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Milarepa

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Risposte risposto da Milarepa


  1. Affidati a noi stessi

     non troviamo una cura

     e solo tacendo sapremo

     le giuste parole

     per chiamare la Notte.

         

    Se La Morte

    è una stanca salvezza

    in quale timore

    abiterà l’anima

    che ad essa si affida?

     

    Tutto il tempo

    è uno stanco

    rumore della mente

     

    E la Notte preme

    alle sue spalle

    come una madre

    che invita le labbra

    ad amare il suo seno

     

    Sempre l’oscuro latte del Nulla

    rapirà le labbra dell’uomo

    che cerca di notte il suo dio?

     


  2. @Roberto Ballardini  

    mi ha sempre colpito una frase biblica dove viene detto che l'uomo pagherà per ogni parola inutile che ha pronunciato. ogni bocca può dunque divenire il cuore di una condanna. ma perchè è così delittuosa la parola inutile, la chiacchiera?

    il linguaggio è un ponte o una strada che collega la nostra vita all'altro. posso parlare perchè c'è un tu davanti. il delitto della parola inutile si consuma davanti a una falsa esistenza del tu. possiamo parlare inutilmente solo perchè non sentiamo veramente l'esistenza dell'altro. più grande è l'inutilità del nostro dire e maggiore sarà la morte del tu che ci sta davanti. non è difficile constatare che la maggior parte dei discorsi è solo un commercio negligente di morti reciproche che gli esseri si donano senza neppure intuire la gravità di ciò che fanno. sporcare il silenzio è sempre delittuoso.

     ma la parola è sempre un'assassina del silenzio?

    nel buddhismo c'è una strana affermazione. viene detto che il Buddha non ha mai pronunciato una parola malgrado per molti anni abbia predicato incessantemente.

     che cosa significa  questo paradosso? esiste un modo  di parlare che sposa segretamente il  silenzio e che  in esso trova il suo tesoro. il silenzio  non è solo assenza di parola. se avanzo verso la Necessità con tutta l'anima scopro che il dire necessario non tradisce il silenzio ma lo rende visibile.

    se l'anima viene sorpresa dalla potenza della Necessità le sue parole incontrano l'altro con una potenza che lo fa vivere. la Necessità diventa la dea che rende il tu dell'altro un luogo intimo.

    nel buddismo la relazione è il cuore dell'esistenza. il tu precipita in una intimità che rende le nostre parole figlie di un silenzio profondo.. la profondità dell'esistenza dell'altro mi libera da ogni immagine.

    è l'intimità dell'altro e del mondo che mi circonda il cuore vero dell'esistenza per questo bisogna amare senza dentro.

     per quanto riguarda gli ultimi versi è vero sembra quasi una contraddizione quello che dico perchè sembrano parole che salgono su un pulpito e pronunciano un sermone e dunque contraddicono la necessità del silenzio e potrebbero essere figlie di una importanza mendicata.

    ma esse abitano in un altro luogo dove io divento il primo ascoltatore verso il quale le parole si dirigono.

    nella comprensione ci sono strati infiniti, c'è la comprensione della mente, quella del cuore e quella dell'anima.

    la comprensione di quelle ultime parole mi appartiene in un luogo ma non in altri. scriverle è come attenderle sulla strada dell'ultima comprensione.

    è una  forma di nostalgia che chiede alle parole di trascinarmi sulla strada di una comprensione più profonda del loro accadere.

     

     


  3. @Poeta Zaza   Grazie per le tue parole.

    Per quanto riguarda i due ultimi versi li potrei spiegare col Buddhismo.

     Nel sutra del diamante c'è un'espressione preziosa: "mente non dimorante".

    un maestro zen diceva che "attimo dopo attimo ogni cosa nasce dal Nulla". 

    la mente non dimorante è proprio questo, essere nella corrente delle cose che nascono insieme perchè genenate dal Nulla che per me ma anche per Eriugena è un nome di Dio.

    questa corrente si lega anche ad un gioco linguistico che amava citare Lacan: co(n)+naitre

    conoscere come nascere insieme a.

     se la conoscenza abita in questo nascere insieme delle cose , la mente non dimorante, cioè una mente senza  dentro, è la vera intimità che ci lega al mondo come afferma anche Eraclito  quando dice : chi non crede a me ma al Logos sa che tutte le cose sono Uno.

    nel buddhismo il sè segreto del mondo è la relazione.

    quando due esseri si incontrano pensano che la relazione sia un dopo delle due identità che si incontrano.

     in realtà la relazione viene prima e le identità sono solo un ostacolo al suo fluire, un'ombra che pone ostacoli al nascere insieme.

    ma anche nel cristianesimo questa è una realtà evidente . Basta citare Eckhart quando dice : "come dualità l'amore non esiste".

    spero  di non essere stato prolisso.

     


  4. Poiché troppo siamo visti

    Diveniamo invisibili a noi stessi

    Mendicando importanze

    Dove  tacere è l’unico cuore

     

    E la parola ci appare

    Come il fodero vuoto di una spada

    Che sempre volteggia nell’aria

    Alla ricerca di un silenzio

    Che accetti di morire.

     

    Tagliare la notte

    è lo scopo di ogni sermone

    Versare il sangue del silenzio

    È la pretesa di ogni parlare.

     

    Nel grido di ogni discorso

    Cerchiamo un campo da arare

    E siamo soli e violenti

    Proprio là dove tutto tace.

     

    Semina di notte

    E non pretendere nulla

    Non avere mai un dentro

    E imparerai ad amare.

     

     


  5.  @Elisa Audino

    Socrate Parla della tirannia della Bellezza e Baudelaire della tirannia delle facce.

    Queste due tirannie creano il mercato degli sguardi e in questo mercato ogni esistenza viene gettata come una merce.

    Ogni volta che entriamo nel mercato degli sguardi veniamo calpestati dai giudizi. Che sia bellezza o bruttezza il destino delle nostre forme sempre subiamo la servitù del giudizio.

    E dunque ogni giorno siamo un oggetto che appartiene al mercato notturno dei giudizi e l’esterno comanda come se fosse un dio avvolto da una potenza invalicabile.

    Dunque la buona Elisa che conosce le regole del mercato e che sa la loro inflessibilità cerca il suo volto davanti allo specchio e si prepara all’incontro con la tirannia delle facce. Che il suo mondo interiore abbia purezza e grandezza non può interessare al mercato perché il mercato è sordo verso gli interni e le regole dell’esterno lo dominano internamente.

     E in questa società accade un fatto strano  ed evidente nel suo nascondersi alla vista.

     La bellezza delle forme è molto aumentata e il mercato la loda come se fosse il centro di ogni accadere anche se il tempo incombe su tutti e ogni bellezza saprà svanire nelle regole del tramonto che scortano ogni forma.

     Allo stesso tempo  accanto a questa ricerca infinita della bellezza esterna e forse conseguentemente ad essa la miserabilità del mondo aumenta e tutto ricorda il romanzo di Wilde : il ritratto di Dorian Gray.

    Un dio pietoso ha forse concesso agli sguardi di non vedere i ritratti interni?

     Mi ricordo le parole di una donna in un film: "le persone vedono quello che  vogliono vedere perchè sono troppo pigre per guardare altro".

    Il  mercato degli sguardi è dunque un mercato della pigrizia e dell'inerzia, un modo per non sudare.

     


  6. la poesia è  un ostaggio del titolo e se ne assume le colpe

    perchè il titolo invita con la sua bellezza che il testo tradisce 

    ma il titolo resta e la sua bellezza tratta il testo come un cane di paglia

     

     

    qaulche volta il titolo sa essere un monarca  spietato   e  si appropia di tutta la bellezza 

     consegnando al testo il ruolo di servo infedele  e l'infedeltà del testo serve 

     da sfondo al suo esporsi come l'avvenente che cattura gli sguardi.


  7. best 

     abbiamo destini di fraintendimento che ci avvolgono come veli .  una reciproca costanza nel non capirci sembra suggerire alle parole che cerchiamo di far incontrare di non uscire perchè il fraintendere le attende come una sirena fatale.

    sotto l'oscuro peso di questa fatalità avvolgiamo nel silenzio ogni nostro dire  e rechiamoci al tempio come supplici  in cerca di qualcosa che dia luce alle nostre soffici liti. 


  8. Quando lanci un sasso in uno stagno si formano dei cerchi concentrici che gradatamente si allontanano dal punto che li ha originati.

    Ci sono cerchi vicini e cerchi lontani.

    Per vedere se uno puo capire quello che dici devi comprendere in quale cerchio di vicinanza o lontananza abitano le sue parole.

    Il tuo intervento.e la tua replica mi fanno capire che il cerchio e' lontano e che dunque non vale la pena di cercare di farti capire il senso di quello che ho scritto.

    E dunque a quale pro aggiungere altre parole per sporcare il silenzio.

    Stammi bene


  9.  

    Se ami il successo sarai costretto a giocare la tua partita con gli uomini.

    Ma se l’insuccesso non sa turbarti, allora stai giocando la tua partita con Dio.

     

    C’è molto rumore là dove giochi la tua partita con gli uomini,

    e molto silenzio dove stai giocando con Dio.

     

    Quando questo silenzio è l’unica importanza che concedi alla vita ,

    allora sei veramente solo e puoi giocare con coraggio la tua partita.

     

    La Morte ti sta accanto e come un amico fidato ti suggerisce le mosse.

    Dio lo sa  ma questo inganno è amato poiché abita qui e non altrove

    Il vero cuore del gioco.

     


  10. OSe potessi sintetizzare in una frase il senso dei tuoi versi userei le parole di Simone Weil,: "ogni essere grida di essere letto in modo diverso".

     

    La parola chiave della Weil e' "grida".

    Se c'e' un anima di questa poesia talmente nascosta da apparire come l evidente per chi sa vedere e' proprio questa.

     

    La poesia sembra narrare la solitudine di un anima che non viene mai incontrata dove si abita.

    E' come se ognuno di noi abitasse in un grande palazzo e in questo palazzo ci fossero tanti appartamenti e negli appartamenti innumrevoli stanze.

    Noi abitiamo la nostra anima in una di queste stanze e attendiamo che l altro bussi alla giusta porta.

    Accade invece che I giudizi degli altri bussino a stanze in cui noi non abitiamo.

    In questa folla di non incontri sentiamo il peso della solitudine e da questa solitudine nasce il grido di cui parla la Weil.

    Gli ultimi versi

    "Quanto io sia ostile a tutto e diversa in fondo.

    Quanto io sia sola in fondo"

     

    Sembrano proprio le parole di un grido che sembra aver cessato di sperare

    Perche tutti bussano ad altre porte coi loro giudizi e nessuno apre la giusta porta in cui noi abitiamo.

    E noi attendiamo in compagnia della nostra solitudine.

    Se poi cercassimo anche uno strato metafisico del non incontro potremmo citare Beckett col suo Aspettando God+ot.

    Noi siamo in fondo una preghiera non detta e in un altro strato dell anima speriamo che sia Dio a bussare alla stanza in cui abitiamo la nostra anima


  11. @AzarRudif

     

    la prima impressione ha una dignità e non è detto che una riflessione posteriore possa condurre ad un senso più completo. nella prima impressione c'è una verginità che la riflessione posteriore non può ospitare perchè il rumore del pensiero la invade e ne prende possesso come se fosse una prostituta alla quale non si concede alcuna dignità.

     

     partendo da questa prima lettura mi sembra che la chiesa in cui ha pensato questi versi ti abbia parlato in questo modo.

    la chiesa si slancia in alto come se volesse abbandonare il mondo e in questa fuga verso il cielo costringe la mente a seguirla.

     seguire questo slancio significa uscire dai modi consueti di vedere il mondo che è ciò che il sacro pretende da noi. naturalmente uscire dalle consuetudini orizzontali della mente significa chiedersi come stiamo davanti al'abisso e se  evochiamo la Morte davanti a noi come un destino sicuro che prenderà un giorno possesso della nostra esistenza rendendola muta, allora c'è una minima possibilità di essere onesti.

     in questa onestà evocata dalla presenza dell'abisso comprendiamo che le nostre parole sono dei viandanti inetti sulla strada della verità e che tutto il linguaggio come dice Kierkegaard è lo scudo col quale ci ripariamo dall'angoscia della Morte.

    "parlare davanti al burrone" evoca proprio questo difendersi dall'abisso che chiama con una eloquenza nascosta.

     

    la chiusa finale

    "Si chiama Verità

    la droga degli Dei banditi

    dalla Gotica mente."

     

    potrebbe forse essere tradotta in questo modo.

    L'uomo cerca la verità per non trovarla perchè la cerca nel Linguaggio, nel parlare che è proprio il luogo nel quale si nasconde all'angoscia nella cui potenza scomposta la verità lo attende.

    questa condizione mi ricorda un racconto di Nasruddin.

     un uomo vede un suo vicino che sta cercando qualcosa alla luce del lampione e gli dice : avete perso qualcosa?

     Si ho perso la chiave.

     e l'avete persa lì?

     no non l'ho persa qui ma qui c'è la .luce per poter guardare.

     

     

    quello che non capisco è l'espressione gotica mente. in questo senso gotica sta per falsa o superficiale.

    questo mi ricorda come sia stato il rinascimento a creare per questo tipo di chiese la dicitura "gotica" che aveva un intento denigratorio dato che i goti erano barbari.

    dunque quello che mi rimane oscuro è il tuo rapporto col gotico.

     la chiesa ti ispira e i tuoi versi in qualche modo le appartengono ma allo stesso tempo gotico diventa il simbolo della mente che cerca per non trovare o non cerca affatto.

     l'ultimo tuo appunto: "la sensazione dominante è che una chiesa gotica ha il nulla al suo esterno" avrebbe bisogno di una precisazione.

    Quel nulla al suo esterno ha un significato positivo perchè lo slancio dell'architettura proietta in alto liberandoci dall'orizzonte del mondo o al contrario il senso è negativo? la seconda ipotesi sembra suffragata dalla chiusa finale della poesia dove mente gotica ha un'accezione negativa.

    Io amo le chiese gotiche e considero il rinascimento solo come l'esplosione di una grandezza superficiale.

     


  12. se si muore incoscienti si perde una gran cosa perchè nel terribile c'è anche bellezza mentre nell'oblio dell'incosciente l'attimo celeste della dipartita rinuncia al suo valore.

    l'attimo del morente custodisce forse dentro di sè il cuore dell'esistere e dunque rinunciare a questo cuore per amore di una nascondente quiete non credo sia un bene. 

    se ci facciamo sedurre dall'ozio del nostro primo vantaggio diventiamo i servi di una misura che rende piccolo il mondo e ingrata la nostra vita.

    La vera importanza della vita, infatti, non elogia la quiete di ciò che ci rassicura e calpesta il nostro vantaggio in modo rigoglioso.

    vedere la Bellezza dietro la notte del nostro vantaggio calpestato dagli eventi è uno strano diritto ereditato dalla nostra segreta parentela col silenzio.

     

    non possiamo sopportare troppa bellezza e per questo  veniamo invasi dalla paura quando il tempo assegnato scade e le ombre sembrano calare sulla nostra esistenza come messaggere del Nulla che dissolve ogni cosa.

     

    potessi aprire bene gli occhi

    quando giunge la Morte

     e donarli  al silenzio

    per divenire degna preda

     della Bellezza

    che uccide ogni nome. 


  13. partito inavvertitamente e dunque proseguo

    che cos'è un racconto: è un muoversi all'esterno mossi da un interno e dunque l'interno partecipa del racconto e negarlo sarebbe delittuoso nei confronti del reale che accade sempre come l'intero in cui dentro e fuori celebrano le loro nozze.

     

    una cosa è chiara: amiamo entrambi i padri del deserto e l'esicasmo

     

    riguardo alla figura di Narciso bisognerebbe penetrare negli strati del mito.

    Narciso si  guarda nelle acque e innamoratosi della sua immagine la insegue morendo.

    Ma ci sono altri strati di possibile lettura del mito.

    La Von Franz parla ad esempio di narcisismo cosmico.

     Narciso muore per la bellezza del mondo di cui la sua immagine è stata un semplice messaggero.

    bisognerebbe considerare la propria immagine come una porta che si apre e che aprendosi lascia intravedere la bellezza del mondo.

    mondo è una parola peculiare perchè contiene al suo interno una sapienza nascosta.

     mondo significa anche puro.

     Ora noi vediamo il mondo come un luogo attraversato da infinite azioni miserabili dove la violenza è padrona del tempo e il male sembra scorazzare con infinita agilità. eppure questo stesso mondo è il puro che attende di essere visto.

    ho gia citato una volta un breve racconto ebraico: dopo la caduta di Adamo Dio si chiese dove nascondere l'albero della Vita e lo nascose dovunque.

     questo racconto si lega al mondo puro.

    i padri del deserto conoscevano questa purezza del mondo e sapevano che per raggiungerla bisognava distaccarsi da ogni immagine e soprattutto dalla propria immagine.

    la conoscenza è in fondo un commercio di intimità. fermarsi alla intimità del nostro essere noi  stessi significa disattendere l'attesa del mondo che chiede di essere visto nella sua purezza. 

    bisogna sfuggire al mondo governato dalla nostra immagine per cadere nella purezza del mondo senza immagini.

     disimmaginarsi è l'unico modo per giungere nel luogo in cui siamo sempre stati.

     


  14. il racconto è composto di parole , le parole descrivono azioni e le azioni hanno un dentro e un fuori.

     pensare che il racconto sia un servo delle ragioni del fuori significa imporre oblio al dentro e il dentro è ciò da cui partono le azioni.

     l'anima si nutre di pensieri i pensieri si nutrono di parole le parole nutrono le azioni e le azioni escono di fuori per raccontare ciò che dentro le muove.

    dun

     


  15. mi trovai un giorno davanti a trecce e mozzarelle ed effettivamente provai quello che provò Monica.

    adorabili caseifici dove il latte assume sembianze solide per donarsi a bocche vogliose . 

    se Shakespeare fosse stato ad Aversa forse il suo personaggio avrebbe esclamato : il mio regno per una mozzarella o come direbbe Monica per una zizzona.

     

    E se adesso si tenesse una conferenza che facesse incontrare tutti i proprietari di caseifici per scegliere la migliore poesia sui prodotti lattiero-caseari  la scelta non potrebbe che cadere sulla poesia di Monica .

     

    è come se in ogni verso una vena di latte scendesse sulla successiva per bagnarla santamente in una sorta di bianco battesimo  che libera da ogni ricordo di sapori passati.

    e alla fine nella voluttà si consuma questo amplesso lattiero-caseario in una sorta di coito verginale dove il latte della mozzarella si fa rimembranza di seni materni. eppure anche qui appare una macchia come in tutte le cose che odorano di mondo.

    l'immagine infatti richiama alla mente il ricordo di sant'Agostino che da bambino provò odio per un neonato che poppava, segno certo del peccato originale.

    e guarda caso il nome della madre era Monica.

     

    in verità il mondo si nutre di molti nomi e di molte azioni ma addentare una zizzona ci rende santi perchè il sapore rapisce la mente rapendo la mente ci scorda e scordandoci ci da vita vera.

     si potrebbe pensare alla mozzarella come ad un mezzo mistico per uscire dal mondo e io credo che in qualche modo era questo l'intento dell'autrice. 

     


  16. LE PAROLE DELLA LUNA

     

     

     

    Molti secoli fa  tre uomini  decisero di andare alla ricerca della loro salvezza.

    A causa di ciò intrapresero in Egitto un lungo viaggio nel deserto poiché avevano sentito parlare del grande maestro Macario l'egiziano e volevano incontrarlo per ricevere il dono di parole salvifiche.

    E quando arrivarono nella casa del grande monaco gli chiesero come potessero salvare le loro anime dall’ozio dei giorni e dai mille mali del mondo e il maestro rispose: andate al cimitero e insultate tutte le tombe che incontrerete. Non abbiate remore nelle offese che rivolgerete loro. Una santa ira vi guidi e non indugiate nel cercare limiti alle vostre ingiurie ma date libero sfogo al vostro parlare. Riversate su tutti i morti la vostra ira.

     I tre decisero di seguire le parole del maestro e si recarono al primo cimitero, ognuno di loro scelse una zona e iniziarono a camminare tra le tombe insultando i nomi di coloro che avevano lasciato il mondo. Dopo aver affilato le loro lingue uscirono dalle loro bocche offese infinite  e nel gioco delle ingiurie lanciate sulle tombe niente venne tralasciato per maledire quei corpi che giacevano ormai nella polvere.

    Dopo aver terminato di ingiuriare i morti i tre rimasero in silenzio  e nella tarda sera che allungava le sue ombre sul mondo fissarono la luna che splendeva in cielo.

    La luna era dolce e le loro anime la amavano ma questo non riusciva a togliere il peso del tempo vissuto che stancava le loro anime.

     Dopo aver sostato in silenzio ritornarono dal maestro e Macario ascoltato il racconto chiese loro : che cosa hanno risposto i morti alle vostre ingiurie?

    I tre risposero che tutto era rimasto in silenzio e che solo la luna sembrava aver amato il gioco delle loro parole ingiuriose. Allora il santo monaco disse loro: andate domani al cimitero e lodate i morti senza misura. Che un esercito di lodi esca dalle vostre bocche e circondi ogni tomba con una dolcezza infinita. 

     E quando il sole torno a mostrarsi sulla terra come il padrone di ogni luce i tre seguirono il consiglio del maestro e si recarono nuovamente al cimitero. Ma questa volta non furono parole ingiuriose che uscirono dalle loro bocche bensì lodi infinite che avvolsero ogni tomba con parole dolci come il miele.

    Ogni morto ricevette le giuste parole che ogni uomo desidera ascoltare e ogni tomba ne venne ricoperta come se un tappeto di fiori fosse stato steso su tutta la loro superficie.

    E quando infine i tre decisero che le lodi erano state ormai dette e che nulla più si poteva aggiungere per donare dolcezza agli uomini che giacevano sottoterra la notte era tornata a far valere i suoi diritti sulla terra e la luna era riapparsa donando nuovamente la sua dolcezza agli occhi dei tre che la fissarono con affetto.

    Così i tre, assolto il loro compito, tornarono dal maestro e raccontarono quello che avevano fatto e il maestro chiese loro: che cosa hanno detto i morti delle vostre lodi e i tre dissero che tutto si era svolto in silenzio e che nessuna risposta era venuta da coloro che giacevano nelle tombe.

     Allora il maestro disse loro: se volete essere salvi e strappare le vostre anime all’ozio dei giorni dovete fare come i morti: quando le lodi e le ingiurie del mondo bussano alla vostra porta non aprite. Lasciate che esse se ne vadano via come se non fossero mai state pronunciate.

     Fate morire il mondo dentro di voi ed esso non potrà più ferirvi.

    I tre ringraziarono il maestro e abbandonarono la sua casa per raggiungere il luogo dal quale erano partiti.

     Mentre camminavano nel deserto si chiesero molte cose.

     

    Primo Uomo: abbiamo ascoltato le parole del maestro e per salvare la nostra vita dobbiamo rivestirci della gloria dei morti il cui silenzio sfida il mondo e le sue lusinghe.

     

    Secondo Uomo: ma come possiamo entrare nella saggezza delle tombe col nostro corpo vivo e rivestirci di un silenzio in cui ogni ascolto del mondo cessa senza sforzo?

    Il mondo è un dio potente e il collettivo lo abita come un padrone che percuote ogni singolo che non si adegua alle sue regole.

     

    Terzo Uomo: è vero morire al mondo non è semplice perché noi siamo il mondo ed esso ci impone la sua intimità. Siamo la sua carne e il suo corpo ed è difficile tagliare ogni legame.

     

    Secondo Uomo: ma io penso che il dominio del mondo e l’orgoglio del piccolo dio del collettivo sia inevitabile se manteniamo l’immagine di noi stessi.

     La nostra immagine interiore è il cavallo di Troia dal quale ogni notte escono i guerrieri del piccolo dio per incendiare la città delle anime recalcitranti.

     

    Primo Uomo: hai ragione c’è una parte dell’anima che finge dentro di noi di essere l’intimo centro della nostra vita ma che in realtà sta dalla parte del piccolo dio che ci impone la servitù del mondo.

    Liberarsi dalla propria immagine è il vero senso della nostra vita. come Narciso dobbiamo specchiarci nelle acque amando l’acqua a tal punto da scordare i riflessi della nostra immagine.

     

    Terzo Uomo : dopo aver ingiuriato e lodato i morti abbiamo fissato la luna e l’abbiamo amata a tal punto da scordare per un attimo il mondo.

     La luna ci ha fatto da specchio e per un attimo non abbiamo visto alcuna immagine e i morti ci stavano accanto col loro silenzio in cui ogni rumore del mondo era cessato.

     

     Dopo aver parlato in questo modo i tre rimasero in silenzio e quando le ombre della notte ritornarono a stendersi sul mondo la luna apparve e loro l’amarono scordando ogni misura

     

     


  17. vedere la Morte come un nemico del quale non si ha paura non coglie la realtà delle cose.

     andare a festeggiare nel  luogo dei corpi sepolti per cantare un inno alla luce che si contrapponga alle tenebre delle cose che spariscono per sempre non mi sembra una grande sapienza.

    tenebre e luce vivono insieme e cantare l'una e denigrare l'altra non coglie la loro nascosta amicizia.

    ci  sono molti miti che narrano i viaggi dell'uomo in cerca dell'immortalità e altrettanti che narrano la noia e la tragedia del suo raggiungimento.

     ci sono molti viaggi che narrano la strana ricerca di qualcosa che consenta di morire dopo che glli esseri hanno raggiunto l'immortalità.

     

    noi stiamo aumentando gli spazi del tempo sottratti alla Morte e la vecchiaia si prolunga e i suoi mali imperversano e dunque conquistiamo solo altro spazio per il dolore. sottraiamo tempo alla Morte e lo affidiamo a giorni di grande dolore. questo commercio col tempo è veramente iniquo e regala solo solitudine e affanni a coloro che si avventurano troppo nei giorni concessi dal tempo.

     

     c'è sempre un luogo in cui bisogna  pagare quando si superano determinate barriere e il tempo che aumenta è lo stesso tempo in cui gli uomini imparano a disprezzare vecchiaia e debolezza così che gli spazi del tempo si allargano solo per consentire al dolore una presa potente sulle vite degli esseri.

     

    se si deve festeggiare qualcosa nel cimitero allora nella festa vita e morte devono stare insieme perchè solo nell'amicizia segreta che le lega l'uomo può trovare la vera pace.


  18. 3 minuti fa, Elisa Audino ha scritto:

    @Solitèr, nessun pietismo. C'è dignità nel sottoporsi alla gogna collettiva, sai? Causa covid le riunioni condominiali si fanno nei cortili e i cortili hanno dei balconi da cui affacciarsi, i bambini stanno sui balconi. Molto semplice. Nulla di inventato, purtroppo, al limite ho fatto rimbombare le voci, perché le sentivo così. 

    "c'è dignità nel sottoporsi alla gogna collettiva."

     

    è una considerazione splendida che solo un'anima alta può fare e mi ha fatto ricordare le parole di un teologo di qualche secolo fa che diceva : se un cristiano non è capace di seguire Cristo nel disonore e nella vergogna che cristiano è?

    va considerato anche un fatto. non esiste un santo che non sia stato calunniato ferocemente e questo indica qualcosa di molto importante.

    Cristo nel chiamare le anime le fa entrare nella sua grammatica e avere il mondo contro fa parte di questa grammatica e ne costituisce il cuore.

     

    Che senso ha questo dolore inflitto alle anime scelte?

    per capire chi sei devi uscire dal collettivo. questo è un punto essenziale che in genere i cristiani non comprendono.

    Nessuno vuole uscire dal collettivo. guarda l'esempio dei profeti che si rifiutavano di aderire alla chiamata.

    il cielo ti deve costringere e se accetti la sfida preparati a morire molto.

    bisogna in quel caso morire dentro avendo fiducia che un senso invisibile ci guida verso un vantaggio ignoto.

     

    Insomma Elisa dal condominio si va alla teologia e tutto è veramente legato.

    non c'è una singola parola nei tuoi commenti che non abbia apprezzato.

     

     

     


  19. cerco  di risponderti sperando di aver colto bene il senso del conflitto di cui parli.

    in ogni attimo noi andiamo al mercato. in questo mercato c'è l'inevitabile che accade e il nostro vantaggio che lo riceve e cerca di leggerlo.

    il nostro vantaggio è fatto di strettoie dove l'inevitabile a volte si infila distruggendo molto.

    quando non riusciamo a leggere più ciò che ci accade allora dobbiamo viaggiare dentro di noi per cambiare sala di lettura, per rendere più agile il nostro vantaggio e smorzarne le pretese assurde.

    così nel commercio con l'inevitabile siamo esposti a molte morti e l'angoscia può apparire come una madre fatale all'interno di eventi gravi.

    qui puo avvenire l'incontro con la Morte. la Morte appare quando l'angoscia uccide la nostra capacità di leggere ciò che ci accade.

    il Lnguaggio decade e non abbiamo più parole per contenere la rovina alla quale gli eventi cercano di consegnarci.

    qui c'è l'ombelico del nostro vero destino.

    Noi possiamo in questo caso abbandonarci all'angoscia e farci travolgere, lottare con tutte le forze per ritornare nel Linguaggio e ripararci dall'angoscia, o andare a casa dell'inevitabile rinunciando ad ogni difesa.

    se riesci ad abbandonare ogni difesa e  diventi aperto nella resa scopri che l'inevitabile è una casa dove vieni chiamato per imparare ad amare.

    per amare veramente non devi avere un dentro, ma sei hai avuto fiducia nell'inevitabile il dentro l'hai abbandonato nella resa.

    è come se cambiassi posizione all'interno di un processo mentale. mentre prima eri un oggetto che apparteneva all'impersonalità di un racconto al quale delegavi il senso della tua intimità, adesso il racconto ti sta davanti come un oggetto impersonale col quale non ti identifichi più.

    Non so se ho risposto a ciò che mi chiedevi ma se per conflitto ti riferivi al rapporto tra i due piani: dell'essere e della rappresentazione allora forse il discorso fatto è sensato.

     si potrebbe andare molto oltre ma l'oltre chiederebbe parole le parole spazio lo spazio tempo e il tempo direbbe che sarebbe meglio limitarsi ad accennare.


  20. @Anglares  @Solitèr  @Poeta Zaza  @AzarRudif

     

    vi ringrazio tutti per i vostri commenti.

     

    gli ultimi due versi

     

    "poiché la Verità percuote senza misura

    ciò che crede abitato dall'indifferenza."

     

     

    sono i più enigmatici credo per chi legge la poesia e per spiegarli occorrerebbe un piccolo trattato filosofico.

    cerco di essere breve.

    Attimo dopo attimo ogni cosa nasce dal Nulla ( Nulla è un nome di Dio secondo Scoto Eriugena)

    E' questo il senso della nascita eterna di Eckhart . In altre parole l'Origine è adesso e non appartiene al tempo. il tempo è un'ombra necessaria dell'Origine eternamente nascente.

    la Verità prende corpo nell'Origine che nasce adesso e non conosce il tempo.

    Ogni  inevitabile di cui si veste l'Origine sempre accadente è un terreno di riposo  perché in questo luogo gli esseri non entrano in conflitto con nulla, non esistendo una mente che generi un vantaggio che la porti in conflitto con l'inevitabile che accade.

    la Verità ci abita qui.

    Ma noi siamo nel tempo e il tempo ci impone un racconto e il racconto ci impone un vantaggio e il vantaggio ci impone un conflitto con l'inevitabile quando esso assume sembianze distruttive.

    Ogni attimo noi commerciamo con l'inevitabile che accade e lo leggiamo attraverso la misura stretta del nostro vantaggio. ma è proprio questa strettezza che ci impone di entrare in conflitto con ciò che accade ed è questo conflitto che genera il dolore.

    La Verità ci percuote col suo agio al quale non sappiamo aderire poiché abitiamo nel tempo che ci espone alla tirannia di un racconto al quale affidiamo in modo inesperto il peso della nostra intimità.

     

    Spero di  aver chiarito e non ulteriormente offuscato il senso dei versi finali.

     vi saluto


  21. 3 ore fa, Elisa Audino ha scritto:

    Questo riferimento non mi è per niente chiaro. Cosa intendi?

     

    Elisa

    Il riferimento prescinde dal testo ed e' riferito a me in quanto Milarepa, di cui indosso indegnamente il nome e' un grande illuminato tibetano ed e' anche un grande poeta.

    Forse soir pensa che io sia un elemento negroide dell himalaya?

    Penso alla strana eventualita di una riunione condominiale con soir mentre ci intratteniamo disamichevolmente con te che inizi nuova poesia condominiale sui due loschi figuri che usano celate invettive per dare folklore al loro incontro.

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