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Somniator

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  1. Somniator

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 125 Off Topic

    Crossover incredibili con @Rica
  2. Somniator

    [MI 125] Mikhael - Chi è come Dio?

    Ciao @Macleo Samael lo immagino come una creatura inquietante ed enigmatica. Non sta incoraggiando Mikhael, sta solo facendo un'osservazione. L'enfasi sul "quanto" deriva dal fatto che Mikhael non sa cosa Lucifero diventerà, ma il lettore sì. Samael si riferisce al fatto che ha intuito già ora che Lucifero stia diventando superbo.
  3. Somniator

    [MI 125] Mikhael - Chi è come Dio?

    @AzarRudif della loro relazione prima della ribellione.
  4. Somniator

    [MI 125] Segui il tuo Signore

    Racconto dal concetto interessante ed esecuzione eccellente. Adoro queste narrazioni che avvengono quasi esclusivamente nella testa del protagonista, poiché possono diventare noiose se non sono realizzate attentamente. Bravo
  5. Somniator

    [MI 125] Una volta a settimana

    Il racconto mi ha messo addosso un'ansia non da poco, il che dimostra quanto bene sia scritto. Davvero ben fatto, nulla da eccepire
  6. Somniator

    [MI 125] Mikhael - Chi è come Dio?

    Grazie tantissime per i tuoi suggerimenti @Edu. Cercherò di facilitarmi la vita evitando di incastrarmi in costrutti così complessi. Grazie anche a @Talia e @Adelaide J. Pellitteri per i complimenti
  7. Somniator

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 125 Off Topic

    Scusate, ho dimenticato di postare sul topic ufficiale il mio racconto. Posso rimediare in qualche modo?
  8. Somniator

    [MI 125] Mikhael - Chi è come Dio?

    Traccia di mezzogiorno: il limite «Anf… Anf… cavolohhh!» Mikhael cercò di arrestare la caduta aprendo le ali, ma non c’era verso: era così veloce da non sapere nemmeno se fosse ancora nella volta celeste. All’improvviso, una figura dorata lo prese per la caviglia. Il giovane angelo si arrestò immediatamente, come se l’inerzia del suo movimento fosse svanita all’istante. Si guardò intorno, rendendosi conto che per poco non era veramente piombato in uno dei cieli inferiori: poteva già scorgere Saturno, il quale orbitava placido nell’etere universale. Appeso a testa in giù, cominciò a scuotersi nel vano tentativo di riottenere un pizzico di dignità: «E lasciami!» La figura dorata, un bellissimo cherubino ridente, lo scagliò senza sforzo sull’arena dove si erano scontrati finora. Battendo le ali stancamente, Mikhael si rimise in guardia con la spada. «Forza… non ho ancora finito!» Il cherubino gli strizzò l’occhio: «Non posso restare a lungo, piccolo. Devo incontrare il Padre prima che il Sole entri nell’ultimo sestante». «Allora basta perdere tempo!» Mikhael si lanciò ruggendo, ma qualcuno lo afferrò da dietro. Gabriel ed Uriel lo stavano trattenendo: «Basta Mikhael! Non puoi vincere!» «Sì che posso! Ha detto che se lo avessi colpito una sola volta avrei vinto!». Sorridendo dolcemente, Lucifero scosse la testa «È tempo che vada. Alla prossima, novellini». Irradiandosi come una stella incadescente, il cherubino decollò verso l’empireo. In meno di un istante, era scomparso. I due angeli lasciarono andare il compagno. Allontanandoli con uno spintone, gli ruggì: «Perché non vi fate mai gli affari vostri!» «Devi smetterla con questa storia di voler sfidare sempre Lucifero, Mikhael. Come possiamo sperare di competere con lui se non siamo nemmeno stati promossi arcangeli!» gli rispose Gabriel, per nulla intimorito. «Ha battuto già quasi tutti i serafini a duello. Lucifero è su un altro livello rispetto a noi…» mormorò Uriel. Mikhael scagliò la sua spada nello spazio, frustrato. L’arma sparì rapidamente dalla loro vista. «Tch… vado a riprenderla. Lasciatemi da solo». Mikhael si lanciò dietro la lama, volando lontano dai suoi compagni. Mentre si muoveva tra le stelle, i suoi pensieri cominciarono a raffreddarsi, permettendogli di vedere più chiaramente la situazione: sapeva che avevano ragione. Lui più di chiunque altro ammirava l’abilità di Lucifero; non era infatti solo un guerriero formidabile, ma un leader nato, un grande agente celeste e il più amato e conosciuto fra i servitori del Padre. Mikhael avrebbe voluto esattamente essere come lui, ed era per questo che l’approvazione del cherubino dorato era quella che più gli stava a cuore. Più dei suoi superiori e perfino più del Padre stesso! «Pensieri blasfemi così vicini al trono del Creatore possono cacciarti in guai seri, ragazzo». Mikhael sobbalzò. Un angelo pallido e scheletrico dai lunghi capelli bianchi aveva afferrato la sua spada. Il giovane angelo lo riconobbe come Samael, l’arcangelo a capo della più grande armata del quinto cielo. A differenza degli altri angeli, Samael non risplendeva: era invece circondato da un’aura nera ed opprimente, la quale catturava e distruggeva la luce stellare intorno a loro. «Io… io…» balbettò Mikhael. Come faceva a sapere cosa stesse pensando? Poteva forse leggere la mente? Samael agitò la spada raccolta: «Ira… il Padre non apprezza che i suoi figli si cullino in simili emozioni… un’azione insensata come la tua è contraria alla ragione divina da noi donataci». Mikhael capì: si riferiva al fatto che avesse lanciato via la spada. «Mi… dispiace. Non lo farò più». Imbarazzato, il ragazzo riprese l’arma dall’angelo più anziano. Senza cambiare la stessa espressione impassibile, Samael continuò: «Deduco che sia stato tu a sfidare il Portatore di Luce». Mikhael annuì. «Sciocco… come puoi sperare di vincere in quelle condizioni?» Punto sul vivo, l’angelo replicò senza pensare «Solo perché Lucifero è più forte di me, non vuol dire che io non ci debba neanche provare!» «Non parlo di queste condizioni» Samael si toccò il braccio destro «ma queste». Accarezzò con l’indice magro la tempia di Mikhael, il quale si ritrasse disgustato. Samael parve non notarlo «Tu stesso non pensi di poter vincere contro Lucifero. Lo ami a tal punto da non riuscire nemmeno ad immaginare di batterlo… nonostante tu lo voglia più di ogni altra cosa» Mikhael deglutì, a disagio. Che gli era preso a quell’essere sgradevole? «Fintantoché ti limiterai in questo modo… non batterai mai il Portatore di Luce. E quanto ha bisogno di essere battuto…» L’arcangelo cominciò a planare in basso verso i cieli inferiori, senza congedarsi. Sparì rapidamente nell’oscurità, lasciando Mikhael ansioso e confuso.
  9. Somniator

    [MI 125] La regione di Columbus

    Davvero un bel racconto, @Edu. Non ho ancora letto gli altri, ma penso che sia già uno dei migliori. Adoro che tu abbia usato un'ambientazione fantascientifica, che vedo fin troppo di rado nel WD. Hanno detto che il tuo racconto strizza l'occhio a Ventimiglia leghe sotto il mare, ma a me ricorda un po' il viaggio di Ulisse oltre le colonne d'Ercole nell'Inferno dantesco: le continue citazioni alla religione e alla follia del loro viaggio (più il fatto che stiamo parlando di un Columbus :D ) risuonano secondo me più con quest'ultimo. Ho apprezzato molto i dialoghi fra i personaggi su questo argomento, che sono quelle tipiche delle storie basate su un viaggio: la paura dell'ignoto, il desiderio di conoscenza, la meraviglia di un mondo (o buco nero, credo xD ) nuovo. Non ho molto da dire sui personaggi, visto che non ti sei concentrato molto sullo svilupparli, se non che fanno bene la loro parte. Danno molto la sensazione che stiano fungendo più come personificazioni dei tuoi pensieri che da vere e proprie persone, il che dà una profondità alla narrazione che non mi dispiace affatto. Ottimo lavoro.
  10. Somniator

    [MI124] Gli occhi della strada

    Storia che colpisce allo stomaco. Molto ben fatta, ho apprezzato anche moltissimo il finale. Il fatto che sia ispirata a eventi reali ma che tu abbia deciso di raccontarla da una prospettiva simile è toccante: la prostituta che si toglie, anche per un minuto, la sua maschera di mercificatrice del proprio corpo, insensibile a tutto, per quel cadavere strangolato è stata una bella scena. Ben fatto.
  11. Somniator

    [MI 124] La strada per l'infinito

    Mi piace questa storia ispirata a "L'infinito" leopardiano. Di solito i testi dove non c'è una vera e propria trama non mi garbano, ma questa ha un non so che di speciale. Credo sia la tua capacità descrittiva, davvero notevole. Chapeau 🎩
  12. Somniator

    [MI 124] Per scaldare il motore

    Ahahah, bella storia. Devo ammettere che invidio un po' questo modo di raccontare piacevole che hai, perché anche se il racconto vero e proprio comincia verso la fine, la parte precedente non è affatto noiosa. Gli anedotti che narri sono interessanti e ci dicono qualcosa su entrambi i personaggi in pochissimo tempo. Il tutto parecchio godibile, hai usato molto bene il limite di 8000 caratteri. Ti fossi dilungata di più avrebbe perso quella rapidità tra gli eventi che la rende così leggera. Il finale mi ha fatto ridere
  13. Somniator

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 124 Topic ufficiale

    Traccia di mezzanotte: La strada e le sue forme
  14. Somniator

    [MI 124] Il pellegrino

    Traccia di mezzanotte: la strada e le sue forme «Va bene… dovrei essere pronto» Duarte chiuse la sua ultima saccoccia, guardandosi intorno per controllare che le avesse prese tutte. Intorno a lui c’erano solamente alcuni servitori; gli posero il bordone da pellegrino che reggevano fra le mani, esortandolo ancora una volta a farsi forza «Mio signore… dovete capire che vostro padre vi sta mandando ad intraprendere questo viaggio per il vostro bene. Siete il suo erede, non ve lo lascerebbe fare se non pensasse che ne foste in grado» «Lo so, lo so» mormorò il ragazzo con un sorriso premuroso «Francamente, m’infastidisce solo la sua proibizione di andare a cavallo. Altrimenti andare in pellegrinaggio a Roma non mi pare una cosa così tremenda, anzi…» Il giovane nobile ricontrollò ancora una volta che tutto fosse al suo posto: la borsa con l’oro, i viveri, la sua spada… Sì, c’era tutto. «Be’, è tempo che mi avvii. Ci rivedremo fra qualche mese, non bruciate la tenuta mentre sono via!» Li salutò ridendo. Alzò quindi lo sguardo verso il palazzo poco distante da loro, dove una figura scura li stava fissando da una finestra. Duarte le puntò il dito, una sorta di “ti ho visto” che non poté fare a meno di rivolgere al conte suo padre. Prese il lungo bastone appuntito che gli avevano portato e s’incamminò sull’antica strada romana davanti a loro. Non sapeva dove andare, ma la gente diceva che tutte le strade portavano a Roma. Be’, quale strada poteva aiutare a tal proposito meglio di una costruita dai Romani stessi? Era passato forse un mese da quel giorno. Duarte stava cercando di capire il contenuto della borraccia che aveva trovato. Decise che c’era solo un modo per capirlo e si sedette intorno al falò già acceso. Si gustò il vino rosso contenuto nella sacca di pelle e si distese sotto il cielo stellato, chiedendosi se questa volta fosse realmente sulla strada per Roma. Finire per la quarta volta a Lisbona sarebbe stato divertente, ma stava cominciando a diventare anche abbastanza irritante. Aveva detto che sarebbe rientrato a casa in una manciata di mesi, non anni. «Dio mi salvi, chi ha ucciso questi uomini?» esclamò qualcuno in francese. Duarte si voltò. Un anziano signore fissava sbalordito i cinque corpi sgozzati sparsi per il campo di banditi. Uno era infatti a pochi passi dal ragazzo, che si limitò a scrollare le spalle «Erano solo dei briganti di quart’ordine. Hanno cercato di derubarmi, ma sono abituato ad affrontare ben altro» Il vecchio annuì lentamente e si segnò, mormorando una preghiera in latino. «Vedo che hai un bordone con te… sei un pellegrino?» «Sì, in un certo senso. E non hai idea di quanto sia sollevato di aver finalmente incontrato qualcuno che non parla la mia lingua natia. Finalmente sono riuscito ad oltrepassare i confini della mia patria, alla faccia delle strade che portano tutte a Roma!» L’altro uomo rise sommessamente «Certo, ma quello solo se le si percorre nel senso giusto. Altrimenti si finisce solo ai confini del mondo noto, forse oltre» Il ragazzo si unì a lui «Già, avrei dovuto pensarci un mese fa» Estese quindi la mano destra verso l’altro viaggiatore «Il mio nome è Duarte» L’uomo anziano sorrise e gliela strinse «Hector. Vi dispiace se mi siedo con voi per un po’?» Duarte mosse l’altra mano in un gesto ampio, invitandolo ad accomodarsi. Mentre Hector si avvicinava al falò, gli chiese «Da dove venite, amico mio? E come mai parlate la lingua dei Franchi?» «Vengo dal Regno di Portogallo. Mio padre è un conte che ha combattuto per re Sancho contro i mori e i leonesi. Un vero veterano, mi ha insegnato a combattere con spada e lancia prima ancora che sapessi camminare. Mia madre era la figlia di un signore della Guascogna, per cui mi ha insegnato un po’ anche lei. Ho imparato la lingua soprattutto dai servi che ha portato con sé, visto che molti non hanno ancora imparato il portoghese» «Figlio di un conte, eh» Hector si rimise a ridere «Non mi sorprende che ti sia perso. A voi nobili non insegnano ad orientarvi con le stelle» Duarte buttò via la borraccia vuota e si coricò, dando la schiena alle fiamme scoppiettanti del fuoco «No. Troppo occupati a guidare eserciti in battaglia e impedire che i nostri sudditi siano costretti a parlare arabo e vestirsi con una gonna» Il francese sorrise «Mi sembra giusto. Per ringraziarti della tua ospitalità, Duarte il portoghese, domani ti porterò verso la strada che ti permetterà di raggiungere Roma» Il ragazzo alzò un braccio mollemente, mostrando il pollice sollevato. Poi se lo lasciò cadere addosso, sbattendo la mano sul terriccio. L’alba svegliò entrambi con i suoi raggi rossastri. Fecero una colazione frugale con le vettovaglie del giovane nobile, per poi avviarsi verso questa eccezionale strada che Hector garantiva lo avrebbe portato quantomeno nei paraggi della Città Eterna. «Tuo padre ha combattuto gli infedeli, se non ricordo male» chiese l’anziano viaggiatore «È per questo che ti ha mandato in pellegrinaggio? Per avvicinarti alla fede?» «Ufficialmente sì, ma credo che lo abbia fatto anche perché ho da poco raggiunto l’età per sposarmi. Credo che a breve mi darà il controllo della contea, per cui vuole assicurarsi che a succederlo non sia uno sprovveduto» Duarte si guardò intorno. Avevano camminato per ore e oramai non erano più su nessuna strada battuta: stavano camminando attraverso un campo pieno di arbusti e terra, mentre il sole estivo li tormentava dall’alto. «Vorrei soltanto capire perché per dimostrare di essere un degno erede, dovrei fare questo viaggio. Cosa può insegnarmi la strada che non potevo apprendere a casa mia?» «La strada non saprei, ma le persone che la percorrono molto. In molti viaggiano verso Roma allo scopo di avere una rivelazione sulla loro esistenza, Duarte, e guidare altre anime è il modo di vivere più difficile che esista» Hector si voltò verso il giovane, mostrando tre dita alzate «Sai dirmi almeno tre qualità di un capo?» Duarte sollevò un sopracciglio «Bah, che ne so… Saggio, religioso, giusto… robe così» «Quelle sono le conseguenze dell’essere un grande capo, non qualità che lo rendono tale. Te ne dico una io, perché tu ne possiedi già tanta. Sicurezza in sé stessi» Duarte sorrise «Be’, ovvio. Chi vorrebbe seguire qualcuno che dubita di se stesso? Se neanche tu pensi di potercela fare, perché dovrei io?» «Vero, ma non conta solo quello. Troppa sicurezza va’ stemperata da un’altra qualità, o rischia di trasformarsi in superbia. Quale pensi che sia?» Duarte notò che il paesaggio intorno a loro era composto oramai solo da sassi, sempre più fini man mano che procedevano «Il dar retta agli altri?» «Umiltà, sì. È una mia personalissima opinione, ma credo che i grandi comandanti della storia siano quelli che danno meno ordini. Ritengo che coloro che hanno la saggezza di capire che non possono sapere tutto, che hanno bisogno delle persone intorno a loro, siano quelli che ispirano di più gli altri a seguirli» Giunsero infine ad una spiaggia. La brezza di mare investì Duarte, avvolgendolo con la sua aria salmastra e pungente. «Ho capito… vuoi farmi seguire la costa per arrivare fino alla foce del Tevere…» Hector indicò un punto alla sua sinistra «Di là. Sempre dritto» Il ragazzo gli strinse entrambi le mani «Allora qui è dove ci diciamo addio» Il vecchio uomo gli sorrise «Ti auguro buona fortuna, Duarte. Hai lo spirito per vivere grandi avventure, ma non lasciare che la tua spensieratezza prenda il sopravvento. Che questo viaggio ti riporti a tuo padre non più come ragazzo, ma come uomo» I due uomini si lasciarono andare. Duarte guardò l’anziano francese incamminarsi verso il punto in cui erano venuti. Senza neanche accorgersene, la sua mano andò a controllare se avesse preso tutto, come ogni volta che ripartiva per un viaggio. Subito si rese conto che mancava qualcosa; si mise a tastarsi dappertutto, ma il suo oro non c’era più. Si rivoltò verso il punto in cui si era avviato Hector. Svanito. Una sonora risata gli scappò, tanto forte da piegarlo in due. Si ricompose e si avviò verso est, sghignazzando.
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