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Mariner P

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  1. Mariner P

    Parentesi [racconto di 2500 battute]

    @Lauram che dire? Si legge in un lampo. Non tanto perché sia breve, ma perché hai saputo condensare nelle parole giuste, essenziali, le emozioni della protagonista. E rimane nella memoria. I miei complimenti !
  2. @mercy Sottoscrivo in toto quel che hai detto. Mi chiedo con quali magie e giochi d'illusione lo avrebbe spiegato Nabokov stesso.
  3. @mercy Sottoscrivo in toto quel che hai detto. Mi chiedo con quali magie e giochi d'illusione lo avrebbe spiegato Nabokov stesso.
  4. Ciao @Antares_ Trovi l'inizio di American Beauty qui:
  5. Hai ragione @mercy , queste chiacchierate fanno solo bene. Manca solo la birra. Fino a che punto autore e io narrante possono identificarsi? Potremmo dare avvio a una indagine psicologica partendo proprio dalla domanda numero uno: perché l'autore ha scelto di raccontare la sua storia in prima persona? Citi Nabokov e Lolita. Sì, nessuno ha mai accusato Nabokov di pedofilia, forse perché negli anni 50 c'erano fior di personaggi pubblici che preferivano ragazzine quattordicenni. La cosa era nota e arcinota, e nessuno si scandalizzava. Non sto dicendo che Nabokov prediligesse le ragazzine, sto dicendo che all'epoca stare con minorenni era giudicato in modo assai diverso che oggi. Era scandaloso, ma con modi assai garbati. Per chiudere l'argomento, secondo molti critici, Lolita non è che l'ultima versione di una storia che Nabokov ha scritto e riscritto per vent'anni. Pare che la prima sia stata realizzata in russo col titolo "Kamera Obskura", riscritta in inglese fu titolata "Una risata nel buio". Una bella "ossessione" che dura vent'anni. Ho riletto con rinnovato interesse la Postfazione a Lolita che l'autore ha inserito mi pare dopo il 1965. Ecco qualche estratto: "Il primo, piccolo palpito di Lolita mi percorse alla fine del 1939 o all'inizio del 1940, a Parigi, in un periodo in cui ero costretto a letto da un violento attacco di nevralgia intercostale ... Lo scrissi in russo, la lingua nella quale scrivevo romanzi sin dal 1924 (i migliori fra questi non sono tradotti in inglese, e in Russia sono tutti all'indice per ragioni politiche). L'uomo veniva dall'Europa centrale, l'anonima ninfetta era francese, e i luoghi erano Parigi e la Provenza. Feci sposare al protagonista la madre malata della bambina, che presto morì, e Arthur (tale era il suo nome), dopo un tentativo fallito di approfittare dell'orfana in una stanza d'albergo, si buttava sotto le ruote di un camion." Ma la parte più bella della postfazione è dove Nabokov spiega cos'è per lui un'opera di narrativa. È assai attuale in questo contesto. La giro volentieri sperando che stimoli altri come ha stimolato me: "... Lolita non si porta dietro nessuna morale. Per me un'opera di narrativa esiste solo se mi procura quella che chiamerò francamente voluttà estetica, cioè il senso di essere in contatto, in qualche modo, in qualche luogo, con altri stati dell'essere dove l'arte (curiosità, tenerezza, bontà, estasi) è la norma." La chiusa, infine, è spettacolare: "Dopo che l'Olympia Press pubblicò il libro a Parigi, un critico americano avanzò l'ipotesi che Lolita fosse il resoconto della mia storia d'amore con la letteratura romantica. Questa elegante formula diverrebbe più esatta se si sostituissero a «letteratura romantica» le parole «lingua inglese». ....La mia tragedia privata, che non può e non deve riguardare nessun altro, è che ho dovuto abbandonare il mio idioma naturale, la mia lingua russa così ricca, così libera, così infinitamente docile, per una marca di inglese di seconda qualità, priva di tutti quegli apparati – lo specchio ingannatore, il fondale di velluto nero, le tacite associazioni e tradizioni – che l'illusionista indigeno, con le code del frac svolazzanti, può magicamente usare per trascendere a suo modo il retaggio dei padri.". Se ci avesse spiegato per quale motivo abbia scelto di raccontare la storia in prima persona, avremmo avuto un'altra lezione di letteratura. Grazie @mercy per aver citato un gigante.
  6. Bella questa chiacchierata a distanza ! Dunque grazie @mercy e grazie @AndC per le vostre opinioni. Mi immagino tutti davanti un bel boccale di birra a dar spazio ai nostri pensieri. Il bello è che mentre cerco di esporre i miei, li riordino e si fanno più nitidi e chiari. Spero che qualcosa del genere accada anche a voi. Questa cosa sta diventando sempre più interessante. Non è più solo questione di morte dell'io narrante, si sta allargando e sta investendo il rapporto a tre, che sempre si crea, fra lettore, testo ed autore. Dico la mia. Partiamo dal racconto in terza persona. Quando leggo un romanzo (raccontato in terza persona) so in partenza che è il frutto dell'ingegno del suo autore. Può essere ambientato a Barcellona nel quindicesimo secolo o sul pianeta Dune, il mio inconscio non chiede altro che ci sia una coerenza intrinseca nei fatti che sto apprendendo. So che si tratta di un'invenzione e l'accetto senza pormi domande. Coerenza intrinseca sulla quale @mercy ha fatto centro in pieno. Se il protagonista inventato da Ildefonso nella sua Catalogna all'improvviso si teletrasportasse, rimarrei spaesato e non andrei avanti nella lettura. Ci sono autori che scrivono solo per dilettare i lettori con le loro storie, altri che usano le loro invenzioni per portare l'attenzione su alcuni aspetti o prolemi della società, altri ancora fanno storie di denuncia, ecc. In ogni caso, io che leggo - sempre se il racconto è in terza persona - so che c'è un accordo tacito fra me e l'autore: accetterò il suo mondo qualunque cosa accada, purché sia coerente. Veniamo al racconto in prima persona (che sia al passato o al presente, conta poco, a mio avviso) A meno che non si tratti di un'autobiografia, nella quale autore e io narrante sono la stessa persona al cento per cento, il quesito è: fino a che punto io narrante e autore possono essere identificati come una cosa sola? L'autore mi sta raccontando qualcosa che è capitato a lui oppure è tutta un'invenzione? Che percentuale, di vita vissuta reale dell'autore, c'è in quel che sto leggendo? Queste domande possono porsi anche al racconto in terza persona, ma quando leggo qualcosa scritta in prima persona, il dubbio mi assale a ogni pagina. A meno che non si tratti di una storia di fantascienza oppure di un romanzo storico (ambientazioni che escludono la reale identificazione tra autore e io narrante), insomma quando la storia è coeva a me, il quesito viene sempre. Proprio a causa di questa identificazione (a diversi gradi di coinvolgimento), se la storia è di vita reale nell'oggi, sono portato (non so altri lettori, io certamente) a trasferire nel mio mondo le vicende che sto leggendo. Per questo motivo se alla fine l'io narrante muore avvengono due cose drammatiche. Non solo quella persona che mi aveva fatto compagnia, mi aveva appassionato con le sue vicissitudini, viene a mancare e crea una specie di lutto in me, ma scopro che ogni accostamento che avevo potuto fare tra io narrante e autore, era privo di fondamento, era una mia invenzione. L'autore è vivo e vegeto e in qualche modo si è preso gioco di me, facendomi illudere che poteva essere lui il personaggio nascosto dietro la voce che raccontava la propria storia. Per questo motivo trovo fantastica la trovata di Alan Ball che in America Beauty fa dire fin dall'inizio al protagonista che tra due anni sarà morto. Elimina subito ogni possibile identificazione tra io narrante e autore. Questa poca o molta identificazione tra io narrante e autore, nelle storie ambientate nell'oggi, ha una conseguenza: la coerenza intrinseca della vita reale vuole che chi è morto non possa scrivere la storia della sua vita dopo che ha cessato di respirare. Se l'io narrante muore, non solo vivo il lutto della sua morte, non solo scopro che non c'è più identificazione tra autore e io narrante (se ci fosse, in quali pagine è nascosta?), ma mi sento anche un tantino defraudato di tutte le belle cose che quel libro mi aveva trasmesso, perché mi sono state indotte con l'inganno di farmi immedesimare in quel protagonista, che si raccontava falsamente in prima persona. Se muore e ce lo dice, è ovvio che era tutta una finzione. Tutta la storia crolla, perde credibilità. C'è la più grande incoerenza interna e intrinseca che fa saltare in aria l'intera struttura dell'opera. A parer mio è fondamentale il tempo: se so dall'inizio che è una finzione, vado avanti nella lettura e la accetto. Se il personaggio narrante muore e non ci dice come ha fatto la sua storia ad arrivare fino a noi, scopro alla fine è che era tutta una finzione. Era finta la sua morte, ed erano finte le sue vicende. Insomma, l'autore dice al lettore: "Pensavi che fosse tutto vero e verosimile? No, amico mio, era tutta una mia invenzione". È qui che viene violato il patto. All'inizio l'autore aveva detto al lettore: "Ti racconto questa storia e te la racconto in prima persona perché potrebbe essere anche la mia storia". Alla fine gli dice: "È una storia che mi sono inventato e mi sono anche divertito a far morire in narratore". Più incoerenza di così, si muore.
  7. Grazie @mercy del tuo contributo alla discussione. Una precisazione su un punto. Nel finale la voce narrante del protagonista dice che ha quasi finito di scrivere la storia. "Il mio libro si avvicina alla fine. Sempre più spesso, ormai, rimango a letto quasi tutto il giorno". E poi continua all'ultima pagina: "Non so perché ma immagino che morirò in piena notte ....qualche autoctono mi scoprirà dopo un paio di giorni ..." Houllebecq non lo scrive esplicitamente, ma fa capire benissimo al lettore che l'io narrante ha scritto la storia e continua a scrivere che si lascerà morire. Più chiaro di così. Mi pare che sia tutt'altra cosa che far morire l'io narrante senza spiegare come la sua vicenda sia arrivata fino ai lettori. La problematicità è stata superata da un pezzo. Come giustamente osservi, nessuno mi pare si sia mai seriamente chiesto come abbia fatto Omero a sapere cosa accadeva sulle vette d'Olimpo (Iliade canto XIV). È la magia dello scrivere storie. Purché siano belle storie e inchiodino il lettore-spettatore. È tutto qui l'ardimentoso incanto della sospensione dell'incredulità. È un tornare bambini e credere alla favole. È bellissimo quando ci accade da lettori, figuriamoci se siamo noi gli autori !
  8. È sempre positivo uno scambio di idee su argomenti come questo. Dunque, @AdStr e @AndC le vostre opinioni sono rispettabilissime. Il problema è "a chi" è rivolto lo scritto. Se lo scrittore scrive solo per suo diletto, o al massimo in un contesto come quello nel quale ci troviamo - che è una palestra per tutti - penso che sia possibile che l'io narrante alla fine della storia descriva il suo suicidio e che il lettore sia tenuto all'oscuro su come quel che ha letto è giunto fino a lui. Anzi, potrebbe essere stimolante imbastire una trama nella quale l'io narrante muore, e dopo la sua morte prende la parola qualcun altro e che anche questo poi muore, e che ci sia addirittura una bella catena di morti senza che nessuno spieghi come sia arrivata fino a noi la storia di quello che l'ha preceduto nel racconto. Sono convinto che esasperare questo aspetto, possa essere parte stessa della trama e forse un nuovo modo di affacciarsi sul mondo dello scrivere. Se invece l'opera è rivolta al grande pubblico, a gente di ogni tipo, continuo a essere convinto che l'io narrante possa morire solo se il lettore sappia come abbia fatto arrivare la storia fino a lui. La mia esperienza è limitata, ma non ho ancora incontrato un testo pubblicato in cui l'io narrante muore e la storia finisce lì, senza nessuna spiegazione. Mi piacerebbe essere smentito, perché imparerei qualcosa di nuovo.
  9. Ciao @butch Ho letto con interesse quello che hai scritto, perché esprime un punto di vista originale. Il quesito è: cosa ti fa piacere quel che leggi? Cosa ti dà il gusto della lettura? Quali sono gli elementi che ti inducono quel godimento che potrebbe arrivare alla sospensione dell'incredulità? È la forma? Il ritmo? La poetica delle parole che si succedono? Oppure ha a che fare col contenuto, i concetti, le idee, le azioni che si succedono? Approfitto del tuo commento per aggiungere qualcos'altro nel tentativo di spiegare meglio il mio punto di vista. Vorei distinguere tra lo scrivere racconti brevi come quelli che sono ospitati qui (max 8000 battute) e opere più lunghe e impegnative. Per queste ultime penso che vorrai condivedere con me l'esigenza di una trama che dovrebbe essere ben chiara prima di buttar giù una cartella. Se il percorso è lungo e articolato, è buona cosa sapere prima di partire quale sarà la meta finale. In questo contesto la scelta dell'io narrante è strategica per mille e una ragione. Ed è importante, dunque, anche che lo scrittore decida, nella trama, che destino dare a quell'io narrante. In corso d'opera è sempre possibile far cambiamenti, ma una certa logica nella costruzione dell'impalcatura che reggerà poi tutta l'opera, bisogna - a mio avviso - averla. Del tutto diverso è il discorso sul racconto breve. Mi è capitato spesso, di leggere qui pezzi che - intuivo - erano stati creati, anche nella struttura, mano a mano che l'autore procedeva nella stesura. Capivo che era partito da una idea di massima, una intuizione, che ha preso poi corpo quasi da sola seguendo lo stimolo o l'umore di quel momento. Io penso sia normale che ciò accada in un pezzo breve, dove diventa assai difficile tracciare una netta linea di confine fra forma e contenuto. Qui, nel racconto di 8000 battute, forma e contenuto sono un tutt'uno e si influenzano a vicenda, e può accadere - come dici tu - che il pezzo ti piaccia ... a prescindere da logiche stringenti e ti porti ad una sospensione dell'incredulità. Sono quelle magie che appartengono non più allo scrittore, ma al singolo lettore. Sarò capitato anche te, penso, di aver letto un pezzo che ti è piaciuto tanto, ma che aveva suscitato molti commenti negativi. O esattamente il contrario, un pezzo sul quale hai fatto le punci - come dici tu - e che altri hanno incece giudicato bellissimo. Dunque, il tuo punto di vista non solo è originale, ma è anche uno stimolo a cercare di capire cosa possa far piacere fino al punto che descrivi.
  10. Salve,

    vorrei segnalare allo staff questo messaggio appena ricevuto dall'utente basilia02.

    È normale?

    Grazie:

     

    Greetings my dear
    My name is Basilia lady from Jackson to US, i saw your profile and become interested in knowing you please contact
     me at my email address as a friend
              basiliajackson028@gmail.com

    1. Kuno

      Kuno

      Ciao, l’utente che ti ha scritto è già stato bannato per spam questa mattina. Quando hai ricevuto il messaggio, di preciso?

    2. Mariner P

      Mariner P

      Ieri alle 11.26.

       

    3. Kuno

      Kuno

      Allora tutto ok, è stato bannato subito dopo :) 

  11. Complimenti a @simone volponi vincitore del contest, e a @Rhomer vincitore di tappa. Un grosso grasso grazie ai "quattro gatti" che mi hanno votato. È comunque buona cosa scoprire che qualcuno apprezza quel che scriviamo.
  12. Mariner P

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Jena : Animale predatore unico nel suo genere: utilizza per la vista, strumenti ottici di sua invenzione. KGUC J ROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  13. Mariner P

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Urea : esclamazione di stupore davanti una cattiva donna che sa la fa sotto dalla paura. KG U CJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  14. Mariner P

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Festival: mitica valle del Paese di Bengodi dove si fanno bagordi 24 ore al giorno tutti i giorni dell’anno. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMW F NSY
  15. Il buon @Marf non mi ha citato nell'aprire questa discussione, ma poiché sono stato io ad aver messo in dubbio la logica narrativa della morte dell'io narrante in prima persona, penso che sia opportuno spiegare qui le ragioni della mia opinione. Parto da un dato di fatto che penso tutti condividano: lo scrittore è un dio che sta creando un mondo, dunque ha tutta la libertà di crearlo come vuole. Il problema è qui un altro: è possibile creare un mondo con la legge di gravità come quella terrestre e poi far piovere dal basso in alto? La risposta secondo me è: sì, a condizione che nella storia sia spiegato il motivo per cui la pioggia viola la legge di gravità. Quel che voglio dire è che ci deve essere una sostanziale coerenza nel mondo che lo scritto crea, e nel rapporto col lettore. Veniamo alla scelta dell'io narrante. Raccontare una storia in prima persona ha molti aspetti positivi e - a mio parere - anche molti aspetti negativi. "Nel mezzo del cammin di nostra vita Mi ritrovai in una selva oscura ...." Penso sia il più noto esempio - e magnifico esempio - di quel che è possibile fare raccontando una storia in prima persona. Il maggiore limite è che facendo questa scelta, non puoi entrare nella mente degli altri personaggi per descriverne i pensieri. Al massimo, come fa Dante, puoi far raccontare ai personaggi le loro storie, e la cosa più fantastica della "Commedia" è che - visti i luoghi in cui accadono gli eventi - tutti raccontano le loro vicende senza mentire agli altri e a loro stessi, come invece accadrebbe in questo mondo. Il quesito è se possa, la persona che racconta la storia che stiamo leggendo, a un certo punto morire. È stato già detto che la morte dell'io narrante è lecita, a condizione che il lettore sia messo in condizione di capire come sia stato possibile che la storia che ha letto sia arrivata fino a lui. Da alcuni è stato citato il film "American beauty" come caso di morte dell'io narrante. L'esempio non calza molto perché anche in quel caso, come in tanti altri, in realtà si è ricorsi a un espediente per dare un senso o una giustificazione a quanto accade. Quel film è la storia di Lester raccontata da lui stesso (a volte con la sua voce narrante fuori campo). Ma l'autore mette in scena un capolavoro di stratagemma per giustificare tutto. Il film inizia con la ragazzza che chiede a Rick di uccidere Lester, la scena è subito seguita dalla voce fuori campo di Lester che dice "Mi chiamo Lester ...questa è la mia città, ho 42 anni e tra un anno sarò morto". Lo spettatore, in questo modo, sa che sta vedendo la vita di un uomo morto, raccontata dal morto prima di essere ucciso, e in questo modo entra nel magico mondo (il mondo dell'autore) in cui un morto può raccontare e far vedere la proprio vita. Un capolavoro di invenzione narrativa. Altri stratagemmi sono il diario, le lettere, ecc. Che l'io narrante in prima persona usi il presente o il passato, dal mio punto, di vista è del tutto ininfluente. In American Beauty il film è AL PRESENTE, e trattandosi appunto di un film, reggerebbe poco se fosse racontato al passato. Anche i film storici mostrano gli eventi del passato fecendoceli vedere come se stessero accadendo davanti ai nostri occhi. L'uso del passato o del presente, ancora una volta, è una scelta dello scrittore-dio che fa un patto col lettore. Usando il presente dice al lettore: "ora faccio la magia di fermare il tempo, anzi di giocare in questa storia col tempo". E racconta gli eventi come se stessero accadendo al presente, e spesso e volentieri racconta eventi - sempre al presente - che possono essere accaduti anche a distanza di settimane, di mesi o di anni. Usando il passato manda al lettore un altro messaggio: "quel che leggerai non è tutto quel che è accaduto ai personaggi che ti sto presentando, ma solo una piccola parte delle loro vite, per esattezza quella parte che mi serve a fargli fare le cose che mi interessano". Come ho detto prima, occorre coerenza nel patto che l'autore stringe col lettore. Ed è l'autore che redige le clausole di quel patto. Può farle come ne ha voglia, fino al punto - come in America beauty - di far raccontare addirittura la storia a un morto. Se l'autore non mette subito - col lettore - i puntini sugli i, e scrive una normale storia di vita, ambientata in questo nostro bel mondo, con le regole del nostro mondo, la vita del nostro mondo, a mio parere deve anche rispettare le regole del nostro mondo e non può, di punto in bianco, far parlare un gatto e un volpe - come in Pinocchio - oppure far morire il narratore in prima persona anche se in modo assai spettacolare o poetico. Il lettore si sentirebbe un tantino raggirato. Pensava di aver letto una storia di vita attuale e vera, invece si è trovato in qualcos'altro, forse una favola. Il rischio è che l'intera struttura narrativa venga a perdere di mordente con una banale domanda: come cavolo ha fatto il morto a dirci queste cose? Non faceva prima a darci dei numeri da giocare? Scusate se sono stato un tantino lungo.
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