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denielnic

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  1. denielnic

    Abra Books Editrice

    Buongiorno, ho avuto oggi una proposta editoriale da Abrabooks. Ho parlato con la signora Eva, competente e gentile nei modi. Il romanzo che ho inviato interessa molto, ma loro chiedono un "aiuto" per la prima edizione del romanzo attraverso l'acquisto di uno dei due pacchetti proposti: 1500,00 quello completo, 1200,00 quello meno completo. Ringraziandoli ho declinato l'invito.
  2. denielnic

    L'origine del male

    Alessandro Pugi L’origine del male Alessandro Pugi lo conosco bene per aver pubblicato come editore tre suoi ottimi romanzi - Il colore del cielo, Il tredicesimo zodiaco e La sottile linea del destino - che utilizzano gli strumenti della narrativa di genere per narrare problemi reali. Pugi non si nasconde in mondi immaginari, ma affronta con decisione la realtà contemporanea che questa volta conduce il suo stile narrativo piano e diretto, da thriller ad alta tensione scritto per essere apprezzato da un vasto pubblico, a occuparsi di stalking. Violenza, orrore, femminicidi compiuti in uno scenario insolito dove il magistrato Elena Banti si trova a indagare, dopo il suo ritorno su un’isola immersa nel verde che tanti anni prima aveva abbandonato. La location dove Pugi ambienta il romanzo è l’Isola d’Elba, celata sotto il nome Sant’Andrea per non inquinare una visione paradisiaca e tranquillizzante di un’oasi di pace del Mar Tirreno, ma le descrizioni la fotografano benissimo, senza finzioni di sorta. La parte dedicata alle descrizioni marine, alle montagne che degradano verso le onde, alle calette e scogliere che si aprono in faccia all’infinito, è un valore aggiunto e insolito in un thriller che a tratti ci riporta alle atmosfere cinematografiche de L’avventura di Antonioni. Tutto il resto è thriller, uno stalker e la sua vittima, la paura, la tensione, l’angoscia, un incubo assurdo che trascina il lettore in una spirale di violenza. Il problema del magistrato incaricato sarà quello di dare una risposta a una domanda impossibile: Qual è l’origine del male? Il lettore lo scoprirà pagina dopo pagina, ma ne avrà certezza soltanto poco prima della parola fine. (Gordiano Lupi)
  3. denielnic

    Buongiorno

    Salve a tutti. Ho 46 anni e da più di dieci mi diletto a scrivere romanzi. Ne ho pubblicati sette e ne ho pronti altri cinque. E' una passione forte, nata quasi per caso, che ogni volta mi porta a vivere storie diverse e a innamorarmi dei miei personaggi. Ho scoperto questo sito per caso e ho deciso di iscrivermi per dare il mio piccolo contributo a questa comunità e per ricevere consigli utili sulla mia attività di "scrittore". Vorrei dare il mio primo consiglio a tutti: non pensate di essere grandi scrittori e che le vostre opere, me compreso, siano dei best seller, ma armatevi di pazienza e imparate, giorno dopo giorno, l'arte dell'umiltà. Anche solo una copia venduta è un modo di far conoscere la vostra voce nel mondo. Buona giornata a tutti.
  4. denielnic

    L'origine del male

    "L'origine del male" nasce dall'irresistibile impulso di "urlare" la mia indignazione per quello che riguarda le violenze sulle donne e l'incredibile passività con cui lo Stato affronta questo tema. Non è stato facile immedesimarsi nelle vittime di violenze sessuali né in quelle sottoposte alle attenzione di uno stalker, condividendone la paura, la vergogna e l'angoscia. In questa breve sinossi è racchiuso, forse, il pensiero di centinaia di donne sottoposte a violenze fisiche e psicologiche. Qual è l’origine del male? Una domanda alla quale il magistrato Elena Banti non sa dare una risposta. Conosce però le sensazioni provate dalle vittime di Stalking e di violenze: la paura che la luce del mondo si possa spegnere in un istante; la vergogna del proprio corpo; l’angoscia di non doversi trovare mai da sola; la consapevolezza della fine. È passato molto tempo ormai da quando Elena si è costruita una vita lontana da Sant’Andrea, l’isola della Toscana dalla quale era fuggita tanti anni prima. Ma qualcuno la costringerà a tornare. Qualcuno che minaccia la stabilità centenaria di quell’isola immersa nel verde; qualcuno che uccide senza pietà e che conosce un segreto innominabile ed è pronto a usarlo contro di lei, pur di assaporare nuovamente il piacere della sfida e la violenza feroce della vendetta. Il maggiore alleato di uno stalker, spesso, è proprio la sua vittima. In lei si nasconde quell’istintiva paura che assume diverse sfumature in relazione all’intensità con cui si manifesta e che si trasforma in incubo quando la spirale di violenza la inghiotte e l’impulso di denunciare l’orrore è forte almeno quanto l’incapacità della mente a eseguirlo. Ma nessun segreto può restare tale per sempre.
  5. denielnic

    L'origine del male

    Prefazione Il bene e il male, una cognizione di condotte umane che sfociano nel piacere e nel dolore. L’uomo camminava con passo deciso lungo il corridoio illuminato dalle fioche luci dei neon, mentre sotto il braccio teneva stretta una cartellina dal colore sgargiante e un romanzo dalla copertina nera. Nella mano, una penna continuava a roteare come fosse una pistola. Il camice bianco, aperto, oscillava con armoniosa sincronia. La camminata decisa rallentò in prossimità di una finestra mal chiusa, quando un sospiro di vento gli accarezzò i capelli argentei. Rimase immobile a fissare il grigiore del cielo, poi, d’improvviso, il suo sguardo fu rapito da un pensiero distante che riportò a galla frammenti di vita altrui; storie intrise di tristezza che aveva ascoltato e a suo modo condiviso; storie che aveva tentato di decifrare con quel linguaggio medico che tanto gli era caro e che concorreva a decidere delle sorti dei suoi pazienti; storie, che si erano cicatrizzate nella sua anima, diventandone parte integrante, contribuendo a ricoprirla di un’invisibile patina inspessita da quei dolorosi racconti. Antonio Romani non era un uomo che conosceva tutte le risposte, ma sapeva dove trovarle. Sembrava nato per quel lavoro. A volte lo faceva in silenzio, assorto in quelle parole che uscivano imbarazzate, rallentate, e, dopo un primo smarrimento, sgorgavano come un fiume in piena; altre volte, invece, replicava con un filo di voce alle velate domande che facevano capolino dietro quelle che definiva: “supplichevoli confessioni”. Tentava di sondare quei cuori devastati alla ricerca di una spiegazione che potesse giustificare quei comportamenti ma che spesso non riusciva a cogliere nei racconti di quelle anime smarrite. Il suo lavoro era lento e capillare e tentava di scavare nei meandri della memoria, in quelle zone dimenticate che a volte parevano essere un rifugio sicuro, altre volte, invece, riecheggiavano di false verità. In quel groviglio di sensazioni, che tentavano di minare il suo giudizio, una certezza brillava nel buio: il male era una piaga sociale e al dolore che provocava, non c’era cura. Si poteva attenuare, ma rimaneva latente dentro di ognuno, pronto a ravvivarsi come un fuoco rinforzato da un’improvvisa folata di vento. Rapito da quei pensieri, guardò distrattamente l’orologio. Segnava le undici e trenta e lei lo stava aspettando come faceva ormai da qualche giorno. Si abbottonò il camice specchiandosi nel vetro della finestra; inspirò profondamente, riprendendo il cammino. Pochi passi e incrociò una lunga e irta scalinata che quel giorno affrontò con lentezza e con l’aria stanca di chi sa quanto sia delicato e difficile il suo compito. Ogni scalino gli riportò alla mente una vicenda alla quale era legato e che rappresentava un volto, un’anima e un dolore profondo. Fu in quel momento che comprese che della maggior parte di quelle storie non conosceva il finale, perché il suo compito si esauriva prima della sentenza definitiva. Giunto in cima, un lieve affanno lo colse di sorpresa. Rimase chino per qualche istante, costretto a sganciarsi nuovamente il camice che sembrava soffocarlo. Allentò anche il nodo della cravatta e sbottonò la camicia. Il suo cuore faceva i capricci da un paio d’anni. Più volte, gli aveva consigliato la via della pensione ma Antonio aveva rifiutato quell’amichevole invito. Amava il suo lavoro, e la possibilità di chiarire cosa spingesse il male a mostrarsi in tutta la sua crudeltà, contribuiva a renderlo vivo. Quella continua lotta, contro fantasmi da scacciare e verità innominabili, lo faceva sentire come un parroco pronto a esorcizzare il demonio nascosto in ogni suo fedele e per quel motivo considerava il suo lavoro come una missione. Prese un paio di lunghi respiri e quando sentì le pulsazioni tornare al loro regolare battito, con un gesto istintivo si sistemò i capelli, avvicinandosi alla stanza numero sei. Bussò e senza attendere una risposta entrò. La donna era seduta e osservava, come stregata, il colore bianco di una parete vuota. Era ancora molto bella nonostante le vicissitudini affrontate nell’ultimo periodo. Romani la fissò per qualche istante, consapevole che in quella particolare vicenda forse non sarebbe stato poi così difficile dare un significato a quelle atrocità. «Buongiorno!» esordì, dopo un lungo e impassibile silenzio. Si passò una mano sul petto lisciando la cravatta beige allentata sopra una camicia a righe blu. Un jeans, strappato sopra un ginocchio, gli restituiva un’aria giovanile. «Come stai oggi?» domandò sorridendo. La donna non rispose. Spostò lo sguardo dalla parete e lo fissò distrattamente con i suoi occhi azzurri, come se la sua mente navigasse sopra mari lontani. Tornò a fissare il nulla. «Guardami» ordinò, attirando la sua attenzione. «E ascoltami attentamente» disse ancora, questa volta adottando un tono pacato. «Sono consapevole che ciò che ti è successo sia una cosa terribile, ma è necessario lavorare insieme. E, affinché tutte quelle atrocità tornino a galla, dovrai ripetermi tutto dall’inizio; dovrai riviverle per me e raccontarmi nuovamente la successione degli eventi, cercando di essere molto, molto precisa. Sono consapevole che tutto questo ti provocherà altro dolore ma è importante che tu sia minuziosa nella ricostruzione dei fatti. Credimi, questo potrebbe essere fondamentale per il tuo futuro.» Lei lo fissò per un istante. La sua voce uscì fredda, quasi glaciale. «Il futuro?» «Certo, sarà imp…» Lo interruppe. «Per me non esiste un futuro.» Il suo sguardo si perse nuovamente, forse rapito dai ricordi che riaffioravano a sprazzi. Romani sospirò, cosciente di tutto il male che aleggiava intorno a quella dannata storia, poi si accomodò dietro la scrivania, scostando lievemente la sedia. Vi poggiò sopra la cartellina e l’aprì, posò il romanzo, sistemandolo bene in vista, in modo che lei potesse vederlo, infine afferrò la penna e con un click fece scattare la punta nera. «Va bene, iniziamo…» Capitolo 1 Isola di Sant’Andrea, Toscana, 20 ottobre 2000. Agli inizi di aprile la vista della campagna può apparire come un quadro disegnato casualmente dalla complessità della natura, attraverso la complicità di colori che s’intrecciano senza una logica in un imprevedibile gioco di luci. Vi regna il profumo dell’aria pulita, un odore che inebria e che accende la vita anche nell’anima più triste. La gioia di vivere sembra cristallizzarsi nelle gocce di rugiada che cadono al suolo o in una coccinella che danza sopra un fiore o nella sottile brezza che fa ondeggiare gli steli in mezzo al prato. Sensazioni di meraviglioso benessere che invadono il corpo e la mente di ogni attento osservatore. Davanti a quello spettacolo, così inebriante, Stefania si muoveva con lentezza, calpestando, passo dopo passo, la ghiaia bianca che rivestiva lo stradello del “Novello”. Una camminata che, dalla tenuta dei Fortini, l’avrebbe condotta fino al “Pozzo dei desideri”. Nella sua centenaria vita, il Pozzo era rappresentato da una buca piena d’acqua, rivestita di mattoni rossi, e si vociferava fosse magico. La tenuta dei Fortini affondava le sue radici nel sudore di chi vi aveva lavorato per anni, senza mai accusare la stanchezza, senza mai piegarsi alle avversità del tempo e all’aria pregna di salmastro che, preso per mano dal vento, posava la sua patina corrosiva sopra ogni cosa. La tenuta si snodava in una vasta distesa di terreni coltivati, di frutteti, di oliveti e terrazzi di vigneti che, come immensi scalini, sembravano condurre direttamente fino alle porte del Paradiso. I due immobili secolari, ristrutturati negli anni, rappresentavano la parte centrale dell’intera proprietà e avevano la stessa finalità. Il primo, quello più grande, era adibito ad abitazione principale dei proprietari; l’altro ospitava gratuitamente i vari dipendenti che non si potevano permettere un affitto in paese. Era stata una decisione voluta da sua nonna Maria, una combattente, prima che una moglie e un’amorevole madre. Maria era stata una donna che aveva lottato per la sua famiglia, garantendogli le necessità quotidiane, e amava ricordarlo alla nipote, ripetendole con voce decisa: «Commetti errori, cadi e riprova. Anche se cadrai e ti rialzerai mille volte, avrai comunque la consapevolezza di aver dato tutta te stessa per realizzare i tuoi sogni». Di quelle parole Stefania aveva fatto tesoro e nel corso della sua breve vita aveva cercato di rialzarsi dopo ogni caduta, rincorrendo i sogni di un’adolescente divenuta donna e alimentando la fiamma del suo cuore, senza permettere a nessuno di spegnerla. Di colpo il groppo che si era formato in gola la costrinse a fermarsi un istante. La sciarpa di lana nera lasciava trapelare un’aria scanzonata, mentre i sottili capelli biondi, che le scendendo lisci sulla fronte, nascondevano lo sguardo perso nell’orizzonte. Un sorriso ironico prese forma sulle sue labbra quando il ricordo di quella figura protettiva, ormai quasi sbiadita dal passare del tempo, le era svanito davanti agli occhi. Da sempre, Stefania aveva vissuto in quella tenuta ai margini del fiume Ornone che, dal monte Capanne, scendeva a valle fino a gettarsi nel mar Tirreno, dove decine di persone si alternavano nei lavori più umili e i vigneti prosperavano in agosto e gli oliveti in ottobre; dove l’amore per la vita era sbocciato come un fiore in primavera e un soffio di vento gelido se l’era portato via all’improvviso, senza un’apparente ragione, lasciando un doloroso vuoto nella sua anima. “Cadere e rialzarsi”, parole semplici che seguono un ordine preciso e che hanno un significato profondo, quando irrompono senza preavviso nella vita di ognuno. Stefania ne aveva saggiata la devastante potenza quando due anni prima la gravidanza si era interrotta inaspettatamente al quinto mese. Era stata una caduta brusca e inattesa, una di quelle che distrugge l’esistenza e dalla quale è difficile rialzarsi. Nonostante quel lutto, l’anima di Stefania era sopravvissuta ma quella disgrazia aveva comunque aperto una profonda spaccatura nel suo rapporto con Andrea. Dopo l’aborto era seguito un periodo di nervosismo che aveva prevalso su tutto e tutti. Discussioni futili sfociavano in lunghi periodi di silenzio, contornati da notti solitarie passate a leggere le pagine ingiallite di un vecchio libro o a piangere silenziosamente abbracciata a un cuscino. In realtà quella caduta così brusca, aveva acceso i riflettori su due caratteri opposti che si erano scoperti troppo diversi nell’affrontare quella difficoltà, e, come in un fuoco di paglia, la passione si era affievolita fino a spegnersi, mettendo la parola fine a quel rapporto di coppia che solo due anni prima era sfociato in matrimonio. La separazione e poi il divorzio erano sembrati la naturale conseguenza di un cammino forse iniziato con troppo ardore e che, senza dosare le giuste energie, si era interrotto troppo presto. Ora, alla soglia dei trent’anni, Stefania si sentiva svuotata di quell’entusiasmo che aveva sempre accompagnato le sue giornate, nonostante la tenuta dei Fortini la impegnasse quotidianamente. Era la prima ad alzarsi e l’ultima a coricarsi. Lavorava instancabilmente per cercare di tenere tutte le attività sotto il suo controllo, cosa che non le era riuscita nella vita di coppia né tanto meno in quella di futura madre. Non si poteva controllare il destino, quello era un dato ineluttabile. Avvolta dalle nebbie del passato, si sedette sul bordo del pozzo. Sorrise ripensando a quelle leggende mistiche che vi aleggiavano intorno. Quante volte da piccola si era avventurata fino a quella pozza d’acqua e lì si era seduta, proprio nella stessa posizione, desiderando con tutte le sue forze che i suoi mille sogni si avverassero e la sua vita futura potesse essere contornata da felicità e amore. Sogghignò scuotendo la testa. «Felicità e amore… i sogni di una ragazzina.» D’un tratto una figura un po’ ricurva si avvicinò con passo cadenzato. Un vecchio bastone di legno sembrava offrire respiro alla camminata fiacca. «Buongiorno papà!» esordì Stefania senza voltarsi. «Ciao, piccola.» L’uomo si sedette su alcuni mattoni dal bordo consumato. Mise una mano sulla spalla della figlia. «Anche guardandoti di profilo continuo a pensare che tu sia la copia precisa di tua madre.» Lei alzò gli occhi al cielo. «Ti prego, non ricominciare» sbuffò, raddrizzando una ciocca di capelli ribelle. «Scusami piccola…» «Papà, sono cresciuta, ho quasi trent’anni e tu continui a chiamarmi “piccola”.» «È più forte di me. Sei e sarai sempre la mia piccola e poi… sai come la penso sulla somiglianza con tua madre.» «Sì, lo so fin troppo bene, ma credimi, oggi non ho voglia di prediche. Ti prego.» «Okay» annuì il vecchio sorridendo. «Cercavo solo di tirarti su il morale.» «Lo so, papà, lo so» commentò con una smorfia sul viso. L’uomo indirizzò la punta del suo bastone verso Sud. «Credo che oggi sarà una bellissima giornata.» Stefania sorrise sotto i baffi scuotendo leggermente la testa. «Da cosa lo deduci?» domandò poi chinandosi per staccare un filo d’erba. «Dal profumo dell’aria. Ha un odore così… fresco e limpido» Disse l'uomo ispirando a fondo. Stefania sorrise. In un modo o nell’altro, quell’uomo sapeva come prenderla e per quel motivo era sempre stato in grado di stupirla. Non si smentì neanche in quell’occasione. «Come fai?» gli chiese d’improvviso. «A fare cosa?» «A essere sempre così… così forte, a non abbassare mai la guardia. Non ti logora questa cosa?» Lui la guardò con aria serena. «Una caratteristica che mi ha trasmesso tuo nonno. Ricordi cosa diceva a proposito di questo pozzo?» le chiese, consapevole della risposta. «Come potrei dimenticarlo. Mi ha raccontato quelle vecchie leggende decine di volte.» Si voltò di scatto. «Ma davvero hai creduto che questa pozza d’acqua avesse il potere di esaudire i desideri?» Lui la scrutò. «Io sì. E tu?» Stefania si voltò nuovamente evitando una risposta ovvia. Rimasero per qualche istante in silenzio ad ammirare quello splendido panorama. L’uomo sentì la tristezza riprendere possesso del momento. «Stai bene?» le chiese con tono gentile. Gli occhi di Stefania si riempirono di lacrime che cercò di scacciare indietro stringendo le mascelle. «Sai che giorno è oggi, vero?» Non gli diede il tempo di rispondere. «Avremmo festeggiato il suo terzo compleanno.» L’uomo assunse un’aria avvilita mentre l’abbracciò con forza. «Sai perché con te non ha mai funzionato questo pozzo?» chiese poi cercando di stemperare il momento. Abbozzò un altro sorriso. Stefania si staccò dalle sue braccia squadrandolo con un’aria interrogativa. Si asciugò le lacrime. «Perché non hai mai creduto veramente al suo potere, infatti…» prese dalla tasca una moneta da un euro «non vi hai mai gettato neanche un centesimo.» Allungò il braccio con la moneta stretta nel pugno. Stefania alzò le spalle. «Stai scherzando?» «Non sono mai stato più serio.» Le aprì la mano e le consegnò la moneta, poi si alzò. «Prova a desiderare qualcosa intensamente e ringrazia il pozzo con un regalo. Vedrai che il tuo desiderio si avvererà.» Elfio Santini era sempre stato un uomo con i piedi per terra. Per anni si era spezzato la schiena nei campi, dalla mattina alla sera, senza mai lamentarsi, senza mai maledire la fatica. Era riuscito dove molti avevano fallito. La sua azienda agricola si era costruita un nome d’eccellenza nell’economia Toscana e con il sudore della fronte aveva permesso alla sua unica figlia di crescere nel benessere e di studiare fino alla laurea. Era un uomo forte Elfio, un uomo che aveva sopportato di tutto e, come gli aveva insegnato sua madre, si era rialzato dopo ogni caduta, perché l’importante nella vita era lottare e lui lo aveva sempre fatto con tutte le sue forze. Dopo la morte della moglie, Stefania era divenuta l’unica ragione della sua vita e la disgrazia che le era capitata, era stata il duro colpo di un destino che lo aveva fatto vacillare, ma come un albero che si piega al volere del vento, non si era mai spezzato. «Ci vediamo alla tenuta» disse strizzandole l’occhio. Si mosse con la consueta lentezza e s’incamminò sulla strada del ritorno consapevole che quella giornata sarebbe stata la più difficile dell’anno per sua figlia. Stefania fece uno sforzo sovrumano per riacquistare il controllo, poi si alzò stringendo un piccolo sasso tra le dita e con un rapido movimento lo lanciò, osservandolo con soddisfazione mentre entrava e usciva a pelo d’acqua fino a sprofondare ingoiato dal liquido bluastro del lago. Quel gesto innocente la riportò con la mente a tanti anni prima, quando, felice, si aggirava senza pensieri tra i campi della tenuta. Ricordò la gioia e la tranquillità di quei periodi rapportandoli alle difficoltà dell’età adulta. Si disse che quella era la vita, cercando di mentire a se stessa per giustificare quel maledetto giorno di tre anni prima. Oggi quel tempo le sembrava un ricordo scolorito e seppellito sotto cumuli di terra arida e polverosa. Guardò la moneta da un euro che appariva nel palmo della sua mano aperta. Chiuse gli occhi e, dopo aver espresso il suo desiderio, la lanciò nel pozzo, consapevole che quella storia non reggeva e il padre gliel'avesse ricordata per regalarle, come sempre, qualche istante di buon umore. «Adesso che succederà?» domandò, divertita, a un invisibile interlocutore. Si affacciò nel pozzo e osservò l’ultimo cerchio svanire e l’acqua tornare calma. Sorrise, incamminandosi verso il podere. Allungò il tragitto passando dietro la vecchia stalla, ormai in disuso, dove per anni, tra le sue mura, avevano trovato protezione i capi di bestiame che il nonno portava al pascolo la mattina per poi ritornare la sera, con la pelle quasi bruciata dal sole o le dita assiderate dal freddo che stringevano a fatica le corde del carro. Si fermò ad assaporare il silenzio assordante che quella mattina sembrava invadere il Novello. Era una sensazione unica e non esisteva un altro posto che gliela facesse provare. Era come se in quel luogo il tempo si potesse fermare, pervaso da un’aurea magica o da un sottile velo composto di un qualche materiale indistruttibile che le permetteva di sentirsi protetta dalle insidie del mondo. Ma sapeva che una volta fuori da quello spazio limitato, le criticità quotidiane l’avrebbero travolta come un fiume in piena, in particolare in quel periodo dell’anno, dove tutto si risvegliava dal gelo invernale e le sapienti mani dell’uomo avevano l’obbligo di aiutare la natura nel suo ordinario percorso. E forse tutto quel trambusto le avrebbe permesso di accantonare quel dolore, ma mai di dimenticare. Si mosse lentamente lungo il viottolo. In quel momento il suo sguardo fu rapito da un’ombra sfuggente che si muoveva guardinga tra l’erba alta, a una cinquantina di metri da lei. La osservò incuriosita e per un attimo sentì il respiro bloccarsi in gola e la paura prendere possesso delle sue gambe rendendole molli e ribelli ai suoi comandi. L’ombra sembrò accorgersi della sua presenza e si fermò, nascosta dalla boscaglia. Per un lungo istante, le sembrò che la osservasse, come se aspettasse una sua mossa o un suo accenno. Poi, com’era apparsa, svanì, forse disturbata dai rumori lontani di un’auto di passaggio. Stefania si accorse di non respirare quando ebbe un sussulto e allora lasciò che l’aria le invadesse nuovamente i polmoni. Si accovacciò su se stessa e solo quando il suo cuore smise di battere all’impazzata, sentì quel suono lontano. Era qualcosa che sembrava provenire da una distanza siderale, ma le sembrò inconfondibile. Prese coraggio e si avvicinò lentamente, guardandosi intorno come un militare in perlustrazione. L’erba era immobile, come gli alberi, e si abbatteva sotto il peso dei suoi passi lenti. Man mano che si approssimava alla fonte di quel suono divenuto acuto e penetrante, i suoi sensi si allertavano fino a quando, arrivata a destinazione, i suoi muscoli s’immobilizzarono. Osservò quello che non avrebbe più dimenticato e che avrebbe cambiato per sempre il corso della sua vita.
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