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s3nzanom3

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  1. Ti dico come la penso: chi se ne frega. (Non è un attacco a te, è un pensiero generale.) Capisco quanto dici, ma se si scrive per avere successo, allora sarebbe più intelligente provare a ottenerlo con attività più redditizie. In scrittura, oserei dire soprattutto in scrittura, conta il viaggio, mai la meta.
  2. Eh, vabbè. Ma cosa c’entra? Potrei risponderti che non dovremmo stare qui a discutere online in modo frivolo perché in questo momento ci sono bambini che muoiono di fame, altri che vengono usati e abusati sessualmente, donne massacrate da maschilisti frustrati, guerre ovunque… Si chiama relativismo e distrugge qualsiasi discussione. Rispondevo a un editore e alle sue critiche al marketplace per antonomasia in base a come si gestiscono i libri cartacei (quando le vendite degli ebook hanno superato quelle cartacee - magari non in Italia, ma questo parla dei problemoni dell’Italia editoriale, non di Amazon). Per rispondere alla critica di coscienza, allora ti dico che se acquisti ebook i poveri lavoratori di Amazon non verranno più ipersfruttati e maltrattati: è tutto digitale. Non muovono un dito ogni volta che acquisto un libro digitale. Se tutto fosse così, semplicemente non avrebbero più un lavoro. Fine del problema. Il mondo cambia e trovo sempre un po’ stucchevoli le lamentele che vorrebbero riportare indietro le lancette del tempo. Potremmo cominciare a parlare di come i signori Distributori fanno il 70% del prezzo di copertina di un romanzo prodotto e venduto in modo tradizionale (in libreria): vi sembra meglio? A me no. Ad esempio perché quelli efficienti e capaci di una rete capillare sono appannaggio degli editori medio grandi e i piccoli non se li sono mai potuti permettere. Come conseguenza nessuno sapeva che i loro titoli esistessero o assai pochi, locali lettori. Almeno adesso, sorbendosi i problemi segnalati da Apogeo, sono visibili per tutti. Difficile restare visibili a lungo? Quello dipende da molti fattori, tra i quali la qualità dei testi e la quantità di lettori che li apprezza e acquista e passaparola. A me pare in ottimo filtro. E comunque se conosci l’autore o il titolo, lo cerchi, lo trovi e lo acquisti. In libreria te lo dovevano ordinare e molte volte… non era più disponibile. Ripeto, senz’offesa per Apogeo, ma come lettore ricordo e preferisco di gran lunga il presente. Punto di vista da lettore. Da scrittore? Quella è pure peggio, quindi soprassiedo. 😊
  3. Usano logiche vecchie come il cucco - o “collaudate”: e allora? Il paragone con IBS direi che è inappropriato. È come paragonare l’organizzazione di una multinazionale con un’impresa locale. È evidente che i problemi da affrontare siano diversi. Secondo, ci si lamenta di come funziona la gestione del cartaceo. Sarebbe il caso di pensare agli ebook con un po’ meno disprezzo, se si tratta con Amazon. E mettersi al passo coi tempi. O, in alternativa, non vendere i propri libri su Amazon. Non è che li difenda, però se sono il più grande “marketplace” (da definizione) esistente e volete approfittare dell’enorme quantità di lettori che lo usano, vi dovete adeguare. E al me lettore tutta sta pappardella non cambia nulla. Capisco la frustrazione e anche il fatto che si potesse sperare in qualcosa di meglio, ma questo è. I tempi sono cambiati e io, da lettore, lo uso da quando non esistevano ancora gli ebook, perché gli editori italiani non traducevano gli autori che volevo leggere (E per questo li ringrazierò sempre). Come lettore, l’esperienza è la migliore esistente (tralasciando il gusto di entrare in una libreria e perdervisi), per catalogo, per efficienza… Pensano all’esperienza del cliente, più che a quella del venditore. Siamo sicuri che sbagliano?
  4. Ciao @lucamenca, ah, grazie. Ho travisato. personalmente ritengo di avere tutti gli skill necessari, ma la questione editing non si basa soltanto sulle capacità tecniche e le conoscenze narrative. Si sa: uno sguardo distaccato vale più di quello dell’autore, a parità di capacità, proprio perché l’editor “riceve” il testo in modo assai differente. Non l’ha scritto e riletto già parecchie volte. Vede cose che all’autore sfuggono, per quanto bravo. Inutile nascondersi dietro un dito. Gli altri aspetti sono tecnici e io, grazie a esperienze professionali… me la cavo (diciamo che la qualità che ottengo da solo mette in serio dubbio sborsare centinaia di euro per la qualità di qualcuno più esperto). Ciò che non sapevo l’ho studiato e finisce lì. Certo non si può pretendere che ogni autore indie abbia le stesse conoscenze (la mia è un po’ fortuna, un po’ ossessione). L’unico, delicatissimo punto riguarda l’editor. A un editor non si dovrebbe mai prescindere. La CE non è l’unica via per averne uno, però. Ci sono ottimi freelancer. Grazie per la risposta e la precisazione.
  5. Trovo la discussione (che leggo soltanto oggi dall’inizio) molto interessante. Ora andrò a dormire che è tardi, quindi mi fermo a questo vecchio intervento. E dato che mi mancano molti messaggi da leggere, aggiungerò qualcosa soltanto su quest’ultima frase. (Concordo su tutto ciò che hai detto in precedenza. E m’è sembrato un intervento lucido e per certi versi illuminante.) In questo caso – chiamami romantico, se vuoi – sono in dubbio. Tra i motivo che mi hanno sempre spinto a scrivere non c’è quello di piacere ai professionisti del settore. È vero, quando ci riesci e ne conosci un po’ direttamente, be’… sapere che quel tal editor, che stimi, t’apprezzi è un grande piacere intellettuale. Tuttavia non penso si possa scrivere per piacere ai professionisti, a meno che non si pensi a loro come semplici “lettori forti”. Il fatto che lavorino in una casa editrice è soltanto un mezzo, per l’autore, di raggiungere il vero motivo della scrittura: essere letto (e apprezzato) da molti lettori. E sognare di vivere di scrittura. Il piacere non comporta che si ritenga più importante il tal editor della grande CE rispetto a un lettore forte che non si conosceva e che si palesa, scrivendoci d’aver amato il vostro romanzo. Anzi, direi che semmai il piacere è più grande con lo sconosciuto. L’orgoglio non è mai una buona cosa, a mio avviso, quando si è scrittori. È solo una riflessione, non ti metto “in bocca” parole che non hai usato. E grazie per aver sintetizzato in modo cristallino certi concetti. Aiuta a fissarli meglio o a ricordarsene. Specie quando si è Un po’ arrugginiti come me. ‘notte.
  6. Ciao @Mister Frank immagino che queste percentuali dipendano da una scelta "multi-piattaforma", ovvero non solo Amazon. Corretto? A ogni modo, lungi da me considerarmi un esperto del self-publishing. Non ho ancora pubblicato un romanzo che sia uno, finora. È pronto, ma devo "risolvere" la questione copertina, prima. Ciò detto, ho letto molto in questi ultimi anni, preparandomi. So cosa devo fare e come farlo, ma sicuramente mi sfuggono dettagli più o meno importanti di cui mi renderò conto quando pubblicherò per la prima volta. Ora, stavo riflettendo e ritengo di dovermi spiegare meglio, perché mi rendo conto che quanto ho scritto sinora può essere travisato: non sono contro le case editrici a priori. Anzitutto le cose negative di cui parlo non sono preconcetti, ma esperienza personale. Quello che non si capisce è che davvero la ritengo tale: personale. Non pretendo e so che quanto dico vale soltanto per me: altri autori avranno avuto esperienze differenti, avranno istintive, differenti reazioni di fronte agli stessi problemi, eccetera. La questione è molto semplice: i miei romanzi non sono andati male, nient'affatto (considerando il mercato italiano a cui puntavano), ma non mi hanno cambiato la vita. In una situazione così era difficile che le cose migliorassero in modo significativo (parlando di risultato delle vendite), a meno che io stesso non decidessi di scrivere con il mero obiettivo commerciale: per vendere. Non ne ero e non ne sono capace, uno per la passione che mi anima soltanto quando scrivo il cosa e il come a modo mio, due perché ritengo di non essere tagliato per il "milione di copie" (risultati come quelli di Licia Troisi si raggiungono se sei così, non se ti atteggi e ti sforzi di scrivere per un pubblico ampio; un conto è scrivere per comunicare, un conto è scrivere per comunicare a tantissimi lettori, più sono meglio è - una volta acquisita la tecnica, si può molto, ma il problema è ciò che si sente e la quantità di spinta a scrivere in un certo modo). Con una simile forma mentis ho più vantaggi andando da solo che con una casa editrice, senza voler togliere meriti a nessuno. E certo, a patto di fare le cose per bene (e tu sai perfettamente di cosa parlo, se le tue vendite stanno andando bene e sono regolari; probabilmente lo sai assai meglio di me, perché hai già trasformato la grammatica in pratica e sta funzionando). Ciò detto, ovviamente, non escludo e rifletto sempre sul come migliorarmi, perché pur se a modo proprio, di certo si può sempre fare meglio e nel mio caso, sospetto, molto meglio. Anche questo mi piace sottolinearlo, perché sennò sembra che schifo le case editrici pensando di essere un genio della letteratura mondiale e le tacci d'incapacità. Non è così. Sono trascorsi molto anni da quando pubblicai il mio ultimo romanzo: ho avuto modo di riflettere a freddo sul mio passato percorso. E sono convinto che la miglior strada, per me, sia il self-publishing. Ciò detto, come chiunque mi segua sa (ho una newsletter che parla di scrittura), io consiglio di pubblicare con un editore. È un'esperienza bella e importante e soltanto avendola si può scegliere con cognizione di causa in che direzione muoversi: casa editrice o self-publishing? Mi ritengo fortunato per aver potuto "lavorare" sia con una realtà familiare che con una realtà tra le più grandi in Italia. Scrivo tutto questo per rispondere a quel tuo "a me dispiace tantissimo non essere stato pubblicato da un editore": ti capisco. Mi sentirei come te (o forse peggio). Ma, insomma, non sei mica morto! Hai tutto il tempo per riuscire a trovare una casa editrice e pubblicare in modo tradizionale.
  7. @Mister Frank Scusa e scusate l'ortografia: vengo così poco spesso qui che mi dimentico di non poter rileggere ed editare i messaggi... (Scrivo mentre lavoro, quindi vado di fretta.) Scusate, insomma.
  8. Sì e no. Torniamo all'esempio delle Cronache del Mondo Emerso? Mondadori, non gli ultimi arrivati... Eppure quando le pubblicarono ricordo nitidamente che vi era un passaggio in cui cambiava il luogo in cui si svolgeva l'azione da un paragrafo all'altro, senza preavviso, senza descrizione... nulla! Eppure era lì, redatto dalla grande Mondadori. Alcune case editrici sì che mi danno la sensazione di essere "di qualità", ma non il marchio editoriale, così, qualsiasi sia la casa editrice, qualsiasi la collana, qualsiasi il curatore e l'editor... No, mi spiace, ma troppe cosacce mi son passate per le mani. Ovviamente non contesto la tua opinione, solo sottolineo che non cambio idea, perché me la sono formata sui fatti (delle case editrici). Quanto guadagni su un libro di 4,99€ con il 70% di royalties? No, perché per vendere qualche migliaio di copie a 15€ e vederne addebitata una percentuale che va dall'8% al 10% non è proprio "guadagnare tanto". A 4,99€ guadagni molto di più per singola copia rispetto a quanto si guadagna con una casa editrice. Poi, certo, puoi essere Stephen King e ottenere un anticipo di 2 milionei di dollari e poi vendere milioni di copie... Ma questo è lui e non ce ne sono poi così tanti in giro. Perché ormai lo sanno anche le piante che gli autori italiani che vivono delle vendite dei propri romanzi sono pochissimi? Se a questo aggiungo che devo aspettare 18 mesi per far leggere il frutto dei miei sforzi ai lettori che ne hanno voglia, dal mio punto di vista l'iter editoriale proprio non mi convince affatto. Preferisco trovare un buon editor freelance a viaggiare al passo coi miei tempi, piuttosto che con quelli di qualcun altro, dato che di vantaggi comunque non ne avrei, semmai svantaggi...
  9. s3nzanom3

    Scrivere

    @Mister Frank Ho conosciuto Licia proprio quando pubblicò "Cronache del Mondo Emerso" e iniziava a frequentare gli eventi editoriali. Non ricordo dove ci trovavamo, ma eravamo lì entrambi come autori... A me piacque la Licia persona. Sul serio, era una ragazza gentile e umile e sono contento per lei che abbia avuto questa fortuna. Se però lascio perdere il lato umano e valuto le cose con occhio "professionale", la Licia scrittrice (a parte che è passato del tempo) rientra perfettamente nel quadro presentato, con l'unica differenza che non era adolescente ma vent'enne (!). La qualità di quel testo era il perfetto esempio di quanto dico (anche parlando di "editor", direi!), ma non mi piace star qui a dettagliare tutto il male che ne penso. La faccio breve: comparate "La storia infinita" o "Momo" con "Le Cronache del Mondo Emerso". O, se volete, con Eragon e gli altri romanzi di Christopher Paolini (stessa epoca). Cominciò tutto allora e non mi pare che le cose siano migliorate... Per quanto riguarda le eccezioni, ovviamente si generalizza, sapendo che si fa torto a qualcuno. Resta il trend generale, però...
  10. Ad esempio io. E non era nemmeno così piccola... (Ma la mia storia è un po' particolare, quindi è soltanto una battuta. Vero, però, che sono un ex autore pubblicato.) La questione è che gli esordienti fanno catalogo. Le CE medio grandi si basano sul mercato e pensano a vendere. Se pubblicano qualcosa di autoriale, di solito è già conosciuto e perlomeno promette il recupero delle spese; tanto per dare un po' di pregio al catalogo, altrimenti fatto di molti tentativi di dubbio valore, spesso fallimentari (le percentuali dei libri che non vendono nemmeno una copia nelle librerie è impressionante; direi educativa: loro stessi si premurano sempre di dire che "la ricetta per il best-seller" non esiste. Personalmente trovo la questione totalmente squilibrata, in Italia: un conto è essere commercianti, un conto editori. Si capisce l'aspetto "conti" e il fatto di dover puntare al mercato, meno il fatto di pubblicare cose che sinceramente fanno rabbrividire. Se ne trovano di megio e io sì, scusatemi, metto in dubbio la selezione. Non posso parlare di ogni CE, né che una CE agisca sempre male... Ma carta canta, direi. (Specie se si considera che un editor d'esperienza ha lavorato sul testo e ti chiedi: "Cos'era 'sto schifo prima dell'editing?". I tempi sono cambiati. Qualcuno qui faceva l'esempio, volutamente assurdo, di "un romanzo con gli scoiattoli vampiri" o qualcosa del genere. Ebbene, sì, vero e mi pare che tutto sia degenerato. Un tempo i ragazzi leggevano Michael Ende. Oggi si pubblicano adolescenti "fenomeno" per adolescenti in fregola. Sicuri quest'andazzo venga giustificato dai conti? Forse voi sì, personalmente ho un'idea un po' diversa. Il self-publishing risolve alcuni dei problemi di cui sopra. Tanto per cominciare le CE italiane hanno fatto resistenza passiva per anni, finché si sono dovute arrendere all'ovvio. Morale? Come sempre in Italia si rimane indietro... Sul self-publishing c'è pregiudizio? Sì e no, considerando la maggior parte dei titoli che si vedono. La qualità media non è elevata, quindi il pregiudizio ci sta. La chiusura? Secondo me no, ma un lettore ha il diritto di leggere quel piffero che gli pare. Per gli autori ci sono grosse difficoltà da aggirare (come la visibilità nulla o quasi, anche per uno che ha già pubblicato in modo tradizionale). Ci si ritrova circondati da aspiranti scrittori che in realtà sono azzeccagarbugli (senz'offesa, si parla dei testi, non delle persone). Tutto quello che volete... Il qui scrivente, però, la vede chiarissima: in Italia, self-publishing per il resto della mia vita (perché che una CE venga da me con una proposta che non sia indecente è pura illusione; grazie, ho già dato e non pretendo né mi aspetto qualcosa di melgio). Poi vedremo se qualche editore estero invece decide che gli piaccio: sono pronto a dargli una possibilità. (COn le CE italiane faccio di tutta l'erba un fascio e sicuramente torto a più d'una; ma ho sondato abbastanza il terreno negli anni passati. Senza contare la mia esperienza diretta, da cui ho tratto conclusioni lampanti che mi impongono di starmene alla larga, salvo miracoli. Difendo i piccoli, se animati da buoni propositi, ma i piccoli non m'interessano: posso fare meglio di loro da solo - anche perché ci sono già passato, ho già avuto a che fare con un gran editor che non ringrazierò mai abbastanza, eccetera.) Oggi giorno esistono molte soluzioni e grandi possibilità. Così come le imprese stanno cambiando e diventano start-up, spesso formate da giovani sparsi ai quattro venti, allo stesso modo uno scrittore può affidarsi a liberi professionisti che sanno il fatto loro e ottenere lo stesso risultato che firmando un contratto con una CE, in termini di qualità, e in assai meno tempo; si spende denaro prima (non molto), ma si guadagnano royalties del 70% poi (quando invece i miei romanzi venivano venduti a 15€ e se vedevo meno di 1 euro venirmi in tasca era molto! - E sia chiaro, i veri mostri in questo caso sono i Distributori, non le CE; lo sapete). Inoltre, e non credo sia un dettaglio perché la caducità della vita che Herman Esse ci ha spiegato è realtà, con un CE di valore si aspettano all'incirca 18 mesi per vedere il pargolo in libreria e un altro anno per vedere i resoconti economici. Questo è normale per una CE medio grande e lo si capisce, ma se si può evitare ed essere più agili, perché no? Chiunque dica che è sempre meglio pubblicare con una CE, ci lavora. Un sorriso, Andrea P.S.: vero che gli editor professionisti sono grandi scuole di scrittura (mai come leggere, però). Resta il fatto che ce ne sono a bizzeffe che non lavorano bene, pur se professionisti. Una grande CE di solito vi dà un ottimo editor. Si spera non sia arrogante e di solito sono esattamente il contrario: cercano di sopperire all'arroganza degli autori con pazienza e raziocinio.
  11. s3nzanom3

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    Questo è l'esatto motivo per cui i ragazzini prodigio della scrittura sono soltanto una moda. Quando dico che sono cresciuto con autori come Michael Ende, ad esempio, e che ai miei tempi davano in pasto ai lettori più giovani Christopher Paolini come se fosse un fenomeno… be', parlo di questo. Un conto è una persona colta, di 40 anni, con la corretta sensibilità per scrivere ai ragazzi (e nel contempo agli adulti). Un conto è mettere quella responsabilità nelle mani di un adolescente. Il mondo editoriale è cambiato. In peggio.
  12. s3nzanom3

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    Ne ho anch’io, ma credimi che non è la stessa cosa… Sono ben fatte (alcune meglio di altre), ma non sono comparabili alla registrazione reale di un temporale che viene da lontano, passa sopra la tua testa e poi si allontana, con tanto d’insetti che ogni tanto ronzano attorno al microfono e uccellini reali che cinguettano in modo naturale.
  13. s3nzanom3

    Scrivere

    È questo, ma è talmente vecchio che... https://www.amazon.com/Echoes-Nature-Thunderstorm-Peter-Roberts/dp/B01MDSSV1H/ref=sr_1_7 Ciao!
  14. s3nzanom3

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    Allora perfetto: non ho più nulla da dire - a parte "continua così!". Sei lo stereotipo della scrittrice, mordicchi, scarabocchi negli angoli... LOL. Secondo il "Bullet Journal Method", che attinge a paper scientifici, scrivere su carta è il modo migliore per ricordare bene quanto si scrive. Ormai io ne sono incapace. Sono così tanti anni che digito, anziché scrivere, che mi fa perfino male la mano se scrivo per un'ora (e sono troppo lento). La musica io la uso soltanto in certe circostanze (tipo "scena epica" > Colonna sonora del "L'ultimo dei Mohicani". :D). Però sono cose puntuali. Per questo ho un temporale registrato a 360 gradi, immersivo. Una vera registrazione professionale, non quelle che hanno tappeto musicale new age che dopo 1 minuto vorrei spaccare tutto! (E dovrebbero essere rilassanti.) La musica, quella vera, avendo io suonato abbastanza in vita mia, distrae troppo anche me. Al massimo lo stesso brano ripetuto all'infinito, finché diventa sottofondo e se è d'atmosfera. Se è cantato, impossibile! Strumentale è l'unica via. Parole che si sovrappongono a parole nella mente non vanno bene, mi confondono. (Per questo se è musica, di solito è una colonna sonora - sono un fan del genere.) Grazie ancora per il tuo piccolo spaccato di scrittura. Apprezzo!
  15. s3nzanom3

    Scrivere

    Dovresti. I bambini sono saggi privi d'esperienza.
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