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Franco Digital

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  1. @Riccardo Zanello La ringrazio per la chiarezza e le metto anche una freccia verde. Non aggiungerò altro, se non che il mio tono lo definirei schietto, risoluto e orientato a stabilire i fatti oggettivi (cosa che, a un razionalista, dovrebbe far piacere), non "aggressivo"; del resto, chi è davvero aggressivo non si mette a scrivere papiri dove argomenta e... vabbè, lasciamo perdere, la saluto, lunga vita e prosperità.
  2. @Riccardo Zanello Mi scusi signor Riccardo, forse sarò tarato, ma ancora non mi è chiaro se lei troverebbe giusto renderebbe illegale il self, e quindi vietarlo cambiando le regole vigenti; ho capito che è "contrario", ciò che non ho compreso è fino a che punto; qualsiasi editore potrebbe essere "contrario" al self, ma non fino al punto da trovare giusto vietarlo. Se dipendesse da lei, renderebbe illegale il self? 1. "Sì, per me dovrebbe essere vietato in quanto dannoso." 2. "No, lo sconsiglio, mi ripugna, ma difendo la sua esistenza." Domanda chiara e diretta alla quale mi aspetto risposta diretta, anche brevissima, anche solo inserendo il numero "1" o "2" nella risposta, l'importante è la chiarezza, il non lasciare alcun dubbio, perché odio i fraintendimenti e, ripeto, non ho capito fino a che punto si spinge il suo essere contrario, sarò incapace a leggere e a comprendere, ma è così. Se mi risponde in modo chiaro, le prometto che non le darò più fastidio citandola, perché dato che continua a mettermi frecce rosse (me ne avrà date almeno 6, contro due iniziali delle mie) a commenti scritti in modo argomentato, razionale, serio e quindi fatti con impegno e voglia di un confronto maturo, devo dedurre che ai suoi occhi sono solo un fastidio, quindi la ignorerò come desidera.
  3. @Ace Invece le sfugge il punto focale della questione, e cioè che sono gli editori che devono pagare gli autori, non il contrario, quindi pagare una CE significa farsi fregare da chi dovrebbe pagare, non farsi pagare; nel self l'autore non si fa fregare pagando una CE, dato che non pubblica con una CE ma da solo o con una piattaforma di servizi... non ho mai negato il fatto che anche il self spenda soldi, semmai le sto spiegando che non li regala a una CE dalla quale, semmai, dovrebbe essere pagato. Gli editori devono pagare gli scrittori, non il contrario.
  4. Ma anche sì, è evidente: dove sono nato io si dice senza lilleri non si lallera. @Ace Guardi che @Niko ha ragione; forse le sfugge il fatto che l'editoria a pagamento è un controsenso perché fa perdere il prestigio di pubblicare con un editore; se un autore pubblica con una CE normale, infatti, la pubblicazione acquisisce prestigio, questo perché quel libro è stato scelto dall'editore su tanti altri testi scartati, mentre se un autore paga la CE, il valore aggiunto della scelta non c'è più. Nel self, questo valore aggiunto non esiste fin dal principio, perché il senso del self è quello di essere indipendenti, di non avere l'editore alle spalle, quindi l'autore che investe nel self investe nella sua passione in qualità di amatore, senza farsi fregare, perché sono gli editori che devono pagare gli autori, non il contrario, quindi le CE a pagamento sono un controsenso e si approfittano della passione degli autori ingenui che pensano che per pubblicare con un editore sia normale pagare.
  5. @Andrea D'Angelo La cosa ironica è che se oggi molti possono fare gli editori è proprio perché il mondo è cambiato; se i piccoli editori di oggi non avessero gli store online e dovessero investire molto nella stampa dei libri e nella loro diffusione nelle librerie come si faceva un tempo, durerebbero davvero poco, dato che molti fanno gli editori con una disponibilità economica che in passato non sarebbe stata affatto sufficiente. In un certo senso, sia i moderni self che i moderni editori hanno lo stesso padre: internet; senza di esso, non sarebbero nati. Anche per questo, mi piacerebbe che ci sia più stima reciproca.
  6. @cheguevara Ma il problema è proprio questo, parlare di concorrenza sleale e far intendere che, di conseguenza, non è solo qualcosa "che non è piacevole averci a che fare", ma qualcosa che dovrebbe essere vietato; non avrei fatto nessuna critica, se non ci fosse di mezzo il sospetto che il self venga considerato qualcosa da eliminare e non solo da sconsigliare... Ho già fatto l'esempio del grafico libero professionista che lavora da casa che ha molti meno costi dell'imprenditore che ha un'agenzia di grafica con dipendenti stipendiati che fanno i grafici; il professionista può farsi pagare 100, l'imprenditore non meno di 150; è chiaro che all'imprenditore questa concorrenza non vada giù, ma uno deve essere libero di scegliere di fare il libero professionista invece dell'imprenditore, proprio come uno deve essere libero di pubblicare i propri libri invece che quelli altrui.
  7. @Andrea D'Angelo @TuSìCheVale Vero, ma ho fatto le dovute distinzioni quando ho scritto: "In quale self? Forse in quello che consiste nel non firmare con nessuna piattaforma, nel comprarsi da soli l'ISBN, nell'andare da soli in tipografia per stampare le copie e, sempre da soli, inviarle ai lettori recandosi in Posta. Praticamente il self che viene scelto, forse, dal 5% degli autori, mentre un buon 95% firma un contratto con le aziende di selfpublishing cedendo appunto a loro lo sfruttamento economico dell'opera." Il self "puro" è appunto quello fatto senza firmare con le piattaforme, comprandosi l'ISBN, interagendo in prima persona con la tipografia e tutto il resto, ma sono in pochissimi a fare questo self. Concordo, del resto, come già spiegato, le stesse CE che non stampano e pubblicano tanti libri hanno il vantaggio di poter abbassare di più il prezzo dei libri rispetto alle CE che hano costi di stampa e pubblicano pochi testi, quindi anche loro dovrebbero fare "concorrenza sleale", senza contare che qualsiasi CE medio-grande, per la stessa logica, potrebbe fare la stessa accusa a tutte le piccole CE, dal momento che esiste un abisso tra i costi delle CE medio-grandi e quelle piccole, e spesso le CE medio-grandi hanno anche uno staff formato da professionisti del settore e magari lo stesso editore è laureato in letteratura o editoria, e già per questo potrebbero dire di aver investito più tempo e soldi per fare editoria di qualità. Alla fine è una questione di libertà; se tutti possono fare gli editori senza alcun filtro, nel senso che non è necessario avere una laurea, aver fatto esperienza, garantire uno staff composto da persone qualificate e tutto ciò che può aver a che fare con il dimostrare di essere competenti per mettersi in gioco e avere la pretesa di diventare il filtro degli scrittori, mi sembra più che corretto dare agli scrittori amatoriali, che vogliono fare una cosa molto più semplice e umile (pubblicare un proprio libro mi sembra ben più umile che selezionare e giudicare quelli altrui), la libertà di farlo, e se questo è un problema per le piccole CE, forse è anche (anzi, direi soprattutto) perché queste sono state aperte senza avere una solida base economica per fronteggiare un mercato editoriale che, da sempre, si basa anche sul capitale, al punto che, se non fossimo ai tempi del web che facilita la vita agli editori facendo risparmiare davvero molti soldi come già spiegato, queste stesse CE sarebbero durate davvero poco. Anche per questo ritengo assurdo criticare lo scrittore self, quando il problema economico delle CE deriva in larga parte dalla volontà di fare impresa con davvero pochi, pochissimi soldi, al punto che tutto diventa un problema, anche cose che dovrebbero essere normali, come dare un anticipo, anche contenuto, all'autore, o pagargli almeno le spese se va in giro a fare presentazioni. E sia chiaro: per me è giusto che uno possa fare impresa con pochi soldi, sono per la libera scelta, il problema è che le conseguenze di questa scelta devono ricadere sull'imprenditore, non sui dipendenti o, in questo caso, sugli scrittori.
  8. @cheguevara In realtà no, perché il tema della critica nella discussione che ho fatto è la presunta "concorrenza sleale" del self, quindi non si tratta più di un dibattito su "Il self è una buona scelta rispetto all'editore?", bensì su "Il self dovrebbe essere permesso, o eliminato per tutelare gli editori?", perché se si parla di "concorrenza sleale" nei confronti delle CE si parla appunto di una concorrenza che non dovrebbe essere permessa, di qualcosa di sbagliato che non dovrebbe esserci, o sbaglio? Magari sbaglio e il senso dell'accusa non era quello, questo lo potrà dire solo il diretto interessato se vorrà chiarire, ma la risposta che ho avuto ("il self continuerà ad esistere, come le case editrici a pagamento, quelle truffaldine, quelle che campano solo con gli autori...") non fa che aumentare questo sospetto dal momento che le CE a pagamento e quelle truffaldine andrebbero eliminate, se fosse possibile (almeno su questo penso che siamo tutti d'accordo, immagino), e se il self viene inserito nella stessa lista delle cose che sarebbe bene eliminare, uno cosa deve pensare? Ma forse ho frainteso (e mi auguro che sia così, anche per questo spero di avere una risposta chiara e diretta).
  9. Franco Digital

    L'assurda accusa di "concorrenza sleale"

    Faccio un esempio per chiarire ancora meglio: se Tizio vuole fare il grafico freelance, può farlo come libero professionista da casa sua (gli basta avere il computer e una connessione) e quindi avere molti meno costi delle aziende di grafica che hanno dipendenti, un affitto e tutto il resto, con la conseguenza che Tizio, professionista, può farsi pagare 100 euro a servizio mentre Caio, titolare di un'azienda di grafica, non può farsi pagare meno di 150 euro. Ora, è o non è perfettamente normale che un lavoratore autonomo possa fare prezzi inferiori? L'autonomo lavora in prima persona, non compra il lavoro altrui per far lavorare gli altri al suo posto; un discorso analogo si può fare tra l'autore self, cioè un autonomo che crea la sua opera e guadagna appunto tramite ciò che crea lui, e l'editore, cioè l'imprenditore che compra le opere degli altri e guadagna appunto tramite creazioni altrui. Detto questo, la cosa più irritante e, allo stesso tempo, illogica, è la motivazione di base che porta a questa accusa, vale a dire le difficoltà economiche delle piccole CE. Mi permetto di sottolineare due punti sulle difficoltà economiche delle CE: 1. Al giorno d'oggi, grazie al web, fare l'editore è molto meno dispendioso rispetto al passato; un esempio su tutti, i costi di stampa e la relativa diffusione dei libri: mentre in passato la stampa costava molto di più e l'editore era praticamente costretto a stampare molte copie per piazzarle nelle librerie anche solo per far conoscere l'esistenza stessa del libro, ora è possibile stampare anche solo cento copie alla volta in base alle necessità o perfino zero copie (molti editori usano il POD, stampano solo su richiesta), inoltre la vetrina pubblicitaria non è più la costosa libreria che, per essere riempita, ha bisogno appunto di copie stampate, ma è lo store online che, praticamente, non ha costi, e soprattutto è visibile da tutta Italia, per cui ogni libro può essere comprato con una facilità assurda da ogni città, mentre in passato il piccolo editore doveva faticare (economicamente) per far conoscere i libri al di fuori della propria zona; a questo si aggiunge il fatto che, sempre grazie agli store online, l'autore stesso può contribuire alla vendita dei libri agendo sul web, mentre in passato gli autori erano molto più limitati e agivano grossomodo nella loro città. Ovviamente, con questo non sto dicendo che fare l'editore sia una passeggiata, ma è un fatto oggettivo che oggi sia molto più accessibile, non a caso gli editori, negli ultimi dieci anni, sono spuntati come funghi, e questo è dovuto proprio grazie al web e ai relativi costi inferiori che esso comporta; se fossimo negli anni '70, la maggioranza di questi editori non aprirebbe o chiuderebbe subito, non potendo permettersi i costi di stampa e il resto. 2. L'editoria vera dovrebbe prevedere l'anticipo sui diritti d'autore, mentre per il piccolo editore è praticamente prassi comune non dare manco un centesimo, quindi questa spesa si azzera e l'autore, di fatto, accetta di non ricevere quello che in realtà dovrebbe avere. Quindi, l'autore già si sacrifica a livello economico fin dalla firma del contratto, togliendo all'editore una spesa importante, ma questo non è tutto dato che, gira e rigira, spesso anche per promuovere il libro è l'autore a sacrificarsi economicamente dato che non è raro che investa i suoi soldi o accetti di andare in giro a fare presentazioni senza le spese pagate. Per cui, al piccolo editore, l'autore costa già molto meno di quanto dovrebbe costare, già accetta di dover rinunciare a qualcosa a livello economico. Per questo mi sorge spontanea la domanda: è davvero giusto, sulla base dell'accusa di "concorrenza sleale" pretendere che l'autore rinunci anche alla libertà di autopubblicarsi (se è "sleale", parliamoci chiaro, dovrebbe essere eliminata, no?) per rendere la vita ancora più facile all'editore? Non basta rinunciare all'anticipo, né investire di tasca propria (o comunque impegnarsi in prima persona) per promuovere i propri libri, bisogna addirittura arrivare a rinunciare alla libertà di pubblicare in autonomia? Mi spiace, ma questo è pretendere troppo; se l'editore ha problemi economici, detto terra terra, sono problemi suoi, non deve essere l'autore a metterci una pezza, soprattutto se, ripeto, già ce ne mette due; se si vuol fare impresa il capitale non è opzionale e non devono essere gli altri a mettere mano al portafogli o a fare comunque rinunce economiche, eppure questo già avviene e molti autori lo accettano perché non scrivono per guadagnare (quindi accettano il no all'anticipo) e capiscono che devono darsi da fare per promuovere i propri libri, ma rinunciare al self significa rinunciare alla propria libertà di espressione, alla libertà di poter pubblicare libri che, anche solo per il numero insufficiente di editori (gli editori sono tanti, vero, ma gli autori sono infinitamente di più), non verrebbero mai pubblicati. Senza contare che molti editori non accettano esordienti proprio perché pensano più al lato economico che artistico, per cui, per la semplice legge dei numeri, ci sarebbero anche autori validi che non pubblicherebbero mai, senza contare che non tutti hanno la pazienza di aspettare anni a inviare proposte a decine e decine di editori. In sintesi, non trovo affatto giusto che l'autore si sacrifichi ancora di più, proprio per principio (anche perché, pur avendo iniziato col self, ho già pubblicato con due editori e continuerò su questa strada, per cui non difendo il self perché senza di esso non pubblicherei), in quanto è l'editore che deve fare l'azienda e quindi arrangiarsi con le spese, e questa storia della "concorrenza sleale" non ha senso, è normale che ci sia questa discrepanza di costi tra chi fa impresa sfruttando il lavoro altrui e chi lavora in proprio, e l'autore self, fino a prova contraria, non è affatto l'imprenditore che pubblica i libri altrui, bensì è l'autore che pubblica i propri, quindi è Tizio, non è Caio.
  10. @Riccardo Zanello Non lo capisce? In realtà è semplice: da quello che scrive, mi corregga se sbaglio, per lei il self non è solo qualcosa da sconsigliare del tipo "Cari scrittori, se volete pubblicare vi consiglio di farlo con editore perché eccetera", ma qualcosa che non dovrebbe esistere, qualcosa di dannoso che, se non ci fosse, sarebbe meglio per tutti, o sbaglio? Se sbaglio mi corregga, perché forse ho frainteso io i suoi (numerosi) attacchi al self che ho trovato in vari thread, anche se in questa sua breve risposta in realtà sembrerebbe confermare i miei sospetti dato che dice "il self continuerà ad esistere, come le case editrici a pagamento, quelle truffaldine, quelle che campano solo con gli autori...", e quindi mette il self nella lista di quelle cose che fanno solo male all'editoria e sarebbe bene che non esistessero, perché a me sembra appunto così, o anche questo è l'ennesimo fraintendimento? Io difendo la libertà di fare self, e avendo letto i suo commenti, ho inteso che per lei è un fenomeno negativo che non dovrebbe esserci, per questo sto criticando le sue idee... ecco il perché della mia "insistenza", e dato che mi sembra di aver argomentato in modo gentile, anche se in modo diretto e schietto, non vedo quale sia il problema. Per cui, se non le è troppo di peso, magari potrebbe confermarmi o smentire i miei sospetti in modo chiaro, anche solo dicendo "Sì, per me il self, in quanto concorrenza sleale, non dovrebbe esistere al pari degli editori a pagamento, quelli truffaldini eccetera", oppure (se ho frainteso) dicendo "No, non ha capito, io critico il fenomeno ma trovo corretto che ci sia, trovo giusto che gli scrittori possano pubblicare anche col self". Ho scritto tanto cercando di argomentare al meglio, ma se non vuole rispondere a niente è libero di farlo, ma, almeno, potrebbe farmi la cortesia di spiegarmi se ho frainteso o no? Grazie in anticipo per l'eventuale risposta che, credo, non le costerebbe nulla.
  11. @Riccardo Zanello In quale self? Forse in quello che consiste nel non firmare con nessuna piattaforma, nel comprarsi da soli l'ISBN, nell'andare da soli in tipografia per stampare le copie e, sempre da soli, inviarle ai lettori recandosi in Posta. Praticamente il self che viene scelto, forse, dal 5% degli autori, mentre un buon 95% firma un contratto con le aziende di selfpublishing cedendo appunto a loro lo sfruttamento economico dell'opera; altrimenti, secondo lei, in base a che cosa queste aziende potrebbero pubblicare i libri degli autori? In base a cosa avrebbero il diritto di pubblicare i libri di questi autori e guadagnarci da ogni vendita risultando, a livello fiscale, gli editori di questi autori, tanto che sono proprio queste aziende a trattenere la percentuale da dare in tasse allo Stato, dando all'autore solo il netto come fanno gli editori? Insomma, se "nel self l'autore non cede i diritti a nessuno", a che titolo queste aziende pubblicano i libri dei self e risultano come loro editori? Magari sarà un contratto leggermente diverso da quello che viene fatto con gli editori, ma questo non cambia niente, non elimina il fatto palese che se un autore pubblica con una piattaforma, l'autore rimane autore e la piattaforma diventa, a livello sia pratico che fiscale, il suo editore, poiché anche l'autore self è un autore che pubblica i suoi libri, non è un editore che pubblica i libri altrui. Io stesso, ad esempio, ho pubblicato sia con piattaforme self che con editori; in entrambi i casi c'è di mezzo un contratto; in entrambi i casi sono le aziende a risultare come miei editori; in entrambi i casi il mio compenso è quello derivante dai proventi del diritto d'autore già tassato dalle aziende, quindi guadagno in qualità di autore sia con gli editori che con le piattaforme, e questo perché resto sempre e solo un autore che cede le sue opere, pubblicando con le piattaforme non mi trasformo in editore, non guadagno reddito d'impresa, quindi cosa sono davvero, un editore o un autore che, solo per modo di dire, può essere considerato "editore di se stesso"? Paragone illogico, non è affatto vero, il self non pubblica i libri altrui come l'editore, bensì pubblica i propri in qualità di scrittore, quindi è un rapporto tra un autore e una piattaforma editoriale che acquisisce, di fatto, il diritto di pubblicare i libri dell'autore come farebbe un editore. Segua questi punti logici; se sono sbagliati, me lo dimostri; se sono giusti, ammetta il suo errore. L'editore è uno scrittore? No, è un tipo di azienda che acquisisce i libri scritti da altre persone mediante un contratto di sfruttamento economico dell'opera. La piattaforma di selfpublishing è uno scrittore? No, è un tipo di azienda che acquisisce i libri scritti da altre persone mediante un contratto di sfruttamento economico dell'opera. L'autore che pubblica con un editore deve diventare azienda? No, non deve, poiché lui cede i suoi libri, non sfrutta quelli degli altri e dietro alla pubblicazione dei suoi libri c'è già l'azienda, è l'editore, e ogni editore ha i suoi costi in base alle scelte editoriali. L'autore che pubblica con la piattaforma di selfpublishing deve diventare azienda? No, non deve, poiché lui cede i suoi libri, non sfrutta quelli degli altri e dietro alla pubblicazione dei suoi libri c'è già l'azienda, è la piattaforma di selfpublishing, e ogni piattaforma ha i suoi costi in base alle scelte editoriali. L'editore, tramite un contratto, acquisisce il diritto di pubblicare i libri altrui? Sì, ed è proprio l'editore a farsi carico dei costi di ufficio, magazzino, eccetera, e siccome ogni editore ha le sue dimensioni e fa le sue scelte editoriali, i suoi costi di gestione possono essere alti o bassi, idem per i prezzi dei libri che possono variare. La piattaforma di selfpublishing, tramite un contratto, acquisisce il diritto di pubblicare i libri altrui? Sì, ed è proprio la piattaforma a farsi carico dei costi di ufficio, magazzino, eccetera, e siccome ogni piattaforma ha le sue dimensioni e fa le sue scelte editoriali, i suoi costi di gestione possono essere alti o bassi, idem per i prezzi dei libri che possono variare. Faccio un ultimo esempio: se Tizio vuole fare il grafico freelance, può farlo come libero professionista da casa sua (gli basta avere il computer e una connessione) e quindi avere molti meno costi delle aziende di grafica che hanno dipendenti, un affitto e tutto il resto, con la conseguenza che Tizio, professionista, può farsi pagare 100 euro a servizio mentre Caio, titolare di un'azienda di grafica, non può farsi pagare meno di 150 euro. Ora, è o non è perfettamente normale che un lavoratore autonomo possa fare prezzi inferiori? L'autonomo lavora in prima persona, non compra il lavoro altrui per far lavorare gli altri al suo posto; un discorso analogo si può fare tra l'autore self, cioè un autonomo che crea la sua opera e guadagna appunto tramite ciò che crea lui, e l'editore, cioè l'imprenditore che compra le opere degli altri e guadagna appunto tramite creazioni altrui. Il punto è che, anche in altri campi, chi lavora può fare prezzi più bassi rispetto a chi fa lavorare gli altri al suo posto; l'essenza dell'imprenditoria è proprio questa: non lavoro io, faccio lavorare gli altri al mio posto, per questo ho delle spese ben superiori che si trasformano in prezzi superiori (ma non sempre; ho già fatto l'esempio dei supermercati, con più costi e dipendenti dei piccoli negozi di alimentari, che possono mettere prodotti a prezzi inferiori, e anche le piattaforme self più famose avranno di sicuro più costi e dipendenti delle piccole CE). Tutto questo, rende assai discutibile la logica del "Il self non ha costi, quindi i prezzi dei libri sono bassi e non è giusto, fa concorrenza sleale"; semplicemente, non è affatto come dice lei, e l'ho dimostrato con fatti e argomenti che, per adesso, non è riuscito a confutare per niente; le ricordo che, come saprà essendo razionalista, l'onere della prova spetta a chi afferma qualcosa, non a chi la nega, ed è lei che afferma la presunta concorrenza sleale dei self, e per adesso quello che ha detto può avere la stessa rilevanza delle lamentele di Caio, l'imprenditore a capo dell'azienda di grafica, che potrebbe accusare Tizio di concorrenza sleale solo perché Tizio può permettersi di avere prezzi inferiori avendo meno costi, peccato che tutto questo sia perfettamente logico, legale e normale. Detto questo, la cosa più irritante e, allo stesso tempo, illogica, è la motivazione di base che porta alla sua critica, vale a dire le difficoltà economiche delle piccole CE, giusto? Tutto questo nasce dal fattore economico, dico bene? Mi permetta di sottolineare due punti sulle difficoltà economiche delle CE: 1. Al giorno d'oggi, grazie al web, fare l'editore è molto meno dispendioso rispetto al passato; un esempio su tutti, i costi di stampa e la relativa diffusione dei libri: mentre in passato la stampa costava molto di più e l'editore era praticamente costretto a stampare molte copie per piazzarle nelle librerie anche solo per far conoscere l'esistenza stessa del libro, ora è possibile stampare anche solo cento copie alla volta in base alle necessità o perfino zero copie (molti editori usano il POD, stampano solo su richiesta), inoltre la vetrina pubblicitaria non è più la costosa libreria che, per essere riempita, ha bisogno appunto di copie stampate, ma è lo store online che, praticamente, non ha costi, e soprattutto è visibile da tutta Italia, per cui ogni libro può essere comprato con una facilità assurda da ogni città, mentre in passato il piccolo editore doveva faticare (economicamente) per far conoscere i libri al di fuori della propria zona; a questo si aggiunge il fatto che, sempre grazie agli store online, l'autore stesso può contribuire alla vendita dei libri agendo sul web, mentre in passato gli autori erano molto più limitati e agivano grossomodo nella loro città. Ovviamente, con questo non sto dicendo che fare l'editore sia una passeggiata, ma è un fatto oggettivo che oggi sia molto più accessibile, non a caso gli editori, negli ultimi dieci anni, sono spuntati come funghi, e questo è dovuto proprio grazie al web e ai relativi costi inferiori che esso comporta; se fossimo negli anni '70, la maggioranza di questi editori non aprirebbe o chiuderebbe subito, non potendo permettersi i costi di stampa e il resto. 2. L'editoria vera dovrebbe prevedere l'anticipo sui diritti d'autore, mentre per il piccolo editore è praticamente prassi comune non dare manco un centesimo, quindi questa spesa si azzera e l'autore, di fatto, accetta di non ricevere quello che in realtà dovrebbe avere. Quindi, l'autore già si sacrifica a livello economico fin dalla firma del contratto, togliendo all'editore una spesa importante, ma questo non è tutto dato che, gira e rigira, spesso anche per promuovere il libro è l'autore a sacrificarsi economicamente dato che non è raro che investa i suoi soldi o accetti di andare in giro a fare presentazioni senza le spese pagate. Per cui, al piccolo editore, l'autore costa già molto meno di quanto dovrebbe costare, l'autore già accetta di dover rinunciare a qualcosa a livello economico. Per questo mi sorge spontanea la domanda: lei cosa vorrebbe? Che l'autore rinunci anche alla libertà di autopubblicarsi per rendere la vita ancora più facile all'editore? Non basta rinunciare all'anticipo, né investire di tasca propria (o comunque impegnarsi in prima persona) per promuovere i propri libri, bisogna addirittura arrivare a rinunciare alla libertà di pubblicare in autonomia? Mi spiace, ma questo è pretendere troppo; se l'editore ha problemi economici, detto terra terra, sono problemi suoi, non deve essere l'autore a metterci una pezza, soprattutto se, ripeto, già ce ne mette due; se si vuol fare impresa il capitale non è opzionale e non devono essere gli altri a mettere mano al portafogli o a fare comunque rinunce economiche, eppure questo già avviene e molti autori lo accettano perché non scrivono per guadagnare (quindi accettano il no all'anticipo) e capiscono che devono darsi da fare per promuovere i propri libri, ma rinunciare al self significa rinunciare alla propria libertà di espressione, alla libertà di poter pubblicare libri che, anche solo per il numero non insufficiente di editori (gli editori sono tanti, ma gli autori sono infinitamente di più), non verrebbero mai pubblicati. Senza contare che molti editori non accettano esordienti proprio perché pensano più al lato economico che artistico, per cui, per la semplice legge dei numeri, ci sarebbero anche autori validi che non pubblicherebbero mai, senza contare che non tutti hanno la pazienza di aspettare anni e inviare proposte a decine e decine di editori. In sintesi, non trovo affatto giusto che l'autore si sacrifichi ancora di più, proprio per principio (anche perché, pur avendo iniziato col self, ho già pubblicato con due editori e continuerò su questa strada, per cui non difendo il self perché senza di esso non pubblicherei), in quanto è l'editore che deve fare l'azienda e quindi arrangiarsi con le spese, e questa storia della "concorrenza sleale" non ha senso, come già spiegato, e per ora, se non argomenta confutando ciò che ho scritto, la sua posizione non è affatto diversa da quella di Caio, perché l'accusa avrebbe la stessa logica errata di base, dato che è normale che ci sia questa discrepanza di costi tra chi fa impresa sfruttando il lavoro altrui e chi lavora in proprio, e l'autore self, fino a prova contraria, non è affatto l'imprenditore che pubblica i libri altrui, bensì è l'autore che pubblica i propri; non è definendolo "editore di se stesso" che può trasformarlo in un editore/impresa a tutti gli effetti (senza contare che, anche se fosse, ogni editore ha i suoi costi e c'è chi, pubblicando molti libri e usando il POD, può abbassare il prezzo dei libri di molto rispetto a chi pubblica di meno e stampa, come già spiegato, quindi la sua argomentazione è sbagliata anche per questo, non è che gli editori abbiano prezzi standard e ci sia il self a rovinare tutto). Lunga vita e prosperità.
  12. @TuSìCheVale Grazie, francamente mi sembra di dire cose anche abbastanza ovvie; di equivoci, tra l'altro, ne vedo due: 1. Il primo è non considerare il self un autore, ma un "editore di se stesso" solo perché "pubblica da solo", quando la realtà dei fatti è che non è affatto vero che pubblica da solo, dato che firma un contratto con un tipo di azienda editoriale che, a parte non fare selezione e dare all'autore più libertà di scelta (scegliere il formato del libro, ecc.), a livello fiscale diventa a tutti gli effetti l'editore dell'autore self, tant'è vero che negli stessi store online, come già spiegato, la piattaforma compare nei dati del libro proprio in qualità di editore del libro, perché di fatto è così, l'autore non pubblica davvero da solo, almeno non quando si affida alle aziende di selfpublishing, e questo avviene nella stragrande maggioranza dei casi, poi ci sono autore che fanno davvero tutto da soli e allora il discorso magari cambia. 2. Ecco, questa frase racchiude il secondo equivoco, e cioè non fare differenze tra pubblicare i propri libri e pubblicare i libri altrui. Mondadori chi è? Uno scrittore che pubblica i suoi libri? No, è un tipo di azienda che pubblica i libri scritti da altri, quindi è paragonabile alle piattaforme di selfpublishing, ossia altre aziende che pubblicano libri scritti da altri; l'autore self, invece, rimane un autore che cede i propri libri al pari degli autori non self; loro sono entrambi autori, pubblicano i propri libri, non acquisiscono quelli altrui, e non fare questa differenza è assurdo. Anche in altri settori c'è questa differenza: se voglio vendere la mia macchina, il mio computer o i miei vestiti, non devo diventare impresa, non devo aprire una concessionaria per vendere la macchina, un negozio di elettronica per vendere il computer e un negozio di abbigliamento per i vestiti: essendo cose di mia proprietà, posso venderle mettendole appunto su Ebay, ed è Ebay a dover essere azienda, dato che acquisisce le proprietà altrui, al pari degli editori che acquisiscono i libri altrui, mentre il self è l'autore che cede il proprio. Esatto, e sono proprio quelle che pubblicano tanti libri e usano il POD e quindi non hanno i costi di stampa delle piccole CE che pubblicano meno testi e stampano, con la conseguenza che anche i loro libri possono avere prezzi inferiori, eppure non vengono accusate di "concorrenza sleale", e questo perché loro vengono comunque percepite come aziende, il problema è che, come ho cercato di spiegare al signor Riccardo, anche le piattaforme di selfpublishing sono aziende editoriali con tutto ciò che ne deriva, mentre nei suoi ragionamenti questo fatto (perché di fatto si tratta) sembra non essere minimamente presente, è come se l'autore self pubblicasse con se stesso, mentre non è così, e non è una mia opinione. Per i moderatori: vedrò di darmi una calmata con l'uso del grassetto; è solo che argomento molto e quindi anche i punti essenziali del discorso risultano estesi.
  13. @Riccardo Zanello Risponda a questa domanda: se scrivo un libro e firmo un contratto con l'editore, cioè con una azienda che sfrutterà economicamente la mia opera, devo forse diventare azienda pure io? Se la risposta è "No", diventa "No" anche se faccio la stessa cosa con la piattaforma; l'unica cosa che cambia è che la piattaforma non fa selezione, non mi dice "No, non accetto di pubblicare il tuo libro", per il resto la prassi è praticamente la stessa, tant'è vero che, come già spiegato, il mio guadagno sarebbe lo stesso di quello che avrei pubblicando con un editore, e cioè i proventi sul diritto d'autore del mio libro, non reddito di impresa, quello riguarda sia l'editore che la piattaforma di selfpublishing che fanno praticamente la stessa cosa, sono aziende, con relativi costi, che pubblicano i libri scritti dagli altri, mentre il self rimane un autore e basta. Tant'è vero che, se prova ad andare negli store online e trova un libro pubblicato da una piattaforma, nei dati (nome del libro ecc.) il nome dell'editore non corrisponde a quello dell'autore, infatti c'è il nome della piattaforma, e questo perché, di fatto, è la piattaforma a editare il libro, è lei l'impresa alle spalle di quel libro, l'autore rimane solo l'autore, con tanto di reddito dal diritto d'autore, non reddito di impresa, perché l'impresa non è lui, è la piattaforma. Non capisco la sua insistenza nel ragionare come se la piattaforma, e cioè l'azienda con la quale il self firma per pubblicare come potrebbe fare con un editore, fosse una sorta di fantasma, qualcosa che non ci sia, come se fosse una semplice idea astratta, come se non fosse qualcosa di reale, come se il self si inventasse un contratto con se stesso per pubblicare se stesso e fosse sempre lui stesso ad inserire il libro negli store, andare in tipografia per stampare le copie quando qualcuno compra, andare in Posta per spedire i libri e via dicendo, come se il suo reddito derivante dalla vendita dei suoi libri fosse di impresa mentre, chissà come mai, è lo stesso reddito da diritto d'autore che percepisce anche chi pubblica con gli editori... Il self è "editore di se stesso" solo nel senso che ha più potere decisionale (può scegliere il formato del libro, quale copertina mettere, quale font usare...), per il resto rimane un autore che cede lo sfruttamento della sua opera a un tipo di impresa che, al contrario dell'editore, non fa selezione, per il resto lui rimane l'autore e la piattaforma di selfpublishing rimane l'impresa che pubblica la sua opera.
  14. @Riccardo Zanello No, hanno lo stesso rapporto che c'è tra scrittore ed editore; lei sta continuando a ragionare come se non ci sia nessuna differenza tra pubblicare i libri altrui o i propri, infatti continua a mettere sullo stesso piano l'editore che, al pari della piattaforma, pubblica i libri altrui, con l'autore self che, al pari degli altri scrittori, cede lo sfruttamento dei propri libri, e questa differenza è un fatto oggettivo, non è una mia opinione: il self non acquisisce i libri altrui per poi pubblicarli e generare profitto, semmai questo è quello che fanno editori e piattaforme di selfpublishing, infatti entrambe, per sfruttare i libri scritti da altri, devono essere imprese con i relativi costi, e dietro i prezzi dei libri dei self c'è l'impresa, è la piattaforma di selfpublishing, e se i prezzi sono bassi è per quella legge di mercato che lei stesso attribuisce alle grandi CE, la stessa che si può attribuire ai grandi supermercati, come già spiegato, per cui la sua accusa è oggettivamente infondata, il prezzo minore non è dato affatto dalla mancanza di spese. Lo scrittore, quando pubblica con un editore, firma un contratto e permette all'editore di sfruttare economicamente i suoi libri, ed è l'editore ad avere i relativi costi di impresa, i quali possono cambiare molto da editore a editore, e quindi anche il prezzo dei libri può cambiare. Lo stesso, identico discorso si applica al self: lo scrittore firma un contratto con la piattaforma di selfpublishing e le permette di sfruttare economicamente i suoi libri, ed è la piattaforma ad avere i relativi costi di impresa, i quali possono cambiare molto da piattaforma a piattaforma, e quindi anche il prezzo dei libri può cambiare. Lo scrittore, self o non self, rimane sempre e solo un autore che cede le sue opere, e l'impresa, editore o piattaforma self che sia, rimane l'unica a farsi carico delle spese di impresa; non ha proprio senso pretendere che l'autore self diventi impresa con i relativi costi, non cambia un bel niente se pubblica con l'azienda che fa selezione (editore) o con quella che non fa selezione (piattaforma), tant'è vero che il guadagno del self è lo stesso di quello dell'autore tradizionale, vale a dire i proventi sul diritto d'autore, già tassati dalla piattaforma, e non il reddito di impresa, proprio perché l'autore self è "editore di se stesso" più per modo di dire che di fatto. Se lei avesse ragione, il guadagno del self, a livello fiscale, verrebbe inquadrato come reddito di impresa, invece non è così, proprio perché il self è un autore e basta, è la piattaforma ad essere l'impresa collegata ai suoi libri, ed è la piattaforma a dover avere i costi di impresa, non capisco perché continua a pretendere che anche il self diventi impresa a sua volta, non ha proprio senso, è esattamente come pretendere che lo diventi anche l'autore che pubblica con l'editore. Senza contare che, come già spiegato, secondo la sua logica anche le CE che usano il POD, pubblicano 50 autori all'anno o sono interamente digitali dovrebbero essere accusate di "concorrenza sleale", dal momento che hanno molte meno spese delle piccole CE che stampano, pubblicano 10 autori all'anno (quindi i prezzi dei singoli libri non possono essere bassi) e hanno molti più costi in generale, per cui la questione dei prezzi bassi non riguarda solo i libri dei self, proprio perché i prezzi bassi non sono affatto dovuto da una presunta mancanza di impresa alle spalle, e non è una opinione, lo ripeto, è un fatto oggettivo che le piattaforme di selfpublishing siano aziende con i relativi costi, quindi chi pubblica con loro pubblica, di fatto, con una azienda, al pari di chi pubblica con l'editore; non cambia proprio nulla, questa cosa del "Ah, i libri dei self hanno prezzi bassi perché i self fanno i furbetti non aprendo l'azienda per vendere i propri libri e quindi avere i costi che hanno gli editori" non ha proprio senso, perché anche dietro ai libri dei self c'è l'azienda editoriale che ha costi di stampa, impiegati, affitti e via dicendo, e non è una mia opinione, ma un fatto. Lei avrebbe ragione solo se le piattaforme di selfpublishing agissero senza essere aziende e quindi sfornassero migliaia di libri senza avere P.IVA e tutto il resto, invece lei sposta l'attenzione verso i singoli autori che, come è ovvio che sia, non devono affatto diventare imprese, dato che già firmano con le imprese per pubblicare i propri libri, e sottolineo i propri libri, concetto che lei sembra non prendere minimamente in considerazione, infatti continua a ragionare come se il self pubblicasse i libri degli altri al pari degli editori, invece cede i propri alle aziende che li pubblicano per loro al pari degli editori, per questo il self rimane un autore che firma un contratto e guadagna la sua percentuale sul diritto d'autore, e per la terza volta ripeto che questo è un fatto oggettivo, non è una mia opinione che si tratta di scrittori che cedono i propri libri e non di imprese che acquisiscono quelli altrui.
  15. @Andrea D'Angelo Concordo, la cosa più assurda è l'errore logico di base; lo scrittore, quando pubblica con un editore, cede i diritti di pubblicazione del suo libro all'editore, ed è l'editore ad avere i relativi costi di impresa, i quali possono cambiare molto da editore a editore, e quindi anche il prezzo dei libri può cambiare, e lo stesso discorso si applica al self, dal momento che lo scrittore indipendente, quasi sempre, pubblica comunque con una azienda alla quale cede i diritti di pubblicazione del suo libro (le varie piattaforme di selfpublishing), ed è l'azienda ad avere i relativi costi di impresa, i quali possono cambiare molto da piattaforma a piattaforma, e quindi anche il prezzo dei libri può cambiare; il self non deve aprire P.IVA e diventare impresa, dato che rimane solo un autore che cede i diritti delle sue opere a un tipo di azienda editoriale; non fare differenza tra pubblicare i propri libri e quelli altrui non ha senso. Il punto è che questa assurda accusa di concorrenza sleale si basa sulla pretesa che l'autore self abbia dei costi di gestione come se fosse un editore vero e proprio quando non lo è, non pubblica i libri altrui, ma i propri, cede i diritti di pubblicazione dei propri libri ad aziende editoriali come fa qualsiasi autore, e le aziende di selfpublishing più grandi, tra l'altro, di sicuro avranno più costi di gestione delle piccole CE, e se possono mettere libri con prezzi più vantaggiosi è per la stessa legge di mercato che permette ai grandi centri commerciali di avere prodotti a un prezzo inferiore rispetto ai piccoli negozi: avendo molti più prodotti, possono guadagnare di più sul lungo periodo da ogni singolo prodotto; le piattaforme self pubblicano 100 o più libri all'anno, contro le piccole CE che ne pubblicano 15-20, ed è questa la ragione del prezzo inferiore; anche un libero professionista, se lavora con 10 clienti al mese, può farsi pagare meno da ogni cliente rispetto a chi ha solo 3 clienti.
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