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Ivana Librici

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  1. Ivana Librici

    [MI 122] Terza fase di editing

    Ciao @mercy originale la tua idea di svolgimento della traccia! Mi è piaciuto! Bella anche l'idea della mail, funziona benissimo. Non so se sono l'unica ma mi aspettavo anche la risposta dell'editor! Voglio dire, funziona bene anche così, ma ho sentito la curiosità di sentire anche l'altra campana e scoprire quindi se sono paranoie dell'autore o se c'è qualcos'altro dietro alla faccenda. Non so ma potresti sviluppare il racconto con altre mail incrociate degli altri personaggi della casa editrice. Io sarei curiosa di leggere il seguito!
  2. Ivana Librici

    [MI 122] Un Natale da morire

    Ciao @paolati il racconto scorre bene, interessante la caratterizzazione dei personaggi, l'ho trovata ben riuscita. Il tema non sarà nuovo, certo, ma hai saputo trattarlo con uno sguardo empatico ma non troppo coinvolto, con un buon equilibrio. Questa avvertenza all'inizio è rivolta al lettore o è gia dentro la storia, quindi rivolta alla seconda persona del racconto? Non conosco questa canzone, comunque, rimedierò... Un racconto che merita di essere sviluppato!
  3. Ivana Librici

    [MI 122] Importante è chi blocca il traffico

    Ciao @Kuno mi è piaciuto molto il tuo racconto! Bello il contrasto tra la prima parte con la metamorfosi della testa e la seconda parte in cui questa diventa un ingombro urbano. Il personaggio mi è sembrato un moderno Gulliver, soprattutto nella parte finale in cui viene sollevato. Funziona bene anche il contrasto tra l'elemento fantastico e le reazioni "normali" degli abitanti, preoccupati più di riuscire a passare che di chiedersi che ci fa un'enorme testa in mezzo alla strada. Bello!
  4. Ivana Librici

    [MI 122] Il tinku: la forza e la danza.

    Ciao @Rica, che bello il tuo racconto! Mi ha fatto molto piacere leggere un testo sulla Bolivia. Su questo sono di parte, lo ammetto, sono sposata con un boliviano ed è un paese che "frequento" da tanto tempo e che in parte sento anche mio. Il tuo testo è ben scritto e mi è piaciuta la tensione che si avverte tra la narrazione dei fatti e il punto di vista, partecipe ma distaccato allo stesso tempo, da antropologa mi verrebbe da dire. Il tema è senz'altro complesso ma mi è piaciuto come lo hai reso. Unico piccolissimo appunto, all'inizio usi il termine "mascano", forse è un refuso, ma già che lo usi io eviterei di italianizzare il verbo. Perché non lasciare "mascan"? Nella nota poi spieghi come si mastica la coca e fai bene, però il termine significa semplicemente masticare. Grazie per la lettura!
  5. Ivana Librici

    [MI 122] Prima di morire

    Ciao @paolati e @AnnaL. grazie per essere passate a commentare. Ho approfittato del contest per esercitarmi sui dialoghi, che di solito tendo a evitare e sono proprio contenta che abbiate trovato il racconto scorrevole. A presto! @Ippolita2018 e @Rica grazie a voi per la lettura e il commento! Ippolita: Avevo il dubbio che "bè'" non scrivesse così, grazie! E grazie anche per aver colto una riflessione sul tempo che passa. Rica: Sì, la frase che citi è un punto di svolta nel testo e ho immaginato l'autore come un ricco un po' snob. Il personaggio rimane più vago perché l'autore non si è preso la briga di immaginarlo più di tanto (è anche un po' pigro... 😀). In realtà non ho pensato a questo testo al di fuori del contest, non credo si capirebbe la parte sulla boa, ad esempio. Sono contenta di essere riuscita a strapparti un sorriso. Grazie ancora e a presto!
  6. Ivana Librici

    [MI 122] Via libera

    Bel racconto @AdStr, anche a me è piaciuto. Ho letto i commenti sopra e tutta la questione sulla seconda persona, sicuramente un argomento complesso, con molte implicazioni. Devo dire che nel tuo racconto a me è sembrato funzionasse bene. Non ho colto il riferimento ai videogiochi ma forse non era nemmeno quella la tua intenzione ma semplicemente lo spunto di partenza. Bella l'ambientazione e la scelta di lasciare sospese molte cose. Sarà anche questione di gusti, ma a me piace leggere qualcosa che mi permette di immaginare scenari e soluzioni. Per quanto riguarda i vari messaggi che ha il tuo testo, mi ha colpito il contrasto tra la spinta a una felicità collettiva (se ho capito bene) simboleggiata dal fuoco e voglia di libertà individuale (al contrario, attraverso il tuffo in acqua). Ciao!
  7. Ivana Librici

    Mezzogiorno d'inchiostro 122 - Topic ufficiale

    Traccia di mezzanotte. Il patto
  8. Ivana Librici

    [MI 122] Prima di morire

    Traccia di mezzanotte: Il patto Boa: nessuna - Bene. E adesso cosa facciamo? - Non so. Niente. - Come niente? - Dai sediamoci, mettiamoci comodi. Là, che dici? Quel tavolino laggiù vicino all'entrata. Così facciamo due chiacchiere, ci conosciamo meglio. - Ok. Ma non potremmo fare qualcosa? Voglio dire, conoscermi già mi conosci. Anzi, mi conosci benissimo, anche meglio di me. - Non esagerare. Non è così semplice. Cioè, voglio dire, non è che ti conosco, diciamo che mi sono fatto un'idea di te. Ho chiare alcune cose, alcune tue caratteristiche, ecco, tutto qui. - Ho capito. Però, sai, non vorrei che ci perdessimo in chiacchiere. - Ma no, dai. Non è che voglio parlare e basta. Però, dirci due cose mi sembra giusto, prima di iniziare. - Ma, cosa dici? Non abbiamo già iniziato? - Sì, sì, è vero, però dai, rilassati. Tanto per cominciare ordiniamo da bere. Cosa vuoi? - Un caffè. - Un caffè? A quest'ora? Non ti sembra un po' tardi? - Sì, infatti. Però per me è come se fosse mattina, cioè, è come se mi fossi appena svegliato. - Che ne dici di una birra, invece? - Va bene, se vuoi così. - No, no, dai, scegli tu. Fa parte delle condizioni. Scegli tu cosa vuoi bere, tranquillo, e pago io. - Una birra. - Ok, cameriere, due birre! Medie, medie, certo, crepi l'avarizia. - Grazie, però, voglio dire, abbiamo già perso un sacco di tempo e di spazio. Le condizioni non dicono che io devo fare qualcosa, tipo qualcosa di bello, qualcosa che mi piace. - Beh, non è detto. Capitano delle volte che non succede niente. Si parla, si dicono delle cose, oppure neanche quello, si divaga, si guarda il paesaggio. - No, dai, il paesaggio no, qui non c'è paesaggio. - Paesaggio non è per forza il tramonto sul mare. Anche questo può essere un paesaggio. Un bar notturno. Caspita, a me piace, mi ispira. - Ma fa schifo. Dai, io avevo capito che potevo fare qualcosa. Le condizioni mi sembravano chiare. - Qualcosa, sì, d'accordo, di solito sì, c'è il tipo, tu in questo caso, che fa qualcosa oppure che gli succede qualcosa. Ma può anche essere qualcosa di brutto. - E da cosa dipende? - Da tante cose: dalle idee, dalla partenza, da te, da come sei fatto, e anche da me. - E io come sono fatto? - Basta che ti guardi allo specchio. Vedi, bello non sei, non sembri neanche interessante, sei un depresso. - No, cazzo, un depresso no. Così non faccio niente. E poi non mi sento depresso, anzi, ho voglia di vivere, di fare un sacco di cose prima di morire. Cioè, il patto dice questo: c'è un tempo da rispettare, e va bene, chiaro, e c'è uno spazio oltre cui non si può andare, e, porca miseria, già ne abbiamo sprecato tanto a parlare. - Va bene, va bene, non ti agitare. Io stavolta avrei preferito stare qui a parlare, magari non di cazzate, come abbiamo fatto sinora, ma di qualcosa di più elevato, dei massimi sistemi. Perché devi capire che tutto è possibile. - Certo, la fai facile, te. Fai l'artista, abiti in centro, bella casa, vacanze al mare, settimana bianca e io qui, un depresso, anzi, uno sfigato, in un bar di merda. - Ok, dai, voglio essere generoso, dimmi quello che ti piacerebbe fare prima di morire e vediamo cosa riesco a organizzare. - Per cominciare, vorrei una storia d'amore. - Caspita! Non è facile, così su due piedi, in un bar così, poi. - Dai, usa la fantasia, immagina. - Aspetta, aspetta, ho trovato, c'erano due tipe là fuori, prima, andiamo a vedere se ci sono ancora. - Cosa? Quelle là? Ma sono due battone. Ho detto storia d'amore. - È la cosa più semplice, dammi retta, esci, vai, paghi, i soldi te li do io, tranquillo. Altrimenti non fai a tempo, fammi controllare quanto manca... eh, siamo già quasi a metà. E poi, va bè, non sarà amore, ma neanche il sesso è da buttare via. Secondo me dovresti andare. - No, no, non voglio. Ho ancora metà spazio, hai detto, e non lo voglio sprecare con una battona. - Ma sono due. - Nemmeno con due. - E cosa vuoi fare? Che ne dici di un'avventura? - Tipo? - Idea! Ti alzi, vai da quello là seduto al bancone e gli tiri un pugno in faccia. Poi vediamo cosa succede. - Ma che cazzo dici? Succede che mi prendo una sacconata di botte. Che bello! Inventati qualcos'altro. - E inventatelo tu! Non è mica facile, sai. E poi, oggi mi sento così svuotato, non mi viene in mente niente. Cioè, ci sei tu, uno così che non è che ispira più di tanto, in un bar di periferia vicino alla tangenziale. Dai, dimmi cosa vuoi fare prima di morire. - Ma, e il regolamento? - Il regolamento è chiaro, basta non sforare, il patto è questo. Mi dispiace che sei capitato con me che oggi non sono tanto in forma. - Che sfiga! Ma scusami, quindi, non c'è scritto da nessuna parte che non posso decidere io cosa fare? - Certo! È vero. Anzi ci sono stati esempi illustri in passato di persone che l'hanno fatto. La Nivola di Unamuno! - Bravo! E Pirandello, allora, dove lo mettiamo? - Vero! Giusto! Dai decidi qualcosa, tutto quello che vuoi. - Non so, potremmo andarcene da qui, andare al mare. - Se vuoi. E poi? - Non lo so. Quando siamo lì vediamo, mi inventerò qualcosa. Non è facile pianificare così a tavolino, e che cavolo. - Visto? La facevi facile, tu, eh? Dai, inventa, usa la fantasia, eh? Che illuso! - Hei, ma scusa, non c'è la boa? Usiamo la boa! - No, non c'è. - Come non c'è? C'è sempre la boa! - Ehm, no, questa volta non c'è. - Cazzo! Che sfiga! - Eh già. - E allora cosa facciamo? - Boh! - Quanto manca? - Eh, aspetta... siamo a 5264, anzi 5284. - Ma, manca ancora un bel pezzo, quasi un terzo. - Già, che noia! - Vero... che facciamo? - Te l'avevo detto: era meglio che stavamo qui a parlare. - Ma è quello che abbiamo fatto! - No, dicevo, parlare di qualcosa di bello, di intelligente. Dai, forza, dì qualcosa di intelligente. Che so, una bella massima filosofica, almeno finiamo in bellezza. - Ma non so cosa dire! Così a comando non mi viene niente. - Certo che con uno come te non si riesce proprio a fare niente. - Cosa vuoi? Mi hai fatto te così. Depresso. Depresso e sfigato. Cosa pretendi? - Hai ragione. Quanto manca?... siamo a 5873. Ci sarebbe tutto il tempo per un bel finale. - Se è per questo c'era tutto il tempo anche per una bella storia. - È venuta così, mi dispiace. Quando parte male è difficile che poi venga fuori qualcosa di buono. Però possiamo anche chiuderla prima, non dobbiamo arrivare a 8000 per forza. - No, dai, ti prego, questo no, non mi uccidere prima. - Mi sono scocciato e pensa quanto si sarà scocciato chi legge. - Sì, è vero, hai ragione, ma cazzo! Che egoista che sei, a me proprio non ci pensi, anch'io sono un essere umano. - No, non proprio. - Beh, sono una creatura anch'io. - Certo che è assurdo, hai la possibilità di scegliere, di inventare cosa fare, e te ne sei stato qui seduto tutto il tempo. - Ecco, ora è pure colpa mia. - No, dai, te l'ho detto, mi dispiace. Almeno la birra è buona? - Sì. - Ne vuoi un'altra? C'è giusto lo spazio per un'altra birra. - Sì, grazie. Meglio di niente. - Dai, salutiamoci bene, almeno, senza rancore. - Speriamo che la prossima volta vada meglio. - Il patto l'abbiamo rispettato, l'importante è questo. - Già, ci manca ancora che ci eliminano, pure. - Eh, no, eh. Il patto c'era, con le sue regole chiare. Io ti do la vita, purché finisca tutto entro mezzanotte e duri 8000 caratteri. La boa non ce l'hanno data, anche se un appiglio ci sarebbe servito, quindi non abbiamo sbagliato niente. - Dai, stacca, vai, che questa fine sta diventando logorante. - Vado? Basta così? - Ma sì, tranquillo. - Che poi, che stupidi che siamo, bastava così poco. Un fantasy, ecco, ti trasformavo in drago, per dire. - Ma no, dai, un drago depresso, qui in 'sto bar. La storia deve essere credibile. - Vero, già. Dai, chiudiamo. - L'ultima battuta è la tua. - No, figurati, a te l'onore. - O l'onere. - Va bè, è lo stesso, dai. - Non so cosa dire. - E ti pareva... - Ah, sì, ecco: cameriere, posso avere un'altra birra?
  9. Ivana Librici

    Sono Patetico!

    Ciao @GiuliaShumaniTutanka. Il tuo racconto scorre via benissimo, senza intoppi, e si lascia leggere tutto d'un fiato. Ha un buon equilibrio a mio parere, tra l'inizio, molto ben centrato e che dà quasi subito il tono del testo (una situazione di normalità, magari anche di buon auspicio con quel "buongiorno", contraddetta subito dopo dalla rispora brusca e senza fronzoli della voce narrante), lo sviluppo e il finale, patetico, appunto. Il tutto condito da un buon ritmo. Anche le descrizioni sono essenziali, schiette, ma non prive di suggestione e permettono di seguire il racconto in maniera molto "visiva". Si immagina bene, la situazione, la casa, i genitori. Qui c'è anche un accenno a una possibile storia d'amore o quanto meno a un desiderio, a un interesse. Fai intendere che forse qualcosa potrebbe succedere. Mi aspettavo, infatti, che il personaggio di Viola venisse ripreso in seguito. Anche magari con un altro piccolo accenno come questo, anche senza sviluppare eccessivamente lo spunto. Non so, magari è solo una mia impressione o aspettativa da lettrice. Molto bella questa parte. Descrivi una scena triste, quasi patetica ma comunque triste e poi, immediatamente dopo, rompi questa illusione con un immagine, o meglio, un sapore terra-terra. Questa qualità, il saper saltare da un tono all'altro, mi sembra interessante ed è corente in tutto il testo. Infine lo stile mi è piaciuto, ben scritto e semplice. Si adatta benissimo al contenuto. A presto!
  10. Ivana Librici

    Le galline della signora Maria

    Una mano di Claudia sbriciolava il pane raffermo mentre l'altra apriva la porticina sgangherata del pollaio. Le galline si erano già affollate attorno all'entrata del recinto, pronte ad afferrare al volo il cibo. - Che stupide che siete! -. Anche stavolta ripeteva il solito rimprovero. Che le galline fossero stupide, non l'aveva mai messo in dubbio e ne aveva, ora, la definitiva conferma: le bestiole si comportavano come al solito, uguali a loro stesse, identiche a quelle di ogni altro pollaio nei dintorni o a quelle che ricordava scorrazzare libere tra le case del suo paese. Becchettavano il cibo, attratte da chi si avvicinava, e ti studiavano con il loro occhietto che faceva capolino dalla testolina inclinata. Claudia si era sempre chiesta cosa dovesse passare per quelle teste sproporzionatamente piccole rispetto ai corpi. - Nulla, probabilmente, cibo, cibo e basta. - mormorava stizzita. Anche se doveva ammettere in cuor suo che sapevano distinguere le persone, che si accalcavano dalla rete come adesso, solo quando si avvicinava lei. Le poche volte che era andata al pollaio con la signora Maria, quando stava meglio e si spingeva con lei a braccetto fino al giardino, i polli mostravano una netta predilezione per Claudia. Quell'occhietto con cui guardavano, uno alla volta come tutti gli uccelli, era infatti nero e vivo, un brillio ardeva dentro quel bottoncino rotondo. - Via, via. Andate - le cacciò, gettando il resto del pane duro, ancora intero, dentro al pollaio. Si chiedeva Claudia cosa l'avesse portata a pensare alle galline proprio in quel momento. Non aveva tempo da perdere. Aveva messo in una sacca un paio di cambi e qualcosa da mangiare. Del pane, duro anch'esso, e altro cibo non troppo ragionato. Quello che aveva trovato in cucina e aveva giudicato adatto a portar via: un vasetto di marmellata, un pezzo di formaggio, qualche caramella al limone che la signora Maria e il signor Luigi tenevano per il nipotino le rare volte che veniva a trovarli e che lui regolarmente sputava. Indosso aveva gli stessi vestiti del giorno prima, non si era spogliata, né era andata a letto, ai piedi i mocassini di cuoio che le aveva regalato la signora Maria. Aveva esitato a metterli prima di uscire, ma li aveva indossati alla fine, consapevole che erano migliori delle scarpe di tela. Li infilò ai piedi con un profondo senso di rimorso, distogliendone lo sguardo. - Devo andare - disse alle galline, mentre richiudeva la porticina del pollaio. Diede un'ultima occhiata agli animali intenti a litigarsi i tozzi di pane più grossi, un veloce sguardo di piacere ai loro corpi morbidi e tondeggianti che le ispiravano affetto suo malgrado. - Vorrei rimanere. - pensò - Vorrei non fosse successo niente. Vorrei che fosse tutto come prima. - Vorrei, vorrei, vorrei. Si incamminò verso il retro del giardino e uscì dalla staccionata. L'aria gelida del mattino le arrossava le guance e le mani e si strinse più saldamente la sciarpa sul collo, come a cercare riparo. Oltre il giardino il sentiero di ciottoli sfumava nel terreno. I mocassini affondavano nella terra ancora soffice dell'umidità della notte. Aveva espresso tre desideri, tre frasi che iniziano con vorrei. Proprio come nel compito di italiano di sua nipote Sonia. Glielo aveva mostrato di recente. L'insegnante le aveva chiesto di scrivere tre desideri per esercitarsi sul condizionale e sul congiuntivo. Sonia aveva scritto tre frasi scarne che sua zia ricordava alla perfezione e che riassumevano la sua situazione: 1) Vorrei tornare in Romania. 2) Vorrei vivere con mia zia. 3) Vorrei andare bene a scuola. A scuola era un disastro, in tutte le materie. Il problema maggiore era l'italiano e di conseguenza tutte le altre. Si sforzava di capire e di fare quello che le chiedevano e poi era buona e si faceva benvolere, ma non riusciva a seguire le lezioni. Non assomigliava certo a suo padre Ioan che era furbo e per niente buono. Tra poco avrebbe compiuto diciotto anni e voleva andare a stare con quella zia che le voleva bene. In Romania poi ci sarebbero tornate, magari insieme, anche se quello era il primo desiderio. I desideri di Claudia in quel momento erano invece tre modi diversi di dire la stessa cosa, tornare indietro nel tempo, sarebbe bastato un giorno, al limite qualche ora. Claudia si allontanò il più possibile dalle case e si spinse oltre la radura, decisa a penetrare nel bosco, dove gli alberi l'avrebbero protetta. Attraversò dapprima i filari di pioppi che, con i loro fusti snelli, erano allineati come su una scacchiera e formavano delle file ordinate, poi prese il sentiero che si dirigeva verso la collina. Era un declivio dolce, leggermente in salita. Claudia camminava abbastanza spedita, ma non correva. Sapeva che poi il sentiero si sarebbe inerpicato fino a diventare faticoso e non voleva stancarsi subito. Voleva mettere più distanza possibile tra lei e la casa, ma gradualmente. Lungo i bordi della stradina c'erano ancora diversi segni umani, qualche fazzoletto, pezzi di plastica, carte di alimenti, bottiglie e lattine. Non era ancora il mondo ridotto a natura che stava cercando. - Non lo voglio fare. - - Perché? Non succederà niente, non preoccuparti - - Non so, mi dispiacerebbe. Sono delle brave persone - - Saranno anche bravi ma sono vecchi, che se ne fanno di tutti quei soldi? A che gli servono? - Claudia fissava gli occhi azzurri di Ioan. Scintillavano sempre quando aveva una delle sue idee. Erano sempre pensieri scellerati, spesso distruttivi, ma li esponeva con una tale foga che era impossibile contrariarlo. - Non se ne fanno niente, te lo dico io. Finirebbero in eredità ai loro figli. Lo dici sempre anche tu che sono degli egoisti, loro. Che non meritano niente - Claudia si stupì un poco. Non le pareva di aver mai parlato male dei loro figli a Ioan. Non aveva un'opinione particolarmente positiva su di loro, ma nemmeno li disprezzava. "Avrò detto che si fanno vedere poco, forse, e a Ioan non sfugge niente", dedusse tra sé. Piero, il figlio maggiore, non veniva quasi mai, in pratica non lo conosceva, mentre Marisa si faceva vedere di più. Una volta al mese veniva a pagarla e a dare un'occhiata. Era una donna sbrigativa, dai modi bruschi, sia con lei che con i suoi familiari. Ai genitori quasi non dava retta, ma badava poco anche a suo figlio le volte che se lo trascinava dietro. Era un ragazzino di sette, otto anni, dall'aria triste, tipica di quei bambini che sembrano venuti al mondo per caso, più tollerati che amati. I nonni erano gentili con lui ma la mancata frequentazione non accorciava la distanza tra quel bimbo poco avvezzo all'affetto e i due acciaccati vecchietti. - È tutto perfetto - sorrideva Ioan e ripeteva il suo piano ancora una volta come a dimostrarne il meccanismo - a suo dire - infallibile. - Devi solo mettere questo sonnifero nella loro cena. Si faranno una bella dormita e non si accorgeranno di niente. Al resto penserò io. - Ma se muoiono? - provò a insinuare Claudia. - Figurati! Non si farà male nessuno. - asserì. Nella breve pausa che seguì sembrò meditare qualcosa, a Claudia parve che gli sfuggisse un sospiro. - Se va tutto bene - continuò piantandole i suoi occhi azzurri in faccia - poi tu e Sonia ve ne tornate insieme in Romania. Quando arrivò al sentiero principale della collina, quello che conduce al paese attiguo, decise di abbandonarlo. Conosceva quella strada perché l'aveva già percorsa qualche volta nei suoi giorni liberi, per cercare delle erbette aromatiche, ma si era accorta che la vegetazione locale, pur essendo simile a quella del suo paese, era diversa. Una volta si era spinta tanto oltre nella camminata che era arrivata in un altro paesino. Ma adesso non voleva percorrere quello stesso sentiero. Calcolò che tagliando dal bosco avrebbe sia accorciato le distanze che evitato i centri abitati e le strade più frequentate. Nord-est. Era la direzione che voleva prendere e che individuò attraverso una deduzione più istintiva che reale. Una rotta che, idealmente, l'avrebbe portata verso la Romania. Cercò di mantenere il più possibile la linearità del suo percorso tra gli arbusti anche se le asperità del terreno la costringevano a continue, seppur minuscole, deviazioni. Camminò in questo modo, con una certa meticolosità, per qualche ora, finché non iniziò a sentire nettamente i primi morsi della fame. Per scrupolo proseguì ancora. Si fermò quando l'appetito era sparito e le iniziò a girare un po' la testa. Si sedette ai piedi di una quercia e appoggiò la schiena al tronco. Tirò fuori dalla sacca un pezzo di pane raffermo e lo sbocconcellò in parte, poi mangiò un poco di marmellata, che prese unendo l'indice al medio come fossero una spatola. In quel punto il bosco non era ancora eccessivamente fitto ma la vegetazione avvolgeva già abbastanza impedendo di vedere una grande porzione di cielo. Il fogliame delle cime degli alberi ritagliava una sorta di triangolo frastagliato di un grigio plumbeo, dovuto sia alle nuvole che alla luce del giorno che andava calando. Sentì un certo sollievo, la vegetazione la proteggeva come una culla, i suoi colori e i suoni non portavano alcun segno di una vicinanza umana e questo la confortava. Non voleva incontrare nessuno - questo era ciò che la guidava; non aveva, infatti, una vera e propria meta. Le bastava fuggire i suoi simili. Non si preoccupò di non aver intravisto il paesino, immaginò di averlo raggiunto e superato. Dunque si alzò e riprese il viaggio. Camminò ancora, mentre la luce del giorno, poco a poco, si smorzava. Proseguì di buona lena finché fu buio completo. Quando ormai non riusciva a vedere più niente, continuò ancora un po', per non abbandonare l'idea di mettere più chilometri possibile tra lei e la casa della signora Maria e del signor Luigi. Metteva i palmi delle mani avanti, tastando l'aria, i rami e le cortecce degli alberi che le si frapponevano innanzi. Si fermò quando toccò una superficie diversa, fredda e dura. La esplorò con le mani fino a scoprire un muro di una piccola costruzione. Le girò intorno per capire se si trattava di una casa. Le sue mani sfiorarono le pareti di mattoni, in parte coperte di terra e fili d'erba. Entrò dentro, era piccola, vuota e priva di tetto. Doveva essere uno di quei casottini che usano i cacciatori nei boschi. Esitò un momento, poi decise che avrebbe dormito là dentro. Si era addentrata nella natura per fuggire da tutto ciò che era umano, anche da lei stessa, ma elesse a rifugio notturno le uniche vestigia di abitazione che aveva trovato nel cuore del bosco. In fondo un certo fatalismo aveva mosso i suoi passi, non solo nella sua fuga, ma da quando Ioan aveva deciso di attuare il suo piano. Fin da quando glielo espose e lei aveva cercato debolmente di opporsi, aveva capito di non avere scelta. Anche adesso, accoccolata in quel casottino dimenticato, sentiva che si stava abbandonando al suo destino, qualunque esso fosse. Che la trovassero e la portassero via, era meglio così, forse. Ma che almeno fosse riuscita ad allontanarsi per non vedere in faccia ancora una volta la signora Maria stesa nel letto accanto al signor Luigi. Diede qualche piccolo morso al pane raffermo e al formaggio, poi si distese e si coprì con i cambi che si era portata dietro. Il cielo si era in parte rischiarato, se ne vedeva un rettangolo in corrispondenza del soffitto. Era strano quel tetto di stelle contornato dal folto del bosco. Creava una sublime commistione tra mondo costruito e natura. Ricordava alcuni edifici di città, distrutti in parte dai bombardamenti dell'ultima guerra, che permettono di intravedere una bella fetta di cielo. Lo Spasimo di Palermo, Santa Maria in Passione a Genova, coi loro tetti scoperchiati da cui il cielo invade lo spazio urbano. La distruzione, la morte, che il passare del tempo trasforma in bellezza. Quel casottino era l'esatto contrario: un ritaglio di umanità in mezzo al verde spontaneo che ancorava Claudia al fondo di se stessa. Quel foglio di stelle fu l'ultimo fotogramma che vide prima di scivolare nel sonno. - Posso venire da te stasera? - La domanda di Sonia le procurò una stretta al cuore, precisa e diretta come una coltellata, quasi indolore mentre affonda ma che provoca un lungo strascico di dolore. - No, no. Non si può. - si affrettò a dire mentre sentiva la vergogna avvamparle le guance. - Perché no, zia? Stasera sono da sola perché mio padre va a fare un lavoro di notte. - Claudia guardò con pena gli occhi azzurri di Sonia. Avevano quasi lo stesso colore degli occhi di Ioan, ma i suoi le parevano più dolci, sfumati, privi di quel lampo di cattiveria che sembrava illuminare lo sguardo di suo padre. - La signora Maria non vuole. - tagliò corto Claudia. L'idea che sua nipote potesse essere presente quella notte le era intollerabile. Per lei avrebbe vinto tutte le sue debolezze. Le avrebbe impedito di esserci in tutti i modi. - Ma le altre volte mi hanno lasciata dormire qui. Anzi, mi sono pure sembrati contenti. - Era vero. Alla signora Maria faceva piacere che la venissero a trovare. - Che bella gioventù! - diceva quando vedeva Sonia. - No, cara, stasera non si può - le disse accarezzandole il mento, con un gesto che faceva sin da quando era bambina. Sonia non insistette più. Claudia non poté fare a meno di vergognarsi di non essere stata capace di essere altrettanto inflessibile con suo padre. Si alzò e si mise a sparecchiare. Poi disse, come a volersi togliere quel peso dallo stomaco: - Quando finirò di pagare a tuo padre quello che gli devo, saremo libere e ce ne andremo a stare insieme. Sonia sorrise e fece un piccolo sospiro, perché quella promessa le sembrava irraggiungibile. Guardò sua zia che le girava le spalle per lavare i piatti e che aggiunse, in sordina: - In Romania. Prima della luce del giorno, furono gli uccelli a svegliarla. Iniziarono a cantare che era ancora buio, alzando via via il tono e l'intensità. Il loro vociare raggiunse il suo apice poco prima dell'alba, come se un orologio ne calcolasse alla perfezione il meccanismo. Il suo, di orologio, Claudia lo aveva lasciato a casa della signora Maria e del signor Luigi. Glielo aveva regalato suo padre e lo lasciò di proposito sul comodino della signora Maria, come una forma strampalata di ricompensa per quello che aveva fatto. Claudia si tirò su, mangiò una ditata di marmellata e riprese il cammino. Si rese conto che non aveva la minima idea di dove fosse né di dove stesse andando, come se la luce di quel nuovo giorno le illuminasse, oltre che la strada, anche la ragione. Con il sorgere del sole le fu più facile puntare verso nord-est e con questa rinnovata consapevolezza camminò ancora per qualche ora. L'uscita dal bosco fu repentina. Arrivò in un punto in cui la vegetazione finiva e sbucò su un sentiero sterrato. Ne percorse un pezzo prima di rendersi conto che le era alquanto familiare. Continuò a camminare in quella stessa direzione, finché si trovò davanti al retro del pollaio della signora Maria. Diede un'occhiata alla casa. Era deserta e avvolta dal silenzio proprio come l'aveva lasciata il giorno prima. L'unica differenza era che adesso era circondata da un nastro a strisce rosse e bianche e in corrispondenza dell'ingresso avevano attaccato con lo scotch un foglio. C'era scritto "Locale sottoposto a sequestro giudiziario". Claudia, con la stessa ineluttabile fatalità con cui aveva vissuto fino a quel momento, andò verso l'entrata del pollaio. Le galline, come ogni giorno da qualche mese a questa parte, le si avvicinarono starnazzanti e lei cominciò a sbriciolare il resto del pane raffermo che aveva con sé. Lanciò le briciole alle galline mentre diceva: - Mangiate, stupide, mangiate! - e guardava con affetto i loro vivaci occhietti neri spuntare a intermittenza tra le loro morbide piume.
  11. Ivana Librici

    F

    Concordo in pieno! Interessanti le altre cose che dici. Non sono sicura di aver capito bene tutto, poi mi rileggo il tuo commento con calma. Sicuramente è un tema complesso. Per quanto riguarda il teatro la mia è stata un'esperienza breve, ma questa cosa mi è rimasta impressa, credo ci sia del vero come ci sarà senz'altro del vero in quello che dici tu. A presto!
  12. Ivana Librici

    F

    Ciao @Mattia Alari. Neanche io conosco i libri che citi, né conosco molto i manuali di scrittura creativa. Forse mi sono spiegata male ma leggendo il tuo racconto mi sono fatta un'idea del personaggio e poi, quando ho letto la tua spiegazione in un commento sulla sua stupidità mi sono stupita perché a me non è arrivata questa idea, tutto qui. Credo che sia utile avertelo detto e spero che chi mi legge segnali anche a me nei miei racconti quando l'intento non coincide con ciò che arriva. Non solo, ti dirò che è anche quello il bello della scrittura/lettura, ossia che a volte il testo va oltre le intenzioni del suo autore e si presta anche a interpretazioni diverse. Quando mi commentano mi capita di notare cose a cui non avevo pensato e mi fa piacere. Interessante il tuo discorso sull'evoluzione del personaggio e, hai ragione, non è per forza necessaria. Mi ha fatto riflettere anche ciò che dici sulla differenza tra finzione ed entropia della realtà. Mi sembra un argomento complesso. Personalmente credo che nella finzione valgano delle regole che non rispecchiano fedelmente la realtà. Magari non centra ma mi è venuto in mente che una volta un mio maestro di teatro (una vita fa!) mi ha detto che l'attore in scena non può camminare come farebbe nella vita vera. Io gli ho domandato se non fosse invece più naturale farlo per essere più autentici e lui mi ha risposto che in scena bisogna amplificare il movimento per renderlo più vero di quello vero. Non so se questa regola valga anche nella realtà ma te la propongo come spunto di riflessione. Alla prossima!
  13. Ivana Librici

    Su biccu/L'Angolo

    Ciao @cynthia collu e complimenti anche per questo tuo racconto. Forse mi è piaciuto anche più dell'altro, Il divieto, per il perfetto equilibrio che sei riuscita a creare tra emozioni e distacco nella narrazione (il che riproduce mimeticamente il sentimento della figlia: da una parte l'attaccamento al padre, in bilico tra odio e amore, e dall'altra il distacco emotivo nei suoi confronti, l'accettazione delle sue debolezze che si manifesta nella parte finale). Mi ha colpito la figura della madre, il suo ruolo nella storia, il suo dolore, in parte, mi pare, riversato sui figli. I vari riferimenti al voler essere lasciata sola, sia quando i figli sono piccoli, che, finalmente, dopo il funerale del marito. Una vera e propria liberazione. Anche se poi si accenna al fatto che il giorno dopo sicuramente si sfogherà al telefono con i suoi figli che l'hanno lasciata sola. Insomma quello che esce fuori è una figura complessa, una donna divisa tra la volontà di ribellarsi al suo destino e la rassegnazione, ma tratteggiata con poche pennellate. Anche a me è piaciuto la parte sulla lingua, sulla pronuncia delle vocali. Ho trovato una sorta di evoluzione in questo nel racconto. Nella prima parte il suono delle vocali ha un ruolo che sottolinea il negativo della situazione (il re, l'orco, il porco), poi c'è una vera e propria nobilitazione del dialetto (la sua derivazione diretta dal latino che lo rende lingua e che diventa il paravento dietro a cui riparano padre e figlia). Il sardo viene definito nel testo "argomento neutro" anche se, secondo me, non è così. Le radici del padre sono importanti per entrambi o per lo meno io ho interpretato così questo passaggio e la lingua non è neutra, o forse non lo è a un livello più inconscio. Anche in questo tuo testo riconosco la stessa attenzione per i dettagli: Questa frase, che è già stata citata in molti commenti precedenti, oltre ad essere molto bella, è un esempio di come le cose, gli oggetti, o i suoni che producono, abbiano un ruolo importante.Nonostante la tragedia che si sta consumando, la bambina percepisce il mondo attorno che continua a vivere, a scorrere. Non ci ho letto l'indifferenza del mondo alle tragedie private, ma una speranza, quella di sapere guardare oltre da parte della figlia. Un accenno velato a ciò che accadrà a lei una volta adulta. Questa descrizione mi piace molto. Una Lombardia in cui bellezza e modernità si mescolano e attraverso cui lo sguardo della protagonista riesce a spingersi oltre. Insomma un racconto maturo, sia nella forma che nella sostanza e un bell'esempio di come entrambe siano profondamente legate. A rileggerti!
  14. Ivana Librici

    F

    Ciao @Mattia Alari. Intanto complimenti per il tuo modo di scrivere, anche in questo racconto ritrovo il tuo talento nel creare immagini, non solo belle, ma coinvolgenti e pregne di senso. Ti scrivo perché concordo totalmente con il commento qua sopra e credo che sua utile per chi scrive sapere che più di un lettore ha avuto le stesse sensazioni. Neanche a me il tuo personaggio è sembrato stupido, questa idea non esce proprio fuori dal testo. Infatti si intravvede una maggiore complessità della sua psicologia, è un deviato, un folle, un autolesionista, un cinico, un visionario. A mio parere questo è più interessante della stupidità. Ma manca qualche elemento che faccia capire meglio il motivo della sua evoluzione. A rileggerti!
  15. Ivana Librici

    Alida

    Ciao @Arianna Sofia Ferrari. In effetti avevo avuto la sensazione che il rapporto tra le due fosse d'amore, per lo meno da parte di Serena. Poi, un po' sviata dal fatto che si tratta di due donne e dal sentimento materno di Alida, ho pensato ad altro. Comunque se il tuo intento è che il rapporto rimanga ambiguo allora hai centrato il bersaglio. Lo stile antico e il linguaggio aulico, secondo me, è qualcosa che dovresti continuare a sperimentare, sia perché ti piace e sia perché è piuttosto inconsueto, in particolare tra gli esordienti. Come ti ho già detto a me è piaciuto in particolare il ritmo spezzato delle frasi ma trovo interessante il contrasto tra linguaggio antico e ambientazione moderna. Forse potresti accentuare di più quest'ultima in modo che il contrasto sia più chiaro. In ogni caso non ho trovato lo stile sgradevole o noioso. Mi ha ricordato la prima raccolta di racconti di Anna Maria Ortese, "Angelici dolori". La conosci? A rileggerti!
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