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Ragno

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    Differitor Diluito
  • Compleanno 28/09/1974

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    letteratura, cinema, musica, religione.

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  1. Ragno

    Cosa state leggendo?

    Oggi invece mi son lanciato su un grande classico. Tanto mi ha sempre respinto Madame Bovary quanto mi ha sempre attratto lo sciocchezzaio.
  2. Ragno

    Cosa state leggendo?

    Finito il libro di cui sopra: andando avanti, la violenza diventa sempre più scusa per disfarsi dei corpi e scoprire l'inconoscibile aldilà di essi.
  3. Ragno

    Cosa state leggendo?

    Sto leggendo "Il killer metafisico" di Jurij Mamleev (Voland). Libro strano, alterna momenti gore, trash a improvvise speculazioni sull'interiorità. C'è una giustapposizione e un contrasto tra le parti molto spiazzante.
  4. Ah, se conoscessi un uomo che dimentica la lingua, per avere qualcuno con cui parlare (Zhuangzi) La stanza era tappezzata di libri: quattro pareti per un unico, ininterrotto bassorilievo di curve e interstizi, il ritmo dettato da dorsi e pagine di diverso spessore. I rumori, intrappolati nell’irregolare ondulazione dei volumi, s’accordavano sul tono gentile del silenzio. Dall’esterno tutto sembrava arrestarsi timidamente sulla soglia, quasi intimorito dall’idea di disturbare una pace rarefatta. L’uomo, seduto ad un piccolo scrittoio in noce, aveva gli occhi fissi sull’unica finestra. Fuori un piccolo aranceto. Nell’immobilità apparente, l’uomo che in un tempo non tanto lontano era stato uno scrittore apprezzato, sembrava scrivere in aria, tracciando frasi con inchiostro di vapore. Ogni nube si distendeva, sembrava acquisire un senso profondo per il solo intersecarsi in tutte le direzioni dello spazio, su pagine immaginarie. Davvero vano sarebbe stato cercare un senso in quegli abbozzi ellittici e privi di compiutezza, che acquistavano una ragion d’essere solo evaporando e disperdendosi. Quanto tempo fosse passato dall’inizio della scena, anche quello, sarebbe stato impossibile stabilirlo. La porta si aprì, Irina si rivolse all’uomo con voce tenera, perfettamente intonata al momento: «Iulian, è pronto da mangiare. Ho preparato la minestra di patate…». Iulian, suo marito, senza rispondere, si alzò dallo scrittoio e la seguì in cucina. A tavola lei gli ricordò che quel pomeriggio si sarebbe assentata. Iulian si limitò ad un semplice gesto di assenso con il capo: sapeva bene che, per qualche strano motivo, aveva sempre preferito quelle ore del venerdì per sbrigare ogni sorta di commissione. Com’erano lontani quei giorni, pensò, in cui la malattia la costringeva a letto per quasi tutto il tempo. Perennemente adagiata sul lato destro, sembrava una massa inanimata. Il male era nato come una sorta di irrigidimento progressivo di tutto il corpo. Senza alcuna causa apparente, i movimenti si eran fatti sempre più lenti, finché ogni singolo angolo del suo corpo era divenuto pesante in modo insostenibile e angoscioso. Nessun dottore riusciva a spiegare di cosa si trattasse. Ancor oggi non potrebbero far molto di più che arrendersi e affidarsi a cure sperimentali. Molti di loro dovrebbero rassegnarsi all’inevitabile presenza di elementi imponderabili perfino nella scienza. A Iulian non restava che affidare la vita di Irina a Dio. Non aveva scoperto la preghiera nella difficoltà (era stato educato da una famiglia devota) ma inevitabilmente – di fronte al dolore e assieme alla progressiva perdita della speranza – l’intensità delle sue suppliche cresceva. Al punto che, al culmine della disperazione, era arrivato ad offrire la sua stessa vita, in cambio della salvezza di sua moglie. Ma spingersi fino a tanto, non era servito a nulla. Per quanto possano essere pure e sincere le preghiere di un uomo, Dio appare reticente, talvolta in maniera inspiegabile tanto che l’uomo, nella sua ingenuità, arriva anche a pensare che Dio lo stia in realtà ingannando. A questa trappola non sfuggì neppure Iulian: «Egli vuole in realtà che io perda del tutto la speranza, e solo allora ascolterà le mie preghiere», pensò, non rendendosi conto che quella era la più banale delle trappole. In casi come questo, al Diavolo non sembra vero di aver a che fare con clienti così facili da abbindolare. Per lungo tempo Dio si rifiutò ancora di esaudire le preghiere di Iulian, il quale cominciava a sentirsi come chi – cercando di barattare una merce con un interlocutore che possiede già tutto – non ha nulla da offrire in cambio di quel che vorrebbe ottenere. «Dio non può farmi questo», insisteva Iulian, «il suo diniego sta nella mia domanda… forse la mia vita non è abbastanza preziosa; altrimenti dovrei pensare che Dio sia capriccioso come uno Zeus qualunque. Ci deve pur essere qualcosa che vale la vita di Irina. È la mia comprensione ad essere limitata: forse devo uccidere un bambino perché da grande diventerà un crudele omicida; devo forse avvelenare l’intera città, inquinando le acque, oppure ancora salvare una sola formica in un gruppo di mille? O non devo forse abbandonare Irina al suo destino, e solo quando avrò dimostrato di poter rinunciare a lei, Dio me la restituirà?». Gli interrogativi si susseguivano in una ricerca incessante, prossima all’esaurimento di tutte le possibili alternative, quando nella mente di Iulian balenò improvvisa la più ovvia delle soluzioni: non aveva ancora offerto a Dio la più facile delle «merci di scambio», un tesoro così invisibile che non aveva neanche bisogno di nasconderlo agli altri: il suo talento per la scrittura. All’improvviso era tutto chiaro: le parole, le parole! Erano le parole quello a cui teneva più della sua stessa vita. Era lui che finora aveva cercato di truffare Dio, offrendo meno di quel che poteva. Era quello il segreto più intimo tra Lui e Dio, l’aspetto della sua coscienza così evidente, così sempre in primo piano, da risultare sempre fuori fuoco, indistinguibile dal suo stesso pensare. «Oh Dio, non scriverò più, non leggerò più, non parlerò più. Salva Irina e per dieci anni la mia bocca diventerà una tomba, i miei occhi uno specchio per il mondo, la mia lingua un calamo da intingere solo nel fondo del mio cuore», promise solennemente Iulian e, per quanto all’occhio profano lo scrittore avesse offerto in quell’occasione qualcosa di infinitamente inferiore a tutto ciò che aveva promesso fino a quel momento, Dio esaudì finalmente le sue preghiere. La salute di Irina cominciò a migliorare altrettanto misteriosamente di quanto era peggiorata. La massa informe si srotolava giorno dopo giorno e dalle sue maglie riemergeva la donna di un tempo, quella stessa donna che Iulian aveva sposato vent’anni prima. Quando si alzò dal letto, completamente ristabilita, Iulian le confessò il debito che aveva contratto. Dio aveva fatto la sua parte e ora toccava a lui, anzi a loro. Così da quel momento e per dieci anni, se la morte non fosse sopraggiunta, avrebbe osservato un completo digiuno della parola e avrebbe smesso non solo di scrivere e leggere, ma anche di parlare. «Non manca molto ormai…», disse Irina, spezzando il flusso dei suoi pensieri, ma aggiungendovi allo stesso tempo un degno finale. «Già», pensò Iulian e un brivido di sottile terrore gli attraversò la schiena, «non manca molto che io possa sciogliere il mio voto». I due erano ancora a tavola. Per un attimo entrambi finsero di contemplare i resti della cena. Poi ritrovarono il coraggio di guardarsi negli occhi. Più tardi, mentre Irina era fuori per sbrigare le sue faccende, Iulian passeggiava nell’aranceto e si ritrovò ad interrogarsi su quanto il pensare fosse legato al camminare. «È uno dei piccoli grandi misteri della mente», si disse, «la vista assume una funzione di puro orientamento e i suoni del mondo diventano uno sfondo per un dialogo con il doppio di turno». Ricordò quella volta in cui aveva progettato di scrivere un saggio sulle diverse tipologie di interlocutore interiore: «Quel che ci sembra una coscienza, spesso non è altro che un insieme di sussurri furtivi, declinazioni sentimentali di amici e conoscenti più o meno intimi. Questa non è in definitiva una vera coscienza», pensava allora Iulian, «non è un tribunale interiore, non è la voce di un demone benevolo, ma una catena invisibile con cui la vita ci avvinghia in maniera subdola». «Ma insomma», concluse lo scrittore, tornando all’inizio dei suoi pensieri e abbandonando il ricordo dell’antico progetto, «camminando, anche se ci si sforza, si finisce per mettersi a pensare. E se invece fosse il passeggiare stesso a suggerire il pensiero, se fossero proprio i dettagli dai contorni sfumati, scorrendo più o meno velocemente, a costruire un processo della mente, vero o presunto che sia? Forse questo “pensiero” non è altro che una nebulosa di suggestioni. È solo l’illusoria convinzione di “essere nel pensiero” a trasformarla in qualcosa che assomiglia ad un ragionamento compiuto». Per dieci anni avevano vissuto una vita senza parole. Irina rispettava il voto del marito con fermezza e devozione. Aldilà dell’amore, c’era infatti in lei, egoisticamente, la certezza assoluta che da quel silenzio dipendesse la sua salvezza. Non ci avevano messo molto ad abituarsi: con il tempo avevano sviluppato un codice di sguardi, accenni e dinieghi molto più raffinato di quel che normalmente serve a moglie e marito. Si conoscevano fin da piccoli ed erano sposati da molti anni, ma mai avrebbero immaginato che, a quell’età e dopo tanto tempo passato assieme, tra loro due potesse nascere un grado di intimità ancor maggiore. La loro vita assieme, già semplice prima, divenne quasi spartana: se prima non avevano bisogno di molte parole per capirsi, adesso anche i gesti e gli sguardi d’intesa erano sempre più rari, quasi superflui. Non c’era nulla di triste in quel silenzio, Iulian non avrebbe mai immaginato che ascoltare potesse essere così piacevole: le parole di Irina parlavano per entrambi. Quelle stesse parole quotidiane che gli sembravano frasi ingarbugliate, senza capo né coda, ascoltate senza discutere e interloquire, sembravano ora assumere una sottile coerenza. C’era un filo conduttore nella banalità quotidiana che gli era sempre sfuggito; la convinzione di dover continuamente interpretare e ricreare il mondo, l’aveva sempre distolto da quella semplice ed essenziale verità: la vita è vita, per quanto uno possa progettarla, voltarsi indietro, piangere sulle occasioni sprecate, ritrattare, riscrivere il mondo in un libro, nonostante tutto questo, la vita è vita e la vita è nostra unica via. Anche quando la afferriamo con le unghie e la incarceriamo in cuori serrati, anche quando la addentiamo finalmente come affamati e siamo tuttavia costretti ad abbandonarla. Iulian ora abbracciava Irina con questa nuova consapevolezza: come se volesse imprigionarla per sempre nella vita, nel silenzio della vita, nell’unicità dell’esistenza. Ogni tanto arrivava la lettera di qualche ammiratore: gli facevano complimenti, si lanciavano in azzardate interpretazioni dei suoi scritti, chiedevano soprattutto se Iulian stesse lavorando ad un nuovo romanzo o se addirittura ne avesse già pronto uno da mandare alle stampe. Solo una volta, Iulian sembrò scosso dalle parole di uno di quei lettori affezionati: «Signor Serafim, mi chiedo se tutti i libri che ha scritto non siano in realtà capitoli di un singolo romanzo che si concluderà con un finale a sorpresa, un ultimo gesto letterario che spiazzerà tutto ciò che ha scritto in precedenza e ci costringerà, noi lettori fedeli, a guardare ai suoi personaggi e alle sue storie sotto una luce del tutto differente, un punto di vista che non ci piacerà, che non possiamo accettare proprio in virtù della nostra fedeltà alla Sua opera. Signor Serafim, quel che le chiedo è se Lei si prepara a tradirci, se vuole liberarsi di noi perché sa che ormai ci appartiene». Mentre Irina gli leggeva quella lettera, Iulian sorrideva amaramente, come se stesse prendendo coscienza di scrivere il suo vero capolavoro letterario proprio con quel silenzio di cui i lettori gli chiedevano conto. Dopo quattro, cinque anni, le lettere divennero meno frequenti, finché non ne arrivarono quasi più. «Ti hanno dimenticato», disse scherzando Irina. «Finalmente», sembrò rispondere Iulian, aggrottando in modo significativo le sopracciglia. Erano passati gli anni, i mesi, le settimane. Era quasi tempo di sciogliere il voto, di rompere il digiuno della parola. Per rispettare in pieno i patti, alla rinuncia doveva necessariamente seguire l’abbandono della stessa. «Abituarsi alla rinuncia», pensò Iulian, «rischia di portare ad un nuovo stato di piacere e soddisfazione, in cui nulla manca più a chi ha scelto volontariamente di rinunciare». «A quel punto», concluse, «verrebbe a cadere il presupposto da cui si era partiti e l’oggetto stesso della promessa fatta a Dio non avrebbe più nessun valore». Anche Irina aspettava il momento, ma con un misto di trepidazione e terrore: in lei persisteva, da qualche parte nella sua anima più profonda, la convinzione che tutto quel che di incredibile e miracoloso era accaduto dopo la sua malattia non fosse altro che un incantesimo, destinato a spezzarsi non appena suo marito avesse ripreso a parlare. Iulian aspettò fino al tramonto. Quando il sole sparì completamente all’orizzonte, aprì bocca per pronunciare il nome Irina. E non riuscì. Pronunciò solo versi e gorgheggi, come fosse appena nato, lui che un giorno era stato uno degli scrittori più famosi della nazione. Per qualche giorno si illuse che la lingua fosse intorpidita per il lungo letargo e che dovesse sciogliersi di lì a pochi giorni. Dopo qualche settimana però dovette rassegnarsi all’evidenza: aveva del tutto disimparato la madre lingua e, anche se continuava a capire tutto quel che gli si diceva, non poteva ricambiare le frasi della moglie se non con gesti ed espressioni. Era come se fosse diventato muto pur avendo la forza, la voglia e il potere imminente di parlare. Per quanto si sforzasse di accordare lingua e pensiero, non riusciva ad articolare suoni corrispondenti alle sue idee. Formulava i suoi dialoghi in modo chiaro, lucido e lineare, ma questi non avevano alcuna possibilità concreta di vedere la luce, innestarsi sul silenzio di fondo e concatenarsi alle parole di Irina. I discorsi tra i due, a chi si fosse fidato solo del suo udito, sarebbero sembrati i monologhi di una vedova folle. La vita di tutti i giorni era cambiato poco: da molto tempo ormai le parole non erano più necessarie. Irina però non riusciva a controllare un certo senso di colpa: dopotutto era lei la causa di tutto, da lei era iniziato tutto, da lei dipendeva anche quest’ultimo straordinario evento. Si rassegnò a scene in cui le sembrava di essere la madre di suo marito: alcune volte le bastava un attimo per capire le sue intenzioni, altre invece gli sforzi di Iulian per comunicare erano talmente goffi che dovevano passare molti minuti prima che un cenno di assenso interrompesse i maldestri tentativi d’intendersi. Per un certo tempo sembrarono abituarsi alle nuove consuetudini. Finché Irina, con senso pratico e materno tutto femminile, non decise che Iulian, se aveva dimenticato, poteva ricordare e, se aveva disimparato, in fondo poteva anche, con processo inverso, imparare di nuovo. Lei gli avrebbe insegnato a parlare, leggere e scrivere come se fosse un neonato, oppure uno strano esule, straniero nella sua stessa terra. Quando Irina gli confessò le sue intenzioni, Iulian esitò a lungo prima di accettare: si era convinto, nel suo intimo, che anche quella privazione fosse volontà di Dio e che, se davvero, con grande sforzo, avesse ripreso a parlare, sua moglie si sarebbe ammalata di nuovo. Allo stesso tempo si rendeva conto che un pensiero simile era molto vicino alla pura e semplice superstizione. Aveva iniziato con un patto con Dio e stava finendo con il credere agli incantesimi. Per un attimo aveva mescolato le gerarchie, aveva dimenticato per chi e per mezzo di chi, e per volere di chi, tutto si era compiuto. Le sue residue resistenze crollarono del tutto quando Irina incominciò in effetti a soffrire di nuovo, ma per colpa delle sue remore e delle sue sopraggiunte esitazioni. Iniziarono così giorni strani: Irina lo istruì dapprima sulle sillabe più semplici e spontanee per poi passare a combinazioni sonore più elaborate. Iulian all’inizio doveva sforzarsi molto per emettere qualsiasi suono, era costretto a gonfiare il petto, come se si stesse esibendo in una difficile interpretazione canora. Spesso doveva fare delle pause per respirare e riprendere fiato, mentre sudava e arrossiva in volto come se avesse corso per diversi chilometri senza fermarsi. A parte lo sforzo fisico, a sfiancarlo era soprattutto il paradosso per cui le parole gli restavano perennemente sulla punta della lingua, sempre sospese tra il pensiero e il silenzio, il volere e il non poter dire. Come profughi appena giunti in un paese dove conoscere la lingua è più urgente che procurarsi il cibo, Iulian e Irina si dedicarono notte e giorno a metter insieme un vocabolario minimo, nome dopo nome, verbo dopo verbo, congiunzione dopo congiunzione finché, quasi senza accorgersene, ricominciarono, seppur a singhiozzo, a parlarsi attraverso le parole. Quando il dialogo si dilungava per più di tre, quattro battute, si rallegravano oltremodo, tanto questa novità sembrava loro incredibile. Si divertivano, ridevano delle circonlocuzioni incerte di Iulian, si compiacevano addirittura di certi equivoci e arrivavano ad assaporare i fraintendimenti come fossero attimi di estrema comprensione. Poi Iulian ricominciò a leggere. All’inizio solo testi semplici – alcune volte con Irina al suo fianco – in seguito anche volumi più complessi. L’ostacolo non era mai la profondità del testo ma il suo aspetto: spesso bastava che Irina gli leggesse una sola parola, facesse emergere il suono dalle curve e dalle grazie di una sola lettera, perché Iulian comprendesse appieno il senso dell’intera frase. Man mano che faceva progressi e si sentiva più sicuro, Iulian cominciò a pensare che sarebbe stato un bell’esperimento rileggere i suoi romanzi. Cosa sarebbe cambiato nel momento in cui avesse provato a leggere parole e frasi concepite dalla sua mente, quella stessa mente che, dopo il lungo silenzio, era diventata incapace di comunicare all’esterno nei modi consueti? Come sarebbe cambiata quella distanza tra pensiero e parola nel momento in cui le frasi sarebbero entrate in contatto con la stessa intelligenza che le aveva partorite? Avrebbe cominciato dal primo libro che aveva scritto. In un certo senso quello era già una specie di compendio definitivo delle tematiche che avrebbe poi sviluppato nel resto della sua opera. Leggere quel romanzo sarebbe stato un po’ come ricominciare da dove aveva lasciato. Chissà un giorno avrebbe addirittura potuto scrivere un altro libro, con nuova consapevolezza, con una scrittura dotata di nuova verginità. Avrebbe scritto nella sua lingua madre, la lingua dei suoi pensieri e della sua mente, ma con la semplicità e l’essenzialità dello straniero che si esprime in una lingua appresa in età adulta. La doppia vita di Ada Esuluse era un vero e proprio giallo, la cui intricatissima trama era impostata sulla misteriosa identità di Ada Esuluse, donna affascinante quanto minacciosa. Di lei s’invaghisce l’ispettore Verev, che sta indagando su un caso mai chiuso: l’omicidio di Anna Menem, ricca ereditiera caduta in disgrazia per i troppi debiti. Il cadavere sfigurato era stato rinvenuto, per puro caso, nel luogo più scontato: un cimitero. Il corpo era all’interno di una bara che avrebbe dovuto contenere legittimamente solo il cadavere di una certa Margherita Assoli. Le due donne erano entrambe riposte nel feretro in un macabro abbraccio. Il colpo di scena sopraggiunge solo dopo che la strana coppia (la protagonista e l’ispettore) ha inutilmente percorso diverse false piste: la Esuluse è in realtà Anna Menem. L’ereditiera, per rifarsi una vita, ha ucciso una giovane prostituta e ne ha assunto l’identità, lasciando credere al mondo intero di esser morta assassinata. La doppia vita di Ada Esuluse era sicuramente il romanzo in cui Iulian aveva concesso di più al pubblico. La vicenda ricordava da vicino alcuni film muti che lui stesso aveva avuto occasione di vedere al cinematografo, nonché altre decine di storie simili, impostate su una moderna revisione del tema del doppio. Quel che aveva cercato di metterci in più Iulian era una certa sfumatura «palindroma», per cui il doppio era, in un certo qual modo, simmetrico e reversibile (a partire già dal nome di tutti i personaggi principali). Iulian aveva letto il libro in un tempo accettabile anche se Irina doveva ancora sedergli affianco, per sciogliere i soliti inevitabili dubbi linguistici. Appena Iulian ebbe riposto il volume in uno dei tanti scaffali della biblioteca, tra lui e la moglie ci fu un breve silenzio, la cui esatta natura nessuno dei due avrebbe saputo definire. «Sai una cosa?», disse Iulian sorridendo, «sembra scritto da un quindicenne un po’ idiota». Irina prima sorrise a sua volta, poi capì che il marito non scherzava affatto e che forse era il caso di consolarlo: «Capita spesso, non è vero? di giudicare ingenuo quel che abbiamo fatto in passato? Eri così giovane…». Iulian assentì, ma non era affatto convinto: «Si, potrebbe essere. Sai una cosa? Forse dovrei leggere anche gli altri libri che ho scritto…». Prunea era un racconto di fantascienza, ambientato nel solito futuro immaginario e nel solito pianeta dal nome insolito (dal cui nome il romanzo prendeva il titolo). Si trattava insomma del classico espediente letterario per cui si creava un futuro ipotetico per analizzare e capire il presente. Iulian aveva immaginato una società opulenta in cui il tempo era divenuto l’unica risorsa scarsa. Agli abitanti di Prunea era concesso di vivere senza affanni, a patto di far vita attiva solo per poche ore al giorno. Il resto del tempo dovevano restarsene a casa, in un apposito loculo che li manteneva in stato di sonno indotto, finché non arrivava il proprio turno per “vivere”. Nella comunità scoppiava inevitabilmente una rivolta, in cui diverse fazioni si contendevano le ore, i minuti e i secondi. Le armi dei rivoltosi erano semplicemente la veglia e l’insonnia volontaria. I diversi personaggi che popolavano la vicenda inventavano soluzioni sempre più elaborate per non dormire, compresa la continua ricerca e sintesi di droghe sempre più raffinate. Iulian notò quanta ironia involontaria ci fosse in quella vicenda strampalata. Come sempre in quel che scriveva si avvertiva un certo pesante simbolismo, un po’ fuori moda perfino per uno scrittore come lui, abbastanza ancorato alla tradizione. Il simbolismo era troppo connesso al sacro per conservare il suo potere comunicativo anche in quell’epoca. Risultava posticcio, inutile, ampolloso per uomini che per lo più potevano fare a meno dell’esistenza di Dio, ma forse non dei suoi nomi, delle sue parole, dei suoi attributi. Più volte infatti, Iulian aveva dovuto osservare come letterati e intellettuali, forse per pigrizia, continuassero in ambito profano ad usare la lingua propria del sacro, rifugiandosi talvolta, in espressioni linguistiche impersonali per non importunare troppo il pubblico con appellativi ormai troppo ingombranti. «Non ci resta che questo: il suono di nomi e attributi che sembrano aver smesso di operare sulla creazione», concludeva spesso amaramente Iulian. Camaleonte d’amore era il racconto in prima persona di un personaggio senza nome. Per il protagonista amare equivaleva ad assomigliare. La particolarità del suo amore consisteva appunto – come suggeriva il titolo – nel cambiar materialmente (e non metaforicamente) pelle ad ogni innamoramento. Ogni donna amata diventava il chirurgo che rimodellava il suo corpo con il bisturi della somiglianza forzata, come se l’apice dell’amore consistesse non in una confluenza ma in una completa sovrapposizione di amato e amante. Per il protagonista non si trattava di adattarsi ai gusti della donna o assecondarla in ogni suo desiderio, al contrario. Si trattava invece di assomigliarle sempre più, quasi da sostituirsi ad essa, quasi da renderne inutile ad un certo punto la stessa esistenza. Nel momento in cui allo specchio vedeva la stessa persona che amava, era come se l’avesse inglobata per sempre dentro di sé. La copia originale, a quel punto, poteva anche sparire. Iulian pensò a quanto quella storia fosse stupida e adolescenziale, a quanto sembrasse solo una goffa variazione narcisistica sul tema di Don Giovanni. Al più, la si poteva scambiare per una triste metafora di decadenza virile, di una nefasta inversione di ruoli tra uomo e donna. Ma in realtà, all’epoca in cui scriveva Camaleonte d’amore, egli s’ispirava più semplicemente ed umilmente ad un unica immagine beffarda che gli era balenata in mente, passeggiando nelle campagne adiacenti casa sua: un pastore che, all’improvviso, si lascia guidare dalle sue pecore. «Secondo te perché la critica mi esaltava e incensava per ogni cosa che scrivevo, se i miei libri non interessano neanche a me?», chiese Iulian a Irina. «Forse sei semplicemente meglio di altri…», propose timidamente sua moglie. «Già bella soddisfazione!», la interruppe lui, «…senza contare che sono decenni che i critici aprono bocca solo per gloriare ed esaltare. La stroncatura è un genere desueto nelle società civili. Risorge solo in nome di beghe personali. La verità è che in questo mondo tutto ha cittadinanza purché sia pubblico, perfino il mio simbolismo d’accatto. Mi tormenta l’idea che da qualche parte esista un vero genio che nessuno leggerà mai perché non ha il coraggio di proporsi ad un editore…». Nei mesi successivi Iulian si tuffò nella lettura del resto della sua opera. Dopo ogni riga, la sua anima sembrava incupirsi sempre più. Ad Irina che lo interrogava rispondeva sempre con la stessa battuta: «non so bene, devo prima finirlo». Il che costituiva un’ottima scusa per non rispondere mai davvero. Finché non arrivò il momento dell’ultimo libro, dell’ultimo racconto, dell’ultima pagina… A quel punto non poteva più eludere le domande. Così stette in silenzio per un attimo, poi parlò con una limpidezza di linguaggio che gli sembrava preclusa ormai per sempre: «Non devi dispiacerti per me, è così: non ho scritto che cose di poco conto. Solo ora posso vederlo con chiarezza ed evidenza. Potrei di nuovo scrivere, forse potrei migliorare qualcosa qui e là. Tutti questi libri potrei riscriverli dalla prima all’ultima riga, affinandoli sempre più ad ogni passaggio, ma la sostanza non cambierebbe: non c’è un valore, non c’è un sapere in quello che ho scritto. C’è solo lo sviluppo di un’idea iniziale. Quando scrivevo, avevo il piacere di raccontare una storia, la sensazione di immergermi in un mondo a cui cercavo di dettare le regole… Ma spesso arrivato a metà dell’opera, era quello stesso mondo a dettarmi le parole, a obbligarmi a seguire un linea narrativa piuttosto che un’altra. Lo sanno tutti i veri scrittori: se un personaggio è davvero riuscito, ad un certo comincia a decidere per te, lo scrittore diventa solo una marionetta della sua voglia di esistere, vivere e morire. No, non scriverò più, non posso più farlo… Quando non ero ancora uno scrittore, mi chiedevo spesso se quello che avevo intenzione di scrivere avrebbe potuto scriverlo meglio qualcun altro, più o meno con lo stesso mio stile. In definitiva, pensavo, quel che deve essere scritto prima o poi verrà scritto. Come faccio a sapere che tocca proprio a me scriverlo? E se anche ricevessi un segno chiaro in questo senso, perché prendermi questa responsabilità? Prima della tua malattia e del mio silenzio, avevo dimenticato tutti questi interrogativi: ero così immerso nelle mie storie, che m’illudevo davvero di essere il demiurgo e l’artefice di quelle vite possibili, che in realtà mi dominavano. Alla fine ero caduto nella più stupida trappola in cui può cadere un artista…». Irina ascoltava a capo chino, già da qualche minuto le lacrime le segnavano il volto. Iulian le stendeva sul suo viso con l’indice come fossero un unguento. «Non piangere, credimi piuttosto. È come ti ho detto. C’era del giusto in me anche prima, ma annegava nelle parole. Se non fosse stato per te, se non mi fossi sacrificato per te, non l’avrei mai capito e sarei morto senza saperlo. Sei l’unico vero maestro che abbia mai avuto. Non hai bisogno di altre spiegazioni…». Iulian Serafim morì quasi ottantenne nel 1974, sua moglie Irina lo raggiunse pochi mesi dopo. I critici letterari lo ricordano ancora come uno degli scrittori più talentuosi della sua generazione. Molti di loro continuano ad interrogarsi sul perché, nel 1962, all’apice del suo successo di pubblico, abbia all’improvviso smesso di scrivere. FINE
  5. Ragno

    Massimiliano Parente

    Tutti questi romanzi "alimentari"
  6. Ragno

    Massimiliano Parente

    Poi voglio dire è sopravvalutato Parente cosa dovrei dire io di uno Scurati o di un De Carlo? O di Bianchini? O di Teresa Ciabatti.
  7. Ragno

    Massimiliano Parente

    P. S. Tutti gli appellativi che gli avete dedicato sono tuttavia giusti. Solo che lui stesso è il primo a giudicarsi così come lo vedete. Misogino direi di no: è proprio anti umano, anti vita. Nell'ultimo libro Parente di Vasco ci sono delle pagine bellissime sui suoi genitori, con tutta la disperazione di chi non crede nell'aldilà ma solo a Darwin.
  8. Ragno

    Massimiliano Parente

    Mi sento un po' strano a difendere Parente perché, come convinzioni etiche e morali, sono anni luce lontano da lui. Per me basta già il fatto che lui è ateo incallito, militante e mi considererebbe uno scemo credulone. Io come persona lo prenderei a calci. Ma lo difendo come scrittore. La sua trilogia dell'inumano è un'opera poderosa, i libri successivi che sono molto diversi (più pop, più comici, sintassi più piana) non mancano di profondità. "Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler" è secondo me il romanzo che meglio indaga i meccanismi del successo nel mondo contemporaneo, a partire dall'arte di Duchamp. Poi devo dire che è uno che ha coraggio anche come critico letterario, è uno degli ultimi a non guardare in faccia a nessuno.
  9. Ragno

    Cosa state leggendo?

    Finito di leggere "L'amore ai tempi di Batman" di M. Parente, secondo me fantastico nel suo essere pop e spregiudicato. Uno dei pochi che riesce a essere ancora politicamente scorretto, io che di questi tempi è davvero difficile perché il pensiero imperante è diventato politicamente scorretto. Poi sto ho iniziato in contemporanea "Il secolo breve" di Hobsbawn che era una vita che volevo leggere e "Il discepolo" di P. Bourget (lettura funestata dall'imbarazzante numero di refusi, non dico l'editore perché gli voglio bene).
  10. Ragno

    Massimiliano Parente

    Vediamo se questa citazione vi piace di più: "È così che si cresce, devi crescere, Walter, ha detto. Ma chi vuole crescere? Cosa significa crescere? Perdere ogni illusione, diventare sempre più vuoti e, se riesci a diventare vecchio, morire serenamente perché oramai non senti più niente per nessuna cosa. Io voglio morire vivo. Voglio morire senza accorgermene ma vivo, non già morto. E comunque non voglio crescere. Non sono una pianta. Mentre questa della vita che è la vita è una cazzata che dicono tutti. Perdi le gambe in un incidente? È la vita. Diventi cieco e sordo? È la vita. Ma se io pago una psichiatra è proprio perché ho problemi con la vita e non li voglio avere. Non puoi venirmi a dire che è la vita, lo so già da solo cosa è la vita. Altrimenti, se la vita è la vita, nessuno farebbe più niente per migliorarla, e nessuno cercherebbe rimedio per niente. Perché prendi un antipiretico per la febbre? Tienitela, è la vita. "
  11. Ragno

    Massimiliano Parente

    O almeno interloquite così posso rispondere.
  12. Ragno

    Massimiliano Parente

    A quanto pare Parente riesce ad esser fastidioso anche qui su WD. In effetti lo picchierei anch'io. Però piaccia o no è bravo e queste frasi finto-qualunquiste rivelano mi sa tanto "la verità ti fa male lo so". Oh e comunque i "non mi piace" metteteli a Parente non a me. Io ho moglie e tre figlie mica mi posso permettere di dire qualcosa contro le donne.
  13. Ragno

    Massimiliano Parente

    Le donne sono un vero flagello dell’umanità. L’emancipazione della donna ha portato alla disemancipazione di qualsiasi altro essere vivente del pianeta. Non solo esseri umani ma anche piante, canarini, cagnolini. Piccoli chihuahua che diventano isterici come le loro padrone. Non ho mai visto nessun uomo, e nessun altro animale, infliggere torture psicologiche al prossimo come sono capaci di fare le donne. Non sono maschilista, osservo la realtà.
  14. Ragno

    Massimiliano Parente

    E continuiamo con le perle sulle donne. Questa da "L'amore al tempo di Batman": Pensierino della sera: finché le donne non impareranno a prendere in mano un joystick, non raggiungeranno mai la parità dei sessi.
  15. Ragno

    Massimiliano Parente

    Parente è le perle sulle donne: le donne sono dei campi di concentramento viventi dei cervelli altrui. Quando convivi con una donna è un disastro perché ti insegue per casa oppure ti tiene il muso trasmettendoti nervosismo. E comunque secondo me nessun uomo fa veramente caso al trucco delle donne, a parte le checche. Le donne, in buona sostanza, si truccano per altre donne,
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