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Ospite Rica

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  1. Ospite Rica

    Pelle su pelle

    Ciao @Colored Shadows Prod Ma insomma, anche tutto questo non è che secondario...e, diciamo, non vale la pena starci a spendere troppo tempo/parole, almeno secondo me. Di cosa parlare dunque? Dimmi! Capisco. Credevo che presentarla come una ragazzina avvezza al galoppo e ai maneggi potesse giustificare l'uso corretto dei termini che fa, quelli che si riferiscono al cavallo. Credo tu stia parlando di quelli. E io infatti continuo a non capire se ti è piaciuto o no. Vero. Qui mi sei proprio piaciuta... non so come dirti... è come se qui lo sforzo (che sempre nella mia interpretazione del tutto personale) hai fatto, riesce a colpire, ma sopratutto a elevarsi ed elevare tutto il racconto a quello che si potrebbe riassumere come un grande omaggio, alla memoria, alla libertà, alla scrittura e a molte altre cose... Grazie. Ma grassie ancora. Non so, credo che il sentimento che legava lei al padre e viceversa sia chiaro. Poi con il cavallo era una sfida, credi sia stata troppo fredda? No, no. Non te lo dico! prrrrr Ciao amico mio, grazie del passaggio, di più per il commento e per aver letto.
  2. Ospite Rica

    Pelle su pelle

    commento Pelle su pelle Ci trovammo sulla spiaggia attraversata dai raggi obliqui del sole, io e te. Era un tardo pomeriggio di fine estate. La borsa sotto la nuca, le ginocchia piegate, il libro sulla gonna. Avevo fermato gli angoli delle pagine con due mollette per capelli perché non le chiudesse il vento. Non lo fece. In cambio, mi portò un afrore che voltolò fin ciò che avevo di più profondo e buio: oltre le narici, sotto l’ombelico, dentro. Ti riconobbi senza vederti, solo dopo guardai verso la battigia. Fu allora che risentii a una a una le parole di mio padre. Avevano tutte la sua voce. Io sono come sono perché lui era come era. Con la testa di pietra difendo l’anarchia che, consapevolmente o no, mi ha trasmesso papà. Forse, anche per questo sono sola. Non temere i pericoli, diceva, fanno parte del gioco della vita, ne sono il sale, e giustificava l’azzardo con il calcolo delle probabilità di incidenti quotidiani. Anche lavarmi e andare a scuola comportava rischi, potevo spaccarmi la testa scivolando in doccia o essere investita sulle strisce pedonali. In fondo, l’insidia è ovunque e pure nella monotonia si può essere imprudenti. Però mi ha insegnato a ponderarlo l’impulso, a valutarne i rischi con coscienza e a mettere radici salde al mio ardire, perché sforare i limiti può schiudere sorprese meravigliose quanto ali di farfalla. Come il giorno che mi calò con un canottino, assicurato a una fune, in una piccola chiesa sprofondata su una sorgente. Avevo dieci anni. La parete destra della navata poggiava sbieca su un terrapieno e una delle finestre era a livello del prato. Passammo da lì. Nonostante vincessi con facilità i cento metri rana ai Regionali, disse Giubbotto salvagente e niente bagno, poi diede metri alla corda che sguisciò come una biscia dalle sue dita e io mi allontanai senza lasciare scie. La plastica rossa del piccolo scafo diventava fredda sulla pelle e un’eco delicata ritornava a me dalle pareti, quasi ne fosse la voce vibrante. Galleggiavo all’altezza di quelle che erano state vetrate colorate fuse a piombo, e con sguardo rallentato trattenevo ogni dettaglio perché non mi sfuggisse neanche la più piccola bellezza. Ricordo lame di sole fendere l’acqua fino al pavimento ciottoloso e a tratti verdastro; bolle sorgive risalire dalle rime della terra e borbottare in superficie; alghe verde malva ondeggiare come capelli sciolti sull’altare di marmo inabissato; muschi e licheni ammorbidire le spigolosità della roccia emersa. Immagini regalatemi da papà e stratificate a mo’ di veli di cipolla dentro e intorno a me. Quando lui ha lasciato per sempre la mia mano, ho continuato a vedere le sue orme appaiate ai miei passi nei crocevia delle incertezze: rifletto ancora prima di osare e drizzo le spalle solo se cosciente delle risposte che potrei opporre all’imprevisto, decisa e fiera come mi voleva lui di fronte alle sfide. E adesso, la mia sfida eri tu. Mostravi il profilo regale tra due lame azzurre: quella tersa del cielo e quella increspata dell’oceano, dorata solo lì, dove il sole stava per tuffarsi. I tendini in rilievo, i muscoli densi, gli arti robusti ed esili al contempo: eri la forma fatta perfezione, la gentilezza che aspettava di tuonare in forza. Non provai nemmeno a contrastare il formicolio che mi attraversò in una scossa, gli feci spazio, lo lasciai crescere e montare finché non scatenò la mia battaglia personale nel ribollire di un sogno antico e solitario: pelle su pelle era da sempre una mia fantasia. Arrivava dai libri sugli indiani d’America e celebrava l’armonia del contatto ancestrale tra l’uomo e gli animali, in una natura il cui l’equilibrio è dato dal soffio del Grande Spirito che si stende sul tutto vivo e lo fonde tenendolo ben stretto. Anche quelli erano un regalo di mio padre, me li leggeva prima che imparassi a farlo. E da ragazzina mi portava al maneggio. Cavalcavamo sull’erba medica dei prati e nelle colline intorno; io diventavo squaw dai nomi di Luna, lui Geronimo, Toro Seduto, un coraggioso guerriero, il figlio di un grande capo. Immaginavamo bisonti pascolare, li cacciavamo con giudizio e dopo averli uccisi rendevamo grazie a Manitù per il loro sacrificio. Però non t’avevo mai preso come avrei voluto. Sapevo che era avventato e sentivo la paura delle prime volte, quelle vissute col timore di sbagliare. Ma eri seducente, e io dovevo venire da te, da te che scatenavi il mio lato selvaggio. Sciolsi i capelli, sganciai la collana etnica e il bracciale in bronzo e lasciai cadere gli abiti sulle orme di sabbia alle spalle. Tutti. La brezza tra i ricci corti, i capezzoli grinzosi come olive nere secche. Speravo non te ne andassi mentre schivavo conchiglie e ossi di seppia, evitando anche il più leggero dei rumori. Ti raggiunsi con l’ansia in gola. La mandai giù insieme alla saliva mentre il vento ti soffiava addosso i miei capelli. Ci fissammo a lungo tra battiti e respiri, noi, entrambi con il mare alle caviglie. Come kajal sapientemente steso, una linea nera contornava i tuoi occhi trasversali e distanziati, incorniciando pupille d’ebano senza sclera, caverne di luce enormi e bonarie. Neghittoso, sbattevi le palpebre striate di sale sulla mia immobilità. Sentivo la tua calma accarezzare il desiderio, che sbrigliato sferrava colpi silenziosi e ben assestati su un’agitazione mai provata: gocciolava calda dalle ascelle con un odore acre che non riconoscevo. Improvvisa, una mosca atterrò sulle tue froge dilatate, lo sbruffo infastidito che emettesti fu il mio la. Deglutendo, allungai un braccio e quella volò via. Col palmo aperto seguii le rientranze ossute della guancia, schioccavo la lingua e sibilavo shhh per rassicurarti, per rassicurarmi. E dopo essermi riempita la mano della compattezza del tuo fianco coriaceo e marrone come il fieno più scuro, conficcai le unghie nel garrese bollente, rafforzai la presa e spinsi sulla terra come molla. Tentativi che finirono in un goffo ricadere. Non mi aiutavi ma sembravi attendermi indulgente, quasi mi lasciassi al mio tempo con docilità. Poi il salto decisivo. Io ti strinsi nella morsa delle cosce e tu inondasti di calore irto le mie labbra, quelle tra le gambe. Ora dovevo fidarmi di me. A poco servivano le mie conoscenze di amazzone in erba; la monta a pelo era altra cosa, la monta a pelo non forniva appigli. Niente staffe. Niente morso. China in avanti, cercavo confidenza: fai il bravo, dicevo con i seni tra i crini ispidi e biondi. Li intrecciai alle dita sollevandomi, che sarebbero stati le mie redini lo capii quando, ritirando il braccio destro, puntasti il muso in quella direzione. Spostai il peso sui glutei in cerca di equilibrio, pizzicavi ora su uno ora sull’altro e pungevi l’interno delle cosce privo di bardature e finimenti. Sarebbero stati un affronto alle nostre nudità: eri la mia sella e la tua pelle pulsava sulla mia. Trovata la mia stabilità, gonfiai il petto e con due leggeri colpi di tallone ti spronai. A passo calmo, fendesti la linea d’acqua e sabbia che sposava il mare alla costa. Un solletico irsuto mi colse di sorpresa, sorrisi al piacere e mi modellai come terra bagnata sul tuo dorso morbido e legnoso. Due colpi più decisi e cedemmo insieme al trotto. Dinoccolate, le spalle seguivano l’andatura, ora la sinistra, ora la destra, un su e giù sinuoso ed alternato retto da ginocchia che tenevano la stretta. C’era solidità e sicurezza in quell’ondeggiare, quindi gridai Op! e ti colpii tra fianco e ventre. Sfrecciasti al galoppo e la criniera divenne per me filetto e cavezza. Nel perdere aderenza bucavo il cielo, che invisibile placava con freschezza l’attrito tra le cosce, poi tornavo a combaciare col tuo vello in un singulto e tu, ignaro del mio godimento, rompevi le onde dell’oceano per riconsegnarmelo in perle salmastre sulla bocca e sul corpo ramato. Correvamo dietro al giorno, dentro la notte che si avvicinava. A destra, stabilimenti smontati in assi di legno accatastate; davanti, una spianata di sabbia oltre la quale deboli luci si affacciavano sull’imbrunire che avrebbero vinto di lì a poco. Del sole, inabissato sotto un’aureola bianca, non rimaneva che un lieve fulgore oltre l’indaco solcato da navi all’orizzonte e bagliori grigio acciaio accendevano l’acqua mentre tagliavamo il vento. Non so dire quando l’odore di paglia, di stalla, di stabbio fresco e di fango melmoso ricoprì quello dello iodio e della brezza salmastra, forse nel momento in cui i nostri sudori si mescolarono, però so con certezza che mi avvolse sfrenando un’eccitazione irruente e selvatica a cui non potetti oppormi, mi pervase e mi rese molle al punto da doverla assecondare. Sentivo Manitù, il suo soffio e il senso di libertà nel penetrare il tutto vivo vestita solo d’aria, ma la pelle indolenzita che sfregava era un diletto carnale più grande della sensazione di indipendenza e libertà data dalla corsa. Me lo gridavano le labbra, sempre più tumide e irrorate. Si schiudevano come corolle al risucchio del tuo dorso, gorgo di delizia che offrivi indifferente e per nulla compiaciuto, ignaro di quanto mi piacesse il gioco. Finché il mio strusciarmi rese tumultuoso il godimento. Socchiusi più volte gli occhi. Più volte ansimai. Poi strozzai l’urlo, cedetti allo spasmo e il mio sale divenne tuo.
  3. Ospite Rica

    Le avventure di Nino. Amore virtuale.

    Non credo ti serva. Cambierei il termine "corredate" Carino! Perché non "ripensava"? Mentre... a mente suona cacofonico. Fisime da coppia! Appunto! Io farei così, ma vedi tu. Molto dipende dal gusto personale. Anche perché specifichi più sotto il tipo di rapporto. Non so, secondo me pesta i tasti, non le dita. Mi hai fatto ridere tanto. Ciao @ospite solitario, ho capito solo ora chi sei. Non mi leggerai, visto che hai cancellato l'account. Anche quello ho visto ora. Magari in un rientro da Ospite. Mi è piaciuta l'ostinazione di Nino e la sua sofferenza per questo rifiuto, a volte ci si ripara in relazioni virtuali, amicali o no, anche perché rimangono lontane da una realtà problematica e appaiono idilliache. Soprattutto se un matrimonio non funziona, diventano una compagnia mentale che ci riempie e rafforza l'autostima. E poi, una fidanzata virtuale non rompe mica come la moglie a casa! Ecco, a proposito di moglie... la renderei meno marginale e più personaggio. Va bene, avevo finito di commentare quando mi sono accorta che eri tu, e il commento te lo lascio e lo uso per postare.
  4. Ospite Rica

    ... e tutto scorre

    Ciao @Ippolita2018 buongiorno! Grazie per aver letto e commentato. Hai ragione sul punto, avrebbe potuto essere usato invece della virgola prima della maiuscola. Eppure mi stonava, nonostante io l’avessi messo all’inizio, mi stonava con quel flusso che volevo rappresentare. La sentivo come una pausa troppo incisiva, troppo dura. Pero ci penso! Un abbraccio. Vedo che sei attivissima con la scrittura di racconti. Brava! Fiori!
  5. Ospite Rica

    ... e tutto scorre

    corta corta. Per un toscano questa frase è sempre un colpo al cuore. Vabbè, mo tu ci credi che quando l'ho scritto ci ho pesato e ho riso? Grazie. Mi fa sempre piacere ricevere il tuo punto di vista. Sì. Questo lavoro è molto diverso dagli altri miei. Però è stato divertente scriverlo, una sfida nella ricerca delle parole sotto due aspetti. Il primo: scegliere quelle che permettessero pause. Il secondo: scegliere quelle che si agganciavano al ritmo precedente in un flusso armonico. Ecco. Solo questo. Grazie del tuo tempo, russo! Russo tu, io non russo. Fiori!
  6. Ospite Rica

    ... e tutto scorre

    Ciao @Plata piccolo lupo! Figurati! Tranquillo! Hai dimenticato il maiuscolo all'inizio del periodo, e credo anche una virgola dopo fisicità Mmm, non è dimenticanza... Non avevo mai sentito il termine, ma non sono due parole distinte? Neologismo, ma ho dimenticato di metterlo in corsivo. Mi è sfuggito. Utilizzi poca punteggiatura. Conosco abbastanza bene il tuo modo di scrivere e comincio a pensare che in questo caso sia una scelta ponderata Sì. Per via del quadro. Mi ha suscitato questa visione anomala e, di conseguenza, una scrittura che la rappresentasse. Un flusso. Come quello dell'acqua. Ricorda Saramago. Certo, lui può. Questo non per giustificare me. Solo per dire che io reggo 5 k battute, lui romanzi interi. Quindi, si può. Io non so farlo, però. Oltre questo, mi sarei ulteriormente persa. Il maiuscolo è per farti respirare. Fai bene. Però io volevo meno punteggiatura possibile. Sai, ho scoperto che ci sono parole che ti fermano sì o sì, come lettore. È possibile farlo, scrivere così. Certo, bisogna essere molto, molto, molto bravi. E non è il mio caso. Il mio è: una prima volta! Igualemte Voy a leer el tuyo. Besos, muchos. Y flores!
  7. Ospite Rica

    ... e tutto scorre

    Ciao! Grazie per aver letto. Ecco. Io volevo questo. E senza discostarmi dal fluire dell'acqua. il flusso mi è venuto proprio da lì. Ti ringrazio per averlo colto. Grazie per il tuo tempo.
  8. Ospite Rica

    ... e tutto scorre

    Non ho mai scritto un flusso di coscienza. Ho faticato a farlo. Mi sono soffermata sulla scelta delle parole, ce ne sono alcune che impongono sì o sì una pausa anche in assenza di segni di interpunzione. Non dico nello specifico nel mio, dico nello scrivere in generale. Certo che risulterebbe stancante scritto da me, ma pensa a Saramago. Ci sono molti autori che scrivono romanzi interi così, non è certo il mio caso, eh! Grazie per l'apprezzamento. No. Non l'ho mai letto. Non lo conosco. Ho guardato il quadro, ho sentito lo scorrere dell'acqua e mi è sembrato il verbo più adatto per il contenuto, vista la forma che avevo in testa. Grazie per esserti fermato a leggere.
  9. Ospite Rica

    ... e tutto scorre

    Ciao amico @Colored Shadows Prod grazie di essere passato. E grazie per il 10 La forma. Lo so. Ci ho lavorato tanto proprio perché venisse un testo fluido e ininterrotto. È nato guardando lo scorrere dell'acqua. Ho cercato di non farti perdere, evidentemente non ci sono riuscita con te. Passato che si perde e futuro che non si intravede, dici. Non pensavo. Ma ne terrò conto. Iniziare con la minuscola, di nuovo si sposa bene con il senso del tutto così come il "non punto finale"... comunque "fa strano"... Lo so. Anche a me. Ma mi sembrava la forma più adatta per quello che avevo in mente. Però, a questo punto, perché inserirci le maiuscole? Per darti una pausa. Ti ringrazio tanto tanto. Sei sempre puntuale. Fiori per te.
  10. Ospite Rica

    ... e tutto scorre

    Ripropongo il quadro qui, perché la foto è venuta tagliata
  11. Ospite Rica

    ... e tutto scorre

    commento Federica Rigliani … e tutto scorre non credevo di poterti ritrovare in uno spazio che non fosse un ricordo e sentire di nuovo la tua fisicità invece è successo nonostante io abbia lasciato Roma da molto tempo ed è successo qui, davanti a un unico grande quadro che se non ti avvicini a vedere i grumi di tempera sembra una fotografia per il realismo con cui parla, una fototela che riconsegna i luoghi e gli oggetti delle nostre vite insieme e affaccia sul Tevere da ponte a ponte nell’ansa di fronte casa proprio nel momento in cui il giorno trova la notte e nuvole gialle come la mia Biro di allora disegnano archi aerei rarefatti che sovrastano l’apparente immobilità di palazzi le cui finestre paiono occhi chiusi sulla segretezza di un falso vuoto che tutto riconsegna e dove si rincorrono echi, ché se tendo l’orecchio oltre il fluire dell’acqua sento aneliti attraversare stanze, sospiri aggrappati a esistenze svaporate e presenze suggerite dietro due uniche persiane illuminate, col rosso che tanto ha segnato la tua vita e col verde di una speranza che non può e non deve morire mai, Lo dicevi sempre, Zio, come dicevi che il tempo si arresta solo nei sogni e nei ricordi e io oggi dico anche nei quadri perché questo è un palcoscenico aperto su gesti caduti che si ricompongono uno dietro l’altro accanto ai tuoi sguardi e alle mie risate come quando in estate passeggiavamo sull’argine e io volevo la Coca Cola con la cannuccia ma tu non me la compravi perché ti fa male e mi portavi al bugigattolo della Sora Bice ché la grattachecca come la fa lei non la fa nessuno, ripetevi mentre mescolavo il granulato alle scorze gialloverdi nei bicchieri di plastica perché in vetro mica te la faceva portare via la grattachecca, Eh sì, lo so, era solo ghiaccio e limone ma ho provato a farla tante volte e tante volte l’ho comprata a ogni chiosco incrociato sul Lungotevere dopo che Sora Bice aveva chiuso il suo ma quel sapore non l’ho trovato più, forse perché con te tutto era più buono e più bello, forse perché ero piccola, forse perché papà se ne era andato senza lasciarmi ricordi e la bellezza delle cose insieme la trovavo nella tua compagnia, missione cui venisti meno perché io ero destinata a rimanere sola e tu a lasciarmi, Però tra queste pennellate non sei un soffio da afferrare né un vuoto da riempire e alla fermata dell’autobus davanti al portone ci sei proprio tu con me, ormai avevi le vene ammazzate ed eri affaticato dentro e fuori ma questo non ti impedì di portarmi su un altro ponte perché suggellassi con te il primo amore nel click di un lucchetto e nella liturgia di un lancio, io ti dissi che era un segreto solo nostro quel mio sentimento e nonostante non ti fossi mai sposato mi dicesti di superare la vergogna e pensare a quante chiavi ci fossero nel fondale e ai tanti amori che custodivano, e io ci ho provato a non lanciarle da sola le altre chiavi, Zio, ma non è andata come pensavo, e quando ho perso la vergogna ho capito che gli amori appassiscono le promesse si stancano e le speranze scorrono come fa il fiume in questi argini e come faceva nelle cannule di vetro del rene artificiale il tuo sangue dializzato e separato da te due volte a settimana proprio lì dove il fiume si separa per fare spazio all’isola che ospita ancora l’ospedale, eppure sorridevi, sorridevi sempre con la volontà di accendere in me l’illusione del tuo star bene ma più io diventavo alta più il tuo viso diventava grigio e a ogni sguardo capivo che andava sempre peggio perché me la ricordavo la pelle rosa di quando fumavi ancora col filtro arancione, io bevevo Coca Cola di nascosto e ti strappavo la Settimana Enigmistica dalla tasca in cucina in salone ai giardini e sullo zatterone arrugginito dove sedevamo gambe penzoloni sotto questo ponte mentre il fiume accarezzava con sciabordio i tubolari di galleggiamento e il fumo usciva dalla tua bocca insieme alle risposte con le quali son cresciuta, quelle dei cruciverba della foto in copertina e dello Schema Facilitato, quando dopo averti sfilato la matita dall’orecchio dicevo ad alta voce quattro sei otto caselle e leggevo la definizione orizzontale o verticale e tu sapevi sempre la parola da incrociare, Però io diventavo grande, Zio, continuavo a bere Coca Cola con la cannuccia senza dirtelo e imparavo a riempire da sola i quadratini bianchi e a scoprire che Il Bersaglio era una rubrica più divertente dei Rebus e che Bartezzaghi era impossibile per me ma qualche problema lo dava pure a te perché chiedevi gli incroci prima di rispondere, e forse era proprio la sua difficoltà il tuo e il nostro piacere visto che all'università ho continuato a dire sei otto dieci caselle e a portare sempre la mia copia in borsa, io però non mettevo la matita sull’orecchio io attaccavo il cappuccio nero della biro all’angolo delle pagine e continuo a farlo come continuo a sentirti dentro, ma oggi è un’altra cosa, Zio, perché oggi tutto torna e si ricompone e diventa vero e ci sono le mie bugie incartate da spirali colorate e c’è il campanile del Sacro Cuore di Gesù che buca il cielo sulla riva destra e squilla come nella mattina della mia Prima Comunione, tu eri bellissimo nel vestito elegante e aspettavi fuori ché a te papi e preti non sono mai piaciuti eppure prima di diventare freddo uno di loro ti diede l’estrema unzione e le campane rintoccarono tonfi sordi su un funerale che non volevi e che pensavo si portasse via entrambi, invece sei rimasto in molti modi a ricamare la mia solitudine e rimarrai con me fin quando ti penserò e so che ce ne andremo insieme io e te, e spariremo all’unisono nel ultimo mio respiro perché il passato non mi sopravvivrà un solo istante ché i figli non avuti non ricordano e i fratelli mai nati nemmeno e quando succederà saremo inafferrabili come il passare del tempo come lo scorrere dell’acqua come la tua vita andata come la mia che va giorno dopo giorno, ma oggi, Zio, oggi ti ho toccato
  12. Ospite Rica

    Piccole riparazioni

    Toglierei "casa". Hai appena detto che è una villetta. Non la ripeterei, direi "Anche il nome della via suonava bene". Oppure togli il nome prima e lo metti qui. Toglieriei una delle due specifiche. A pieni voti è sufficiente. Oppure, il primo del corso. Bello! L'unica cosa che non mi convince è il che sottolineato. Mi sembra strano che con un qualcosa in corso così, si debba dire "che", per ricordarsi di cosa si sta parlando. direi: - Ragguagliami. - Il titolare di via del.... A me sembra più dinamico e incisivo. Ma io non sono un granché con i dialoghi! Sono due domande, metterei il punto interrogativo anche dopo "legale". Oppure unirei la frase con un "e" congiunzione. Anche qui mettere un punto interrogativo dopo "alloggio". e un esclamativo dopo "magari". Metterei una virgola dopo Perché Se metti il punto dopo idraulico, devi cominciare con la maiuscola: Disse risentita. Punto, dopo parte. Punto fermo dopo alzò. Punto fermo dopo incorniciata. Non vorrei essere seduta lì. Ciao @aladicorvo è la prima volta che ti leggo. Devo dire che pensavo mi portassi da tutta altra parte, cioè sulla scena di un crimine efferato per nulla legato all'elemento soprannaturale. Invece, mi hai sorpresa con l'intreccio e il finale. Credo tu abbia saputo definire i personaggi molto bene, escono le caratteristiche di ognuno nelle battute dei tuoi dialoghi che, a mio avviso, rendono molto bene. Razzismo e omofobia escono a far da contrappeso alla presenza di altri cancri, cui tu hai dato la voce soprannaturale di certi episodi di una fantascienza anni 60. Ho apprezzato molto l'umorismo che sei riuscita ad inserire nelle battute, a volte grottesche, e nelle azioni. Un racconto godibile che si legge bene. Grazie per la lettura. Alla prossima!
  13. Ospite Rica

    Isole

    Buongiorno @m.q.s. Ti ho scritto in mail.
  14. Ospite Rica

    Isole

    @m.q.s. che bellissimo racconto hai scritto! E le dirò che prenderò un taxi e l’attenderò lì, sulla spiaggia di Paleokastritsa, ma che ci deve arrivare correndo sennò non mi troverà; le dirò che la nostra ricerca potrà dirsi conclusa, se lo desidera, perché potremo sorridere a piacimento per lunghi anni al ricordo di questa avventura fraterna e nessuno potrà portarci via nulla di ciò che siamo diventati, ora che non siamo più isole. Quanto amore. Quanta bellezza. Mi sono commossa. Ho qualcosa da dirti. Ma ora no. Ora resto con te, così. Grazie.
  15. Ospite Rica

    ... ma non è la stessa cosa

    Adelaide, grazie. Non so dirti riguardo la mano adulta che hai sentito. Mi sono affidata al linguaggio dei miei bambini. Durante zoom ho anche registrato i loro racconti per studiarne il registro. Comunque la grande differenza la fa il racconto orale e quello scritto. Una bambina non scrive così, non scriverebbe mai così, in seconda elencare facciamo l'espansione della frase con i primi complimenti, e i testi sono sequenze di quattro, cinque sintagmi. Ma il parlato è un'altra cosa. E qui la bimba parla, non ci ha scritto la storia. Però, può darsi tu abbia ragione. Grazie mille del passaggio. Io sono un po' distratta dal lavoro... A presto! Ciao Nicola! Sono contenta di esserci riuscita. Ti ringrazio del passaggio!
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