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Lauram

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Tutti i contenuti di Lauram

  1. Lauram

    La pasta madre

    La baita dorme dentro e fuori. Alle cinque di mattina Gemma è la prima ad alzarsi. Non sente risvegliarsi gli animali attraverso le pareti di legno. È ancora presto, pensa. Infila la vestaglia, una manica e poi l’altra. La mano destra non fa in tempo a uscire dalla flanella che se la porta alla bocca per tappare il vapore dello sbadiglio. Quella notte i ragazzi hanno fatto più confusione del solito e la donna ha dormito poco. Sono giorni di vacanza, li lascio sfogare, si è detta per evitare di metter fine al loro divertimento. Chiude la porta della sua camera. Lungo il corridoio, per recarsi in cucina, si sente scaldata dal tepore dei sospiri leggeri provenienti dalle stanze degli ospiti. La puzza dei calzini appallottolati nelle scarpe da ginnastica e del sudore sulle canotte buttate per terra, la sentirà più tardi nel rifare i letti; dopo aver disposto la colazione del gruppo. Dodici sono i coperti che deve preparare e quattro le stanze da riordinare. Due mesi l’anno, la baita si colma di nuove atmosfere. Perde il profumo di affumicato, di sughero imbevuto di vino e di polenta spianata, per intridersi di gioventù. Come occhi sul cortile, dalle finestre spalancate di giorno e chiuse di sera, la casa accoglie il fluire dell’adolescenza. Ventiquattro sono le gambe che tirano calci al pallone, dodici le bocche che chiacchierano, centoventi le dita infilate nel cibo, nel naso, in bocca e sui tasti del cellulare. Una sola invece la testa che scoppia per l’emicrania, quella di Gemma. Ma lei non si lamenta, fa la scorta per l’inverno. Le sue orecchie sembrano essere diventate spirali di gusci di chiocciola, nelle quali vuole infilare le risate nate dalle stupidaggini spensierate dei ragazzi. Vive di quei tempi estivi. Per il resto dell’anno a tenerle compagnia, solo le faccende della baita e il moto silenzioso del ruscello vicino, quest’ultimo sordo ai suoi richiami. In cucina, sotto il canovaccio, c’è l’impasto del pane lievitato. Gemma lo scopre, bianco e gonfio sembra un ventre gravido. La croce che ci ha fatto sopra col coltello la sera prima, si è aperta. Dal centro dell’impasto sgorga quella che sarà morbida mollica. Ne accarezza la superficie accapponata di grumi, poi, per pulirsi dalla farina, si passa la mano sulla vestaglia. Il ventre è piatto, l’ombelico segnato anche lui da una croce, dalla quale però non è mai fluito nulla. La donna apre la credenza, in un barattolo c’è la pasta madre, duttile come la pelle del gomito, ne stacca un pezzetto. In quel composto, il cui nome si prende gioco di lei, c’è il miracolo della procreazione. Messo nell’amalgama d’acqua e farina farà lievitare il pane per il giorno dopo, perché il pane si moltiplica. Lei, invece, non l’ha mai fatto. Ha sessant’anni e a volte ci pensa, anche se non fa più male come prima. Si era sposata giovane. Dopo tre anni dal matrimonio, ancora sola con il marito, una mattina aveva deciso di infilarsi la pasta madre tra le gambe, per acidificarla nei batteri di un altro luogo buio. La sua pancia non era lievitata neanche quel mese e lei si era sentita stupida. Aveva chiesto aiuto all’acqua. Il ruscello dava vita alle piante e agli animali. La sua forza procreatrice fluiva tutto intorno alla casa e sotto di essa. Gemma sperava di poter assorbire, come avveniva per il microcosmo che la circondava, la sua benevolenza. Ma il tempo passava e l’acqua del torrente che lei beveva, non si era ancora trasformata nella sua pancia in liquido amniotico. «Arriverà» le diceva il marito una volta al mese. «Sì…» annuiva Gemma dandogli le spalle, mentre stendeva la sfoglia con le sue giovani mani. «Arriverà» le diceva il marito. «Si…» rispondeva Gemma, e la sua voce rimbombava nel suo corpo cavo, pieno solo del passare del tempo. «E ora?» si era chiesta il giorno che, invece di asciugare la sfoglia bagnata dalle lacrime con la farina, spolverava con la terra la fossa del marito. Gemma aveva smesso di sperare, ma continuava a recarsi al ruscello. Il corso d’acqua rappresentava tutto ciò che lei non era. Le ovaie avvizzite nel corpo di Gemma erano le pietre bianche, levigate e lucide bagnate dall’acqua. In quel ruscello i girini crescevano fino a gracidare, mentre il suo grembo non aveva mai trasformato uno spermatozoo. Il fluire delle acque trasparenti, portava i resti a valle; rosso era invece il flusso che scendeva nelle sue mutande. Solo con la menopausa, smise di piangere. Il giorno che aveva accettato la proposta del consorzio agricolo di adibire la sua casa a centro vacanze, si era stupita della sua decisione. Si prepara tutto l’anno, pulisce le stanze, lustra le superfici e sferruzza coperte. Ha persino dato un nome al luogo in cui vive, affinché nell’immaginario dei ragazzi risulti più accogliente. La piccola baita sul ruscello. Poi taglia la frutta per le composte, sgrana legumi e mette sott’olio le verdure. Indaffarata non pensa alla sua solitudine. Le estati passano. Gemma si reca al torrente per prendere l’acqua, e ogni volta che riempie il secchio, alleggerisce la sua invidia. Annaffia i gerani, si bagna i piedi nei calzini pesanti e negli zoccoli. Poi entra in casa a preparare il pranzo, intanto che le impronte nell’atrio asciugano.
  2. Lauram

    La pasta madre

    Hai ragione, ne parlo spesso. Grazie cara Mi ero persa il tuo passaggio, scusa. A presto
  3. Lauram

    Salve a tutti!

    Sai che ti dico? Ti seguo, dovessi perdermi qualche tuo scritto Ben arrivata. Il tag. Taggando fai in modo che l'utente interessato riceva la notifica di un tuo intervento. Fai una @ poi uno spazio e inizi a digitare il nick, ti si apre un menù a tendina da cui puoi selezionare il nome. È stato un caso che io abbia visto il tuo commento, senza il tag mi sarei persa le tue osservazioni.
  4. Lauram

    Marketing

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43581-arcadia-il-sogno-capitolo-0b-parte-4-di-6/?do=findComment&comment=773030 Anna ha sedici anni e lavora con il corpo. “Mi vuoi?” chiede al dirimpettaio. “Certo”, risponde lui prima di farla entrare. I suoi vicini di casa aspettano la domenica come lei aspetta il lunedì: per i primi è il giorno del sesso per Anna è il giorno di paga. È un’addetta all’organico e il lunedì è il giorno di raccolta. “Mi vuoi?” chiede Anna al proprietario della villa a fianco. “Certo”, dice il dottor Furlo prima di farla entrare. Non più di due uomini si era detta. Avrebbe potuto guadagnare di più ma il suo dolcetto o scherzetto le avrebbe portato via troppo tempo. Prima di diventare mamma non aveva limitazioni ma ora con Livio è tutto diverso. Non si fida a lasciarlo da solo per più di un’ora. È un neonato di poche settimane che da un giorno all’altro imparerà a rigirarsi, pensa, mentre su un fianco nella stessa posizione in cui ha lasciato il bimbo nella culla si fa sbattere dall’ingegnere. Non sarà in grado di rimettersi supino, pensa ancora di suo figlio. Lo ritroverò a mostrarmi la nuca soffocato dai suoi stessi movimenti. È proprio perché tiene a Livio che decide di cambiare posizione. Prende il comando. Come a voler guidare i gesti del piccolo a casa, Anna priva la visuale della sua schiena all’ingegnere. Ora è sopra di lui e gli mostra il viso. È instancabile e mantiene il ritmo. Suda. Va bene. Deve sporcarsi. I respiri si fanno più vicini. L’uomo viene. Lei no. Non importa, ha fretta di tornare a casa. Scavalcata la pancia del vicino, raccoglie con le mani lo sperma che le scende dalle gambe, poi lo mette in una bustina. Gli ha svuotato le palle e ora per ricompensa riempie il sacchetto come una saccapoche di pasticceria. Alla porta il dottore la congeda soddisfatto. Anna sa di essere uno dei sogni proibiti degli uomini: un serpente bianco, squamato da ombre di sporcizia. Senza capelli e del tutto glabra non vede acqua da una settimana. “A domenica prossima”, dice il dottor Furlo. Uno dei tanti che non l’ha mai rifiutata. “Non te lo posso assicurare. Dipende da quanto me lo valutano”. Anna si riferisce allo sperma. A poche ore dal ritiro dell’organico il seme raccolto ha più valore. Ma non è con quello che Anna ricava profitti. Sarebbe troppo facile e i maschi tutti ricchi. Il maggior guadagno lei lo ha solo dal suo di corpo. Una volta a casa avrebbe iniziato a lavorarci su. Nella culla Livio dorme. Lo ritrova come l’ha lasciato. Il biberon che gli ha dato prima di uscire gli ha riempito lo stomaco e tutto il corpo di sonno. Con i pugni chiusi e le braccia alzate, la sagoma del bimbo è una linea ondulata immersa nella tranquillità. Le pieghe del volto sono quelle tonde della pancia che si alza e si abbassa. Il pulviscolo che trapela dalle persiane socchiuse, come lunghe braccia sottili pare proteggerlo, così come il vento della finestra aperta lo ninna smuovendolo col suo alito leggero. Chissà di chi sei figlio, si chiede Anna. Cerca nei lineamenti accennati del bimbo le somiglianze con gli uomini che incontra la domenica. Non hai il naso grande di Ciro. Hai pochi capelli. Forse Marco della palazzina accanto. Hai gli occhi chiari di Luca. Chissà, forse è lui tuo padre. Tutti i bambini da piccoli hanno gli occhi azzurri è per via del latte. Già, il latte, pensa. Quello che è finito insieme ai soldi. Con l’ultimo biberon Anna ha svuotato la confezione. È andata a scovare negli angoli della busta ogni granello proteico per riempirci il dosatore. Nella credenza ora c’è solo la scatola vuota come vuoto è anche il barattolo in cui conserva le banconote. Ancora poche ore e potrò rifar la spesa, pensa. Livio intanto ha il ciuccio inzuppato di tranquillità. Il movimento della sua bocca sembra quello di una risacca. La lingua richiama il caucciù per poi lasciarlo andare non troppo distante. Quando il sonno si sta per allontanare il bambino lo richiama di nuovo a sé. Nelle sue guance sembra esserci lo sciabordio del benessere. Anna sa che non sarà così per molto. “Dormi. Non svegliarti”, gli dice senza crederci troppo. Sa che tra poco Livio odierà quel ciuccio. Lei glielo infilerà in bocca e lui lo succhierà per alcuni secondi credendolo un biberon, mentre sentendosi ingannato lo sputerà con la lingua diventata forte d’un tratto. Livio piangerà di rabbia e di fame perché dal ciuccio non uscirà latte. Anna ora non ci vuole pensare. Inizia a lavorare. Parte dalla testa per arrivare ai piedi. Si toglie tutti i peli. Non usa il sapone per ammorbidire la cute, non vuole privarsi della sporcizia che ha accumulato lungo le pieghe del corpo. Se esce un po’di sangue tanto meglio, pensa. Viene valutato parecchio se si è sani. Anna crede di esserlo, ma nel dubbio si astiene dal procurarsi apposta delle ferite. I peli tra le pieghe delle gambe sono i più difficili da togliere. Li sente al tatto ma ha difficoltà a vederli. Si aiuta con uno specchio. A gambe divaricate sopra una sedia sembra un equilibrista, cerca di non cadere mentre taglia tutto ciò che può essere venduto. Usa una lametta speciale progettata per chi svolge il suo lavoro. Come avviene nei temperini per le matite, al passaggio della lama i peli e il sudiciume vanno a finire in un contenitore senza disperdersi in giro. Le unghie non crescono molto in una settimana. Se seguissi una dieta ricca di fibre la produzione di cheratina aumenterebbe a vantaggio anche dei capelli, pensa. Ma preferisce raccogliere i suoi escrementi allo stato solido piuttosto che sfatti dall’intestino ancor prima di liberarli nella tazza. Mangia perciò carboidrati e carne per agevolare il compito che la vede impegnata ora nel bagno. Svuotato il wc lo riempie di nuovo. Si infila due dita in gola fin quasi a raggiungere il liscio dell’esofago. Se avessi la tenia mi mozzerebbe le dita, pensa. il verso gutturale accompagna in due boccate il contenuto dello stomaco, poi lo raccoglie e chiude anche il vomito nel sacchetto. Nel suo copro ora non c’è più cibo. Tra poco avrà fame ma come Livio dovrà aspettare: non c’e più niente di commestibile in tutta la cucina. Sono le cinque. Alle sei suonerà l’impiegato statale. Valuterà la merce raccolta e pagherà Anna con la nuova banconota, quella fatta con la filigrana di organico umano. Chissà se ci sarà un po’ di me in quel denaro, pensa Anna che non vede l’ora che arrivi quel momento. Cammina nuda per casa. Non riesce ad aspettare seduta. Passa davanti alle finestre e chiude le tende. Passa davanti allo specchio e si ferma a guardarsi. Passa davanti alla camera di Livio e chiude la porta. Non sopporta più quei pianti. Il bimbo ha fame. Lei ha il seno pieno di latte ma le serve per la raccolta: viene valutato tantissimo. Le areole sono appiattite dal nutrimento che spinge da dentro. Sui capezzoli i rilievi della pelle sembrano scritte in braille che Livio vorrebbe leggere con il tatto della sua bocca. A ogni strillo del bambino il latte nei seni trova l’uscita e zampilla fuori. “Coraggio amore. Aspetta ancora un po’”, dice a Livio che non può capirla, mentre con le mani si spreme il petto e riempie tre sacchetti. Puntuale alle sei l’addetto suona alla porta. Anna corre ad aprire. “Ecco, questi sono i miei dieci contenitori”, dice. Ha aggiunto ai tre della giornata anche il latte surgelato durante la settimana. “Ottimo”, dice l’uomo. Poi tira fuori dalla tasca la nuova banconota. Anna è contenta. Chiude la porta e raggiunge il figlio, nella cameretta piange ancora. Lo prende in braccio nel tentativo di calmarlo. Il bimbo riconosce l’odore del latte anche se la mamma ha ora il seno vuoto. Apre la bocca nella direzione dei capezzoli. Anna lo distanzia. “No”, gli dice. “Questo serve per fare i soldini. A te ci vuole il latte di Angelina Jolie se vuoi crescere forte. Andiamo a comprarlo in farmacia.” Una volta sazio Livio si addormenta. Anna si fa una doccia e poi mangia un boccone. Ha lavorato tanto, si merita un po’ di riposo e accende la TV. “Il latte di Angelina Jolie per dei bimbi sani”, dice la pubblicità. Anna sorride, fiera di sentirsi una brava mamma.
  5. Lauram

    Marketing

    @Nightafter mi hai riempita di complimenti, così mi monto la testa Quanto tempo mi hai dedicato, sei troppo caro. Sono contenta che al di là della trama emerga anche questo. Che dire se non grazie
  6. Lauram

    [Fdi 2019-1] Non ti voltare

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43722-hotel-riviera/?do=findComment&comment=776321 Sul muro i crocefissi sono due, il Cristo e suor Adele. Uno appeso a un chiodo, con le ginocchia incurvate e la testa china, mostra la faccia. L’altro è della donna, con gli arti spalancati abbraccia la macchia sulla parete, senza svelare il volto. Da entrambi scendono fluidi. Per Gesù, nei punti in cui si incastonano i chiodi, le gocce di sangue sono d’ebano. In suor Adele invece, il velo a balze fino alle scapole, sembra una corta colonna dorica intarsiata dall’incanalarsi delle sue lacrime. Terminato il pianto, la donna si scosta dal muro della sua stanza e si siede sul giaciglio. Il cordone che le cinge i fianchi ha i nodi, li morde come un cane fa con l’osso. Preme sui molari finché non sente schiudersi i denti. Lascia la presa solo dopo che il dolore fuoriesce dalla corolla d’avorio. La cinta che fino a poco tempo prima suor Adele teneva allentata, ora è stretta sul ventre. Non c’è più vita qui dentro, pensa stritolandosi la pancia. Il contenuto è a marcire nella parete. La suora fissa la macchia sull’intonaco. Suo figlio è lì dentro, murato vivo in posizione fatale, come lapide ha un intero convento. La sua sagoma sembra quella di un fagiolo. Senz’occhio, pensa. Sei venuto alla luce ma non hai avuto il tempo di vederla. Lui ti ha strappato dalle mie gambe e ti ha chiuso nella nicchia sul muro. Al buio, come me. Suor Adele non vedeva quando don Mario la possedeva. Le chiudeva lo sguardo con una mano, mentre con l’altra le tappava la bocca. Le lasciava libero solo il pertugio che faceva male. «Non ti voltare» le diceva il prete da dietro. «A farti questo è il diavolo. Lo vuoi vedere?» No, pensava lei urlando. Solo la lingua si faceva spazio tra la bocca e usciva sbattendo sull’anello dell’uomo. Il simbolo che i fedeli baciavano in segno di devozione, era quello che lei in quelle circostanze leccava. «Ferma. Ti tolgo il peccato.» Sì padre, pensava. Ma fate in fretta. La presa delle mani sulla faccia della donna si allentava nel momento in cui la pancia dell’uomo si abbandonava sulla sua schiena. Don Mario aveva portato a termine il lavoro. «Recita tre preghiere e non tentarmi più», le diceva prima di lasciarla sola. Una volta distese le pieghe della coperta e della tonaca, inginocchiata chiedeva perdono. Si sentiva sciolta solo tra le cosce, mai nell’animo. Nella stanza i movimenti che percorre sono gli stessi da mesi: dal letto al muro e dal muro al letto. «Deve avere una malattia alla testa», dicono le sorelle di lei. … Alla testa, pensa suor Adele e sorride ironica. In piedi, di nuovo davanti alla parete, con il dito percorre ora i contorni della macchia. Qui deve esserci la schiena, pensa. Conta le vertebre sulla colonna, su e giù e ancora. È il suo modo di sgranare il rosario. Uno scarafaggio spunta dall’angolo. Escono da lì, pensa guardando una piccola feritoia sul muro. «Gli insetti», esclama. «Non voglio che ti diano fastidio». Parla a suo figlio. Maschio o femmina, non era riuscito a vederlo. Cieca. Lo sono stata anche in quel momento, pensa. «È frutto del peccato. Si merita questa fine», diceva il prete, mentre con la mano stavolta chiudeva la bocca del neonato. «Non ti voltare» le diceva e lei ancora aveva obbedito. Perché non ti ho tenuto con me… pensa. Schiaccia lo scarafaggio e infilata la cinta in bocca, riprende a rosicchiare il nodo. Dopo anni arrivò la domenica che cambiò le abitudini di suor Adele. Lasciata la macchia sul muro, si era chiusa la porta alle spalle per andare alla funzione. In chiesa si era messa ai primi posti e non per pregare. Da tempo aveva smesso di farlo. Si limitava a osservare dal pulpito le pupille di don Mario: opache non potevano riflettere in lei solo che parole distorte. L’uomo diceva messa nel suo solito modo, fissava tutti e mai nessuno in particolare. Vuoi vedere il diavolo? La voce che le echeggiava nella testa. Lo sto facendo, pensava la donna. Quando da inginocchiata si era messa seduta sulla panca, nello stesso istante in cui lo aveva fatto la novizia al suo fianco, suor Adele si era accorta di tutto. La giovane suora le sorrise. Aveva fatto lo stesso pochi attimi prima anche con don Mario, quando aveva posato il suo sguardo su di lei. Ogni cosa ora era nitida nella testa di suor Adele, come la cinta della novizia larga in vita. Ecco perché le pezze usate mensilmente dalla ragazza sono così bianche. Si prende elogi per la pulizia, quando il motivo è un altro: aspetta un bambino, pensava suor Adele guardandola. Vicino a lei sedeva una fanciulla con un destino uguale al suo. La notte suor Adele sentiva piangere suo figlio. La ninna nanna che la sua mente proiettava per tranquillizzare il piccolo, in realtà occorreva a lei per addormentarsi. Quella notte non ce ne era stato bisogno. Suor Adele aveva chiuso gli occhi pensando a suor Lia e il pianto nella stanza era rientrato nelle pareti. Da quella mattina aveva iniziato a seguire i contorni di un’altra ombra. Di quella che si aggirava furtiva nei cortili. Suor Lia camminava curva sotto un peso a cui non riusciva a dare un nome, per nascondere la curva più grande che il peccato le plasmava dentro. «Sarai deforme?» chiedeva al piccolo a cui già voleva bene. «Sì». Era la risposta della mente che la raggelava. Un pomeriggio suor Adele le si era avvicinata intuendone i pensieri, gli stessi che lei a suo tempo aveva provato. «Non hai colpe», le aveva detto. «Penso io a te.» Come quando da piccola lasciava morbido il piede sorretto dalla forza della mamma che le infilava i sandali, suor Lia si era sentita così per tutto il corpo. Pronta a farsi sostenere. «Non voglio più vedere quell’uomo», chiese senza accorgersene. «Non accadrà.» Non si erano dette più niente. Entrambe sapevano che non c’era bisogno di ratificare la promessa. Don Mario aspetta suor Lia nella stanza. Pregusta il momento toccandosi sotto la veste. Sorride compiaciuto della sua durezza. Con la porta aperta, sente i passi sul corridoio. «Sbrigati, peccatrice» dice immaginando la ragazza avanzare. In quell’ala del convento il giorno delle confessioni non c’è nessuno. Lui può fare il rumore che vuole. Il membro gli tira, ha fretta di raggiungere il piacere. Ad avvicinarsi invece non c’è suor Lia, ma suor Adele. Recita dei versi, sono sempre più chiari via, via che percorre i metri che la separano dal prete: Del mio dolor ti farai carico chiuso in gabbia a patir la fame, privo del petto e del corpo antico al freddo solo ad aspettar rimane. Con l’unghie gratto l’erto spessore. Giù, la polvere a coprire i piedi. Le lacrime scendono a non spugnar pareti. Il bianco è il nero dei miei versi il colore. Son io profeta di prigionia. Senti i miei passi e non ti voltare. Dentro agli occhi la spinta infernale all’Ade. Nel nome che porto, la pace mia. Nella stanza ora oltre al Cristo c’è una nuova croce, ma capovolta. È quella di Don Mario murato vivo nella parete. «I miei versi ti hanno spinto all’inferno», parla suor Adele alla fresca macchia sull’intonaco. «Ti sei dissolto nella stanza appena mi hai visto. Il muro ti ha risucchiato il corpo e l’anima. Bastava non voltarti. Ma ti è sempre piaciuto guardare e nei miei occhi hai trovato l’Ade: l’inferno nascosto nel mio nome». Qui devi avere la faccia, pensa chinando la testa in basso per guardare meglio la sagoma sulla parete. Uno scarafaggio ci cammina sopra. Lei lo lascia fare. Prima di abbandonare la camera la suora passa le dita sulla sagoma più piccola. Non riesce a individuarne i contorni, il tempo sporcando le pareti ha reso omogenei i colori. Nella notte c’è chi sente urlare. «È la voce di don Mario», dicono dal giorno della scomparsa del prete. Le due sorelle non lo hanno mai sentito. Dormono insieme da quando suor Lia in segretezza e con l’aiuto di suor Adele ha partorito. «Lo hanno abbandonato davanti al convento. Ci occupiamo noi di lui», hanno chiesto alla madre superiore che ha acconsentito a tenere il neonato. Cantano nenie che non servono a calmare chi dorme per sempre. Sono per il piccolo nella culla. Maschio, femmina, che importa. È il loro bambino e lo cresceranno insieme.
  7. Lauram

    [Fdi 2019-1] Non ti voltare

    @Adele Emmeti:) che bel commento. Mi hai dato degli ottimi spunti, non avevo pensato alla levitazione e al compiacimento demoniaco delle suore. Vedi? Lo sapevo io Ci proverò. Grazie per aver quotato quei paragrafi, sono contenta siano arrivati. Ah, benvenuta sul WD
  8. Lauram

    La pasta madre

    @Alicetta ma grazie Tra le pagine di racconti hai pescato il mio, sono contenta e ancor di più sapere che ti è piaciuto. Ben arrivata sul wd
  9. Scusa @Anglares si presuppone un esito positivo, un successo. Ma se il racconto fosse sulla consapevolezza del volersi redimere, sulla voglia di riabilitarsi, seguita poi da un eventuale insuccesso, sarebbe fuori tema?
  10. Lauram

    Tautogrammiamo insieme?

    Ops, la M
  11. Lauram

    Tautogrammiamo insieme?

    - Andiamo all'Abacadabra? - Accipicchia, ancora? - Altroché. - Acciderba, anche Antani? - Avoja! - Ah, antipatico - Amore... - Amore? Addio Antonio!
  12. Lauram

    La scatola

    Ciao @Marf, avevo intenzione di scrivere un racconto che trattasse la normalità, non ora, chissà quando, ma era nei miei pensieri. Mi piace il modo in cui hai cercato di rappresentarla. Una scatola chiusa con i pezzi all'interno che scossi fanno rumore, penso al legno. Penso alla facilità con cui le forme si infilano e la difficoltà invece che si ha nel cercare di farli uscire dagli stessi incastri. Ecco, ho in mente il gioco che descrivi e mi fioccano in testa un sacco di riflessioni. Ti quoto per intero il pensiero finale, bello e non moralista. Bel lavoro, ciao.
  13. Lauram

    [Fdi 2019-1] Non ti voltare

    Grazie @skifezza, @Ernest, sono contenta vi sia piaciuto il racconto. Da un'immagine a un'altra, è un bellissimo complimento. @Eudes grazie per il tuo commento in chat , scusa se ti rispondo solo ora. Non sei il primo ad avermi fatto notare la mancanza di elementi nel testo che giustificassero la virata al sovrannaturale. Da rivedere senza dubbio. Grazie ancora
  14. @Poeta Zaza mi è piaciuta molto questa "nostra" poesia. Grazie per averla assemblata in modo così delizioso.
  15. Lauram

    L'umano dietro la luce

    Ma che belli che siete, tutti con lo stesso entusiasmo
  16. Lauram

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Farabbutto: mascalzone da inceneritore! KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  17. Lauram

    Ciao a tutti

    Ciao @Enya dai che il blocco si sblocca Ci sono nel forum dei contest a cui partecipare, vengono delle tracce da rispettare per scrivere un racconto. Chissà che non sia proprio uno degli argomenti del contest a far scattare l'ingranaggio al contrario? Dai un'occhiata al "Fdi" in contest aperti, se non sbaglio a breve dovrebbe iniziare una seconda tappa, l'argomento da trattare non è stato ancora dato. In bocca al lupo e benvenuta
  18. Lauram

    Avrei voluto

    È bella @Poeta Zaza Mi piace la trama. Il non ricambiare un'amore è dispiacere, bello che tu lo abbia detto in versi.
  19. Lauram

    Gli animali non ti guardano

    Ciao @m.q.s. secondo me un buon racconto. Bella l'ambientazione, belle le immagini e i dialoghi. Quanto c'è da dire in una stanza con un divano-letto, tu hai scelto di raccontare gli aneddoti meno ovvi. Questo pezzo mi piace molto, mi piace che tu l'abbia chiamato "dito fantasma". Sono dei pensieri inaspettati, ma veri. Il racconto è bello. Ho trovato nella prosa un po' di ripetizioni. Se leggi ad alta voce, si sente che i due termini sono vicini. Come qui. Come nel dito fantasma prima. Ma forse le ripetizioni sono volute. Se è una scelta, scusami le quotazioni. Ciao:)
  20. Lauram

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Dai @bwv582 la Q ti aspetta. Ricordi? Aveva a che fare con il queffiqiente!
  21. Lauram

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Brrrr, bracconiere: lo dice l'orso polare del cacciatore, quando lo consuma on the rocks KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  22. Lauram

    Un corpo e un'anima

    Buongiorno @Adelaide J. Pellitteri:) l'ho letto un po' in ritardo, sai, il contest e i suoi 40 In questo tuo racconto ci sono molti personaggi. Oltre alle sorelle c'è uno zio, un padre, una madre, un gatto alcuni abitanti e il paese stesso. Sei stata molto brava ad introdurli tutti con chiarezza. Le parentele e i passaggi del tempo arrivano senza difficoltà. Anche il paese è un personaggio a sua volta, è caratterizzato molto bene e produce i suoi effetti in termini di riflessione. Un frammento mi ha ricordato una scena del film "parenti serpenti" durante la passeggiata per andare alla messa serale si assiste allo spettegolare di tutto il paese. Osservati e osservanti, senza scampo, tutti sotto i riflettori delle malelingue. Mi viene da aggiungere:"Povere ragazze". (Le scene dei film sono diventate elemento essenziale dei i nostri commenti ) Buon fine settimana Laura
  23. Lauram

    Il gioco del Vocabolario Fantastico

    Enterprice: nave spaziale che è costata un botto KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  24. Lauram

    L'uomo del casello

    Ciao @Thea mi piace che tu abbia voluto scrivere una storia su un casellante. Solitamente è un personaggio abituato a essere guardato, ma stavolta è lui che guarda. È come un portiere che non si impiccia delle lettere che i condomini ricevono, ma cerca di capire da piccoli indizi chi gli passa davanti per tutto il giorno. Ti segnalo solo un passaggio Credo sia troppo esagerato come paragone. Una buona scelta la storia non storia, ognuno poi ci vede quello che vuole. Ciao
  25. Lauram

    [Fdi 2019-1] Non ti voltare

    Ma grazie @Joyopi mi hai fatto un sacco di complimenti Deduco che non hai letto i commenti Ci pensa il soprannaturale a sistemare tutto. Lo dico nei versi e lo dice suor Adele al prete morto, ma non è stato sufficiente a farlo capire. Un po' di indizi qua e là forse avrebbero aiutato. Sì, lo farò presto. Ciao
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