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Ace

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  1. Dopo anni di scrittura e centinaia di romanzi letti, mi sono reso conto di non essere un lettore abbastanza attento. Per decenni mi sono perso all’interno dei libri degli altri facendomi cullare dalle fabule erette dagli autori che amo. Negli ultimi mesi però qualcosa è cambiato e ho sentito l’urgenza di uscire da quella zona di comfort per avventurarmi in un terreno forse più proficuo per la mia scrittura. Mi sono detto che diventava necessario abbandonare la dimensione abitativa di lettore, sconfessando il senso di sudditanza che ti confina nello spazio ritagliato per te dall’autore. Questa nuova necessità oggi m’impone di tenermi lontano dalle magie affabulatorie degli scrittori, l’intento è innalzare il mio grado di attenzione. L’ambizione, quella di scorgere le impalcature nascoste all’interno delle storie. In altre parole, il fine è rubare il più possibile il mestiere agli scrittori più capaci. Con questo nuovo setting mentale ho scoperto – esperienza per me inedita – che ogni personaggio nelle storie degli altri è lo specchio dei personaggi ai quali ho dato vita nei romanzi che scrivo. Adesso che leggo con un occhio che vigila sui meccanismi e su ogni scelta messa in campo dall’autore, mi soffermo su un determinato frangente vissuto dal personaggio e – come in automatico – lo traslo sulla pelle di un personaggio della storia che sto scrivendo al momento. Questo mi pare dispensi linfa ed energia viva nel flow di quanto poi butto giù su carta. Grazie a tutto ciò ho notato che i miei personaggi crescono e acquistano uno spessore che prima non avevano, si sviluppano, si dilatano e diventano appieno creature in carne e ossa. A qualcuno di voi è capitato di attraversare un processo di questo tipo? Ho scritto processo perché l'ho inquadrato in una sorta di processo di maturazione che altrimenti non avrei saputo in quale altro modo inquadrare.
  2. Grazie, l'ho messo in coda di lettura. Grazie a tutti per i commenti. Li ho letti con attenzione, i vostri input confermano che le anticipazioni siano materia insidiosa. Sarà perché come lettore non li amo molto, e sarà perché il più delle volte mi sembrano troppo artificiosi, credo si debba essere davvero convinti della propria scelta quando si decide di inserire un'anticipazione. Bisogna proprio crederci, in quella anticipazione e sapere -- o presumere di sapere -- quale risultato produrrà nei lettori.
  3. @Silverwillow: Grazie per il commento, d'accordissimo con te su tutto. Qual è il titolo che ha vinto il Pulitzer? Quel saranno tutti morti tra un'ora mi ha messo curiosità. Vedi che gancio potente? A volte basta davvero poco.
  4. Ciao Marf, grazie per il commento. Quello che dici lo condivido: parsimonia, senza svelare troppo, e calilbrare i tempi.
  5. Ciao Alexmusic, grazie per l'apprezzamento [sul sondaggio hai ragione, ci ho pensato solo più tardi]. Come te non amo le anticipazioni e condivido in toto ciò che hai scritto. Per me, ogni volta che come lettore mi imbatto in un'anticipazione, è come assistere a un'entrata a gamba tesa che interrompe la narrazione e mi fa pensare all'autore e alle scelte da lui messe in atto al chiuso della stanza nella quale scrive. "Regalare al lettore quando si scrive, quello che si vorrebbe ricevere quando si legge." Trovo queste tue parole molto belle, meriterebbero di essere incorniciate e appese vicino ogni postazione di lavoro. Sì, l'avevo capito.
  6. Sì, è una tecnica frequente; la cosa più difficile, in qualità di lettore che non ama tale stratagemma, è capire se in quello che scriviamo è bene utilizzarla oppure no. Come ti capisco; a me succede lo stesso.
  7. Ciao Antares87, grazie per la risposta. Condivido quello che dici, e rilancio: a tuo parere, un romanziere così esperto come Cussler, per quale motivo ritieni che a sua volta faccia largo uso di anticipazioni? Voglio dire, lui -- al pari di molti grandi autori che usano/abusano delle anticipazioni -- sa bene quanto te e quanto me che il grosso dei lettori di fronte all'utilizzo di tale strumento storce il naso, quindi perché lo fa? A tuo avviso per i motivi di cui sopra, ovvero dare una direzione, come una mappa al lettore? O ci sono altri motivi che mi/ci sfuggono?
  8. Chattando con un autore si discuteva della necessità – vera o presunta – di anticipare [seppure in maniera molto sintetica] ciò che seguirà nel corso della narrazione. Nel tentativo di chiarire ciò che intendo vi faccio un esempio; prendiamo un romanzo immaginario e poniamo di avere un protagonista [chiamiamolo Norman] in difficoltà e in cerca di pace e serenità, in balia di eventi da lui vissuti in maniera passiva. E al termine di un capitolo chiave, dopo che l’autore ha già messo parecchia carne al fuoco, ipotizziamo che scriva qualcosa tipo: “Quella che a Norman sembrava una difficoltà insormontabile si sarebbe risolta da lì a breve, presto della pace che cercava ne avrebbe trovata fin troppa.” Adesso; io in linea di massima non sono affatto d’accordo nell’anticipare ciò che sarà, ma il punto di vista di questo autore invece è che lui si serva dell’anticipazione come strumento per guidare il lettore e fargli capire dove il romanzo andrà a parare, per dargli, insomma, un filo conduttore lì quando il romanzo pare privo di direzione. Voi come la pensate? Anticipazione sì oppure no? Se sì, quando e perché? Se no: per quali motivi?
  9. Ace

    Riferimenti a fatti/cose/persone reali

    Ho in cantiere un thriller fantastico ambientato nel mondo del cinema americano; il romanzo ha un piano su questa terra e un secondo in un'altra realtà dove i buoni possono tornare in vita e spendersi per il bene della città di Los Angeles. Tra loro mi piacerebbe fare rivivere Stan Laurel & Oliver Hardy, Clark Gable e altri. Si può fare o no? Si deve necessariamente farne richiesta agli eredi?
  10. Ace

    Autopubblicarsi genera un reddito

    Capito. Io con l'English me la cavo piuttosto bene, certo non al punto di tradurre un intero romanzo nel migliore dei modi, quindi gli strumenti non mi mancano. Il timore è che nelle cartelle prova ti facciano un gran bel lavoro, per "catturarti", salvo poi perdere di qualità nelle restanti. D'altra parte, se non ci provo non lo scoprirò mai. Prima uscirò su Amazon.it. Se le cose andranno positivamente, ci farò un serio pensierino. Grazie per le info.
  11. Ace

    Autopubblicarsi genera un reddito

    Cos'è che ti fa propendere per il no?
  12. Ace

    Autopubblicarsi genera un reddito

    Grazie, Ospite. Tempo fa avevo trovato un service USA che per un romanzo di 340 cartelle chiedeva sui 1.500€. Mi pare si chiamasse Easy Translate o Easy Translation. Sulla qualità della interpretazione/traduzione però non ho feedback.
  13. Ace

    Autopubblicarsi genera un reddito

    Hai tradotto anche in English? E a prescindere; un tuo romanzo in English lo pubblicheresti su amazon.com, giusto? In quel caso serve aprire un nuovo account?
  14. Ace

    Consigli di scrittura di Chuck Palahniuk

    Un altro scrittore che mi piace. Molti consigli ho cercato di farli miei nel corso degli anni, ma so di esserci riuscito solo in parte. Del resto, quello che può andare bene per un autore potrebbe non funzionare per un altro. In ogni caso, quello che trovo più utile in assoluto è il numero undici. Materiale su Palahniuk ne ho ancora, in parte da tradurre, in parte da sistemare/riscrivere. Non appena troverò il tempo cercherò di pubblicare anche quello. Ventuno consigli di scrittura di Chuck Palahniuk 1. Quando non avete voglia di scrivere, programmate un timer da cucina su un’ora (o mezz’ora) e sedetevi a scrivere finché suona il timer. Se ancora odiate scrivere, siete liberi dopo un’ora. Ma normalmente, giunti al momento in cui suona il timer, sarete così coinvolti dal vostro lavoro, vi piacerà così tanto che continuerete. Invece di un timer da cucina, potete fare un carico di vestiti nella lavatrice o nell’asciugatrice e usare quello per dare un tempo al vostro lavoro. Alternare il compito cerebrale della scrittura con il lavoro meccanico della lavanderia o del lavaggio dei piatti vi darà le pause necessarie perché giungano nuove idee e ispirazioni. Se non sapete cosa seguirà nella storia… pulite il bagno. Cambiate le lenzuola. Cristo Santo, fate le polveri al computer. Un’idea migliore arriverà. 2. Il vostro pubblico è più intelligente di quanto crediate. Non abbiate paura di sperimentare con strutture narrative o salti temporali. La mia personale teoria è che le giovani generazioni di lettori si tengano a distanza dalla maggior parte dei libri – non perché questi lettori siano più stupidi di quelli delle generazioni passate, ma perché il lettore di oggi è più intelligente. Il cinema ci ha reso molto sofisticati in merito alla narrazione di storie. E il vostro pubblico è più difficile da colpire di quanto possiate immaginare. 3. Prima di sedervi a scrivere una scena, rimuginatela nella vostra mente e chiarite a voi stessi lo scopo di quella scena. Quali eventi precedentemente iniziati saranno interessati da questa scena? Quali basi saranno poste per scene successive? Come potrà questa scena contribuire allo sviluppo della vostra trama? Mentre lavorate, guidate, fate ginnastica, mantenente questo solo problema nella vostra mente. Prendete qualche appunto quando vi vengono delle idee. E solo quando avete stabilito l’ossatura della scena – allora, sedetevi e scrivetela. Non mettetevi a quel noioso, polveroso computer senza aver qualcosa in mente. Non affaticate il vostro lettore con una scena in cui poco o niente accade. 4. Sorprendete voi stessi. Se riuscite a portare la storia – o a far sì che la storia porti voi – a un punto tale da sconvolgere voi stessi, allora potrete sorprendere il vostro lettore. Laddove voi vedrete delle sorprese ben pianificate, è molto probabile che anche il vostro sofisticato lettore le vedrà. 5. Quando arrivate a un punto morto, tornate indietro e leggete le vostre scene precedenti, cercando personaggi abbandonati o dettagli che potete resuscitare come “pistole sepolte”. Quando stavo scrivendo il finale di Fight Club, non avevo idea di che cosa fare con il palazzo di uffici. Ma rileggendo la prima scena, ho trovato il commento che avevo lasciato cadere a proposito di combinare nitroglicerina e paraffina e di come fosse un metodo dall’esito incerto per fabbricare esplosivo plastico. Quella frasettina stupida (… la paraffina non ha mai funzionato per me…) fece risorgere la perfetta “pistola sepolta” alla fine e salvò il mio culo di racconta storie. 6. Usate la scrittura come la vostra scusa per indire un party alla settimana – anche se chiamerete quel party “workshop”. Ogni istante che passate con altre persone che stimano e supportano la scrittura, quegli istanti controbilanceranno tutte le ore che passate da solo, scrivendo. Persino se un giorno venderete il vostro lavoro, nessuna cifra di denaro vi ricompenserà per il tempo che avete speso in solitudine. Perciò, prendetevi subito la vostra “ricompensa”, fate della scrittura una scusa per stare fra la gente. Quando raggiungerete la fine della vostra vita – credetemi, non vi guarderete indietro per assaporare i momenti che avete passato da soli. 7. Imparate a convivere con il Non Conoscere. Questo piccolo consiglio è giunto passando per un centinaio di personaggi famosi, attraverso Tom Spanbauer fino a me e ora, a voi. Più a lungo permettete a una storia di prendere forma, migliore sarà la sua forma finale. Non affrettate o forzate il finale di una storia o di un libro. Tutto ciò che dovete conoscere è la prossima scena, o le prossime scene. Non dovete conoscere ogni momento dal principio alla fine, infatti, altrimenti sarà noioso come l’inferno da realizzare. 8. Se avete bisogno di maggiore libertà nel muovervi nella storia, di revisione in revisione cambiate i nomi dei personaggi. Cambiandone arbitrariamente i nomi, prenderete la distanza necessaria per poter veramente torturare un personaggio. O peggio, eliminate un personaggio, se è quello che la storia richiede. 9. Ci sono tre tipi di discorso – non so se sia VERO, ma l’ho sentito a un seminario e mi è sembrato sensato. I tre tipi sono: Descrittivo, Istruttivo, ed Espressivo. Descrittivo: “Il sole si era alzato…” Istruttivo: "Cammina, non correre…" Espressivo: "Ahi!" la maggior parte degli scrittori di narrativa usano solo una – al massimo, due – di queste forme. Quindi usatele tutte e tre. Mischiatele fra loro. La gente parla così. 10. Scrivete il libro che vorreste leggere. 11. Fatevi scattare adesso le fotografie da mettere sulle sovra copertine, finché siete giovani. E procuratevi i negativi e i diritti su quelle fotografie. 12. Scrivete delle questioni che vi toccano. Sono le sole cose di cui vale la pena scrivere. Nel suo corso, intitolato "Scrittura Pericolosa," Tom Spanbauer insiste sul fatto che la vita è troppo preziosa per spenderla scrivendo piatte, convenzionali storie nei confronti delle quali non provi nessun attaccamento. Ci sono così tante che di cui Tom ha parlato ma che ricordo solo per metà: l’arte della “manomissione”, che non saprei ripetere con precisione, ma che ho capito riferirsi all’attenzione da prestare nello spostare il lettore attraverso i vari momenti della storia. E "sous conversation," che ho capito intendere il messaggio nascosto, sepolto al di sotto della storia ovvia. Poiché non mi sento a mio agio a descrivere argomenti che ho capito solo a metà, Tom ha accettato di scrivere un libro sul suo workshop e sulle idee che insegna. 13. Una storia su di una vetrata natalizia. All’incirca tutte le mattine, faccio colazione nello stesso locale, e questa mattina un uomo stava dipingendo la vetrata con decorazioni natalizie. Pupazzi di neve. Palle di neve. Campanelli. Babbo Natale. Se ne stava sul marciapiedi, dipingendo nel freddo assiderante, il suo fiato fumante, alternando pennelli e rulli con vari colori di vernice. Dentro il bar, clienti e camerieri lo guardavano stendere vernice rossa e bianca e blu sul lato esterno della vetrata. Dietro di lui, la pioggia divenne neve, che cadeva di traverso spinta dal vento. I capelli del pittore erano di tutte le sfumature di grigio, e la sua faccia era cadente e rugosa come il sedere vuoto dei suoi jeans. Tra un colore e l’altro, si fermava per bere qualcosa da un bicchiere di carta. Guardandolo dall’interno, mangiando uova e pane tostato, qualcuno disse che era triste. Questo cliente disse che l’uomo era probabilmente un artista fallito. C’era probabilmente whiskey nel bicchiere. Probabilmente aveva uno studio colmo di dipinti che nessuno ha voluto e ora si guadagna da vivere decorando le vetrine di ristoranti che puzzano di formaggio e di negozi di alimentari. Proprio triste, triste, triste. Questo pittore continuava a stendere il colore. Tutta la bianca “neve”, prima. Poi qualche macchia di rosso e di verde. Poi qualche contorno che ha trasformato le chiazze di colore in calze e alberi di Natale. Un cameriere si aggirava, versando caffè alla gente, e dicendo, “E’ così pulito. Mi piacerebbe saperlo fare io…” E sia che invidiassimo o compatissimo questo tipo al freddo, lui continuava a dipingere. A aggiungere dettagli e strati di colore. E non sono sicuro di quando accadde, ma a un certo momento non era più lì. I disegni erano in sé così ricchi, si adattavano alle vetrine così bene, i colori erano così luminosi, che il pittore se n’era andato. Sia che fosse un fallito o un eroe. Era scomparso, andato chissà dove, e tutto ciò che noi vedevamo era il suo lavoro. 14. In sei secondi mi odierai. Ma in sei mesi sarai uno scrittore migliore. Da adesso in poi, almeno per la prossima metà dell’anno, non devi usare verbi come: Pensare, Sapere, Capire, Comprendere, Credere, Volere, Ricordare, Immaginare, Desiderare e centinaia di altri che tu ami usare. La lista dovrebbe anche includere Amare e Odiare... Invece di un personaggio che vuole qualcosa, descrivi la cosa in modo che sia il lettore a volerla. Anziché scrivere: “Adam sapeva di piacere a Gwen” tu dirai: “ Tra una lezione e l’altra Gwen era sempre appoggiata al suo armadietto quando lui andava ad aprirlo. Ruotava gli occhi e dava una spinta con un piede, lasciando un segno nero col tacco, ma lei lasciava anche l’odore del suo profumo. La serratura sarebbe stata ancora calda del suo culo. E al prossimo intervallo, Gwen sarebbe di nuovo appoggiata là”. Uno dei più comuni errori commessi da chi inizia a scrivere è lasciare i propri personaggi soli. Scrivendo, devi essere solo. Leggendo, il tuo lettore è solo. ma il tuo personaggio dovrebbe passare pochissimo tempo da solo. Perché un personaggio solitario inizia a pensare o preoccuparsi o a meravigliarsi. Ad esempio: “Aspettando il bus Mark iniziò a preoccuparsi sulla durata del viaggio...” Un’analisi migliore sarebbe: “L’orario diceva che il bus sarebbe arrivato a mezzogiorno, ma l’orologio di Mark diceva che erano già le 11.57. Potevi vedere l’intera strada fino al mall e non vedere un bus. Non c’era dubbio. L’autista era parcheggiato al capolinea a schiacciare un pisolino. L’autista si era addormentato e Mark stava per essere in ritardo. O peggio, l’autista stava bevendo e tornerà ubriaco addebitando a Mark settanta cinque cents per morire in incidente stradale con tanto di fiamme...” Anche un personaggio solo deve cadere in fantasie o ricordi. Ma anche allora non usare verbi di pensiero. E già che ci sei dimentica anche di usare i verbi dimenticare e ricordare. Mai più: “Wanda ricorda come Nelson era solito pettinarle i capelli” ma piuttosto “ Tornando al loro anno di università, Nelson era solito pettinarle i capelli lisci con lunghi colpi della mano”. Altro suggerimento di Chuck Palahniuk è non prendere scorciatoie, spacchetta, disfa, invece. E ancora, metti il tuo personaggio con un altro personaggio, mettili insieme e fai partire l’azione. lascia che siano le loro azioni e le loro parole a mostrare i loro pensieri. Tu resta fuori dalle loro teste. E intanto che eviti i verbi di ‘pensiero’, sii molto cauto con l’uso dei verbi blandi “è” e “ha”. Prova invece a nascondere i dettagli su quel che un personaggio è o ha, in gesti o azioni. Mostrerai la tua storia anziché raccontarla. E una volta che avrai imparato a ‘spacchettare’ i tuoi personaggi, odierai per sempre lo scrittore pigro di “Jim sedeva vicino al telefono, chiedendosi perché Amanda non chiamasse”. 15. Le parti peggiori della narrativa sono le declamazioni auto ossessionate dei personaggi solitari. Se devi proprio essere introspettivo, passa a una scena retrospettiva. Ma ancora una scena fisicamente tangibile. Oppure dai al tuo personaggio solitario un compito che dimostri qualche spinta non detta o una motivazione. 16. Trova un modo per raccontare la tua storia in UNA pagina. Poi in due pagine. Aggiungi quello di cui hai bisogno. Cerca di rendere la tua storia il più breve possibile - con poche o nessuna descrizione - solo un sacco di azione fisica. Fidati che il lettore seguirà l’azione e inventerà la sua argomentazione dietro quella. La gente seguirà l’azione. Poi fidati e smetti di provare a controllare troppo. Ma prima di tutto, TU sai cosa succede nella storia? Troppo spesso gonfiamo la storia perché stiamo nascondendo una mancanza di eventi. O perché questi eventi non sono forti abbastanza per reggere una storia intera. Questo è il perché buone short stories fanno buoni film, perché l’azione è compressa e succede bam-bam-bam in breve tempo. 17. Tu sei una macchina fotografica. Anche nella vita reale, prova a vivere senza imporre tanti dialoghi interni nel tuo mondo. Smetti di giudicare e preoccuparti, presta solo attenzione e studia come la gente muove le mani mentre parla, spesso è una storia migliore di quella che raccontano le loro bocche. Puoi sempre tornare indietro al “pensare” e inventare significati segreti per il mondo attorno a te. 18. La prima bozza, provo ad averla giusta nella mia testa. Poi, quando temo di dimenticarla, e perché odio star seduto fermo, scrivo la cosa in una stesura. Solitamente cinque o sei pagine, cucendo insieme le mie note e i miei pensieri rapidamente. La stampo e la porto con me, leggendola e rileggendola. Cercandone i punti deboli. Nel mondo esterno cerco i dettagli fisici di cui avrò bisogno per la prossima stesura. E faccio rimbalzare le idee sulla gente, per trovare nuovi modi di dimostrare i temi. Al momento in cui mi siedo per la seconda bozza, la prima è coperta di note. Ne faccio una copia rivista e ripulita e ripeto questo processo molte altre volte. 19. Imitare è un buon modo di imparare e poi evolvere il tuo stile. Nel workshop di Tom Spanbauer, a un certo punto, tutti gli studenti sembrano cattive copie di Tom. La maggior parte avanza incorporando aspetti dello stile Minimalista di Tom alla propria, unica, voce. Io... io ho iniziato a scrivere copiando Stephen King. Poi Steinbeck. Poi Dorothy Parker. Per copiare qualche stile hai bisogno di sezionarlo. Studiarlo. Solo allora tu puoi riprodurlo e prendere in prestito da quello. 20. Sulla paura che qualcuno rubi il tuo testo: Ma per favore... non mi sono mai preoccupato così tanto se non di rendere la storia il più efficace possibile. Nessuno oserebbe rubare “The Lottery” di Shirley Jackson. La tua voce, la tua trama, questa è la tua migliore protezione. 21. Grande Voce contro Piccola Voce. Molto di quello che succede in questo workshop è stabilire la Grande Voce è quando il personaggio parla direttamente al lettore, facendo osservazioni sul mondo. NON descrivendo una scena fisica. È chiamata "Grande Voce" per essere differenziata dalla "Piccola Voce", che è quella descrizione dettagliata di una scena chiamata anche "angelo registratore". La "piccola Voce" registra chi fa cosa, come la scena appare, come si sente il corpo del narratore. Tutti i dettagli obiettivi che creano la scena nella mente del lettore. Ma la "Grande Voce", quella fa sì che il personaggio salga su di un palchetto improvvisato e faccia un piccolo discorso. Quello è Tyler Durden quando proclama "Quel che vedi al fight club è una generazione di uomini allevati da donne". O le declamazioni di Carl Streator sull'inquinamento acustico. O le speculazioni filosofiche su Dio in Invisible Monsters. Queste asserzioni della "Grande Voce" non devono per forza essere vere, devono esserlo per quel personaggio. Cazzo, non devi sempre credere a queste affermazioni, ma il tuo personaggio deve dimostrare l'esattezza delle sue tesi e difendere ogni dichiarazione. E presentare abbastanza evidenza in modo che l'affermazione risuoni sul pubblico. Un personaggio interessante fa cose, commette errori, ha necessità ed esprime forti opinioni. Qualche volta opinioni stupide, ma anche queste tirano fuori qualcosa da un personaggio passivo senza un'idea in testa. Più importante , spostarti a declamazioni in "Grande Voce" ti permette di creare effetti diversi. E creare inoltre un miglior personaggio. Dunque la "Grande Voce" può essere uno strumento che forma, concepisce. Come all'inizio de "il grande Gatsby", il primo capitolo, dove Nick, ora adulto, sfinito e amareggiato, parla di come perse l'innocenza. Solo allora... quando questo tono di perdita è stabilito, cadiamo nel lungo flashback che il romanzo in realtà è. Ora pensa alla serie televisiva "Sex and the city" e il personaggio principale, Carry, che digita al computer mentre sentiamo le sue osservazioni da fuori campo. Ancora una volta la "Grande Voce" in azione. Ma qui agisce come cuscinetto tra le scene fisiche in "Piccola Voce". Ancora: è uno strumento costituente. Ma il suo più grande utilizzo è separare le scene e spaziarle a parte nel tempo. Pensa ora al film "Citizen Kane", là la "Grande Voce" è letteralmente la voce dei reporter del cinegiornale che stanno in profilo, le loro facce perse nell'oscurità e fumo di sigaretta, che si domandano: " Chi era Charles Foster Kane? Quali erano i suoi sogni? Che cos'era Rosebud? Essi fanno tutte le domande della "Grande Voce". Stabilendo i temi e il clima della storia, senza mai diventare personaggi. Inoltre, noi torniamo a loro per stabilire un posto per ogni segmento dei flashback della "Piccola Voce". Ogni reporter racconta di qualcuno che prossimamente visiteremo. Questo compone la storia da luogo a luogo, da intervista a intervista in modo che lo spettatore non è mai lasciato indietro in confusione. Bene, la "Grande Voce" fa tutto questo. Sviluppa la visione del mondo del personaggio, permettendogli di avere un'opinione e di essere controverso. E filosofico. Inoltre, non devi essere d'accordo col tuo personaggio. Infatti è più interessante se tu non sei d'accordo affatto, ma devi comunque rendere forte, dimostrabile e convincente la sua tesi. La "Grande Voce" sviluppa lo stato d'animo e dispone la scena: "Sul monte Walton, durante la Grande Depressione, raramente avevamo le scarpe ma i nostri cuori erano sempre rigonfi d'amore gli uni per gli altri"... e così la vacca trotterellava via a partorire. La "Grande Voce" crea anche un senso di tempo che passa. In questo modo, molte ore o giorni sembrano trascorrere in poche pagine. Passare alla "Grande Voce" ti può aiutare ad avviare la tua prossima scena. In più, se non altro, la "Grande Voce" dà un altro texture di informazioni alla storia, aiuta a variare la voce narrativa. E adesso, ciò che non devi fare con la "Grande Voce". Non usarla troppo a lungo. Sembra funzionare meglio nei passaggi brevi, interrotta da azione fisica e sensazione. Prendi ad esempio il capitolo 3 di "Ninna nanna", lì la "Grande Voce" è intagliata in una scena con poca azione fisica. Il narratore sta costruendo un modellino composto da un miliardo di piccoli pezzi. L'odore di colla. Il rumore della porta a fianco. Tutto questo aiuta a fissare la scena fisicamente in modo che le lungo discorso della "Grande Voce" non schiacci il lettore. Qui il narratore è solo, situazione sempre terribile per creare tensione. Ma il compito fisico, più il discorso della "Grande Voce" creano abbastanza interesse per il lettore. D'altra parte qui non succede nulla. Un uomo costruisce una casa di plastica e la calpesta. Fine. Capitolo 6 di "Fight Club", stessa cosa. Qui abbiamo un uomo seduto a una noiosa riunione d'affari. Non sta nemmeno facendo andare il proiettore delle diapositive. È in un angolo buio. Ma la sensazione fisica della sua bocca piena di sangue, oltre alle sue declamazioni in "Grande Voce", permette alla sua storia di saltare nel tempo e luogo. Quindi, la "Grande Voce", tienila al guinzaglio. L'unica possibilità di tenerla più lunga dovrebbe essere una parlata di chiusura ma anche questa può uccidere l'energia della trama se tenuta troppo lunga. La parlata di chiusura in "Grande Gatsby" è fottutamente spacca cuore. E breve. Un'altra avvertenza sulla "Grande Voce" Riconsiderate anche il fatto di aprire con questa. Questa è solo la mia noiosa idea personale, ma raramente mi piace un libro o un racconto che apre con un pensiero, un'osservazione o un proclama. Ho bisogno di essere catturato da un'azione trascinante, poi ascolterò la "Grande Voce". Ecco perché il primo capitolo del "Grande Gatsby" mi fa sempre incespicare. Come lettore io non conosco Nick Carraway, non ancora almeno, così ho sempre opposto resistenza al suo lungo, distratto e complicato parlare. No, la mia preferenza è sempre quella di usare una rapida scena trainante, quella che al cinema chiamano 'gripper', che afferra, prima di rischiare la "Grande Voce" nel secondo capitolo. L'eccezione a questo è "Diary", e l'ho fatto solo per amore del cambiamento. La mia prima scelta è sempre aprire con un'irresistibile scena in "Piccola Voce". Si può usare la Grande Voce da una prospettiva in terza persona, ma (nella mia opinione fossilizzata) non regge troppo peso perché colui che parla non è presente come personaggio. Nel migliore dei casi, chi parla è l’autore nascosto. Di certo non è Dio, racchiuso nella terza persona. Ad eccezione forse della Bibbia o simili: Se il lettore non sa chi sta facendo queste affermazioni in Grande Voce, senza che sia un personaggio a dirle, sembreranno aria fritta. Come proclami dell’autore, e il tuo intero lavoro è nascondere quell’autore (tu). Dovresti far sentire il lettore come se la storia stesse accadendo a lui...Come se le affermazioni in Grande Voce fossero state dette direttamente a lui da un grande personaggio.
  15. Ace

    Consigli di scrittura di Joe Lansdale

    Spiacente, è proprio su Facebook che lo ha pubblicato.
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