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Ippolita2018

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  1. Ippolita2018

    Nuova recluta

    Benvenuta, @Ardesia!
  2. Ippolita2018

    Arricchiamo il vocabolario

    Lutulento: impregnato o imbrattato di fango; melmoso, limaccioso. Traboccante impurità, specialmente dal punto di vista morale o stilistico.
  3. Tanti complimenti ai vincitori @AdStr, @Plata e @Mariner P, anche se non sono riuscita a leggere nemmeno un racconto perché l'horror mi fa troppa paura e lo splatter troppo schifo!
  4. Ippolita2018

    Il tempo del contatto

    Una poesia bella e intelligente, metricamente nitida, ricca di allitterazioni che disegnano un morbidissimo ordito di linee curve, interrotte da un'unica seducente linea retta: la ripetizione del verso (con minima variante) stringiamo nodi pertinenti a tanti. E se le Parche, inesorabili, distribuiscono i destini, filano il filo della vita e lo tranciano al momento stabilito, vi è però un luogo in cui il loro potere si vanifica: il "nodo disfatto", territorio pieno e vuoto al tempo stesso di tutte le prossimità perdute. Grazie, @Poeta Zaza.
  5. Ippolita2018

    Buongiorno a tutti!

    Benvenuto anche da me, @sergio pasqualini. Quali materie insegnavi?
  6. Ippolita2018

    Proposte di Gruppi di lettura e Iscrizioni

    @Ezbereth Benissimo, un saluto.
  7. Ippolita2018

    Non cadere

    Cara @IreneM, la tua eccezionalità risiede nella tua umiltà: fai uso di questo spazio per testare e modellare i tuoi scritti, plasmandoli e forgiandoli fino a che l'intuizione di un momento, facile a dileguarsi, non si sia fortificata e non abbia trovato l'unica struttura che le si addica. Questi tuoi versi mi appaiono timidi: se, come scriveva Valery, "una poesia deve essere una festa per l'intelletto", qui manca la danza. E non perché l'argomento sia intriso di amarezza - nonostante l'esortazione alla gratitudine -, ma perché si percepisce una staticità nella relazione tra le parole, che invece andrebbero lasciate libere di scorrazzare. Cosa, quest'ultima, che tu sai fare benissimo. A suggello del fatto che la poesia è qualcosa di inafferrabile e indefinibile, e per ringraziarti della tua generosità, ti riporto qui sotto - forse già li conosci - dei versi della poetessa polacca Wislawa Szymborska: Ad alcuni piace la poesia Ad alcuni – cioè non a tutti. E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza. Senza contare le scuole, dove è un obbligo, e i poeti stessi, ce ne saranno forse due su mille. Piace – ma piace anche la pasta in brodo, piacciono i complimenti e il colore azzurro, piace una vecchia sciarpa, piace averla vinta, piace accarezzare un cane. La poesia – ma cos’è mai la poesia? Più d’una risposta incerta è stata già data in proposito. Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo Come alla salvezza di un corrimano.
  8. Ippolita2018

    [Scrittura collettiva] Il treno dei personaggi perduti

    Grazie mille @Lizz, ho visto
  9. Ippolita2018

    Maria cercava

    Fra un miserere e un'estrema unzione, una moderna Bocca di rosa con esito funesto. Non mi provochi affatto: tocchi anzi materia piena di vita e domande. Ora non posso, spero di riuscire a soffermarmi presto. Grazie @Nerio
  10. Ippolita2018

    Scrittura Collettiva - Proposte

    Grazie cara
  11. Ippolita2018

    [Scrittura collettiva] Il treno dei personaggi perduti

    @Lizz Nemmeno questo c'entra col progetto di @Kotobi? Si chiamano tutti "scrittura collettiva"?
  12. Ippolita2018

    Scrittura Collettiva - Proposte

    @Lizz Ma questo non c'entra col progetto di scrittura collettiva di @Kotobi, vero?
  13. Ippolita2018

    La mia infanzia nell'accademia navale di Brindisi

    Ciao, @flambar. Questo è uno dei tuoi racconti più affascinanti: la scena di te piccolino che ti butti in mare e rimani impigliato per i capelli è bella e divertente, oltre ad avere illustri precedenti. Seguendoti mentre a cinque anni vai a caccia di porcospini col tuo pastore abruzzese, viene da pensare ai bambini di oggi e alle loro asettiche e controllatissime attività... Il filo rosso che lega molti dei tuoi racconti è costituito dal rapporto straordinario con gli animali: qui è ancora più significativo, perché il nuovo cane ti riporta alla vita. Gli stralci di quotidianità cui ci fai assistere sono sempre emozionanti e io apprezzo molto l'asciuttezza con la quale procedi. Interessante e commovente l'accenno allo zio Elio: sono d'accordo con @ LupoNero, secondo il quale meriterebbe una storia tutta sua; e sono in assoluto accordo anche con te, che non trovi di buon gusto allungare il brodo. Come promesso, ti riporto qui sotto il tuo racconto corretto: ho lasciato, come di consueto, intatto il tuo stile. Un saluto! La mia infanzia nell’Accademia navale di Brindisi Il desiderio di diventare un marinaio si manifestò perché trascorsi l'infanzia a casa di mio nonno materno, presso l'Accademia navale. Ero diventato la mascotte dei giovani cadetti dell'Accademia. La casa di mio nonno era distante una decina di metri dal mare: adoravo quel luogo e costringevo la mia giovanissima mamma a stare molto attenta, perché non appena si distraeva mi buttavo in mare, sia che fosse inverno sia che fosse estate. I cadetti, conoscendo questo mio modo di fare, si divertivano a distrarre mia madre e io, per conseguenza, mi buttavo in mare. Siccome ero ancora piccolino non sapevo nuotare, e come me neppure mia madre; per questo motivo i cadetti erano costretti a tuffarsi anche loro per salvarmi. Purtroppo una mattina si verificò una brutta avventura. Alla mia mamma piaceva che io lasciassi crescere i capelli molto lunghi: sfuggito alla sua attenzione, come al solito mi buttai in mare, ma rimasi impigliato con i capelli a uno scoglio sott'acqua. Fortuna volle che fuori di casa ci fosse la zia Susy, grande nuotatrice. Intuendo che stavo per annegare, senza esitare si tuffò in mare e, immergendosi, afferrò con forza i miei lunghi capelli e li tirò fino a lasciare una grossa ciocca impigliata nello scoglio: così facendo mi salvò la vita. La mia esuberanza era molto pericolosa; mio padre, pensando di placarmi, di ritorno da Isernia portò con sé un cucciolo di pastore abruzzese. Era un magnifico esemplare femmina dal colore bianco come il latte: la chiamai Diana. La sua età era intorno ai quattro/cinque mesi, e la mia tra i quattro e i cinque anni. Ben presto divenne mia amica di giochi e di avventure. Era una cagna formidabile. La mia mamma teneva in grande considerazione Diana, avendo valutato che faceva più attenzione di lei nel non perdermi d'occhio. Diana mi insegnò a catturare i porcospini, unica fonte proteica dell'epoca: in quegli anni infatti la repubblica italiana era molto giovane, e per colpa di una guerra disastrosa molta gente soffriva la fame... Ooohh! Fame! Fame! Noi, grazie a Diana e al suo talento naturale nello stanare la selvaggina e catturarla, la soffrivamo meno. Quando andavamo a caccia di porcospini, la cagna era sempre attenta che non facessi rumore ma, col mio carattere esuberante, pretenderlo era molto difficile. Tuttavia Diana mi faceva capire che dovevo stare zitto e muovermi con cautela per catturare quegli animaletti, altrimenti ci sarebbero scappati. Se non stavo alle sue regole mi mordicchiava, mi dava delle zampate o si teneva lontano da me. Purtroppo, per colpa di una incosciente derattizzazione, il pastore abruzzese morì. Per il forte dolore dovuto alla sua perdita, mi chiusi in me stesso. Non parlavo più, non mangiavo più! Dopo una settimana in quello stato, mia madre mi fece ricoverare con urgenza in ospedale. Ero denutrito e disidratato, e il bambino vivace di una volta non c'era più. Il pediatra, dopo aver saputo il motivo per cui ero ridotto in quelle condizioni, consigliò a mio padre e a mia madre di trovare un altro cucciolo di cane che potesse sostituire la mia Diana. Non ci fu rimedio. Vedendomi in quello stato, mio padre si disperava. Per salvarmi, decise di partire con l'elicottero di un suo amico e andare a Isernia presso i suoi parenti, con la speranza di trovare un cucciolo di pastore abruzzese simile a Diana. Giunto a Isernia, malauguratamente i suoi parenti si rifiutarono di donargli il cucciolo in questione, pur conoscendo la grave situazione. Scoppiò una violenta rissa: mio padre rimase ferito ma, nonostante tutto, riuscì a impossessarsi del cucciolo e a portarlo all’ospedale dove ero ricoverato. Le mie condizioni fisiche erano ormai gravissime: ero quasi esanime. Mio padre, per salvarmi da morte certa, mi chiedeva con insistenza di osservare il cane che aveva portato. Con le poche forze rimaste guardai il cucciolo, che in quell'istante si era messo in una posizione che colpì la mia curiosità... Finalmente il cucciolo riuscì a fare il miracolo... dopo giorni e giorni che non parlavo né mangiavo, esclamai: «Papà! Sembra un guerriero!». Nell'ospedale ci fu una esplosione di gioia: finalmente avevo parlato, e mio padre, felicissimo, mi disse che lo avremmo chiamato Guerriero. Mi ripresi subito e tornai a casa. Trascorsi alcuni mesi, ci fu un grave lutto in famiglia. Morì lo zio Elio, fratello minore di mia madre: aveva appena diciott'anni, era un bel ragazzo alto e forte. A quanto si dice, proprio per questa sua potenza, a causa di uno sforzo, ruppe qualche organo interno e in poco tempo ne ebbe la morte. Tuttora, le grida di dolore di mio nonno echeggiano indelebili nelle mie orecchie: Eliu... Eliu... Eliu... per tutta la notte nel porto si sentirono le grida di un padre disperato che chiamava il figlio morto. L'intera città di Brindisi voleva bene a zio Elio. Per trasportare la sua bara al cimitero usarono una grande carrozza funebre di color nero, trainata da otto cavalli neri. Sembrava il funerale di un principe. In verità mio zio Elio, pur non essendo un principe, poco gli mancava per esserlo. (Frase anacolutica: a me piace molto e la lascerei così.) Infatti, approfittando del suo fisico prestante, nuotando di notte in perfetta solitudine si avvicinava alla banchina dell'arsenale, dove erano ammucchiate tonnellate di ferro e col rischio di essere ammazzato da una sentinella armata. Pezzo per pezzo, nel massimo silenzio, trascinava sott'acqua i blocchi pesanti di ferro per poi venderlo. Il ricavato veniva diviso tra le famiglie più bisognose per alleviare i morsi della fame di coloro che abitavano nelle baracche della zona denominata Corea (adesso al suo posto c'è la caserma della Guardia di finanza). Cominciai le scuole elementari. Guerriero aveva preso l'abitudine di accompagnarmi a scuola; poi, puntualmente, mi riaccompagnava a casa. Un maledetto giorno, nell'attraversare la strada, un cavallo che trascinava un carretto scalciò proprio nelle mie vicinanze, e io mi spaventai. Guerriero, credendomi in pericolo, attaccò il cavallo uccidendolo, e il carrettiere per la paura sparì di colpo. Qualcuno allertò i carabinieri con l'intenzione di fare uccidere il cane: mio padre, però, era già partito per Isernia per riconsegnarlo ai suoi parenti. Quando tornò a casa, iniziarono i preparativi per emigrare in Brasile. 
  14. Ippolita2018

    L'ultimo film che avete visto

    Ho visto First man – Il primo uomo e mi è piaciuto molto. Racconta la storia dell’aviatore e astronauta Neil Armstrong nei sette, otto anni che precedettero lo sbarco sulla luna il 20 luglio del ’69, intrecciata con quella dei molti suoi colleghi che persero la vita nei tentativi che consentirono l’evento epocale. Il regista incastra lo spettatore nelle claustrofobiche navette insieme agli astronauti: ogni rumore, vibrazione, sussulto metallico viene restituito scala uno a uno, e la realtà amarissima in cui si svolgevano quelle prove e quei viaggi ha reso ai miei occhi quegli eroi ancora più luminosi. Nessuna retorica nel narrare il tormento di queste morti e il coraggio di continuare a provare; nessuna retorica nel resoconto di quello che secondo me costituisce l’intima bellezza del film: il tentativo del protagonista di dimenticarsi, di uscire da sé stesso per trovare una ragione allo strazio della perdita della piccola figlia, morta di tumore a due anni. Egli calpesta il suolo lunare con il volto della bambina negli occhi e nel cuore, e lascia andare in un cratere il minuscolo braccialetto che le era appartenuto. Sembra quasi che tutta la missione sia finalizzata a questo gesto simbolico: custodire in un altrove quel dolore devastante che gli impediva di amare gli altri figli, proteggendolo fuori da sé, nel buio dello spazio.
  15. Ippolita2018

    Aforismi

    Questo è di Seneca, ma non ricordo esattamente da quale delle sue opere provenga. Sottolinea quanto sia importante delineare obiettivi precisi: Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuole approdare.
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