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Rica

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  1. Rica

    Dopo e di nuovo ora

    No. Non lo dico che è la sorella del cognato di mia madre. Dico solo che è acquisita. Pensavo di dirlo, invece, e di supportarlo durante il testo con le teorie dell'educazione e con il voto comunista. Molto del testo lo spiega. O per lo meno, ero convinta di averlo abbondantemente spiegato evitando spiegoni. Ma evidentemente, così non risulta. Vedo che ha generato dubbi nella tua lettura. Quindi me lo rileggerò. È ricco da sempre, ma cosa c'entra l'affondo sulla sua storia? Il colpo di fortuna è della zia e di conseguenza dei figli, ma insegna ai figli a vivere in un certo modo... Ti ringrazio per aver condiviso i tuoi dubbi, valuterò se inserire l'albero genealogico della zia e dello zio ricco per evitare confusioni. Grazie del tuo tempo, Libero.
  2. Rica

    Dopo e di nuovo ora

    Sì. Ma a me interessa la storia del matrimonio.
  3. Rica

    Dopo e di nuovo ora

    Scusa è, ma è sempre per capire. La vedova c'è, perché il marito muore. Ma ormai è una donna sola e chiusa in una clinica. Il marito l'aveva già lasciata e lei non era vedova nel racconto. Solo nel finale.
  4. Rica

    Dopo e di nuovo ora

    Nel senso di racconto. Scusa. Ma è la seduta di ipnosi a segnare il prima e il dopo. Infatti in La cura, si racconta quella seduta.
  5. Rica

    Dopo e di nuovo ora

    No. Quello che hai letto in "La cura" e che stai citando è il suo matrimonio. L'unico. In questo brano dico che non si è mai risposata, per questo il marito del Monzambico è una sua allucinazione mentale. La cura: Ogni volta che c’è lei, io esco e sconfino dal giardino al parco della fornace. Il Signore della città fabbrica mattoni e la ciminiera è alta davanti alla casa. Terminati i turni degli operai raggiungo il laghetto: per me appetitoso come una golosità, per i grandi pericoloso come una voglia sulla pelle che scopri essere un tumore. (La protagonista ha sei anni) Qui: Mi iscrissi all’università che il marito aveva appena lasciato zia Rosa. Ridusse l’attività della fornace e licenziò metà personale. Quando la chiuse per trasferirsi in un paese limitrofo, la grande casa perse pezzi: prima i quadri, i mobili antichi, l’argenteria; poi lo spazio, suddiviso per la vendita in cinque appartamenti. (La protagonista si è iscritta all'università) Inoltre qui dico: Un paio di volte faticai a rimanere dentro, come se le rivelazioni su nonna aleggiassero fino ai margini della mia coscienza per appuntarsi qua e là in post itsvolazzanti. Resistenze da aggirare, disse la dottoressa. Se ne accorgeva da alcuni cambi di registro propri del parlare adulto e dal respiro ansimante che accompagnava un leggero tremore delle mie mani, quindi spingeva in superficie la mia consapevolezza di allora per tenermi lì, dove le cose erano accadute con il mio sentire di bambina: niente di ciò che non era stato avrebbe dovuto aggiungersi. Quando accadeva, lei mi riportava ai miei sei anni e alla grande casa dove zia Rosa era stata il salvagente sicuro a cui mia madre si era aggrappata. Non ti seguo, mi scuso. Se vuoi spiegarmi meglio... Ho riletto tutti i passaggi e non capisco. Ci ho messo tanto a costruirli perché fossero congrui, anche nei salti temporali che faccio, perché volevo rifuggire a linearità dei ricordi. Per questo mi interessa particolarmente capire cosa vuoi dire, ma non ci riesco. No no, qua non c'e nessuna vedova. Zia Rosa era sposata in La cura e qui si separa. Cronologicamente avviene dopo. Non capisco dove trovi l'inciampo. E poi? Ma chi è lo zio della narratrice? No, no. Si acquisisce tramite un parente o un parente a sua volta acquisito. Il fratello di questa zia era il cognato di mia madre. Quindi sono acquisiti entrambi, lei non è nulla ai fini di legami, lui più diretto. Ma sempre zia è stata chiamata. Ma la frase da te citata non sta in questo racconto. Ho problemi a seguirti. Qui c'è la separazione. Il matrimonio viene raccontato prima. Qui si entra nel dettaglio dei privilegi che quel matrimonio offre in termini di privilegi oggetti e vestiario, di lei, dei figli. Qui si racconta la famiglia di cui, prima, si è raccontata solo la casa. In "La cura" parlo solo della grande casa. Il primo è tutto al presente, lei vive quel momento e ricorda, ma ricorda nel suo Ora. Il secondo è sospeso: una seduta di ipnosi in cui il presente viene usato per raccontare il passato e viceversa. Il terzo parte da dopo la seduta di ipnosi. Lei riparte dai suoi sei anni, il suo dopo quindi per gran parte è ancora il passato, mica il presente. Lei rimette insieme i pezzi e racconta la figura della zia, importante nel suo percorso di crescita e in contrasto con una madre che da lei era stata salvata. Mi interessava questo dissidio. Il prima e il dopo qui è tutto giocato sul Prima della cura e dopo la cura. Proverò. Eppure a me sembrava di aver mostrato abbastanza. Ci rifletterò su. Invece, non ti ho seguito proprio sulla faccenda del matrimonio. Boh! Grazie del tuo tempo, caro @libero_s
  6. Rica

    [FdI 2019-1 - Fuori concorso] Chloé, il germoglio

    Se le vedessi librare lambire le tue mani e silenti posarsi come foglie all’autunno arrese, dei tuoi palmi faresti conchiglie. Ma afono è lo sguardo e flebile, ormai, il canto. Dimmi, ti stupiresti ora se il vento si ammutisse? Guarda. So che il tuo testo poetico si riferisce ad altro, ma vorrei farti vedere quello che intendevo. «Lo so io quello che cerchi… e mo’ t’accontento subito.» Inizia a palpeggiarmi. Mi stringe le mani attorno al collo, poi allenta la presa e mi stende a terra. Ho le mani bloccate, la sabbia nella bocca. Cerco di divincolarmi, gli chiedo di fermarsi, ma più mi oppongo più lui diventa violento. La pancia batte freneticamente sulla mia schiena e io rimango immobile, non faccio più resistenza. Non reagisco… spero solo che finisca presto. Immaginavo le sue mani posarsi su di me con la leggerezza delle foglie arrese all'autunno, avremmo potuto raccogliere conchiglie oggi, danzare e cantare. Invece, si è ammutito anche il vento. Sono parole tue. Sei più bella tu. Sicuro. Eh! Mica lo so!
  7. Rica

    Dopo e di nuovo ora

    Sì. Ricordi bene. Ci provo sempre a non entrare nei giudizi. Non capivo bene l'astinenza tra il "saperlo da episodi raccontati" e la "riconsegna" della paura. Poi si capisce, ma ad una prima lettura si stenta (a mio parere ovviamente) Mamma a me disse: è fatta così; a lei: non disturbarla quando fa i compiti. Da allora nonna chiedeva, io la ignoravo, mamma mediava; un modo per non trasformare le tensioni in liti. Solo dopo la nascita di mia sorella non riuscì a contenerla, era malata e non aveva forze; fu l’unica volta in cui nonna prese il sopravvento, ma ero piccola e lo so da episodi raccontati. Questo è il gancio messo nel primo racconto. Lei è convinta di non aver vissuto quel periodo, ma di saperlo dai racconti degli altri. Nel secondo racconto, scoprirà dopo l'ipnosi che li aveva vissuti e rimossi. In apertura del terzo, ho riagganciato tutto per scorrevolezza e congruità. Spero che in una lettura successiva, e non frastagliata come quella che ho proposto, si possa cogliere meglio. Grazie Adelaide cara per i tuoi apprezzamenti. No, al FdL non volevo partecipare. Leggo i racconti, ma sono troppi davvero. Spero di passare anche dal tuo. Il fatto è che non ho partecipato proprio per il poco tempo a disposizione. A te,, buon divertimento!
  8. Rica

    Dopo e di nuovo ora

    Credo sia il segreto di tutte e arti riproporre i temi universali dlell'uomo, in fondo quanti sono? Mica tanti, eh! Ognuno di essi poggia su corde comuni. Mi piace dare spessore agli oggetti. Te ne sei accorta, eh? Grazie per lo stile "pieno", sei gentile. Grazie. È stata una sfida enorme, sai? Tre racconti autoconclusivi che dovevano incastrarsi per trama e creare un unico testo. Non è stato semplice, mi chiedo se ci sono riuscita. Grazie cara Talia, sono contenta che ti piace leggermi.
  9. Rica

    Dopo e di nuovo ora

    Commento Dopo e di nuovo ora Mia madre era stata male. Per quale ragione fossi convinta di saperlo da episodi raccontati da altri, però, me lo spiegò la psicanalista. Fu lei a riconsegnarmi la paura, io l’avevo nascosta così bene da non trovarla. La fragranza del caprifoglio fiorito in cortile era voltolata in camera riconsegnandomi la notte in cui mia madre si disperava, e ravvivando il timore che il pianto del mio risveglio potesse essere confuso per depressione e curato con psicofarmaci. Mamma aveva portato addosso per molto tempo i segni dell’errore: accartocciata dalla cura come i blister che finivano nell’immondizia, se ne era andata via pillola dopo pillola e goccia dopo goccia. Compreso che la psichiatria le era stata innecessaria quanto dannosa, avevo rimosso le immagini più dolorose della sua malattia: i capezzoli lacerati, il pus, le ragadi, i dettagli dello strazio e l’angoscia negli occhi, tumefatti da gonfiore prima e svuotati di presenza dopo. I suoi racconti non avevano alterato la percezione che avevo di nonna: nei ricordi ipnotizzati era rimasta il fazzoletto bianco, la vestaglia sbiadita e il bacio che non dava. Il suo sguardo? Una pistola puntata tra gli occhi, così dissi alla psicanalista. Un paio di volte faticai a rimanere dentro, come se le rivelazioni su nonna aleggiassero fino ai margini della mia coscienza per appuntarsi qua e là in post it svolazzanti. Resistenze da aggirare, disse la dottoressa. Se ne accorgeva da alcuni cambi di registro propri del parlare adulto e dal respiro ansimante che accompagnava un leggero tremore delle mie mani, quindi spingeva in superficie la mia consapevolezza di allora per tenermi lì, dove le cose erano accadute con il mio sentire di bambina: niente di ciò che non era stato avrebbe dovuto aggiungersi. Quando accadeva, lei mi riportava ai miei sei anni e alla grande casa dove zia Rosa era stata il salvagente sicuro a cui mia madre si era aggrappata. Dopo che io, mamma e Sara tornammo nel nostro condominio, il modo di frequentare zia non cambiò: ci si incontrava di rado, in occasione di inviti comuni e in sale da pranzo di altri parenti. La mia famiglia era una Cinquecento rossa che arrancava con noi stipati dentro, la sua una lunga Mercedes nera guidata dall’autista in livrea. I benefici portati dal matrimonio erano evidenti, anche se zia e i figli ne godevano senza ostentarli: più che boriosi poveri ripuliti, sembravano riservati proletari griffati. Lei non aveva smesso di insegnare italiano al Classico e votava pure comunista, come il marito. Borse e giacche avevano l’odore della vera pelle, occhiali e accessori le firme delle migliori marche e gli abiti tradivano l’ottima fattura nei dettagli e nelle rifiniture, i modelli erano però tra i più discreti e zia indossava seta, cashmere e organza con la stessa naturalezza che mostrava nel vestire jeans e viscosa. Pellicce non ne aveva mai avute, un solitario al collo e una fascetta di diamanti dietro la fede gli unici gioielli che le abbia mai visto. Ciao, diceva un ringhio baritonale in contrasto con il suo corpo minuto. Bella non lo è stata mai. Esile, non alta, carré nero e frangia squadrata su occhi nocciola scattosi, aveva un gancio a posto del naso e una nuvola di fumo intorno al viso. Accesa la sigaretta, poggiava l’accendino d’oro sul pacchetto di Marlboro rosse a lato del posacenere e parlava di cose difficili per me che facevo la seconda elementare. Che fosse roba di sociologia e pedagogia l’avrei capito nel tempo, perché quelle due parole ritornavano insieme ad altre che usava sempre: persone, società, famiglia, educazione, figli. E perché avevo saputo che erano le sue lauree, oltre quella in Lettere. Per anni non ho colto le teorie cui si riferiva, eppure mi affascinava la quantità di citazioni che faceva di libri, autori e nomi di grandi professori. Aspettavo quegli incontri e ignoravo le richieste di gioco dei miei cugini per rimanere ad ascoltarla. Io non muovevo neanche gli occhi quando zia Rosa parlava. Analizzava i fenomeni sociali, le contestazioni studentesche, il terrorismo nero, quello rosso firmato con stelle a cinque punte e gli anni di piombo; sviscerava gli eventi per raccordarli al momento politico in atto: il sequestro Moro, il governo cattolico, il compromesso storico. Io attraversavo tutto da adolescente e capivo meglio i fatti intorno a me, discorsi che non faceva neanche mio padre, ma sentivo di volerle capire certe cose. Quella era l’Italia dei tiggì e dei quotidiani che in casa mia non guardavamo e non leggevamo, cominciai a seguirla in televisione e a sbirciarla sui giornali, stupita della comprensione di articoli e servizi e grata a lei per le disamine fatte. Non è stata l'unica eredità che mi ha lasciato. Mi portava il mondo ogni volta che tornava dai suoi viaggi. Scali, gates, duty free, ristoranti, alberghi, banderillas e paella, sapone di Marsiglia e foie gras, bulbi e ceramiche olandesi, baboiches marocaines e souk, questo e quell’altro, distante allora e con il fascino dell’esotico, quando Notre Dame e la Sagrada Familia erano irraggiungibili al pari di Masjid Al Haram a La Mecca, e tu dovevi essere a casa o in biblioteca per aprire l’enciclopedia e vederne le foto. Se a quindici anni avevo sviluppato un’enorme capacità critica e volavo quando prendere un aereo era cosa per pochi, lo dovevo solo a zia Rosa. A zia Rosa, che da allora non vidi più se non qualche volta di sfuggita per strada. Gli anni successivi il rientro a casa nostra, mia madre già non parlava volentieri del periodo in cui vivemmo da lei, mio padre evitava di nominarla e io cominciavo a dubitare dei ricordi. Erano così grandi le stanze? la sala giochi degli adulti l’avevo inventata? ero stata davvero drago e principessa e pirata, lì dentro? me lo chiedevo e lo chiedevo a mamma. Lei era evasiva. Babbo prendeva la strada del fiume per portarci in piscina e subito dopo il ponte di pietra c’era il grande cancello verde: si fosse fermato una volta. Andiamo a trovare zia? No. Il monosillabo che ricevevo in risposta, secco come un colpo. I miei cominciarono a diradare gli incontri famigliari, declinavano l'invito se c’erano lei e i figli. Mamma era gelosa di zia Rosa? Una domanda che insieme ad altre mi ponevo. Quando mi vedeva incantata davanti a lei, inventava che le servivo per qualche servizio, cose sciocche, sufficienti ad allontanarmi per il tempo che duravano. Sembrava non sopportare più nulla di lei. Non aiuta in cucina, né a tavola, bofonchiava; appesta il salone di fumo, diceva svuotando i posaceneri per evidenziare la quantità di cicche; e la cenere sempre per terra. Non lo sussurrava, voleva farsi proprio sentire. Zia toglieva a mamma le poche parole con le sue, ma lei non le permetteva di imporsi. Iniziarono a beccarsi, loro. Il perché mi sfuggiva. La professoressa… Ha preso pure tre lauree, bofonchiava. E nel pronunciare professoressa, allungava il suono dell’ultima e con evidente fastidio. Sempre liberi e senza orari. Il grande a diciassette anni fuma in casa. Troppi permessi, sentivo dire a mamma. Sono adolescenti. Che frequentassero chi vogliono. E fagliela scegliere la loro vita, le diceva zia, quando negava qualcosa a me e ai miei fratelli. Tornai di nascosto nella casa fornace quando ero abbastanza grande da dire ai miei: ci vediamo alle otto. Il motorino, regalo per gli esami di terza media, era un cinquantino rosso. Mio padre disse a mamma di avermi vista uscire dal cancello verde; lei mi riproverò con rabbia: non ci devi andare più, gridò. Uno schiaffo, mi diede uno schiaffo. Pensai che a dividerle fosse la diversa idea di educazione e per me quella di zia era la migliore: lei le aveva studiate le teorie educative, mica agiva per istinto. Capii dopo che mia madre le dichiarò guerra perché il suo primogenito aveva iniziato a bucarsi: io giravo da una settimana la manopola nuova dell’acceleratore, lui girava per le strade con un cucchiaino in tasca. Qualche mese, e anche la femmina scaldava eroina. Mossa dalla paura, mamma disse basta e prese le distanze, insieme alle sue precauzioni. In casa leccava dall’interno le carte argentate delle cingomme che lasciavamo in giro, distingueva l’eroina e la cocaina dal sapore dopo il corso, lì le insegnarono anche a notare limone e fialette di acqua sterile nella spazzatura. Si sentì ridicola dopo i risultati del laboratorio: aveva fatto analizzare la siringa che avevo usato per travasare del profumo in una boccetta, convinta che il profumo dovesse coprire altro. Io volevo portarlo alla gita dell'ultimo anno delle superiori. Si scusò. Risi, intenerita. Mi iscrissi all’università che il marito aveva appena lasciato zia Rosa. Ridusse l’attività della fornace e licenziò metà personale. Quando la chiuse per trasferirsi in un paese limitrofo, la grande casa perse pezzi: prima i quadri, i mobili antichi, l’argenteria; poi lo spazio, suddiviso per la vendita in cinque appartamenti. Zia aveva affittato una casa in centro e andava a scuola con una Panda bordeaux. I figli, Silvano e Iole, si erano fatti conoscere da tutti come spacciatori di roba buona. Mai saputo se furono loro a tirarsi dietro il fratello piccolo, so che entravano e uscivano dalle comunità e San Patrignano ai tempi era tra le maggiori. Fu allora che zia iniziò a parlare con Dio. Queste cose sì che le apprendevo dai racconti degli altri, mi ero trasferita nella città universitaria e tornavo a fine settimana alternati. Un sabato stavo parcheggiando la station wagon di mio padre davanti al bar del viale, mi avvicinò Alessandro. – Bella radio e buone casse. – Ciao, come stai? E zia Rosa? – chiesi. – Facciamo un giro? La prima è sempre offerta. Passiamo in farmacia per le spade. – E richiuse la mano sulla bustina. Risposi che avrei fatto volentieri un giro, sulla mountain bike nuova di mio fratello che non avevo ancora provato. Quella notte sparirono la mountain bike dalla cantina e la radio dalla macchina. La mia casa non è grande. Ho preso i puzzle, le bamboline del mondo, la bacheca di mogano con le mie collezioni e l’armadio commissionato da mamma al falegname. Me l’ha montato il figlio, adattandolo alla parete della camera. C’è tutto il corredo. Molte cose le uso, in alcune ho messo naftalina, lenzuola e asciugamani delicati sono sottovuoto. È agosto. Il giardino ha macchie arancioni, blu e viola nelle aiuole a bordura in legno, sono i fiori delle piante che ho scelto: tagete, agapanto e campanule. Il rosso corre sui muri, si apre nei piumini del caprifoglio e incornicia le finestre, sempre aperte in estate. L’albero di limoni profuma e fa ombra al tavolino mentre io e CaneMorsi prendiamo il fresco. Un’amica majorette mi aveva insegnato a ruotare l’asta di metallo passandola nell’incavo delle dita: sto facendo lo stesso con il biglietto da visita di Villa Dora. Me l’ha dato mamma. Se vuoi andare a trovare zia Rosa, ha detto. Penso spesso a lei. Dopo la laurea sono partita per il Sudamerica e in dieci anni non ho avuto notizie sue e della famiglia. So che il marito è morto e non si è mai risposata. I figli stanno bene. Silvano e Iole vivono al nord, lei fa la cassiera, lui l’autista. Alessandro è l'unico rimasto e ha avuto un bambino, la compagna preferisce non vivere con la suocera e zia paga la retta con la sua pensione. Porto Morsi e torno. Prendo il biglietto e riesco. Villa Dora è una costruzione tutta bianca e rettangolare circondata da alberi molto giovani, le panchine starebbero al sole se non ci fossero le coperture in legno. Sfigura davanti alla casa fornace e al suo parco. Stanza 14, mi dice la segretaria alla reception. Zia è piccola dentro la poltrona, carrè bianco e frangia spelacchiata su occhi chiusi, ha una mano sul ventre, l'altra tremola nel vuoto dal bracciolo. Indossa una gonna marrone e una camicetta bianca, la mantella di lana celeste le cinge le spalle e i lembi cadono dove prima c’era il seno. Il solitario al collo e la fascetta di diamanti dietro la fede non ci sono più. Non c'è neanche la fede. Provo a fare piano, però urto il comodino con il piede della sedia: due bottiglie di vetro tintinnano tra loro e una scatola di cleenex cade a terra. Zia apre due buchi neri su di me. – È l’ora della terapia? – chiede dimessa. – Zia Rosa, sono Chiara. – Non ti conosco – eppure mi guarda prima di rispondere. – La figlia di Maria – dico. – Maria, chi? Scusami, devo prepararmi. Sto aspettando mio marito. – E dove andate? – ­– In Mozambico. È ambasciatore, ora che la trasferta è finita torniamo giù. Aveva ragione lei. L’infermiere entra con un carrello, le dà un bicchiere d’acqua e tre pasticche: una gialla, una bianca, una verde. Zia le ingolla tutte insieme con semplicità e aspetta le gocce: venti. Gli restituisce il bicchiere dopo aver storto la bocca in una smorfia, è la stessa che rimaneva sulle labbra a mia madre dopo aver mandato giù le sue, di gocce, prima di darmi il bacio della buonanotte e prima che lei ci portasse nella grande casa per ridurre la terapia e interrompere la cura. Zia Rosa piega la testa sul collo. Lui mi fa capire che lei ora dormirà. Io... Io non so cosa fare.
  10. Rica

    Black out rain - (3/3)

    Chiuse gli occhi: chi? Regina della moda non basta, non me ne hai parlato prima. Mi manca il soggetto agente. Le ultime due frasi non le capisco. troppi cliché concentrati. i milioni stavano per mutare in miliardi. cosa? Lire, euro, moneta digitale? Frase sottolineata: non la capisco a guardarlo? forse? Non so. Capisco i privilegi, ma tutti questi fiori se non c'è acqua... Sì, poi dici "tronco di silicio" e "profumi liofilizzati" Adesso ho capito. Cosa c'entrano i figli? La trovo una info scollegata. Poco prima li presenti, ma a me è mancato non sapere di chi si parlasse. L'avevi nominato precedentemente? Non ricordo. Ma Olimpo mi pare anacronistico. Troverei un altro termine. Non so, se è un momento è un attimo, non è l'eternità. Ciao Amico mio @AndC Ho letto lo spoiler q quanto asserivi rispetto allo "spiegone". Concordo con te. Nel senso che sembra tu debba chiudere una storia riassumendo il finale, pur dedicando al finale un intero capitolo. Quindi non sei certo scivolato in una chiusa frettolosa. È più il modo che hai sceto, un po' da "riassunto". All'inizio presenterei i personaggi, la vaghezza non permette un "entrare" consono", nella stotia. L'impressione che ho avuto, rispetto alle varie parti, è una divisione che permane anche in conclusione di storia. Cercherei più raccordi nelle parti. Esempio: che fine ha fatto il cane robot tanto importante nel primo capitolo? Credo che la sua sparizione debba essere accompagnata, per portare il lettore a un passo successivo. Ma sono solo le mie considerazioni, e valgono per quelle che sono: le mie. A dire, poco o niente. Grazie della lettura. Un fiore non lo regalo più. È abusato. Abbraccio.
  11. Rica

    [FdI 2019 -1] Tranne il silenzio

    Penso che fare la bibliotecaria, Capito. Il tuo POV è corretto, in fondo non mi avevi dato nessun elemento per condurmi in un rapporto omosessuale. Bravo.
  12. Rica

    [FdI 2019 -1] Tranne il silenzio

    Anche il rumore, lo è. Infatti. Il mio gruppo di rumoristi preferiti? Gli Einstürzende Neubauten. Ciao @Eudes, mi distacco dal coro e ti lascio la mia personale impressione, per quanto possa servirti... Non so. A me questo racconto piace. Nella sua non linearità e nella scrittura efficace. Qualche difficoltà di lettura emerge proprio per l'impalcatura che hai dato, ma io a fine lettura ho capito tutto e non sono mai dovuta tornare indietro a leggere per poter proseguire. Il rapporto di Mattia con la musica per me è il modo di spiegare il rapporto di Mattia con il silenzio. E questo mi sembra molto chiaro. E vero, anche. Per quanto riguarda il finale. Io sono sempre molto attratta da quelle tematiche che ci coinvolgono e che riusciamo a spiegare con difficoltà. Le relazioni tra le persone, il loro scoprirsi, l'emergere dei segreti, i silenzi taciuti... E qui mi chiedo se il silenzio che Matteo odia non sia proprio quello seguito ai rumori di spari, dopo i quali gli è cambiata la vita e dopo i quali, sicuramente, è seguito il silenzio. Dicevo che sono attratta da tematiche che mi portano a chiedermi: perché questa persona ha reagito così, perché non ha detto questo per poter spiegare quell'altro? Perché non ha evitato un dolore? Perché accetta un dispiacere? Il compagno di Mattia racchiude tutti questi dubbi e tutta la certezza che la vita non si riesce a spiegarsi con la semplicità di un'analisi ben condotta. Ti consiglierei di togliere le D eufoniche, ma non ho capito se sia proprio una tua scelta usarle. Grazie per la lettura. A presto. In assenza di note... Come hai ragione. Questo è troppo abusato. Di nuovo a giustificare il suo bisogno. Secondo me questa necessità l'hai mostrata molto bene. Questo l'ho amato. Scrivi sempre POV femminili... Sei rimasto incastrato. Ma io l'ho apprezzato molto
  13. Rica

    [FdI 2019-1 - Fuori concorso] Chloé, il germoglio

    Sono tremenda, eh! Io immagino sia un passaggio difficile da gestire, per me lo è, ma io non arrivo in poesia ai tuoi livelli di prosa. Sì. E questo si nota nella costruzione dei periodi. Come se non ti abbandonassi ad essi, a ne seguissi la forma. E a volte il risultato appare un po' ingessato. Per questo, credo, dovresti provare con maggiore schiettezza e meno attenzione formale. Perché potresti mettere molto di te lasciandoti andare a un sentire. Però io o capisco bene che non è semplice, proprio per quello che dici tu. Sì. Esatto. Grazie a te, cara cardio!
  14. No no, non farò cliché. Grazie per il "fai pure volentieri" Io taglio. Strano, da concorrente dovresti saperlo maglio di me. Buon proseguimento a te a a tutti. Genialata, la tua. Bravissimo!
  15. Ciao @bwv582 Io aspettavo la fine del contest per postare il mio incastratitoli. Non sia mai si aggiunga un altro racconto da ora all'otto luglio. Complimenti, hai giocato di anticipo. Bello. A presto
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