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Marco Alfaroli

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    Pisa
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    Cinema, Libri, Fantasy e modellismo

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  1. Marco Alfaroli

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  4. Marco Alfaroli

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  5. Marco Alfaroli

    FanFiction

    Questo ebook è gratis. Scaricabile dal mio Google Drive. Si compone di quattro FanFiction relative alle serie TV degli anni ’70/’80: Spazio 1999, Le fantastiche avventure dell’Astronave Orion e Battlestar Galactica. Spero che qualcuno le trovi divertenti...
  6. Marco Alfaroli

    John Ellroy

    “Camionista dello spazio”, John Ellroy amava sentirsi proprio questo. Anche se in realtà il suo lavoro era “pilota di cargo per il trasporto merci tra la Terra e le colonie”. Sorseggiò piano la sua tazza di caffè bollente, e abbassò tre levette in sequenza sulla consolle. Sul vetro della nave, in alto a sinistra, comparve la simulazione della mappa stellare, con la posizione corrente. Al di là del vetro, invece, il cosmo nero puntellato di stelle continuò a venirgli incontro. L'ammasso di ferraglia su cui viaggiava scorreva nello spazio, illuminato dalla luce lontana del Sole. Innumerevoli tubazioni si inseguivano sulla sua superficie, interrotte da grate, boccaporti e torrette d'ispezione. Sulla lunga dorsale stavano aggrappate quattro serie di grandi cisterne, divise in gruppi di tre. Molte luci brillavano prepotenti qua e là. Seguiva il tutto la sezione motori con sei ugelli che sputavano un'intensa scia luminosa bianca. Nadyria! Questo era il nome del “camion” spaziale. Ma era solo John a chiamarlo così, in onore dei miti passati. Negli spazioporti lo chiamavano mercantile X79 della Compagnia Nardus. Una delle più grandi società di trasporto del settore. Una voce femminile, calda e sensuale, sussurrò delicata. «Buongiorno, John». «Buongiorno, Katie, sono sveglio da almeno dieci minuti. Avvia il check up della nave, voglio un controllo accurato» sorseggiò ancora. «Come vuoi, tesoro». John appoggiò la tazza sulla consolle e attese. Se il computer interagisce parlando, perché chiamarlo computer? C'erano una serie di nomi già impostati di default e Katie lo faceva sentire sicuramente meno solo. E tra le voci possibili c'era l'amico che scherza al bar, la splendida donna sexy, il capitano di vascello molto autoritario e il compagno gay... cosa valeva la pena scegliere? Era ovvio! La splendida donna sexy. Anche se, negli ultimi giorni, si era reso conto che quella voce cominciava a stancarlo. E non era colpa di lei, lo sapeva bene. Era per colpa delle donne, e dei casini che gli avevano combinato. «Lo sai, Katie? La mia ex moglie rimarrà ex...» Ci fu il silenzio per qualche attimo. Il computer stava elaborando la risposta più azzeccata, chissà in base a quale variabile. «John, non dirmi che hai provato a parlarle, dopo quello che ti ha fatto». «L'ho perdonata». «È scappata col dottore, e tu l'hai perdonata?» «Non stanno più insieme». «E va bene, che ti ha detto? Perché non vuole tornare con te?» «Dice che sto via per mesi. Non è sicura d riuscire ad aspettarmi. E che le nostre strade devono prendere direzioni diverse». «John, sei sempre il solito sentimentale... pazienza, vorrà dire che ti avrò tutto per me». «Sono elettrizzato, Katie». Che fosse il momento di spegnere il computer? Stava diventando irritante, John pensò seriamente di entrare nel programma e passare al capitano di vascello. Sì, forse una voce impersonale che parlava con distacco era la soluzione giusta. O forse no. «John, puoi avere tutte le donne che vuoi. Sei bello!» «Me ne basta una, Katie» disse sorridendo. Che ne poteva sapere di donne, quella macchina? Magari l'aveva programmata proprio un uomo. Si alzò e andò dietro, scostò la tendina che separava il vano pilotaggio dall'altra sezione, quella ricreativa. C'era un portello che avrebbe dovuto aprirsi e chiudersi in modo scorrevole, ma lui lo detestava e l'aveva bloccato. E aveva messo la tendina. Passò. Nell'altra sezione c'erano tutte le sue cose tra cui un vecchio cappello da cowboy appeso e una bandiera confederata che prendeva buona parte della parete. I confederati avevano perso la guerra di secessione. Per questo gli stavano simpatici. Avevano sempre perso, come lui. Ed erano stati uomini dei suoi posti, del Tennessee. E quindi un pezzettino di quella bandiera rossa incrociata di blu e con le stelle bianche rappresentava la sua terra. I confederati erano razzisti? Sì, quelli di un tempo. Le giacche grigie che combattevano contro le giacche blu per mantenere la schiavitù... ma si parlava di preistoria. Oggi, nel 2968, tutto questo non aveva più alcun significato. L'unica cosa importante era aggrapparsi a qualcosa che identificasse l'uomo col luogo in cui questo era nato, visto che la Terra era ormai diventata un'unica città e le nazioni si erano tutte fuse in una sola. E poi c'erano le altre cose, in quella stanza. C'era un vecchio flipper funzionante, l'area bar, il grande monitor per vedere film e giocare con i videogames. Che palle! Pensò John. Quando ti offrono questo tipo di lavoro dicono che è una passeggiata, che tutto scorre liscio come l'olio. Anche una scimmia sarebbe in grado di portare la merce a destinazione. Ebbene, hanno ragione! S'intristì. «John...» la sensuale voce di Katie lo raggiunse anche nell'area ricreativa, il computer lo sentivi dappertutto. «Che succede?» rispose lui. «Ho finito il check up. Ho i risultati e c'è un problema». «Visualizza l'immagine olografica della situazione». Al centro della stanza si materializzò l'immagine. Era la mappa tridimensionale della nave, fatta di linee colorate. Vicino alla sezione motori un elemento lampeggiava in rosso. «Ingrandisci. B-9». E lei ingrandì l'elemento incriminato. «È uno dei vaporizzatori di carico, Dobbiamo sostituirlo, o tutta la sezione si surriscalderà» con la mano si coprì la faccia, poi scese giù fino al mento. Faceva sempre così quando era preoccupato. Si mosse veloce verso il vano pilotaggio, scostò la tendina, entrò. Si sedette sulla poltrona davanti alla consolle. Attraverso il vetro vedeva lo spazio, milioni di stelle e Saturno, o meglio, una sua parte... in basso a destra. In alto a sinistra, Katie, mostrava tutti i dati importanti. La mappa della nave, il check up e il pezzo in avaria. Sotto, la distanza da Saturno e dalle sue lune, la velocità e i possibili punti di entrata in orbita. «Katie, voglio le coordinate per la stazione rifugio più vicina». Passarono alcuni istanti di elaborazione. Poi, il computer produsse il suo risultato. «Stazione Idra, sulla luna Encelado. Coordinate 2.53.7 e 4.73.21». «Atterriamo lì, non voglio rischiare danni maggiori». «John, ti ricordo che la Compagnia ti impone come data di rientro il 15 febbraio, e siamo già al 10». «Lo so, ma è meglio ritardare, piuttosto che non arrivare per nulla!» John impostò le coordinate manualmente. Afferrò la cloche e portò il “bestione” sulla nuova rotta. Prese a virare verso Saturno. La stazione Idra era stata costruita in un'area piana in mezzo alla zona montuosa di Encelado. Si sviluppava in profondità con alloggi per clienti e personale. In superficie cresceva la struttura fortificata protetta dalla barriera antimeteoriti. C'erano il bar, l'area ristoro e tutti gli hangar coi meccanici e le zone rifornimento. Alcune astronavi stazionavano sui piazzali. Ce n'erano di tutti i tipi: due navi turistiche, una pattuglia della polizia e alcuni cargo mercantili. Il Nadyria spuntò tra le stelle, sopra la stazione. E lentamente, prese a scendere. Toccò terra sbuffando vapore da tutte le parti. Scricchiolii e pistoni che scorrevano assestarono la struttura. E finalmente fu fermo. La bassa gravità permetteva questo. Sulla Terra sarebbe stato impensabile un atterraggio del genere. Ma tanto non era necessario. Intorno alla Terra c'era la stazione orbitale e i mercantili attraccavano, scaricavano le merci che venivano portate giù dagli shuttle. Poi ripartivano, possibilmente carichi col materiale per le colonie, perché viaggiare vuoti non paga. E a volte, addirittura, si rimaneva inattivi per giorni, pagando la sovrattassa di ormeggio, nella speranza di acchiappare qualche buon ordine di trasporto. Il portello scorrevole che dava sull'esterno si aprì. Entrò aria fresca. La barriera antimeteoriti formava una cappa energetica stagna che riproduceva le condizioni ottimali terrestri: temperatura, gravità, atmosfera. C'erano, insomma, tutte le comodità. «Katie...» disse John. «Sono tua, bel fustone». John si ripromise di abbassare qualche livello del programma, al suo ritorno dal bar e dall'area meccanici. «Devi pensare alla protezione del Nadyria mentre sono via. Sei operativa?» Una serie di scatti attivarono ingranaggi e forza meccanica. Due forme sferiche ai lati del corridoio che dava sull'uscita ruotarono. Vennero in fuori. Scoprirono due cannoni laser telescopici, che si svilupparono in avanti. John se li trovò puntati addosso. «Sei la solita esibizionista. Bastava rispondere sì». «Vai tranquillo, caro. L'antifurto è attivo». Il ponte scese e John sbarcò. Subito dopo il portello si richiuse e il ponte risalì: Katie rimaneva di guardia. Attraversò l'enorme piazzale di parcheggio, passando in mezzo alle altre astronavi ferme. Sopra di lui, altissimo, c'era l'alone azzurrino della barriera, che schiariva il nero cielo stellato. Vide due titaniani che discutevano, vicini al loro cargo. Si riconoscevano dalla tuta da minatore e dal dispositivo coi filtri che indossavano quando non erano su Titano. Aver modificato geneticamente le nuove generazioni di coloni su quella luna era stata una mossa astuta, ma se nel resto del sistema solare si continuava a diffondere l'aria della Terra, la mossa astuta diventava un handicap. Comunque John arrivò davanti alla porta del bar. Pensò al vecchio west e al suo cappello da cowboy. La porta del Saloon, a quei tempi, si apriva in maniera bizzarra. Ma di questo non era del tutto sicuro, forse era così solo nei film. La porta pneumatica si aprì scorrendo dentro la parete. E lui entrò. Notò subito la barista. Come si faceva a non notarla, era molto bella. Anche lei puntò gli occhi su di lui, ma questo era ovvio, arrivava un altro cliente. Comunque su di lui, puntarono gli occhi anche tutti gli avventori, che poi non erano molti. C'era un titaniano seduto a un tavolo e, visto che aveva davanti due bicchieri vuoti oltre a quello che teneva in mano, doveva essere il compagno di quelli che discutevano fuori. Poveraccio! Beveva con una specie di cannuccia innestata nella maschera a filtro. Poi c'era una famiglia di turisti, padre, madre e due bambini. Gente benestante, che poteva permettersi una nave personale per le proprie vacanze. In fondo, nella penombra, c'erano due camionisti della Terra. Non li conosceva, ma per spirito di appartenenza gli fecero un cenno di saluto che lui ricambiò. Al tavolo più vicino al bancone, infine, sedevano due poliziotti. La loro lancia di pattuglia ferma nel piazzale non si poteva non notare. I poliziotti non gli erano simpatici. Quelli corrotti dalla Compagnia lo lasciavano sempre tranquillo, ma quelli comprati dalle altre compagnie portavano solo guai. Questi lo scrutarono e non dissero niente. A quale categoria appartenevano? In un angolo solo al tavolo, in ombra, c'era un tipo misterioso. Un asiatico, completamente vestito di nero, molto elegante. Forse si trattava di un uomo d'affari, anche se era troppo atletico per esserlo. John si avvicinò al bancone e si appoggiò sui gomiti. «Cosa bevi, biondo?» disse la barista. «Dammi un whisky, bellissima». Lei si girò, prese la bottiglia dallo scaffale e gli riempì il bicchiere. «Ecco» gli donò un sorriso, «sono due crediti, qui si paga subito». «Mi sembra giusto» disse lui e tirò fuori di tasca una scheda elettronica, la passò a lei e bevve, tutto d'un fiato. «Ho un problema coi vaporizzatori di carico, appena esco di qui vado dai meccanici. Ma per i soldi devo parlare con te, come nelle altre stazioni, vero?» «Per le riparazioni, per il rifornimento, per bere, mangiare e per dormire. Passa tutto da me, ma non credere che io sia la padrona della baracca, qui». «Che ci fa una bella donna come te in un posto come questo, lontano da tutto e da tutti?» «Fammi un'altra domanda». «Cosa fai stasera?» «Quello che faccio ora, mi trovi dietro al bancone, biondo. O devo chiamarti in un altro modo?» «Chiamami John, mi chiamano tutti così, da quando sono nato». «Kirsten». «Incantato» questa volta sorrise lui. Poi, con un veloce dietro front, si diresse all'uscita. Senza dire altro.
  7. Marco Alfaroli

    Il cacciatore

    Gannikar e la sua donna Dreisa arrivarono nella valle della Fortezza Umnok, portavano con loro il figlioletto Midro. La Fortezza era in rovina da quando gli Umnok erano stati sconfitti dalle terribili orde del Nord. Eppure, anche se con parti di mura abbattute e col muschio che saliva dal basso sempre più aggressivo, la struttura appariva ancora oggi imponente: le quindici torri esagonali si innalzavano come picchi inaccessibili e quasi toccavano le nuvole. Si diceva che bande di massacratori avessero fatto di quel posto la loro base, ma Gannikar sapeva che non era vero. E il motivo era semplice, gli Umnok erano potenti stregoni, praticavano la magia nera e il popolo violento e rozzo dei massacratori li temeva... anche da morti. I massacratori erano pericolosi e incontenibili, il villaggio degli uomini non era sicuro quanto il luogo maledetto in cui aleggiava ancora lo spettro degli Umnok e per questo motivo Gannikar veniva qui con la famiglia. Questo posto era il più sicuro. Per lui, oggi era un altro giorno di caccia al vlainoc, l'uccello dalle carni pregiate. E la sua donna con suo figlio dovevano aiutarlo nel trasporto delle prede fino al villaggio. Guardò verso l’alto le altissime torri. Le erbacce crescevano dappertutto e la pietra scura mostrava innumerevoli fessure, utili per arrampicarsi. Forse era possibile entrare nelle rovine e salire dall'interno, ma poteva farlo un uomo libero da impicci, non un cacciatore di vlainoc con la sua ingombrante bardatura. Dreisa e Midro l'aiutarono a vestirsi, poi si ripararono dentro le mura, passando per una grossa spaccatura. E si tirarono dietro il piccolo carrello che avevano portato per il trasporto della selvaggina. Gannikar controllò l'attrezzatura. Le ali pieghevoli e la balestra coi quattro arpioni. Controllò i quattro rulli alla cintura, poi sorrise alla sua donna. Lei, da lontano, seminascosta dalla pietra, ricambiò. Anche il piccolo Midro fece capolino e lo guardò con occhi sognanti. Lo guardava e vedeva un eroe, il suo eroe. *** Iniziò a salire. Si arrampicava come un ragno, le dita sembravano artigli che facevano riuscivano a far presa sui massi. E questo perché possedeva una forza superiore a quella degli altri uomini del villaggio e nessuno sapeva il perché. Si sapeva solo che pochi erano come lui e che tutti cacciavano i vlainoc. Salì e salì ancora. A un certo punto si voltò a guardare la sua famiglia, era certo che lo stessero osservando, infatti li vide affacciati dal loro nascondiglio. Li vedeva piccolissimi. Sorrise. Volse lo sguardo in su e continuò a salire, pietra dopo pietra. Salì ancora. Si fermò solo quando fu quasi in cima. Appena trovò la giusta apertura: una larga falla delimitata da mille crepe. Probabilmente la devastazione per un colpo di trabucco. Salì sulle pietre sconnesse. Si eresse in piedi e si affacciò sul baratro. Tirò la leva che mosse un ingranaggio dell'attrezzatura, le ali si dispiegarono e si sporse in avanti. Saltò. Iniziò a planare con eleganza. Dal basso, in controluce, l’aliante cacciatore con la balestra spianata assomigliava a un grosso rapace. Volteggiò tra le torri scendendo imperioso, aggressivo e attento. Pronto a scorgere la preda. Girò intorno alla prima e poi ancora tra la seconda e la terza. E proprio passando radente a questa, sulla parete in ombra, scorse due vlainoc artigliati alla pietra: si mossero spaventati e iniziarono a volare tentando la fuga. Gannikar li mirò col cannocchiale dell'arma. Lanciò un dardo, poi subito un secondo. Andarono a segno entrambi e gli uccelli, trafitti, precipitarono. I volatili restarono attaccati ai rulli della cintura grazie ai dardi collegati con le funi. Appesantito, prese a scendere più veloce ma mantenne la calma. Sapeva quello che faceva. Compì un'ampia curva e girò intorno alla torre. Più in basso saltarono fuori altri tre vlainoc. Salirono in formazione verso di lui, poi virarono all'ultimo, per sfuggirgli. Mirò con calma, calcolava sempre un anticipo e tirava il grilletto al momento giusto. Partì il primo colpo. Il volatile fu infilzato in pieno, e andò in vite. Ne mirò un altro, sentì lo strattone del terzo animale che rimaneva appeso e tendeva a tirarlo giù. E tenne conto anche di questo mentre mirava. Sparò. Centro anche sul quarto! Lo vide precipitare e poco dopo ne sentì il contraccolpo. Ora li aveva tutti e quattro a carico. Il quinto ormai era in fuga e lui non aveva più arpioni, la caccia era finita. Si accorse che planava troppo forte. Afferrò le due grosse leve che arrivavano da dietro, all'altezza dei fianchi. Tirò forte. Le ali, mediante un complesso meccanismo a ingranaggi, sbatterono lente. Rimandò indietro le leve con fatica e ripeté l'operazione. Le ali sbatterono ancora imprimendo portanza. L'angelo lottava contro l'aria per farsi sostenere. Mosse indietro le leve e poi tirò ancora. Un altro sbatter l'ali potente si scatenò, sentì che poteva bastare, aveva ripreso a planare in modo regolare. Virò in mezzo alle torri successive e scese. Scese verso la sua famiglia. Le prede appese toccarono terra prima di lui, strisciando sull'erba e sui sassi. Arrivò vicino al suolo. Mandò indietro le leve e poi tirò ancora, le ali si mossero un'ultima volta, possenti. E gli permisero di atterrare dolcemente. Subito si ripiegarono. Midro gli corse incontro e lo abbracciò: «Papà!» strinse più forte che poteva. Dreisa che avanzava subito dietro gli arrivò davanti, lo tirò a sé prendendolo per la giacca e lo baciò. «Non hai sbagliato un colpo!» «È andata bene. Barattando questi avremo pelli calde per la notte e viveri». Gannikar si sganciò le cinghie dello spallaccio e la cintura coi rulli. Dreisa l'aiutò. Mediante una manovella arrotolarono le funi. Midro estrasse i dardi dai vlainoc aiutandosi con un pugnale e li posizionò sul carretto. Poi, tutti insieme, vi caricarono anche l'attrezzatura alare e la balestra. Iniziarono a spingere, era ora di tornare a casa.
  8. Marco Alfaroli

    Leonardo Cavon

    Leonardo Cavon era immerso in uno strano sogno. Era a casa sua, ma non riposava nel suo letto. Infatti era sdraiato dentro una capsula d’ibernazione! Cuscino comodo, pareti imbottite, un freddo pungente eppure ben tollerato in ogni parte del corpo. In quel sogno navigò tra i ricordi e, oltre al suo nome, recuperò la sua età, sessant’anni, il suo mestiere, ricercatore specializzato in biocriogenia e i tratti di un volto femminile che gli fecero digrignare i denti per il nervosismo. Quel viso apparteneva alla sua ex moglie. Era l’unico elemento che stonava col successo raggiunto nella sua maturità: aveva ricevuto il Premio Nobel proprio per aver perfezionato il sistema di ibernazione, era diventato milionario grazie ai diritti sulle scoperte scientifiche, aveva girato il mondo e si era divertito. Forse i soldi avevano contribuito a distruggere il suo matrimonio, ma di questo ormai non si curava più; si rammaricava solo per non aver avuto figli. Gli era stata preclusa quell’immortalità generazionale tipicamente umana che permetteva di sconfiggere il Tempo. Ma lui aveva inventato un modo più intelligente di sconfiggere quel subdolo bastardo. I legami col suo mondo, vista l’assenza di una famiglia, si erano spezzati. Non aveva più ragioni per vivere nel 2068. Del resto, nel suo sogno il 2068 era lontano, l’aveva superato da secoli ed era in attesa di vedere un mondo migliore... nel futuro. In un angolo della sua mente, un pensiero cosciente emerse e pose una domanda impertinente. Come è possibile che abbia ricordi di un sogno? Durante il sonno criogenico, la fase REM era del tutto assente. Anche in un sogno, il suo subcosciente di scienziato non avrebbe mai potuto compiere un errore simile. Il fatto che invece lui sognasse poteva significare una cosa soltanto: era davvero dentro una capsula d’ibernazione e la sua coscienza stava riaffiorando lentamente, vicina al risveglio. Sentì un formicolio diffuso, riuscì a muovere le dita e subito dopo strinse i pugni. Mosse le dita dei piedi, mosse i piedi e le gambe. Aprì gli occhi. Sul vetro offuscato dal ghiaccio della sua capsula vide proiettati i parametri vitali, erano regolari, colorati in verde. Lampeggiando in blu, alla sua sinistra, apparve il tempo rimanente alla fine del processo di rianimazione: quattro minuti. Attese trepidante il passare di quei duecentoquaranta secondi. Un getto di vapore annunciò l’attivazione del meccanismo di apertura, il coperchio bianco lucido della capsula con la visiera di vetro posta all’altezza del viso si alzò e fu libero. Sfortunatamente, si drizzò sulla schiena con eccessiva velocità e batté la fronte sull’apertura che si era sollevata solo per tre quarti davanti a lui. «Stramaledetta di una...». Lasciò a metà l’imprecazione e si toccò il bozzo cresciuto sulla fronte. «Grazie, Futuro, per questo magnifico benvenuto». Tra una selva di maledizioni, sollevarsi comportò non poca fatica, a causa dell’età e del lungo intervallo di inattività. Un individuo più giovane avrebbe fatto meglio? Forse. E il supporto di uno staff medico sarebbe stato utile? Certo che sì, ma nessuno poteva prevedere quale situazione l’ibernauta avrebbe incontrato nel futuro, perciò era il computer della capsula che pensava a tutto: sostituiva lo staff medico e l’aveva appena “scongelato”. Si staccò di dosso uno a uno i sensori a ventosa che servivano per monitorarlo; mise una gamba fuori della capsula, poi l’altra e si alzò in piedi. Barcollò come un ubriaco. Dovette aggrapparsi a un bordo del coperchio. Dai, Leonardo, mettici un po’ d’impegno, per la miseria, si incitò al secondo tentativo. Fece qualche passo incerto, poi divenne più sicuro e fermo sulle gambe. Riacquistò in breve la sua forza, i sistemi di sostentamento criogenico avevano funzionato a dovere. Controllò il display sulla capsula: lampeggiava l’anno 7945. Gli scappò un fischio di sorpresa. «Sei stata dannatamente efficiente, non per niente ti ho creata io». Rifilò una pacca alla capsula, quasi fosse stata un vecchio amico. Passato l’autocompiacimento professionale, si guardò attorno. La stanza che fungeva da camera criogenica si trovava nel laboratorio interrato sotto la sua villa, situata alla periferia di Verbania. Restava una sola cosa da fare: mettere il naso fuori e scoprire com’era il mondo nell’anno 7945. Di passaggio davanti allo specchio, la sua immagine riflessa lo scandalizzò. I capelli grigi erano in piedi come se avesse infilato un dito in una presa elettrica e la tuta criogenica, finissima e percorsa da tubi cuciti nel tessuto che servivano per completare il monitoraggio dell’organismo, metteva in evidenza con precisione scultorea parti anatomiche di cui non andava particolarmente fiero, come del resto la sua ex. Anche la pancia prominente lo faceva apparire abbastanza ridicolo. Si diresse all’armadietto in fondo alla stanza, lo aprì, si tolse la tuta, la ripiegò per bene e indossò gli abiti che aveva riposto lì dentro qualche millennio prima: camicia sobria, giacca, pantaloni e scarpe eleganti nere. Pose una mano sulla cassaforte murata in una parete, affinché il sistema di sicurezza biometrico della casa lo riconoscesse e l’aprisse. Estrasse una decina di custodie in cui conservava la sua collezione di orologi. Aveva lottato per l’intera vita contro il Tempo, ma non poteva fare a meno di avere uno strumento che lo calcolasse. Scelse il suo modello preferito tra gli antichi esemplari a carica manuale. Gli altri digitali avevano esaurito le batterie che probabilmente non esistevano più in quell’epoca. Lo impostò sulle dodici, non sapendo l’ora precisa in quella sua nuova vita. Nel sistemare l’orologio al polso, si soffermò per un attimo a leggere il proprio nome sul cinturino d’oro. Quell’esemplare era stato un dono del suo gruppo di ricerca quando aveva vinto il Nobel. Rivisse con soddisfazione le stesse sensazioni provate nel momento in cui l’aveva ricevuto. Era un genio, un benefattore dell’Umanità, c’era poco da discutere. Pettinò i capelli bianchi che gli davano quell’aspetto eccentrico, un po’ da scienziato pazzo, utilizzando il pettine e il piccolo specchio dell’armadietto. Infine si fece coraggio, era ora di andare. Aprì la botola provvista di sistema pneumatico a pressione, uscì dal laboratorio salendo per una scaletta telescopica. Di sopra, appena uscito, rimase a bocca aperta. Ruotò su se stesso per studiare il panorama intorno a sé e non riuscì a capacitarsene. Vi era solo devastazione. La villa era ridotta a un cumulo di rovine, il tetto era crollato, i ferri della struttura in cemento armato erano arrugginiti e fuoriuscivano ovunque; nessuno si era preso cura della casa. Anche le altre abitazioni avevano subito più o meno la medesima sorte. Il cielo era oscurato da un misterioso tetto artificiale sorretto da ciclopici pilastri di un metallo sconosciuto, del colore del mare. Non c’era nessuno in giro. Sembrava che la città fosse stata abbandonata da secoli. «Che diavolo è successo?». La sua domanda si perse nel silenzio circostante. Alzò lo sguardo e osservò meglio il tetto artificiale. Si estendeva a perdita d’occhio e gettava ombra su tutto, non si riusciva a capire se fosse giorno o notte. Era inquietante. Forse gli abitanti, i suoi vecchi concittadini, avevano costruito un piano più alto e ci si erano trasferiti. Ma quale poteva essere il motivo? E poi, erano stati proprio loro a fare quel piano? Perché avrebbero dovuto abbandonare le loro case per fuggire in alto? Forse qualcuno li aveva obbligati? Decise che questa era una domanda alla quale avrebbe potuto rispondere il primo di loro che avesse incontrato, se c’era ancora qualcuno da incontrare. S’intristì. Forse aveva sbagliato a intraprendere il suo viaggio nel futuro. L’angoscia lo assalì. Doveva reagire immediatamente o la disperazione avrebbe preso il sopravvento e si sarebbe lasciato morire laggiù, in mezzo alle macerie. Decise di indagare seguendo la logica. Gli unici punti di collegamento col “sopra” erano i ciclopici pilastri, per cui si diresse verso il più vicino. Camminò spedito e percorse i duecento metri di distanza in breve tempo. Appena arrivato si accorse che non si trattava solo di un pilastro: c’era una porta provvista di oblò e un terminale elettronico attivo. Le informazioni luminose in rosso parlavano chiaro: Ascensore pronto - Ultimo accesso: 24 maggio 3699. Quindi, pensò, da quel giorno nessuno era salito per andar via da lì... o disceso, magari per tornare. E poi, quello era l’unico ascensore, oppure ce n’erano altri, forse uno per pilastro? Se ne vedevano centinaia, di quelle enormi colonne, e se ne perdeva il conto all’orizzonte. Esaminò la porta sperando di riuscire ad aprirla. Non c’erano maniglie, pulsanti, leve o schermi digitali su cui passare le dita. Come diamine si entrava là dentro? Provò a sbirciare attraverso l’oblò e una luce verde si accese, seguita da uno scatto. La porta si aprì con un sibilo. Con cautela entrò. Appena fu dentro, sentì un altro scatto, ci fu ancora il sibilo e l’ascensore si chiuse. Iniziò a salire. Passarono alcuni minuti. A quale incredibile altezza stava il piano superiore? Possibile che l’intervallo di tempo per raggiungerlo fosse così lungo? Guardò meglio attraverso l’oblò, ma non riuscì a distinguere niente oltre allo strano metallo del colore del mare. Distolse lo sguardo e si appoggiò con le spalle alla parete, impotente. Ebbe il dubbio di aver compiuto il più grande azzardo della sua vita nell’abbandonarsi al destino dentro una capsula criogenica. E non era stata una mossa molto furba nemmeno entrare in quell’ascensore. All’improvviso, fu abbagliato da una luce esterna e l’ascensore si fermò. La porta si aprì automaticamente un secondo più tardi. Uscì con cautela al piano superiore. C’erano persone che camminavano, non molte, ma c’erano ed era già un bel conforto. Si ripromise di parlare con qualcuna di loro, ma l’osservazione di quello spazio rialzato lo rapì di nuovo: l’ambiente era sotto un altro tetto artificiale, identico al precedente del piano inferiore, sorretto da pilastri simili a quelli che aveva già visto, solo un po’ più piccoli, in fondo dovevano portare il peso di un piano in meno. Le strutture erano strane: non avevano spigoli, le pareti si piegavano sulla parete successiva, le coperture erano a cupola e pareva che fossero tutt’uno con le pareti; non si trattava di un tetto, insomma. Ogni “casa”, o almeno Cavon ipotizzò che lo fossero, era un blocco unico e il materiale con cui era costruita sembrava sempre lo strano metallo dal colore marino. Non c’erano finestre, solo un portello tondo, grande abbastanza per far passare un uomo. Si voltò a controllare il terminale elettronico alle sue spalle, sopra la porta dell’ascensore. Riportava informazioni in verde: Congratulazioni, lei è il primo utilizzatore di questo ascensore dopo 4246 anni. Benvenuto a Dukminom. «Dukminom? Che razza di nome è? Possibile che nel futuro per Verbania abbiano scelto come nome un groviglio fonetico tanto strano? Non può essere!». Forse erano arrivati gli extraterrestri, avevano conquistato il mondo e quello era un nome scritto nella loro lingua incomprensibile. Si vergognò in po’. Lui, uno scienziato Premio Nobel, si era rifugiato subito in una spiegazione tanto idiota. Dopo tutto, i messaggi sui terminali elettronici erano scritti in italiano, quindi la lingua parlata era la stessa dei suoi tempi. Si convinse a chiedere informazioni ai passanti per iniziare a capire, per cui non perse altro tempo e si precipitò da uno di loro. Era vestito con un lungo mantello scuro, provvisto di cappuccio, un abbigliamento identico alle altre persone circolanti là attorno. «Scusami...» cercò di attirare la sua attenzione Cavon. «Mi chiamo Leonardo Cavon e vorrei avere qualche informazione a proposito di questo luogo...». Quell’uomo si voltò e lo osservò stupito, come se si fosse accorto di lui solo in quell’istante. «Da dove vieni? Perché non porti il mantello?» scattò all’improvviso lo sconosciuto. E con sommo disprezzo, subito rincarò: «Tu non credi e vivi nel peccato!».
  9. Marco Alfaroli

    Bactana

    Bactana era arrivato su quel mondo a bordo di un meteorite. Forse dire “a bordo” potrebbe sembrare assurdo ma quel sasso spaziale era per lui un vero e proprio velivolo, perfetto per spostarsi. E perfetto per raggiungere le prede. Appena attraversò l’atmosfera, s’incendiò. La roccia cominciò a sfaldarsi e ci fu un momento in cui temette per l’avvicinarsi della fine. Ebbe fortuna: anche se ridotta ai minimi termini, la meteora riuscì a schiantarsi al suolo. Lui se ne stava al sicuro all’interno e quindi l’urto non poté procurargli alcun danno. Quando la polvere sollevata iniziò a diradarsi, Bactana esalò le molecole del gas di cui era fatto da tutte le fessure disponibili. Si ricompose come nuvola gassosa e osservò la pietra pensando che non ne aveva più bisogno. Si rese conto subito che l’ambiente circostante era ricco di vita. Pensò agli altri suoi simili che erano finiti su mondi morti o sterili. Sapeva che per loro il destino era ormai segnato. Bactana esultò: aveva la possibilità di moltiplicarsi e ripetere il ciclo vitale della sua specie. Doveva solo iniziare. Si spostò lentamente, con movimenti silenziosi, aspettando di individuare la sua prima vittima. Un essere bizzarro, poco dopo, si avvicinò calpestando il terreno con fragore. Sembrava che non si preoccupasse del rumore che produceva. Mostrava tranquillità e non era solo: un’altra creatura molto diversa lo precedeva: era più piccola, si spostava su quattro zampe ed era collegata all’essere più alto mediante un legame non organico. Bactana si concentrò sull’essere più grosso. Era il dominante. Aveva anche lui quattro estensioni del corpo, ma solo due gli servivano per spostarsi; le altre pendevano dall’alto; una teneva il collegamento con la creatura quadrupede. Decise di non indugiare oltre e in breve fu addosso a entrambi avvolgendoli con tutto il suo corpo gassoso. Sapeva che non potevano vederlo e, visto che muovendosi non produceva alcun suono, non si meravigliò quando le vittime iniziarono ad agitarsi guardando in tutte le direzioni senza capire chi fosse l’aggressore. Il gas di cui era fatto Bactana aveva preso il posto di quello che di solito respiravano. L’effetto, come sempre, fu letale. Bactana non provava rimorso quando uccideva un essere vivente: era un predatore, era la sua natura e gli permetteva di sopravvivere. Si allontanò lentamente dalle due creature stese e contorte da cui aveva prosciugato tutto il fluido vitale. Si sentì forte, aveva assorbito abbastanza nutrimento per fare la prima scissione. Era un processo piacevole ed era lo scopo della sua esistenza. Serviva molta energia e ora l’aveva. I vegetali, le pietre e il terreno intorno a lui furono illuminati dal lampo che produsse mentre si scindeva: questo era il momento più pericoloso. Il momento in cui Bactana poteva essere scoperto, perché quel bagliore improvviso poteva tradirlo. Tutto andò bene. Il nutrimento accumulato permise la scissione in quattro individui. I nuovi Bactana si allontanarono immediatamente da lui; un difetto della sua specie era la lentezza negli spostamenti, per cui era importante non rimanere tutti nello stesso territorio di caccia, altrimenti si rischiava di morire di fame. Bactana ripensò al mondo che aveva distrutto prima di schizzare nello spazio nascosto in uno dei suoi frammenti. Le gigantesche creature che lo abitavano erano molto semplici, pascolavano pacifiche tutto il giorno in cerca di cibo e vagavano qua e là senza mostrare segni di intelligenza. Servivano molti Bactana per abbatterne una, ma poi se ne otteneva una quantità incredibile di nutrimento. La cosa importante comunque era che, trattandosi di esseri stupidi, non si preoccupavano di capire perché un loro simile fosse morto, così c’era sempre alimento per tutti. I Bactana fecero una vera mattanza e, scissione dopo scissione, divennero milioni. Arrivò presto il fatidico momento della mancanza di cibo, ma anche questo era previsto dalla loro natura: il gas di cui erano fatti penetrò nel terreno e, com’era successo altre volte, portò quel mondo al collasso facendolo esplodere. Tutti i Bactana rinchiusi nei detriti scaturiti dal disastro furono sparati in mille direzioni nel cosmo e iniziarono la ricerca di un nuovo ambiente da saccheggiare. Ora, finalmente, nel mondo dove era arrivato il ciclo si sarebbe ripetuto. Bactana almeno lo sperava. Sentì qualcosa che si avvicinava. Emetteva un rumore meccanico ed era di metallo. Sembrava che scivolasse sul terreno ma poi Bactana osservò meglio quella cosa e capì: quattro propaggini rotonde e nere ruotavano e la facevano avanzare. Aveva due luci che lampeggiavano, una rossa e una blu. Arrivò molto vicina a lui, si fermò e ne scesero due esseri simili a quello che aveva ucciso. Quando ne scoprirono i resti, i loro volti assunsero un’espressione inorridita. Iniziarono a comunicare tra loro, emettendo suoni che Bactana non comprendeva. Uno dei due corse verso il veicolo meccanico, ne tirò fuori un piccolo oggetto nero collegato al veicolo con un filo. Iniziò a parlare. Forse chiamava i rinforzi. Bactana aggredì subito quello più vicino a lui. L’essere barcollò, annaspò disperatamente nell’aria e iniziò a soffocare. Non morì per mancanza di ossigeno. Il suo corpo fu come risucchiato, svuotato dall’interno. Cadde a terra mummificato come le vittime precedenti. Il secondo essere, che aveva assistito alla scena, era in preda al panico. Bactana si accorse che impugnava uno strano oggetto metallico e lo puntava verso di lui. In realtà non poteva vederlo. Immaginava che qualsiasi cosa avesse ucciso il suo compagno fosse ancora lì e infatti Bactana si trovava ancora sopra la vittima. L’essere urlò in modo isterico e sparò ripetutamente. Piccoli pezzetti di metallo durissimo attraversarono Bactana provocandogli un certo fastidio. Passando attraverso il suo corpo bruciarono una parte del suo gas. Il boato provocato dall’arma fu insopportabile. Lento ma inesorabile si diresse deciso verso il superstite, che si guardava intorno pieno di paura; era impotente perché non riusciva a vedere il suo nemico. Bactana lo uccise. Mentre le luci rosse e blu del veicolo continuavano a lampeggiare ci fu una nuova scissione e altri cinque Bactana si allontanarono in direzioni diverse. Erano trascorsi alcuni giorni, le cose stavano andando molto bene e la colonia si stava formando. Bactana non ne conosceva l’evoluzione, non sapeva in quali zone si fossero diretti gli altri. Tutto era ancora al livello locale, ma era sicuro che ogni suo simile facesse la sua parte, come lui. Fu all’improvviso che comparvero. Li vide apparire all’orizzonte, in mezzo al bosco, che avanzavano nella zona meno fitta di vegetazione. Erano diversi dagli altri: più si avvicinavano e più se ne rendeva conto. Erano inguainati in un involucro giallo, un tessuto che copriva tutto il corpo, anche la testa. Vedeva le loro facce che scrutavano intorno da dietro le visiere. Erano accompagnati da alcuni strani veicoli provvisti di faro e puntavano verso di lui. Forse riuscivano a vederlo? Bactana aveva fame e quelli erano tanti. Decise di avvicinarsi con molta prudenza, magari per attaccare quello più isolato. Prima uno e poi con calma un altro, finché alla fine si sarebbe allontanato per scindersi in una zona sicura. Non c’era neanche bisogno di muoversi troppo, stavano venendo loro da lui. Quando furono abbastanza vicini, scelse con attenzione la preda. Notò che l’essere che aveva scelto armeggiava con un apparecchio pieno di luci e indicatori, provvisto di due grosse antenne laterali, che portava a tracolla. Notò anche che quello non era l’unico equipaggiato in quel modo, ma non se ne preoccupò. Lui l’aveva scelto solo perché era più lontano dagli altri. Gli si avventò addosso, lo avvolse e aspettò. Non successe niente, il gas del suo corpo aveva preso il posto del gas respirato dalla creatura, ma questa non sembrò accorgersi del cambiamento. Che cosa stava succedendo? Non respirava? Forse l’involucro giallo lo isolava dall’ambiente esterno e gli forniva una riserva interna di gas atmosferici? Bactana fu preso dalla paura, non poteva far nulla a questi esseri! Si erano protetti da lui. Forse l’avevano scoperto. Forse avevano compreso come li attaccava. L’apparecchio con le antenne emise un suono e l’essere cominciò a gridare. «Correte! È qui! Il rilevatore l’ha individuato!» L’essere urlava in un linguaggio incomprensibile e si agitava. Aveva paura. Gli altri si voltarono e accorsero. Bactana pensò subito alla fuga, sentiva il pericolo. E sentiva quelle voci che lo spaventavano ancora di più. «Stai tranquillo!» disse un secondo essere quando raggiunse il primo. «Non può farti nulla, mantieni il contatto con il rilevatore». Bactana si allontanava da loro con tutte le sue forze, ma era lentissimo e vide due di quelle creature vestite di giallo avvicinarsi. Erano equipaggiate in modo diverso dagli altri, avevano due grosse bombole da cui partiva un tubo collegato a un diffusore che impugnavano. Conoscevano la sua posizione, perché, quando lui cambiava direzione, anche loro correggevano la traiettoria e miravano sul bersaglio. Ebbe l’impressione che lo vedessero attraverso l’apparecchio con le antenne. Bactana fu preso dall’angoscia: l’avevano scoperto e volevano ucciderlo. Doveva scappare, doveva salvarsi. Un getto di gas giallo lo investì, gli stavano sparando con un tiro incrociato e lui, per quanti sforzi facesse per fuggire, era sempre più lento dei suoi inseguitori. Non c’era scampo. Sentì un forte bruciore, il gas di cui era fatto il suo corpo si consumava, reagendo col gas giallo che gli avevano buttato addosso. Era un dolore insopportabile. Bactana si agitò, guardò in tutte le direzioni cercando una via di fuga. Pensò alla sua specie: se fosse morto, il ciclo si sarebbe interrotto. Forse gli altri erano scampati, o forse li avevano già uccisi tutti. Aveva scelto il mondo sbagliato, lui non era cattivo, aveva solo seguito la sua natura di predatore che vive nutrendosi delle sue prede. Il suo ultimo pensiero fu pieno di disperazione, poi si dissolse nel nulla.
  10. Marco Alfaroli

    I guerrieri

    Zaygo si alzò presto, come faceva tutte le mattine. Il suo primo pensiero, quando si svegliava, era sempre il cibo, per questo teneva alcuni squynzi di scorta. Scese dal tubo dove si era attorcigliato per la notte e si avvicinò alla vasca al centro della stanza. Immerse la mano, velocissimo. Ci fu un fuggi fuggi generale, con schizzi d’acqua in tutte le direzioni. Prese lo squynzo più grosso al primo colpo e lo divorò dalla coda al gozzo gonfio, in un attimo. Poi infilò la testa nella vasca per bere avidamente, finché non si sentì dissetato. Infine si vestì. Mise la tunica rossa, simbolo di fuoco e di forza. Lui era un Lorn, apparteneva alla più forte delle tre specie dominanti di Bhlyss. Le sue squame erano azzurre e i Lorn andavano fieri di quell’azzurro; era un colore nobile, li rendeva belli e gloriosi, ma soprattutto diversi da quei maledetti Saytrac che avevano la pelle dello stesso colore di uno squynzo in avanzato stato di decomposizione. Un vero schifo. I Saytrac non erano gli unici nemici dei Lorn. C’erano gli altri, i Tlazk: rettili piccoli, brutti e deformi. Essi non meritavano il rispetto di Zaygo, non si erano mai affidati alla forza e al coraggio per guidare il loro destino; usavano congegni per fare ogni cosa, anche per combattere. Lui odiava i Tlazk. E il passato gli aveva dato buone ragioni per rafforzare quell’odio. Tuttavia, dopo millenni di guerre, a un certo punto, si era arrivati a un equilibrio precario dettato dall’emergenza. Erano stati quei ripugnanti Umani a renderlo possibile. Dei mostri dalla pelle liscia, senza scaglie, con cespugli di peli sulla testa. Zaygo ringhiò immaginandoseli davanti. Quegli orrendi esseri erano venuti, armati fino ai denti, per conquistare Bhlyss. Ed erano riusciti involontariamente a unire tutti i rettiliani. All’inizio, ciascun popolo aveva reagito all’invasione umana in modo indipendente, collezionando una lunga serie di sconfitte. Solo per la necessità di sopravvivere, il rancore che separava le tre specie si era sopito, pur bruciando ancora oggi, come la brace sotto la cenere. Sebbene uniti, Lorn, Saytrac e Tlazk avevano perso la guerra e dovuto affrontare la sottomissione. Sottomissione, rifletté Zaygo, con una smorfia di rabbia a imbruttirgli il suo grugno squamoso al solo pensiero. Per anni la sua gente aveva dovuto sopportare l’umiliazione della schiavitù. La rinuncia alle tuniche rosse, l’obbedienza incondizionata, il lavoro forzato a fianco delle altre specie rettiliane inferiori... Era stata un’epoca di sofferenza e mortificazione per qualsiasi Lorn nato sotto il sole di Sirio. Finché qualcosa era successo tra i conquistatori. Aveva ancora nelle orecchie il discorso fatto da un umano chiamato il Presidente. Era giunto su Bhlyss annunciando una nuova era di fratellanza. «Saremo vostri amici, se lo vorrete» aveva detto in un discorso pieno di retorica. «Ciò che è avvenuto in passato non accadrà mai più, perché potremo condividere con voi il bene per cui noi stessi abbiamo lottato: la libertà». Ed era ripartito insieme agli altri invasori. Dopo tutto il male che avevano fatto, se n’erano andati mendicando il perdono dei loro schiavi e parlando di libertà concessa. «La libertà si conquista e gli schiavi si sfruttano» disse a voce alta Zaygo, sibilando per il disprezzo. Gli Umani non avevano mai compreso né i Lorn né la convivenza delle tre specie su Bhlyss. Di certo, non si erano guadagnati la fiducia di nessuno, nemmeno dopo la Grande Liberazione. Con l’umore guastato da quei pensieri, Zaygo indossò l’armatura. Impugnò il guanto sicli e controllò la daga a tre lame. Lo scatto era perfetto, la ripose nel fodero. Quando uscì all’aperto, il cielo rosso era limpido, l’aria più calda del solito. Restò fermo a riscaldare il suo sangue per qualche attimo, era piacevole farlo in quelle magnifiche giornate. Con calma gustò il panorama, dalle alte pareti di roccia che proteggevano la valle, coperte da piante variopinte, ai muri verde smeraldo e le cupole argento e oro delle case che facevano sapere al mondo quanto fossero nobili i Lorn. Tutta la città risplendeva. Né i Tlazk né i Saytrac dovevano avere la possibilità di ammirare tanta bellezza mettendo piede nella sua città, lui l’avrebbe impedito. Un forte stridio arrivò dall’alto. Vide il terreno scurito da un’ombra e alzò lo sguardo. Un gigantesco Kurr, gracchiando, passò sopra di lui e con le ali provocò un vento impetuoso. Com’era maestoso quell’animale! I Kurr che volavano liberi, i loro simili domati che portavano i Lorn in cielo, la sua città che prosperava all’aperto, a differenza di quelle dei Tlazk nascoste sottoterra... Ogni cosa intorno a lui gli confermava che il suo popolo viveva nella Natura più di quanto facessero le altre specie. Era giusto così, perché i Lorn esistevano per dominare Bhlyss. E se non c’erano ancora riusciti, era solo perché il destino era divenuto capriccioso, mettendosi per traverso e riservando loro quella piaga che erano gli Umani. Zaygo decise di attraversare la piazza in pietra per raggiungere l’ampio colonnato dove venivano deposte le uova. Camminò ondeggiando il corpo con quell’andatura tanto naturale su Bhlyss quanto bizzarra per gli abitanti della Terra, perché erano abituati a veder strisciare i serpenti sul terreno. Si affacciò sull’area a forma di conca. C’erano, tutte ordinate, migliaia di coppe riproduttive, e in ognuna era stato deposto un uovo. In lontananza vide alcune femmine occuparsi della attività non legate alla guerra. Così era stato dall’alba dei tempi; questo non perché fossero più deboli dei maschi, una femmina Lorn valeva quanto cento umane, ma semplicemente per divisione dei compiti. Erano guerriere rispettate e combattevano solo quando dovevano difendere i piccoli. In quel caso, divenivano rabbiose e determinate più dei maschi. Zaygo ripensò all’ultima incursione Saytrac e a come le femmine li avevano scacciati dalla città senza che i maschi avessero dovuto sfoderare le loro daghe. Sogghignò e le sue zanne brillarono alla luce di Sirio A. «Zaygo, ti senti forte oggi?» lo richiamò Drigo, un altro valoroso guerriero. Come lui, si muoveva in modo sinuoso, da vero serpente. «Mi sento forte, Drigo. E il calore di Bar aumenta sempre più la mia forza». «I Tlazk stanno preparando qualcosa, vedo lampi lontani e di notte sento strani echi». «Credi che preparino una guerra?». «Non si può mai sapere cosa preparano quei viscidi, comunque noi siamo pronti. È tanto ormai che gli Umani se ne sono andati, le vecchie alleanze non contano più». Sentirono gracchiare dall’alto e furono investiti da una folata di vento. Un imponente Kurr, ricco di penne colorate, atterrò davanti a loro. Ripiegò le ali enormi e i becchi posti all’estremità delle tre proboscidi si chiusero. Da buon animale domato, aspettava solo che il suo padrone salisse. «Drigo, sei diventato un cavalcatore di Kurr?». «Dovevo, per forza. Ci sarà bisogno di noi in battaglia. I guerrieri migliori sono quelli che attaccano dal cielo». Montò sul Kurr. «Che il coraggio non ti abbandoni mai, Zaygo». «Che il coraggio ci segua entrambi, Drigo». Il Kurr prese il volo col suo padrone, tra battiti d’ali possenti e turbini d’aria. La città lentamente si stava svegliando. Tanti Lorn erano usciti in strada e cominciavano a svolgere la proprie attività. Zaygo vide arrivare una squadra di dieci soldati, ondeggiavano flessuosi e impugnavano fucili a energia. Le armi a raggi erano per la truppa, perché solo a pochi eletti, come lui, spettava l’onore di combattere con armi a lama. «Rispetto al Portatore della Daga!» gli gridarono quei Lorn, di passaggio, lasciando per un attimo i fucili con una mano e mostrando gli artigli. Anche lui artigliò, fiero. Chissà, forse stava per scoppiare un’altra guerra contro i Tlazk. Poteva darsi che quel periodo di pace fosse il preludio alla tempesta e lui si sarebbe presto trovato davanti tanti avversari da abbattere. Non temeva nessuno, soprattutto quei nani rossi coperti di tecnologia inutile. Che venissero pure, lui li avrebbe aspettati per farli a pezzi. E dopo si sarebbe di certo sfamato con tanti squynzi e dissetato con molta acqua. Improvvisamente, gli arrivò addosso l’ennesima ventata. Guardò in alto pensando all’arrivo di un altro Kurr. Invece, il cielo era vuoto. Appena abbassò lo sguardo, si accorse che proprio davanti a lui si stava aprendo un buco nell’aria... che dava sul nulla. Rimase fermo per qualche secondo a osservare la novità, incurante di qualsiasi pericolo. Un Portatore della Daga non aveva paura di nulla, perché un nemico avrebbe potuto prendergli solo la vita, non l’onore. Intorno all’apertura si formò un vortice che iniziò a girare sempre più forte. Il buco si allargò e il vento che ne uscì buttò tutti a terra, anche Zaygo. Quando si rialzò, vide qualcosa muoversi là dentro. Pareva una specie di tempesta, cupa e in continuo tumultuo. E c’erano tante figure lontane che stavano arrivando. Qualsiasi cosa sia, non è niente di buono, pensò. D’istinto, estrasse la sua daga. Lo scatto fece uscire le altre due lame e fu pronta. Dal guanto sicli, con un altro scatto, si aprì lateralmente la spada a forma di scimitarra. Ciò che sbucò dal vortice nero fu un vero incubo, preceduto da un urlo agghiacciante che sembrava giungere direttamente dall’Inferno. Uscirono in massa, assetati di sangue. Zaygo rimase impassibile, ben piantato sulle zampe e pronto allo scontro. «Altro sangue per la mia daga!» urlò, brandendola con sicurezza.
  11. Marco Alfaroli

    Preludio

    Sulla stazione commerciale Taurus, il corridoio dell’hangar era deserto. Ossian Larsson teneva sotto tiro l’ingresso restando coperto dietro alcune casse, pronto a fulminare chiunque fosse entrato con intenzioni ostili. Dietro di lui, appoggiati alla parete, c’erano i magazzinieri, legati e imbavagliati. «Mi dispiace. Sarete liberi fra poco, appena ce ne saremo andati» disse, cercando di scusarsi in qualche modo. Loro non risposero. Avevano gli occhi pieni di paura, erano poveri diavoli che con l’Impero avevano poco a che fare. Larsson distolse lo sguardo e tornò a puntare l’entrata. Uno dei suoi uomini arrivò correndo e si chinò accanto, affannato. «Siamo quasi pronti, Ossian!». «Ma quanto ci vuole a far salire tutti? Più tempo passa e più si moltiplicano i rischi». «Praticamente si sono portati dietro casa... Lo sai che è gente comune, non sono mica soldati». Era vero, non erano soldati. Ossian rabbrividì. Quanto sarebbe stato meglio che almeno lui lo fosse stato! Lui che li aveva convinti a seguirlo. Lui che si era preso sulle spalle la responsabilità delle loro vite. Lui che adesso sentiva una tremenda fitta al cuore, perché esisteva la possibilità che tutti potessero morire per colpa sua. Non doveva finire così. In passato molti ci avevano rimesso la pelle, ma questa volta le cose sarebbero andate diversamente. Ne era convinto. Il piano l’avevano preparato con attenzione, non poteva fallire. Stavano sfruttando la guerra che teneva impegnato l’Impero ormai da anni contro Luyten. Negli ultimi tempi gli scontri si erano inaspriti e quasi tutte le forze imperiali erano fuori dal sistema solare. Le poche corvette spaziali lasciate al controllo in entrata e uscita le aveva ingannate Wilson. Quel vecchio era veramente troppo vecchio per scappare e si stava sacrificando per loro. A bordo del suo Fendi Stelle si era già tirato dietro i mastini imperiali che pattugliavano il quadrante. E non l’avevano ancora preso. «Se la fortuna ci arriderà ancora per poco, avremo la nostra via di fuga completamente libera» rimuginò a voce alta Ossian. «Non ne sarei così sicuro. Stiamo semplicemente rubando un cargo». «Certo, è un cargo, ma il vantaggio che abbiamo accumulato è sufficiente per trasformare la Terra in un brutto ricordo». Ossian scrutò oltre il vetro del corridoio. La sagoma del trasporto mercantile che sarebbe diventato la loro “Arca della salvezza” si stagliava sullo sfondo. Il suo nome, Conestoga, gli fece venire in mente i pionieri partiti alla conquista dell’America, quando ancora si chiamava America. Il comunicatore che teneva in mano l’uomo accanto a lui cantò: «Tutti a bordo! Possiamo partire!». «Bene. Dì a Zac che arriviamo. E digli di attivare i motori». L’altro riferì. Poi entrambi iniziarono a correre verso l’hangar. *** «Corvetta di Sorveglianza 23 a stazione Valhalla. Abbiamo quasi raggiunto la posizione. Potete fornirci ulteriori informazioni?» «Non ce ne sono, capitano Castillo. È solo un sospetto, sulla Taurus sono confluite troppe piccole navette private. Temiamo un concentramento di dissidenti e un tentativo di fuga». «Eravamo impegnati in un’operazione di inseguimento e ho perso la mia preda. Voglio sapere se questi nuovi ordini arrivano dal Comando di Flotta». «Negativo, Capitano. Seguiamo le direttive della Polizia Speciale. La marina spaziale è esonerata da qualsiasi decisione finché non avremo bloccato i fuggitivi. Ammesso che ce ne siano». «Ricevuto, Valhalla. Raggiungeremo le coordinate fra quindici minuti». Il capitano Alejandro Castillo chiuse la comunicazione e tornò a sedersi sulla poltrona di comando. Davanti a lui, sullo schermo video, le stelle venivano incontro, vomitate dal cosmo nero. «Dobbiamo prenderli vivi, colpite la nave solo per fermarla. Intesi, Capitano?» L’uomo che aveva parlato stava in ombra alle sue spalle. Era il commissario politico, seduto su una delle poltrone per gli osservatori e unico a non essere impegnato con gli strumenti di navigazione. Il Capitano si voltò. Non cercò neppure di nascondere la sua espressione di disappunto. Ogni nave pattuglia aveva a bordo uno di quei tizi, non poteva farci niente. Ma lo sopportava a malapena. «Non avevo intenzione di distruggerli, Commissario». «Qualche capitano troppo zelante l’ha fatto. Non è uno sbaglio, in fondo sono fuorilegge. Però io devo interrogarli, possono parlare e denunciare qualcun altro che ancora sfugge ai nostri controlli». «Capisco» sibilò Castillo e gli dette le spalle. Sapeva quali erano i metodi dei commissari per far parlare i prigionieri. E lui, questo, non riusciva a digerirlo. «Che c’è, Capitano? Noto poco entusiasmo in lei. Pensa forse che quei traditori abbiano il diritto di difendersi in un processo, sulla Terra?» Non gli rispose, non subito almeno. Come sembravano lontani i tempi in cui era imbarcato in qualità di primo ufficiale sulla Chronos e combatteva contro gli insettoidi Arghass che erano armati e potevano difendersi. Da quando era stato promosso, invece, l’avevano assegnato al servizio nelle retrovie e tutto era peggiorato. Non gli piaceva fare il lavoro sporco nel perseguitare civili che avevano idee diverse, che cercavano solo di fuggire. Specialmente quando c’era la possibilità che fosse lui a consegnarli nelle mani di quei macellai della Polizia Speciale. Continuò a dare le spalle al suo interlocutore e rispose seccato. «Li prenderemo vivi, non tema...». *** Gli ormeggi del Conestoga saltarono e la nave iniziò a muoversi. Dapprima lentamente, poi acquistando sempre più velocità. «Cargo Conestoga! Non avete l’autorizzazione al lancio! Voglio il comandante in comunicazione!» urlò qualcuno dalla torre di controllo. Naturalmente non ricevette risposta. Larsson e i suoi compagni, attraverso i finestrini del trasporto, guardarono sfilare l’immensa stazione, le sue trenta navi commerciali ormeggiate e la miriade di piccoli velivoli d’assistenza che si muovevano intorno. Chissà quante delle dodicimila persone che la popolavano si erano accorte della loro fuga? «Motori al massimo» ordinò Ossian. «Dobbiamo allontanarci in fretta per fare il salto». Zac abbassò tutte le leve di potenza e una luce intensa abbagliò il retro della nave. I motori a impulso si caricarono. «Fatto, Ossian. Ce ne andiamo». Il Conestoga accelerò in modo impressionante, si lasciò alle spalle la stazione con la gente che si parava gli occhi accecata. E, soprattutto, si lasciò alle spalle la Terra. Marte, Giove, Saturno... la fuga era iniziata, Wilson aveva fatto la sua parte e non avevano alcun mastino alle calcagna. Tutto filava liscio. Una luce rossa s’illuminò sulla consolle. «Ossian... ci sono problemi». «Imperiali?». «Sì. Una corvetta... distanza 2.3 in avvicinamento». La faccia di Larsson divenne funerea. «Imposta le coordinate per il salto, presto!». «È troppo rischioso, con questa ferraglia... senza essere usciti dal sistema solare...». «Sempre meno pericoloso che farsi raggiungere». L’espressione cupa di Ossian convinse il pilota. Non c’era altro da fare e bisognava farlo in fretta. La fronte di Zac s’imperlò di sudore e le sue dita corsero veloci sulla tastiera. Attraverso il vetro della plancia, videro diventare sempre più grande ciò che all’inizio era solo un puntino. Riconobbero una corvetta imperiale, ormai troppo vicina per riuscire a scappare. Due lampi saettarono micidiali. La struttura del cargo fu scossa dai colpi andati a segno, non avrebbe retto a un secondo attacco. I fuggiaschi furono costretti a fermarsi. «Catene magnetiche!» ordinò Castillo sulla corvetta. E una serie di fulmini azzurri scaturirono dalla prua avvolgendo il Conestoga. «Ci hanno presi!» gridò Zac. «Non posso eseguire il salto, altrimenti metà della nave resterebbe qui, ancorata a loro». Larsson si sentì addosso gli occhi di tutti. Girò di poco la testa e li guardò: uomini, donne, bambini, li aveva condotti in una trappola; lesse sulle loro facce la disperazione. «Esplodere è l’ultima cosa che voglio. Prendiamo le armi e prepariamoci alla difesa». Non riuscì a dire altro. *** Sulla corvetta il Commissario esultò vittorioso: «Bene, Capitano. Prepari l’abbordatore, andrò là con i miei uomini e porterò ordine. I superstiti saranno interrogati sul posto». «Quei disperati si difenderanno» ribatté Castillo. «Lo faranno, ma noi siamo più forti.» L’ufficiale politico traboccò di sdegno. «Avrebbero potuto continuare a vivere tranquillamente sulla Terra, seguendo la legge... Invece, hanno rifiutato la nostra società per ricominciare da un’altra parte.» Sibilò. «Ricominceranno da un’altra parte... sì, all’inferno!» E rise di gusto. *** Castillo entrò nella sua cabina e si fermò davanti allo specchio. Si chiese chi fosse l’uomo che vedeva riflesso. Un ufficiale dell’Impero terrestre? Un guerriero che aveva combattuto mille battaglie contro nemici bellicosi? Un soldato? Da quando comandava la corvetta, aveva intercettato tre navi cariche di civili. Ogni volta, il commissario politico e i suoi sgherri avevano abbordato la nave e quelli tra i fuggitivi che non erano morti subito, tentando di resistere, avevano subito ignobili torture, inflitte senza neppure l’obiettivo di estorcere informazioni. I pochi superstiti, e fra questi non aveva mai visto bambini, erano stati inviati sulla Terra per un processo farsa seguito dalla fucilazione. Quindi lui chi era? Un soldato? No, non più. Piuttosto il complice di un aguzzino. Anzi, forse era lui stesso un aguzzino. Anche questa volta il copione si sarebbe ripetuto. E lui che avrebbe fatto? Niente! Perché opporsi avrebbe significato finire davanti alla corte marziale. Si lavò la faccia con acqua fresca. Osservò ancora il viso riflesso e si rese conto che non bastava l’acqua a pulire la coscienza. *** L’abbordatore era un’unità autonoma che funzionava scorrendo in mezzo ai quattro fulmini azzurri delle catene magnetiche. Esse lo portavano, come antichi binari ferroviari, dalla corvetta al mezzo abbordato. Non aveva alcun sistema di propulsione e alcuna possibilità di essere guidato. Una ventosa permetteva l’attracco e un perforatore meccanico apriva un varco nella struttura permettendo l’ingresso dei soldati. L’abbordatore si sganciò dalla corvetta e lentamente iniziò la sua corsa verso il Conestoga. Gli uomini della Polizia Speciale controllarono le armature e caricarono le armi a raggi, il Commissario accese il monitor interno. «Capitano Castillo, si prepari a inviare sulla Terra il mio rapporto e le prime immagini dei prigionieri». «Non è qui, Signore» rispose imbarazzato il secondo pilota. «Non riusciamo a trovarlo». «Come sarebbe a dire non riuscite a trovarlo?». «Il suo comunicatore è spento». «Allora invierà lei il rapporto e le immagini. Quanto al Capitano, sarà meglio che trovi una giustificazione valida per la sua assenza, perché informerò direttamente l’Imperatore». *** La porta pneumatica della sala magnetica s’aprì scorrendo. Castillo entrò, regolò il raggio della sua pistola a bassa intensità e fece fuoco sugli addetti. Caddero a terra tramortiti. Lucido nella sua azione disperata, afferrò un’ascia dalla sezione antincendio e poi s’avventò sulle tubazioni dell’energia. Con fendenti micidiali tranciò anche i cavi più grossi, scintille divamparono ovunque. Alla fine, il sistema andò in crisi. Castillo abbandonò l’ascia e trascinò fuori gli uomini svenuti, prima uno e poi l’altro. Richiuse in fretta la porta e si gettò a terra con loro aspettando l’esplosione. Ed essa arrivò. La struttura della corvetta vibrò forte per il boato, in plancia le relative spie d’emergenza e d’avaria si accesero. Fuori, nello spazio, le quattro scariche azzurre si interruppero di colpo e l’abbordatore, senza più guide, finì alla deriva. Attraverso il monitor interno, il Commissario urlò di rabbia. «Voglio sapere cosa diavolo è successo! Chi ha sbagliato pagherà!» Non ebbe il tempo per una risposta. Procedendo per inerzia, l’abbordatore finì addosso al Conestoga, fracassandosi. Il Commissario morì all’istante con tutti i suoi uomini. I loro corpi straziati per l’effetto atmosfera zero uscirono lentamente fuori, poco dopo. *** «È accaduto qualcosa» disse esultante il pilota del cargo. «Le catene magnetiche si sono spezzate, possiamo iniziare il salto!» «Qualcuno, su quella nave, ci ha dato una mano» sospirò sottovoce Larsson. Il pilota azionò la sequenza di tasti per il salto e una lunga scia di LED s’illuminò in successione, poi, il Conestoga sfrecciò via, più veloce della luce. *** La sala magnetica era in fiamme, Castillo si alzò a fatica e chiamò la plancia col suo comunicatore. «Incendio in sala magnetica, ho con me due feriti. Inviate soccorsi. Appena saremo fuori darò l’ordine di togliere l’ossigeno». «Ricevuto Capitano, arriviamo subito». Il capitano Alejandro Castillo pensò a quanto aveva fatto e si chiese se ne fosse valsa la pena. Sorrise. Sapere che il commissario politico era diventato un corpo celeste vagante nello spazio lo mise di buonumore... Forse, ne era davvero valsa la pena.
  12. Marco Alfaroli

    Stazione rifugio Idra

    Come saranno i sistemi di scambio merci nel futuro? Teletrasporto o viaggi interstellari a bordo di astronavi mercantili? John Ellroy è uno dei tanti “camionisti” dello spazio che, nel 2968, fanno una vita simile ai loro omologhi dei giorni nostri. E fermarsi sulla Stazione Idra per riparazioni significherà per lui uscire dalla routine... e rischiare la vita!
  13. Marco Alfaroli

    Gannikar

    Gannikar è un cacciatore di vlainoc. Impugna una grossa balestra lancia arpioni e indossa uno zaino speciale che dispiega ali meccaniche; scalando le alte rovine della Fortezza Umnok si getta nel vuoto, plana con l'agilità del rapace, prende con calma la mira e colpisce. Ogni colpo è un vlainoc abbattuto. E ogni vlainoc abbattuto significa cibo, acqua e quindi vita per la sua famiglia. Anche i massacratori vanno a caccia ma non cercano i vlainoc, loro cacciano gli uomini!
  14. Marco Alfaroli

    Lotta contro il tempo

    Riuscire a sconfiggere il Tempo, conquistando la vita eterna anche solo attraverso la propria discendenza, è il sogno di ogni uomo. E se proprio la vita eterna non si può viverla per intero, non è poi tanto male poterla gustare a balzi, dormendo un sonno criogenico in attesa di un futuro migliore. Forse può sembrare un sotterfugio per combattere quel subdolo nemico che è il Tempo, ma non per Leonardo Cavon. Nel 2068, lui sa di essere destinato a quella vita eterna a balzi e alla gloria, perché è l'inventore della prima capsula per l'ibernazione umana. Non gli importa che quell'invenzione gli sia costata il matrimonio e la possibilità di avere figli, perché la commercializzazione del sonno criogenico gli ha già dato la ricchezza e a breve gli permetterà di sostituire quelle perdite, facendolo risvegliare migliaia di anni nel futuro, così da assaporare i frutti del suo lavoro e la gioia di aver battuto il Tempo. Sono proprio questi i primi pensieri coscienti di Cavon al suo risveglio nella capsula conservata nel bunker fatto costruire sotto la sua abitazione. Non c'è stato alcun problema nel corso della stasi criogenica e, anzi, la macchina da lui inventata ha funzionato oltre ogni aspettativa, portandolo fino all'anno 7945. Appena riemerso in superficie, l'eccitazione iniziale per la possibilità di incontrare gli uomini di quel tempo viene sostituita dall'angoscia. Cosa diavolo è quel soffitto metallico, sorretto da colonne ciclopiche, che non permette di vedere il cielo? E le pareti lontane altrettanto gigantesche che racchiudono la città in cui viveva, ormai ridotta in rovine? E, soprattutto, dov'è finita l'Umanità? Per scoprirlo, a Cavon non resta che salire verso l'alto in quella struttura per Titani, utilizzando lo strano ascensore in cui si è imbattuto. Certo, non lo tranquillizza il fatto che sono più di 4000 anni che nessuno se ne serve...
  15. Marco Alfaroli

    Schegge dallo spazio

    Antologia di racconti Sci-Fi. Arrivano dallo spazio. Sono frammenti di ignoto in rotta di collisione con noi, schegge di futuro in avvicinamento, frecce che scoccano una dopo l’altra. Sono viaggi interstellari, alieni, navi spaziali, avventure con taglio western o piratesco e molto altro ancora. Ce n’è davvero per tutti i gusti in questa antologia! Sono schegge di immaginario che arrivano dallo spazio.
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