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samuele

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Tutti i contenuti di samuele

  1. samuele

    Gorilla Sapiens Edizioni

    Nome: Gorilla Sapiens Edizioni Generi trattati: raccolte di racconti, romanzi, narrativa straniera (traduzioni). Modalità di invio dei manoscritti: http://www.gorillasapiensedizioni.com/blog/manoscritti Distribuzione: http://www.gorillasapiensedizioni.com/contatti Sito web: http://www.gorillasapiensedizioni.com Facebook: https://www.facebook.com/Gorilla.Sapiens Dal loro sito: Invii manoscritti riaperti
  2. samuele

    Raccontare luoghi

    Mi trovi perfettamente d'accordo. Secondo me raccontare a lungo senza annoiare è difficilissimo, a volte salto pagine intere di alcuni libri che leggo, lo ammetto.
  3. samuele

    Raccontare luoghi

    Buongiorno, è tipo una vita e mezza che non entro qui, spero stiate tutti bene. Ho sempre seguito le vicissitudini del forum e vi trovo belli in forma Arrivo alla mia domanda.. sto scrivendo una storia raccontata all'estero, in Regno Unito. Ora premesso che ci vivo e voglio far respirare a chi leggerà l'aria della mia città volevo chiedervi questo consiglio: come rendere possibile questo, o comunque curare bene l'ambientazione? Vi piace leggere accuratamente di posti nuovi (intendo quando leggete un romanzo) o preferite che vengano lasciati in secondo piano e accompagnino solo la narrazione? Cosa usereste per far calare il lettore in una realtà nuova (clima, monumenti, piazze conosciute, eventi che richiamino la località)? Ora vado a spulciare altre discussioni per capire se posso essere utile Grazie e spero di essere stato esaustivo.
  4. samuele

    Raccontare luoghi

    Intanto grazie a tutti. La questione è una: non annoiare. E per non annoiare bisogna essere mooolto bravi a descrivere. Penso dipenda da quello e che continuerò a prediligere l'azione, descrivendo il necessario e magari soffermandomi quando è propedeutico ad un avvenimento in particolare. In ogni caso concordo con The Ash.. Grazie ancora a tutti!
  5. samuele

    Come posso migliorare?

    Come hanno detto in molti devi solo leggere, compatibilmente ai tuoi impegni ma ritagliati del tempo per sederti e affrontare un libro. Anche il buon Zuckerber ha consigliato due libri al mese, suvvia ce la possiamo fare tutti Nonostante sia vero che prima o poi dovrai affrontare dei classici ti consiglio di iniziare e dare priorità a libri che veramente ti interessano. Poi che dirti? Scrivere non è una scienza esatta, non esistono formule per il libro perfetto, per la storia che verrà accettata con entusiasmo da editore, pubblico e critica. Possiamo solo dare il massimo, essere coerenti ed esaustivi, penso che sia già molto. E ricordati che c'è sempre tempo per migliorarsi, per raccontare nuove storie e scoprirne altre che non avevi mai sentito prima. In bocca al lupo per tutto
  6. samuele

    Presentazione Damiano

    ciao!
  7. samuele

    hola

    ehilà
  8. samuele

    Improbabile saluta con improbabile saluto

    benvenuto
  9. samuele

    Ciao a tutti!

    benvenuto
  10. samuele

    Amazon Unlimited

    Torno dopo una lunga assenza e vi porto questa (buona? Cattiva?) notizia. http://www.ipresslive.it/comunicates/2211/amazon-presenta-kindle-unlimited-lettura-illimitata-a-999-al-mese Che ne pensate come autori o potenziali tali? Se a qualcuno interessa qui i titoli:http://www.amazon.it/gp/aw/s?i=digital-text&n=4723290031 Ora sono al lavoro, stasera vi dirò la mia.
  11. samuele

    Amazon Unlimited

    Non ho visto se si fa riferimento a titoli concordati con le CE: allora potrebbe essere un modo per rilanciare libri magari vecchi e/o dimenticati. Però anche lì: se per caso in un mese il mio libro viene letto tremila volte non mi entra un euro? Comunque penso-spero che sia autori che CE siano tutelati in qualche modo.
  12. samuele

    Corsi di scrittura creativa a Milano

    Ciao El Lupo. Io di corsi di scrittura a Milano non ne conosco, ma mi permetto di darti un consiglio. Valuta bene il tipo di scuola che andrai a frequentare. Mi spiego: ultimamente i corsi di scrittura sono molto inflazionati, ma a volte purtroppo sono tenuti da persone che si improvvisano maestri. Insegnare a scrivere è molto difficile già per le persone competenti in materia, autori o studiosi che siano, figuriamoci per altri. Il mio suggerimento è: cerca di capire cosa cerchi da un corso: contatti? Migliorarti? Ci sono molte occasioni diverse, fiere, reading in cui puoi fare queste cose, almeno iniziare. Valuta i profili di chi andrà ad insegnarti, uno scrittore avrà sicuramente uno stile diverso da un altro, scegli quello che ti è più vicino. Buona fortuna!
  13. samuele

    Suerte capitolo 2 parte 2/3

    http://www.writersdream.org/forum/topic/21880-che-fine/?p=382876 Avevo conosciuto Madeline a Madrid, in uno dei bar de copas che adornavano il centro storico della capitale, beveva caipirinha in compagnia di due amiche senza argomenti. La luce rossa del tramonto entrava nel locale e le illuminava il viso. Ero seduto in un angolo vicino all'entrata, ascoltavo la musica suonata da un gruppetto di ragazzi sorseggiando sangria. Atterrato da pochi giorni andavo al bar per non stare solo e con la speranza di capire se partire era stata la scelta giusta. Il programma che avevo faticosamente preparato prima di incontrarla era semplice: conoscere la città, ambientarmi e iniziare a frequentare i corsi ad ottobre. Ma quando mi alzai dal tavolino e le passai vicino per la prima volta cercando un qualsiasi tipo di pretesto per un contatto accidentale con la sua pelle qualcosa cambiò. Vidi nel suo sguardo e nei suoi occhi le mie emozioni. Sentii nel suo marcato accento americano che faticava per farsi capire dalle amiche basche una richiesta di comprensione. Ma non mi degnò di uno sguardo. Camminai fino in fondo al locale, feci finta di andare in bagno e mi girai. «Allora vorrei...» iniziai guardando la lavagnetta dietro la barra con scritto il listino. Ero appoggiato al bancone continuando a voltare lo sguardo nella sua direzione. Era seduta a pochi metri con le gambe scoperte. «Que quieres?». Aveva risposto un barista calvo pulendo un boccale. «Vorrei..». Cercavo un disperato contatto visivo. «Que quieres gringo?». «Nada, desculpame». Mi alzai di fretta e avvicinandomi per la seconda volta annusai nuovamente l'odore di sigaretta che trasudava la sua pelle abbronzata. Mangiava tapas e beveva caipirinha. Dal canto mio avevo solo estremo desiderio di compagnia, di qualcuno che potesse capirmi, e affidai il mio bisogno ai suoi occhi. Fino ad allora avevo perso le giornate in solitaria tra i vicoli del centro: rimbalzavo da vecchi locali in stile spagnolo a negozi di griffe, da Plaza de Toros al Bernabeu. Quando le sue amiche andarono in bagno e rimase sola trovai il coraggio di avvicinarmi. “O adesso o quando deciderai di parlarle avrà bevuto una vasca di caipirinha e non capirà un cazzo”, ragionai. Era alticcia, quando mi piantai di fronte alla sua sedia sorrise. Respirava forte come in preda ad una specie di ansia incontrollata. «Hola. Ehm, sono Raimundo». «Ciao!» rispose squillante. Accavallò le gambe e cambiò posizione. Mi guardò per qualche secondo il lobo con attaccato l'orecchino di cocco. Appoggiò i gomiti sul tavolino, mentre la musica tagliava l'imbarazzo. «Sono nuovo qui, sono argentino». Non parlava. Gli occhi sgranati mi analizzavano dalla testa ai piedi. «Mi farebbe piacere vederti fuori da qui, magari beviamo un caffè». «Io sono di El Ei..». Disse distratta. Prese una gomma da masticare e un fazzoletto dalla borsetta in pelle. Segnò un numero di telefono e scrisse in corsivo il suo nome. L'inchiostro sfumò e temetti subito diventasse illeggibile in poco tempo. Tastai le tasche ma non trovai traccia del cellulare. «Stasera sono con le mie amiche, ma domani possiamo fare colazione, chiamami». Sorrise disincantata, bellissima e forestiera. Appoggiò il fazzoletto sulla mia mano e fece un cenno per salutarmi mentre le sue amiche uscivano dal bagno parlottando con la mano davanti alla bocca. La mattina fui svegliato dal russare fastidioso di uno dei miei compagni di stanza. Sembrava una grossa locomotiva ansimante. Decisi che era giunto il momento di iniziare a battere le agenzie immobiliari alla ricerca di un posto tutto per me, ma prima avrei fatto un tentativo nel chiamare la ragazza americana della sera prima. Non nutrivo particolari speranze che il numero di telefono fosse giusto. Non credevo nell'empatia tra sconosciuti, ma il mio animo malinconico si aggrappava a quella flebile speranza. Mi arrotolai una sigaretta appena fuori dall'ostello e tirai fuori dalla tasca dei jeans il fazzoletto. “Chissà chi cazzo mi risponde”, pensavo tenendo il cellulare tra l'orecchio e la spalla. Ero in un quartiere rumoroso e quando una voce femminile disse: «Hello» rimasi di stucco. «Sono Raimundo, ti ricordi di me? Il ragazzo di ieri al bar, mi hai lasciato il numero». Mi grattavo i capelli nervosamente. «Yes! Raimondo!» disse storpiando il mio nome. «Che fucking headache! Caffè?». «Ok, quando?» chiesi. «Tra venti minuti a Lavapiès? Ce la fai?». «Certo!» risposi senza avere la minima idea di dove fosse. «Amazing! A tra poco!» riattaccò. Tornai velocemente all'interno della hall per cercare una cartina della metropolitana. La chiesi al ragazzo della reception, ma non conosceva la città. «No sè», continuava a ripetere scrollando le spalle e facendo andare l'indice da sinistra a destra davanti al naso. Corsi guardando l'orologio nella prima stazione metro che avevo visto a poche decine di metri da lì, Plaza de Espana. Notai che fortunatamente la linea era quella giusta e non richiedeva cambi. Presi al volo la metro gialla in direzione Legazpì, la maglietta rimase incastrata tra due vagoni, bestemmiai ma riuscii a toglierla senza romperla. Dopo qualche fermata arrivai e corsi verso l'uscita. Ricordavo perfettamente Madeline, non fu difficile intravederla ad aspettare con i grandi occhiali scuri mentre guardava l'orizzonte. Quando incrociò il mio sguardo li tolse per guardarmi meglio. «Hola!» disse mostrando il suo sorriso. Mi portò a spasso per Madrid, camminammo in riva al Manzanarre, fianco a fianco con giovani in pantaloncini blu che facevano jogging ascoltando musica dalle cuffie, coppiette in vacanza che si tenevano la mano scambiandosi tenerezze e ragazzi solitari che suonavano la chitarra seduti contro un muro cercando di racimolare i soldi per una birra. Era lì da qualche mese ma si vedeva che la città le era entrata nel cuore, la conosceva alla perfezione. Veniva da una famiglia molto ricca, studiava a Madrid ma se la prendeva con calma, ovvero si era persa nei ritmi di un paese nuovo dove il suo fascino hollywodiano le aveva fatto stringere molte amicizie. «Nel tempo libero faccio pablic relescion per i clab». Mi aveva detto mostrando i biglietti da visita di vari locali. Bevemmo un caffè in un piccolo bar senza pretese e continuammo a camminare, senza sosta né meta. Ci sedemmo sul prato del Parque Juan Carlos I, dopo aver fatto due passi nel Giardino delle Tre Culture. Si sdraiò e chiuse gli occhi. Aveva la pelle scura, i jeans sgualciti e un braccialetto giallo al polso sinistro. I capelli erano stesi sull'erba tagliata corta e io la guardavo senza parlare. Si addentrò in una serie di confidenze insolite per due sconosciuti: «Quando ero piccola una volta ho cercato di ammazzarmi, volevo buttarmi giù da un tetto». «Ero anoressica, anzi bulimica. Mangiavo, mi ingozzavo di hamburger, poi andavo in bagno e mi infilavo due dita in gola. Non piacevo a nessuno, non avevo amici». «Avevo problemi a relazionarmi con gli altri, non riuscivo a dormire. Quando un ragazzo mi era vicino più di un metro iniziavo a prenderlo alle sberle, tipo tu dovresti allontanarti di almeno due passi». Mise la mano sulla fronte per coprirsi dal sole e sorrise. «Non mi buttai mai dal tetto, ma obbligai Kate a dire a tutti i miei compagni che l'avevo fatto». «Quando la chiamavano per sapere com'era potuto succedere, se ero morta, le facevo mettere il viva voce, ero felice a sentire la loro disperazione». Avevo posato il mio sguardo su dei ragazzini in camiseta blanca che prendevano a calci un pallone, tornai con la mente tra le sicurezze di casa e smisi di ascoltare quella pazza. «Allora?». Disse ad un certo punto. Aveva le gambe incrociate e aspettava una risposta. «Està loca chica» dissi facendo girare il mio indice vicino alla testa. Iniziò a ridere in maniera scomposta. Si rotolò sul prato sotto gli alberi sporcandosi il vestito di cotone. La gente si voltava a guardarla. Si appoggiò alla mia spalla con la testa. «Fuck Raimundo, ci credevi sul serio?» «Sei fuori di testa». «Sono sola Raimundo, fottutamente sola e distante».
  14. samuele

    I migliori selfpublishing italiani

    Per tutti gli amici autopubblicati, un'occhiata a questo link potrebbe esservi utile: http://www.wired.it/play/libri/2014/01/09/10-migliori-autori-italiani-self-publishing/
  15. samuele

    Cancellare il superfluo

    Da un po' mi sto dilettando in racconti brevi da spedire qua e là. Avendo scritto solo due romanzi, non essendo quindi abituato a "tagliare" e prendendomi i miei spazi per descrizioni e dialoghi "superflui", volevo chiedere il vostro punto di vista su una questione: un racconto breve e autoconclusivo deve mantenere solo l'essenziale? Intendo che ogni frase deve portare avanti l'azione o presentare un personaggio o poco ci manca? É così aberrante scrivere una decina di righe solo per fare pensare chi sta leggendo "bello questo pezzo, certo non serve a niente, ma è scritto proprio bene". Tenendo conto che è difficile riuscirci, nell'insicurezza meglio tagliare diretti? voi cosa fate? Grazie..
  16. samuele

    Cancellare il superfluo

    Grazie a tutti, mi trovo d'accordo. Il punto penso sia chiedersi "cosa è superfluo", quindi inserire qualcosa che sia funzionale al racconto, sempre.
  17. samuele

    Cercasi Beta Reader

    Certo, grazie! Vi contatto domani!
  18. samuele

    Che fine

    Inizio con un consiglio: i caporali si fanno con alt+174 « e alt+175 » se hai il tastierino numerico laterale Così non mi piace visivamente, a quel punto usa - .. - al freddo e al gelo mi sembra "Tu scendi dalle stelle" lo cambierei. Squarciagola tutto attaccato. Poi metterei "la folla di persone che si era accalcata" C'è una sequenza dove utilizzi troppo capitano, magari è una scelta stilistica però non mi convince. penso siano due sensazioni difficili da esprimere contemporaneamente Una nota sul testo: mi sembra che vari poco vocabolario, prova a rileggerlo magari sbaglio ma la sensazione che mi hai dato è questa. Per il resto mi è piaciuto, è un'ironia ben costruita e non forzata. Hai unito più racconti disparati ma unendoli nel contesto direi che ci hai azzeccato in pieno. Ti consiglio di dare un'occhiata alla struttura generale perché secondo me ci sono tante parole usate e ripetizioni che lo rendono meno bello di quello che potenzialmente è.
  19. Grazie Marcello, ho sbagliato i conti, te la cavi con altre due parti E grazie delle osservazioni, di cuore. Sto già sistemando ascoltando ciò che mi avete detto, ovviamente quello con cui concordo Entro stasera spero di mettere il resto del capitolo, poi l'ultimo pezzo
  20. http://www.writersdream.org/forum/topic/21667-zero/?p=382176 Dopo qualche secondo sentii l'impatto: il pallone mi colpì dritto sopra l'inguine, si fermò qualche centimetro davanti a me. D'istinto lo bloccai non appena toccò terra. Il contatto con il suolo sollevò una leggera polvere che mi fece tossire. Immediatamente trattenni il fiato e chiusi gli occhi per un istante: quando li riaprii vidi i ragazzi dall'altra parte del campo increduli, in ginocchio con le mani tra i capelli. I miei compagni di squadra invece si dirigevano di corsa ed esultanti verso di me: le braccia protese verso il cielo in segno di vittoria, la bocca aperta che gridava felicità, le magliette sudate volavano in aria. In men che non si dica venni sommerso da corpicini che urlavano festanti abbracciandosi l'un l'altro, manine che facevano a gara per battermi sulla testa e scompigliarmi affettuosamente i capelli: «Dale! Dale Raimundo! Tu eres un hombre con los cojones!». Ridevano e scherzavano sulla mia parata fortunosa. «Campeones! Campeones! Ole ole ole!» Si misero in cerchio ed iniziarono a ballare. Non riuscivo a parlare, percepivo solo il sudore e le risa. Quando mi alzai a fatica Franco era piegato dalle risate e batteva le sue mani ossute sulla rete. «I cojones!» urlò ridendo. Mi liberai a fatica dai festeggiamenti, il sole mi faceva chiudere gli occhi, ero dolorante, sporco di sabbia mista a polvere e cemento. Presi un lungo sorso della birra del mio amico e mi riposai qualche secondo sulla pavimentazione infuocata che era il cemento. Il quartiere continuava la sua routine mentre il campetto dove era esplosa la festa di quei ragazzini era un luogo a parte. Mentre me ne andavo mi girai per salutare Juan e gli altri che si stavano ancora abbracciando. Il niño alzò il pollice in segno di vittoria ed io feci altrettanto. Dopo una doccia rapida presi le valige e balzai in macchina di Franco. Ci dirigemmo con calma verso l'aeroporto. Mentre guidava direzione Ezeiza le pampas scorrevano lente ai lati della vecchia decapottabile rossa di sua madre: i pastori facevano pascolare gli animali, un leggerissimo vento muoveva in maniera quasi impercettibile l'erba delle sconfinate pianure; gli occhiali da sole riflettevano la luce del caldo sole argentino e per un attimo mi venne una certa nostalgia. Ma ero a pochi chilometri da partire per un sogno, il mio, anche se un pezzo del mio cuore lo lasciavo a Buenos Aires, a la Boca, al campetto con Juan. Quando chiamarono il mio volo Franco ebbe solo una frase da dirmi: «Sapevo che ce l'avresti fatta, è solo merito tuo. Suerte!». Ci abbracciammo per un secondo mentre tutto attorno la gente camminava di fretta verso le destinazioni più improbabili e remote del mondo; quando ci staccammo capii che non lo avrei più rivisto per un pezzo. Sorrise sotto i suoi folti baffi e si voltò di fretta. Sull'aereo ordinai un panino al prosciutto. Davo piccoli morsi mentre guardavo la mia terra allontanarsi col volto appiccicato al finestrino. All'improvviso mi addormentai, mentre stavo pensando che al risveglio sarei stato a migliaia di chilometri lontano dalle piccole sicurezze che mi avevano cullato per una vita. Ma ero più che mai convinto che per quel passo avanti valeva la pena lasciare qualcosa indietro. 2. Barcellona, Presente, Luglio 2012 Accendo il computer. Apro Facebook. Sono le tre e mezza di pomeriggio, fuori fa caldo, troppo per uscire. I passanti sembrano nuotare mentre avanzano tra l'afa stagnante. Le fronde degli alberi sono immobili, le folate di vento soffiano più ad ovest, dove orde di ragazzi in muta cavalcano le onde in equilibrio precario su una tavola da surf. Qui invece, a Barcellona, agosto è sempre stato così: secco e torrido. Madeline, la mia coinquilina e compagna di viaggio, è ancora a letto, travolta dallo stress che provoca la vita mondana catalana. É in Spagna per studiare, come me, ma in realtà è più dedita a passatempi di dubbia utilità accademica. Viene da San Francisco, parla sempre della California e di come la vita vada vissuta fino in fondo, soprattutto alla nostra età. «Silicon Valley sucks! Non siamo macchine, abbiamo bisogno di vivere, di emozioni». Quando dice queste cose mi ricorda uno dei peggiori rigurgiti hippy che San Francisco offriva negli anni '60. Tiro dal filtro della sigaretta e inalo il fumo che sale verso il soffitto, il tizzone diventa rosso e consuma la carta lentamente. Assaporo il caldo che mi arriva alle labbra, quasi brucia. Mi assuefa, ma lo detesto. La radio passa con suono distorto uno degli ultimi successi del momento. Appoggio la cicca sul posacenere di plastica comprato ad Amsterdam che conservo gelosamente sul tavolo di fianco al divano. Con la mano destra scrollo il cursore del mouse verso il basso e guardo le foto dei miei amici in spiaggia, di ragazze con vestiti corti che ammiccano alla fotocamera. C'è anche Madeline: balla con un bicchiere in mano in un locale vicino al nostro appartamento, lo scatto è di una decina di ore prima. Ride ed è sola. Più in basso sullo schermo vedo Pedro, il fratello di Juan, che abbraccia il mio compagno di squadra di quel glorioso pomeriggio al campo della Boca. Il bambino indossa con orgoglio la casacca della squadra della città e fa il segno della vittoria con l'indice e il medio rivolti verso il cellulare che stava scattando. Spengo il mozzicone vicino ad altri tre, li dispongo uno sopra l'altro cercando di formare una piccola torre. Mi alzo e butto fuori l'ultima ventata di fumo dalla finestra del sesto piano che dà su La Rambla, si dissolve lentamente a contatto con l'aria torrida. Dal terrazzo riesco a vedere Plaza de Catalunya, le palme che fanno ombra alle panchine, i turisti che sembrano camminare in un solo movimento. Molti sgomitano per rinfrescarsi o bere un sorso d'acqua dalla fontana al centro della piazza, qualcuno aspetta che quelli seduti si alzino per rubare il posto. Sento un rumore indistinto dalla camera da letto di Madeline e un urlo acuto: «For God's sake!». Dei passi pesanti avanzano lentamente verso il piccolo salotto. Mi tocco l'orecchino di cocco al lobo sinistro, accarezzo i capelli rasati e muovo il collo in maniera circolare per scrocchiarlo. Il calendario del New Yorker appeso alla parete indica che è il diciassette luglio, sono partito da nemmeno un mese e non riesco a dare una logica alle emozioni che provo a migliaia di chilometri da casa. Le persone credono che Buenos Aires e Barcellona siano città simili, che l'Argentina sia una brutta copia più povera della Spagna, non è così. Guardo la foto che mio padre ha scattato a la Boca almeno dieci anni prima: sono fermo con la maglia di Martin Palermo e cicco clamorosamente un pallone in tela che fluttua a mezz'aria. Dalla prospettiva sembra che stia per sfoderare un favoloso tiro in semi-rovesciata, in realtà stavo per franare al suolo e sbucciarmi un ginocchio. Giro la foto e leggo scritto a penna, Raimundo 2002. Mentre appoggio sospirando l'immagine che porto sempre con me fa capolino dalla porta il busto di Madeline. Ha indosso una maglietta bianca che le fa da vestito e dei pantaloncini che le stringono le gambe. I capelli scompigliati le arrivano alle spalle. Sbuffa. «Dov'è il mio telefono?» mi chiede stropicciandosi gli occhi. «Che ne so io» rispondo in un inglese che sembra cantato. «Penso che me l'abbiano rubato». La guardo ostentando indifferenza. «Mm». «”Mm” cosa?». «Dobbiamo partire fra due giorni, comprane un altro, chiama tuo padre». «Pensi che mio padre sia un bancomat? Jesus Christ Raimundo». Avevo conosciuto Madeline a Madrid, in uno dei tanti bar de copas che adornavano il centro della capitale, beveva caipirinha in compagnia di due amiche senza argomenti. La luce del tramonto entrava nel locale e le illuminava il viso. Stavo seduto in un angolo vicino all'entrata ad ascoltare la musica suonata da un gruppetto di ragazzi e sorseggiare sangria. Ero atterrato da pochi giorni e andavo al bar con la speranza di capire se partire era stata la scelta giusta.
  21. samuele

    Suerte capitolo 1 parte 1/2

    Giusta osservazione. In quel contesto la porta c'è, non ci sono le felpe. Era una panoramica sul mondo calcistico dei bambini. Ma per non creare fraintendimenti e non dilungarmi in inutili spiegazioni cambio, grazie!
  22. samuele

    Suerte capitolo 1 parte 1/2

    http://www.writersdream.org/forum/topic/21857-lidea-di-me/?p=382122 La mia pelle olivastra brillava al sole di mezzogiorno, la fronte lucida per il caldo torrido grondava sudore. Franco era seduto sullo sgabello di fianco al mio con una birra in mano, alternava piccoli sorsi a grossi sorrisi. Ogni tanto si passava la bottiglia sulla fronte per rinfrescarsi, la faceva rotolare da una tempia all'altra lentamente. «Dios mio, qué calor». Eravamo le uniche presenze sotto i vent'anni in tutto il bar. Nel nostro quartiere, la Boca, il lunedì pomeriggio non giravano né tanghèri né giovani festaioli. Solo vecchietti in canotta con tatuaggi blu sbiaditi, che giocavano a carte o a domino, e che parlavano in un argentino molto stretto del caldo estivo e di come giocava Martin Palermo. Franco flirtava con la barista mentre io continuavo ad aprire e chiudere i palmi delle mani che mi pizzicavano. Battevo gli indici sul bancone in attesa del mio drink e guardavo i vecchietti che pescavano e scartavano le carte freneticamente, o che cercavano di far combaciare le pedine strillando in maniera innaturale quando non era possibile nessuna mossa. Li guardavo con la consapevolezza che non sarei invecchiato tra quelle quattro mura di legno intrise d'afa e odore di fritto, ero felice e preoccupato. Osservavo anche il mio amico, che invece sarebbe rimasto lì. Sembrava felice. I suoi muscoli erano evidenziati dalle piccole vene che si mostravano in superficie ogni qualvolta alzava la birra. Sorrideva al vuoto, ci provava sfrontatamente con la barista. Avevamo parlato tante volte di cambiare aria, per scoprire nuovi mondi. Non sapevamo se migliori o peggiori, senza dubbio diversi. Ma chi aveva prenotato l'aereo alla fine ero stato solo io. Andare in Europa, cominciare una nuova vita senza di lui, sarebbe stato diverso. «Buenos, mi amigo! Estàs preparado para la salida?» Mi fissava, gli occhi corvini sembravano penetrarmi l'anima: l'amicizia che ci legava da tempo, che era sopravvissuta agli anni più duri, mi fece tremare la voce e tradì un velo di incertezza quando dissi con tutto l'entusiasmo che riuscii: «Claro que si!» facendo sbattere finalmente la mia bottiglia contro la sua mentre la musica di Bongo Botrako echeggiava tra i tavolini rotondi e propagava spensieratezza per le stradine adiacenti. Lasciarlo mi sembrava l'equivalente di tradirlo. Mentre bevevo venni richiamato dalle grida confuse di bambini che giocavano nel campo da calcetto a poche decine di metri da lì; lo stesso cemento calcato da noi e dai giovani campioni quando erano ancora solo dei niños; invitai Franco ad andare a fare un giro nella nostra giovinezza. Mentre camminavamo tra gli edifici pitturati guardavo con tristezza i luoghi a cui ero appartenuto e che mi avevano fatto crescere. Una nostalgia che fino a qualche tempo prima era nausea, disprezzo, ma che vista la partenza definitiva e ormai imminente mi faceva amare posti, sfumature, odori che non avrei più visto per un po'. Riconoscevo tutte le case dei miei amici, avevo imparato a distinguerle per tonalità; potevo anche girare ad occhi chiusi da un punto e raggiungerne un altro solo ascoltando il rumore dei miei passi. Quando arrivammo i bambini stavano litigando: «Embustero!» urlava un piccolo ciccione con t-shirt bianca fuori dai calzoncini ad un altro piccoletto: gli puntava l'indice grassoccio verso il naso e respirava affannosamente. Tra i ragazzini che urlavano c'era anche Juan, fratello del mio amico Pedro. Mi notò mentre stavo fermo con le braccia conserte ad osservare la scena. Il capannello di litiganti stazionava davanti all'imponente scritta blu scuro su muro giallo Republica de la Boca; Juan mi guardò e gli occhi gli si illuminarono. «Espera! Espera!» urlò agli altri. Corse verso me e Franco a testa bassa, quasi come un toro che caricava. Era sudato, il suo entusiasmo aumentava più si faceva vicino. Quando potevo ormai sentire il suo alito addosso disse tutto d'un fiato: «Raimundo! Raimundo! Què tal? Quieres jugar con nosotros?». Decisi di calcare per l'ultima volta il cemento rovente, che in quel momento per i bambini era come la Bombonera una domenica di campionato. Scambiai un'occhiata con Franco che alzò le spalle. Si allontanò e prese una sedia in plastica, si posizionò al di fuori della rete che divideva il marciapiede dal campo. Juan Mi accompagnò al centro del campo tirandomi per il polso: farneticava che c'era in ballo una scommessa con dei ragazzini di un altro quartiere, e uno di loro si era portato il fratello maggiore. In quella giungla di portieri volanti, felpe usate come pali, tackle assassini non fischiati non c'erano regole. Mentre gesticolava per spiegarmi la situazione aveva il mio stesso entusiasmo di anni prima: non potevo negargli la mia decennale esperienza passata sui campi sabbiosi delle periferie argentine. Mentre cercavo di capire le squadre, vidi Franco avvicinarsi ad un ambulante e prendere un'altra birra ghiacciata Aprì la bottiglia di vetro coi denti e sputò il tappo che rimbalzò sul cemento. Tolsi la t-shirt e la buttai verso bordo campo lasciando il mio corpo asciutto bruciare al sole. Iniziai a correre goffamente sul posto per riscaldare i muscoli. Al primo duello con un avversario venni umiliato da un tunnel. «Puta madre», esclamai. A due minuti dalla fine, i piedi bruciavano sopra il cemento, li sentivo ardere a contatto con le suole delle mie scarpe da ginnastica, decisamente poco adatte a quel tipo di sport. Avevo macinato centinaia di metri senza sosta. Sentivo piccole vesciche formarsi sulla pianta del piede. Le sigarette che fumavo si facevano sentire spezzandomi il fiato. Stavamo vincendo uno a zero, un tredicenne dal tocco morbido e gli occhi storti aveva dribblato metà difesa avversaria e appoggiato il pallone di interno verso la porta: la sfera aveva baciato il palo prima di finire la sua corsa in fondo alla rete. Quando sembrava ormai fatta un ragazzino della mia squadra prese la palla in piena area di rigore con le mani. La guardò e la fece ricadere subito dopo, lanciando un'occhiata piena di giustificazione a tutti. I miei piccoli compagni di squadra non ci potevano credere, rovinare tutto ad un passo dalla vittoria. Si presentò sul dischetto il mio coetaneo. Juan e la squadra mi guardarono con un velo di disperazione, il fratello del mio amico mi diede i guanti bucati indossati dal nostro portiere e disse con aria solenne: «Tocca a te». Era chiaro, grande contro grande. Gettai i guanti vicino al palo, non mi entrava nemmeno mezza mano. La mia squadra scrutava il rigorista con preoccupazione: era mancino, come Messi e Maradona. Raccolsi energia e concentrazione. Franco mise le infradito, si alzò in piedi, appoggiò gli occhiali da sole sulla fronte e si aggrappò con le mani alla rete di filo che contornava il campo. Il dischetto era vicino, troppo. Battei i palmi delle mani due volte sulle ginocchia per farmi forza. Nel frattempo i capitani avevano sentenziato che in caso di gol ci sarebbe stato un tempo supplementare da dieci minuti, altrimenti la partita sarebbe finita lì. L'avversario guardò la palla e prese cinque passi di rincorsa. Avanzò a piccole falcate. Colpì con forza, la punta del piede impattò sbilenca sul cuoio. Non sapevo cosa fare, il tiro era teso ma sembrava poter curvare da un momento all'altro, mi buttai a destra, il mio lato forte, coprivo tutta quella parte della porta. Temevo di vedere la rete sgualcita alle mie spalle gonfiarsi da lì a qualche istante e i miei piccoli compagni affranti. La sfera roteava veloce, era centrale.
  23. Grazie a chi commenta, sono tutte piccole cose che un occhio "esperto" apprezza se scritte in modo corretto. Sto sistemando. A livello di trama, per chi non ha già detto la sua, che ne pensate? Scorre, incuriosisce? Non vorrei essere banale o che fosse una cosa molto "già sentita".
  24. Mi puoi fare degli esempi concreti col testo? Comunque si mi piace Ellis.. A livello di storia cosa ne pensi? Grazie!
  25. samuele

    Zero

    Mi farebbe molto piacere!
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