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Milarepa

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Tutti i contenuti di Milarepa

  1. Milarepa

    Riunione di condominio

    Elisa Il riferimento prescinde dal testo ed e' riferito a me in quanto Milarepa, di cui indosso indegnamente il nome e' un grande illuminato tibetano ed e' anche un grande poeta. Forse soir pensa che io sia un elemento negroide dell himalaya? Penso alla strana eventualita di una riunione condominiale con soir mentre ci intratteniamo disamichevolmente con te che inizi nuova poesia condominiale sui due loschi figuri che usano celate invettive per dare folklore al loro incontro.
  2. Milarepa

    Stand by me

    Sulla sedia. Pascal vedeve spesso l abisso accanto e per proteggersi da quella visione usava una sedia.
  3. Milarepa

    Stand by me

    NoAbbiamo tutti l abisso accanto perche le leggi del divenire dichiarano che ogni essere e' sempre maturo per la morte. Ma abbiamo tutti una sedia che copre l abisso e all ombra di questa sedia ci perdio nel sogno di piccole importanze e le piccole importanze generano il rumore di piccole amicizie e piccole inimicizie. Ma quando la Morte viene a chiedere I nomi che gli spettano allora la sedia scompare e la morte vicina ci sussurra il grande bene di una vera amicizia che il sogno delle sedie ha reso impossibile. Mi sembra questo il senso della tua poesia racconto Galvan.
  4. Milarepa

    Riunione di condominio

    L'espressione "elemento negroide" ha uno strano sapore di tempi passati quando il beneamato di molti si concedeva alle folle. Ma non credo che la dolce Elisa si riferisse ad assemblee dirette da podesta' in camicia nera.
  5. Milarepa

    Riunione di condominio

    Se qualcuno vuole perdere la sua fiducia nel genere umano una bella riunione di condominio e' quello che serve. Viene sempre fuori il peggio delle persone forse perche spesso il meglio non esiste. L inquilino accusato e,' una versione aggiornata dei martiri cristiani nell arena. Ma il suo silenzio doma in cielo le grida delle fiere. Presumo che sia un ricordo biografico. Dentro ognuno di noi esiste un catalogo di nefandezze alle quali abbiamo assistito e spero non partecipato, che il tempo non puo che allungare. Ma nel catalogo ci sono splendori di miserabilita che primeggiano nel ricordo, e presumo che quello narrato nella poesia sia uno di questi. Vorrei chiederti che cosa ti ha colpito di piu' la dignita silenziosa dell uomo, la miserabile ira dei condomini o il pianto del figlio? Per quelle lacrime versate dal bambino tutti I condomini andrebbero presi a calci in culo senza freni. Portero questa poesia nella prossima riunione condominiale e anche il mio commento, cosi che I calci finali possano apparire all orizzonte come una minaccia neppure tanto velata contro l esercizio della comune miserabilita'.
  6. Milarepa

    Quanto pesa l'immagine di sé?

    Galvan avendo letto le tue parole e sentito l'intonazione mi è sembrato che il sentimento che ti abita corrisponda in qualche modo a questo. l'aldilà e ogni ragionamento filosofico sono rapitori del nostro al di qua che è l'unica cosa che abbiamo e della quale ci dobbiamo accontentare. i voli alti ci allontanano dalla terra e il verde di milarepa non sembra segnalarlo come un portatore di salvezza. citando l'Occidente si potrebbe riportare la domanda di Pilato, molto apprezzata da Nietzsche, che cos'è la Verità? Il tono di Pilato è chiaramente un tono quasi canzonatorio perché Pilato è convinto che se una verità esiste non si offre certo agli uomini. questo è uno dei motivi perché Cristo non risponde. naturalmente questo discorso ha una sua legittimità come tutti i discorsi che l'uomo può indirizzare al mondo che lo circonda ma come ogni discorso costruisce dei limiti e dei confini. bisognerebbe pesare sulla bilancia quali siano i confini vantaggiosi per l'uomo. tendo a pensare che il verde di Milarepa, di cui indegnamente ho assunto il nome abbia una gloria nascosta. perché in fondo la grandezza di un uomo non dipende dagli applausi manifesti dei suoi simili, ma dall'applauso del Nulla che in segreto gli consegna l'intimità del mondo. ovviamente io ho parlato di una sensazione e forse le tue parole appartengono ad altri sentieri.
  7. Milarepa

    Aforismi

    Siamo atleti che giocano con le proprie lacrime per guardarsi dall'alto senza inorridire.
  8. Milarepa

    Quanto pesa l'immagine di sé?

    l'immagine di sè è il luogo in cui siamo aperti all'essere feriti dal mondo. ciò che consideriamo la nostra prima intimità è solo la patria di una vulnerabilità che ci espone ai giudizi del mondo come delle vittime sacrificali. il collettivo domina le relazioni umane e ciò che ci rende servi di questo piccolo dio è proprio la nostra immagine interiore. Platone chiama il collettivo il Grande Animale. identificandoci con la nostra immagine interiore siamo semplicemente i servi del Grande animale. considerando il naufragio narcisistico in cui l'uomo sta cadendo questa servitù si fa sempre più stretta e invalicabile. si potrebbe aggiungere un altra considerazione importante. quando siamo completamente attenti e assorbiti da un compito o da un'intuizione non abbiamo immagine così che potremmo affermare che l'immagine di sè non è se stessa ma solo un modo in cui abitiamo la disattenzione. ci sentiamo intimi nella distrazione e questo rende l'idea del pericolo che corriamo.
  9. Milarepa

    Quanto pesa l'immagine di sé?

    Il problema si potrebbe porre in questo modo? Il senso di intimita' del mio destino appartiene al mio vantaggio o c'e' qualcosa di piu' profondo che spinge all interno e cerca di darmi un segno? C'e' una folla di destini meccanici che ci sta intorno e che preme per farsi scegliere e c' e' una voce che incarna la vera intimita' del nostro destino. Il nostro vantaggio non puo scegliere correttamente perche' e' troppo esterno per poter capire. Eppure e' cosi' importante scegliere bene. Secondo Maigret il mondo va male perche' le persone non stanno nel posto giusto. Aveva pensato ad un nuovo mestiere: l aggiustatore di destini. Io non credo che la felicita' sia lo scopo delle cose che accadono. Molto piu ' profonda della felicita' e' ilsenso di intimita' che ti lega al tuo destino. E' meglio piangere nel proprio destino che ridere nel destino di un altro. Ma se lo dici nessuno ti prendera' sul serio perche' il senso di intimita' in cio ' che ti accade e' troppo profondo per questa massa di cuori meccanici che si aggira nel mondo. Se cadi in questa intimita' capirai che il tuo vantaggio e' un estraneo e se cogli questa estraneita' allora la pace e' vicina. Siamo sempre un altro che ci attende.
  10. Milarepa

    Un solo colpo

    Io credo che l'anima di questo racconto, il suo centro silenzioso abiti nella scena in cui il protagonista estrae dal portafoglio una foto in cui appaiono un bambino tenuto per mano dalla madre. Io penso che in quell'attimo l'uomo sia stato abitato da una fitta di estraneità. In un attimo la sua vita gli è apparsa come la vita di un estraneo, perché nel tempo trascorso non ha abitato il suo destino. La sua vita ha camminato nel tempo senza aver toccato quell'intimità che solo un destino vero gli avrebbe consentito di assaporare. In un attimo comprende di aver tradito la sua strada, di aver vissuto la vita di un estraneo. e in qualche modo il suo tentativo di fuga finale è solo un modo per guadagnare quella morte che già il sentimento di profonda estraneità gli aveva fatto assaporare. La tua prosa è stata perfetta per questo tipo di racconto. La sua essenzialità ha scortato con maestria l'incontro del protagonista con l'estraneità della sua vita. Ma l'essenzialità della scrittura ha evidenziato @Massimiliano Marconi silenziosamente anche un altro aspetto importante e tragico del racconto. Un uomo appare nel mondo solo una volta. Ha solo un destino possibile per incontrare la sua vera intimità e sbaglia la prova e questo dramma affonda nel nulla scortato dall'indifferenza più totale degli esseri e delle cose, del cielo e della terra.
  11. Milarepa

    scusa...perchè scrivi?

    Gli interrogativi classici si pongono di fronte alla verita in modo sbagliato. Sono delle mani che si tendono nel vuoto per afferrare un risposta. Ma la verita' puo essere un oggetto che l uomo puo trattenere? "L'uomo puo' essere la verita' ma non puo' saperla" (Yeats) Cioe' il vero non puo diventare un oggetto che mi appartiene ma sono io che devo diventare un oggetto che appartiene alla verita'. Dobbiamo diventare una preda che appare nella radura dove la verita' va a caccia dell uomo. Le domande classiche devono tramontare e morire in un perche' che mina le radici della nostra identita'. Solo cosi possiamo apparire nella radura dove la Verita' va alla ricerca dell uomo. Nel buddhismo la verita' non si lascia catturare nelle categorie dell essere e del non essere e il linguaggio deve essere superato perche il senso delle cose non qbita nella rete dei nomi.
  12. Milarepa

    scusa...perchè scrivi?

    Ci sarebbero dunque tre posizioni umane di fronte alla morte. L uomo che vede la morte come una porta che l'anima attraversa per giungere in mondi superiori. L uomo che pensa che non esiste nessun dopo al tramonto del corpo E il terzo uomo che oscilla tra le ragioni della sopravvivenza e quelle della dissoluzione. Ma c' e' un altra possibilita in cui il nulla dell ateo e le ragioni del credente si uniscono in uno strano matrimonio. Nel buddhismo si parla di continuita senza entita'. L 'io e' il punto piu esterno di un processo mentale stratificato. Esiste una interrelazione tra gli strati del processo. Uso termini occidentali. Esiste una relazione profonda tra io e inconscio collettivo. Nel momento della morte l io decade ma la struttura inconscia che l ha sorretto e influenzato no. E questa struttura profonda che sorregge i processi profondi della morte origina un altro individuo costituito dalle tendenze ereditate dall altro. Cosi l io sparisce per sempre ma Un sopravvivere esiste. Ma questo sopravvivere non e' desiderato perche fondera l esistenza di un altro individuo affidato alla corrente del desiderio e dunque secondo il buddhismo, del dolore
  13. Milarepa

    scusa...perchè scrivi?

    Nella vita abbiamo molti motivi per lamentarci con il cielo. Ma ignoriamo anche molti motivi per rendergli grazie. Tra questi ultimi citerei il non far parte dei tuoi gruppi di scrittura terapeutica.
  14. Milarepa

    scusa...perchè scrivi?

    Come si nascondono le cose? Le piccole cose si nascondono dietro un cespuglio, le grandi si nascondono davanti. L 'evidente come luogo del celarsi ha vari esempi. Nel mondo laico c'e' il racconto di Poe: la lettera rubata. Nel mondo religioso un racconto ebraico. Dopo che Adamo pecco' Dio medito' dove nascondere l albero della Vita e lo nascose Dovunque. Perche lo nascose dovunque? Perche' Adamo non usci mai veramente dal giardino. Secondo Platone sapere e' ricordare e aletheia, verita' Significa senza lete, senza oblio. Scrivere potrebbe essere un tentativo di ricordare un evidente che ci sta davanti Ma questo evidente ci abbraccia solo se sappiamo non esserci. Ricordare il non esserci e' quasi un paradosso ma qui abita il dovunque in cui Dio nascose l'albero della vita. Mi domando se tutto questo non sia una presa per il culo.
  15. Milarepa

    scusa...perchè scrivi?

    Scrivere per non esserci e non esserci per far scendere le parole che stanno di sopra. Avere un perche' significa sporcare la scrittura. Il perche' esiste quando siamo troppo noi stessi e l esserlo e' un gran danno per lo scrivere perche' le parole non amano la nostra immagine. Scrivere senza immagine significa lodare l aperto in cui nuotano senza vincoli le parole. Non ami te stesso ma la liberta' delle parole che vengono a visitare la tua assenza perche esse ti appartengono in un luogo in cui non sei. Nel non esserci diventi preciso nell'accostamento delle parole e le espressioni diventano il conciso che esprime molto in un dire poco. Amare la propria perdita per amore del linguaggio che si libera di noi per superare l'agguato dell avarizia dell estatico.
  16. Milarepa

    Il suono dell'Origine

    Il Suono dell'Origine Quando Cristo versò il suo nome nei giorni della carne, un bambino apparve sorridendo, nella stanza del riposo di Maria. Lo vide la donna e un gemito la colse, poiché, distese nel sorriso, agilmente scorrevano le sorti future dell'affanno del Dio. E già gli usi del lamento rapivano lo sguardo della donna, quando qualcuno bussò alla porta della casa. Aprì Giuseppe e sulla soglia apparvero in silenzio i dodici apostoli. Trattenendo il lamento li osservò Maria, mentre Giuseppe, afferrato il bambino, lo affidava all'apostolo Giovanni. Scorrevano assorte le usanze della notte, solcando le soste assopite di ciò che ha forma, quando gli apostoli, abbandonata la casa, raggiunsero il deserto. E mentre i bagliori del mattino già rapivano all'oscurità il vanto delle forme, vinto da alti pensieri, lanciò Giuda un bacio verso il cielo e il tempo d'un anno discese nella carne del Dio. E quando gli altri si accorsero con stupore delle ripide doti del bacio, volendo nutrire ciò che è lontano, imitarono il gesto dell'apostolo, versando la carne del Dio nelle forme assegnate dal tempo. Così, scagliata nelle candide fitte del bacio, la comoda età del Dio afferrava le sorti del mondo. Vuoto di giorni scorreva il suo sguardo, fissando la quiete del deserto. Ma quando giunse l'ora destinata, agitò Cristo le sorti del suo dire, dove distanti parole narravano i rapidi intenti del Dio. Costretti dall'agile pienezza delle sue parole, lo seguivano danzando gli apostoli, le menti assorte nel gioioso ascolto. Molti giorni trascorsero così nutrendo il tempo del suo dire, quando, lontane all'orizzonte, apparvero le forme della città santa. E una fitta discese nel cuore del Dio, gettando nel silenzio il suo denso parlare, poiché lo fissava dall'alto d'un colle, lo sguardo acuto della Morte. Così, gettata nel silenzio, la pena del Dio arrestava le sorti della danza. Muti rimasero gli apostoli, prigionieri d'un sostante affanno; e quando Cristo prese a fissarli, il dolore del Dio smarrì le loro menti, conducendo nell'assenza il loro sparso pensare. Vi è certezza di morte per la carne che appare nei luoghi del respiro, poiché decadono le sorti di coloro che incontrarono dolore e godimento nelle cose che si nutrono di tempo. Ma non sostò nel tempo il Dio, eppure la sua carne, raggiunta dalla morte, giaceva ormai nascosta sulla croce. Così pensarono gli apostoli, quando, ritornati in sé, vennero a conoscenza delle sorti penose del Dio. Già la luce del sole svaniva all'orizzonte quando, guidati dal lamentoso suono d'un flauto, raggiunsero gli apostoli il luogo d'estinzione. Distese sulla croce apparvero allora le forme trafitte del Cristo, impigliate con stupore nelle odiose usanze della morte. Così la corta impostura di Ade sferzava i brevi giorni della carne del Dio, mostrando le spaziose lesioni della sua sostante rovina. E quando gli apostoli lo videro appeso sulla croce, curvati nelle fisse usanze del pianto, lasciarono che vani lamenti accompagnassero le ritornanti ore della notte, mentre Giovanni lanciava lontano con rabbia il suo flauto. Ma non c'è affanno al mondo che la notte clemente non sappia celare nel riposo. Così, stanchi del lungo dolersi nel lamento, s'addormentarono infine gli apostoli sul monte, scordando le oblique pene del Dio estinto. Ma l'agio del riposo cedette infine ai rigidi ritorni della veglia; e già gli apostoli ritrovavano nel tempo i fissi destini della pena mutevole, quando, tornando a scrutare le forme della croce, vasto stupore li colse, poiché sparito era il Dio con le sue pose d'affanno, mentre un bambino li fissava stringendo un flauto nella mano. Feriti di meraviglia, immobili rimasero gli apostoli, mentre il bambino, accostando le labbra allo strumento, lasciava che un canto pacato scortasse il ritorno della luce nel mondo. E nel canto del Dio taceva il frastuono del mondo delle forme, poiché la dura gioia dell'Origine tratteneva nei suoni le imprese mutanti degli esseri. Lontano all'orizzonte apparvero allora le forme di Satana il viandante. Mosso dal canto ordito dal Dio per impigliare il destino mutevole del mondo, conduceva il viandante i suoi passi, verso quel monte dove il Figlio dell'Uomo subì con affanno l'ostile talento d'una morte infamante. E quando il Dio s'accorse dell' arrivo del viandante, lasciati i luoghi della sua morte apparente, s'incamminò verso il deserto. Lo seguiva Satana in silenzio, subendo la quiete del canto d'Origine. E mentre le forme del Dio e di Satana il viandante sparivano lontano all'orizzonte seguite dallo sguardo assorto degli apostoli, tornarono a narrarsi nel tempo le nobili impurità di ciò che ha forma.
  17. Milarepa

    Il suono dell'Origine

    @Angelo Fabbri la trama del racconto non nasce dalla visitazione di un apocrifo né dalla mia immaginazione. La prima parte del racconto fino all'incontro di Cristo con lo sguardo della Morte è il frutto di un sogno. cerca di immaginare la meraviglia che mi ha colpito quando mi sono svegliato e ho ricordato la trama del sogno. Sono sogni che non scorderai mai e non sai perché sono venuti a visitarti. trovare un linguaggio adatto a raccontare un grande sogno come questo e la meraviglia che lo abitava è quasi impossibile. Difficile descrivere la fitta di angoscia che ho visto nello sguardo di Cristo e dei discepoli quando la Morte ha chiamato Cristo a percorrere il suo destino. in quella fitta abitava il terrore di ogni uomo destinato a lasciare il mondo e tutti gli esseri che hanno condiviso con lui la sua esistenza. Dove le trovi le parole adatte? dare una casa alle fitte della Morte che chiedono ad un dio di lasciare il mondo non è semplice perché la potenza della Morte precede il Linguaggio e lo manda in pezzi. Scrivere la morte del Linguaggio è un impossibile che seduce. il tuo rilievo sulla pesantezza del testo penso sia giustificato e forse qualche aggettivo avrebbe dovuto non incarnarsi nel testo. ma l'uso degli aggettivi mi serviva per creare una sorta di distacco nel testo come se il lettore e lo scrivente stessero insieme da qualche parte osservando la scena troppo potente per essere un vicino accanto per l'anima. il racconto in questo caso poteva nascere soltanto creando una distanza e un lontano dal quale osservare senza pericolo. essere troppo vicini al sacro lo sporca. gli aggettivi servivano a non sporcare il sacro. altra considerazione che ho già fatto in un intervento precedente. non credo che la poesia debba stare nei luoghi della poesia e la prosa nei luoghi dlla prosa perché ogni grandezza è figlia di un aperto dove le regole muoiono naturalmente. nulla è solo se stesso ma sempre un altro. e l'arte inizia quando trovi l'altro dietro il se stesso. se non diventi l'altro di te stesso la Bellezza non verrà mai a visitarti Grazie per i tuoi rilievi.
  18. Milarepa

    Resurrectio Christi

    Gli ultimi quattro versi sono i migliori e l ultimo e' quello che risuona con piu forza. Qui accade l attimo di trascendenza segnato da un paradosso. Gli occhi fanno entrare il mondo, il mondo che entra depone le immagini delle cose e le cose acquistano vita nelle immagini che trasmettono.e dunque che cosa significa uscire dalla tomba degli occhi? Dopo aver mangiato dell albero del bene e del male ad Adamo si aprirono gli occhi. Che mondo entra in questo aperto degli occhi? Il mondo del desiderio e il desiderio si muove nel tempo. Il tempo lascia entrare nella mente un mondo governato dal passato.agendo in tal modo non coglie il reale che accade adesso ma le sue ombre. Noi cerchiamo di nascere insieme agli esseri e alle cose (co(n)+naitre: la conoscenza come nascere insieme alle cose) ma cogliamo solo ombre. Nutrendoci di riflessi lontani siamo costretti a desiderare e desiderando ci muoviamo nel tempo e continuiamo cosi a cogliere solo ombre del reale (il mito della caverna di Platone). Potremmo dire allora seguendo la gloria dell'ultimo verso che Cristo sali sulla croce per redimere l occhio e rapirlo alla schiavitu del tempo. L' ultimo verso diventa cosi un silenzioso trattato dove l'intera poesia si reca con l ansia di un animale assetato che ha trovato la sua fonte. Ogni tanto il cielo si apre e versa alte parole nel nostro deserto governato dal tempo. In una parola rubata al cielo molti trattati filosofici possono trovare la loro quiete.
  19. Milarepa

    L'odore di Dio

    Quando ci sono, sono importante per me stesso Ma quando non ci sono, sono importante per Dio Ed essere importanti per Dio è il cuore inevitabile della vita. Più sono me stesso e maggiore è la distanza da questo cuore Dove tutto trova il conforto e l’intimità del non esserci. Nuotando nel mare dell’importanza delle cose Generata dalla notte della loro assenza Non aggiungo nomi al loro silenzio E questo mi da pace. Dare pace al mondo è il vero senso del non esserci Non avere un nome è l’unico modo Di prendersi cura di se stessi Rendendo importante ogni cosa. Quando il regno della vera importanza Domina la danza dei dettagli Ogni cosa viene lodata dal suo silenzio. Ama il respiro del non esserci E tutto ti ucciderà con la sua importanza. Ogni essere ed ogni cosa scaglierà la sua freccia E il cuore trafitto Diventerà la casa segreta Alla cui porta verrà a bussare in silenzio L’odore di Dio.
  20. Milarepa

    Utopia Rivoluzionaria

    mi sembra che all'origine di questa poesia ci sia un patto non scritto. hai pensato che la rabbia sia un sentimento potente e debordante e che dunque assecondarne il potere ti avrebbe consentito di divenire la dimenticata. dimenticarsi fa bene alle parole perché sfuggono alla nostra storia e ai suoi condizionamenti e giungono naturalmente nelle giuste espressioni. hai inseguito la rabbia come fosse una dea che concede allo scrivente il dono del suo dimenticarsi ma la dea sembra aver rifiutato il patto proposto. sono le parole usate che testimoniano questo recalcitrare della dea, questo accavallarsi ridondante che chiede di avere un'anima ma non la riceve se non in qualche breve espressione. si assiste così ad uno strano gioco dove la rabbia indossa panni diversi da quelli meditati. esiste un rumore di sottofondo facilmente percepibile dove nelle parole abita la rabbia per il peso della tua immagine interiore che non le abbandona con il suo peso e la sua presenza. il non dimenticarsi non accade e cerca di essere l'atteso che giunge ma il suo giungere ha lo stesso destino del nemico nel deserto dei tartari di Buzzati. attendere il dimenticarsi nelle parole che scriviamo è il giusto modo per non farlo accadere. tutto questo produce un rumore di sottofondo di cui ho detto precedentemente. senti in ogni parola che scorre questo rumore che impedisce alla giusta espressione di incarnarsi. nel tono ridondante si potrebbe vedere un rituale magico che cerca di attirare la dea rabbiosa nei suoi versi. ma nel tono c'è troppo rumore e l'incarnarsi della dea ha bisogno di silenzio. le parole cercano di correre per scordarsi ma una rigidità le imprigiona senza scampo. la tua rabbia sta sempre davanti ad uno specchio per cercare il suo volto che non riesce a trovare perché il vero volto uccide ogni specchio. se la poesia è un'arte del dimenticarsi per uscire dal ricatto degli specchi nei tuoi versi questo miracolo non accade. la rabbia non ha bisogno di essere ridondante per calarsi veramente nel linguaggio. uccidi gli specchi ed essa troverà la sua anima e la sua anima troverà le giuste parole e le giuste parole staranno davanti a te come qualcosa che non ti appartiene. proprio perché non ti appartengono saranno le parole vere.
  21. Milarepa

    Lettere a mio padre

    @GiuliaShumaniTutanka Penso che il cuore del racconto abiti nel nome del padre che appare alla fine. Non credo che questo apparire del nome sia un segno di una presa di distanza come è stato suggerito. Al contrario, la pronuncia del nome del padre è generata da una fitta di intimità che da senso a tutte le lettere. d'altronde sono le ultime parole che la protagonista scrive al padre ed è inevitabile che in esse venga ad abitare l'ultimo sussulto di intimità prima che la relazione in qualche modo si chiuda per sempre. Marco non è il padre che è stato ma il padre che sarebbe potuto essere e di cui la protagonista sente la mancanza . ne sente la mancanza perché era un padre possibile e in qualche modo in questa possibilità alla quale il reale non ha dato sostanza abita un immeritato senso di colpa della figlia. Quando ho letto il nome del padre alla fine m'è sembrato di capire il senso del suo agire. Un uomo disperato che si sente lontano dalla vita può consegnare la sua vita alla propria ombra, al male che lo abita. in queste nozze contratte col male cerca di perdere ogni rispetto di sè. è una specie di mistica al contrario. Si cerca di perdere se stessi nel male che avanza. Ma per perdersi veramente nel male devi uccidere ogni alternativa possibile. questo spiega l'accanimento dell'uomo nei confronti della figlia, la sua volontà e il suo piacere nel mostrargli la sua malvagità. c'è un senso chiaro in tutto questo. l'idealizzazione della figura paterna da parte della figlia diventa la patria del suo alter ego benefico dal quale si vuole staccare. se non distrugge questo alter ego che gli appartiene intimamente e di cui la figlia è la custode non potrà perdersi misticamente nel male. la figlia diventa così un campo di battaglia in cui il padre lotta contro Marco, contro il suo possibile alter ego che gli sta accanto e che egli deve uccidere per consegnare al male la sua disperazione. in qualche modo la figlia deve aver capito il gioco perverso in cui era stata gettata. Nel nome del padre scandito alla fine c' è tutto il dolore per una realtà che poteva essere e non è stata e forse un senso di rammarico e di colpa per non aver custodito e difeso il padre dal padre. se un senso di colpa c'è è totalmente immeritato ma la colpa sa venirci ad abitare anche quando mille ragioni evidenti ne raccontano la falsità
  22. Milarepa

    Dove invecchiano le lacrime del mondo

    I nomi che scorrono nel guadagno della felicità non sanno dove invecchiano le lacrime del mondo ignorando come il fervore dell'amarezza sia il fatale custode delle contingenze.
  23. Milarepa

    Dove invecchiano le lacrime del mondo

    @Roberto Ballardini Ti ringrazio per le tue parole. anch'io credo che esista un legame profondo tra questa poesia e la poesia del non detto. il fascino del non detto sta proprio dietro il luogo dove invecchiano le lacrime del mondo. se il dolore dell'esistenza non ci uccide è possibile ascoltare il vento del non detto che viene a chiamarci .il tutto richiama alla mente questo brano biblico: fu detto ad Elia: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?
  24. Milarepa

    Se la salvezza fosse un diritto

    Se la salvezza fosse un diritto ogni rischio verrebbe offeso poiché l’opportunità è figlia di un aperto, ricatto di un dono e di una costrizione. Viene donata all’uomo solo una salvezza che può sopportare.
  25. Milarepa

    Se la salvezza fosse un diritto

    @Poeta Zaza Douce Zaza sulla virgola hai ragione ma non sul resto credo. Non è solo una questione estetica ma anche etica. "Una salvezza" è diversa da "la salvezza" perché il salvifico ha molti strati e dunque accade con molti volti. "sopportare la salvezza" è completamente diverso nel senso da "meritare la salvezza" e questo indica una diversa concezione del mondo. E' un rilievo che ti ho fatto tempo fa e credo che anche qui trova conferma. in qualche modo tendi a smussare gli angoli e a dare un ordine che protegga il reale dal male che lo circonda. la poesia secondo te dovrebbe essere uno spazio in cui il linguaggio crea un ordine che sappia arginare e tenere a bada il male e la miserabilità che avvolgono la vita. questo però comporta una netta separazione tra bene e male , bruttezza e bellezza , pace e violenza, salvezza e rovina. io credo che invece tutto questo gioco apparente dei contrari che lottano tra di loro è talmente intimo nel suo accadere insieme da non poter essere separato. ( ricorda il vangelo in cui viene detto che il grano verrà separato dal loglio solo alla fine dei tempi). la salvezza non lotta con il male ma cerca di scovarne l'anelito segreto. è in questo senso che nel chassidismo si dice che bisogna pregare anche con l'istinto del male. la morale non è l'ultimo criterio per giudicare questo mondo e le azioni che in esso accadono ma solo un prologo al quale la bellezza si accosta raramente perché essa frequenta quei luoghi fluidi in cui bene e male stanno insieme senza lottare, in una intimità che li libera dalla fatica della contrapposizione. è in questa intimità che si cela la salvezza che, nella sua potenza al di là degli opposti, è troppo potente per l'uomo e deve essere sopportata. gli inferni che ci hanno circondato vi abitano ancora ma come in un anagramma che li ha ricomposti e dunque la potenza di segno opposto che li pervade è violenta e dunque spaventa l'uomo che se la vede accanto. la salvezza alla fine ci libera da noi stessi e pretende una morte interiore che poche anime sanno sopportare. ogni poesia attraversa molti mondi tu gli ha dato un mondo e io un altro. entrambi sono legittimi e non potrebbe essere altrimenti a questo punto Simone Weil direbbe che non possiamo che abitare la verità ma la verità ha molti strati e bisogna vedere quali sono gli strati più profondi del Vero che ci abita in modo digradante. Douce ZazA grazie per la tua lettura e per le tue osservazioni.
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