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Michele G.

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  1. Michele G.

    Psyco 6/6 (avevo sbagliato, non erano 8...)

    Grazie, @gmela, mi metterò d'impegno.... A presto.
  2. Michele G.

    Psyco 6/6 (avevo sbagliato, non erano 8...)

    Grazie, @gmela, confermo la mia ... conferma a quanto hai rilevato, le tue note erano già presenti - e giustamente - nei tuoi contributi alle parti precedenti. Mi rendo conto dello squilibrio e della sovraanalisi, è un racconto scritto moooolto tempo fa e solo in parte rivisitato. Oggi sto scrivendo in modo diverso, spero più equilibrato. Almeno credo . Con il tempo residuo dal lavoro e dagli altri impegni, tra un ... paio d'anni finirò il romanzetto che sto faticosamente componendo. Ti ringrazio della tua costanza e della tua sopportazione nel leggere Psyco. Ciao e grazie ancora.
  3. Michele G.

    Psyco 6/6 (avevo sbagliato, non erano 8...)

    Commento. Prima doveva risolvere il problema del blocco degli appunti, non poteva sopportare che vi fosse una pagina così rovinata come quella che aveva bucato. Si alzò con discrezione e si avvicinò alla scrivania. L'altro se lo vide passare a fianco e frenò la sua cascata di parole insensate. “Dottore, ha bisogno di qualcosa?”, domandò il paziente. “Sì, mi scusi se l'ho interrotta”, rispose l’analista, “ma mi serve il tagliacarte, devo correggere un errore ed ho bisogno di strappare la pagina”. “Faccia, faccia, non si preoccupi. Io, se permette, continuo”, disse il commercialista. “Preferirei che mi chiarisse un punto la cui soluzione forse è importante”, lo bloccò il dottore con atteggiamento serio ed interessato, mentre prendeva l'oggetto d'oro per poi tornare a sedere. “Quale punto?”, chiese l’altro. “Ho una domanda che ha a che fare con questa storia dell'impressione di vivere in un racconto”. Costa si era lanciato inseguendo un’intuizione ancora poco chiara, senza sapere dove sarebbe arrivato, sperando di metterlo in difficoltà. “Mi dica”, lo invitò il paziente, felice dell'attenzione del terapeuta. “Mi stavo domandando se questa storia di cui lei ritiene di essere protagonista …”. “Non necessariamente”, intervenne l’altro. “Potrei essere anche un comprimario”. “D’accordo, d'accordo”, accettò il dottore. “Dunque, concorderà sul fatto che questa storia, nella quale comunque lei in qualche modo svolgerebbe un ruolo, sarà stata scritta da qualcuno, quindi avrà un autore, o sbaglio?”. “Beh, penso di sì. Sì, certo che ce l'ha”, rispose l’altro. “Ecco, il mio interrogativo è proprio questo: chi sarebbe questa persona o comunque questo essere? Voglio dire, a rigor di logica potrebbe essere qualunque cosa, anche una pura energia impersonale. Ma, poiché mi pare che lei dia molta importanza alla sua impressione, che regge il nostro discorso come una specie di assioma da cui si diparte il resto, voglio seguirla e valorizzare le sue sensazioni. Dunque le domando: lei sente che si tratta di qualcuno in particolare, voglio dire una persona dotata di sentimenti, di ragione e via dicendo, oppure di un essere più indefinito?”. Le parole gli uscivano di bocca da sole. “Devo confessare di non averci pensato”, rispose l’altro. “Però adesso che lei me lo domanda, direi che, sì, direi che possa essere una persona”. Aveva ricominciato a strofinare la poltrona. Non era più accettabile. ‘Adesso ti metto all’angolo’, pensò il dottore. “Bene”, riprese, “allora deve trattarsi di qualcuno che, quando scrive la nostra storia, è perfettamente consapevole del suo svolgimento, proprio perché la crea a suo piacimento. Concorda?”. “Sì, certamente”, confermò l'altro. “Inoltre”, continuò il professore, “dovrebbe essere qualcuno che ha scelto volontariamente di restare nell’ombra e di non rivelarsi alle sue creature, altrimenti tutti noi ne avremmo coscienza, cosa che non è. Dico e sottolineo volontariamente perché basterebbe una sua decisione perché noi divenissimo chiaramente consapevoli della sua esistenza. Non trova?”. ‘Avrei dovuto studiare filosofia’, si disse soddisfatto. Gli piaceva la filosofia. Aveva frequentato il Liceo, e ricordava vagamente di aver letto qualcosa di simile a quello che stava dicendo, da qualche parte. “Sì, credo di sì”, confermò ancora il paziente, tra il confuso e il sospettoso. Pareva domandarsi dove volesse andare a parare quel discorso. Continuava a percepire qualcosa di strano, il professore sembrava diverso, non l’aveva mai visto così combattivo. “E dunque”, proseguì Costa, “abbiamo stabilito, in coerenza con la sua percezione, che questo ipotetico autore genera consapevolmente la nostra storia e che ha intenzionalmente evitato di rivelarsi a noi. Ma se noi fossimo personaggi del suo racconto, è evidente che il nostro creatore starebbe scrivendo, proprio in questo istante, il nostro colloquio. Si dà il caso, però, che noi siamo parlando proprio di lui, e per sua volontà, perché è lui che scrive la storia. Perché allora avrebbe cambiato idea all'improvviso? Perché avrebbe scelto di nascondersi e contemporaneamente di rivelarsi? Perché si farebbe conoscere da lei e mettere in dubbio da me? Perché mi metterebbe in bocca degli argomenti che rendono paradossale la sua esistenza?”. Il paziente restò in silenzio, sconcertato. Forse quella fantasia rappresentava il pensiero più originale che avesse mai elaborato, seppure assemblando confusamente intuizioni non sue. In realtà, le obiezioni del professore non erano così stringenti, questo è certo, ma nessuno dei due aveva l'intelligenza per accorgersene. Del resto, noi sappiamo chi aveva ragione. ‘Ti ho fatto fuori’, pensava intanto il dottore, compiacendosi del disorientamento dell’altro. ‘Se solo adesso ti alzassi ed andassi a casa tua, ad insozzare la tua poltrona e non la mia…’. E dentro di sé rideva, esultava, e fischiettava qualcosa nella mente. Non occorre capire come potesse farlo, lo faceva e basta. Ma la lotta non era ancora giunta a fine perché il paziente, irritato dalla disillusione e ferito nell’orgoglio, si inalberò improvvisamente e con uno scatto nervoso schiaffeggiò più volte la pelle nera e tesa della poltrona asserendo ripetutamente, con voce alterata, che nessuno aveva il diritto di togliergli quell’impressione che lui continuava ad avere e che percepiva come reale. Il Professor Costa non reagì immediatamente. All’inizio prese semplicemente atto della ostinata posizione dell'animale, perché solo gli animali sono così cocciuti, e considerò quel comportamento come un affronto personale. Riuscì ancora a trattenersi, nonostante lo stomaco fosse arrivato in gola, e scrisse sul taccuino, con mano tremante, ‘Non accetta opposizioni verbali, evitare in futuro’. Poi la sua mente si soffermò sul ricordo dell’evento cui aveva assistito, in particolare sulla mano che colpiva la poltrona. Ripercorse la scena più volte, come se fosse sempre più rallentata. Ad ogni passaggio percepì l’ira crescere, fino a sentire qualcosa esplodere dentro di sé. A quel punto, il suo corpo rispose meccanicamente ad una serie di stimoli che gli imponevano di portare a termine il piano congegnato, con una sequenzialità di azioni ordinata e precisa. Tutto avvenne molto velocemente e con grande compostezza. Prese con delicatezza il tagliacarte che aveva posato su una gamba, lo impugnò in modo che la punta fuoriuscisse dalla mano chiusa di tre centimetri circa e, mentre il cliente continuava a ripetere le sue farneticazioni, inferse un colpo preciso su quella maledetta mano sinistra, oramai ferma sulla poltrona, la stessa mano che il rospo aveva usato per graffiare e colpire il suo gioiello. Il commercialista si alzò d'istinto urlando di dolore e guardò la ferita profonda. Poi guardò il sangue che usciva a fiotti e si voltò di scatto verso il dottore con gli occhi spalancati, proprio degli occhi da rospo. Vide che lo psicologo, perfettamente calmo e sorridente, lo fissava con uno sguardo vitreo ma compiacente ed il panico aumentò, inducendolo prima ad indietreggiare barcollando verso la scrivania, che urtò e per poco non rovesciò, e poi a correre veloce verso la porta che stava a qualche metro sulla sua destra, dalla quale uscì di corsa, urlando a squarciagola che il dottore era diventato un pazzo furioso. Costa aggiunse con calma sul taccuino ‘Incapace di autocontrollo’ e poi guardò verso la porta aperta, sul cui uscio vide la segretaria inebetita che alternava lo sguardo tra il fermacarte sporco e la macchia di sangue che si era raccolta sulla poltrona, proseguendo poi sul pavimento in forma di una lunga, spessa e liquida striscia rossa. Dietro di lei si era formato il gruppetto degli altri clienti del mattino, e tutti lo fissavano impauriti. “Signorina, avrebbe la compiacenza di portare una pezzuola, dovrei pulire la poltrona”, disse Costa con calma. La segretaria mormorò qualcosa e si ritirò dalla porta, subito imitata dagli altri clienti. Sentì un rumorio di voci, ma non se ne curò. Era soddisfatto, aveva calcolato bene ed era riuscito quasi a trapassare la mano del commercialista senza bucare la pelle nuova. Inoltre aveva dimostrato a quell'imbecille che non viveva in un racconto. Dopo quel dolore intenso e concreto non avrebbe più avuto motivo di crederlo e avrebbe abbandonato l’idea. Pensò che rosso e nero fanno una bella accoppiata di colori. Poi si avvicinò alla porta e domandò chi fosse il paziente successivo.
  4. Michele G.

    Perfetto (2 di 3)

    Scritto bene. Mantiene la tensione, devo dire che ci sono dei passaggi (specie nella prima parte) che hanno prodotto un effetto 'fisico' di disturbo... letterario. Che è proprio ciò che volevi, ritengo. Attendo di leggere il resto. Se posso permettermi, ti consiglierei di inserire il numero di parti nelle quali il racconto è suddiviso, solo per avere un'idea delle parti mancanti. Altre piccole note: Sento una dissonanza tra una macchina che metaforicamente danza, ma è contemporaneamente è incollata. Personalmente (ma è un mio problema) non amo il riferimento a marche esistenti, sia pure per mostrare lo status di un personaggio. I due punti sono intenzionali? Idem. In entrambi i casi io avrei evitato, giocando con le virgole al posto giusto ed -eventualmente- dividendo in due frasi. Infine, io uso in modo diverso la punteggiatura nei dialoghi. Ho trovato utile questo link, prova a dargli un'occhiata, se vuoi: https://www.editorromanzi.it/come-usare-la-punteggiatura-nei-dialoghi/.
  5. Michele G.

    Psyco 5/8 (o forse 6)

    @gmela, sono consapevole di questo limite (e di molti altri) del racconto. Ancora una volta, condivido. L'ho prodotto tempo fa, in una fase nella quale avevo un'idea abbastanza diversa del modo in cui scribacchiare (scrivere sarebbe termine eccessivo). Era una fase più 'intellettualistica'. L'ho ripreso e parzialmente riadattato, ma sai per esperienza - credo - che se una cosa nasce quadrata è difficile renderla tonda.... Oggi lo costruirei diversamente. Il che non significa che sarebbe migliore . Comunque voglio ringraziarti sinceramente per il tuo tempo e per i tuoi commenti...
  6. Michele G.

    Psyco 5/8 (o forse 6)

    Commento “Certo, certo che l'ascolto”, lo rassicurò il dottore, con sorriso gentile e calma professionale, mentre invece pensava ‘Ma cosa vuoi che ti ascolti, ringrazia il cielo che sono un professionista serio, altrimenti non ti lascerei sporcare la mia poltrona nuova un minuto di più, tu e i tuoi stupidi scarponi da contadino’. “Dica, la prego, stavo scrivendo un appunto sulle sue frasi precedenti e mi sono distratto un attimo”, continuò Costa. “Dicevo, dottore”, proseguì il paziente che agli occhi dell’analista stava rassomigliando sempre di più ad un rospo con le zampe sottili ed il ventre gonfio, “che la conclusione cui mi ha portato quel testo è che la mia vita possa non essere reale, come se fossi… No, meglio, come se fossimo tutti frutto di un’invenzione. Chissà, potrebbe essere anche conveniente … Nessuna responsabilità delle nostre azioni e nessun dolore, perché anche il dolore sarebbe inventato. Non crede?”. ‘Io credo che tu sia proprio un imbecille’, pensò il dottore, ‘un rospo imbecille con gli occhi scuri e la pelle giallastra’. Ma non fu questo che disse. “E lei non ha pensato invece che anche i piaceri della vita sarebbero falsi?”, rispose gentile e cordiale, mentre scriveva compiaciuto sul taccuino ‘Desiderio di controllo. Vuole essere il personaggio di un racconto’. “Già, non ci avevo pensato”, rispose l'altro, dopo un attimo in silenzio. Strinse la fronte nel tentativo di riportare alla memoria qualcosa e, quando ci riuscì, aggiunse: “Però potrebbe essere un vantaggio. Voglio dire, sappiamo tutti che i dolori della vita sono maggiori dei piaceri, quindi noi soffriamo più di quanto gioiamo. Ma nell’ipotesi che la nostra vita sia solo il racconto di qualcuno, beh, questa differenza negativa non sarebbe reale e quindi ci guadagneremmo, non crede?”. ‘Ecco, ci mancava solo che si mettesse a fare il filosofo’, pensò l'analista. ‘Il filosofo a prestito, perché questa considerazione l'ha letta da qualche parte. E non sta fermo con le mani, guarda come gratta la poltrona con quelle sue unghia curate. Me la rovinerà’. Era sempre più irritato, ma all'università gli avevano insegnato che uno psicologo deve essere sul lavoro migliore di quello che è nella vita. Non deve farsi influenzare dai propri stati d'animo, gli avevano detto, e su un libro aveva trovato una frase che si era segnato da qualche parte perché era proprio bella, e diceva più o meno così: “L’analista deve assecondare il paziente in modo che possa esprimere il materiale utile per l'interpretazione diagnostica”. Era un libro con la copertina gialla e doveva averlo ancora, sepolto da qualche parte. E quindi pensò che era necessario, professionale ed utile assecondarlo, cercando a fatica di superare il tremendo fastidio di vederlo grattare la poltrona. “Certo, potrebbe anche essere come lei dice”, rispose mentre si diceva ‘ma guarda che mi tocca fare’, “ma mi permetto di segnalarle una difficoltà nel suo ragionamento. Anche se lei ed io fossimo i personaggi di un racconto, ammetterà che questo non avrebbe alcuna influenza sulla nostra sofferenza o sul nostro piacere, perché sarebbero sensazioni comunque esistenti”. Aveva parlato calmo e compassato, come quegli intellettuali da circolo letterario che si vedono in televisione ogni tanto, quelli che sembrano voler fare intendere che hanno capito tutto della vita e che non c'è ragione di prendersela tanto. “Che nitidezza di pensiero, dottore!”, esclamò ammirato l'altro, e l'analista si disgustò, perché quando un rospo ti dice qualcosa di bello non riesci a dimenticare che è un rospo. “Non ci avevo pensato, sa? Strano”, e se ne stette in silenzio, pensieroso. Questa storia del silenzio sarebbe stata tutto sommato piacevole, se non fosse stato per il rumore che l'animale produceva strofinando la poltrona, che nella quiete risaltava ancora di più. Costa pensò che avrebbe preferito che il tizio gracchiasse, o che ronzasse. Bisognava però ammettere che aveva delle belle mani, fatte per sfogliare libri che non aveva mai sfogliato e per contare soldi, attività che invece certamente praticava. Costa pensò al denaro che aveva risparmiato in tanti anni di lavoro e per un attimo immaginò seriamente che sarebbe stato bello mandare al diavolo il suo lavoro, comperare cento poltrone e cento tagliacarte d'oro e portarli in una casa inaccessibile, per tenerli al sicuro da animali come quello che aveva lì, dinanzi a sé. Mentre era preso da questi pensieri, Costa ricalcò con cura le lettere della parola ‘Desiderio’ che aveva scritto poco prima, e restava in attesa che il paziente vomitasse altre folli considerazioni. Fece mente locale e ricordò che, per fortuna, c'era solo qualche altra seduta da sostenere quella mattina. Che mattinata terribile. Si era alzato nervoso, forse aveva dormito male. In verità era qualche tempo che dormiva male. “Eppure, dottore”, riprese l'altro, scuotendolo dalle sue riflessioni, “ciò non toglie che io abbia ancora questa impressione. Non trova che significhi qualcosa?”. “Vedremo, vedremo man mano che l’analisi procede”, rispose Costa. Pensò che il tizio era proprio testardo, non si convinceva dell'errore. Ma bisognava convincerlo, non era possibile che si opponesse con tanta ostinazione, era divenuta una questione di orgoglio professionale. “Non significherà forse che sono tormentato da un desiderio di controllo?”, continuò il commercialista, e quella domanda, identica all’appunto che aveva preso sul taccuino, fu proprio un bel colpo allo stomaco, di quelli che non ti aspetti. “L’interpretazione la lasci a me, la prego”, rispose trattenendo a stento il desiderio di rovesciarlo dalla poltrona, “lei deve solo rilassarsi ed esprimere i suoi pensieri”. E mentre parlava con tono gentile ma assolutamente fermo, trasformò l'opera di ricalco in un gesto veloce e rabbioso che cancellò completamente la frase annotata, perforando il foglio sulla quale era scritta. Il paziente sembrò stupito e anche un po’ stizzito dell’atteggiamento del Costa, che prima di allora non aveva mai mostrato tanta fermezza e rigore. Pensò che non era giusto, in fondo il professore riceveva un lauto compenso per essere a sua disposizione durante la sessione. Il Costa, invece, pensò che quell’idiota aveva rovinato la sua ipotesi. Aveva messo in crisi una bella idea, pulita ed accettabile, una delle migliori che gli erano venute su quel caso. Non che gli importasse veramente di arrivare ad una diagnosi, del resto il paziente non ne aveva bisogno. Ma anche con quei clienti fasulli si sforzava di sfruttare ciò che aveva imparato all'università, era un modo per ingannare il tempo ed una conferma della propria competenza. Per questo aveva piacere quando sorgeva qualche buona interpretazione. Ma in quel testo con la copertina gialla aveva letto che “Le tensioni inconsce non sono acquisibili direttamente dal paziente”, o qualcosa di simile, il che significava che ogni interpretazione prodotta dal paziente sulla propria situazione non può corrispondere alla verità. E quindi l'animale gli aveva rovinato tutto. Ricordò che aveva anche un libro di cucina con la copertina gialla, ma non poteva essere lo stesso perché non parlava di psicologia. L’altro, come se nulla fosse, dando seguito alla fiducia nella sua ‘impressione’, resistente ad ogni obiezione, aveva ripreso a sproloquiare sempre sullo stesso tema e si inerpicava su sentieri sempre più arditi, sottolineando le conseguenze della sua intuizione. “Pensi solo”, diceva riportando parole lette chissà dove, “che se fossimo personaggi di un racconto dovremmo concluderne che la storia non è definitiva come ci appare, perché potrebbe essere riscritta. O che lo stesso concetto di destino cambierebbe totalmente… Si rende conto, dottore?…”. Nulla pareva poterlo fermare. Allora Costa pensò che doveva fare qualcosa, assolutamente, anche a costo di trasgredire la regola dell’assecondare. Era divenuta una questione che andava oltre l’orgoglio professionale. Era una questione di dignità personale. Di salvezza mentale. Di irritazione incontenibile. Di rispetto per la poltrona. Adesso toccava a lui metterlo in difficoltà e distruggere quella fantasia. Ma, per quanto si sforzasse, non riusciva a trovare obiezioni decisive. Mentre l’altro continuava a gracchiare, l’analista ebbe un'idea luminosa, e disse tra sé e sé che quello era il metodo migliore, sicuramente il più efficace, forse l'unica cosa da fare. Gli animali capiscono solo queste cose, si disse, e quindi si decise. Sì, era la scelta giusta.
  7. Michele G.

    In ricordo dei futuri capelli perduti [1/3]

    @Alienik Beh, i dialoghi sono davvero ben fatti, condivido i commenti precedenti. Sembra quasi che i personaggi danzino insieme con le parole. Il racconto si fa leggere con leggerezza, mi è piaciuto. Continuerò a leggere. Al momento, l'unico rischio che vedo (ma certamente sbaglio) è che tu ti focalizzi troppo sulla capacità di rendere i discorsi distraendo il lettore dal naturale sviluppo della storia. Ciao e al prossimo commento....
  8. Michele G.

    Psyco 4/8

    Grazie per le tue correzioni, @gmela, le ritengo utili... Oggi pubblico la parte 5. Ciao.
  9. Michele G.

    Psyco 3/8

    Grazie, @gmela, continuerò a postare fino alla fine. Condivido la tua nota, rileggerò la parte per adeguarla.... Ciao.
  10. Michele G.

    Psyco 4/8

    Commento Quando la segretaria fu uscita, Costa dimenticò immediatamente le urgenze che avrebbe dovuto sbrigare e si rimise a guardare lo studio. Dalla scrivania riusciva a sentire l'odore che veniva dalla sua splendida poltrona nuova, o almeno così gli pareva. Profumava di pelle appena conciata. Quella di prima non era così bella e lui sapeva già che l'avrebbe guardata a lungo, specie durante le sedute. Pensò che era un gran peccato che quella gentaglia che aveva in cura vi si sarebbe sdraiata, insozzandola. Nessuno di loro la meritava, certamente. E meno di tutti questo signor Cerri. Un uomo davvero odioso. Ecco, per lui rappresentava il prototipo del cliente insopportabile. Riusciva a renderlo nervoso per tutto il giorno. Lo odiava profondamente e quel giorno ancora di più. 10. Purtroppo il signor Cerri non mancò all'appuntamento. Era un uomo sulla sessantina, grassoccio, basso, stempiato. I capelli sopravvissuti alla calvizie senile erano untuosi. Vestiva sempre con completi costosissimi, con un taglio appropriato per un trentenne con fisico sportivo, certo non per lui. Il che produceva un effetto comico che nessuno aveva avuto il coraggio di segnalargli, in quanto aveva un carattere notoriamente rancoroso e, più ancora, era ricco sfondato e, come è noto, ai ricchi occorre portare rispetto. Costa lo ricevette con la consueta gentilezza, badando a non farlo avvicinare troppo alla scrivania. Conosceva bene le sue maniere villane. “Caro signor Cerri”, disse con un sorriso avanzando a braccia tese, “finalmente ci rivediamo”. “E già, dottore”, aveva risposto l'altro stringendogli la mano “mi pare sia passato già più di un mese, ormai”. Un mese di sollievo. Questo tizio pensava che fare una seduta psicoanalitica significasse sdraiarsi e parlare dei propri problemi quotidiani o delle proprie fantasie. Un paio di sedute erano state dedicate al nervosismo che lo affliggeva ogni volta che doveva dare la paga ai dipendenti, altre tre al conflitto con la figlia maggiore nella scelta della facoltà universitaria. A volte si presentava con idee originali, addirittura strambe, che non erano certo sue perché aveva evidentemente una mente troppo piatta e banale. Erano idee alle quali nemmeno lui dava credito, ma giocava a fare il tipo originale, senza peraltro risultare convincente. Il compito ben pagato del Costa era di ascoltarlo ed indurlo a ritornare nella rassicurante normalità, nella quale sguazzava perfettamente. “Allora, cosa mi dice oggi? Si sente sereno?”, domandò il professore, mentre erano ancora in piedi. “Beh, devo confessarle, dottore, che mi sono mancati i nostri incontri. Il suo lavoro è fondamentale per me, mi riconcilia con il mondo. Infatti, questa interruzione forzata ha prodotto una nuova fisima. Mi è nata in testa questa idea che non mi lascia. Sa, stavo leggendo un libro bellissimo di un grande genio della filosofia, di come si chiama, dunque, si chiama…”, e si sforzava invano di farsi venire in mente il nome, così dopo qualche istante rinunciò. “Beh, non ricordo, comunque un grande genio, uno di quelli che legge mia figlia … sa che ho una figlia, vero? Sì, ne abbiamo parlato… Una ragazza intelligentissima, i professori sono tutti orgogliosi di lei e si diverte a leggere questa roba, molto interessante e molto, ma molto profonda… Forse un po' troppo complicata in prima battuta, ma non mi scoraggio e cerco di affrontarla per capire di più, come si dice …”. “E allora?”, interruppe il dottore. “E allora niente, leggendo questo libro, circa quindici giorni fa, mi è balzata in testa questa idea che non mi ha lasciato più. Ma forse è meglio che mi accomodi, così gliene parlo sdraiato, mi viene meglio”, e si diresse verso la poltrona nuova sulla quale si sdraiò goffamente senza nemmeno chiedere il permesso. E non ebbe nemmeno la grazia di attendere che il terapeuta prendesse posto sulla sua sedia, che già aveva iniziato a parlare. “Che villano”, pensò il dottore mentre già gli sembrava che l'altro vomitasse parole su parole, tutte senza senso. “Un vero maleducato, non ha notato nemmeno la poltrona nuova. Poco è mancato che vi si lanciasse sopra e me la sfiancasse. Un cliente davvero insopportabile”. Costa lo osservava dall'alto della sua sedia e quel tizio sembrava ancora più grassoccio e basso e pareva che qualcuno lo schiacciasse sulla poltrona tanto da affossarlo nella pelle nuova. Aveva una voce insopportabile, oscena. Sembrava il ronzio di un calabrone e lui detestava i calabroni, e le api e le vespe. Da piccolo un calabrone l'aveva punto e, nonostante ciò, quel tipo continuava a ronzare, mentre l'analista guardava con sospetto le orrende scarpe marroni e grandi che si appesantivano troppo sulla pelle nuova e nera e rivelavano dei piedi di grandezza smisurata rispetto al corpo, dei piedi di contadino. Scrisse sul taccuino “Grande stabilità” e sottolineò due volte. Forse odiava anche i contadini, specie i contadini pieni di soldi che si lamentano sempre del raccolto, e ne aveva conosciuti tanti, perché veniva da un paesino circondato da campi, dove le industrie non si sapeva nemmeno cosa fossero. Anche suo padre era un contadino, ma forse questo aveva un senso e forse no. Suo padre però non era ricco. Ogni tanto scriveva qualcosa sul taccuino, ma più spesso faceva finta di scrivere, tanto il paziente andava avanti da sé, senza necessità del suo intervento. Del resto aveva un solo problema, ovvero il credere - o voler credere - di avere problemi seri, cosa che peraltro talvolta può essere problematico, lui lo sapeva, ma in quel caso non era così. Questo Cerri confondeva sensibilità con problematicità psicologica, quindi aveva bisogno di poter raccontare del suo ricorso alla psicoanalisi, che rappresentava una certificazione medica della sua straordinaria intelligenza emotiva. Inoltre aveva bisogno di qualcuno che lo ascoltasse, senza interrompere, mentre sbrodolava le sue ansie inesistenti, le sue false paure e le sue teorie cervellotiche. A pagamento, ovvio, e il professore era lì per essere pagato. Quasi tutti i suoi clienti erano così, si sdraiavano e credevano - arroganti - di essere già a conoscenza della diagnosi, di aver riconosciuto il loro disturbo. E usavano termini tecnici, a volte appropriati e più spesso stravolti dall’ignoranza, solo perché avevano letto un libro di psicoanalisi o perché avevano parlato con un loro amico che ne aveva letti due, e volevano un atto ufficiale, concreto, insindacabile per dimostrare a se stessi e agli altri che avevano ragione e che erano al di fuori della norma, il che per loro significava eccezionali. Costa sentiva dentro di sé una grande frustrazione perché disperdeva così il suo sapere, ma poi se ne faceva una ragione, probabilmente convinto dall’ingegnere nascosto dentro di lui. Il fatto è che ogni professionista ha bisogno dei suoi clienti. Quindi era costretto a sopportare recitazioni plateali, rivelazioni falsamente pudiche di tormenti inesistenti. E, cosa ancor più insopportabile, era costretto a sopportare i loro gomiti sulla scrivania, una bella scrivania nuova, e le loro impronte sul posacenere di vetro pregiato. Questo che se ne stava flaccidamente sdraiato davanti a lui era anche arrivato ad insozzare il fermacarte d'oro che gli avevano regalato per la laurea diversi anni prima, un'onta che in altri tempi avrebbe prodotto ben altre conseguenze, altro che sorriso compiacente. Al solo pensiero non riusciva a trattenere un risentimento profondo, sordo, che si sentiva sempre meno in grado di controllare. Lo consolava solo il fatto che nessuno era arrivato a toccare lo scrittoio, era troppo lontano da raggiungere restando seduti dall'altra parte della scrivania. “Allora, dottore, cosa ne pensa?”, domandò il calabrone, interrompendo i suoi pensieri. “Scusi?”, chiese a sua volta Costa. “Ma mi ascolta, dottore? Oggi mi pare alquanto distratto”. Lo disse con gentilezza, ma il professore pensò che forse voleva dire altro, voleva dire “Guarda che ti pago, e non ti puoi permettere di dormire”.
  11. Michele G.

    Come gli uccelli (Incipit)

    Ciao, @ViolanteS. Il tuo testo mi ha riportato in mente il vento del Nord di Chocolat. Non ti darò alcun consiglio tecnico, anche perché non ne sarei capace. Dirò solo che trovo efficace modo in cui è scritto. Non sono stato preso dalla curiosità di conoscere maggiori dettagli della vita in qualche modo misteriosa del protagonista. Piuttosto, sei riuscita a richiamare in me il sapore dell'indeterminato, il fascino della assenza di limiti definiti, il cui valore maggiore è forse, più che in sè, nel rappresentare una speranza per chi vive nei confini. Continuerò a leggere le parti successive. Ciao e grazie.
  12. Michele G.

    Psyco 3/8

    Commento 7. Come è prevedibile, il Costa sceglieva personalmente e con estrema cura gli oggetti da collocare nello studio, sia quelli professionali che quelli da decorazione. Anche durante le sedute, piuttosto che prestare attenzione ai propri pazienti si applicava a osservare con maniacale attenzione i dettagli di ogni oggetto presente nella sala, oppure si impegnava con non minore intensità a pensare quali migliorie potesse apportare all'arredamento. Questo rapporto disturbato con lo studio si esprimeva anche in una serie di manie, anzi di veri e propri riti. Per esempio, il rito della ripitturazione delle pareti. Ogni anno il nostro dottore dava disposizione perché le pareti locale fossero rinfrescate. Di per sé l’operazione era abbastanza banale e comune: ma la ritualità risiedeva nella procedura che portava alla scelta del nuovo colore e nella partecipazione con cui egli seguiva le operazioni. L’operazione veniva materialmente eseguita sempre durante il periodo delle vacanze estiva, quando lo studio restava chiuso, ma già dagli inizi del mese di giugno iniziavano gli atti preparatori. Alla fine di ogni giornata, Costa congedava la segretaria, si chiudeva a chiave in ufficio e si dava da fare con un blocco di cartoncini colorati in mano. Per qualche ora effettuava infinite prove e controprove avvicinando i cartoncini alle pareti, ai mobili, ad ogni oggetto possibile, cercando di scegliere la tinta più consona. Dopo innumerevoli ripensamenti, alla fine della serata prendeva una decisione che sembrava definitiva e non lo era, perché il giorno dopo era tutto da rifare. Infine, dopo qualche settimana di sforzi, giungeva finalmente ad una scelta che non lo convinceva mai completamente, ma che pure doveva essere fatta se non si voleva rinviare all'infinito. Poi, durante l'estate, mentre se ne restava sdraiato sulla spiaggia fingendo di leggere una rivista specialistica, non pensava ad altro. Dopo tormenti indicibili, scrupoli, tardivi ripensamenti, alla fine si convinceva da solo che la scelta fatta era stata la migliore. E da quel momento in poi trascorreva il resto del tempo pregustando e temendo allo stesso tempo il momento in cui sarebbe entrato nel suo studio e, dopo essersi inebriato dell'odore di pittura ancora fresca, avrebbe visto il risultato concreto della sua decisione. Nei giorni neri, invece, si sentiva spinto irresistibilmente a tirar fuori l’auto dal garage e correre nel centro cittadino per controllare l'operato degli imbianchini, per verificare se qualcuno di quegli incoscienti avesse macchiato i mobili oppure se, nello spostare gli oggetti per l’imbiancatura, avesse danneggiato i suoi preziosi oggetti appesi alle pareti, per esempio l’orologio a pendolo antico che si trovava sopra la scrivania. Ma poi desisteva, perché veniva preso dall’orrore di trovare il locale in disordine, pieno di secchi di vernice e di pennelli sparsi dovunque, con i mobili protetti da orrendi teli di plastica trasparente. 8. Grazie alle sue attenzioni continue, il locale aveva assunto una sua fisionomia caratteristica, irrealmente perfetta. Forse era un po' piccolo, ma questa caratteristica era un pregio piuttosto che un difetto, in quanto attenuava la freddezza della cura maniacale prodigata su ogni singolo dettaglio e dava allo studio un aspetto più raccolto ed accogliente. Aveva abbellito le pareti con dei quadri, accostandoli per soggetto in file discendenti. Si trattava di nature morte e paesaggi montani, caricature a matita di personaggi famosi. Una di queste raffigurava Freud. Di fronte all'ingresso si apriva l'unica finestra, molto grande, che per questo rendeva il locale eccezionalmente luminoso. Alla parete opposta, di fianco alla porta, era addossata una libreria piena di manuali e testi specialistici mai letti, ma più volte velocemente sfogliati in modo che sembrassero usati. Davanti alla libreria si trovava la scrivania nera di mogano, sempre perfettamente lucida. Poi c'erano la poltrona su cui si accomodavano i clienti e, alle spalle, la sua sedia, collocata in quella posizione per la sua tranquillità, proprio per evitare che i pazienti potessero vedere cosa stava scrivendo o facendo, se non inarcando il collo o alzandosi dalla posizione supina. 9. L'anno in cui fece dipingere lo studio di un giallo tenue fu l'anno della crisi. La situazione era divenuta ormai insostenibile. Durante le vacanze non era riuscito a rilassarsi, l'ansia era ulteriormente cresciuta fino a risultare lancinante. Il pensiero di dover tornare al lavoro gli premeva sul petto, come un peso gravoso. Lo confortava l'idea di ritrovare le sue adorate quattro pareti e tuttavia era particolarmente tormentato da un sentimento relativamente nuovo, nella sua storia, che aveva sentito rapidamente crescere dentro di sé: la gelosia. Riusciva sempre meno a tollerare che i pazienti potessero liberamente profanare gli oggetti del suo studio e aggirarsi nel locale guardando i suoi quadri. La poltrona, soprattutto: non accettava l’idea che potesse essere usata impunemente. L’aveva ordinata qualche giorno prima della chiusura estiva e ne era particolarmente orgoglioso. In pelle scura lavorata a mano, con graziosi sostegni per le braccia, elegante e lucida, era comodissima. La consegna era avvenuta poco prima della riapertura e già al momento dell’ordine il Prof. Costa aveva dato inequivocabili ordini sulla precisa posizione nella quale doveva essere collocata, specificando che l’operazione avrebbe dovuto seguire alla verniciatura dello studio. Non era mai stata usata, insomma era ancora vergine. E avrebbe voluto mantenerla così, vergine, evitando che qualcuno potesse violarla, come invece aveva dovuto sopportare per tutte le altre cose che si trovavano dello studio, che proprio per questo perdevano poco a poco senso per lui, costringendolo a comperarne di nuove e più belle, in un circolo senza fine. Chissà, forse la parte nascosta di sé lo spingeva ad amare tanto il suo studio perché rappresentava una specie di proiezione solida del suo essere apparente. Anzi, l’unica cosa solida, vera, del suo essere apparente. Il sedici di settembre, di lunedì, tornò al lavoro, puntualissimo come sempre. Smaniava di vedere lo studio rinnovato grazie alla nuova tinta e alla nuova poltrona. Entrò e si diresse subito alla scrivania, fissando lo sguardo sul pavimento durante il tratto tra la porta e la sedia, per non rovinarsi la sorpresa. Temeva allo stesso tempo che fosse stato perpetrato qualche scempio. Quando si fu accomodato, volse lo sguardo intorno e si rese conto che il lavoro era stato ben eseguito. Inoltre, la poltrona faceva una splendida mostra di sé, collocata perfettamente nel punto designato. Solo allora si lasciò andare con gioia al momento della ricongiunzione fisica e spirituale con il luogo dei suoi sospiri, e assunse una espressione soddisfatta. Si guardò attorno con attenzione. Lo studio era invaso di luce. Nonostante si fosse in stagione avanzata, il sole settembrino, non ancora impigrito, investiva con intensità lo stabile nel quale si trovava il locale, sommergeva i terrazzi pieni di vasi di gerani degli edifici più bassi di fronte, penetrava dalla finestra, invadendo di prepotenza lo studio. “E adesso, al lavoro”, si disse sottovoce, cercando di non far caso a quel peso sullo stomaco che non accennava a scomparire. Chiamò la segretaria, una giovane bruna e carina con capelli nerissimi a caschetto, e chiese a che ora fosse stato fissato il primo appuntamento della giornata. “Fra un quarto d'ora, alle nove precise, professore”, rispose la donna con sussiego. “E di chi si tratta?”, chiese ancora Costa. “Il signor Cerri, mi pare”. La segretaria controllò sull'agenda che portava con sé. “Sì, è proprio il signor Cerri”, confermò. “Fantastico, proprio il più antipatico”, pensò. “Che bell'inizio”. Poi si rivolse alla dipendente: “Bene”, disse, senza lasciar trasparire la minima emozione. “Allora appena il paziente arriva lo faccia entrare”. “Naturalmente, professore. Penso però che farà qualche minuto di ritardo, come al solito”. “Poco male, ho qualcosa da sbrigare e qualche minuto mi farà proprio comodo”, disse Costa. Era falso, ma l'ingegnere dentro di lui sapeva che fingendosi sempre occupati la considerazione degli altri aumenta. Naturalmente, il professore era convinto davvero di dover fare qualcosa.
  13. Michele G.

    Non il classico bastardo [Capitolo 12 di 12]

    Dunque, @Mauro86, ho finito il tuo racconto e effettivamente sono stato spiazzato anche io dalla sua evoluzione. Come @gmela avevo pensato ad uno sviluppo più dionisiaco che apollineo, per dire così. Ma condivido i complimenti che anche gli altri ti hanno fatto. Mi piace anche l'idea che Orazio combatta alla fine una battaglia che diviene sua, solo sua, a testimonianza della sua trasformazione. Una lotta della quale Christian ha rappresentato l'innesco restando poi sullo sfondo - peraltro era quanto desiderava, credo -, mentre l'energia dell'azione nasce da un protagonista rinnovato e consapevole. Thanks.
  14. Michele G.

    Psyco 2/8

    Commento Sul lavoro si mostrava metodico ed affidabile. Mai in ritardo, sempre controllato e professionale. Le sue diagnosi erano sicure e nette, senza possibilità di appello. Si basavano su nozioni vaghe che aveva assorbito durante percorso universitario, integrate da una certa dose di buonsenso e dalle aspettative dei suoi clienti. Una mistura che non produsse inconvenienti, perché Costa non ammetteva nel proprio studio pazienti con problematiche vere, ma solo persone con al più con qualche fisima, purché in possesso della disponibilità economica utile ad affrontare le sue importanti parcelle. Non lo turbava alcuna remora morale, anche perché pensava di dispensare ai suoi pazienti esattamente il servizio che gli veniva richiesto. Per alcuni svolgeva il ruolo di confessore a pagamento, una specie di sacerdote prezzolato che consentiva loro di parlare di sé senza nascondimenti e ipocrisie. Agli altri, invece, regalava l'illusione di possedere un’anima complessa. Erano numerosi i clienti convinti che la grandiosità del carattere e la presenza di problemi psicologici fossero due elementi inscindibili della personalità. Per questo pretendevano l'assistenza di uno psicoanalista, approfittando poi della prima occasione per rivelarlo agli amici più intimi, in gran segreto e richiedendo un rigoroso riserbo, cui nessuno peraltro credeva. In breve riuscì ad allargare la cerchia dei pazienti, che nutrivano una fiducia assoluta in lui e nelle sue doti terapeutiche. Presto assunse una una segretaria e acquistò uno studio in pieno centro, con tanto di targa a caratteri in color oro sul portone La sua fama iniziò ad espandersi anche in provincia. Nella cittadina si diffuse la convinzione di ospitare un nuovo Freud, un genio così benevolo verso il luogo che lo aveva adottato da sacrificare ogni opportunità di fama al desiderio di prendersi cura dei propri concittadini. Costa sapeva, e lasciava credere. 3. Fu in questo periodo che Costa raggiunse la perfezione. Le sue abilità ebbero modo di crescere nei salotti bene della cittadina e nelle sedute con i pazienti. Si era oramai insediato in lui uno straordinario meccanismo in difesa dell’immagine costruita che reagiva efficacemente ad ogni evento: una domanda, una banale conversazione, un momento in cui notava di essere osservato. Il meccanismo divenne così efficiente da riuscire a completare quel percorso di offuscamento dell’io che era iniziato anni prima: Costa divenne allora il grande Professore, Dottore in Psicoanalisi Applicata. Anche per se stesso. E così alle soglie dei quarant'anni, età in cui gli altri iniziano a tirare le somme della propria vita, lui invece si era perduto. In precedenza erano convissute nella sua anima due distinte personalità. La prima, che tramava per simulare ed illudere, sbocciava dal suo essere più profondo e rappresentava la parte densa e consistente della sua natura. La seconda, destinata al mondo, era solo il prodotto etereo, leggero e intangibile del lavoro dell’altra. Ma nel tempo, il suo essere originario era divenuto così efficace da ingannare anche se stesso. O, chissà, così determinato nel modellare la finzione da decidere di nascondersi e scomparire. In ogni caso, questo evento risultò utile perché scomparve ogni sia pur vaga incertezza nella sua condotta, come anche non fu più necessario contenere e dominare il proprio comportamento. L'attore si era ormai confuso con il personaggio e continuava a recitare all'insaputa di se stesso. 4. C’è da chiedersi se Costa fosse felice. In fondo l’avrebbe meritato, dopo un’intera vita faticosamente consumata nel sacrificio della sua spontaneità. Aveva percorso un lungo sentiero travagliato ed era stato premiato raggiungendo il suo obiettivo, ovvero una sorta di primato nel campo che aveva scelto, seppure in una cittadina di provincia. A ben vedere, il quesito altro non è che la declinazione particolare della antica e più generale questione se si possa essere felici quando ci si allontana dal modo in cui si è, scegliendo di vivere nella finzione. Alla domanda generale, probabilmente indecidibile, non si risponderà. La questione particolare, invece, ha una risposta certa. Costa non era felice. Quell’ansia che l’aveva preso fin dall’adolescenza era divenuta una corrente continua, ineliminabile, a volte vorticosa. Inspiegabile, peraltro. Perduto nel suo inganno, Costa non si capacitava del perché un genio della psicoanalisi riconosciuto, benvoluto e benestante, con una bella casa ed un superbo ufficio, dovesse provare quella fatica del vivere. Elaborò un certo numero di ipotesi, dall'alto della sua esperienza professionale. All’inizio non rinvenne alcuna spiegazione, ma la sua fiducia in sé non ne fu minimamente incrinata. Sapeva che le autoanalisi sono difficili, anzi per principio irrealizzabili. Non sapeva, invece, che anche se in linea astratta fosse stato possibile trovare una risposta, lui non ci sarebbe mai riuscito. Primo, perché come psicologo era un ciarlatano. Secondo, perché il motivo di tutta quell'ansia in fondo era proprio questo: che come psicologo era un ciarlatano. Arrivò a pensare che avrebbe potuto chiedere ausilio a un collega, ma escluse subito l’ipotesi per via del pericolo di un riflesso negativo sulla sua immagine pubblica. In seguito constatò che la situazione migliorava durante le vacanze. Ogni anno, tra agosto e settembre, si concedeva un lungo periodo di villeggiatura nella sua casa sulla costa, poco distante dalla cittadina. La spiaggia era squallida, una distesa sabbiosa priva di qualsiasi attrattiva e chiazzata da una o due linee di ombrelloni dello stesso colore. Ma era comunque un luogo nel quale Costa riusciva a trovare pace. Questa osservazione gli permise di mettere in correlazione il malessere con il lavoro. Si convinse che la causa risiedeva nello stress derivante dal transfert. Doveva essere così, non poteva che essere così, si diceva. Conseguentemente, iniziò a provare una acuta e crescente insofferenza nei confronti dei propri pazienti, che gli stavano rovinando la vita contagiandolo con i propri problemi. Ma anche questa spiegazione era opera dell'ingegnere che agiva nell’ombra. Dopo essersi nascosto così bene da non riuscire più a trovarsi, non gli restava che motivare le tensioni interiori in termini professionali, coerenti con l'immagine dietro la quale si nascondeva. Ma la verità era che il peso di recitare su quel palco infinito diveniva ogni giorno più greve. E che sopportava sempre meno il disagio della solitudine, cui si era inconsapevolmente condannato per evitare che qualcuno potesse avvicinarsi fino a conoscerlo davvero, e che lui giustificava invece come scelta consapevole di indipendenza. Così, la vera motivazione dell’intolleranza verso i pazienti nasceva dal fatto che erano parte - sia pure passiva - di quella gigantesca menzogna. Intorno ai quarantacinque anni, la situazione iniziò ad aggravarsi. Le pause estive riuscivano sempre meno a ricaricare le sue energie, dandogli la forza di tirare avanti. Il mare e le gite sulla barca nuova non risultavano più efficaci come una volta nel rilassarlo e ridargli la tranquillità. Tornare al lavoro diveniva sempre più faticoso e difficile. Il segreto ingegnere che era in lui si stava scontrando con un problema che non aveva previsto. Costa pensò più volte alla possibilità di ritirarsi a vita privata, ma non lo fece. Non tanto perché se avesse smesso di lavorare non avrebbe più potuto permettersi il suo ottimo livello di vita: il professore aveva messo da parte abbastanza per trascorrere il resto dei suoi anni, come si dice, senza problemi. Era invece per qualcosa di ben più profondo e irrazionale. Il fatto è che nel tempo si era - come dire - innamorato del suo studio, divenuto l'unica vera ragione della sua esistenza. Aveva investito un sentimento così profondo e morboso nel luogo ove fingeva di praticare la sua professione, che se questo sentimento fosse stato indirizzato ad una persona sarebbe stato considerato un grande amore. Chissà, forse questa passione degenere nasceva dal fatto che lo studio rappresentava per lui una specie di proiezione solida del suo essere apparente. Anzi, l’unica cosa solida, vera, del suo essere apparente. Comunque sia, l’idea di abbandonare lo studio a se stesso ritirandosi a vita privata, o anche solo di pensarlo vuoto, inoperoso, privo di clienti, l'atterriva.
  15. Michele G.

    Non il classico bastardo [Capitolo 6 di 12]

    @Mauro86, ho letto il tuo racconto fino a questo punto e ho deciso di scriverti un primo commento, con l'intenzione di farne un altro al termine delle ulteriori parti - ormai completate. Che dire? Mi piace. Riesce a prenderti e a spingerti ad andare oltre per capire cosa accade. E' scritto bene. Credo che un punto di forza sia l'approfondimento degli 'stati psicologici' del protagonista, mai però ostentati, cosa che li rende credibili. Oltre, ovviamente, al crescendo di segnali che tiene alta l'attesa. Se proprio devo farti una critica (e la faccio anche a me stesso), mi pare che talvolta (più nei capitoli precedenti che in questo) vi sia una 'tentazione di estremizzazione', nel senso che alcune situazioni o stati d'animo 'forti' si manifestano improvvisamente ex nihilo, senza una costruzione o un accenno di costruzione precedente. Ma può essere (lo scoprirò) che sia un fattore legato a qualcosa di 'magico' che caratterizza il prigioniero, oppure che - banalmente - non c'è tecnicamente lo spazio letterario per poter introdurre con maggiore gradualità gli elementi che ti ho indicato. Comunque sia, complimenti e continuerò a leggerti.
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