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samuele

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Risposte risposto da samuele


  1. Da lettore mi annoio a morte quando le descrizioni si dilungano, dilungano, dilungano. Una pagina di sola descrizione ambientale mi porta alla catalessi. Anche mezza pagina. Quindi, scrivendo evito il grosso delle descrizioni lasciando spazio all'azione. Così facevano Edgar Wallace e Georges Simenon (i suoi cosciotti a cena...) e personalmente mi trovo meglio con tali scrittori, prendendo spunto per i miei lavori. Chiaro che ognuno ha la sua via per la lettura/scrittura, quindi...

    Mi trovi perfettamente d'accordo. Secondo me raccontare a lungo senza annoiare è difficilissimo, a volte salto pagine intere di alcuni libri che leggo, lo ammetto.


  2. Intanto grazie a tutti.

     

    La questione è una: non annoiare.

    E per non annoiare bisogna essere mooolto bravi a descrivere.

    Penso dipenda da quello e che continuerò a prediligere l'azione, descrivendo il necessario e magari soffermandomi quando è propedeutico ad un avvenimento in particolare.
    In ogni caso concordo con The Ash..

     

    Grazie ancora a tutti!
     


  3. Buongiorno,

     

    è tipo una vita e mezza che non entro qui, spero stiate tutti bene.
    Ho sempre seguito le vicissitudini del forum e vi trovo belli in forma :)

     

    Arrivo alla mia domanda.. sto scrivendo una storia raccontata all'estero, in Regno Unito.

    Ora premesso che ci vivo e voglio far respirare a chi leggerà l'aria della mia città volevo chiedervi questo consiglio:
    come rendere possibile questo, o comunque curare bene l'ambientazione?

    Vi piace leggere accuratamente di posti nuovi (intendo quando leggete un romanzo) o preferite che vengano lasciati in secondo piano e accompagnino solo la narrazione? 
    Cosa usereste per far calare il lettore in una realtà nuova (clima, monumenti, piazze conosciute, eventi che richiamino la località)?

    Ora vado a spulciare altre discussioni per capire se posso essere utile :)

    Grazie e spero di essere stato esaustivo.


  4. Come hanno detto in molti devi solo leggere, compatibilmente ai tuoi impegni ma ritagliati del tempo per sederti e affrontare un libro.
    Anche il buon Zuckerber ha consigliato due libri al mese, suvvia ce la possiamo fare tutti :D
    Nonostante sia vero che prima o poi dovrai affrontare dei classici ti consiglio di iniziare e dare priorità a libri che veramente ti interessano.

    Poi che dirti? Scrivere non è una scienza esatta, non esistono formule per il libro perfetto, per la storia che verrà accettata con entusiasmo da editore, pubblico e critica.
    Possiamo solo dare il massimo, essere coerenti ed esaustivi, penso che sia già molto.

    E ricordati che c'è sempre tempo per migliorarsi, per raccontare nuove storie e scoprirne altre che non avevi mai sentito prima.

    In bocca al lupo per tutto


  5. Non ho visto se si fa riferimento a titoli concordati con le CE: allora potrebbe essere un modo per rilanciare libri magari vecchi e/o dimenticati.
    Però anche lì: se per caso in un mese il mio libro viene letto tremila volte non mi entra un euro?

    Comunque penso-spero che sia autori che CE siano tutelati in qualche modo.


  6. Ciao El Lupo.

     

    Io di corsi di scrittura a Milano non ne conosco, ma mi permetto di darti un consiglio.

     

    Valuta bene il tipo di scuola che andrai a frequentare.

     

    Mi spiego: ultimamente i corsi di scrittura sono molto inflazionati, ma a volte purtroppo sono tenuti da persone che si improvvisano maestri.

     

    Insegnare a scrivere è molto difficile già per le persone competenti in materia, autori o studiosi che siano, figuriamoci per altri.

     

    Il mio suggerimento è: cerca di capire cosa cerchi da un corso: contatti? Migliorarti?

    Ci sono molte occasioni diverse, fiere, reading in cui puoi fare queste cose, almeno iniziare.

     

    Valuta i profili di chi andrà ad insegnarti, uno scrittore avrà sicuramente uno stile diverso da un altro, scegli quello che ti è più vicino.

    Buona fortuna! :)


  7. http://www.writersdream.org/forum/topic/21880-che-fine/?p=382876

    Avevo conosciuto Madeline a Madrid, in uno dei bar de copas che adornavano il centro storico della capitale, beveva caipirinha in compagnia di due amiche senza argomenti.
    La luce rossa del tramonto entrava nel locale e le illuminava il viso.
    Ero seduto in un angolo vicino all'entrata, ascoltavo la musica suonata da un gruppetto di ragazzi sorseggiando sangria.
    Atterrato da pochi giorni andavo al bar per non stare solo e con la speranza di capire se partire era stata la scelta giusta.
    Il programma che avevo faticosamente preparato prima di incontrarla era semplice: conoscere la città, ambientarmi e iniziare a frequentare i corsi ad ottobre.
    Ma quando mi alzai dal tavolino e le passai vicino per la prima volta cercando un qualsiasi tipo di pretesto per un contatto accidentale con la sua pelle qualcosa cambiò.
    Vidi nel suo sguardo e nei suoi occhi le mie emozioni.
    Sentii nel suo marcato accento americano che faticava per farsi capire dalle amiche basche una richiesta di comprensione.
    Ma non mi degnò di uno sguardo.
    Camminai fino in fondo al locale, feci finta di andare in bagno e mi girai.
    «Allora vorrei...» iniziai guardando la lavagnetta dietro la barra con scritto il listino.
    Ero appoggiato al bancone continuando a voltare lo sguardo nella sua direzione.
    Era seduta a pochi metri con le gambe scoperte.
    «Que quieres?».
    Aveva risposto un barista calvo pulendo un boccale.
    «Vorrei..».
    Cercavo un disperato contatto visivo.
    «Que quieres gringo?».
    «Nada, desculpame».
    Mi alzai di fretta e avvicinandomi per la seconda volta annusai nuovamente l'odore di sigaretta che trasudava la sua pelle abbronzata.
    Mangiava tapas e beveva caipirinha.
    Dal canto mio avevo solo estremo desiderio di compagnia, di qualcuno che potesse capirmi, e affidai il mio bisogno ai suoi occhi.
    Fino ad allora avevo perso le giornate in solitaria tra i vicoli del centro: rimbalzavo da vecchi locali in stile spagnolo a negozi di griffe, da Plaza de Toros al Bernabeu.
    Quando le sue amiche andarono in bagno e rimase sola trovai il coraggio di avvicinarmi.
    “O adesso o quando deciderai di parlarle avrà bevuto una vasca di caipirinha e non capirà un cazzo”, ragionai.
    Era alticcia, quando mi piantai di fronte alla sua sedia sorrise.
    Respirava forte come in preda ad una specie di ansia incontrollata.
    «Hola. Ehm, sono Raimundo».
    «Ciao!» rispose squillante.
    Accavallò le gambe e cambiò posizione.
    Mi guardò per qualche secondo il lobo con attaccato l'orecchino di cocco.
    Appoggiò i gomiti sul tavolino, mentre la musica tagliava l'imbarazzo.
    «Sono nuovo qui, sono argentino».
    Non parlava. Gli occhi sgranati mi analizzavano dalla testa ai piedi.
    «Mi farebbe piacere vederti fuori da qui, magari beviamo un caffè».
    «Io sono di El Ei..». Disse distratta.
    Prese una gomma da masticare e un fazzoletto dalla borsetta in pelle.
    Segnò un numero di telefono e scrisse in corsivo il suo nome.
    L'inchiostro sfumò e temetti subito diventasse illeggibile in poco tempo.
    Tastai le tasche ma non trovai traccia del cellulare.
    «Stasera sono con le mie amiche, ma domani possiamo fare colazione, chiamami».
    Sorrise disincantata, bellissima e forestiera.
    Appoggiò il fazzoletto sulla mia mano e fece un cenno per salutarmi mentre le sue amiche uscivano dal bagno parlottando con la mano davanti alla bocca.

    La mattina fui svegliato dal russare fastidioso di uno dei miei compagni di stanza. Sembrava una grossa locomotiva ansimante.
    Decisi che era giunto il momento di iniziare a battere le agenzie immobiliari alla ricerca di un posto tutto per me, ma prima avrei fatto un tentativo nel chiamare la ragazza americana della sera prima.
    Non nutrivo particolari speranze che il numero di telefono fosse giusto.
    Non credevo nell'empatia tra sconosciuti, ma il mio animo malinconico si aggrappava a quella flebile speranza.
    Mi arrotolai una sigaretta appena fuori dall'ostello e tirai fuori dalla tasca dei jeans il fazzoletto.
    “Chissà chi cazzo mi risponde”, pensavo tenendo il cellulare tra l'orecchio e la spalla.
    Ero in un quartiere rumoroso e quando una voce femminile disse:
    «Hello» rimasi di stucco.
    «Sono Raimundo, ti ricordi di me? Il ragazzo di ieri al bar, mi hai lasciato il numero».
    Mi grattavo i capelli nervosamente.
    «Yes! Raimondo!» disse storpiando il mio nome. «Che fucking headache! Caffè?».
    «Ok, quando?» chiesi.
    «Tra venti minuti a Lavapiès? Ce la fai?».
    «Certo!» risposi senza avere la minima idea di dove fosse.
    «Amazing! A tra poco!» riattaccò.
    Tornai velocemente all'interno della hall per cercare una cartina della metropolitana.
    La chiesi al ragazzo della reception, ma non conosceva la città.
    «No sè», continuava a ripetere scrollando le spalle e facendo andare l'indice da sinistra a destra davanti al naso.
    Corsi guardando l'orologio nella prima stazione metro che avevo visto a poche decine di metri da lì, Plaza de Espana.
    Notai che fortunatamente la linea era quella giusta e non richiedeva cambi.
    Presi al volo la metro gialla in direzione Legazpì, la maglietta rimase incastrata tra due vagoni, bestemmiai ma riuscii a toglierla senza romperla.
    Dopo qualche fermata arrivai e corsi verso l'uscita.
    Ricordavo perfettamente Madeline, non fu difficile intravederla ad aspettare con i grandi occhiali scuri mentre guardava l'orizzonte.
    Quando incrociò il mio sguardo li tolse per guardarmi meglio.
    «Hola!» disse mostrando il suo sorriso.

    Mi portò a spasso per Madrid, camminammo in riva al Manzanarre, fianco a fianco con giovani in pantaloncini blu che facevano jogging ascoltando musica dalle cuffie, coppiette in vacanza che si tenevano la mano scambiandosi tenerezze e ragazzi solitari che suonavano la chitarra seduti contro un muro cercando di racimolare i soldi per una birra.
    Era lì da qualche mese ma si vedeva che la città le era entrata nel cuore, la conosceva alla perfezione.
    Veniva da una famiglia molto ricca, studiava a Madrid ma se la prendeva con calma, ovvero si era persa nei ritmi di un paese nuovo dove il suo fascino hollywodiano le aveva fatto stringere molte amicizie.
    «Nel tempo libero faccio pablic relescion per i clab».
    Mi aveva detto mostrando i biglietti da visita di vari locali.
    Bevemmo un caffè in un piccolo bar senza pretese e continuammo a camminare, senza sosta né meta.
    Ci sedemmo sul prato del Parque Juan Carlos I, dopo aver fatto due passi nel Giardino delle Tre Culture.
    Si sdraiò e chiuse gli occhi.
    Aveva la pelle scura, i jeans sgualciti e un braccialetto giallo al polso sinistro.
    I capelli erano stesi sull'erba tagliata corta e io la guardavo senza parlare.
    Si addentrò in una serie di confidenze insolite per due sconosciuti:
    «Quando ero piccola una volta ho cercato di ammazzarmi, volevo buttarmi giù da un tetto».
    «Ero anoressica, anzi bulimica. Mangiavo, mi ingozzavo di hamburger, poi andavo in bagno e mi infilavo due dita in gola. Non piacevo a nessuno, non avevo amici».
    «Avevo problemi a relazionarmi con gli altri, non riuscivo a dormire. Quando un ragazzo mi era vicino più di un metro iniziavo a prenderlo alle sberle, tipo tu dovresti allontanarti di almeno due passi».
    Mise la mano sulla fronte per coprirsi dal sole e sorrise.
    «Non mi buttai mai dal tetto, ma obbligai Kate a dire a tutti i miei compagni che l'avevo fatto».
    «Quando la chiamavano per sapere com'era potuto succedere, se ero morta, le facevo mettere il viva voce, ero felice a sentire la loro disperazione».
    Avevo posato il mio sguardo su dei ragazzini in camiseta blanca che prendevano a calci un pallone, tornai con la mente tra le sicurezze di casa e smisi di ascoltare quella pazza.
    «Allora?». Disse ad un certo punto.
    Aveva le gambe incrociate e aspettava una risposta.
    «Està loca chica» dissi facendo girare il mio indice vicino alla testa.
    Iniziò a ridere in maniera scomposta.
    Si rotolò sul prato sotto gli alberi sporcandosi il vestito di cotone.
    La gente si voltava a guardarla.
    Si appoggiò alla mia spalla con la testa.
    «Fuck Raimundo, ci credevi sul serio?»
    «Sei fuori di testa».
    «Sono sola Raimundo, fottutamente sola e distante».


  8. Inizio con un consiglio:

     

    i caporali si fanno con alt+174 « e alt+175 » se hai il tastierino numerico laterale :)

    Così non mi piace visivamente, a quel punto usa - .. - 

     

     

     

    Era lì, sull'albero maestro, al freddo, al gelo, sicuro a non allontanarsi per nessun motivo. <<Remate, miei prodi, remate!>> urlava a squarcia gola, affrontando il vento gelato che gli penetrava in gola. <<Portate a terra questo veliero!>>

    al freddo e al gelo mi sembra "Tu scendi dalle stelle" :D lo cambierei.
    Squarciagola tutto attaccato.

     

     

    urlò il capitano, rivolgendo lo sguardo dinanzi a sé. <<Nessuno abbandonerà la nave! Moriremo con lei, se ce ne sarà bisogno!>>

    Il povero capitano non aveva ancora fatto caso alla folla di persone che si accalcava sul ponte per raggiungere le scialuppe di salvataggio.
    <<Vai a remare, primo ufficiale!>> urlò di nuovo il capitano. <<Serve l'impegno di tutti per...>>

    Poi metterei "la folla di persone che si era accalcata"

    C'è una sequenza dove utilizzi troppo capitano, magari è una scelta stilistica però non mi convince.

     

     

     

    ammise con sconforto e rabbia insieme.

    penso siano due sensazioni difficili da esprimere contemporaneamente

    Una nota sul testo: mi sembra che vari poco vocabolario, prova a rileggerlo magari sbaglio ma la sensazione che mi hai dato è questa.

    Per il resto mi è piaciuto, è un'ironia ben costruita e non forzata.
    Hai unito più racconti disparati ma unendoli nel contesto direi che ci hai azzeccato in pieno.

    Ti consiglio di dare un'occhiata alla struttura generale perché secondo me ci sono tante parole usate e ripetizioni che lo rendono meno bello di quello che potenzialmente è.


  9. Da un po' mi sto dilettando in racconti brevi da spedire qua e là.
    Avendo scritto solo due romanzi, non essendo quindi abituato a "tagliare" e prendendomi i miei spazi per descrizioni e dialoghi "superflui", volevo chiedere il vostro punto di vista su una questione:

    un racconto breve e autoconclusivo deve mantenere solo l'essenziale?
    Intendo che ogni frase deve portare avanti l'azione o presentare un personaggio o poco ci manca?
    É così aberrante scrivere una decina di righe solo per fare pensare chi sta leggendo "bello questo pezzo, certo non serve a niente, ma è scritto proprio bene".
    Tenendo conto che è difficile riuscirci, nell'insicurezza meglio tagliare diretti?
    voi cosa fate?

    Grazie..


  10. ciao. che dire, se non grazie :)

    il testo compone un racconto autoconclusivo (per modo di dire, perché il racconto non si conclude propriamente, ma a me piace che i racconti lascino aperte varie strade interpretative). quindi niente sviluppo. adesso sto tentando di scrivere un'altra cosa, che poi sarebbe riferito all'incipit che ho postato nei frammenti, ma in questo periodo sono bloccato :saltello:

    quelle volte in cui pensi di non voler più scrivere niente. ecco, sono lì.

    ancora grazie per il passaggio, ti leggerò sicuramente

    Mi farebbe molto piacere!


  11. http://www.writersdream.org/forum/topic/21667-zero/?p=382176

    Dopo qualche secondo sentii l'impatto: il pallone mi colpì dritto sopra l'inguine, si fermò qualche centimetro davanti a me.
    D'istinto lo bloccai non appena toccò terra.
    Il contatto con il suolo sollevò una leggera polvere che mi fece tossire.
    Immediatamente trattenni il fiato e chiusi gli occhi per un istante: quando li riaprii vidi i ragazzi dall'altra parte del campo increduli, in ginocchio con le mani tra i capelli.
    I miei compagni di squadra invece si dirigevano di corsa ed esultanti verso di me: le braccia protese verso il cielo in segno di vittoria, la bocca aperta che gridava felicità, le magliette sudate volavano in aria.
    In men che non si dica venni sommerso da corpicini che urlavano festanti abbracciandosi l'un l'altro, manine che facevano a gara per battermi sulla testa e scompigliarmi affettuosamente i capelli:
    «Dale! Dale Raimundo! Tu eres un hombre con los cojones!».
    Ridevano e scherzavano sulla mia parata fortunosa.
    «Campeones! Campeones! Ole ole ole!»
    Si misero in cerchio ed iniziarono a ballare.
    Non riuscivo a parlare, percepivo solo il sudore e le risa.
    Quando mi alzai a fatica Franco era piegato dalle risate e batteva le sue mani ossute sulla rete.
    «I cojones!» urlò ridendo.
    Mi liberai a fatica dai festeggiamenti, il sole mi faceva chiudere gli occhi, ero dolorante, sporco di sabbia mista a polvere e cemento.
    Presi un lungo sorso della birra del mio amico e mi riposai qualche secondo sulla pavimentazione infuocata che era il cemento.
    Il quartiere continuava la sua routine mentre il campetto dove era esplosa la festa di quei ragazzini era un luogo a parte.
    Mentre me ne andavo mi girai per salutare Juan e gli altri che si stavano ancora abbracciando.
    Il niño alzò il pollice in segno di vittoria ed io feci altrettanto.

    Dopo una doccia rapida presi le valige e balzai in macchina di Franco.
    Ci dirigemmo con calma verso l'aeroporto.
    Mentre guidava direzione Ezeiza le pampas scorrevano lente ai lati della vecchia decapottabile rossa di sua madre: i pastori facevano pascolare gli animali, un leggerissimo vento muoveva in maniera quasi impercettibile l'erba delle sconfinate pianure; gli occhiali da sole riflettevano la luce del caldo sole argentino e per un attimo mi venne una certa nostalgia.
    Ma ero a pochi chilometri da partire per un sogno, il mio, anche se un pezzo del mio cuore lo lasciavo a Buenos Aires, a la Boca, al campetto con Juan.
    Quando chiamarono il mio volo Franco ebbe solo una frase da dirmi:
    «Sapevo che ce l'avresti fatta, è solo merito tuo. Suerte!».
    Ci abbracciammo per un secondo mentre tutto attorno la gente camminava di fretta verso le destinazioni più improbabili e remote del mondo; quando ci staccammo capii che non lo avrei più rivisto per un pezzo.
    Sorrise sotto i suoi folti baffi e si voltò di fretta.
    Sull'aereo ordinai un panino al prosciutto.
    Davo piccoli morsi mentre guardavo la mia terra allontanarsi col volto appiccicato al finestrino.
    All'improvviso mi addormentai, mentre stavo pensando che al risveglio sarei stato a migliaia di chilometri lontano dalle piccole sicurezze che mi avevano cullato per una vita.
    Ma ero più che mai convinto che per quel passo avanti valeva la pena lasciare qualcosa indietro.

     

    2. Barcellona, Presente, Luglio 2012
     

    Accendo il computer. Apro Facebook. Sono le tre e mezza di pomeriggio, fuori fa caldo, troppo per uscire. I passanti sembrano nuotare mentre avanzano tra l'afa stagnante. Le fronde degli alberi sono immobili, le folate di vento soffiano più ad ovest, dove orde di ragazzi in muta cavalcano le onde in equilibrio precario su una tavola da surf.
    Qui invece, a Barcellona, agosto è sempre stato così: secco e torrido.
    Madeline, la mia coinquilina e compagna di viaggio, è ancora a letto, travolta dallo stress che provoca la vita mondana catalana.
    É in Spagna per studiare, come me, ma in realtà è più dedita a passatempi di dubbia utilità accademica.
    Viene da San Francisco, parla sempre della California e di come la vita vada vissuta fino in fondo, soprattutto alla nostra età.
    «Silicon Valley sucks! Non siamo macchine, abbiamo bisogno di vivere, di emozioni».
    Quando dice queste cose mi ricorda uno dei peggiori rigurgiti hippy che San Francisco offriva negli anni '60.
    Tiro dal filtro della sigaretta e inalo il fumo che sale verso il soffitto, il tizzone diventa rosso e consuma la carta lentamente.
    Assaporo il caldo che mi arriva alle labbra, quasi brucia.
    Mi assuefa, ma lo detesto.
    La radio passa con suono distorto uno degli ultimi successi del momento. Appoggio la cicca sul posacenere di plastica comprato ad Amsterdam che conservo gelosamente sul tavolo di fianco al divano.
    Con la mano destra scrollo il cursore del mouse verso il basso e guardo le foto dei miei amici in spiaggia, di ragazze con vestiti corti che ammiccano alla fotocamera.
    C'è anche Madeline: balla con un bicchiere in mano in un locale vicino al nostro appartamento, lo scatto è di una decina di ore prima.
    Ride ed è sola.
    Più in basso sullo schermo vedo Pedro, il fratello di Juan, che abbraccia il mio compagno di squadra di quel glorioso pomeriggio al campo della Boca.
    Il bambino indossa con orgoglio la casacca della squadra della città e fa il segno della vittoria con l'indice e il medio rivolti verso il cellulare che stava scattando.
    Spengo il mozzicone vicino ad altri tre, li dispongo uno sopra l'altro cercando di formare una piccola torre.
    Mi alzo e butto fuori l'ultima ventata di fumo dalla finestra del sesto piano che dà su La Rambla, si dissolve lentamente a contatto con l'aria torrida.
    Dal terrazzo riesco a vedere Plaza de Catalunya, le palme che fanno ombra alle panchine, i turisti che sembrano camminare in un solo movimento.
    Molti sgomitano per rinfrescarsi o bere un sorso d'acqua dalla fontana al centro della piazza, qualcuno aspetta che quelli seduti si alzino per rubare il posto.
    Sento un rumore indistinto dalla camera da letto di Madeline e un urlo acuto:
    «For God's sake!».
    Dei passi pesanti avanzano lentamente verso il piccolo salotto.
    Mi tocco l'orecchino di cocco al lobo sinistro, accarezzo i capelli rasati e muovo il collo in maniera circolare per scrocchiarlo.
    Il calendario del New Yorker appeso alla parete indica che è il diciassette luglio, sono partito da nemmeno un mese e non riesco a dare una logica alle emozioni che provo a migliaia di chilometri da casa.
    Le persone credono che Buenos Aires e Barcellona siano città simili, che l'Argentina sia una brutta copia più povera della Spagna, non è così.
    Guardo la foto che mio padre ha scattato a la Boca almeno dieci anni prima: sono fermo con la maglia di Martin Palermo e cicco clamorosamente un pallone in tela che fluttua a mezz'aria. Dalla prospettiva sembra che stia per sfoderare un favoloso tiro in semi-rovesciata, in realtà stavo per franare al suolo e sbucciarmi un ginocchio. Giro la foto e leggo scritto a penna, Raimundo 2002.
    Mentre appoggio sospirando l'immagine che porto sempre con me fa capolino dalla porta il busto di Madeline.
    Ha indosso una maglietta bianca che le fa da vestito e dei pantaloncini che le stringono le gambe.
    I capelli scompigliati le arrivano alle spalle. Sbuffa.
    «Dov'è il mio telefono?» mi chiede stropicciandosi gli occhi.
    «Che ne so io» rispondo in un inglese che sembra cantato.
    «Penso che me l'abbiano rubato».
    La guardo ostentando indifferenza.
    «Mm».
    «”Mm” cosa?».
    «Dobbiamo partire fra due giorni, comprane un altro, chiama tuo padre».
    «Pensi che mio padre sia un bancomat? Jesus Christ Raimundo».

    Avevo conosciuto Madeline a Madrid, in uno dei tanti bar de copas che adornavano il centro della capitale, beveva caipirinha in compagnia di due amiche senza argomenti. La luce del tramonto entrava nel locale e le illuminava il viso.
    Stavo seduto in un angolo vicino all'entrata ad ascoltare la musica suonata da un gruppetto di ragazzi e sorseggiare sangria.
    Ero atterrato da pochi giorni e andavo al bar con la speranza di capire se partire era stata la scelta giusta.


  12. La trama del racconto mi è piaciuta, ho vissuto a Londra e conosciuto situazioni di profondo disagio, anche peggio di quelle di Lisa.

    Hai sfruttato bene i pochi caratteri a disposizione, dando un disegno chiaro della personalità della ragazza.
    Usi un linguaggio semplice ma ricercato per quello che vuoi raccontare: a differenza di chi utilizza termini aulici per raccontare situazioni underground tu hai utilizzato proprio quello che mi aspetterei di sentire da chi parla di queste situazioni.

    Questo è uno dei casi in cui vorrei leggere di più, vuoi per conoscere meglio le storie in modo da dare un giudizio più completo.§
     

    Sarà che mentre mi sono fatto un'idea di Lisa vorrei sapere di più del confessore, che sembra avere una storia per lo meno curiosa alle spalle.
    Se lo sviluppi occhio all'intreccio e alla coerenza.
     

    L'incipit non mi ha convinto, ed essendo che penso che l'attacco sia importante a prescindere da racconto o romanzo metterei un'immagine forte che ci catapulti subito in mezzo all'azione, visto che il resto è composto appunto da situazioni molto particolari.
     

    Bello anche il flashback e come ci hai fatto tornare al confessionale con:
    «Sei venuta qui».

     

    Quindi i miei complimenti, come ti hanno già fatto notare c'è qualche inesattezza sparsa nel testo, ma per il resto dire che è proprio un buon lavoro!

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