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niccat13

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  1. niccat13

    Lungo il Tevere

    Ciao a tutti, vi lascio qui un mio breve racconto, mi piacerebbe avere una vostra opinione. Questo è il commento: E questo è il racconto: Chissà quando si staccherà questa gomma dalla suola delle zeppe. Provo a sfregare la scarpa sul bordo di un’aiuola. Marina mi accompagna, ha gli occhi fissi sul cellulare e ogni tanto parla da sola, manda audio a tutta velocità che nemmeno io riesco a starle dietro. La sua è una cronaca in diretta della nostra giornata, solo che io sono presente solo nelle stories di instagram, in realtà non so neanche come sta, non gliel’ho chiesto. Abbiamo comprato una lattina di Coca Cola e andiamo a fare un giro sul lungotevere, “forse ci sono Fede e gli altri”, mi fa lei. Io nicchio con la testa, non mi va di vederli, almeno non ora, ma poi so che mi farò prendere e passeremo la serata insieme. È estate, fa caldo a Roma, un’afa che è pesante e mi pesa sulle spalle, quella gomma sempre appiccicata sotto il sandalo mi dà noia, allora prendo un legnetto e cerco di toglierla. È un po’ come noi due, sempre attaccate, giriamo insieme e non ci stacchiamo mai. Io Marina non la voglio staccare da me, è un’appendice mia, la rivendico come un trofeo quando esco di casa. “Mamma esco con Marina”, è tutto lì il segreto, stare sempre con qualcuno che così i tuoi stanno tranquilli e non si preoccupano, e fa lo stesso se perdiamo l’ultimo autobus, perché semmai torniamo a piedi. Marina ha gli occhi azzurri, i capelli neri lunghi che si appoggiano sulle spalle nude e abbronzate. È più bella di me, ed è anche più alta. Ma non fa niente, perché tanto lo so che non sarò mai come lei. Abbiamo appoggiato la lattina sul parapetto del ponte, c’era anche un giornaletto di quelli che vendono alle edicole. Meno male che stasera non ci ha visto la solita stronza che gira con il barboncino avanti e indietro, già una volta ci ha rotto le palle perché avevamo lasciato le lattine e le carte per terra, ma a noi non ce ne frega niente e abbiamo continuato a farci i cazzi nostri. Marina compie sedici anni fra un mese, ho pensato di regalarle una cover dell’Iphone, una di quelle trasparenti con dentro le palline che nuotano in una specie di gelatina, mi piace perché è una cosa che ha sempre in mano. Dal cellulare non si stacca mai, per quello neanche io, in questo siamo uguali. Fede e gli altri sono con noi sul ponte, si vede il fiume e poi le luci che si accendono alle finestre, il cielo diventa scuro: è quasi notte. “Dai l’ultima sigaretta e poi andiamo” mi dice Marina, io l’aspetto volentieri ma questa sera proprio non mi va di fermarmi di più, e poi ho una serie che voglio vedere su Netflix e se non torno presto non me la fanno vedere e mi tolgono la password della wifi, non ho mica voglia di stare lì a discutere. Marina mi prende la mano, camminiamo verso casa, siamo su corso Francia, è una bella camminata perché l’autobus l’abbiamo perso, “Vieni” mi dice lei, “attraversiamo qua, che il semaforo dei pedoni ci mette una vita”, “ok”, le stringo la mano scavalchiamo il guardrail. “Stai attenta che ti si impiglia la maglia.” “No non posso andare più veloce ho le zeppe, e poi mi si è attaccata sotto una gomma” ho quella sensazione di non riuscire ad alzare bene il piede. “Ma scusa non puoi mica comprarti delle scarpe più comode, guarda che adesso non passa nessuno, non ci sono macchine, passa adesso cerca di correre.” Mi giro, sì sembrava che non arrivasse nessuno è un attimo e in quella frazione di secondo rivedo la mamma e poi papà e Fede che alla fine è vero che mi piace, e io voglio andare all’università e poi fare un viaggio in Australia e vedere la Coral Bay, e la micro frazione di secondo è passata e così … il suv. Attenta! Il suv.
  2. niccat13

    Prima della neve

    Caro @Piovasco, lascio qui il mio commento al tuo racconto. Lo stile è fluido e mi piace l'invenzione narrativa dell'incipit che si ripete. è un frase un po' lunga, che a mio parere va spezzata, potresti mettere un punto dopo "cielo", e formulare un'altra frase con il resto. questa frase non l'ho capita! toglierei il "dei" ci sono troppi punti esclamativi! L'ultima parte perde di efficacia perché ha molti refusi, ma immagino te l'abbiano già detto. Il racconto nel complesso mi è piaciuto e l'ho trovato molto poetico, forse manca un po' di emozione, c'è molta descrizione, ma è comunque una piacevole lettura!
  3. niccat13

    Con buona pace di tutti

    Forse potresti inserire nella prima parte qualche accenno o indizio, per esempio una foto di padre e figlia sulla scrivania o un pensiero del maggiore, insomma qualcosa che aiuti il lettore a intuire per quale motivo sia in lutto, per poi svelarlo nella seconda parte...
  4. niccat13

    Typee, come funziona? L’avete provato?

    Grazie @RobinK per la tua risposta. Io ho pubblicato un racconto, ma mi rimane il dubbio: devo fare qualcos'altro per fare in modo che venga letto? Perché qui, per esempio, in Officina, si possono pubblicare racconti o frammenti solo se si è prima recensito un altro scritto, e questo fa in modo che si legga e si venga letti. Su Typee non ho capito come funziona. E non ho capito se bisogna scegliere un editor...
  5. niccat13

    La frattura

    Grazie di cuore. Ho già apportato tutte le correzioni, perché hai ragione in tutti i tuoi commenti!
  6. niccat13

    Typee, come funziona? L’avete provato?

    Buongiorno a tutti spero sia la sezione giusta del forum. mi piacerebbe sapere se alcuni di voi hanno mai provato typee, la piattaforma di scrittura della scuola Belleville. Io ammetto di essere molto incapace , ma non sono riuscita a capire come funziona. Mi sono iscritta ma poi non ho capito come fare. È a pagamento ? Ringrazio in anticipo chi riesce ad aiutartmi!!!!
  7. niccat13

    La frattura

    Buongiorno a tutti. il mio commento: E qui di seguito il mio racconto. Mi piacerebbe molto leggere le vostre opinioni! Grazie! La nonna è ricoverata da gennaio in una casa di riposo per riabilitarsi da una frattura al ginocchio. Da qualche giorno però le visite dei familiari sono state sospese, e ci possiamo sentire soltanto al telefono. Oggi è il primo di marzo. Il suo appartamento è rimasto vuoto per tutto questo tempo. Mamma ha messo le lenzuola sopra i mobili e il divano perché non si impolverino, ha chiuso il gas per evitare perdite e abbassato tutte le tapparelle. Si trova al piano terra della nostra palazzina, e io ho il compito di andarci una volta al giorno per controllare che tutto sia in ordine. È così che tutti i giorni scendo le scale di marmo del palazzo, appoggiandomi al corrimano di legno lucido. «Non ti appoggiare come i vecchi, tu non ne hai bisogno» me lo ripete ogni volta quando scendiamo e saliamo queste scale insieme. Sono scesa per la mia ispezione quotidiana. Quando giro la chiave nella toppa e apro piano la porta, l’odore mi pervade. Un misto di acqua alle rose, candeggina e polvere. La casa della nonna è buia e silenziosa. Le lenzuola posate sugli oggetti sembrano tanti cavalli bianchi immobili, pronti a prendere vita. I quadri appesi alle pareti sono ombre scure come pertugi di una fortezza. La luce entra vischiosa dalle fessure delle tapparelle. Fuori il giorno è assolato e il cielo è azzurro, come da tanti giorni a questa parte: le giornate non sono mai state così luminose a inizio di marzo, o forse lo sono di più perché non c’è traffico, né inquinamento, perché è tutto fermo. La città è in quarantena. Faccio un giro per le stanze, accendo le luci. Il lampadario della cucina ha una forma asimmetrica, è di vetro rosso smerigliato e proietta fasci di luce irregolare sulle pareti. Ogni volta che mi siedo a tavola in questa cucina, guardo affascinata quelle strisce. L’ultima volta che ho cenato con la nonna c’era lo spezzatino, ed era dicembre. Fuori faceva freddo. Nonna si siede sempre con le spalle alla finestra, con indosso il grembiule da cucina e una gamba inclinata come se fosse pronta a scattare per andare a prendere quello che manca. Sta seduta e in piedi, in una sorta di ambiguo equilibrio nervoso. Ceniamo sempre in silenzio, mentre lei sorseggia un bicchiere di vino rosso e la televisione è accesa sul telegiornale. Io osservo le sue mani con le nocche spesse, le unghie corte e pulite, le vene in rilievo. Quelle mani forti che mi hanno afferrata e stretta così tante volte, tanto che mi sembra di sentire il loro calore anche adesso. Le mani della nonna hanno tante forme, si trasformano in abbracci, in carezze, lavorano sicure sul ripiano della cucina, sorreggono buste della spesa, cuciono abiti e pantaloni con le pence. Di fianco al tavolo del soggiorno, sulla finestra, c’è la macchina da cucire e un ampio ripiano dove nonna si appoggia per tagliare la stoffa. Nonna fa la sarta, ma io non so cucire. Anche se è in una casa di cura, non mi immagino la nonna seduta su una sedia tutto il giorno, senza fare niente. E soprattutto con le mani ferme. Prendo con me la borsa del cucito e i ritagli di stoffa che ho visto vicino alla macchina per portarglieli. Poi do da bere alle piante: il rododendro soffre la mancanza di luce, rinchiuso dentro casa. Quando rientro di sopra, la mamma è al telefono. «Ma… no aspetti, un attimo… mi dica almeno…Oh! Santo cielo.» Si siede. Guarda davanti a sé, ma è come se non vedesse niente. I capelli di solito impeccabili prendono una piega confusa, le unghie smaltate di rosso ancora strette sulla cornetta. «Fabrizio», grida, «Fabrizio» Papà accorre in anticamera. In pochi secondi tutto si trasforma in caos. Mamma che si alza ed entra ed esce dalla cucina; poi con il telefono in mano parla e chiama, chiama e parla; papà che si accende una sigaretta, esce sul balcone e chiama anche lui al telefono. Li osservo ipnotizzata. Ho ancora in mano la borsa del cucito, non so cosa fare. «Chiara» mi chiama papà. Mi giro verso il balcone. Papà avanza verso di me, poi mi appoggia le mani sulle spalle. «Chiara, fammi un favore. La mamma è troppo agitata. Vai tu su internet e cerca i numeri di tutti i reparti dell’Ospedale Maggiore. Tutti i reparti eh? Ortopedia, Chirurgia, Pneumologia… mi raccomando. È importante.» «La nonna sta male?» «Dopo ti spiego tutto. Sto aspettando che mi richiami il dottore, adesso vai di là e tirami giù quei numeri. Ho bisogno che mi aiuti tu.» Mentre mi volto per andare in camera, lancio uno sguardo alla mamma. Piange. Fuori il sole brilla ancora intenso come se fosse un pomeriggio di giugno, anche se è solo marzo. Dentro la casa è calato il buio. Le pareti del salone sono decorate con una tappezzeria di foglie verdi e piccoli fiori azzurri. Troppo ostentata per la nostra casa, dice sempre la nonna. Le ricordano le decorazioni della villa dove era stata cameriera da giovane. Aveva lavorato tutta una vita, ma, ci teneva a dirlo, che l’aveva fatto solo perché le andava, che nessuno l’aveva costretta. Era arrivata all’età di ottant’anni senza soffrire malanni, e non chiedeva mai aiuto. Lei era fatta così. Anche se il nonno era morto tempo prima, e lei era rimasta sola, si rifiutava di pranzare e cenare a casa nostra tutti i giorni, eppure stiamo al piano di sopra. Credo che per la nonna servire e chiedere siano sinonimi, azioni che ti tolgono la libertà, per questo non le piace chiedere favori e nemmeno lamentarsi. Quando a fine dicembre è caduta sotto casa e si è rotta il ginocchio, ha cercato un posto dove recuperarsi senza dare fastidio a nessuno. Cerco tutti i numeri di telefono, poi li porto a papà. Mamma ha smesso di piangere. «Ecco qua, li ho trovati tutti» gli dico, porgendogli un quaderno. «Bravissima. Vedi Chiara, è successa una cosa… La nonna stamattina è svenuta nella sua stanza in casa di cura, e l’infermiera ha chiamato un’ambulanza.» «Capisci», lo interrompe la mamma, «ha chiamato un’ambulanza. L’ha fatta portare in ospedale. Adesso, con i reparti pieni di persone ammalate. Invece di chiamare noi.» «Calmati Elvira. Si tratta solo di capire dov’è adesso» la abbonisce papà. «Vuoi dire che non lo sanno?» dico io. «L’infermiera non è andata con loro e la nonna non ha con sé il cellulare.» Non rispondono al telefono, infermieri e dottori non ne hanno il tempo. Mi immagino un letto dimenticato in corridoio, la nonna lasciata lì ad aspettare, nessuno di noi che può andare da lei, né parlare con lei. Le ore successive passano lente, impregnate di angoscia. Mamma rimane seduta sulla sedia accanto al telefono fisso, non si muove. Il suo respiro è intervallato da piccoli singhiozzi. Hanno già chiamato tutti i reparti, ma la nonna non c’è. «Se non la troviamo, e poi si ammala o forse è già ammalata… Oh Chiara, non ci sono respiratori per tutti. Non ce la farà, non ce la farà…» «Mamma, è solo svenuta. Può essere stato un calo di pressione.» L’importate è mantenere la calma. «E se fosse in un altro ospedale? Oddio mio. Se fosse in un altro ospedale, chissà dove. Perché non la trovano?» Io riesco a pensare solo a lei, alla nonna. Il tempo passato insieme, le passeggiate, il parco giochi, lei che mi preparava la merenda, che quando tornavo da scuola in pulmino mi aspettava alla fermata. È già sera. La casa è quasi immersa nell’oscurità, se non fosse per un’unica luce accesa in salotto. Ci comportiamo come se la vita si fosse fermata, come se non ci fosse un dopo, senza avere notizie della nonna. Mamma adesso è sdraiata sul divano, la televisione è accesa ma nessuno ascolta. Dalla strada non si sentono rumori, se non l’abbaiare del cane sul pianerottolo dei vicini di fronte. Papà ha preparato una frittata, è seduto al tavolo e mangia in silenzio. Né io né la mamma abbiamo fame. Ho indosso una maglia a collo alto che mi stringe da morire. La sensazione di questa maglia addosso si confonde con un’altra, più difficile da decifrare. Ha a che fare con mia madre. Lei e le sue dita ingioiellate e il golf di cachemire, il rossetto color ciliegia appena sbavato sugli angoli della bocca. Se ne sta lì sdraiata sul divano a fissare il vuoto, mentre io sono in piedi più in là e la guardo. Provo per lei una compassione malevola. Mi fa pena. È un’avversione istintiva che non ha nulla di chiaro né consapevole. Mi sembra di aver capito all’improvviso qualcosa su di lei. Una cosa terribile. E cioè che non è mai stata capace di essere madre. Che ha relegato le fatiche ad altri. Ha affidato tutto il lavoro dell’accudire alla nonna. La presenza di mia madre nella mia vita, adesso lo vedo, è superflua. E lei ha accettato questa cosa per il semplice fatto che non sarebbe stata in grado di fare altrimenti. Non la reputo colpevole di questo. Senza neanche pensarci, le dico: «vorrei che ci fossi tu mamma, in quell’ospedale.» «Ma cosa stai dicendo Chiara. Hai quindici anni, non comportarti come una bambina!» mi risponde lei. La cosa che più mi fa rabbia è sapere che lei non può capire. Faccio due passi in avanti, prendo la prima cosa che mi capita sottomano e la scaravento per terra. È un vaso di cristallo di Boemia, con rami di eucalipto e ortensie. Lo vedo solo ora, mentre osservo i pezzetti di vetro che si sono sparsi per il salotto. Mille infiniti piccoli pezzi, mescolati all’acqua, e ai fiori e ai petali spezzati. Poi faccio un altro passo, come se non fosse abbastanza, e prendo a calpestare i cristalli, li schiaccio e li striscio lungo il parquet, il rumore che fanno è come lo scrocchio di una tempesta di grandine sull’asfalto. Continuo a premere i cocci sotto le suole con forza, mentre i miei mi guardano, immobili. Mia madre si è alzata in piedi, le mani sulla bocca, soffoca un urlo che nemmeno le riesce bene. Mio padre rimane lì impalato con la faccia stralunata. Esco dal salotto sbattendo la porta, lo stipite trema. Mi chiudo a chiave in camera. Sento lo squillo del telefono.
  8. niccat13

    Con buona pace di tutti

    Ciao Mi è piaciuto molto questo racconto! fresco e scorrevole, a mio parere ben scritto. Brava/o! ti segnalo un paio di cose. Sarebbe interessante inserire un'idea dell'età della protagonista, per empatizzare con lei: è giovane, di mezza età? Anche qualche dettaglio fisico. Nella prima parte non spieghi cosa sia successo al maggiore Tom, di quale lutto si stia parlando né quale sia l'incarico che vuole affidare a Sonia. Secondo me questo crea un po' di difficoltà nella lettura e costringe a dover rileggere due volte per capire bene. questa frase non serve e non è utile alla narrazione, io la toglierei. ecco, proprio qui. Di cosa si deve occupare Sonia? qui non capisco, perché prima avevi scritto che non erano divorziati. Forse sarebbe meglio precisare che erano separati ma non divorziati? anche qui torno a non capire: erano separati, ma lui sostiene che il matrimonio andava a gonfie vele? manca una virgola: Mi serve un colpevole, Ray. Magari LE ha sparato proprio lui Manca il punto interrogativo alla fine al posto dei puntini metterei "crimine" refuso: incinta anche se non avevo dato LORO refuso: Potevo farcela Nel complesso un racconto molto piacevole, con uno stile frizzante, ci si aspetta il colpo di scena finale ma questo non avviene, ed è un bene, perché lascia spunti di riflessione. E poi il fatto che sia un poliziesco (genere che personalmente mi piace molto) lo rende originale. Non se ne vedono in giro molti, di scrittori di racconti gialli! Spero che i miei commenti ti siano utili.
  9. niccat13

    La mattina in cui tutto cambia.

    Grazie per le vostre risposte! Prendo nota di tutto. @Floriana La morte di Iris è un suicidio. È vero che manca qualcosa, e più lo rileggo, più lo capisco... Può essere che manchi il sentimento? Ho questa sensazione. Perdonami, non riesco a trovare il refuso che menzioni qui; mi scoccia perché vorrei correggerlo!! Grazie per la tua lettura @Gualduccig un suggerimento molto prezioso: non avevo mai pensato alle scene come a delle inquadrature, e devo dire che hai ragione. Grazie davvero! @Just Met precisissimo. Incredibile quante cose emergano (refusi compresi, nonostante aver riletto mille volte) con una lettura esterna. Grazie!
  10. niccat13

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Aggiungo Pastrengo, che è rivista e agenzia letteraria.
  11. niccat13

    La mattina in cui tutto cambia.

    Buongiorno a tutti, Vi riporto qui un frammento del mio scritto. Si tratta del momento in cui la protagonista Viola, una ragazza di 17 anni, scopre che la madre ha avuto un incidente. Sarei felicissima di ricevere i vostri commenti! Mi raccomando, siate sinceri e spietati. Altrimenti non serve ;-) grazie! Caterina Nella sua stanza al primo piano, Viola dormiva rannicchiata sotto il pesante piumino invernale, le persiane chiuse e le pareti appena lambite dalla luce fredda del mese di gennaio. Aveva diciassette anni. Federico bussò alla sua porta. «Hanno suonato» mormorò, la voce gutturale di quattordicenne. «Fuori c’è una macchina della polizia. Viola, è successo qualcosa di strano.» Scesero le scale scalzi, fermandosi a metà della rampa. Si udivano i passi del padre nel corridoio. Lì seduti vicini, come quando erano piccoli, tendevano le orecchie per ascoltare. Voci che sussurravano. C’era uomo in divisa, doveva essere un poliziotto: non avevano mai visto un uomo in divisa, lì, a casa loro. Non avevano mai visto un poliziotto da vicino. L’uomo appoggiò la mano guantata sulla spalla del padre, mentre Federico dietro di lei ansimava. Viola si girò appena: «Fai silenzio, Fede! Non sento niente.» Parlavano così piano che a malapena si sentiva la loro voce. Viola tendeva tutto il corpo cercando di carpire qualche parola. Il padre aveva il viso bianco, le braccia lungo i fianchi abbandonate e inermi. Poi lo videro perdere l’equilibrio, quasi cadere sotto il peso delle parole che gli venivano dette. Viola si alzò di scatto, soffocando un grido con la mano. Non appena li vide, il padre si avvicinò a loro in silenzio. Un passo dopo l’altro, adagio. Si chinò verso di loro, guardandoli fisso negli occhi. «La mamma. Ragazzi… Viola. Federico. C’è… c’è stato...» e poi un respiro lungo, affannato. A prendere fiato, se ancora ce n’era. «C’è stato un incidente. » Fu quell’evento a distorcere tutto, come se fosse esploso dentro la loro casa un boato assordante: il rumore, però, lo potevano sentire solo loro. Dall'esterno, la morte della loro madre fu invece un evento silenzioso, perché la compostezza della famiglia racchiusa nel dolore non permise agli sguardi di chi osservava dall’esterno di compatire. Le urla venivano ricacciate in fondo allo stomaco, le lacrime dovevano scendere ordinate, senza drammi. Nessun pianto fragoroso, nessun grido che potesse essere ricordato. Dicevano che era caduta, scivolata su quel pezzetto di sentiero che porta alla cima del Belvedere, da cui si vede il mare. Iris amava passeggiare sola in quei boschi. Dicevano che aveva sbattuto la testa cadendo giù dalla falesia. Le ricerche andarono avanti tre giorni. Sul posto arrivarono uomini esperti armati di tutti i mezzi necessari per recuperare il corpo e analizzare tracce che dessero un significato comprensibile a quello che era capitato. Il bosco era piuttosto fitto nel punto in cui lei era caduta nel vuoto, e il sentiero per arrivare al dirupo non permetteva l’utilizzo di mezzi a motore. I ragazzi del paese salirono a dare una mano, aiutandosi con le roncole, il tipico arnese dalla lama ricurva e pesante che serve a sfoltire la vegetazione. Il corpo forestale scandagliò la zona con i cani, cercando tracce e resti tra la folta boscaglia, e venne impiegato anche un elicottero che recuperò frammenti di indumenti impigliati nella fraglia che scendeva fino al mare.
  12. niccat13

    Increspature

    Ciao, riporto qui le mie osservazioni sul tuo frammento. Nella frase precedente scrivi di visi scoperti, e subito dopo la ripetizione "volti scoperti" appesantisce, cercherei qualche altra immagine per non ripetere la stessa cosa. molto evocativo. Cerco di capire però: "gote di cera" cosa significa? è un'immagine bella ma non riesco a comprenderne il significato. La donna di cui parli qui è Aida? proferire in questo caso è usato come sinonimo di dire, ma in realtà è un sinonimo di annunciare, quindi cercherei un verbo più adatto, perché ña donna non annunciava ma parlava. anche qui, non riesco a capire il senso di "abbandonare i polmoni". Cara @Ale_cassie (immagino, non so perché, che tu sia una donna!), l'estratto che ci proponi è pulito da refusi e sgrammaticature., ed è già una nota positiva per te! Il testo è molto evocativo e ricco di metafore, il che ovviamente costringe a soffermarsi più e più volte per cercare di capirne il significato ed "entrare nella storia". Sicuramente è frutto di un lungo lavoro di cesello e grande fatica, e credo che questo "sforzo" si noti troppo. Mi spiego: utilizzare vocaboli particolari costantemente (cerebro al posto di mente, gote al posto di guance etc) rende il testo molto artefatto e poco scorrevole, è come se si notasse costantemente lo sforzo dell'autore e non si riuscisse così ad entrare nella storia. È una mia percezione, ovviamente, ma io cercherei di bilanciare con vocaboli meno ricercati per produrre un testo più fluido, senza perdere la poesia. Spero che i miei consigli ti siano utili!
  13. niccat13

    La collina

    Grazie @Francesco Tonin leggo solo ora il tuo commento. Si tratta di un incipit per un thriller, infatti la protagonista poco dopo si imbatterà nella scena di un crimine. I tuoi suggerimenti mi sono molto utili. Di sicuro devo lavorare anche un po’ sulla tensione narrativa!
  14. niccat13

    L'ossessione

    Ciao a tutti, mi piacerebbe ricevere il vostro parere sul mio racconto. Mi sto cimentando in questa sfida del racconto, che è molto più difficile di quanto sembri! Per cui le vostre critiche sono più che benvenute! Grazie Non le era mai successo prima di avere tutta quella fame. Le bastava percorrere pochi metri in strada, non importa verso dove o per quale motivo, che subito poteva riconoscere l’odore di qualcosa di commestibile: la fragranza accesa del pane appena sfornato, l’aroma acre e speziato di un kebab, il profumo dolce e zuccherato di una pasticceria. La città si trasformava per Stella in una ragnatela insidiosa, le vetrine dei negozi di cibo le apparivano come mille occhi seduttori e ammalianti a cui era impossibile resistere, e lei tanto si affannava a cercare di evitarli che in poco tempo si dimenticava del motivo per cui era uscita di casa. Non era per niente grassa, né lo faceva per paura di perdere la sua figura. Ma si era fatta una promessa, e questo valeva più di qualsiasi altra cosa. «Non cederò alle tentazioni fino a quando Massimo non sarà tornato.» E così, giorno dopo giorno, manteneva il suo proposito. Ma di Massimo, da giorni, non si sapeva più nulla. E mentre lei contraeva lo stomaco e conteneva i sospiri, mentre camminava con il naso tappato boccheggiando per non lasciarsi tentare dagli odori delle cucine e delle gastronomie del centro, mentre le sue carni si assottigliavano e lei si trasformava, Massimo era sparito. Lo aveva conosciuto una sera, in un pub che frequentava con i compagni di Università. «Ecco la cedrata piccola con ghiaccio» le aveva detto lui guardandola dritta negli occhi da dietro il bancone. Stella era rimasta con la bocca semiaperta e lo sguardo perso come in un vuoto d’aria, rincorrendo le parole che fluttuavano nella sua mente senza riuscire a connetterle a nessun senso compiuto. Ed era così che era iniziata. Da quel momento aveva perso qualsiasi ragionevolezza e si era abbandonata a quella ossessione impossibile da contenere. Mentre lo osservava lavare bicchieri e spillare birre, aveva capito che non c’era speranza di uscirne. E quindi era tornata ogni sera, da sola o accompagnata, a ordinare la sua cedrata. Stella aveva lunghe trecce bionde, un collo di cigno, occhi grigi screziati di verde e folte sopracciglia dorate. Massimo l’aveva riconosciuta ogni sera, per le trecce, la cedrata, e per quel modo fisso che lei aveva di guardarlo. Lui si spostava i capelli neri ondulati dalla fronte sudata con il dorso dell’avambraccio, guardava verso la porta e lì la vedeva, seduta nello stesso posto ogni volta. Il locale era una vecchia vineria convertita a pub irlandese, con grossi scudi colorati appesi che raffiguravano i diversi clan , bandierine verdi sopra il bancone, legno scuro che ricopriva ogni centimetro del pavimento e delle pareti e panche massicce e scomode dove sedersi. Era affollato e scuro, con lampade dalla luce fioca che non riuscivano a illuminare tutto lo spazio. I soffitti bassi e l’aria tetra davano al pub l’aria misteriosa che attirava ogni sera un bel nugolo di ragazzi. Jack, il proprietario oriundo di Galway, aveva curato nei minimi dettagli ogni particolare dell’arredamento. Stava alla cassa, non si spostava mai da lì, e osservava l’andirivieni di persone con occhio clinico, cercando di captare desideri e interessi degli avventori. Finora gli affari erano andati più che bene. I suoi ragazzi, di cui Massimo era fra quelli con più esperienza, erano formidabili. Li aveva scelti con cura, come i mobili del locale: dovevano essere alti, avvenenti. Veloci e scaltri. Maliziosi e seduttori. Jack voleva mandare Massimo a fare un corso di aggiornamento, perché vedeva in lui grandi potenzialità. «Ti ho iscritto al corso A PLUS FIVE, in Irlanda, il più avanzato della scuola, Massimo» Gli aveva annunciato una sera, quando stavano finendo di caricare la lavastoviglie e il locale era già chiuso. «Sono quattro settimane, tutto pagato. Imparerai un bel po’ di cose, amico mio.» Massimo lo aveva guardato di sbieco, poi si era pulito le mani sul grembiule e si era passato le mani nei capelli. «Jack, quattro settimane? Non posso stare via così tanto. Sai che ho gli esami, e siamo quasi a fine corso…» «Potrai studiare qualcosa anche là, non ti preoccupare. È un’occasione unica, e tu te lo meriti.» «No, non fraintendermi, non sto mettendo in dubbio la qualità della tua proposta, ma non posso andare.» Jack batté entrambi i palmi sul bancone, e si sporse a un centimetro della sua faccia. I peli rossastri della barba erano spessi come crini di cavallo, e avevano una punta ingiallita dal tempo. Le pupille degli occhi erano del colore freddo dell’acciaio, il suo forte odore di birra stantia e fritto di pancetta mescolato al sudore che colava liquoroso dalle tempie dipingevano un’immagine che aveva qualcosa dell’orrore. D’istinto Massimo si spostò all’indietro. «Tu ci andrai» gli urlò contro Jack «non mi sono dimenticato di quel favore che mi devi. E non sai quanta voglia ho di fartelo pesare ancora per un bel po’ di tempo.» La violenza di quell’imposizione accompagnata dalla mostruosa minaccia lo aveva rassegnato a cedere. Non disse più nulla. Stella non lo sapeva, del perché il suo principe era sparito. Poteva solo seguire il voto di abnegazione che si era imposta e attaccarsi alla speranza, sacrificandosi a tutte le tentazioni che non smettevano di torturarla. Aveva fame. Ma adesso c’era anche qualcosa di strano, in lei. Quella sorda ossessione era accompagnata da un sentore di nausea che la coglieva di improvviso al pomeriggio, subito dopo aver consumato il suo pasto fatto di pasta e pomodoro senza intingoli di sorta, scarno e scialbo. Una nausea che a volte si mescolava con un curioso male di testa, che partiva dalle tempie e arrivava giù giù fino alla base della schiena. «Strano» si diceva «sono sempre stata sana come un pesce.» E poi aveva notato che anche se Massimo non c’era, lei al pub ci andava ogni sera. Con una scusa qualsiasi riusciva a convincere chicchessia ad accompagnarla. Giusto per non sentirsi imbarazzata e stupida a sedersi da sola. Aveva cominciato a desiderare di andare al pub. Non era solo per Massimo. Era qualcosa di più. Lei voleva andare lì a tutti i costi, ed era arrivata a pensare che avrebbe voluto che il pub non chiudesse mai, perché solo lì lei si sentiva bene. Anche se stava seduta in silenzio, senza parlare, rigirandosi il bicchiere tra le mani. I tavoli in legno ruvido, l’odore acido di birra, il rumore delle persone accalcate tra i tavoli, la musica folk che suonava in sottofondo: la pace dei sensi era lì, per Stella. «È molto singolare» le proclamò il medico mentre la visitava, «hai come una tensione nel muscolo lombare. E qui, nel fegato, noto un gonfiore. Hai avuto altri sintomi? Ti stai nutrendo bene?» Stella gli rispose che sì, mangiava bene. Non aveva mai mangiato meglio in vita sua: niente intingoli, niente fritti, niente zuccheri. «Beh, il tuo fegato mi sembra un po’ irritato. Ti darò una medicina per quello, potrebbe servire. Ma se in due settimane non migliori, torna, che facciamo le analisi.» Lei era andata dal medico perché aveva cominciato a pensare di essere malata. Si sentiva strana. Non era in sé. Si trascinava di qua e di là, senza scopo. Non riusciva più a studiare, saltava le lezioni. Pensava solo al pub, a Massimo. Un’idea fissa che le partiva dalle viscere, che si infilava sotto la sua pelle, che invadeva tutti gli spazi della sua vita, della sua mente, delle sue azioni. Massimo tornò. Dopo quattro settimane e due giorni esatti di assenza, lo ritrovò di nuovo lì, non appena si fece largo tra la folla di persone nel locale. Era un sabato sera di giugno. Fuori, nei vasi antistanti la porta d’ingresso, le rose esplodevano nella loro seconda fioritura. Il chiarore della luna scompariva pallido tra le luci della città in fermento, una sera d’estate profumata di miele e di promesse, di risate e sgommate di motorini. Dentro il pub, il vociare e le grida, un clamore fragoroso della gioventù che esplodeva nel pieno della sua bellezza. Tra loro, Stella si sentiva invisibile. Avanzava sgomitando, spingeva per passare. Intravedeva i riccioli di Massimo, la sua camicia a scacchi rossi e verdi, sentiva le vibrazioni dei suoi movimenti in quello stanzone rumoroso, che puzzava di alcol, nella penombra delle luci basse e giallastre. Quando lo raggiunse, era tutta sudata. «Massimo!» urlò. Lui stava spillando le birre, in fondo al bancone. Jack le arrivò da dietro, le toccò delicatamente la spalla e poi si avvicinò all’orecchio: «Massimo ha da fare adesso. È appena tornato dall’Irlanda.» Stella lo guardava come si guarda un marziano. Poi lui le mise in mano una cedrata. «Per te. Sei una cliente abituale, ho già pronta la tua bevanda, cara.» Stella bevve tutto d’un sorso: sete, fame ed emicrania si fondevano in un tutt’uno. Massimo la guardava da lontano. Il brusio si fece più leggero, si trasformò in un lento un ronzio e poi scivolò, inesorabile, nel silenzio più cupo della sua vita. «Dove l’hai messa?» Massimo guardava Jack, le sfere degli occhi bianche come il ghiaccio, le sue labbra sottili strette in una smorfia, le nervature verdastre del colle gonfie, nella tensione generata dallo sforzo di rimanere tranquillo. «È di là, pronta per essere imbarcata. Le bionde dalla carnagione chiara sono le migliori. Bravo Massimo.» «Mi sento un verme. Questa era diversa. Sembrava una bambina, Jack. Non te ne accorgi? Non vedi che mostri siamo diventati? Tutte queste giovani vite, sacrificate alla scienza. Sai almeno dirmi quante ne mancano?» «C’è ancora molto da fare. Per avere i campioni di tutti gli umani per la banca genetica, abbiamo un immenso lavoro davanti.» «Lasciatelo dire», continuò, posando le sue grandi mani velate di peli rossastri sulle spalle del ragazzo, «la telepatia che hai usato è stata fenomenale. Questo è il segreto! Non soffrono! Niente droghe, niente chimica. Solo la potenza del cervello. E cadono tutti come pesci nella rete. Si fanno trasportare con tale facilità…» «È una pazzia, Jack. Prima o poi qualcuno si accorgerà delle persone che spariscono. E finiremo nei guai.» Jack si accese una sigaretta. Aspirò con calma, poi si sedette su uno sgabello al lato del bancone. Il locale era vuoto, la luce del mattino filtrava appena dai vetri smerigliati di verde, rosso e blu delle finestre, ricoprendo i tavoli e le panche di legno di una luce polverosa. «Non se facciamo bene il nostro lavoro. Una volta infilati nelle gabbie, i corpi ipnotizzati vengono portati via subito. Questi giovani non sanno di essere campioni per la rigenerazione della specie, che i loro cromosomi verranno incrociati e selezionati. Lo facciamo per il bene dell’umanità, Massimo.» «Non so più se voglio continuare. Io a quella ragazza mi ero affezionato, alla fine. E anche a quella di prima.» Jack gli si parò davanti, lo sguardo gelido ed efferato dell’esecutore. «Non puoi tirarti indietro» gli sibilò «abbiamo risparmiato tua sorella, non te lo dimenticare.»
  15. niccat13

    Pazza estate sulla pazza isola di Tami

    Ciao Luna mi è piaciuto moltissimo questo racconto. L'ho trovato suggestivo e mi ha colpito. Mi piace perché è un racconto denso di emozioni, e che ha una storia. Mi spiego: molto spesso leggo racconti che sembrano non avere una linea narrativa, tante evocazioni ma poi stringi stringi non si va da nessuna parte. Nel tuo c'è una crescita dei personaggi, c'è un prima, un dopo e anche un durante. Brava! Almeno a mio modesto parere, ma non sono un'esperta, solo una lettrice. Toglierei "dopo la notte" perché `pe abbastanza implicito e rallenta la lettura. Lascerei solo "quando si alzava dal riposo e si grattava il ventre sulla canotta sudata". Questo passaggio non l'ho capito: Tamara non le piace perché suona come "Amara", ma quando e come si cambierà il nome? Forse sarebbe meglio scrivere "che appena raggiunta l'età della ragione, aveva deciso, si sarebbe liberata di quella spiacevole assonanza" Qui il periodo è molto lungo, lo spezzerei in due parti Cosa aveva perduto Lucertola? Le dita, i segni? Non è chiaro. toglierei le virgolette Maledettamente seconde me appesantisce, come tutti gli avverbi bellissimo questo passaggio! Complimenti per la chiusura. Io mi sono emozionata. Complimenti anche perché non ci sono refusi, errori grammaticali, il racconto scorre liscio e leggero, ha ritmo, è evocativo, c'è conflitto e tensione. Hai già provato a inviarlo a qualche rivista letteraria? Spero che il mio commento ti sia stato utile, e non vedo l'ora di leggere altre cose tue.
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