorno, non capiva che avesse l’amico seduto immobile con le mani sul volante.. “Stai male?”. Chiese insistentemente. E Al : “Ne”.(Si) Was hast du? (Ma cos’hai?). Si espresse in tedesco, poi, visto che Al non rispondeva in inglese bofonchiò. “What happen?” (Che succede). I folti baffi alla greca, che gli coprivano tutta la bocca, filtravano le parole come un torchio le vinacce. Ne uscivano gorgoglii, borborigmi e borbottii astrusi ed enigmatici. Un distillato di tedesco, inglese, italiano e greco. Si vantava infatti di aver lavorato in Zvizzera ed in Italia, di aver studiato inglese alle elementari. Affermava pure di conoscere anche un po’ il russo, imparato in due mesi di lavoro a Mosca con un’impresa romena e lì asseriva di avere moglie e figlia. Il suo lessico era un’interpretazione molto personale delle lingue col risultato di produrre un barcollante idioma da ubriaco. Pressato dall’insistenza di Niko, Al ingranò la marcia e partì alla volta di Adele trascinando con sé la catena del divisorio del posto auto. Niko non si scompose, più che in un abitacolo d’auto sembrava immerso in una bottiglia di rakì. Quel giorno avevano visitato otto cafeneio e Al aveva conosciuto tutti i beoni di Rethymno. Si diressero poi verso Tsemes, sotto la pioggia scrosciante e si fermarono al cafeneio del centro. Al non voleva andarci poiché non intendeva farsi vedere in quelle condizioni da nessuna delle tre cameriere. “Per un ultimo goccio”. Postulò Niko. “Questa volta offro io”. Predicò col dito indice alzato come se non intendesse ricevere contraddizioni. Scesero in fretta e si diressero di corsa verso il bar. Eleni li accolse con la solita grazia ed una punta di curiosità apparve nel suo sguardo interrogativo quando li vide entrare in coppia. Al sorrise e con un’alzata di spalle e allargando le braccia ammise la sua impotenza nei confronti di Niko. “Che ci vuoi fare, è tutta la mattina che mi fa bere”. La guardò con interesse. Era bella come può esserlo una mora greca: longilinea e ben fatta, i seni piccoli e la bocca carnosa.“Da baci”. Sempre pronta, accorta e gentile senza essere servizievole. Aveva, ogni volta, una parola ed un sorriso che modulava a seconda dell’avventore. Si accostava, poggiava la mano sulla spalla del cliente e con l’altra serviva il caffè ed esclamava: “Gia sou”. Oppure. “Oriste” . (1) E se ne andava sculettando nei collant attillati e variopinti. Era sempre curata nel vestire anche se un po’ puttanesco. Schiena e spalle scoperte da t-schirt attillate o camicette vaporose scollate al punto giusto. A volte, gonnellini ad altezza topa facevano intravvedere la congiunzione delle gambe. Quel giorno una tunica rossa le copriva la schiena scendendo fino ai glutei e calzava degli stivali sui collant neri che mettevano in risalto le lunghe gambe. “Ci devono passare quattro dita tra l’una e l’altra, questo è il canone! … e lei lo rispetta appieno”. Pensava guardandole il culo. Si eccitava a quello spettacolo. “Eleni sei proprio una bella donna”. Lei rispose con un sorriso mettendo in mostra una dentatura perfetta. “Purtroppo sei troppo giovane ed io troppo vecchio” “Ma no”. Rispose seriamente e replicando. “La tua età, la tua cultura, il tuo modo di vestire ed i capelli da ragazzino ti rendono un uomo affascinante”. Al, infatti, era sempre spettinato, i suoi capelli brizzolati, nonostante l’impegno profuso quando li asciugava col phon o gli sforzi del barbiere, erano sempre scompigliati e “diritti come spaghi”, come amava definirli sua madre quand’era piccolo. “Già, sono affascinante ma non me la dai, quindi troppo vecchio per te”. Rispose una volta che lei pronunciò quella frase in italiano stentato. “Non è detto, vedremo”. Disse Eleni una sera che pochi avventori le avevano permesso di chiacchierare un po’ seduta accanto a lui. Affiancati e appoggiati ambedue con i gomiti al bancone, dal lato riservato ai clienti, seduti sugli sgabelli imbottiti, rivestiti di velluto marron, si guardavano con piacere. Il proprietario li osservava curioso e intanto gettava un tronco nel camino. Fuori faceva freddo e pioveva ancora. Era vestita di una shirt che le lasciava scoperte le spalle e scendeva a mo’ di gonnellino sulle cosce. “Io con la cerata da barca sto bene, come fa resistere con quella misera maglietta”. Pensò e guardandola le rivolse un sorriso dicendo: “Ma non hai freddo?”. “Si”. Rispose chinandosi verso lui e poggiando una mano sul dorso della sua per fargli sentire quanto fredde fossero. Al invece aveva sempre le mani calde anche d’inverno. “Forse per la pressione alta”. Pensò. “Ma perché non indossi qualcosa di più caldo?” “Piace al padrone ed ancora di più ai clienti. E dopo un po’” .Ricevo più mance quando mi vesto così” “Beh, non mi sembra un motivo sufficiente: ammalarsi per pochi euri”. Le prese le mani tra le sue chiudendole a coppa. Lei si chinò ancor più in avanti e poggiando gli avambracci sulle ginocchia di Al si lasciò riscaldare. “Non puoi appiccicarti così, sono vecchio ma non sono fatto di ferro” Osservava i piccoli seni dalla scollatura della maglietta. Lei si accorse dello sguardo impertinente e da sotto in su lo osservò sorridendo. Non comprese la battuta. “Di ferro?”. Evidentemente la traduzione non era delle migliori. Ci voleva poco … Al s’impegnò in un tradotto più comprensibile. Lei, in risposta gli accarezzò le cosce scivolando con le mani fino alle ginocchia mentre Al non staccava gli occhi dai seni. “O ohe piazzo o a xe vaca”. Mormorò spontaneamente ed Eleni lo guardò con aria interrogativa. “What?” (Cosa?) “ In this awy it excites me” (In questo modo mi ecciti). Lei sorrise scrollando i lunghi capelli ed abbassando la nuca fin quasi a toccargli le gambe col viso. I capelli riversi coprivano appena la scollatura della schiena. Un piccolo neo sulla spalla sinistra attirò l’attenzione di Al che lo accarezzo con la punta delle dita. Lei si alzò per tornare dietro al bancone, era entrato un ragazzotto. “A xe vaca”. Questa volta stette attento e non lo disse ad alta voce ma le rivolse un sorriso. Intanto Sorge, il titolare, se ne stava sdraiato su una poltroncina con i piedi su di una sedia rivolti al caminetto. Servì dell’Ouzo con ghiaccio ed acqua al ragazzotto che si sedette all’altro capo del bancone, costruito ad elle attorno ad un largo pilastro in modo da formare due distinte aree. Eleni tornò da Al, sul lato più piccolo del banco ed un po’ defilato. Poggiò le braccia conserte sul piano così da fare alzare i seni che apparvero sodi nel loro prorompente candore. “Andremo a cena una di queste sere, nella tua serata libera?” Non disse di no. “Dove?” “Dove vuoi tu” “E poi?” “Poi dipende da te”. “Kalà” (Bene). Rispose in greco e non disse altro. Georgos intanto si era alzato dopo aver attizzato il fuoco e si avvicinò ondeggiante di rakì e sonno. “Ena ellenikò kafè”. Al ordinò il secondo caffè, facendo finta di nulla, mentre digitava sul Samsung una frase sul translator. Georgos sorrise, gli andava a genio quell’italiano che consumava caffè a nastro. Al infatti non beveva altro, al massimo chiudeva la serata con un rakì. “Eleni fa bon” (Si rende disponibile). Elucubrava e proiettava. Pensava però che la ragazza, così piena di vita, non fosse seriamente attratta da lui. Troppa era la differenza di età. “Quasi trent’anni”. La disponibilità dimostrata però lo stuzzicava. Pur nella consapevolezza che, eventualmente, non poteva trattarsi di una cosa seria. Filava col pensiero su questa ipotesi. “Magari, saria mejo” (Magari, sarebbe meglio). “Chissà cossa che nassaria” (Chissà che ne nascerebbe) “Podaria esser na roba granda o na bianca da paura” (Potrebbe essere una cosa grande o un flop pazzesco) “Po darsi che a ga voja de sgroparse un vecio latin lover” (Può darsi che abbia voglia di provare un vecchio latin lover). Si succedevano, nella testa di Al, pensieri, voglie e perplessità. Più ci pensava e più notava la possibilità di un incontro. In fin dei conti non sarebbe stata la prima volta che si accompagnava ad una giovanissima. “Ma son passati anni. Forse perché sono italiano o, semplicemente, ha voglia di qualcosa di diverso”. Continuava a sciorinare ipotesi a suo favore, poi emersero ricordi di esperienze passate. Serbava memoria di quando, in giovinezza, aveva accarezzato l’idea di trombarsi la vicina di casa, che si faceva anche suo padre. Rammentò quando, da militare in quel di Palmanova, città fortificata prima e militarizzata poi quale baluardo a nord est contro il blocco sovietico, aveva intrecciato un rapporto con la proprietaria di una trattoria. Ci portò il padre una volta che lo venne a trovare e un giorno lo incontrò proprio di fronte alla trattoria. Non lo aveva avvisato che veniva in visita. “Ciao, che fai qui?”. Preso alla sprovvista il padre non seppe rispondere. Quella volta capì da chi aveva ereditato i geni dell’avventura e della sfacciataggine. Lei era più vecchia di quindici anni ma elegantissima, molto piacente e di una sensualità inusuale e prorompente. Lo affascinò oltre ogni aspettativa. Aveva perso la testa ed ogni momento era buono per scavalcare la recinzione di cemento della caserma, irta di ferri appuntiti, e correre a tuffarsi nel suo letto. Lei si era affezionata a quel militare tutto nervi e sempre pieno di voglia. Lo copriva quando, di notte, scappava dalla caserma e gli permetteva di stazionare la Jeep dell’esercito nel suo garage. Gli custodiva le pistole ed i vestiti quando, lui e i due rondini, andavano a Udine a giocare a boowling. “Quindi tutto è possibile”. La guardò e le fece un cenno. Eleni si avvicinò col vassoio in mano. “Quando?” “Presto”. Si allontanò a servire nuovi arrivati. Dirigendosi al tavolo pensò a Lavy e a quanto era diversa. Era l’altra cameriera bella, sui trentacinque, di origini moldave, sposata con un italiano da Torino. Si erano trasferiti a Creta, anche loro, per reinventarsi una nuova vita. Ambedue con alcuni disastri alle spalle, stanchi della complessità dell’Italia avevano intenzione di aprire un atelier molto particolare. “L’idea non è male”. Si espresse un giorno Al mentre lei raccontava dei trascorsi burrascosi e del desiderio di smettere di fare la cameriera. Con il compagno, avevano individuato un luogo a poca distanza dall’abitazione che avevano comperato e rinnovato. Nel loro ipotetico progetto, il locale doveva avere un piccolo bar-caffetteria con il solo bancone ed un grande tavolo con funzione di ufficio dove lei, in contatto con agenzie ed alberghi, forniva collegamenti, servizi e informazioni; alcuni divanetti avrebbero completato l’arredamento. Lavy conversava molto con Al e gli dava consigli preziosi su dove trovare questo o quello: la taverna veramente tipica, non turistica e non dispendiosa, il prezzo della legna per il caminetto, l’elettrauto onesto, il falegname per i telai dei quadri. Aveva sempre una risposta alle sue richieste e molta disponibilità. Si era perfino recata alla capitaneria di porto per chiedere informazioni sulla licenza della barca di Al da noleggiare ai turisti che avessero avuto voglia di avventura velica. Tra loro si era stabilito un legame molto amicale e rispettoso. Raccontava della propria vita passata, dell’incontro con Pietro e di quanto quest’uomo avesse fatto per lei, sola e preoccupata in un’ Italia dove non trovava lavori decenti che rispettassero il suo essere donna. Lo accoglieva sempre con un caloroso “ciao” e i suoi occhi ridenti esprimevano il piacere dell’incontro. All’inizio un pensierino Al lo aveva fatto ma poi capì l’impossibilità dell’avventura. “Troppo legata alla figlia ed al marito e timorosa di rovinare tutto”. Considerò Al un dì che voleva proporle un’uscita in spiaggia. Accantonò quindi l’idea di farle una corte spietata. E chiuse lì il pacchetto delle strategie amorose. Un giorno, si era portato appresso il PC portatile e se ne stava seduto al tavolo nell’angolo del collegamento w-fi a guardare i frequentatori del bar: gli inglesi che giocavano a biliardo ad un gioco che non capiva, una 125 con strane regole, i giocatori di carte che gridavano e sacramentavano e quelli che si divertivano “a freccette”. Guardava e pensava. “Però i capelli biondi, gli occhi azzurri, la terza di seno, le gambe lunghe e diritte ed il culo androgino!” Facevano sfavillare la fantasia di Al e quei pensieri non erano facili da riporre nel cassetto delle memorie. “Mah … pazienza” Si guardò attorno, il cafeneio si andava vuotando: gli inglesi avevano terminato e riposero le stecche sulla rastrelliera, il perdente pagò ed uscirono; i giocatori di carte, ormai afoni si accomodarono sulle poltroncine per guardare la partita in TV mentre quelli che si trastullavano a freccette se n’erano andati da un pezzo. Al si alzò dalla sedia in ferro col cuscino bombato oltre misura, chiuse il PC poggiandolo sul tavolino di finto marmo e si avvicinò al bancone sedendosi sullo sgabello. Loro, non avendo altro da fare gli si avvicinarono spandendo sorrisi. Chiacchierò un po’ con tutte e due. Verso le undici si apprestava a lasciare il locale quando arrivò Kikilia, la terza cameriera, accompagnata da un energumeno, forse il fidanzato o il marito. Aveva deciso di fare una capatina al bar poiché le tre dovevano organizzare i turni settimanali col proprietario. Si appartarono nel retro bar: uno stanzino multifunzione. Era infatti: deposito, cucina, disbrigo, magazzino e zona lavaggio. Discussero animatamente berciando ogni tanto. Uscirono dopo un quarto d’ora sereni e tranquilli. Kikilia lo venne a salutare e tutte e tre appoggiate al banco da una parte e Al dall’altra intavolarono una discussione su che lingua era opportuno che lui imparasse per prima. Al stava, contro voglia, studiando l’inglese con un’insegnante laureata in Italia. Però loro convennero che sarebbe stato meglio se lui, per prima cosa, avesse imparato un po’ di greco. Kikilia, belloccia ed in carne con un culo prominente, come certe negre pigmee, ma cordiale e vivace, dotata di un vocione baritonale disse: “Te lo insegno io il greco!”. E rivolta alle colleghe. “Siamo a Creta, deve conoscere prima il greco”. “Si ma qui si parla molto l’inglese per via del turismo”. Ribatté Eleni. Lavy se ne stava zitta e divertita a guardare. “Io ti insegno il greco e tu l’ italiano”. Intervenne Eleni. “Allora io ti seguo nel corso d’inglese”. Kikilia mollò la presa, non voleva e non poteva competere con le colleghe che si offrivano come insegnanti al divertito Al e poi c’era il compagno che li guardava. “Bene, affare fatto”. Replicò Al guardando Kikilia che, divertita, strizzò l’occhio alle due colleghe. “Quando iniziamo?” “Lunedì. Al pomeriggio sono libera poiché è il turno di Lavy”. Canticchiò Eleni mimando passi di danza. “Vuoi vedere che non è solo un modo per intrattenere i clienti”. Macchinò Al e ad alta voce ed in italiano: “Il gioco si fa duro”. Guardando Lavy, che l’italiano lo conosceva, le sorrise complice. Lei, alla richiesta di Eleni di tradurre, ammise menzognera, che non aveva capito. “ Ben! A tien el mocoeo”. (Bene! regge il moccolo) Intanto Eleni, con l’indice, tracciava dei segni sul bancone. Lavy guardava e, schernendosi, con la mano sulla bocca, sorrideva compiaciuta. Al non capiva, si poggiò col gomito sul bancone per girarsi meglio e comprendere i segni. “ Un cuore?” “No” “Ah”. S’illuminò. “Bene, bene”. Elleni sorrise. Al cavò allora dallo zaino, che aveva sempre al seguito, il blocco dove scriveva e disegnava in ogni dove ed in ogni momento ed aprì le pagine sugli schizzi del giorno. Amava dipingere e coglieva ogni momento di tranquillità per disegnare a matita. I bozzetti originavano poi idee per composizioni. Schizzava su ogni foglio che aveva a portata di mano: a volte su tovagliette al bar o sulle tovaglie di carta delle taverne che poi portava con sé. Lo zaino traboccava di fogli ordinatamente piegati e riposti. Tracciava profili od ombreggiava immagini che trattavano lo stesso tema anche se lo illustrava con tecniche diverse. Dagli schizzi poi traeva l’idea per comporre un quadro dove maestria e tecnica rendevano l’immagine intrigante, piacevole e stimolante. Dipingere era una delle sue passioni. Aveva partecipato a parecchie mostre e tenuto personali. Un discreto successo aveva coronato quell’inclinazione. Un noto regista aveva persino presenziato ed introdotto una sua personale a Venezia. Mostrò quindi gli schizzi alle due ragazze che esaminarono le immagini con interesse e sorpresa, esclamando “oh” a ripetizione ogni qualvolta Al girava pagina. Una sequenza di organi maschili e femminili, intrecciati, avviluppati, intessuti, aggrovigliati, intricati e avvolti. Spesso divergenti o convergenti ed in numero dispari. Ad Al piaceva fantasticare sul terzo o quinto incomodo. Costruiva scenari metafisici, fantastici: “Cosmi spermatozoici”, così definiva alcuni suoi quadri una cara amica ora scomparsa. La sequenza dei bozzetti e la quantità tennero impegnate le due ragazze che, con curiosità, giravano una pagina dopo l’altra o sfogliavano, aprendole con cura, le tovagliette così ben ripiegate. “Evidentemente piacciono”. Pensò al gongolante. Chiesero perché dipingesse quei soggetti, cosa lo stimolasse a disegnare quelle forme e perché non dipingeva altri soggetti. Eleni si rivolse ad Al raddrizzandosi sulla schiena e ravvivando i capelli facendoli scivolare sulle dita a mo’ di pettine. Con serietà: “Potresti dipingere anche i paesaggi di Creta, sono così affascinanti e poi potresti venderli ai turisti”. “Per quelli basta una macchina fotografica, non serve un pittore e poi ce ne sono ad ogni angolo che scopiazzano le cartoline e poi spacciano i disegni come fossero vedute reali”. “Dipingeresti il volto mia figlia interpretando una sua foto con la tua tecnica?”. Chiese Lavy. “Beh, ci posso provare, mandami una sua foto per email” “Per me cosa dipingeresti?”. Intervenne Eleni che non voleva farsi soffiare la scena di quel teatrino che stava nascendo. Al la guardò sornione: “Per te dipingerei la tua cosina, ne farei un’opera d’arte”. Eleni, per la prima volta, arrossì e si voltò, con fare sdegnato, verso la collega come per dirle: “Ma senti questo”. “Ho detto qualcosa che non va? “Ma no, ma sei così, così …”. Cercò la parola, e chiedendo l’aiuto dalla collega guardandola e, battendo, con stizza, un piede sul pavimento esclamò. “Diretto”. Consigliò Lavy. “No, sfacciato”. Incalzò Eleni ed Al rispose. “Sfacciato, forse, però sincero” E visto che nessuna delle due rispondeva. “E’ un’ idea, non un obbligo. Non lo sto chiedendo, lo sto solo proponendo” Dovette sudare le classiche sette camice per spiegare la differenza tra chiedere e proporre. La spiegazione stemperò la tensione che si era venuta a creare. Lavy rimase sorridente ed Eleni un po’ alla volta perse il broncio. “E’ proprio abile questa donna”. Si convinse Al che riprese, con la sua solita aria indifferente o, se vi pare meglio, con la solita faccia di bronzo. “Come non detto ma la proposta rimane valida”. “Sei proprio incorreggibile”. Lo apostrofò Lavy. Eleni intanto si era avvicinata ai due clienti, che dall’altro lato del bancone parlottavano, chiedendo loro se bevevano altro. Al ordinò un altro ”elliniko scketo” all’amica moldava. Eleni colse l’occasione della lontananza della collega e avvicinandosi all’orecchio di Al: “Mi piacerebbe vedere come la dipingi”. “Gavea intivà, a xe proprio vaca” (Avevo indovinato, è proprio vacca). Pensò Al guardandola negli occhi e: “Quando vuoi il mio atelier è a tua disposizione, anche questa sera”. “Cosa?” “La mia casa”. Ribadì. “Al, te l’ ho già detto, presto verrò”. E si scostò poiché ritornava Lavy col caffè e mostrò soddisfazione per Al, battendogli un buffetto sulla guancia e col dito alzato: “Al birichino”. Chiacchierarono ancora. Su richiesta, spiegò la sua tecnica di pittura. Non amava la tela per dipingere ma le tavole di legno. Si faceva fare i telai da un falegname, ce n’era uno proprio a dieci metri da casa sua. Glielo aveva indicato Lavy, lui neppure si era accorto che attaccato alla sua abitazione c’era un minuto laboratorio di falegnameria. Un tedesco che otto anni prima, come lui, aveva abbandonato la patria e si dedicava a piccoli lavori di restauro di mobili antichi per sbarcare il lunario. A Creta, se non fai il turista e ti adegui alla vita degli abitanti dei paesini, basta veramente poco per vivere. Le tavole poi le trattava con un impregnante all’acqua e successivamente vi stendeva, rasando, del gesso Bologna, resine e altri pigmenti: mistura che in venti anni era riuscito ad ottimizzare ed ora era la sua formula segreta. Sulla superficie ottenuta lavorava con matite acquarellabili e tempere in modo che l’acqua facesse penetrare il colore nello strato di gesso come nell’affresco. Infine alcune velature ad olio facevano risaltare i chiari e scuri. Spesso dorava parti di superfici con emulsione collosa e foglia oro. La descrizione tenne alta l’attenzione delle ragazze che si dimostrarono soddisfatte esclamando l’una: “Ma è così complicato!” E l’altra. “Complicato ma interessante, come il pittore”. “Vedo!”. Esclamò divertita Lavy all’indirizzo dell’amica e iniziò le attività di chiusura del kafeneio. Al finì di sorseggiare il caffè, poi veloce si avvicinò ad Eleni, chinata ad osservare e sfogliare il blocco di schizzi, la baciò leggermente sulla nuca. Lei si drizzò guardandolo con un sorriso stupito, appena abbozzato. Al salutò le amiche e i due avventori. “Kalì nychta”. (buona notte) Georgos sdraiato sulla poltroncina e con i piedi sulla sedia, rivolti al fuoco, dormiva. Al infilò le mani in tasca e uscì speranzoso.
  5. INCIPIT Le ancore che lo trattenevano erano state issate da tempo e, come una barca senza nocchiero, seguiva le correnti. Non aveva ancora deciso una meta, navigava a vista nella speranza di incappare nell’isola misteriosa dove ricominciare un’esistenza libera da angosce, titubanze e incubi. Era convinto che la vita gli avrebbe offerto sempre una, due, tre, infinite possibilità. Le chiamava “domani”. IL PERSONAGGIO «Ho vissuto una vita assaporando ogni cosa mi si presentasse davanti, cogliendo ogni opportunità, anteponendo a tutto e a tutti il mio egoismo. L’orgoglio smisurato mi ha ingannato non solo negli affetti ma anche nella conoscenza degli altri relegandoli a mere comparse e ho vissuto come se non appartenessi a nulla e a nessuno e nessuno appartenesse a me. Alla fine vivevo intasato di domande e dubbi così intensi da annebbiare ogni mia proiezione nel futuro. L’orizzonte non era altro che una nube grigia densa di pioggia e foriera di dolore. Quando la vita congestiona l’esistenza di luoghi comuni o inzeppa la quotidianità di banalità omologate, nel mentre pensi di aver raggiunto lo scoglio emergente dal piattume della palude, ti rendi conto invece che tutto intorno è melma perché la palude è dentro di te, è la tua vita. Allora capisci che hai rinunciato a vivere perché è altrove che devi dirigerti. Significa che è arrivato il momento di cambiare, di ridistribuire i valori e le gerarchie». A sessanta anni suonati si era detto: «mi è rimasto solo un amico: me stesso. Col mondo non parlo, lo guardo, non comunico, al massimo tratto». Ed era arrivato a trattare fino al terzo grado di giudizio. Alto, asciutto e brizzolato se ne stava in piedi ad ascoltare senza apparente interesse. «Colpevole!». Sentenziò il primo giudice dall’alto dello scranno. . «Colpevole!». Sentenziò il secondo. Il terzo, in Corte di Cassazione, derubricò il reato da penale in civile e una vita di rettitudine e la maestria del penalista ridussero il tutto a dodici mesi con sospensione condizionale della pena. Sospensione era il termine esatto per definire ciò che in quel momento provava e come si sentiva. Io era tra color che son sospesi. (1) Si sentiva infatti sospeso in uno stadio intermedio tra i dannati e i salvati: «e non sono stato chiamato da alcuno neppure da donna beata e bella». La sentenza l’aveva accolta con sollievo ma era comunque una sentenza e lui un condannato anche se sospeso. La conseguenza fu che viveva l’aberrante sensazione di indifferenza, di disinteresse e distacco da sé stesso e da ciò che lo circondava. I tempi dei successi nell’industrial design, con le onorificenze attribuite alle sue invenzioni, erano sfumati come nebbia al sole. Quelli della notorietà acquisita in edilizia rumoreggiavano appena. Resisteva l’innata passione per la pittura e in quella trovava panacea al disorientamento che lo travolgeva e qualche saltuaria vendita gli permetteva la sopravvivenza. Poi c’erano le donne, narcotico del suo malessere e del suo vivere inquieto. Erano la presenza costante, il pensiero strisciante che impregnava le sue azioni assieme al terrore della povertà. SINOSSI Al limite della totale confusione cerca una soluzione al caos della propria vita andandosene. Accusato di bancarotta fraudolenta non ha più voglia e coraggio di vivere nel paese di origine. Con la barca a vela si dirige verso Creta alla ricerca di una dimensione che gli permetta di ricominciare a vivere. Esplora l’isola per trovare un luogo dove stabilirsi definitivamente. Vuole lasciarsi le angustie alle spalle e appagare la smania di avventura che è stata il denominatore comune di tutte le sue decisioni più importanti. I ricordi, quando allenta il controllo delle emozioni, emergono a sconvolgergli la vita. L’irrequietezza e la fame di novità lo inducono a desiderare nuove mete mentre la necessità di quiete lo induce all’attendismo e all’inerzia. Questo dualismo lo confonde. E’ alla ricerca di una situazione emotiva che lo appaghi ma, causa i molti rapporti naufragati, non riesce a stabilire relazioni durature con le donne, anche con quelle che è convinto di amare. Conosce una donna di una bellezza conturbante, fiera, orgogliosa e dolce, una quarantenne originaria di un paesino montano a cavallo tra la Giorgia e l’Armenia: se ne innamora. Ma anche questo rapporto volge al termine soffocato da titubanze e paure, come tanti altri nella sua vita e, quando decide di porre fine alle esitazioni scegliendo di aprirle il cuore, lei se n'è già andata. Parte anche lui. Si reca in sud America per un periodo di decantazione degli affanni. Argentina e poi Venezuela dove ha dei parenti presso i quali fu ospite per alcuni mesi, alla fine, annoiato, vola a Cuba con il desiderio di ripercorrere le orme del suo amato scrittore: Hemingway. È con la conoscenza di Carla che inizia una repentina e propositiva analisi introspettiva del passato, un atto di coscienza che lo induce a motivarsi per affrontare quel che gli rimane del futuro. Fa sua una massima di Mario de Andreade: “il mio tempo è troppo breve: voglio l'essenza, la mia anima ha fretta”.(1a) Girando l’isola, in quotidiano contatto con Carla, se ne innamora. La fusione è perfetta, un legame solido gli permette di progettare il futuro. Lei è un agente della DEA sotto copertura che un mattino sparisce senza lasciare traccia: rapita. Inizia una ricerca spasmodica senza frutti. Dopo più di un anno torna a Creta deluso dal fallimento delle ricerche ma il pensiero di lei non si sopisce nonostante abbia ripreso la vita dividendola tra donne e veleggiate. Pressato dalle richieste degli amici cubani torna nei Caraibi per riprendere le ricerche: prima nell’isola, poi a Panama ed infine in Columbia. Prigioniera di un gruppo di freelancers che commercia in droga, armi ed esseri umani è custodita nella foresta di Antioquia. È una caccia spietata ai rapitori nella speranza di trovare e salvare Carla. Prima a Cuba, nella Sierra Maestra, poi a Panama nel Darien ed infine nella foresta columbiana del dipartimento di Antioquia nei pressi di Medellin si avventura hal seguito e poi a capo di un gruppo di amici, tra cui un agente della CIA. Perlustrano la zona indicata dagli informatori dell’amico console George. Tra peripezie e sparatorie, lui è un ex ufficiale dell’esercito, la trova incatenata in una capanna dove ha subito sevizie inimmaginabili. Si vendica dei rapitori e la porta in salvo ma perde due amici. A Cuba, dove ritorna tormentato dall’angoscia delle uccisioni commesse e della morte dei compagni, spera di ricostruire la loro vita ma deve concludere la missione poichè ne manca all’appello ancora uno. Conclude la caccia sulla spiaggia dove ha costruito la loro casa e trova soluzione al male di vivere una sera mentre, steso su una stuoia sotto il portico dell'orfanotrofio dell’amica Mami, avvolto dal calore di Carla e del piccolo Diego guarda le stelle.
  6. arcimboldo51

    presentazione

    Ciao a tutti. Mi chiamo Alessandro. Ho dismesso l'attività di architetto e mi sono trasferito a Creta dove ci vivo per dieci mesi l'anno portando a veleggiare turisti per sbarcare il lunario. Amo scrivere e dipingere ed ho pubblicato un libro con una piccola casa editrice dopo aver transitato per il self publishing con risultati nulli.
  7. arcimboldo51

    Ciao a tutte/i

    Ciao a tutti. Mi chiamo Alessandro. Ho dismesso l'attività di architetto e mi sono trasferito a Creta dove ci vivo per dieci mesi l'anno portando a veleggiare turisti per sbarcare il lunario. Amo scrivere e dipingere ed ho pubblicato un libro con una piccola casa editrice dopo aver transitato per il self publishing con risultati nulli.
  8. arcimboldo51

    Richieste abilitazione Narrativa over 18

    Noto che il forum è fermo al 2011. Non capisco come mai. Vale la pena di partecipare? Alessandro
  9. Come dice Eteronomo e concordo, tutto è migliorabile. Il racconto mi piace ma necessita di rilettura e una resa più scorrevole. Alessandro
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