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Paolina Daniele

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  1. CAPITOLO 3 Padre William scosse la testa brizzolata in segno di disapprovazione, sì, avrebbe voluto dimenticare quel nome, ma purtroppo il destino l'aveva legato a quell'essere, figlio dell'antica religione, maestro di magia e dei riti pagani. L'uomo che gli stava di fronte non era un semplice comune mortale ma una creatura mezzosangue, diviso tra il sacro e il profano, partorito nell'innocenza ma generato dal peccato. «Come potrei?» chiese sarcastico. «Merlino!». Il mago sorrise compiaciuto. «Oh... vedo che vi è ritornata la memoria...William!» affermò infuocando le pupille di una luce rossastra. Sì, Merlino, il leggendario mago dei tempi di Artù non era solo un mito. William l'aveva incontrato sulla sua strada trent'anni prima, quando aveva accettato l'incarico di reverendo nella chiesa di San Giovanni Battista nella contea di Glastonbury. Gli era apparso nel bel mezzo della notte accerchiato da un'aura di luce bianca. Spalancò gli occhi al massimo e rimase immobile a guardarlo per alcuni minuti, pensando si trattasse di un sogno: non era così. Fluttuando gli si avvicinò, si accomodò di fianco a lui e lo guardava, fermo, immobile, con la testa inclinata. William si alzò di scatto mettendosi seduto: quello sguardo non era umano, la persona accanto a lui non era umana, era qualcos'altro. Pensando si trattasse di uno spirito maligno o un demone prese tra le mani la corona del rosario e cominciò a pregare, ma quell'essere sembrava indenne alle sue parole. Decise allora di annientarlo portandogli il crocefisso a un palmo dal naso, urlando il Padre nostro come un folle. La creatura assunse un'espressione neutra, indecifrabile, poi gli aveva strappato il crocefisso dalle mani e aveva depositato un bacio su di esso. «Non avrei mai potuto dimenticare!» sospirò. Non riusciva ancora ad accettare il fatto che quell'essere fosse un servo di Dio, o meglio, il servo tra i servi, perché a lui era stato affidato il compito di guidare il Redentore nel suo compito verso la salvezza dell'umanità alla fine dei tempi. Dopo aver baciato il crocefisso glielo consegnò pacatamente: «Non dovete temere... io sono un fratello!» disse con voce cupa sotto lo sguardo incredulo di William. «Chi siete?» gli domandò cercando di mantenere la calma. «Sono Merlino... il vostro custode!» pronunciò piano. “Custode?” Il reverendo non riusciva a credere alle sue orecchie. «Il Santo Padre vi ha scelto come anfitrione per il suo Redentore! La fine dei tempi è vicina e gli eletti sono chiamati dal Signore a svolgere il loro compito!». William lo guardò incredulo. «Merlino?» aveva chiesto dubbioso. «Esatto» confermò lui. «Volete una prova William?» ringhiò sull'orlo della collera notando l’incredulità nei suoi occhi. Il parroco annuì deciso. «Come volete!». Gli occhi del mago divamparono. «Vincula extiti et omine conicio!» sussurrò in tono macabro, mentre William restava imprigionato, braccia e gambe, da catene di ferro spuntate dal nulla. «Adesso siete convinto prete?» domandò adirato. «Liberatemi!» sibilò William in preda al panico. «Liberatemi vi ho detto!». Ma il mago sparì, volatilizzandosi oltre le mura della chiesa. Il suo corpo sembrava demolecolizzarsi poco a poco fino a quando non restò solo un alito di vita luminoso che evaporò in un attimo. Rimase imprigionato nella sua stanza per tre giorni e tre notti, poi Merlino era ricomparso ai piedi del suo letto guardandolo dall'alto della sua magia. Il neo reverendo si sentiva morire, era distrutto, affamato, assetato, ancora qualche ora e non sarebbe sopravvissuto. «Allora William...». Il prigioniero emanò dei versi indecifrabili, la sua bocca sembrava incollata e gli occhi erano due fessure vuote. «Avete imparato la lezione?». Il sacerdote strattonò la catena debolmente e annuì con il capo. «Non riesco a sentirla!» urlò Merlino indicandosi un orecchio. L'altro annuì ancora e con un filo di voce sussurrò «Sì» sotto l'espressione soddisfatta del mago che con un gesto lo liberò dalle catene, lo aiutò ad alzarsi e gli diede un intruglio da bere. «Che cos'è?» gracchiò William spaventato. «Bevete... è una medicina...» lo informò l'altro. Dopo quella volta non l'aveva più incontrato, quel mago sembrava essersi volatilizzato nel nulla, ma era stato molto chiaro prima di andarsene. «Ci rivedremo presto William, quando giungerà il momento in cui dovrai svolgere il tuo compito!» poi gli consegnò la chiave d'accesso e scomparve nuovamente. Il fatto che ora era lì, di fronte a lui, stava a significare che la distruzione universale era imminente. Ed infatti William non si sbagliava. Merlino viveva in una costante apprensione, nell'attesa che un giorno il messaggero di Dio si facesse vivo per elencargli i doveri da svolgere. Desiderava con tutto sé stesso essere una persona normale, un comune mortale che vive la sua vita ignaro di ciò che sarebbe accaduto. Avrebbe scelto volentieri la via dell'ignoranza, ma questo non gli era stato concesso, lui non aveva avuto la possibilità di scegliere ma era stato scelto, fin dal principio, nel momento in cui incontrò la progenie divina sul suo cammino. Ricordava ancora quando, durante un suo viaggio in Cornovaglia, incontrò quel bambino, dai lineamenti dolci e dallo sguardo immenso In quel tempo ignorava di chi si trattasse, ignorava la grandezza di quell'anima ancora innocente. Nelle sue vene scorreva il sangue più nobile e i suoi occhi brillavano di una luce che non era di questa terra. Si trovavano lì, sulla costa e insieme guardavano il mare infrangersi sugli scogli. «Ti sei perduto?» gli aveva chiesto vedendolo tutto solo mentre respirava la salsedine, lo guardò attentamente, poteva avere sì e no cinque anni. «No!» affermò vispamente. «No?» chiese Merlino intenerito da quella vocina pimpante. «Sono qui con mio zio Giacomo… Detto il giusto!» concluse mentre il mago sgranava gli occhi sbigottito, incredulo. “Giacomo il giusto? Se quel che aveva appena udito era il vero allora questo bambino era legato alla famiglia del Nazareno”. Merlino era un mago giovane e si era da poco convertito al Cristianesimo. Aveva sentito parlare di quel giovane che vagando per Israele era stato artefice di potenti miracoli, aveva salvato molte vite e aveva ottenuto il favore della folla per mezzo della parola e della pace. Sapeva bene chi era quell'uomo, conosceva la sua grandezza e la sua potenza perché l'aveva visto nelle sue visioni. Fu un periodo difficile per lui, un momento della sua vita eterna in cui gli fu rivelato il suo compito. Il bambino continuava a guardare il mare mentre lui estraeva una coppa dalla sua sacca per consegnarla al bambino. «Tu conosci il Salvatore» gli disse «Donagli questa coppa in mio nome». La creaturina piccola e curiosa gli lanciò un'occhiata di approvazione, quel bambino di soli cinque anni dimostrò in quel preciso istante di sapere bene chi fosse e il ruolo che rivestiva nella storia. «Per conto di chi?» chiese, aveva compreso l'importanza di quell'oggetto. «Un druido che segue il Nazareno» affermò il mago «Un druido che avete incontrato in Cornovaglia». La voce di William riecheggiò nei suoi pensieri. «Avervi di fronte non è una piacevole sorpresa per me!» disse rassegnato. Aveva capito tutto ormai, sapeva che la sua apparizione era il preludio della fine. «Non portate cattivi pensieri...amico mio! Il Signore è grande e non ci ha abbandonato...» affermò l'altro. “No, Dio non li aveva mai abbandonati, era stato sempre presente e aveva calcolato ogni cosa fin nei minimi dettagli”. «Il Messaggero è giunto da me questa notte» lo informò Merlino catturando la sua attenzione. «Il Messaggero?» domandò confuso. «Sì... l'angelo del Signore!». William si sentiva confuso, era stato un servo di Dio per tutta la vita ma non aveva mai avuto un simile contatto col regno dei cieli, aveva sempre creduto che l'avrebbe visto solo dopo la morte. «L'Arcangelo Gabriele mi ha annunciato che il Salvatore è vicino!» proseguì Merlino «Io e voi... William... siamo tra gli eletti e abbiamo un compito ben preciso». Il reverendo cominciava a capire l'importanza delle sue parole, anche se gli sembrava tutto così assurdo, come se si trattasse di una situazione ai confini della realtà. «Ricordate l'oggetto che vi diedi molti anni fa?». William rabbrividì pensando al loro primo incontro. «Certo... lo porto sempre con me!» affermò ed estrasse da sotto la toga una catenina con appesa la chiave che il mago gli diede in custodia trent'anni prima. «Bene... questa la consegnerete al Prescelto!». Il reverendo rimase di stucco, irrigidito come un pezzo di metallo. “Il Prescelto? Lui avrebbe incontrato il Redentore?”. «Riprendetevi William!» lo spronò l'altro. Per lui era stato un shock venire a conoscenza di una simile verità in quel modo improvvisato. Sbatté le palpebre confuso e scosse la testa cercando di ritornare con i piedi per terra. «William!». Merlino afferrò le sue spalle e lo scosse ripetutamente. «Sì!». Il reverendo sembrava essere ritornato alla realtà. «Oh... benvenuto sul pianeta Terra» lo schernì mentre l'altro sbuffava infastidito dal suo tono canzonatorio. «Smettetela Merlino... datemi almeno il tempo di realizzare la situazione... non ero a conoscenza del fatto che avrei incontrato il Prescelto». “Sì... avrebbe incontrato il Prescelto”. Fece il segno della croce e baciò più volte la corona del rosario che aveva intorno al polso. «Chi è?» chiese. Finalmente avrebbe saputo, finalmente anche lui sarebbe stato messo al corrente dell'identità del Salvatore. Merlino lo guardò con aria inflessibile: «Lo riconoscerete William!» e svanì nel nulla. William lanciò un urlo di rabbia «Quel dannato mago e la sua mania di scomparire!» ringhiò tra i denti. Poco più di duecento chilometri dopo, i tre archeologi giunsero nella contea di Glastonbury, fecero il giro completo, seguendo la A 361, attraversarono poi la Magdalene street e giunsero finalmente a destinazione dopo aver percorso un breve tratto della High street. La chiesa di San Giovanni Battista trionfava sullo sfondo e sembrava aprisse le sue braccia per accoglierli. Il cancello d'ingresso era aperto così Andrea, che era alla guida, vi penetrò all'interno seguito dalla Jeep del Capo di Stato Maggiore Arpino affiancato da Sir Squire e il rappresentante del Vaticano Cassidy. Una camionetta con a bordo cinque ufficiali dell'esercito, in divisa ma disarmati chiudeva il breve corteo. Il resto del convoglio militare aveva invece proseguito imboccando la Wells road per raggiungere Chindit house, gli alloggi già prenotati appositamente per l'esercito da Luca, l'organizzatore della spedizione archeologica per conto dell'università di Roma, dove avrebbero soggiornato per tutto il periodo della missione. Gli abitanti della contea osservavano la scena stupefatti. Un gruppo di persone si radunò attorno al cancello della chiesa curiosando, altri passavano, si fermavano qualche minuto, forse per avere qualche informazione, e poi riprendevano il loro cammino. L'autista, che portava l'auto dei due leader militari, posteggiò dietro ad Andrea, che scese dalla macchina e li raggiunse fuori mentre gli ufficiali si dividevano a gruppi: due si sistemarono di fronte all'ingresso mentre gli altri tre si posizionarono in fila indiana di fronte al cancello. Appena il reverendo Saint Claire uscì dal portone i tre leader si fecero avanti con sir Squire al centro mentre Paolo e Francesca osservavano la scena dal parabrezza della macchina. Andrea si sentiva eccitato. Era la prima volta che si trovava in compagnia di persone così prestigiose ed era la prima volta che rivestiva un ruolo di quel calibro. Non aveva mai immaginato di arrivare a questo punto. Edward I. Cassidy era di fronte al reverendo e davanti a loro. Il rappresentate del Vaticano porse la sua mano con al dito l'anello vescovile che William si chinò a baciare, poi si rivolse ai presenti. «Benvenuti!». Sir Squire si avvicinò a lui, si inchinò ed estrasse il Graal Act da una cartellina di documenti che uno degli ufficiali portava con sé, invitandolo a porvi sopra la sua firma: quello era l'ultimo passo che avrebbe concluso la serie di accordi tra Stato Italiano, Corona Inglese e Vaticano. Appena il reverendo Saint Claire firmò le due bandiere, quella inglese e quella italiana, vennero issate verso l'alto e gli astanti si portarono le mani alla fronte in segno di prostrazione alle rispettive patrie. Uno spettacolo incredibile che rievocò in ognuno di loro il proprio patriottismo. Finita la breve cerimonia Sir Squire ritornò a Londra insieme al comandante Arpino che avrebbe alloggiato all'ambasciata italiana per tutta la durata della spedizione, seguito da Cassidy, mentre i cinque ufficiali raggiunsero i loro compagni nella Chindit House. Francesca e Paolo, finalmente, scesero dalla macchina tagliando con i loro corpi l'aria mistica di Glastonbury. La ragazza fu colta da un brivido che la percorse per intero mentre gli occhi di Paolo diventarono di ghiaccio. Il colore acquamarina, profondo e cristallino aveva ceduto il posto a un azzurro ceruleo, impenetrabile come una lastra di vetro infrangibile. Si guardò intorno notando l'azzurro limpido e indefinito del cielo. Il sole brillava infiltrandosi nella nebbia bianca sotto di esso dando origine a una sorgente di luce che si irradiava in tutte le direzioni. Quel posto era davvero speciale, pensò tra sé Francesca mentre Andrea e il reverendo si avvicinavano a loro. «Benvenuti!». William porse gentilmente la mano ai nuovi arrivati. I suoi occhi si posarono in quelli di Paolo e rimasero fissi nelle sue iridi per qualche minuto. Un alito di vento sfiorò il loro viso, quello sguardo non era normale, apparteneva a qualcosa o a qualcuno di più potente di un uomo. Sbatté le palpebre confuso. “Forse quel ragazzo era...? No! non poteva essere lui, possibile che quel ragazzo fosse...?”. Lo scrutò più attentamente. William aveva avuto da sempre un sesto senso particolare, si trovava sempre un passo avanti agli altri per questa sua capacità di distinguere il naturale dal soprannaturale, ma in quel ragazzo non vide nulla, non riusciva a decifrarlo, e questa era la cosa che più lo spaventava. Quel giovane sembrava non appartenere né a questo mondo, né all'altro, ma andava oltre. «Salve!» disse lui distraendolo dalla sua riflessione. “Non era riuscito a vedere oltre...perché?”. Doveva capire perché quell'italiano era immune alla sua analisi. «Seguitemi!» affermò titubante. Merlino era stato molto chiaro nell'esporgli il suo dovere, peccato che non gli avesse dato nessun indizio per riconoscere colui al quale doveva i suoi servigi. “Lo riconoscerete William” aveva detto “Ma come? Non aveva certo la sfera di cristallo o le sue visioni. Come avrebbe fatto a capirlo senza nessun segno, senza qualcosa che lo distinguesse dalla folla. In quell'istante chiunque avrebbe potuto essere il Prescelto”. Paolo si guardava intorno. C'era qualcosa nell'aria che lo tratteneva legato a sé, un corda invisibile che lo cingeva per i polsi. Non riusciva a capire il perché, ma si sentiva intimamente legato a quei luoghi. Si guardò attorno, tutti i suoi sensi vibravano al solo contatto con quella nebbia misteriosa che li avvolgeva. Guardò la facciata della chiesa dal basso, la sentiva famigliare, come se l'avesse già vista da qualche parte. Probabilmente ne aveva visto l'immagine su qualche volume universitario, ma le sensazioni che stava provando erano così forti che non poteva trattarsi di una cosa così semplice. Ogni dettaglio della costruzione rievocava alla sua mente immagini misteriose: gli archi, le finestre, il campanile, le mura stesse sembrava pronunciassero il suo nome. Aveva notato qualcosa di strano nel reverendo, gli era apparso inquieto, come se stesse cercando qualcosa o aspettando qualcuno. Padre William l'aveva osservato attentamente, scrutato fin dentro ogni fibra del suo essere, come se cercasse qualcosa nel suo spirito. “Ma cosa?”. Paolo era confuso. Gli occhi lo condussero alla statua che raffigurava la croce celtica posta ai confini del giardino in modo che si affacciasse sulla strada. Rimase ad osservarla immobile, per qualche istante, e nuovamente una brezza fredda, glaciale lo trafisse da parte a parte. «Andiamo?» chiese Francesca vedendolo lì impalato. «Paolo!» strillò attirando l'attenzione del reverendo che si fermò. «Sì...» affermò lui seguendoli. I tre archeologi seguirono William all'interno della chiesa restando colpiti dalla maestosità e dalla bellezza della costruzione. La Church of St John the Baptist era una costruzione originaria del XV secolo. La pianta dell'edificio, a forma di croce latina presentava un'unica navata composta da sette arcate con un lucernario sulla cima. La torre centrale di cui era dotata originariamente, in seguito a un suo crollo, fu sostituita da una torre campanaria che si dice edificata dall'abate Selwood nel 1475, appariva infatti molto più ornata rispetto al resto dell'edificio. All'interno erano disposti alcuni sarcofagi risalenti al XV secolo ed una serie di magnifiche vetrate colorate. Il transetto nord ospitava quattro vetrate realizzate nel 1936 da A. J. Davies rappresentanti miti e leggende locali: tra esse spiccava quella dedicata a Giuseppe d'Arimatea, disegnato qui con un'ampia tunica di colore viola. In mano portava due ampolline che secondo la tradizione conterrebbero una il sangue e l'altra il sudore di Cristo. Al lato sinistro della figura era raffigurato un ramo di Santa Spina mentre a quello destro si scorgeva la figura del Santo Calice. Fuori, nel cortile, sorgeva un robusto albero di Santa Spina che secondo una leggenda era nato da quello originariamente impiantato da Giuseppe d'Arimatea nel terreno. Accanto al cancello d'ingresso, infine, vi era la rappresentazione del labirinto nella sua forma ancestrale, a sette spire, detta Caerdrola: la medesima forma del sentiero originario per l'ascesa al Tor. Ai margini del giardino invece, si affacciava sulla strada la statua che raffigura l'antica croce celtica. Paolo si soffermò ad osservare la vetrata raffigurante Giuseppe d'Arimatea. “Quell'uomo era stato davvero in possesso del Graal oppure tutto si spegneva nel mito e nella leggenda Come potevano loro, tre semplici ragazzi, portare alla luce la Coppa del Signore? Qual era questo mistero del Graal di cui tutti parlavano?”. Il ragazzo si sentì impotente e infinitamente limitato. Guardò Francesca e Andrea che parlavano tra di loro e interrogavano il reverendo sulla storia della chiesa, a cosa li avrebbe condotti la loro ricerca? Avrebbero davvero scoperto qualcosa a Glastonbury? «Paolo...». Questa volta fu Andrea a chiamarlo all'appello. «Cosa stai facendo?». Il giovane si avvicinò sotto lo sguardo sospettoso di William che non lo perdeva d'occhio. Si sentiva osservato, scrutato, sapeva che se quel prete avesse avuto la possibilità di scuoiarlo per guardargli l'anima non ci avrebbe pensato su due volte. “Basta! Che razza di pensieri gli venivano in mente adesso”. «Guardavo la vetrata di Giuseppe d'Arimatea» affermò, mentre un raggio di sole penetrò la vetrata appena nominata colpendo i suoi occhi che ora brillavano più della luce stessa. I presenti lo guardarono esterrefatti. «Cosa c'è?» domandò spaventato. «I... i... i tuoi occhi!» sussurrò Andrea con un filo di voce. «I miei occhi?». “Cosa avevano i suoi occhi?”. Non sentiva nulla, William indietreggio di un passo. “Era forse quello il segno che indicava il Prescelto?”. Paolo si sfregò gli occhi con le mani, pensando vi fosse qualcosa al loro interno e tutto sparì. «Cos'hanno i miei occhi?» domandò allarmato. «Niente!». Intervenne William prontamente. «Probabilmente il riflesso del sole sulla vetrata ti ha colpito il volto rendendoli più luminosi!» concluse. “Più luminosi? Il riflesso del sole? Ma che cosa stava dicendo?!”. Le loro facce l'avevano davvero spaventato e probabilmente la spiegazione non era così semplice come voleva far intendere il reverendo. C'era davvero qualcosa di strano lì dentro. Paolo si voltò nuovamente verso la vetrata raffigurante Giuseppe d'Arimatea. «Dicevi della vetrata figliolo... si è davvero molto bella, e anche rara...poche chiese raffigurano quell'uomo molto importante nella storia del Cristianesimo». I tre misero da parte la scena che si era loro manifestata e accettando la spiegazione di Padre William che ora li stava guidando ai loro alloggi. «Spero che il soggiorno sia di vostro gradimento. Per qualunque cosa potete rivolgervi a me oppure al sacrestano. Il pranzo verrà servito alle dodici mentre la cena sarà servita ogni sera alle sei e mezza in punto... buon lavoro!» concluse e li lasciò sparendo dietro una porta. Ognuno di loro era stato sistemato in una camera diversa. L'arredamento era semplice e spoglio, le camere che erano state loro assegnate avevano tutte e tre lo stesso arredo composto da un letto singolo, un armadio, uno scrittoio e un comodino. Vi era un solo bagno che si trovava alla fine di un breve corridoio. Le stanze erano in fila, una dopo l'altra, a modi albergo. Francesca scelse quella di mezzo mentre Paolo e Andrea si diressero l'uno a destra e l'altro a sinistra. «Allora... come è andata con i nuovi ospiti?» William sobbalzò sulla sua sedia spaventato. «Merlino!» constatò infastidito. «Salve William!» affermò appoggiato con i gomiti sullo scrittoio, le mani che gli cingevano il volto. «Dovete smetterla di andare e venire dal nulla a vostro piacimento! Mi avete fatto prendere un colpo!» lo rimproverò «Come mai siete qui?» chiese poco dopo essersi tranquillizzato. «Oh! Niente di che!» continuò il mago sarcastico «Un piccolo contrattempo!». William non riusciva a capire. «Un piccolo contrattempo?» ripeté confuso «E quale sarebbe questo contrattempo?». Merlino gli si avvicinò, erano faccia a faccia, i suoi occhi si infuocarono «Il Prescelto!» ringhiò con voce cupa. William indietreggiò con la testa terrorizzato, quell'essere era inquietante, spaventoso. Chiuse gli occhi per un istante e quando li riaprì Merlino era in piedi di fronte a lui. «Il Prescelto?» ripeté ancora con tono riflessivo «Lo considerate un piccolo contrattempo questo?» domandò serio. «Certo che no!» continuò il mago «Allora che impressione vi ha fatto il giovane Altavilla?». William assunse un'espressione addolorata. “Che impressione gli aveva fatto? Nessuna! Non era riuscito a leggere nell'anima di quel ragazzo, era stato un libro chiuso per lui ma di una cosa era certo, quel giovane non era di questo mondo, né di quello Celeste, né dell'Abisso: era una creatura misteriosa, come se stesse al di sopra del creato”. «Cosa avete sentito incontrandolo William?». Il reverendo si strinse nelle spalle. «Niente!» affermò con espressione contrita. Il lume che William soleva accendere la sera quando si tratteneva fino a tarda ora sui suoi documenti e i suoi studi si accese magicamente, il soffitto cominciò a tremare e l'aria divenne pesante, gelida. «Appunto!» concluse Merlino soddisfatto. “Appunto?”. William si guardò intorno spaventato mentre tutto ritornava alla normalità. “Che cosa significava "appunto?”. «Smettetela con la vostra magia Merlino!» ansimò in preda al panico, convinto che lo stregone avesse compiuto un altro dei suoi sortilegi. Merlino scosse la testa e guardò verso l'alto, come se cercasse di captare qualcosa con i suoi sensi restando in silenzio per qualche minuto. «Non sono stato io» disse puntando l'indice verso l'alto «Questa è opera dei piani alti!» sentenziò cauto. William era sempre più confuso. «Dei piani alti?» chiese cercando di capire. «Sì caro reverendo!» sorrise soddisfatto «Finalmente abbiamo trovato il nostro uomo!» esclamò con tono convinto. «Il nostro uomo?» William assunse un'espressione interrogativa, le parole di Merlino sembravano incomprensibili, come se il suo cervello si rifiutasse di comprenderle. «Smettetela di ripetere quello che dico William!» lo ammonì «Sì... il nostro uomo, il Prescelto, il Redentore! Qualunque sia il nome una cosa è certa!» continuò laconico «L'abbiamo trovato!». William non riusciva a credere alle sue parole. «Siete sicuro Merlino?» . Lo stregone alzò gli occhi al cielo spazientito. «Certo che sono sicuro reverendo!». Adesso le cose cominciavano a farsi serie, avevano poco tempo per salvare il mondo, la profezia parlava chiaro.
  2. Paolina Daniele

    Redenzione la stirpe reale

    Tre archeologi dell’Università di Roma vengono incaricati di rintracciare una delle più importanti reliquie degli ultimi due millenni: il Sacro Graal. Partono, dunque, alla volta di Glastonbury, in Inghilterra, luogo dove li ha indirizzati la loro ricerca teorica sul caso. Tuttavia, una volta giunti a destinazione, la situazione muta e i tre giovani si ritrovano ingarbugliati in una serie di eventi incomprensibili alla ragione umana. Ognuno di loro sarà il filo principe dell’intricata tela che il fato ha tessuto per loro fino allo svolgimento dello scopo finale: lo scontro definitivo tra il bene e il male.
  3. Come già anticipato ogni domenica pubblicherò un capitolo di Redenzione La stirpe reale. Oggi il capitolo 2; buona lettura e, se vi va lasciate un'opinione, un consiglio, un commento. CAPITOLO 2 Una melodia di arpe e violini risuonò nelle orecchie di lei, chiuse gli occhi e li riaprì in un istante, temendo si trattasse solo di un sogno. La sinfonia serpeggiò nella sua anima e il cuore cominciò a batterle all'impazzata sostituendola con il suo ritmo incessante. “cosa le stava succedendo? Chi era quello sconosciuto che era entrato nella sua anima al primo sguardo?”. Lui sorrise e la nebbia si dissolse. «Salve...». La sua voce profonda la fece vibrare. «Sono Paolo Altavilla... il fratello di Andrea...». Francesca sbatté le palpebre confusa. “Lui era... Paolo?”. I pensieri svaniti dalla sua mente appena aprì quella dannata porta ricominciarono a pulsare tra i neuroni del suo cervello e si sentì barcollare come se fosse caduta giù dal cielo e avesse atterrato su una superficie ripida. Non riuscì a proferire parola ma piano, molto lentamente si spostò sul lato dell'uscio per dargli modo di entrare. «Andrea è in casa?». Le parole non riuscivano ad uscirle di bocca. “Ma che diavolo le era preso? Possibile che un uomo le facesse quell'effetto? No! non poteva andare in estasi per uno sconosciuto”. Si schiarì la voce e si diede il contegno necessario per riprendersi. «Sì...» affermò vacillante. «Sì?» domando lui con un mezzo sorriso e le sue gambe crollarono definitivamente sul divano. «Sì!» affermò lei con tono più sicuro, doveva prendere in mano il controllo della situazione anche perché altrimenti lui l'avrebbe scambiata per una stupida. «Con chi ho il piacere di parlare?» chiese lui suadente. «Sono Francesca De Grande, una collega di Andrea». Lui si bloccò per un istante, assumendo un'espressione seria. «Francesca De Grande... Andrea mi ha già parlato di te... bene allora sarai anche mia collega... per un po’…». Andrea irruppe nella stanza interrompendo la loro conversazione. Lei si sentì sollevata, per una volta grata ad Andrea per il suo tempismo perfetto. Paolo sapeva che Francesca De Grande, l'unica donna importante di suo fratello, avrebbe lavorato con loro, ma non si aspettava di ritrovarsela nell'appartamento di Andrea. Doveva ammettere che era stata una piacevole sorpresa, infatti Andrea gli aveva parlato molto di lei. Salutò Andrea, ma la sua mente era ferma su quella donna seduta sul divano di suo fratello. Capiva perfettamente perché Andrea era impazzito per lei qualche anno fa, solo a guardarla faceva girare la testa. Aveva un viso angelico dominato da due grandi occhi azzurri e labbra ben disegnate stagliati da un nasino all’insù, dolce e provocante al tempo stesso. I suoi capelli erano molto lunghi, di un nero intenso tendente al blu che cadevano a cascata sulle spalle. Non era riuscito a notare altro perché indossava una tuta extra large per il suo corpicino che lì dentro sembrava abbastanza esile. «Paolo! Finalmente sei arrivato! Come è andata con la commissione?». Il fratello annuì soddisfatto. «Tutto bene fratellino! Sono dei vostri!». Andrea era molto felice, oltreché soddisfatto. Era contento di condividere quell'esperienza con suo fratello, ammirava molto Paolo e quello che faceva, era orgoglioso di lui. Andrea si avvicinò a Francesca e la tirò per un braccio forzandola ad alzarsi. «Qui ci vuole un abbraccio di gruppo!» affermò entusiasta. “Un... un abbraccio di gruppo? Ma non ci pensava proprio!” Ma non ebbe il tempo di pensarci perché i due fratelli la imprigionarono tra le braccia urlando come pazzi. La ragazza riuscì a svincolarsi da loro solo dopo cinque minuti restando però in piedi, mentre Andrea andava a prendere champagne e bicchieri in cucina. «Allora non sei felice anche tu?». Francesca gli lanciò un sorriso forzato evitando di guardarlo in quegli occhi acquamarina che ogni volta la travolgevano e annuì timidamente. «Ragazzi... qui bisogna festeggiare!». Ancora una volta Andrea arrivò in tempo per salvarla. «Champagne?» I tre fecero tintinnare i bicchieri poi si accomodarono sul divano. «Ragazzi devo darvi una notizia». Andrea sorseggiò il suo champagne. «La partenza e anticipata a domani mattina. Luca mi ha chiamato informandomi che il nostro arrivo è stato registrato per domani perciò dobbiamo anticipare». I presenti annuirono. «Per me va bene» disse la ragazza con tono indifferente. «Anche per me». Andrea si sentì sollevato. «Perfetto, Luca mi spedirà i nuovi biglietti per fax domani mattina presto». 29- 12- 1999 Erano le sei del mattino quando suonò la sveglia, ma Francesca non aveva chiuso occhio tutta la notte. Era sdraiata nel letto, immobile, con gli occhi fissi verso il soffitto, mentre i suoi pensieri si fermavano a ogni singola scena della sera appena trascorsa. La cena era proseguita tranquilla, fino al dessert, quando i genitori di Andrea e Paolo irruppero a sorpresa nell'appartamento. «Avete sentito il campanello?». Paolo si guardò intorno, come se il suono appena captato non fosse reale, anche Andrea e Francesca dilatarono i timpani nel tentativo di udire qualcosa. «Sì». Un secondo suono si insinuò nelle loro orecchie. Andrea si alzò di scatto e si diresse verso l'uscio. «Aspetti qualcuno?» domandò Paolo dubbioso, come se avesse intuito chi fossero i nuovi ospiti. «No!» affermò Andrea aprendo la porta. «Tesoro mio!». Non ebbe il tempo di contestualizzare la situazione perché sua madre lo soffocò all'istante con un abbraccio fatale. Il fratello maggiore alzò gli occhi al cielo, poi lanciò un'occhiata complice a Francesca. «I miei!» affermò disperatamente. “Cosa? I...suoi?”. Francesca rimase immobilizzata. “I loro genitori? oh no!”. Un'onda di imbarazzo la pervase mentre una voce canterina erodeva i suoi neuroni «Paolo!». Anna, la progenitrice degli ultimi Altavilla, si diresse convinta da suo figlio. «Amore mio!» affermò avvinghiandosi a lui come un'ostrica, stringendolo nella sua morsa d'acciaio. Il giovane rispose al suo abbraccio, ma non riusciva a divincolarsi dalla madre che lo intrappolava nella sua rete d'amore materno. «Mamma…». Stava perdendo il respiro, se non la smetteva di stringerlo sarebbe morto. «Mamma... devo presentarti una persona!» urlò, nel tentativo di salvarsi. La donna si bloccò di colpo, lasciò suo figlio e sottopose la stanza a una scansione a raggi x notando immediatamente la dolce pulzella che stava seduta dall'altro lato del tavolo. Tutti divennero improvvisamente seri mentre Anna lanciava uno sguardo complice a suo figlio. «Ti presento Francesca...». La ragazza era impietrita, medusa l'aveva colpita col suo sguardo e ora giocava con lei calpestandola più volte fino a ridurla in frantumi. Francesca diede un'occhiata all'orologio, erano quasi le sette. Si alzò svelta e si infilò sotto la doccia in un istante sentendo un enorme sollievo quando l'acqua calda sfiorò la sua pelle nuda. Che meravigliosa sensazione, tutto il contrario di quello che aveva provato la sera precedente. Anna si avvicinò lentamente alla ragazza, come una leonessa verso la sua preda e le afferrò le mani amorevolmente. Sembrava così felice. «Cara... io sono Anna». Francesca non riusciva a comprendere la situazione, ruotò più volte la testa, prima verso Paolo poi verso Anna, alla fine cercò lo sguardo di Andrea nel tentativo di capirci qualcosa notando la sua espressione divertita. «Piacere... Francesca» affermò disinvolta mentre Anna si dirigeva verso suo figlio per stringerlo un'ultima volta. «Tesoro mio... sono davvero così felice! Adesso potrò sfatare il mito della tua omosessualità!». Paolo alzò gli occhi al cielo disperato mentre Andrea e Cesare ridevano all'impazzata. «Mamma!» la rimproverò mentre lei lo guardava innocente. «Cosa c'è? Non è certo colpa nostra se non ci hai mai presentato una donna! Tutti i tuoi amici avevano pensato che tu fossi...gay e noi alla fine avevamo pensato che avevano ragione!». Francesca sgranò gli occhi allibita. “Cosa stava succedendo? Quella donna non stava mica pensando che tra lei e suo figlio ci fosse qualcosa di tenero?”. «Ma adesso...» affermò la donna indicandola. Ecco, i suoi dubbi erano confermati. «Mi scusi… forse c’è un malinteso…» esordì sperando di chiarire la vicenda, ma Paolo la fermò con un lieve colpo sullo stinco. Guardò i presenti più volte cercando di capire perché Paolo l’avesse fermata. Sua madre pensava che loro avessero una relazione, era necessario farle capire che aveva capito male. Guardò ancora una volta Andrea cercando il suo aiuto, ma poi non riuscì più a trattenersi lasciandosi andare ad una risata cristallina. Si passò un leggero strato di trucco sul viso. Ad un certo punto Paolo le si era avvicinato con fare preoccupato. «Tutto bene?». “C'era da chiederlo?”. «Si...». Nonostante il cattivo esordio la serata sembrava proseguire normalmente. Cesare era stato davvero cortese con lei. Si era congratulato per il fidanzamento e gentilmente l’aveva invitata a trascorrere qualche giorno a Roma dopo la missione archeologica. Non riusciva ancora a capire perché davano tutta quella importanza alle relazioni sentimentali di Paolo. A parte questo Anna e Cesare si dimostrarono due persone davvero interessanti. La donna, portava lunghi capelli biondi che le fluivano sulle spalle, era molto minuta sia d'altezza che fisicamente e aveva due grandi occhi marroni incastonati sul viso luminosi come gemme preziose. Amava molto l'arte e lo sport e adorava i suoi due figli sopra ogni cosa. Cesare invece era una persona molto fine, oltre a essere l'uomo più alto che avesse mai visto. La sua carnagione era ambrata e i suoi occhi acquamarina dominavano su un viso creato ad arte da un pittore. Poteva avere circa cinquant'anni, ma ne dimostrava almeno dieci di meno. Lui amava sua moglie e l'amore che nutriva per lei si notava in ogni suo gesto, in ogni suo sguardo che brillava come una scintilla nella notte appena si posava su di lei. Anna addentò un pezzo di torta al cioccolato, mentre sorrideva compiaciuta. «Finalmente tutti sapranno che ho una nuora!» starnazzò divertita. «Mamma» la redarguì Paolo ancora una volta. «Cosa c'è amore?» chiese ingenuamente; «Vuoi scattarci una foto? Così... giusto per avere una prova contro chiunque affermasse la mia omosessualità!». La donna annuì entusiasta. «Ottima idea amore mio!». Paolo si portò le mani alla fronte in segno di disperazione. «Stavo scherzando mamma!». Ma lei aveva già tirato fuori la sua nikon pronea s dalla borsetta firmata Prada. «Amore... smettila! Voglio avere un vostro ricordo prima della partenza visto che starete via per un bel po' di mesi... non ci vedremo neanche per capodanno!» concluse tristemente prima di abbagliarli con il flash. Andrea osservava Francesca pensieroso. Sorrise ancora pensando a Paolo e al suo interesse immediato nei suoi confronti. L'amore che provava per lei era ormai sfiorito sostituito da un immenso affetto. Si sentiva sinceramente dispiaciuto per quanto era accaduto tra di loro qualche anno prima. Avrebbe voluto almeno chiarire e cercare di instaurare un rapporto di amicizia con lei, ma ciò non era stato possibile a causa della sua testardaggine. I loro occhi si incontrarono e lei gli sorrise debolmente. Lui ricambiò il sorriso tenendo fermo lo sguardo su di lei. Aveva capito perfettamente l'imbarazzo in cui si trovava e sapeva benissimo che se in quel preciso istante avesse avuto la possibilità di scomparire non ci avrebbe pensato su due volte. Aveva notato anche l'interesse che provava per Paolo, si vedeva da come lo guardava, anzi da come non lo guardava, visto che aveva fatto di tutto per evitare il suo sguardo e quando accidentalmente i loro occhi si incontravano le sue guance divampavano. «Andrea!» Anna frantumò i suoi pensieri. «Unisciti a tuo fratello... per la foto di gruppo!». Il giovane assecondò sua madre e si avvicinò al fratello che, in un istante, afferrò Francesca per la vita, ignorando spudoratamente le sue richieste silenziose di lasciarla andare e costringendola a guardare nell'obbiettivo. Francesca si diede un'ultima sistemata ai capelli, spruzzò un soffio di profumo e portò le valigie in salotto, stupendosi nel vedere i due fratelli già in piedi e pronti. Durante la serata era venuta a conoscenza delle origini nobili della famiglia Altavilla, Cesare era infatti l'ultimo principe della dinastia di età medioevale insieme al cugino Ruggero; era infatti pretendente, in teoria, alle corone di Sicilia, Napoli e dell'Italia meridionale. Questa notizia l'aveva colta di sorpresa, Andrea non aveva mai accennato a questa storia. La porta della cucina era socchiusa e si soffermò qualche istante ad osservare i due fratelli. Andrea stava preparando la colazione mentre Paolo era concentrato ad assaporare la spremuta d'arancia che aveva appena preparato. Certo che era davvero bellissimo, pensò tra sé contemplandolo. I suoi occhi acquamarina molto grandi e contornate da lunghe ciglia davano al sua sguardo un tocco di profondità inesplorata, il naso era ben disegnato e le labbra sembravano scolpite da un artista. Un viso angelico e femmineo incorniciato da folti ricci scuri che modellava in modo sbarazzino, in tutte le direzioni, con della cera. Da quello che aveva capito non era un tipo atletico, non amava palestre o cose del genere, ma era perfettamente modellato, con spalle larghe e braccia forti, non gonfie come un atleta di bodybuilding però, ma accoglienti e protettive. Gli addominali scolpiti erano messi in evidenza dalla maglietta aderente che indossava e le gambe erano lunghe e slanciate, certo che era davvero alto, almeno per lei che sfiorava si e no il metro e sessanta. La carnagione ambrata doveva essere un'eredità genetica del padre mentre il suo sorriso perfetto derivava sicuramente dalla madre, bella e allegra come il sole. Entrò in cucina con passo leggero «Buongiorno!» disse con tono squillante catturando l'attenzione dei due fratelli. «Buongiorno!» Andrea la invitò ad accomodarsi. «Il caffè è quasi pronto!» la informò rendendola la donna più felice del mondo. Lei era una caffeinomane incallita, adorava il caffè più di qualsiasi altra cosa. «Va bene... grazie» affermò agguantando una brioche appena sfornata sotto gli occhi di Paolo che la scrutavano attentamente. «Buongiorno». «Mi dispiace per ieri sera... ti prometto che appena ritorneremo dal viaggio risolverò questa situazione!». “Risolverà questa situazione?”. Non pensava che la questione fosse così grave da richiedere un suo intervento per essere risolta. «Perché... cosa c'è da risolvere?» domandò preoccupata. Lui si bloccò stupito e posò il bicchiere sul tavolo. «Come cosa c'è da risolvere? Francesca... io sono il primogenito dell'ultimo principe Altavilla, mia madre informerà tutta l'alta società e nel giro di poche ore tutte le emittenti nazionali e locali parleranno del nostro fidanzamento!». Francesca era sconvolta. «Cosa?» ansimò in preda all’ansia. «Sì... ma stai tranquilla, risolverò le cose appena ritorneremo in Italia». Lei non aveva pensato che quel malinteso avesse avuto simili conseguenze. Andrea s'intromise nella conversazione cercando di darle una spiegazione consona: «Sai mio fratello, essendo il primogenito, è l'erede diretto della casa reale, ed essendo già da parecchio tempo in età da moglie, tutti si aspettano un suo matrimonio imminente al fine di generare i futuri eredi del casato. Anche se ormai con l’avvento della Repubblica le cose sono cambiate e il nostro titolo non ha un’importanza fattuale». “Si ma con una contessa, una duchessa, non con lei!” «E... ti è concesso sposare una ragazza qualunque?» chiese ingenuamente rivolgendosi a Paolo. «In teoria no, ma i miei hanno perso le speranze e quindi qualunque sia la mia scelta per loro va bene!». Lei annuì confusamente. «Stai tranquilla!» concluse Andrea prima di sparire dietro la porta del suo studio. Paolo acconsentì alle parole di suo fratello con approvazione ostentata. «Infatti... ti prometto che ti toglierò da questo guaio appena possibile!». «Va bene...ma al nostro ritorno chiarirai tutto!» concluse mentre Andrea ritornava in cucina con la solita cartellina tra le mani. «Ragazzi... sono arrivati i nuovi biglietti» li informò Andrea «L'aereo decollerà alle otto e trenta e saremo a Londra per le dieci passate» concluse accomodandosi. Sfogliò velocemente i documenti che Luca gli aveva inviato via fax. «Quindi saremo a Londra per le nove passate... per la differenza del fuso orario» continuò «L'esercito italiano ci proteggerà fino al nostro arrivo a Londra e, una volta arrivati ci affideranno al comandante della Royal Air force. Le nostre guardie del corpo saranno... udite... udite... il capo di stato maggiore Mario Arpino con la collaborazione, autorizzata e firmata dalla regina Elisabetta II, del comandante inglese Squire. Il Vaticano invece, verrà aggiornato sulla faccenda dal Monsignore Vincent Nichols, vescovo titolare di Othona e ausiliare di Westminster» . I tre erano sbalorditi, non avevano pensato che sarebbero entrati in contatto con personalità così importanti della scena politica e religiosa europea. «Ragazzi... siamo controllati su tutti i fronti!» concluse disperato. Il suo sguardo si illuminò dopo qualche minuto, quando lesse le ultime righe dell'immensa documentazione che aveva sotto di sé «Ragazzi... la buona sorte comunque non ci ha abbandonato». Fece una breve pausa e sorrise. «Qui infatti dice che alloggeremo nella chiesa di San Giovanni battista, poco distante dall'abbazia e che il reverendo ha accettato solo a patto che essa non diventasse un campo di battaglia». Andrea lesse le pagine filo e per segno. «Sono ammessi all'interno solo i tre archeologi mentre l'esercito e i servizi segreti devono alloggiare a una certa distanza dal sito per motivi di privacy e rispetto religioso» affermò con un sospiro di sollievo. «Questo significa che abbiamo un margine di libertà d'azione... senza essere controllati da nessuna forza speciale!». Paolo intervenne. «A parte il reverendo...». Andrea non aveva pensato a lui come a un problema. L'aereo decollò con un ritardo di circa quindici minuti dall'aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino. Francesca prese posto di fianco a un'anziana signora che la intrattenne con qualche aneddoto della sua vita durante le poche ore di viaggio mentre Paolo e Andrea si accomodarono dietro di lei seguiti da cinque militari in divisa e il comandante Arpino. Giunsero a Londra alle dieci passate, secondo il fuso orario italiano, lì erano infatti le nove, e trovarono gli ufficiali della Corona ad attenderli fuori dall'aeroporto, con alla testa Sir Squire. Li condussero in una Jeep militare che li portò all'ambasciata italiana. Qui i due comandanti firmarono un secondo accordo, il quale stabiliva l'ulteriore collaborazione dei due eserciti che garantivano protezione e sicurezza agli archeologi italiani. Era presente anche il rappresentante del Vaticano Edward I. Cassidy che curava gli interessi per conto della chiesa per i termini dell'accordo, successivamente il controllo sarebbe passato nelle mani di Nichols. Nel trattato militare venne inserita una voce in cui si stabiliva che qualsiasi informazione rinvenuta tra le mura di Glastonbury, da parte degli archeologi, doveva essere trasferita alla sede pontificia. Ad Andrea, leader della spedizione, vennero consegnati un telefono cellulare e una ricetrasmittente, le chiavi di una Jeep appartenente al governo inglese qualora avessero dovuto spostarsi nelle zone vicine all'abbazia e i fondi emanati dall'università La Sapienza per le spese necessarie. Tutto venne protocollato all'interno del patto, intitolato Graal Act, e firmato dai rispettivi rappresentanti, poi il corteo si avviò alla volta di Glastonbury. Il reverendo della St John's church, padre William Saint Claire, era seduto alla sua scrivania, concentrato nella trascrizione di alcuni documenti. Il viso paffuto, con qualche ruga qua e là accennata sulla fronte e intorno agli occhi lasciava presagire la sua veneranda età che aveva da poco oltrepassato i sessanta. Gli occhi grigi sembravano non voler catturare le parole che gli stavano di fronte, coinvolti, insieme alla sua mente, in cupi pensieri. Tra non molto sarebbero arrivati i nuovi ospiti, tre ficcanaso che rappresentavano un pericolo per il tesoro che gli era stato affidato. Era stato un folle ad accettare, ma non si era certo potuto rifiutare di fronte alla richiesta diretta della regina, così si era sottomesso al volere della nazione. Doveva ostacolare quei tre con tutti i mezzi che aveva a disposizione altrimenti l'intera umanità sarebbe stata in pericolo e nessuno avrebbe potuto salvarla visto che il Signore aveva deciso di lasciare segreta l'identità del Redentore. William sapeva bene che se la porta fra i due mondi, quello temporale e quello eterno, veniva aperta tutte le speranze erano perdute. I suoi pensieri furono interrotti da qualcuno che bussava alla sua porta: «Avanti!». George, il sacrestano, entrò nella piccola stanzetta, seguito da un ragazzo sui vent'anni circa dallo sguardo millenario. «Reverendo...». George si congedò con un inchino, poi uscì chiudendo la porta alle sue spalle. «Cosa ci fate qui?» domandò William con voce tremante, rivolgendosi al ragazzo di fronte a lui. Trasudava disperazione e guardava il nuovo ospite come se fosse il diavolo. «Non credo sia questo il modo di accogliere un amico» sussurrò l'altro fissandolo con fermezza mentre William indietreggiava spaventato. Erano passati trent’anni dall'ultima volta che l'aveva visto eppure non era cambiato di una virgola, il suo volto era portatore di una giovinezza eterna, i suoi lineamenti erano immuni allo scorrere del tempo, il suo corpo era ancora possente e forte, giovane e fresco come il primo giorno. «Sono qui per aiutarvi!» continuò con voce tetra, solo dal suo sguardo traspariva un'essenza imbevuta dai secoli. «Andatevene... non ho bisogno del vostro aiuto!» sbraitò scuotendo la testa terrorizzato. Il nuovo ospite stava per perdere la pazienza. «Sentite William...» continuò assumendo un tono calmo «Dobbiamo collaborare». Il prete lo schernì con una risata isterica. «Mai!». La sua voce riecheggiò nella stanza piccola e spoglia. Nell'udire il suo rifiuto l'uomo si infuriò, allungò una mano in avanti muovendola nell'aria mentre una luce accecante usciva dal suo palmo: «Ventus mihi advocat!» sbraitò. La voce che usciva dai suoi polmoni era disumana e i pochi arredi nella stanza cominciarono a fluttuare nell'aria scagliandosi in tutte le direzioni con violenza. «Allora William?» chiese con le pupille illuminate di rosso. Il reverendo ricambiò il suo sguardo in segno di sfida mentre l'altro cercava di ricomporsi. «Non vi permetto di usare la magia in questo luogo sacro... mago!» ringhiò in preda all'ira sotto la risata macabra dell'altro che assunse un'espressione seria all'improvviso. «A quanto pare avete dimenticato molto facilmente il mio nome... William!».
  4. Paolina Daniele

    Redenzione. La stirpe reale

    Tre archeologi dell’Università di Roma vengono incaricati di rintracciare una delle più importanti reliquie degli ultimi due millenni: il Sacro Graal. Partono, dunque, alla volta di Glastonbury, in Inghilterra, luogo dove li ha indirizzati la loro ricerca teorica sul caso. Tuttavia, una volta giunti a destinazione, la situazione muta e i tre giovani si ritrovano ingarbugliati in una serie di eventi incomprensibili alla ragione umana. Ognuno di loro sarà il filo principe dell’intricata tela che il fato ha tessuto per loro fino allo svolgimento dello scopo finale: lo scontro definitivo tra il bene e il male.
  5. Paolina Daniele

    Piccole case editrici gratuite: il marchio è importante?

    @YumaKuga79 certamente hai ragione. Grazie per aver espresso la tua opinione
  6. Paolina Daniele

    Piccole case editrici gratuite: il marchio è importante?

    @Mister Frank scusa ho visto ora il tuo commento, quindi alla fine l'importante è che sia decente e costi poco penso sia un'ottima combinazione. Anch'io non guardo l'editore ma non per cattiveria, solo perché non ci penso. Però riveste un ruolo fondamentale nell'uscita dello scritto. Non so ho cominciato a pensare a questo da poco. Grazie per aver partecipato alla discussione.
  7. Paolina Daniele

    Piccole case editrici gratuite: il marchio è importante?

    @Giorgia Tribuiani grazie ancora, si qualcosa sto facendo sui social e su alcuni forum. Ho anche pensato di pubblicare il libro a puntate di modo che si può leggere gratis. Alla fine non mi importa tanto dei soldi ma capire se davvero il mestiere dello scrittore fa per me. Grazie infinite. @Marcello hai ragione ma essendo nuova del settore ero totalmente inconsapevole delle dinamiche. Ritornando alla discussione io credo che comunque il marchio sia importante perché i più famosi offrono servizi che i piccoli editori la maggior parte delle volte non offrono (ovviamente senza generalizzare perchè alcune sono buone). Importante poi è il libro in sè e il suo contenuto. Vi ringrazio di cuore per la vostra partecipazione alla discussione.
  8. Paolina Daniele

    Piccole case editrici gratuite: il marchio è importante?

    Ringrazio tutti voi per aver partecipato a questa disccussione. Sinceramente @Giorgia Tribuiani non avevo mai pensato al fatto delle copie (mi sento stupida) ma effettivamente hai ragione. Essendo la prima volta che pubblico con una piccola casa editrice, non avevo pensato a tutto ciò. Il tuo consiglio mi sarà molto molto molto utile in futuro e ti ringrazio per questo. @Marcello difatti non hanno fatto l'editing.
  9. Per i lettori: nella scelta di un libro la casa editrice è importante? Io, sinceramente, quando acquisto un libro, mi soffermo soprattutto sul titolo (deve stimolare il mio interesse) e sulla descrizione per capire se il titolo realmente corrisponde al disegno mentale che di quel libro mi sono fatta. Certamente il marchio è importante, ma lo è sempre? Se invece qui c'è qualche autore che come me ha pubblicato con una piccola casa editrice (free) si faccia avanti. Io sono stata felice di aver trovato qualcuno che investisse su di me, purtroppo però dal punto di vista promozionale le cose lasciano a desiderare e quindi sto cercando di fare da me anche se questo, secondo il mio parere, non sempre è positivo perchè noi lettori associamo molto spesso autore/selfpublishing ( non che il self publishing sia negativo) e ciò porta molti di noi a scartare uno scritto. Non so...voi cosa ne pensate?
  10. Paolina Daniele

    L'Io immobile

    Mi è piaciuto molto questo scritto. Lo stile poetico conferisce fluttuanza e irrealtà all'intreccio rendendolo mite e inquieto, intrappolato tra il dentro e il fuori (non so se è questo che volevi esprimere comunque a me ha dato questa sensazione). Complimenti.
  11. Paolina Daniele

    Redenzione La stirpe reale

    Ciao a tutti lascio qui il link della storia che ho pubblicato su WD. Pubblicherò un capitolo ogni domenica tranne gli ultimi tre capitoli. Se qualcuno è interessato può commentare dicendo la propria opinione, dando suggerimenti e consigli. Buona lettura e scrittura a tutti.
  12. Paolina Daniele

    Redenzione La stirpe reale

    CAPITOLO 1 28 - 12- 1999 Francesca sgranò gli occhi all'improvviso, il rumore della pioggia che batteva incessante contro i vetri delle finestre l'aveva riportata nella gelida stanza del suo appartamento. Si alzò bruscamente e a mo' di automa si avvicinò a una di esse per dare un'occhiata al mondo esterno: là fuori sembrava scatenarsi l'apocalisse. Mancavano solo due giorni alla partenza per l'Inghilterra dove avrebbero dovuto, lei e il suo collaboratore, condurre una spedizione archeologica per conto dell'università di Roma. Peccato che ancora non era riuscita a mettersi in contatto con Andrea a causa del maltempo. Si stavano preparando da mesi e avevano organizzato tutto nei minimi dettagli: ora non poteva andare tutto in fumo per quattro gocce d'acqua e una folata di vento. Digitò il numero del suo collega sulla tastiera del cellulare pregando tra sé che la rispondesse, ma niente. “Al diavolo! Se Maometto non va dalla montagna è la montagna che va da Maometto” pensò tra sé. Mise le ultime cose nella valigia già pronta da due giorni e scese in garage. Pioggia o vento doveva avere notizie della spedizione, a qualunque costo. Quando Luca l'aveva ingaggiata per un lavoro così importante si era sentita trascinare fuori dal mondo, le parole del suo professore riecheggiavano nelle sue orecchie emettendo onde sonore ad alta intensità. Era il mese di febbraio quando Luca Umberti, professore oltre che presidente del corso di archeologia all'università la Sapienza di Roma, l'aveva convocata nel suo ufficio insieme ad Andrea, suo collega di corso e il migliore tra i ricercatori dell'università tanto che Luca stesso l'aveva nominato leader in alcune piccole missioni archeologiche svoltasi a Pompei e sotto il Colosseo. Francesca comunque non era da meno, aveva seguito Luca in tutte le sue spedizioni già dal secondo anno di università e vantava quindi molte esperienze in diversi siti archeologici sparsi per la penisola. Appena entrarono nell'ufficio di Luca i due ragazzi si accomodarono alla scrivania e trafissero il professore, piccolo, pelato e con gli occhiali, con uno sguardo straripante di curiosità: «Ragazzi... oggi è un giorno importante per voi e per me». Luca aveva cominciato con i suoi soliti giri di parole mentre i due ricercatori fremevano di curiosità: «Oggi siam...» Andrea intervenne forzando un po’ la mano; «Vai al sodo Luca, non abbiamo tutta la mattina!». L'uomo di mezz'età sorrise mostrando un'aria soddisfatta. Francesca piegò la testa di lato a mo' di domanda mentre Andrea fissava Luca con una linea dura, stava impazzendo. Sapeva che quando il professore ci girava intorno la spedizione cominciava a farsi importante, doveva trattarsi di un reperto archeologico con un valore rilevante, forse inestimabile, altrimenti li avrebbe già liquidati con indirizzi, soldi e biglietto aereo qualora fosse stato necessario. Dopo un interminabile gioco di sguardi a metà tra apprensione e attesa Luca si decise a rivelare il segreto. «Ragazzi miei il Santo Graal è il nostro obbiettivo!». Il suo tono divenne stridulo e pieno di orgoglio, assumendo un venatura solenne non appena pronunciò la parola "Santo Graal", Francesca dilatò i timpani al massimo, temendo di non aver sentito bene e Andrea sobbalzò dalla poltroncina. «Cazzo! il Santo Graal!». Queste furono le uniche parole che riempirono il piccolo ufficio universitario. Fu ancora Luca a rompere il ghiaccio dopo qualche minuto di silenzio, come se i tre stessero onorando la sacralità del compito che li aspettava. Il professore diede loro indicazioni sulla prassi del viaggio: la spedizione avrebbe avuto luogo nella contea di Glastonbury, nel Somerset, regione inglese che avrebbero dovuto raggiungere tra due giorni. Il tutto doveva restare segreto quindi nessun altro si sarebbe aggiunto alla missione a parte i servizi segreti italiani associati alla Royal air force inglese. I due governi, italiano e inglese, avevano stipulato un accordo di riservatezza riguardo alla ricerca che gli archeologi romani si apprestavano a compiere. Solo il reverendo della chiesa di San Giovanni Battista a Glastonbury era stato messo al corrente perché li avrebbe ospitati all'interno della chiesa, e il presidente degli Stati Uniti d'America che aveva dato il suo consenso e la sua benedizione alla spedizione archeologica a patto che venisse informato sui progressi delle ricerche in tempo reale. Il tutto assumeva la forma di un accordo segreto di stampo internazionale che avrebbe portato la Sapienza alla gloria. Francesca saltò in macchina e ingranò la marcia. Non riusciva a smettere di pensare al grande compito che l'aspettava, al Sacro Graal. La leggenda narrava che il calice contenente il sangue di Cristo crocifisso venne lasciato da Giuseppe d'Arimatea nella valle di Avalon, l'isola incantata dove fu forgiata la spada di Excalibur e dove re Artù fu condotto dopo essere stato ferito a morte nella sua ultima battaglia. Qui, il leggendario sovrano trascorse un tempo lunghissimo durante il quale fata Morgana l'avrebbe curato per poter poi ritornare in seguito dai suoi cavalieri. Francesca si sentì vibrare al solo pensiero, tuttavia non doveva lasciarsi influenzare dal fascino leggendario della vicenda. Il suo obiettivo era quello di ritrovare un reperto archeologico ricercato da secoli e agognato da molti di cui ogni traccia sembrava sparita nel nulla. Il tronco di un albero enorme che occupava quasi tutta la strada la spinse a frenare improvvisamente, riportandola, con uno scatto in avanti, alla realtà. Le gomme dell'auto slittarono sull'asfalto bagnato e il vento spingeva la macchina di lato, verso sinistra: per poco non perse il controllo del veicolo. Dopo essere rimasta ferma per un quarto d'ora con il motore spento, rimuginando e imprecando su quanto fosse stata stupida a lasciare il suo appartamento con un uragano in atto, decise di ripartire e con andamento decisamente lento riuscì a raggiungere l'appartamento di Andrea sito dall'altra parte della città. Corse al portone d'ingresso del palazzo dove viveva Andrea e suonò più volte il citofono; una voce femminile rispose dall'altro capo della cornetta. «Può aprirmi per favore?» disse lei dopo aver spiegato alla donna il motivo della sua visita. «Cerco il signor Andrea Altavilla». Appena la sconosciuta udì quel nome aprì il portone dando modo a Francesca di intrufolarsi all'interno, in un luogo asciutto. Si rese conto solo in un secondo momento che la proprietaria della voce che l'aveva risposta al citofono era scomparsa nel nulla. Salì le scale di corsa, con i vestiti bagnati fradici e i brividi di freddo che le percorrevano la spina dorsale: se non si fosse subito asciugata avrebbe preso sicuramente l'influenza. Bussò alla porta ritrovandosi, dopo qualche istante, di fronte a due grandi occhi azzurri che la invitavano ad entrare. Al pian terreno intanto una luce accecante inondò l'intero palazzo. Lampi di luce folgorante fuoriuscirono dalle finestre che durante le giornate di sole illuminavano i pianerottoli e le scale che permettevano l'accesso ai diversi appartamenti. Una figura celestiale apparve dal nulla di fronte alla donna misteriosa che aveva aperto la porta a Francesca, era candida e avvolta da un alone luminoso, abbagliante «Lei è arrivata». Anael, Arcangelo dell'armonia e della bellezza, diede a Gabriele la lieta novella mentre l'Arcangelo messaggero la fissava con aria austera, anche la donna aveva mutato le sue sembianze e spalancato larghe ali candide che ombreggiavano sulle pareti a causa della scia luminosa in cui era avviluppata. «Bene... adesso puoi lasciare questo corpo sorella e ritornare alla nostra umile dimora!». Entrambi svanirono nel nulla, solo un giglio bianco giaceva sul pavimento. Andrea invitò Francesca ad entrare, la costrinse ad indossare una delle sue tute da ginnastica e le diede una tazza di caffè fumante per farla riscaldare un po’. «Scusa il disturbo Andrea... ma non riuscivo a rintracciarti, le linee telefoniche devono essere intasate e siccome volevo avere notizie della spedizione...» affermò mentre sorseggiava il suo caffè bollente, crogiolandosi nel tessuto caldo della tuta di lui, il ragazzo agitò le mani in segno di disapprovazione, poi le dedicò un sorriso ampio e cordiale. «Non essere sciocca! Tu non disturbi mai... perché ti fai tutti questi problemi? Credevo avessimo un rapporto più confidenziale noi due...» lei sgranò gli occhi confusa e indietreggiò la testa di qualche millimetro aderendo completamente allo schienale del comodo divano in pelle che arredava il soggiorno di Andrea. “Più confidenziale?!”. “Ma quale confidenziale?”. Andrea era stato insensibile con lei. Al primo anno di università aveva avuto una relazione con lui, Francesca si era innamorata perdutamente. Amava tutto di lui, i suoi modi di fare, i suoi interessi per la storia e l'archeologia. Insieme condividevano tante passioni, come quelle per la poesia e per la musica. Lui si era mostrato l'uomo perfetto, quello che si incontra solo leggendo i romanzi rosa o guardando qualche film romantico alla tv. Si era illusa di essere la donna più fortunata del mondo, che lui fosse quello giusto, aveva persino immaginato una famiglia e dei figli con lui, peccato però che si era rivelato un essere spregevole, un verme schifoso, un idiota matricolato. Francesca non riusciva ancora oggi a definirlo con un aggettivo consono al suo comportamento. Un pomeriggio infatti, al ritorno dall'università, lo trovò a letto con un'altra donna. Il mondo le crollò addosso, la terra cominciò a tremarle sotto i piedi e una valanga di lacrime le solcò il volto. Appena lui la vide scattò in piedi e cominciò a sbraitare contro la sua amante. Blaterava cose senza senso, come il fatto di essere stato vittima di un inganno, che qualcuno gli aveva fatto un incantesimo o una fattura, che non ricordava nulla di quel pomeriggio e cose del genere. Francesca ovviamente non lo prese sul serio, sapeva che le sue erano solo scuse e che era solo un donnaiolo. Lo cacciò di casa e lo evitò per due anni, fino a quando non se lo ritrovò come collega di lavoro l'anno precedente. «Stai un po’ meglio ora?» la voce di lui sgretolò i suoi pensieri. «Si grazie... tu piuttosto...come stai?». Lui le lanciò un'occhiata stupita, non si aspettava quella domanda e si accigliò subito dopo, aveva la medesima espressione del giorno in cui l'aveva cacciato di casa. Il dolore che le aveva lasciato era stato così grande da toglierle la fiducia in tutti gli uomini. Andrea era stato infatti il suo ultimo amore, dopo di lui si era buttata a capofitto sul lavoro. Gli uomini per lei erano solo un fardello, un peso che opprimeva la vita di qualunque donna ne avesse uno e l'amore era soltanto una chimera, una futile illusione che svaniva non appena il Don Giovanni di turno riusciva nell'intendo di portarsi la malcapitata a letto. Questa visione cinica della vita l'aveva aiutata ad andare avanti e l'avrebbe aiutata ancora. Nessun uomo si meritava il suo amore, tanto meno Andrea, l'artefice del suo dolore, nessun uomo si meritava un tono più confidenziale, punto. Andrea la portò alla realtà ancora una volta. «Ho sentito Luca due giorni fa... mi ha comunicato che non può partecipare alla spedizione...sembra che sua moglie si senta molto male ma non ho osato chiedere oltre». Francesca emanò un sussulto. «Ha deciso di affidare a me il comando della spedizione... ovviamente con il tuo supporto e quello di un'altra persona di fiducia». La ragazza rimase stupefatta, era convinta che la missione fosse vincolata da un trattato di riservatezza, lei stessa aveva dovuto firmare un documento dove dichiarava che qualunque fuga di notizie da parte sua sarebbe stata sanzionata con una pena che andava dai tre ai cinque anni di carcere. Andrea continuò «Mio fratello Paolo». “Suo fratello?!”. Era a conoscenza del fatto che Andrea avesse un fratello, quando stavano insieme gli parlava spesso di lui, anche se non l'aveva mai visto perché studiava all'estero, in America. Sapeva che Paolo era di otto anni più grande di loro, che si era laureato con il massimo dei voti all'università di Harvard nella loro stessa facoltà e che già aveva lavorato a diverse spedizioni archeologiche in Africa e in America meridionale, a pensarci bene lui sarebbe stato più qualificato per assumere il comando della loro missione. «Anche lui è stato esaminato attentamente dalla commissione ed è stato sottoposto al contratto di riservatezza questa mattina stessa». Lei annuì esterrefatta. “Magnifico! Adesso invece di un Altavilla, ne avrebbe avuto tra i piedi due”. «Spero che per te non sia un problema!». Andrea la guardava ansioso, come se il suo giudizio fosse più importante di quello della commissione, lei scosse la testa e sospirò profondamente, rassegnata. «No... non c'è problema... tanto io non avevo candidati, e poi tuo fratello sembra molto qualificato per svolgere questo compito!». Lui annuì entusiasta, ma lei arrossì immediatamente rendendosi conto di essere entrata su un terreno pericoloso: Andrea non aveva menzionato in quella sede i titoli del fratello ma gli parlava spesso di Paolo durante la loro relazione. «Cosa c'è?» le domandò lui avvicinando la mano al viso di lei nel tentativo di sfiorarla con una carezza. «Niente!» affermò Francesca scansandosi da lui. Si avvicinò alla finestra per vedere le condizioni climatiche: la situazione era davvero allarmante. Andrea la guardò confuso. Aveva capito perfettamente che lei non voleva averci niente a che fare con lui per quanto riguardava il livello sentimentale. Anche lui però aveva sofferto tanto quando si erano lasciati, aveva cercato di convincerla in tutti i modi che non centrava niente con quello che era successo quel maledetto giorno, che ancora oggi non ricordava nulla dell'accaduto, ma lei non aveva voluto sentire ragioni. All'epoca lo buttò fuori di casa, sconvolta, oggi non gli permetteva nessun altro approccio oltre a quello lavorativo. «Quando conoscerò tuo fratello?». L'ultima cosa che ricordava era quella di essersi addormentato sul suo letto, ed era anche solo, quindi non riusciva proprio a capire da dove fosse saltata fuori quella donna… «Andrea!». La voce di Francesca risuonò nelle sue orecchie. «Scusami... avevo la testa altrove... dimmi» disse divertito mentre lei sbuffava spazientita. «Ti ho chiesto quando conoscerò tuo fratello!». La ragazza capì che forse era stato uno sbaglio raggiungere Andrea a casa sua, forse sarebbe stato meglio aspettare di riuscire a rintracciarlo telefonicamente, ma la cosa che più la preoccupava era il tempo, la pioggia cominciava ad intensificarsi e il vento a vibrare più forte di quella mattina, temeva di restare bloccata lì dentro. «Paolo sarà qui a momenti, è arrivato in Italia ieri e stamattina alle nove ha affrontato la commissione... spero ci porti buone notizie!». Anche lei cominciava a sperare, odiava l'idea di dover passare una notte da sola con lui, per non parlare poi della spedizione, avrebbe passato diversi mesi insieme a lui, soli, in un luogo sconosciuto... “No!”. Un urlo interiore si sprigionò dentro di lei. «No!». Andrea sussultò per lo spavento. “Oh oh... forse l'urlo non era stato solo interiore”. «No... che cosa?» domandò attonito. Lei sospirò profondamente. «No... non può non passare, deve farcela assolutamente, abbiamo bisogno almeno di un'altra persona!» affermò cercando di motivare alla meglio quel no istintivo che aveva penetrato i timpani del suo interlocutore. Lui annuì con convinzione. «Certo!». La sua attenzione fu colta da una cartellina che Andrea teneva tra le mani, doveva averla presa mentre guardava fuori dalla finestra perché non l'aveva visto fare alcun movimento precedentemente, l'aprì, e tirò fuori un pezzo di carta che le porse immediatamente. «Tieni, questo è il tuo biglietto aereo...mettilo da parte!» e chiuse la cartellina mentre lei infilava il biglietto nella borsetta. «Bene...sarà meglio che vada allora... ci vediamo dopodomani all'aeroporto». Andrea la bloccò afferrandole il braccio… «Dove credi di andare?» le chiese, il tono era serio , la mascella contratta. «Ritorno a casa...» sussurrò lei con un filo di voce. Riuscì a sentire il contatto della sua mano sotto la stoffa della pesante felpa, mentre il cuore palpitava a scatti nel suo petto «Dove credi di andare?» ripeté lui realmente preoccupato «Non vedi che c'è l'inferno là fuori?». Lei strinse i pugni e si svincolò dalla sua presa. «Smettila!» sbraitò. Non voleva rimanere lì. «Io devo ritornare a casa mia!» affermò abbassando il volume della voce, forse stava urlando un po’ troppo. Non era sicuro che sarebbe rimasta lì quella notte, non era certa che Andrea intendesse questo, probabilmente voleva solo che il tempo migliorasse prima che lei ritornasse a casa sua. «Non ti muovi di qui! almeno finché il tempo non migliora!». Ecco erano giunti a una decisione, almeno lui aveva preso la sua di decisione. Francesca abbassò lo sguardo rassegnata e si lasciò cadere sulla poltrona. «Non temere, non voglio mangiarti!» la schernì lui decisamente più tranquillo ora «E poi anche se volessi non potrei, c'è un testimone!». Francesca sbatté le palpebre confusa. “Un testimone?”. «Paolo» intervenne lui prontamente. “Paolo”. Almeno aveva la certezza che non sarebbero rimasti soli ancora per molto. «Mettiti comoda...vado a prepararti una stanza!». Appena lui lasciò la stanza Francesca sentì una sensazione di disagio, non era però un disagio dovuto al luogo dove si trovava in quel momento, ma una sensazione più forte, di estraneità da quel mondo là fuori che pur la conteneva, un disagio che proveniva da dentro e che l'avrebbe fatta sentire fuori posto dovunque e in qualunque momento. L'eco di alcuni rumori provenienti dall'altra camera riportò la sua attenzione a un livello di guardia, rivelandole il presente. Si accorse, sorprendendosi, che il televisore era acceso e che buttava nell'aria parole non percepite dai suoi sensi fino a quel momento. Andrea le stava preparando una stanza in caso lei fosse rimasta bloccata in casa sua dal cattivo tempo, non riusciva ancora a crederci. Se solo una settimana fa le avessero detto che avrebbe dormito con Andrea per una notte intera sarebbe scoppiata a ridere di gusto incredula, ma ora era lì. “Cosa poteva fare?”. Si strinse nelle spalle e diede uno sguardo all'appartamento notandone la grandezza spropositata per ospitare una sola persona. All'entrata vi era un soggiorno molto grande arredato in stile moderno con un piccolo tavolino di vetro al centro della camera circondato da un enorme divano di pelle bianca e due poltrone della stessa tinta. Un grande televisore padroneggiava la scena e una vetrina piena di bicchieri e piattini di cristallo era abbandonata in un angoletto della stanza sola soletta. Dal soggiorno partiva un lungo corridoio che portava a quattro stanze, Francesca non aveva idea di quali stanze fossero, mentre una porta frontale, aperta, lasciava intravedere la cucina sempre arredata in stile moderno. “Chissà quanto pagava d'affitto? O forse era un appartamento di famiglia?”. Il suo, un monolocale al centro della città, era molto caro. Tuttavia era stata felice della scelta, anche perché era sola, non aveva nessuno con cui condividere una casa così spaziosa. Francesca era una ragazza di periferia. Aveva vissuto in Calabria da piccola, con i suoi genitori, un posto per lei meraviglioso e pieno di ricordi che aveva dovuto lasciare all'età di dieci anni, quando i suoi genitori persero la vita in un incidente d'auto. Fu allora che sua zia Clara, la sorella minore di sua madre, non sposata e quindi senza figli, aveva deciso di prenderla in adozione e portarla con sé a Roma dove lavorava. Lei era molto grata a sua zia, le doveva molto e la considerava come una seconda madre. Ricordò il momento triste che seguì la partenza dalla Calabria. Aveva pianto per giorni, per i suoi amici, per sua nonna, che aveva lasciato all'improvviso, per i suoi genitori, che non sarebbero più ritornati. Ma Clara non si era persa d'animo e aveva cercato di risollevarla in ogni modo possibile. Le era davvero grata. Ora sua zia era in pensione e viveva fuori città, nella piccola casetta dove l'aveva allevata con amore e pazienza. Le mancava molto anche se era andata a farle visita solo una settimana prima per comunicarle del suo viaggio in l'Inghilterra. La donna si era mostrata felicissima per lei e per i suoi progressi lavorativi anche se gli occhi lucidi lasciavano trasparire una vena di tristezza. «Non so per quanto tempo resterò in Inghilterra zia...il lavoro è importante...ma ti prometto che appena ritorno verrò subito a trovarti». Lei annuì tristemente e l'abbracciò. «Ti aspetto sempre qui tesoro mio...questa è casa tua...soprattutto casa tua». Si strinsero un'ultima volta e poi si salutarono definitivamente. Sulla via del ritorno le lacrime non smisero per un attimo di sgorgare dai suoi occhi. Sapeva che non era un addio, ma il fatto di starle lontano per molto tempo aveva suscitato in lei una disperazione infinita. Non era un addio, ma ciò le era sembrato, come se non avesse avuto più occasione di rivederla. Il suono del campanello s'insinuò tra i suoi pensieri. Asciugò le lacrime scese involontariamente sulla sua guancia con un dito e dopo essersi data un contegno andò ad aprire la porta. Due grandi occhi verdi si fissarono nei suoi per un lungo istante mentre il resto del mondo scomparve risucchiato da una luminosa nebbia bianca.
  13. Paolina Daniele

    Redenzione La stirpe reale. Capitolo 1

    Scusate non ho rispettato gli 8000 caratteri, vorrei modificarlo, come faccio?
  14. Paolina Daniele

    Redenzione La stirpe reale. Capitolo 1

    [Salve a tutti, volevo condividere con voi il primo capitolo del mio libro (non so se da regolamento si può fare, in caso contrario fatemi sapere nei commenti). Fatemi sapere cosa ne pensate, le vostre impressioni e suggerimenti (anche errori). Se avrà riscontro positivo ogni domenica pubblicherò un capitolo (tranne gli ultimi 3). Grazie a tutti per l'attenzione e buona lettura.] CAPITOLO 1 28 - 12- 1999 Francesca sgranò gli occhi all'improvviso, il rumore della pioggia che batteva incessante contro i vetri delle finestre l'aveva riportata nella gelida stanza del suo appartamento. Si alzò bruscamente e a mo' di automa si avvicinò a una di esse per dare un'occhiata al mondo esterno: là fuori sembrava scatenarsi l'apocalisse. Mancavano solo due giorni alla partenza per l'Inghilterra dove avrebbero dovuto, lei e il suo collaboratore, condurre una spedizione archeologica per conto dell'università di Roma. Peccato che ancora non era riuscita a mettersi in contatto con Andrea a causa del maltempo. Si stavano preparando da mesi e avevano organizzato tutto nei minimi dettagli: ora non poteva andare tutto in fumo per quattro gocce d'acqua e una folata di vento. Digitò il numero del suo collega sulla tastiera del cellulare pregando tra sé che la rispondesse, ma niente. “Al diavolo! Se Maometto non va dalla montagna è la montagna che va da Maometto” pensò tra sé. Mise le ultime cose nella valigia già pronta da due giorni e scese in garage. Pioggia o vento doveva avere notizie della spedizione, a qualunque costo. Quando Luca l'aveva ingaggiata per un lavoro così importante si era sentita trascinare fuori dal mondo, le parole del suo professore riecheggiavano nelle sue orecchie emettendo onde sonore ad alta intensità. Era il mese di febbraio quando Luca Umberti, professore oltre che presidente del corso di archeologia all'università la Sapienza di Roma, l'aveva convocata nel suo ufficio insieme ad Andrea, suo collega di corso e il migliore tra i ricercatori dell'università tanto che Luca stesso l'aveva nominato leader in alcune piccole missioni archeologiche svoltasi a Pompei e sotto il Colosseo. Francesca comunque non era da meno, aveva seguito Luca in tutte le sue spedizioni già dal secondo anno di università e vantava quindi molte esperienze in diversi siti archeologici sparsi per la penisola. Appena entrarono nell'ufficio di Luca i due ragazzi si accomodarono alla scrivania e trafissero il professore, piccolo, pelato e con gli occhiali, con uno sguardo straripante di curiosità: «Ragazzi... oggi è un giorno importante per voi e per me». Luca aveva cominciato con i suoi soliti giri di parole mentre i due ricercatori fremevano di curiosità: «Oggi siam...» Andrea intervenne forzando un po’ la mano; «Vai al sodo Luca, non abbiamo tutta la mattina!». L'uomo di mezz'età sorrise mostrando un'aria soddisfatta. Francesca piegò la testa di lato a mo' di domanda mentre Andrea fissava Luca con una linea dura, stava impazzendo. Sapeva che quando il professore ci girava intorno la spedizione cominciava a farsi importante, doveva trattarsi di un reperto archeologico con un valore rilevante, forse inestimabile, altrimenti li avrebbe già liquidati con indirizzi, soldi e biglietto aereo qualora fosse stato necessario. Dopo un interminabile gioco di sguardi a metà tra apprensione e attesa Luca si decise a rivelare il segreto. «Ragazzi miei il Santo Graal è il nostro obbiettivo!». Il suo tono divenne stridulo e pieno di orgoglio, assumendo un venatura solenne non appena pronunciò la parola "Santo Graal", Francesca dilatò i timpani al massimo, temendo di non aver sentito bene e Andrea sobbalzò dalla poltroncina. «Cazzo! il Santo Graal!». Queste furono le uniche parole che riempirono il piccolo ufficio universitario. Fu ancora Luca a rompere il ghiaccio dopo qualche minuto di silenzio, come se i tre stessero onorando la sacralità del compito che li aspettava. Il professore diede loro indicazioni sulla prassi del viaggio: la spedizione avrebbe avuto luogo nella contea di Glastonbury, nel Somerset, regione inglese che avrebbero dovuto raggiungere tra due giorni. Il tutto doveva restare segreto quindi nessun altro si sarebbe aggiunto alla missione a parte i servizi segreti italiani associati alla Royal air force inglese. I due governi, italiano e inglese, avevano stipulato un accordo di riservatezza riguardo alla ricerca che gli archeologi romani si apprestavano a compiere. Solo il reverendo della chiesa di San Giovanni Battista a Glastonbury era stato messo al corrente perché li avrebbe ospitati all'interno della chiesa, e il presidente degli Stati Uniti d'America che aveva dato il suo consenso e la sua benedizione alla spedizione archeologica a patto che venisse informato sui progressi delle ricerche in tempo reale. Il tutto assumeva la forma di un accordo segreto di stampo internazionale che avrebbe portato la Sapienza alla gloria. Francesca saltò in macchina e ingranò la marcia. Non riusciva a smettere di pensare al grande compito che l'aspettava, al Sacro Graal. La leggenda narrava che il calice contenente il sangue di Cristo crocifisso venne lasciato da Giuseppe d'Arimatea nella valle di Avalon, l'isola incantata dove fu forgiata la spada di Excalibur e dove re Artù fu condotto dopo essere stato ferito a morte nella sua ultima battaglia. Qui, il leggendario sovrano trascorse un tempo lunghissimo durante il quale fata Morgana l'avrebbe curato per poter poi ritornare in seguito dai suoi cavalieri. Francesca si sentì vibrare al solo pensiero, tuttavia non doveva lasciarsi influenzare dal fascino leggendario della vicenda. Il suo obiettivo era quello di ritrovare un reperto archeologico ricercato da secoli e agognato da molti di cui ogni traccia sembrava sparita nel nulla. Il tronco di un albero enorme che occupava quasi tutta la strada la spinse a frenare improvvisamente, riportandola, con uno scatto in avanti, alla realtà. Le gomme dell'auto slittarono sull'asfalto bagnato e il vento spingeva la macchina di lato, verso sinistra: per poco non perse il controllo del veicolo. Dopo essere rimasta ferma per un quarto d'ora con il motore spento, rimuginando e imprecando su quanto fosse stata stupida a lasciare il suo appartamento con un uragano in atto, decise di ripartire e con andamento decisamente lento riuscì a raggiungere l'appartamento di Andrea sito dall'altra parte della città. Corse al portone d'ingresso del palazzo dove viveva Andrea e suonò più volte il citofono; una voce femminile rispose dall'altro capo della cornetta. «Può aprirmi per favore?» disse lei dopo aver spiegato alla donna il motivo della sua visita. «Cerco il signor Andrea Altavilla». Appena la sconosciuta udì quel nome aprì il portone dando modo a Francesca di intrufolarsi all'interno, in un luogo asciutto. Si rese conto solo in un secondo momento che la proprietaria della voce che l'aveva risposta al citofono era scomparsa nel nulla. Salì le scale di corsa, con i vestiti bagnati fradici e i brividi di freddo che le percorrevano la spina dorsale: se non si fosse subito asciugata avrebbe preso sicuramente l'influenza. Bussò alla porta ritrovandosi, dopo qualche istante, di fronte a due grandi occhi azzurri che la invitavano ad entrare. Al pian terreno intanto una luce accecante inondò l'intero palazzo. Lampi di luce folgorante fuoriuscirono dalle finestre che durante le giornate di sole illuminavano i pianerottoli e le scale che permettevano l'accesso ai diversi appartamenti. Una figura celestiale apparve dal nulla di fronte alla donna misteriosa che aveva aperto la porta a Francesca, era candida e avvolta da un alone luminoso, abbagliante «Lei è arrivata». Anael, Arcangelo dell'armonia e della bellezza, diede a Gabriele la lieta novella mentre l'Arcangelo messaggero la fissava con aria austera, anche la donna aveva mutato le sue sembianze e spalancato larghe ali candide che ombreggiavano sulle pareti a causa della scia luminosa in cui era avviluppata. «Bene... adesso puoi lasciare questo corpo sorella e ritornare alla nostra umile dimora!». Entrambi svanirono nel nulla, solo un giglio bianco giaceva sul pavimento. Andrea invitò Francesca ad entrare, la costrinse ad indossare una delle sue tute da ginnastica e le diede una tazza di caffè fumante per farla riscaldare un po’. «Scusa il disturbo Andrea... ma non riuscivo a rintracciarti, le linee telefoniche devono essere intasate e siccome volevo avere notizie della spedizione...» affermò mentre sorseggiava il suo caffè bollente, crogiolandosi nel tessuto caldo della tuta di lui, il ragazzo agitò le mani in segno di disapprovazione, poi le dedicò un sorriso ampio e cordiale. «Non essere sciocca! Tu non disturbi mai... perché ti fai tutti questi problemi? Credevo avessimo un rapporto più confidenziale noi due...» lei sgranò gli occhi confusa e indietreggiò la testa di qualche millimetro aderendo completamente allo schienale del comodo divano in pelle che arredava il soggiorno di Andrea. “Più confidenziale?!”. “Ma quale confidenziale?”. Andrea era stato insensibile con lei. Al primo anno di università aveva avuto una relazione con lui, Francesca si era innamorata perdutamente. Amava tutto di lui, i suoi modi di fare, i suoi interessi per la storia e l'archeologia. Insieme condividevano tante passioni, come quelle per la poesia e per la musica. Lui si era mostrato l'uomo perfetto, quello che si incontra solo leggendo i romanzi rosa o guardando qualche film romantico alla tv. Si era illusa di essere la donna più fortunata del mondo, che lui fosse quello giusto, aveva persino immaginato una famiglia e dei figli con lui, peccato però che si era rivelato un essere spregevole, un verme schifoso, un idiota matricolato. Francesca non riusciva ancora oggi a definirlo con un aggettivo consono al suo comportamento. Un pomeriggio infatti, al ritorno dall'università, lo trovò a letto con un'altra donna. Il mondo le crollò addosso, la terra cominciò a tremarle sotto i piedi e una valanga di lacrime le solcò il volto. Appena lui la vide scattò in piedi e cominciò a sbraitare contro la sua amante. Blaterava cose senza senso, come il fatto di essere stato vittima di un inganno, che qualcuno gli aveva fatto un incantesimo o una fattura, che non ricordava nulla di quel pomeriggio e cose del genere. Francesca ovviamente non lo prese sul serio, sapeva che le sue erano solo scuse e che era solo un donnaiolo. Lo cacciò di casa e lo evitò per due anni, fino a quando non se lo ritrovò come collega di lavoro l'anno precedente. «Stai un po’ meglio ora?» la voce di lui sgretolò i suoi pensieri. «Si grazie... tu piuttosto...come stai?». Lui le lanciò un'occhiata stupita, non si aspettava quella domanda e si accigliò subito dopo, aveva la medesima espressione del giorno in cui l'aveva cacciato di casa. Il dolore che le aveva lasciato era stato così grande da toglierle la fiducia in tutti gli uomini. Andrea era stato infatti il suo ultimo amore, dopo di lui si era buttata a capofitto sul lavoro. Gli uomini per lei erano solo un fardello, un peso che opprimeva la vita di qualunque donna ne avesse uno e l'amore era soltanto una chimera, una futile illusione che svaniva non appena il Don Giovanni di turno riusciva nell'intendo di portarsi la malcapitata a letto. Questa visione cinica della vita l'aveva aiutata ad andare avanti e l'avrebbe aiutata ancora. Nessun uomo si meritava il suo amore, tanto meno Andrea, l'artefice del suo dolore, nessun uomo si meritava un tono più confidenziale, punto. Andrea la portò alla realtà ancora una volta. «Ho sentito Luca due giorni fa... mi ha comunicato che non può partecipare alla spedizione...sembra che sua moglie si senta molto male ma non ho osato chiedere oltre». Francesca emanò un sussulto. «Ha deciso di affidare a me il comando della spedizione... ovviamente con il tuo supporto e quello di un'altra persona di fiducia». La ragazza rimase stupefatta, era convinta che la missione fosse vincolata da un trattato di riservatezza, lei stessa aveva dovuto firmare un documento dove dichiarava che qualunque fuga di notizie da parte sua sarebbe stata sanzionata con una pena che andava dai tre ai cinque anni di carcere. Andrea continuò «Mio fratello Paolo». “Suo fratello?!”. Era a conoscenza del fatto che Andrea avesse un fratello, quando stavano insieme gli parlava spesso di lui, anche se non l'aveva mai visto perché studiava all'estero, in America. Sapeva che Paolo era di otto anni più grande di loro, che si era laureato con il massimo dei voti all'università di Harvard nella loro stessa facoltà e che già aveva lavorato a diverse spedizioni archeologiche in Africa e in America meridionale, a pensarci bene lui sarebbe stato più qualificato per assumere il comando della loro missione. «Anche lui è stato esaminato attentamente dalla commissione ed è stato sottoposto al contratto di riservatezza questa mattina stessa». Lei annuì esterrefatta. “Magnifico! Adesso invece di un Altavilla, ne avrebbe avuto tra i piedi due”. «Spero che per te non sia un problema!». Andrea la guardava ansioso, come se il suo giudizio fosse più importante di quello della commissione, lei scosse la testa e sospirò profondamente, rassegnata. «No... non c'è problema... tanto io non avevo candidati, e poi tuo fratello sembra molto qualificato per svolgere questo compito!». Lui annuì entusiasta, ma lei arrossì immediatamente rendendosi conto di essere entrata su un terreno pericoloso: Andrea non aveva menzionato in quella sede i titoli del fratello ma gli parlava spesso di Paolo durante la loro relazione. «Cosa c'è?» le domandò lui avvicinando la mano al viso di lei nel tentativo di sfiorarla con una carezza. «Niente!» affermò Francesca scansandosi da lui. Si avvicinò alla finestra per vedere le condizioni climatiche: la situazione era davvero allarmante. Andrea la guardò confuso. Aveva capito perfettamente che lei non voleva averci niente a che fare con lui per quanto riguardava il livello sentimentale. Anche lui però aveva sofferto tanto quando si erano lasciati, aveva cercato di convincerla in tutti i modi che non centrava niente con quello che era successo quel maledetto giorno, che ancora oggi non ricordava nulla dell'accaduto, ma lei non aveva voluto sentire ragioni. All'epoca lo buttò fuori di casa, sconvolta, oggi non gli permetteva nessun altro approccio oltre a quello lavorativo. «Quando conoscerò tuo fratello?». L'ultima cosa che ricordava era quella di essersi addormentato sul suo letto, ed era anche solo, quindi non riusciva proprio a capire da dove fosse saltata fuori quella donna… «Andrea!». La voce di Francesca risuonò nelle sue orecchie. «Scusami... avevo la testa altrove... dimmi» disse divertito mentre lei sbuffava spazientita. «Ti ho chiesto quando conoscerò tuo fratello!». La ragazza capì che forse era stato uno sbaglio raggiungere Andrea a casa sua, forse sarebbe stato meglio aspettare di riuscire a rintracciarlo telefonicamente, ma la cosa che più la preoccupava era il tempo, la pioggia cominciava ad intensificarsi e il vento a vibrare più forte di quella mattina, temeva di restare bloccata lì dentro. «Paolo sarà qui a momenti, è arrivato in Italia ieri e stamattina alle nove ha affrontato la commissione... spero ci porti buone notizie!». Anche lei cominciava a sperare, odiava l'idea di dover passare una notte da sola con lui, per non parlare poi della spedizione, avrebbe passato diversi mesi insieme a lui, soli, in un luogo sconosciuto... “No!”. Un urlo interiore si sprigionò dentro di lei. «No!». Andrea sussultò per lo spavento. “Oh oh... forse l'urlo non era stato solo interiore”. «No... che cosa?» domandò attonito. Lei sospirò profondamente. «No... non può non passare, deve farcela assolutamente, abbiamo bisogno almeno di un'altra persona!» affermò cercando di motivare alla meglio quel no istintivo che aveva penetrato i timpani del suo interlocutore. Lui annuì con convinzione. «Certo!». La sua attenzione fu colta da una cartellina che Andrea teneva tra le mani, doveva averla presa mentre guardava fuori dalla finestra perché non l'aveva visto fare alcun movimento precedentemente, l'aprì, e tirò fuori un pezzo di carta che le porse immediatamente. «Tieni, questo è il tuo biglietto aereo...mettilo da parte!» e chiuse la cartellina mentre lei infilava il biglietto nella borsetta. «Bene...sarà meglio che vada allora... ci vediamo dopodomani all'aeroporto». Andrea la bloccò afferrandole il braccio… «Dove credi di andare?» le chiese, il tono era serio , la mascella contratta. «Ritorno a casa...» sussurrò lei con un filo di voce. Riuscì a sentire il contatto della sua mano sotto la stoffa della pesante felpa, mentre il cuore palpitava a scatti nel suo petto «Dove credi di andare?» ripeté lui realmente preoccupato «Non vedi che c'è l'inferno là fuori?». Lei strinse i pugni e si svincolò dalla sua presa. «Smettila!» sbraitò. Non voleva rimanere lì. «Io devo ritornare a casa mia!» affermò abbassando il volume della voce, forse stava urlando un po’ troppo. Non era sicuro che sarebbe rimasta lì quella notte, non era certa che Andrea intendesse questo, probabilmente voleva solo che il tempo migliorasse prima che lei ritornasse a casa sua. «Non ti muovi di qui! almeno finché il tempo non migliora!». Ecco erano giunti a una decisione, almeno lui aveva preso la sua di decisione. Francesca abbassò lo sguardo rassegnata e si lasciò cadere sulla poltrona. «Non temere, non voglio mangiarti!» la schernì lui decisamente più tranquillo ora «E poi anche se volessi non potrei, c'è un testimone!». Francesca sbatté le palpebre confusa. “Un testimone?”. «Paolo» intervenne lui prontamente. “Paolo”. Almeno aveva la certezza che non sarebbero rimasti soli ancora per molto. «Mettiti comoda...vado a prepararti una stanza!». Appena lui lasciò la stanza Francesca sentì una sensazione di disagio, non era però un disagio dovuto al luogo dove si trovava in quel momento, ma una sensazione più forte, di estraneità da quel mondo là fuori che pur la conteneva, un disagio che proveniva da dentro e che l'avrebbe fatta sentire fuori posto dovunque e in qualunque momento. L'eco di alcuni rumori provenienti dall'altra camera riportò la sua attenzione a un livello di guardia, rivelandole il presente. Si accorse, sorprendendosi, che il televisore era acceso e che buttava nell'aria parole non percepite dai suoi sensi fino a quel momento. Andrea le stava preparando una stanza in caso lei fosse rimasta bloccata in casa sua dal cattivo tempo, non riusciva ancora a crederci. Se solo una settimana fa le avessero detto che avrebbe dormito con Andrea per una notte intera sarebbe scoppiata a ridere di gusto incredula, ma ora era lì. “Cosa poteva fare?”. Si strinse nelle spalle e diede uno sguardo all'appartamento notandone la grandezza spropositata per ospitare una sola persona. All'entrata vi era un soggiorno molto grande arredato in stile moderno con un piccolo tavolino di vetro al centro della camera circondato da un enorme divano di pelle bianca e due poltrone della stessa tinta. Un grande televisore padroneggiava la scena e una vetrina piena di bicchieri e piattini di cristallo era abbandonata in un angoletto della stanza sola soletta. Dal soggiorno partiva un lungo corridoio che portava a quattro stanze, Francesca non aveva idea di quali stanze fossero, mentre una porta frontale, aperta, lasciava intravedere la cucina sempre arredata in stile moderno. “Chissà quanto pagava d'affitto? O forse era un appartamento di famiglia?”. Il suo, un monolocale al centro della città, era molto caro. Tuttavia era stata felice della scelta, anche perché era sola, non aveva nessuno con cui condividere una casa così spaziosa. Francesca era una ragazza di periferia. Aveva vissuto in Calabria da piccola, con i suoi genitori, un posto per lei meraviglioso e pieno di ricordi che aveva dovuto lasciare all'età di dieci anni, quando i suoi genitori persero la vita in un incidente d'auto. Fu allora che sua zia Clara, la sorella minore di sua madre, non sposata e quindi senza figli, aveva deciso di prenderla in adozione e portarla con sé a Roma dove lavorava. Lei era molto grata a sua zia, le doveva molto e la considerava come una seconda madre. Ricordò il momento triste che seguì la partenza dalla Calabria. Aveva pianto per giorni, per i suoi amici, per sua nonna, che aveva lasciato all'improvviso, per i suoi genitori, che non sarebbero più ritornati. Ma Clara non si era persa d'animo e aveva cercato di risollevarla in ogni modo possibile. Le era davvero grata. Ora sua zia era in pensione e viveva fuori città, nella piccola casetta dove l'aveva allevata con amore e pazienza. Le mancava molto anche se era andata a farle visita solo una settimana prima per comunicarle del suo viaggio in l'Inghilterra. La donna si era mostrata felicissima per lei e per i suoi progressi lavorativi anche se gli occhi lucidi lasciavano trasparire una vena di tristezza. «Non so per quanto tempo resterò in Inghilterra zia...il lavoro è importante...ma ti prometto che appena ritorno verrò subito a trovarti». Lei annuì tristemente e l'abbracciò. «Ti aspetto sempre qui tesoro mio...questa è casa tua...soprattutto casa tua». Si strinsero un'ultima volta e poi si salutarono definitivamente. Sulla via del ritorno le lacrime non smisero per un attimo di sgorgare dai suoi occhi. Sapeva che non era un addio, ma il fatto di starle lontano per molto tempo aveva suscitato in lei una disperazione infinita. Non era un addio, ma ciò le era sembrato, come se non avesse avuto più occasione di rivederla. Il suono del campanello s'insinuò tra i suoi pensieri. Asciugò le lacrime scese involontariamente sulla sua guancia con un dito e dopo essersi data un contegno andò ad aprire la porta. Due grandi occhi verdi si fissarono nei suoi per un lungo istante mentre il resto del mondo scomparve risucchiato da una luminosa nebbia bianca.
  15. Paolina Daniele

    Recensioni a pagamento: sì o no?

    Salve a tutti, io penso che non sia giusto pagare una recensione perché mina l'obiettività del recensore. Tuttavia non trovo sbagliato il discorso di @Sara19 penso anch'io che chi lavora per qualcun'altro gli offre un servizio e quindi debba ricevere un compenso che però non deve condizionarne il giudizio. Sembra un discorso iperbolico però ho capito cosa intende Sara.
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