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Giuseppe Grosso Ciponte

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Su Giuseppe Grosso Ciponte

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    Differitor Diluito
  • Compleanno 28/09/1974

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    Uomo
  • Interessi
    letteratura, cinema, musica, religione.

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375 visite nel profilo
  1. Giuseppe Grosso Ciponte

    Massimiliano Parente

    Parente è le perle sulle donne: le donne sono dei campi di concentramento viventi dei cervelli altrui. Quando convivi con una donna è un disastro perché ti insegue per casa oppure ti tiene il muso trasmettendoti nervosismo. E comunque secondo me nessun uomo fa veramente caso al trucco delle donne, a parte le checche. Le donne, in buona sostanza, si truccano per altre donne,
  2. Giuseppe Grosso Ciponte

    Tommaso Landolfi

    Lettura integrale di uno dei suoi migliori racconti, "La muta":
  3. Giuseppe Grosso Ciponte

    Massimiliano Parente

    Estraggo un paio di chicche: "Mi viene da pensare a Bill Cosby che le donne le addormentava per scoparle, io la vorrei addormentare per mettermi a giocare alla PlayStation." "Gli scrittori sono quelli che ti dicono: scrivi, butta fuori, ma cosa vuoi buttare fuori, cretino. Scrivi per te stesso, ti dicono, per terapia, anche se poi non pubblichi niente, ma io ho sempre scritto per pubblicare. Per me la scrittura è sempre stata necessità, e insieme lavoro. Mai scritto una cosa per me stesso, o per buttare fuori qualcosa. Io non ho mai scritto per me stesso, mai neppure tenuto un diario, ho sempre scritto opere perché fossero opere importanti, opere che potevo scrivere solo io, finché non ho smesso di scrivere romanzi perché mi sono sentito stanco e ho sentito di aver scritto tutto quello che avevo da scrivere, perché scrivere è sempre stato una fatica per me, e non solo scrivere, una fatica tutto. La vita stessa è una fatica a perdere: ti alzi tutti i giorni, ti lavi i denti tutti i giorni, sapendo che quei denti li perderai un giorno, e li curerai e poi rimetterai altri denti finti, finché tutto cadrà a pezzi, finché non ci sarà più niente da fare, come per mio padre, quando a un certo punto non c’era più niente da fare. Il suo fegato era andato, il suo corpo stava morendo, lui stava morendo. Non come Nanni Bignami, il mio amico scienziato, che è morto d’infarto, senza accorgersene. Mio padre è morto sapendo che sarebbe morto di lì a poco. Ma io, fino all’ultimo, pur essendo consapevole di questa atroce, inaccettabile irreversibilità, continuavo a pensare che non fosse così, che tutto si sarebbe aggiustato, pur sapendo che niente si sarebbe aggiustato, e che di lì a poco lui, mio padre, non ci sarebbe più stato, mai più, per sempre. In fondo, ammettiamolo, non ho mai accettato di essere vivo, di dover essere vivo il tempo necessario a dover morire, o a dover perdere le persone che ami se gli sopravvivi, se non muori prima tu. Mi è sempre sembrato tempo perso. La nostra vita è un’estrema dedizione quotidiana a coltivare e far crescere ciò che, un giorno, morirà per sempre. Fai le tue cose, vivi la tua vita, e da un certo punto poi non esisti più, non esisterai più. Come prima di essere nato non esistevi, dopo non esisterai più, la vita è solo una breve faticosa parentesi tra due eterni momenti di non esistenza. Tutti i miei libri nascono da una forma di ribellione alla vita. Ho deciso di essere uno scrittore per dire no, sono contrario alla vita, a questa vita, perché c’è chi dice no. Che non viene capito da chi dice sì spontaneamente, da coloro per i quali è naturale dire sì. Per me è sempre stato naturale dire no. Perfino no alla letteratura, non avendo fatto altro, nella mia vita, che produrre letteratura, letteratura contro la letteratura e l’idea di letteratura."
  4. Giuseppe Grosso Ciponte

    Massimiliano Parente

    Visto che nessuno s'è fatto avanti l'ho letto io. Dal punto di vista letterario, guardando al resto della produzione di Parente, è un'opera secondaria. Dal punto di vista umano, forse è il suo libro più commovente (se si può usare questo aggettivo per uno stronzetto genialoide come Parente). Eh sì, perché nel mezzo di questo divertissement di rapire Vasco Rossi, a Parente scappa qualche confessione "umana" (parla perfino di suo padre e sua figlia con tenerezza)... per chi ha scritto "Trilogia dell'inumano" è qualcosa a metà tra la caduta di stile e un bagno di umiltà.
  5. Giuseppe Grosso Ciponte

    Tommaso Landolfi

    A Landolfi è riuscita un'impresa che possiamo ben dire unica nostri tempi: non fa parte di nessuna istituzione, non ha un mestiere se non quello di scrittore e, per giunta, esercitato in quella maniera artigianale e aristocratica come poteva fare per l'appunto un Barbey d'Aurevilly, non obbedisce nessun codice, non segue riti di alcun genere, è un solitario, uno che vive davvero in un'isola e ogni tanto affida al mare quei piccoli messaggi sotto forma di divertimento, fra l'irrisione e la disperazione ma sempre un intento ben preciso, proteggere la propria libertà, in modo da consumare fino in fondo la propria desolazione (Carlo Bo). Autore soprattutto di racconti (i romanzi sono solo quattro e tutti piuttosto brevi: "La pietra lunare", "Racconto d'autunno", "Un amore del nostro tempo", "Il principe infelice"), vince lo Strega nel 1975 con la raccolta "A caso". Landolfi l'ho scoperto al liceo, quando in una cartoleria di paese, mi ritrovai tra le mani "Tre racconti". Ancora oggi quando penso al libro perfetto penso a quel libro di Landolfi: poche pagine, tre storie, tre fulmini di scrittura in cui riecheggiano il gotico, i grandi classici russi, l'assurdo e il tragico tutto assieme. Poco noto al grande pubblico, sia per il linguaggio in certi momenti esasperatamente ricercato, sia per le tematiche, per certi versi vicine al surrealismo, lontane da quelle usuali delle letteratura italiana, Landolfi è ritenuto comunque dalla critica uno degli scrittori più importanti del '900. Di lui oltre al citato "Tre racconti", ho amato l'incestuoso "un amore del nostro tempo", "Cancroregina", geniale apologo fantascientifico, e una miriade di racconti e invenzioni folli come "La dea cieca e veggente" in cui uno scrittore con la sindrome della pagina bianca, decide di estrarre a sorte dal vocabolario le parole della sua prossima poesia, tirando fuori uno dopo l'altro i versi dell'Infinito di Leopardi.
  6. Giuseppe Grosso Ciponte

    Massimiliano Parente

    . Qualcuno ha già letto l'ultimo romanzo "Parente di Vasco?"
  7. Giuseppe Grosso Ciponte

    La filosofia dell'eppure

    Questa me la immagino letta da qualcuno con un vago accento romanesco. LA FILOSOFIA DELL’EPPURE Ti stressi tutta la notte e le seghe mentali fanno a botte coi tormenti inguinali. E il mondo lo vuoi radere a zero e le donne le vuoi tutte nel tuo impero, allora sai che c’è? sai che spero? Primo di tutto non voglio riaprire il file dei tuoi lamenti. Già qui è caldo come dieci strati di pile, che fra poco sudano pure i denti, mi manca solo di farmi stordire da te e di passare in rassegna il dossier dei tuoi “sentimenti”: e di quella volevi giusto la bocca, e di quell’altra volevi solo la fregna, a quella volevi dargli ‘na botta e di quell’altra ancora t’interessava solo la scocca da fuoriserie, di come l’avessero ridotta il tempo e le intemperie. E nulla t’importava del motore sotto, se avesse benzina, come fosse ridotto. Scusa, ma non son proprio in vena, non t’aspettare una pacca sulla spalla né tanto meno un massaggio sulla schiena. Quando fai così, sei una vera palla e non smetti di pesare. Che poi mi metta ad asciugare le tue lacrime di coccodrillo, quello poi, te lo puoi proprio scordare: tu sei solo un mandrillo che vuol farsi perdonare. Ormai lo conosco il tuo “fervore”, quindi per piacere, fammi un favore: non chiedere un’altra carezza, non confessarmi altre voglie, tu ci vuoi sempre mettere una pezza, ma alla fine sei solo uno che ‘ndò coglie coglie. Per cui adesso Tu con me hai poco da sfarfallare e farmi fesso. Fai conto che, al momento, sono aperto per te come una lapide col necrologio: e no eh! non è che mò a ogni giro d’orologio mi metto qua a sciorinare parole d'elogio, così, a gratis. La mia lingua non è un lapis a tuo uso e consumo insomma. E l’orecchio mio non è mica 'na gomma che precisa e arida come un comma, cancella i tuoi peccati, i tuoi struggimenti mosci come la besciamella e i tuoi intendimenti nascosti o celati. Oh, bello mio, hai capito? Io non ti sono necessario: ma che sò mai? il tuo impresario? Come te io vado a fondo, come te sono in un fosso: il massimo che posso È scriverti dallo zero del mondo. Com'è che diceva quello? non di gioia, ma di noia io sprizzo. E si capisce! Che son queste se non lettere senza indirizzo? Ascoltami ‘na buona volta, perché non è più mia intenzione tornar di nuovo sulla questione: Non chiedermi parole pure, non chiarezza, limpidezza della formula e dell'espressione. Per te, ho solo una concessione: che ti rassegni all’incertezza, alla lagna contorta a tinte scure. Chiedimi solo qualche frase storta e accontentati di questa filosofia dell’Eppure.
  8. Giuseppe Grosso Ciponte

    Occhi

    Forma. Frammento indubbiamente profondo a cavallo tra poesia ermetica, aforisma e epigramma. Affermo questo perché eviti sistematicamente qualsiasi soluzione poetica in termini di musicalità, metro e altri orpelli retorici (allitterazioni et similia). Adotti dunque il verso sciolto, più vicino alla prosa che alla poesia, raggiungendo tuttavia la sintesi di due versi che sembrano scolpiti nella pietra. Nella seconda riga forse ti è scappato uno spazio all'inizio. Contenuto. Due sole frasi per mettere in comunicazione tre generazioni. Dopo il punto il lettore è spiazzato: era sbilanciato nel futuro, sospinto dall'aggettivazione colorita e focosa (ardenti, tumultuosi), e d'improvviso si ritrova sbalzato nel passato. Lo spiazzamento dei tempi trova la corrispondenza anche nello stravolgimento del punto di vista: a interrogare è sempre lo stesso soggetto, però questo soggetto prima indagatore poi diventa improvvisamente oggetto dello sguardo di una persona terza evocata per assenza. Il giudizio finale non può che essere positivo. Chi è padre come me, sente tutta la profondità della tua domanda. Una parte della nostra felicità si gioca in un gioco di specchi tra le aspettative reciproche (meglio esser figli comunque, vero?). Ti aspetto alla prova di un componimento più esteso. @kalufunsui
  9. Giuseppe Grosso Ciponte

    Io sono (dunque non esisto)

    @Floriana abbiamo sfiorato questo argomento con @Nerio:
  10. Giuseppe Grosso Ciponte

    Io sono (dunque non esisto)

    @Floriana Eccomi qui a cercare di dissipare i tuoi dubbi e a riflettere sulle tue obiezioni. Ne verrà fuori una vera esegesi di me stesso immagino. Il titolo (nonché ritornello). Come già ho detto a @dirk il titolo è un gioco di parole sul cogito ergo sum di Cartesio: "penso dunque sono" (il pensare è la prova suprema dell'essere, l'unica prova davvero sicura e incontrovertibile) diventa "Io sono (dunque non esisto)" che invece mette radicalmente in dubbio che pensare di essere in un certo modo ne garantisca la veridicità. Quindi il titolo mette preventivamente in dubbio tutte le affermazioni su me stesso fatte anche in questa poesia. A pensarci bene ci starebbe bene un punto interrogativo: io sono (dunque non esisto?). Tutto ciò avviene in relazione con le altre persone. A livello esistenziale, quale che sia il tuo livello di autostima, la scarsa considerazione, oppure il semplice fatto che nessuno ti capisca può mettere in crisi quello che tu pensi di te (i vari "io sono" che credi di essere). Il verso "ma tu non mi hai visto" è da intendere come "ma tu non mi hai capito" oppure "ma tu non hai saputo vedere nella mia anima". In conclusione né io né gli altri possiamo esser sicuri delle nostre affermazioni di "esistenza". Il titolo dovrebbe forse contenere un punto interrogativo: Io sono (dunque non esisto?). Corollario, "non esisto per te" oltre a rovinarmi la rima, porta il discorso su un binario uno contro uno che tradisce il senso che volevo dare. Qui credo tu abbia ragione, diventa più scorrevole. Ci può stare. Mette ancora più in evidenza l'illusione della propria apoteosi/autoesaltazione Mi spieghi queste strofe? Missionario di trame che la notte ricuce nel bestiario astrale e sul vestiario della luce. Questa prima parte della poesia cerca di esprimere il momento di massima illusione/autoillusione della vita in cui ognuno di noi vede persino l'universo come un limite troppo stretto per i propri progetti. Mi sono quindi venute in mente delle immagini "cosmiche", super-omistiche e titaniche che addirittura sfidano le leggi di natura: se vogliano: "un fulmine al contrario". C'è quindi un anelito al cosmo, all'infinito, a diventare "confidente" dei messaggi dell'empireo, addirittura "missionario" (qualcuno che propaga il verbo segreto del mondo: questo sarebbero "le trame che la notte ricuce". Trame intese come "storie", "segreti" che la notte tesse di nascosto (ovviamente qui sfrutto il fatto che il tessuto ha una "trama"). "nel bestiario astrale e sul vestiario della luce" ribadisce dove avviene tutto questo: il bestiario astrale sono le costellazioni (nelle 88 ci sono anche aquila ariete camaleonte ad esempio). Ancora una volta trovo il suggerimento sugli "a capo" molto opportuno Non comprendo questa strofa tutta da sola. Qui dovrebbe iniziare dopo l'ascesa vertiginosa (fulmine contrario, monumento delle costellazioni addirittura) e la clamorosa caduta (dalle stelle ai calzini verrebbe da dire), una possibile risposta. Ho scelto una parte del mio cognome "grosso" e l'ho associata a "sale", termine spesso associato alla sapienza. "Sale grosso" sarebbe quindi la mia personale "sapienza grossolana" nonché il simbolo di un paradosso del mio rapporto con le persone: una metà di esse dice che son troppo caldo, una metà afferma che io sia troppo freddo. Io non sono il fuoco che scioglie, non sono il ghiaccio che anestetizza. Allora cosa sono? Sono il sale grosso (cioè la mia sapienza grossolana) che secondo le situazioni soccombe al caldo (si scioglie in acqua calda) oppure combatte il freddo (il sale, proprio quello grosso, si sa, scioglie il ghiaccio). Non mi piace: per gusto personale la cancellerei Probabilmente questa parte sul "sale grosso" che io trovo necessario come compimento del senso (non sono né Prometeo né un calzino spaiato ma sono invece come il sale grosso) è meno riuscita a livello metrico e musicale. Non ti suona. Anche a me questi versi "a pelle" non suonano piacevoli come gli altri, ma li trovo necessari come compimento del senso.
  11. Giuseppe Grosso Ciponte

    Io sono (dunque non esisto)

    @Floriana grazie della lettura. Le questione da te poste richiedono riflessione. Mi riprometto di risponderti in serata con dovizia di particolari. Aspettati una seconda "citazione".
  12. Giuseppe Grosso Ciponte

    Io sono (dunque non esisto)

    M'è scappato, perché non stavamo commentando e chissà quante volte mi è già scappato
  13. Giuseppe Grosso Ciponte

    Io sono (dunque non esisto)

    @Edu tu invece sei decisamente un po' patafisico, ma forse anche un po' Campanilesco (nel senso di Achille)
  14. Giuseppe Grosso Ciponte

    Io sono (dunque non esisto)

    Per quanto riguarda poesia e scienza io assolutamente reazionario, quindi rimpiango il tempo in cui tra le due non c'era contrapposizione. Oggigiorno credo che la collisione delle due cose crei più che altro spiazzamento e straniamento. Vuoi 2 scrittori super-scientifici: Asimov (di mestiere faceva il fisico) e Calvino. @dirk
  15. Giuseppe Grosso Ciponte

    Io sono (dunque non esisto)

    Si @dirksono finito sul forum, come molti, per cercare informazioni sulle case editrici. Poi mi sono piaciute molte cose che ho letto (ad esempio apprezzo molto le cose di @Edu) ed ho deciso di partecipare in pianta stabile. Scrivo cose più lunghe rispetto a quelle pubblicabili agevolmente su WD: questo è forse il motivo per cui pubblico soprattutto poesie (le uniche cose brevi che ho e che altrimenti leggo solo io 😀).
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