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Ace

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  1. Ace

    Il " Libro nel cassetto ".

    Sono certo che la pienezza di cui è fatta la tua soddisfazione sopravanzi l'effimero di chi non riesce a vedere più in là del proprio nome in copertina.
  2. Ace

    Il " Libro nel cassetto ".

    Diffiderei di un editore che nella home si dica alla ricerca di libri nel cassetto. Sono CE che per clienti non hanno i lettori, bensì i wannabe autori [tu chiamali, se vuoi, polli] Condivido. È un tema importante, del quale non si parla mai abbastanza. La fretta di pubblicare troppo spesso produce obbrobri che in futuro saranno d'imbarazzo per l'autore stesso. Grava sulla filiera dello scouting e intasa le caselle mail delle CE assediate dai manoscrittari d'assalto, esercito degli eserciti. La smania di vedere il proprio nome su di un libro per appagare un ego che invece andrebbe tenuto ben stretto al guinzaglio, a mio avviso è pulsione da non assecondare. Altra cosa da rimarcare è il fatto che spesso, chi esordisce in maniera consapevole e dignitosa, ha nel cassetto quando due/tre/quattro romanzi. Ha pubblicato nelle riviste, ha scritto caterve di racconti, nella comunità letteraria è un nome già noto. Insomma, prima di ambire allo strike in prima battuta, ho l'impressione che sarebbe meglio perfezionare e aggiustare il tiro. La cosa meravigliosa della scrittura è proprio questa, che non ci sono limiti: con studio e dedizione il tuo talento non può che crescere, affinarsi. Serve pazienza, ma può raggiungere vertici che oggi il manoscrittaro d'assalto neppure immagina. A tutti loro vorrei dire che prima di pubblicare sarebbe meglio fare molta palestra letteraria e avere nel cassetto il maggior numero di romanzi possibili.
  3. Ace

    Manuali di scrittura

    Il top del top: Dialoghi di Robert McKee.
  4. Ma certo: a patto che si riconosca il valore della gabbia e della narrativa di genere, che non di rado tocca vertici espressivi e profondità che sopravanzano di spanne le pretese di corte.
  5. Condivido la sintesi che hai dato, io stesso più volte ho avuto conferma della spocchia e dell'arroganza di una certa elite letteraria italica. Non parlo della Holden, giacché non ho esperienze dirette con loro, il mio è un rilievo di carattere generale frutto di ciò che ho vissuto nel corso degli anni a contatto con pletore di scrittori e addetti ai lavori del rutilante panorama editoriale italiano. Non si può dubitare dell’esistenza di scrittori che si definiscono, spesso a torto, portatori di una letteratura alta e slegata da logiche commerciali. Questi hanno la pretesa di pubblicare lavori a loro dire perfetti, cesellati e magnifici. Scrivono e cesellano e riscrivono, innamorati del suono e della magia ingannevole figlia di un uso esasperato della semantica attraverso verbosità che lappano, schioccano e assaporano in bocca come mastri chef. È il trionfo del wannabe proustiano dal gusto flat e stucchevole della panna da cucina, la cui riuscita resta discutibile poiché troppo spesso capita che lor signori di storytelling non sappiano una cippa. Infatti, mettere in fila parole e frasi e paragrafi e pagine e capitoli aggraziati, di gran sonorità letteraria, non fa di costoro dei romanzieri, ma feticisti della parola scritta. Ergo, nella frase in quote ritrovo tutta l'arroganza e la spocchia di un mondo che, a torto, non riconosce dignità alla scrittura di genere. Il loro pensiero è preciso: King e quelli come lui sono scribacchini al servizio di una platea priva del palato fino. La loro è un’elite letteraria di aristocratici che si muove al sicuro delle proprie stanze, ma la ghigliottina [il mercato] gli ha già mozzato la testa costringendoli a insegnare a scrivere libri che non si venderanno poiché loro stessi per primi devono ancora imparare a scrivere romanzi che le persone desiderano leggere. Provate ad avvicinare lor signori e sussurrategli all’orecchio parole come volta pagina. Produrrà il medesimo effetto dell’aglio sotto al naso di un vampiro, fatelo e vedrete quei gran letterati fuggire. Stiamo parlando di autori che quando escono con il nuovo romanzo vendono quando sedici e quando diciannove e quando ventuno copie. Quando va bene, beninteso. Questo, a dispetto dell’editore blasonato e del tam tam garantito loro da una rete di autori allo stesso modo spocchiosi e autoreferenziali. Nel frattempo, ci sono autori che arrancano dal volgo e sfornano romanzi che stanno in piedi perché fondati su uno storytelling forte e da perfetti sconosciuti vendono 30 volte tanto gli aristocratici del Nobel [ma quando mai] senza ricorrere alle ads e al club dei recensori scambisti.
  6. Ace

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    Verità. Conosco autori che hanno pubblicato romanzi acerbi, di cui oggi si vergognano. È difficile rifarsi una verginità una volta pubblicati scritti scadenti.
  7. Ace

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    Per quanto riguarda il traguardo [o meglio, il nastro di partenza] inteso come pubblicazione, è importante che l'autore sviluppi una prospettiva. La prima cosa da fare è estirpare dal proprio vocabolario la parola fretta. È necessario sapere aspettare. Capire che i romanzi nel cassetto, male non possono fare. La fretta è cattiva consigliera e i romanzi veri hanno bisogno di tempo per esprimere un'architettura piena e densa di senso compiuto. L'autore bisogna familiarizzi a lungo con i limiti della propria scrittura, deve mettere la museruola e tenere al guinzaglio il proprio ego, possibilmente uscendo dal guscio e andando incontro agli altri, alla ricerca di spazi di confronto. La smania di pubblicare è il male, quello che bisognerebbe sforzarsi di comprendere è che la strada da fare è tanta e parecchio lunga. Prima di uscire con un proprio romanzo che abbia dignità, un romanzo che sia perlomeno decente, servono anni di scrittura, serve frequentare buoni tecnici della parola scritta, accrescere il proprio bagaglio giorno per giorno, da ogni punto di vista, e serve soprattutto scrivere moltissimo e leggere capolavori su capolavori. Leggerli sviluppando un senso critico, leggerli esercitando un grado di attenzione e di analisi propria del buon commercialista, il più puntuale e meticoloso. Tutto questo va fatto a lungo e bisogna esserci portati. Per questo sostengo che un autore deve portare chiarezza dentro di sé, perché con la chiarezza [perché scrivo?] sopraggiungono consapevolezza e visione, proiezione di sé nel futuro. È questo, al netto di isolati casi sporadici, che conta. La pubblicazione, una pubblicazione consapevole, è conseguenza di quanto riportato fin qui.
  8. Ace

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    È una domanda alla quale è necessario trovare risposta il prima possibile, perché il sedicente autore che crede di poterla eludere rischia di perdere anni, vedersi spezzare le gambe e andare in crisi quando meno se lo aspetta. Be', felice di averti convertito. Scherzo. Ed è legittima, ma una CE, seppure big tra le big, deve rimanere mezzo e non fine. Per il poco che so di te, scriveresti anche su un'isola deserta [è un complimento, beninteso]. Ergo: non scrivi con il fine ultimo di farti pubblicare da una major.
  9. Ace

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    C'era chi diceva che la libertà rende liberi, e mi sa che aveva ragione. Andare in fondo alla faccenda, in un senso o nell'altro, non potrà che giovarti. Più che speculare sull'opera una big ti mette a catalogo e finché il tuo romanzo non inizia a vendere per proprio conto, non ti spinge. Sugli altri due punti sono d'accordissimo con te.
  10. Ace

    Autopubblicarsi senza rimpianti.

    Questo è il punto cruciale: condivido il tuo rilievo. Ma che dico condivido: lo sento. È una verità che a molti non piace, affrontarla porterebbe luce sulle tenebre che celano la domanda delle domande: perché scrivo? Riguardo le big e i sogni che diventano incubi: conosco autori che hanno pubblicato con le big delle big, altri ce ne sono su questo stesso forum. La faccio breve; le vendite non sono state entusiasmanti [di promozione poco e niente] e dopo quel romanzo è stata mostrata loro la porta. Sono tornati a scrivere perché amano scrivere. In fondo, il segreto è tutto lì.
  11. Riccardo, vorrei sommessamente farti notare che: 1. L'autore self il più delle volte è un autore che gli editori hanno rifiutato [magari giustamente]. 2. I restanti autori [quelli capaci, quelli non rifiutati] sono divenuti self a motivo di un'editoria tradizionale troppo spesso disumana furbetta e tirainculo. 3. L'autore self capace e intelligente si paga editing, CDB, cover e promozione: ergo: rischia il suo lavoro e i suoi soldi pure lui. Stiamo tutti ballando sulle macerie.
  12. @Niko: un attimo, il punto di vista che ho espresso non è mio. Quando scrivo "come può un gioiello brillare se sepolto dal ciarpame" sto dando voce ai lettori che, come sono certo saprai, nutrono grossi pregiudizi sugli autori self. Sono iscritto da anni a vari gruppi Fb di lettori, gruppi belli nutriti, alcuni con oltre 20.000 iscritti, e sospetti e sfiducia su chi pubblica in self sono venuti a galla su quelle pagine decine di volte. Non di rado a ragion veduta, perché io stesso sono un lettore e in svariate occasioni mi sono capitati tra le mani romanzi self che altro non erano che spazzatura: no editing, no CDB, errori grossolani e capacità di storytelling pari a zero. Non prendiamoci in giro, sappiamo entrambi come ragionano i lettori. L'assioma più diffuso è: l'autore self è tale perché l'editore vero non intende pubblicarlo. Questo pensa il lettore tipo. Adesso: magari io e te sappiamo che ci sono buoni autori self [che non hanno pubblicato con l'editoria tradizionale per una quantità di buoni motivi], ma ciò che il lettore pensa, il suo pregiudizio, resta ineludibile: quello è lo scoglio sul quale si misura il buon autore self, o meglio, indie. E attenzione: non solo il lettore, ma anche la quasi totalità degli addetti ai lavori la pensa così. Per ciò che riguarda me, come vuoi che la pensi? Io pregiudizi non ne ho e sono abituato a esprimere giudizi su un libro solo se ho modo di leggerlo. Ma come sai, quando un libro è denso di refusi e orrori ortografici e sintattici [e la copertina è un aborto ] basta leggere mezza paginetta per potere dare un responso lapidario. Però si trova robaccia pure in libreria, dici tu. Ma certo, solo che agli occhi dei lettori quello è un autore che l'editoria ha scelto, selezionato. Il libro è curato, o così perlomeno a lui sembra. Lo apre, legge qualcosa qua e là e perlopiù non trova gli orrori che trova nel peggio del self, e quindi che gli vuoi dire? Non sarà facile per nessuno assassinare i pregiudizi che quel lettore nutre per gli autori self. Ed è qui che arriviamo al succo della questione: l'autore self [quello buono e che fa le cose per bene, beninteso], è discriminato? Sì, su questo non si discute. Come se ne esce? Altro tema interessante sul quale magari gli utenti del WD potranno dire la loro. Parole sante, brò. Buon viaggio, di cuore.
  13. @Andrea D'Angelo: qui il paradosso del tema che sollevavo: ovvero che non sta tanto all’autore coscienzioso replicare a tali interrogativi. Sta più a chi è ossessionato dall’idea di pubblicare a tutti i costi e mi riferisco a chi intasa le caselle mail delle CE con manoscritti impubblicabili e a chi prima di pensare al marketing e a sversare romanzi su Amazon farebbe meglio a porsi sì domande sulla qualità di ciò che intende portare alla luce. È su questi ultimi che come autore indie dovrai prevalere, Andrea. Ma come può un gioiello brillare se sepolto dal ciarpame?
  14. Okay, però il tuo discorso terra terra fa pensare che non hai seguito la discussione fin dall'inizio. Fin qui si è parlato molto di vendere e di promozione e competenze quando dell'autore e quando dell'editore, ed è in quel contesto che trovano spazio le domande che ho posto, quelle che trovi pretenziose. Con altrettanta franchezza devo dire che trovo molto più pretenzioso chi scrive senza amore per la qualità. Un autore dovrebbe sì porsi la questione di quanta qualità ci sia in ciò che scrive, e i numeri del sondaggio dicono che sono i più a pensarla così. È anche evidente che porsi la questione è legato a un genere di consapevolezza commisurata a un senso di responsabilità che come autore magari non comprendi. In tutto ciò l'immortalità non c'entra, in questo penso tu mi abbia frainteso. Il mio era un discorso molto più semplice: il romanzo è buono? Quanto è buono? Ne è valsa la pena scriverlo? Che ne sarà in futuro? Sono domande che mi pongo per rispetto e per amore del lettore più che di me stesso, perché più passa il tempo e più mi rendo conto che non voglio perdere tempo né a leggere libri privi di valore, né, tantomeno, a scriverli. Farsi il tipo di domande che tu reputi pretenziose serve anche ad alzare l'asticella alla ricerca di un senso e di una qualità da spendere sempre al servizio del lettore e non certo del mio ego ben al guinzaglio, né tanto meno alla ricerca di un'immortalità di cui, ti assicuro, non m'importa nulla.
  15. Esatto, chi vuoi mai che si rifiuterebbe di concedere un'intervista o, dove possibile, apparire a una fiera o presentazione? Sorry, sono già sposato.
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