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niccat13

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  1. niccat13

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    @loStraniero non so come funzionano i gruppi di Telegram ma può essere un’idea!
  2. niccat13

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    @loStraniero facci sapere come andrà l’invio all’estero! come facciamo a “ritrovarci” sul nuovo forum? @Marazani complimenti davvero!
  3. niccat13

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Cosa faremo adesso che il forum chiude? Perdiamo tutte le informazioni raccolte?
  4. niccat13

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Sapete se EFFE- Periodico di altre narratività - è ancora attivo?
  5. niccat13

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    La mia esperienza è che rispondono nel giro di due mesi (se rispondono). Io mando quindi a varie riviste, e se vinco la lotteria e ricevo una risposta positiva, avviso le altre a cui ho mandato.
  6. niccat13

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Avete un consiglio su dove meglio proporre un racconto dallo stile lineare e pulito che parla di amicizia e di vita? La mia non è una scrittura pulp, né giovane, né sperimentale... Grazie ;-)
  7. niccat13

    Ferragosto

    Questo il mio commento: Ciao a tutti ho scritto questo racconto, mi farebbe piacere sapere cosa ne pensate. Grazie mille;-) Arrivo a mezzogiorno, dopo un viaggio di due ore attraverso la linea immobile della pianura padana. Ho oltrepassato paesini lunghi e stretti con le porte sulla strada coperte da tende scure, le serrande abbassate dei negozi, la luce furiosa di agosto che filtra dal vetro della macchina. Appena scendo dall’auto mi invade un’ondata di afa. Il cortile è un’aia quadrata in terra battuta: ai tre lati, costruzioni basse e tettoie immerse nell’ombra. Un paio di biciclette sono appoggiate al lato del portone, un cane abbaia e mi viene incontro. Isabella si avvicina con le braccia aperte, ondeggia i fianchi mentre trascina i piedi nelle sue ciabatte infradito. Ha i capelli ricci raccolti in una coda, le lentiggini che le ricoprono gran parte del viso, gli occhi che si illuminano in un sorriso. «Sei arrivata, finalmente! Che bello che sei venuta, Cri.» E mi abbraccia. «Prendi le tue cose, ho fatto la limonata. Poi ti faccio vedere la stanza.» Abbiamo studiato insieme all’Università, Lettere antiche. «Ma grazie a te, invece, che mi hai invitato. Oddio, più che altro mi sono autoinvitata» le dico, e mi viene da ridere. Sola alla vigilia di Ferragosto, non ho nessun programma per le vacanze. Le ho telefonato per chiederle se potevo stare da lei e il caso ha voluto che abbia un esame di Stato a settembre, per cui è a casa per studiare. Abita qui da quando si è laureata, il casale era dei suoi nonni e ci si è trasferita quando l’ha ereditato. L’ho presa in giro per questa sua scelta da eremita, mi sono sempre chiesta come fa a vivere sola nella campagna mantovana con la compagnia solo di un paio di gatti, un cane e le galline. La terra attorno, e tutta la parte del fienile e delle stalle, l’ha affittata a un’azienda agricola. «Beh, come stai?» mi chiede, con il frinire delle cicale in sottofondo e piccole gocce di sudore caldo che si formano ai lati della bocca e sulle tempie. «Un po’ meglio, adesso.» Non aggiungo altro, non voglio parlare di Luca, di Anna. Ci ho pensato tutto il viaggio, a come doveva essere, a cosa ho sbagliato. Dopo pranzo, mentre lei si ritira per studiare, io prendo una bicicletta e percorro il sentiero che passa da dietro il casale e porta al fiume. Sulla stradina ci sono cespugli di rovi con grosse more che puntellano i rami. Mi fermo a mangiarne qualcuna. Il sapore è aspro e dolce insieme e mi sporco le mani di quel succo rosso che si attacca alle dita. Prima di arrivare al fiume, scendo dalla bici e la spingo con le mani. Ci sono solo in rumori lontani che arrivano dalla strada, le cicale, ancora. Se mi fermo ad ascoltare, sento anche piccoli scricchiolii che arrivano dall’erba, e intorno, campi e campi coltivati. L’odore acre della natura seccata al sole mi fa venire voglia di fare un bagno. Arrivo al fiume, tolgo i sandali e metto i piedi nell’acqua fresca. Mi sdraio e con il viso sfioro fili d’erba che pungono, sento i moscerini che mi ronzano intorno. Luca mi accarezzava il viso quando eravamo da soli, mi baciava sul collo e dietro le orecchie. Uno sbuffo d’aria muove le foglie degli alberi. Chissà se anche Anna la accarezza così. Se quando la bacia, si ricorda un po’ di me. Luca e Anna, insieme, mi chiedo dove saranno adesso, se su qualche spiaggia a prendere il sole, o chiusi in camera a fare l’amore, mentre io sono qui. La sera Isabella mi porta in paese. È la settimana di Ferragosto, ci sono le lucine appese sulla strada principale, panche di legno e tavoli, qualche giostra, l’orchestra e la pista da ballo. Lei conosce tutti, mi presenta ai suoi amici, dice loro che sono la sua amica che ha fatto carriera, quella che lavora all’Università. Non che sono lì perché il mio fidanzato mi ha piantato alla vigilia delle vacanze per una studentessa del terzo anno. Ma a me sembra che tutti me lo leggano negli occhi. Bevo uno, due, tre bicchieri di vino rosso, è buono, corposo. Mi invitano a ballare, una polka , un walzer. Mi ricordo quando ho imparato, con la nonna, avevo dodici anni e lei sosteneva che almeno un ballo bisognava saperlo fare. Anche Isabella balla, mentre ruotiamo sulla pista a volte incrociamo lo sguardo, e mi viene da ridere. Ci fermiamo anche al banchetto dei dolci e delle caramelle, compriamo un sacchetto pieno a testa. Sarebbe impossibile mangiarle tutte, penso, ma che felicità averle tutte in una mano: un sacchetto pieno di desideri, penso. Torniamo a casa passando per i campi. Lei mi tiene a braccetto, io guardo in alto, ma mi gira tutto. Adesso sono i grilli, a cantare. Seguo la linea delle stelle mentre cammino, mi pare di riconoscere la Via Lattea, Venere, il Carro. «Le vedi anche tu?» le chiedo, e indico il cielo. Isabella mi risponde che sì, le vede tutte le sere, che sono buffa a non ricordarmi che lì le stelle sono più vicine. «C’è più spazio qui», le dico. «Si vede che respirano meglio.» Lei si mette a ridere. Poi un lampo attraversa il cielo. «Isa, l’hai vista?» Mi emoziono come una bambina. Erano anni che non vedevo una stella cadente. «Sì! Era enorme. Hai espresso un desiderio?» «Aspetta…» «No, devi farlo subito, se no non vale.» «Va bene, va bene. Ecco fatto.» Mi addormento pensando alle stelle. Con la finestra aperta, nel silenzio della stanza, entra solo il canto di un grillo. Ogni tanto arriva la brezza fresca, leggera della notte e il profumo dolce dei gelsomini.
  8. niccat13

    Miraggi - editato

    Questo il mio commento: Vorrei ripostare qui il mio racconto, MIRAGGI, che ho riscritto sulla base delle varie indicazioni. Mi piacerebbe molto avere un riscontro su questa nuova versione. Grazie a tutti! Miraggi Abito nello stesso paese da sempre, non lontano da casa dei miei genitori, a un’ora di treno dalla città. Quarant’anni che giro negli stessi metri quadrati, tutto nel raggio di pochi chilometri. Ma a me piace così. Oggi sono a Milano per un preventivo per ristrutturare un negozio di fiori. È andata bene, il progetto è piaciuto, peccato solo questa pioggia e il freddo che sono arrivati all’improvviso mentre ero già fuori casa. Non ho nemmeno l’ombrello. Le gocce di fango dai paraurti delle auto schizzano ovunque, l’aria è elettrica. Trovo riparo sotto la pensilina dell’autobus e mi faccio spazio dietro una signora con il carrellino della spesa e un impermeabile azzurro, lo sguardo dritto davanti a sé. Comincia a piovere più forte e altre persone si accalcano intorno a noi. Il tragitto è sempre uguale: autobus, poi treno e in macchina fino a casa. La baby sitter va via alle cinque, ho appena il tempo per passare da mamma per un caffè, prima di andare a casa, gliel’avevo promesso. Dall’altra parte della strada c’è uno di quei ristoranti milanesi tanto di moda: una terrazza con ampie vetrate, illuminata da file di luci attorno all’entrata, piante di bambù ai lati. Nella patina grigiastra il locale spicca come un’oasi, luminoso e invitante. Devo dirlo a Paolo, penso, potremmo prenotare lì la prossima cena fuori. Poi lo vedo. È mio padre. È lì seduto con una donna, si tengono la mano. Ma quella donna non è mamma, ne sono sicura. È una donna bionda, da lontano mi sembra più giovane di lui. Mi chiedo se sia una sua amica. Sono stretta in mezzo alle persone e comincio a muovermi per farmi spazio. La signora davanti a me si gira infastidita, scavalco il carrellino della sua spesa, avanzo tra le giacche bagnate, gli stivali e le scarpe della piccola folla radunata lì sotto, spingo avanti e di fianco, qualcuno si lamenta. Le loro proteste mi arrivano ovattate come il rumore della pioggia che batte sull’asfalto. Appena riesco a uscire dal nugolo di persone mi fermo a guardare di nuovo. Devo essermi sbagliata, papà a quest’ora di solito è al circolo, a giocare a carte. Ha settant’anni, mica venticinque, non può essere lui. Attraverso la strada, piove sempre di più e le gocce mi scivolano dentro il capotto e negli stivali. Le calze sono già bagnate, la fronte è coperta di un misto di sudore e acqua. Ho il respiro affannato, sento che si blocca a metà del petto. Mi avvicino al bar senza farmi notare e li osservo immobile da dietro una colonna del gazebo. È proprio lui. Riconosco la giacca di camoscio chiaro, il taglio di capelli sulla nuca e il profilo con il suo naso sottile, le mani grandi. Lei ride, e mentre lo fa tira indietro la testa, si aggiusta i capelli. Poi lui si alza e la bacia sulla bocca, carezzandola. Entro veloce nella tabaccheria di fianco per non farmi vedere. Da dentro lo vedo che va alla cassa, mi giro verso l’espositore delle cartoline e ne prendo una a caso. «Prendo questa e… un pacchetto di Marlboro rosse. E un accendino, sì un accendino, grazie», farfuglio. Entrano altre persone, io rimango nell’angolo e guardo fuori. Mio padre e la donna si alzano e se ne vanno sotto l’ombrello, abbracciati. Esco dalla tabaccheria e mi siedo in quello stesso bar. Ho bisogno di pensare. Il cameriere mi porta il caffè macchiato, lo giro nella tazzina fino a farlo uscire dai bordi. Lascio cinque euro sul tavolo e fermo un taxi per andare in stazione. Prendo il treno per tornare a casa, a ogni fermata guardo l’orologio. Mi torturo un’unghia fino a spezzarla. Lo smalto rosso si apre ai lati e con la limetta rimetto a posto il bordo, poi ricomincio. Quando arrivo sotto casa dei miei genitori il cortile è vuoto e ha smesso di piovere. Di fianco a casa c’è un canale, è lì che andavo a fumare di nascosto dai miei. Lo faccio ancora di nascosto, non lo sa quasi nessuno, a parte Paolo e le mie amiche. Non mi sono mai vista come una vera fumatrice. Tiro fuori il pacchetto e mi accendo una sigaretta, il fumo mi calma. Ho pensato tante volte di smettere ma sono debole, su questa cosa. Guardo verso il palazzo, al terzo piano la luce della cucina è accesa. Mamma si starà chiedendo se verrò a berlo, quel caffè. La tazzina pronta nella macchinetta, lei seduta in poltrona con le sue matasse di lana, sferruzzando un maglioncino per le bambine. Non manco mai ai nostri appuntamenti, penserebbe subito che è successo qualcosa. Mi decido, suono il campanello e salgo. Mentre mi infilo in ascensore mi assale il dubbio che sia tutta un’allucinazione, un miraggio nel riflesso della pioggia. Un po’ come nel deserto, però al contrario. Poi rivedo la scena, limpida come se fosse davanti a me, e la nausea mi esplode nello stomaco. Entro e mi tolgo gli stivali sporchi di pioggia e fango, poi il cappotto. La casa è calda, odora di caffè appena fatto. «Mamma» la chiamo «sei in cucina?» «Si, si. Vieni!» Appena la vedo le do un bacio sulla guancia, è morbida e profumata. «Elena, questa macchinetta che ci hai regalato è stupenda, il caffè lo fa in un minuto. Una meraviglia» La guardo e mi sforzo di sorridere. «Scusami mamma. Possiamo andare un attimo di là e sederci? Devo dirti una cosa.» «Cos’è successo?» Lei mi accompagna. Ci sediamo vicine sul divano. Prendo fiato. «Non so come dirtelo, e non so se faccio bene a farlo. Ho visto papà, in centro a Milano. Era con una donna.» Lei ha un lieve sussulto, deglutisce e piega le labbra. Poi si china verso la cesta del cucito, prende i ferri e riprende il lavoro a maglia. «Mamma» insisto io, «hai capito cosa ti ho detto?» Lei continua a sferruzzare, concentrata. Prende la rivista di cucito, la gira su una pagina e me la indica. «Vuoi che lo facciamo con le maniche lunghe o tipo gilet?» «Voglio che mi ascolti, mamma. Papà ha un’altra.» «Io lo preferisco con le maniche lunghe. Mi sembra più comodo.» E riprende a lavorare. Rientro in cucina. Il caffè è freddo, lo bevo lo stesso. Restiamo così, io appoggiata al bancone della cucina, lei in salotto, per un po’ di tempo. Quando torno di là, lei è ancora sul divano, lavora a maglia. Ha ricominciato a piovere, il ticchettio copre i rumori. «Devo andare mamma, la baby sitter mi aspetta.» «Si, certo, vai. Se vuoi domani vieni a pranzo. Ti preparo un risotto.» «Mamma, lascia stare. Sai che mangio sempre di corsa.» La domenica, siamo seduti tutti intorno al tavolo per il compleanno di mio fratello, a casa dei miei. Le bambine si alzano subito da tavola, gli uomini discutono di calcio. Mamma continua a parlarmi come se non fosse successo nulla. Finito di mangiare, con una scusa mi alzo a vado di là. Entro nello studio di papà: i suoi libri, le planimetrie arrotolate, tutto è in ordine, perfetto. Anche io sono architetto, come lui. Da piccola lo aiutavo a mettere a posto, a separare i bozzetti finiti da quelli in corso, fare le punte alle matite, allineare i libri sugli scaffali. Ancora oggi è impeccabile, un mondo regolato e sicuro, racchiuso nel metodo. Torno a tavola. C’è il dolce, mamma mi guarda e cerca un sorriso, un gesto. Papà le prende la mano e poi la bacia. Un bacio gentile, come una promessa. È tutto a posto, penso. È tutto come deve essere. «Esco in balcone un attimo» dico. Prendo la borsa, tiro fuori le Marlboro. «Vado a fumare una sigaretta.» Sorrido. Anche io voglio imparare a volare.
  9. niccat13

    Ferragosto

    @leonreno83 Ho pensato di dare una svolta sul finale, una rivelazione: Isabella svela all'amica Cristina che ha da poco saputo che è malata di leucemia, in uno stadio precoce. Questo ribalta tutto. Ve lo posto editato appena ho finito...
  10. niccat13

    Ferragosto

    Nell'ordine: gusto, udito, vista, olfatto e tatto. Troppo didascalico, guarda che me ne accorgo Ma sai che non me ne ero accorta io? Incredibile. Hai proprio ragione. L'ho scritto così, senza intenzionalità. È così brutto l'anacoluto? a me piace... giustissimo hahahaha caspita, così è difficile. Devo provare. grazie @Komorebi !
  11. niccat13

    L’incontro

    Questo il mio commento: lascio qui un frammento che ho scritto, si tratta di un INCIPIT. Mi piacerebbe molto avere una vostra opinione! A novembre l’odore è quello della terra umida, della nebbia, il colore quello grigio del fumo che esce dai comignoli. È un mese che di solito percorro in fretta, in cerca di posti caldi dove rifugiarmi perché il tempo scorra più veloce possibile. Ma basta un dettaglio e il tempo si ferma, lo spazio si dilata e diventa talmente grande da spaventare. Quel pomeriggio entrai in un bar del centro per scaldarmi le ossa. Bighellonavo già da un’ora per negozi alla ricerca di non so quale regalo per una collega dell’agenzia, mi ero presa l’incarico perché sono la creativa del gruppo. Mi occupo di grafica pubblicitaria, e a detta di molti, sono brava. Ma il regalo ancora non l’avevo trovato, mi ci voleva un caffè per ritrovare lo spirito giusto. Entrai di fretta e incrociai subito lo sguardo di Tommaso. Era alla cassa, stava pagando, e non era solo. Accanto a lui c’era una donna esile come una cavalletta, i capelli lunghi e neri, il profilo sinuoso. Si stava infilando il cappotto e mentre allungava le braccia aveva scoperto un pancione a punta, elegante come il suo sorriso, ma che a me era parso quasi un pungiglione di vespa. In quel momento credo di avere aperto la bocca, forse di aver quasi urlato, e di aver soffocato il grido con una mano. Ciò che ricordo perfettamente è che l’istante dopo ero già fuori dalla porta, camminavo veloce cercando di allontanarmi in fretta da quello che avevo appena visto. E mentre fuggivo, pensavo che la mia vita sarebbe finita in quell’istante, che mi sarei gettata sotto un treno, sarei impazzita, morta, e non sarei mai più riuscita a respirare né a vivere oltre. Poi trovai una panchina, mi sedetti, e piansi.
  12. niccat13

    Ferragosto

    Grazie @Dougie hai ragione quando dici che questi passaggi interrompono la narrazione. Ne prendo nota sicuramente! e poi manca qualcosa, che renda incisivo il racconto. Una rivelazione, forse. ci lavoro sopra!
  13. niccat13

    Ferragosto

    Grazie @Kiarka per il tuo commento, per aver letto il racconto e avermi scritto ciò che ne pensi. Credo anche io che sia un racconto troppo minimalista, dove non accade quasi nulla, solo una piccola impercettibile vibrazione che spinge in avanti la storia della protagonista. Forse troppo impercettibile!
  14. niccat13

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    @loStraniero @Gastone83 mi sembra quindi di non essermi allontanata molto dalla realtà. Io effettivamente sono riuscita a pubblicare solo Sulla Quarta Corda, e avevo inviato il racconto a molte altre riviste. Come palestra di scrittura è un po' fine a se stessa. Se questa è l'aria che tira con i lit-blog, è un po' sconfortante. Anche perché poi vai a vedere chi sono i redattori / curatori delle riviste e sono quasi tutti ragazzi abbastanza giovani, non possono materialmente avere tanta esperienza nel mondo editoriale, o sbaglio?
  15. niccat13

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    @Gastone83 tu ci sei riuscito?
  16. niccat13

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Ho partecipato a una Call di racconti (il mio non è stato selezionato) e mi sono accorta che nell’elenco dei vincitori sono tutti o autori di blog, di altre riviste letterarie etc . Mi è sorto il dubbio che soprattutto nelle riviste più conosciute si pubblichino quasi solo autori tra “i soliti noti”, un po’ come se fosse un circolo a sé stante. Chiedo anche a voi se avete mai avuto questa sensazione. grazie !
  17. niccat13

    L’incontro

    hahahaha ...uno a uno palla al centro!
  18. niccat13

    L’incontro

    @Ume FingebaTi ho punzecchiato con una domanda ironica chiedendoti se dai spesso consigli di scrittura e non hai colto la mia ironia, scusami. credo che tra di noi si debba cercare semplicemente di confrontarsi in maniera onesta, è una palestra di scrittura, per questo si chiama "Officina" ...io non mi sognerei mai di dire a nessuno che "do spesso consigli di scrittura", neanche se fossi Margaret Atwood!
  19. niccat13

    L’incontro

    haha la mia era una domanda ironica... ti sentivo così sicuro delle tue capacità che volevo punzecchiarti 😄
  20. niccat13

    Ossa

    Ah no, io non avevo capito! Ma proprio per niente... non ci sono elementi nella storia che lo facciano capire... non mi era venuto nemmeno il dubbio. Se quello è il tuo intento, di sicuro va inserito qualche indizio in più ;-)
  21. niccat13

    Ossa

    Lascerei solo mezzo addormentato Diventava senza virgola Maiuscola: Il signor Troppo repentino: all'improvviso si parla di un "mostro" mai menzionato prima... qui ci va la virgola: Lo so, ragazzo vacillò questo è superfluo. Ciao, ti ho segnalato alcune cose che ho visto per ripulire un po' il testo, che in generale però è scritto bene e senza refusi (che io abbia visto!) Io chiamerei Louis solo "bambino", nel senso che a cinque anni non è ancora un ragazzino. Il racconto è molto carino, mi sembra intrigante il fatto che chi sia un segreto che passa da padre in figlio, ma darei un sostegno più deciso alla trama, inserendo qualche elemento in più: come mai l'ex sceriffo conosceva il segreto del signor Tomei e non lo ha mai rivelato? Che relazione c'era tra lui e il signor Tomei? potresti insinuare che fossero complici, o che avessero un patto... chissà. Metterei anche un'indicazione spazio - temporale: dove ci troviamo? In che periodo storico? Mi piace l'incipit e la descrizione della malattia del padre, mostrata e non raccontata. Il fatto che il bambino gli porti lo sceriffo Pat Garret. È un immagine molto riuscita. Il finale invece è più frettoloso, come se avessi avuto voglia di finirlo al più presto: Chiudi tutto con un dialogo, ma non dici chi parla, non racconti gli antefatti, salti alle conclusioni troppo velocemente. Potresti provare a curare il finale in modo più attento così come hai fatto con l'incipit. Ecco in conclusione, secondo me il racconto c'è ma ci devi lavorare un po' di più, dargli più corpo, più sostanza. Anche aggiungendo qualche descrizione sensoriale, qualche odore, colore, rumore. Spero che il mio feedback ti sia utile ;-)
  22. niccat13

    L’incontro

    @Ume Fingeba non credo di aver capito. Mi suggerisci di scrivere un racconto volutamente brutto? Davvero non ho capito... Questa tua frase mi ha lasciato perplessa! Ti capita spesso di dare consigli di scrittura?
  23. niccat13

    L’incontro

    @Ume Fingeba impressionante la tua analisi del testo, lo hai sezionato con una precisione chirurgica. Io non riesco a scrivere in terza persona ... o meglio, ne ho molto timore. Secondo te questo testo ne guadagnerebbe? potrei fare l’esercizio. grazie per una lettura così attenta ;-)
  24. niccat13

    L’incontro

    Wow 😯 grazie! Hai proprio ragione!
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