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Mene

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  1. Mene

    Meucci Agency

    Anche io sono riuscita a inviare.
  2. Mene

    La spazzasfilata

    @Adelaide J. Pellitteri Vero, non lo avevo visto in quest'ottica, sono d'accordo! @Kikki Ottime scelte ma mi fa morire!
  3. Mene

    La spazzasfilata

    @Kikki anche secondo me andrebbe bene solo Agostino, delfino algerino, ma non mi convince perché c'è già Luigi che è un pinguino argentino. Mi sono divertita un po' a cercare altro Io propongo: Agostino, delfino ballerino Rosa, la foca sciantosa (per via del tubino verde, ma ho trovato anche giocosa, vanitosa, capricciosa, formosa, generosa, radiosa, golosa) Uga, la tartaruga in fuga (con Uga si riesce a fare pochino come rima) Ne ho trovati anche due non richiesti (mi stavo divertendo troppo): Gorgonella, la sirena più bella Ciro, il granchio da capogiro Ho pensato pure a Caterina, l'orca assassina (l'ho detto che mi stavo divertendo?)
  4. Mene

    Erano solo piante...

    @stefia grazie per il tuo commento! Non le separerei con un punto ma con una virgola: "Non che non le venisse in mente niente da dire, ne aveva di argomenti che le frullavano per la testa, ma aveva ragione Carla, erano tutte cose di cui avevano già parlato fino alla nausea" A parte che non so se è corretto iniziare una frase con un "Ma", io trovo che starebbero meglio se stessero insieme. In effetti hai ragione, la virgola ci sta proprio bene. Ho questa tendenza a fare frasi brevi, forse a volte esagero. Ti ringrazio tanto per la segnalazione del "ma" a inizio frase, anche perché lo uso spesso. Ho controllato e, se ho capito bene, si può usare. Ho tirato un sospiro di sollievo. Beh, non è rassicurante trasformarsi in un vegetale, io un po' di panico ce l'avrei per quanto adori le piante. L'idea è che le piante abbiano silenziosamente preso il sopravvento creando una foresta impenetrabile intorno alla cittadina. Gli umani non sanno di preciso quali siano le loro intenzioni, del resto sono piante e non parlano. Sanno soltanto che quando qualcuno ha provato a ribellarsi apertamente è stato trasformato in un albero. Per quanto riguarda quello che succede a quelli che tengono un profilo basso si ritrovano queste piante che gli crescono addosso senza sapere cosa succederà. Le piante che crescono sui corpi cambiano di continuo in modo imprevedibile, perciò Barbara fa questa domanda. Non so se riuscirò mai a rinunciare ad almeno una battuta finale, è più forte di me! Grazie ancora! @chesterfield Grazie anche a te! Devo ammettere che mi è venuta voglia di sviluppare bene questa storia, sono troppo curiosa di scoprire come finisce! L'immagine del bar è fantastica, mi è venuta voglia di birra!
  5. Mene

    La spazzasfilata

    @Kikki Racchiuderei uno per uno tra due virgole. Ho fatto casino perché ho quotato e le ho aggiunte io, era impossibile da capire!
  6. Mene

    Nello spazio nessuno può sentirti urlare

    @stefia Ciao! Questo racconto è un vero incubo! Nel senso più bello che si possa intendere. L'ho letto qualche giorno fa e ancora ci penso e mi sento camminare insetti addosso! Tra l'altro ero molto stanca, subito dopo mi sono addormentata e l'ho rivissuto nel sogno. Brava!
  7. Mene

    Erano solo piante...

    @Adelaide J. Pellitteri Ciao, grazie per il tuo commento! La trama è quella che hai descritto. Rimangono molti punti oscuri su quello che è successo prima, quello che succederà dopo, come le piante abbiano preso il potere ecc. L'ho considerato un po' come un'istantanea in una storia più ampia in cui il lettore è libero di fantasticare. Non voglio sostenere che sia stata una buona idea, in realtà sono io la prima a voler capire se può funzionare o meno. Non sono abituata a scrivere racconti brevi e faccio un po' fatica a prendere le misure. Il fatto che possa essere considerato autoconclusivo o meno era il mio dubbio principale, quello a cui volevo trovare una risposta qui. Quindi ho davvero apprezzato il tuo commento, mi hai detto esattamente quello che volevo sapere. Grazie!
  8. Mene

    Erano solo piante...

    Barbara era nervosa quando bussò all’uscio di Carla. Sentì una voce arrivare dall’interno della casa: «È aperto, Barbara.» Lei sussultò e aprì la porta. Carla era in piedi davanti al grande tavolo della cucina, stava impastando qualcosa dall’aspetto appiccicoso. «Scusa se non sono venuta ad aprire. Non mi andava di sporcare tutto», le disse mostrandole le mani impiastricciate. Barbara andò a sedersi vicino a lei: «Come facevi a sapere che ero io?» Carla alzò un sopracciglio: «Sono mesi che vieni ogni giorno a dirmi le stesse cose e ogni giorno bussi nello stesso, identico modo.» Barbara si mise sulla difensiva: «In che modo?» Carla fece un sospiro: «Barbara, non possiamo fare sempre la stessa conversazione, te ne rendi conto?» L’amica si limitò a rimanere seduta, con un’espressione neutra sul volto. Non che non le venisse in mente niente da dire, ne aveva di argomenti che le frullavano per la testa. Ma aveva ragione Carla, erano tutte cose di cui avevano già parlato fino alla nausea. Anche se non riusciva proprio a rassegnarsi. Allungò la mano soprappensiero e si mise a giocherellare con le briciole sfuggite dall’impasto. «Dai, ora non fare l’offesa, Barbara. Mi farai sentire in colpa.» Lei si limitò ad alzare le spalle. Carla si concentrò sulla pasta del pane. La divise in cinque parti e diede a ognuna una forma arrotondata con pochi, abili gesti delle mani. Sistemò con cura le pagnotte su una spianatoia infarinata e le ricoprì con una tovaglia. Prese una manciata di farina e se la strofinò tra le dita per ripulirle dai pezzetti di impasto rimasti attaccati. Poi andò al lavandino e le lavò, soffermandosi sulle unghie, senza fretta. Quando ebbe finito prese un canovaccio e, asciugandosele, andò a sedersi accanto all’amica. «Barbara, non puoi continuare così, andrai fuori di testa.» A Barbara non piacque il tono con cui aveva detto quelle parole, le suonò un po’ troppo paternalistico. Era risentita e non fece niente per nasconderlo: «Secondo me siete voi che siete andati tutti fuori di testa. Non capisco come possiate accettare tutto questo.» «Va bene, sentiamo allora. Cosa dovremmo fare, secondo te?» «Non lo so, ma dovremmo combattere, di questo sono certa. E invece voi vi siete arresi, ma come fate?» «Come fai tu a chiedermi una cosa del genere. Sai bene quanto me cosa è successo a chi ha cercato di ribellarsi. E sai cosa? No, grazie, non ci sto a fare quella fine.» Tacquero per un po’. Fu Barbara a rompere il silenzio: «Credi che fuori stia succedendo la stessa cosa?» «Mi sono fatta tante volte questa domanda, mi chiedo se ci sia ancora un fuori.» «Ma se, per ipotesi, riuscissimo a fuggire, a oltrepassare la foresta...» «Zitta!» Carla la interruppe bruscamente. «Non devi parlare di queste cose, non con me, non in casa mia. Mai. Hai capito? Mai.» Barbara si guardò intorno circospetta: «Pensi che ci possano sentire?» Carla si alzò in piedi: «Seguimi.» L’amica le andò dietro. Si fermarono davanti alla grande finestra del soggiorno. Carla scostò la tenda e, indicando un albero al centro del prato, le chiese: «Lo vedi quello? Lo riconosci?» Barbara scosse la testa, sapeva solo che fino al giorno prima quell’albero non c’era. «Eppure dovresti, ha abitato qui di fronte per anni.» Guardò meglio, sul suo viso si dipinse un’espressione di orrore. Riuscì a malapena a sussurrare: «Giorgio.» A prima vista sarebbe potuto sembrare un albero di noci, eppure tra i nodi della corteccia riusciva a distinguere i lineamenti contratti del volto del vicino. Ormai sapeva che niente poteva più essere dato per scontato quando si trattava di uomini e di piante. Ogni giorno le capitava di ripensare alla sua maestra delle elementari che spiegava la differenza tra il regno vegetale, animale e minerale. La consolava ripensare a quell’epoca in cui la razza umana poteva ancora trincerarsi dietro a solide certezze. Altri tempi, l’albero Giorgio ne era l’esempio macabro e concreto. Gli occhi le si riempirono di lacrime. Carla richiuse la tenda: «Anche lui ultimamente se ne andava in giro a fare discorsi come i tuoi. Andiamo, ribelliamoci, abbattiamo le piante e creiamo un varco per fuggire. Ma lo sapeva lui, come lo sappiamo noi, che quelli che ci hanno provato ora sono lì a infittire la foresta. E piangono, li ho sentiti con le mie orecchie. Sembrano alberi, ma lì dentro ci sono ancora esseri umani, condannati a essere proprio quello che stavano cercando di combattere.» «È orribile, le piante non dovrebbero tenere prigionieri gli uomini, non è giusto.» «Ci puoi scommettere che non è giusto, ma questi sono i fatti. Ora comandano le piante e noi siamo inermi di fronte al loro potere. Barbara, o trovi il modo per sconfiggerle o è meglio che tu la smetta di torturarti, credimi.» «Quindi tu pensi che dovremmo...» «Fare finta di niente, questo dobbiamo fare. Io non voglio ritrovarmi albero, almeno finché riuscirò a evitarlo. Solo così sento di poter coltivare ancora una speranza che un giorno tutto questo finisca.» Barbara si asciugò le lacrime: «Ci posso provare.» Carla le diede una pacca affettuosa sulle spalle. Ritrasse istintivamente la mano, qualcosa l’aveva punta. Si guardò il dito, sulla pelle affiorò una goccia di sangue. «Ma che diamine è?» chiese sgranando gli occhi. Barbara si sbottonò la camicetta, se la sfilò e mostrò la schiena all’amica: «Mi dispiace, avrei dovuto avvertirti. Questa settimana sono nate le rose.» Carla guardò ammirata i boccioli di un rosa tenero. «Posso?» chiese. Barbara fece cenno di sì. Avvicinò il viso ai fiori e ne aspirò l’aroma, indugiando a lungo. «Accidenti, sono le rose più profumate che abbia mai annusato», le disse con lo sguardo pieno di ammirazione. «E tu? Hai qualche fiore nuovo questa settimana?» Carla sospirò, si abbassò i pantaloni, scoprendo le gambe verdi: «Macché, io questa settimana solo gramigna.»
  9. Mene

    La spazzasfilata

    @Kikki Ciao! Complimenti, davvero un bel racconto, a me è piaciuto molto. Ho apprezzato il tono leggero con cui hai affrontato un tema tanto drammatico. Paradossalmente questa presentazione dei vari personaggi in maniera "divertente" mi ha fatto sentire ancora di più il contrasto con quella che è l'amara realtà. Un piccolo appunto lo farei sui nomi, ma è di carattere strettamente personale. Questi li ho trovati adorabili. Gli altri, senza le rime, non mi suonano altrettanto bene. Intendiamoci, li ho trovati molto gradevoli, non è che siano brutti. Ma il gioco che hai fatto con questi quattro è talmente carino che avrei voluto lo avessi esteso a tutti. Metterei una virgola tra magro e magrissimo. Non voglio infierire, hai tutta la mia solidarietà. Divertente! Sbattono, refuso. Aggiungerei le virgole. Tutti, refuso I dialoghi mi sono piaciuti molto, li ho trovati ben strutturati e "realistici", a parte i due punti esclamativi già segnalati, anche io li aggiungerei. Bello il modo in cui la storia è tutta raccontata dai protagonisti in modo molto equilibrato. Per come è scritta la storia la trovo adatta sia a bambini che ad adulti e questo è davvero un ottimo risultato. Sei riuscita a non esagerare mai, il tono scherzoso, mai eccessivo, è spalmato lungo tutto il racconto, l'ho apprezzato. Tra l'altro per essere un racconto breve ci sono un mucchio di personaggi, ma non ho fatto alcuna fatica a seguirli tutti. Per quanto riguarda il titolo a me è piaciuto molto. Credo che dipenda dal fatto che ne ho subito afferrato il senso, ma potrei aver avuto una botta di fortuna in questo senso, onestamente non te lo so dire. Grazie per questo bel racconto!
  10. Mene

    Le mosche hanno un'anima?

    @Floriana Ciao! Grazie per essere passata anche qui, mi ha fatto molto piacere. Ti chiedo scusa per non averti risposto subito, non ho avuto tempo in questi giorni. Ma no, tranquilla, anche io ho fatto lo stesso nel primo commento che ho postato Grazie! Anche secondo me l'incipit può essere migliorato, solo mi piacerebbe mantenere Claudia protagonista da subito, non mi convince partire col postino. Pezzo scorrevole. Sottolinerei di più ciò che scrive inserendo o i trattini oppure i punti caporali e (magari anche il corsivo) Sai che non ho capito dove dici di mettere i trattini o i caporali? Esagerata per un minuscolo animale? Sono odiosa ma in un testo bisogna essere coerente. Qui mi hai strappato una risata! In effetti il racconto è tutto un po' surreale eppure questa descrizione è reale. Quelle racchette sono micidiali e ti assicuro che la mosca letteralmente "frigge" con tanto di fumo puzzolente. Io avrei scritto: tenerli impegnati tutto il giorno. Buona idea, mi piace. In effetti ero indecisa se aggiungere le virgolette, temevo di esagerare ma credo che le metterò. L'idea è che Claudia prenda una racchetta già fatta e la modifichi aggiungendo il collegamento alla app per realizzare il prototipo. Poi se le fa costruire in serie con le personalizzazioni. Intendevo proprio che allevavano insetti per poi poterli accoppare con la racchetta per fare punti nel gioco. esagerazione! Esageratissimo! Sono andata a capo per distinguere le varie fazioni dei contrari a Claudia. Mi è sembrato che così diventasse meno difficile da seguire. Ritmo troppo veloce. L'intenzione era rendere il modo di parlare della parrucchiera, cioè di getto come è nella sua natura di chiacchierona. L'ho immaginata come una di quelle signore di una certa età che dicono pane al pane e vino al vino. Forse ho esagerato. La frase non mi convince. La frase vuole essere spontanea, parlata. Claudia è emozionata e impacciata mentre spiega. Inoltre non è sicura che la sua interlocutrice sia in grado di comprendere termini tecnologici, perciò cerca di parlare semplice. Qui non riesco a comprendere quello che vuoi dire Intendo che è il classico pezzo grosso con la puzza sotto il naso, perciò evita di dare confidenza a chiunque. Uno che guarda gli altri dall'alto in basso. Non ripetere ragazzo La ripetizione era voluta ma rileggendo ora la frase devo ammettere che verrebbe bene anche senza ripetere. Credo che terrò solo il primo ragazzo, mi piace di più. Se prima la temeva , tutto ad un tratto più? Sì, non lo teme più perché ha un aspetto innocuo. Personalmente trovo la frase macchinosa. Un po' lo è, è innegabile. Secondo me, il ritmo è veloce In effetti è veloce, ma lei sta scappando a gambe levate. Nel senso che erano tutti talmente presi dalla faccenda da perdere il lume della ragione, totalmente appassionati. Ancora mille grazie!
  11. Mene

    La casa

    @Floriana Ciao! Grazie per aver avuto la pazienza di leggere il mio racconto. Cancellerei: noi due Sostituirei: soli con sole perchè i soggetti sono femminili Perché femminili? La casa è femminile ma il protagonista è un uomo. Sempre riferito al protagonista. Non ho capito perché mi suggerisci il corsivo e i trattini, non mi sembra una frase che meriti di essere messa in risalto. Le presenze. Intendi un inciso? Se sì, trovo che renda le frasi meno scorrevoli, in genere lo uso solo se è proprio indispensabile. Se mettessi "reale" dovrei poi togliere "in carne e ossa" alla fine della frase successiva. Mi sembra un po' forte la parola reale riferita a una persona che lui sa essere vera, ma con cui non riesce a interagire. Segue vuol dire che compie un rituale ben preciso. In questo caso, visto che il protagonista ha un'idea piuttosto vaga di quello che fa Lucia preferisco usare un termine più generico. Questa frase può sembrare superflua ma serve, a mio sindacabilissimo parere, a dare spessore al personaggio. Lui è diffidente, non vuole dare confidenza al prete, pur percependolo come una figura da rispettare. Pretino ha un senso blandamente dispregiativo, una volontà di sminuire la sua figura da parte del protagonista. Si trova di fronte a una persona giovane e dubita che possa essergli d'aiuto. Contengono qualcosa di irresistibile: lui è un uomo rimasto in sospeso tra due realtà e questo gli crea un profondo conflitto interiore. Le parole sono irresistibili perché in fondo quello che vuole è tornare al suo posto accanto alla moglie e agli amici. Ma in questo momento del racconto non ha ancora preso atto della sua natura e vive un tormento, si oppone al suo destino ma comincia a intuire qualcosa. Per quanto riguarda l'ultima frase, forse non sono stata chiara. Il prete, nel momento in cui avviene la scena, è anziano. Il protagonista lo vede giovane come quando lo frequentava ai tempi della disgrazia (si conoscevano, più in là dirò che ha battezzato suo figlio). Nel momento in cui comincia a prendere coscienza della realtà (ovvero che sono passati tanti anni e che anche lui è un fantasma) gli appare così com'è, anziano. Rimane spiazzato perché riconosce gli stessi occhi grigi nel giovane e nell'anziano e non sa spiegare una trasformazione così radicale in un attimo. Sì, esatto. Che vuol dire stizzito? Infastidito, seccato, spazientito. Il prete sente di avere svolto una missione importante, ha aiutato un'anima a tornare al suo posto. Qualcosa di altamente spirituale che cozza con l'atteggiamento un po' troppo pratico dei nuovi proprietari che vogliono solo la risoluzione del loro problema. determinata. La moglie segue il marito che è determinato. Sì, mi rendo conto quanto sia difficile seguire un racconto lungo. Devo imparare a racchiudere in meno parole una storia sensata, ci proverò. Sicuramente ho bisogno ancora di molto esercizio! Grazie ancora per il tuo commento.
  12. Mene

    La casa

    @AndC Grazie di nuovo! Perfetto, mi ci divertirò un bel po'! Grazie per le dritte. Questo mi fa davvero piacere perché è un aspetto a cui tengo moltissimo, sia in quello che scrivo che in quello che leggo. Sì, questo è chiaro, non prendo le tue parole come oro colato ma come base da cui partire per migliorare. Questa esperienza sul forum si sta rivelando preziosa perché ho notato che le parti che convincono di meno gli altri sono le stesse su cui ho avuto dubbi o incertezze. E questo mi fa capire che, tutto sommato, ho una capacità di giudizio migliore di quanto pensassi, è una bella conferma. Fermo restando che la verità universale non esiste, adoro libri che ad altri fanno accapponare la pelle e rimango basita quando qualcuno parla di un libro che io definisco passabile come di un capolavoro. Grazie ancora!
  13. Mene

    La casa

    @AndC Ciao! Grazie per il tuo bellissimo commento, contiene degli spunti davvero preziosi per me. La trama non è niente di originale, lo so, del resto non voleva esserlo. L'ho scelta perché è un argomento che mi affascina e volevo provare a muovermi su atmosfere più cupe. Inoltre ho voluto sperimentare la narrazione in prima persona che mi lascia sempre un po' spiazzata per la difficoltà/impossibilità di approfondire i pensieri di più di un personaggio. Se ho capito bene cosa intendi dire, secondo te avrei dovuto inserire lo spiegone direttamente nella storia del protagonista. Forse sì, avrei dovuto. Questa osservazione mi sta facendo riflettere molto. Mi sono chiesta perché ho scritto l'ultima parte e mi sono data due spiegazioni possibili. La prima è l'ansia del principiante di far capire al lettore esattamente cosa voglio dire, vorrei non lasciare alcun dubbio in sospeso. E su questo mi riesce davvero difficile essere obiettiva e distinguere cosa è indispensabile dire e cosa può essere considerato superfluo. Si riescono a prendere meglio le misure col tempo? La seconda spiegazione potrebbe essere l'ansia di correre a rifugiarmi nel racconto in terza persona in cui tutti hanno una voce e anche tirare un sospiro di sollievo con dei personaggi un po' più leggeri, finora a me più congeniali. Le ripetizioni sono un mio cruccio, per quanto ricontrolli ne scappa sempre fuori una. Non ho capito bene questo trucchetto, puoi spiegarmelo a prova di idiota? Mi faresti un gran favore! Gongolo leggendo queste parole ma sono consapevole di non meritarle. In realtà quando inizio un racconto non ho la più pallida idea di dove andrò a parare. Parto da un personaggio, lo metto in una situazione e rimango a guardare cosa succede. A volte niente e allora butto tutto senza rimpianti. A volte invece mi danno soddisfazione e nasce qualcosa. Paradossalmente credo che questo svelare poco a poco la storia sia dovuto proprio al fatto che io per prima la scopro mentre scrivo. Non so quanto possa essere una tecnica valida ma non riuscirei a fare diversamente (almeno per ora). Sulla storia della tazza di caffè sono stata molto indecisa e ammetto di esserlo ancora. All'inizio ho commesso un grosso errore, Lucia portava due tazze di caffè. Poco realistico, visto che lei sapeva che solo il prete era un uomo reale. D'altro canto il protagonista non sa di essere un fantasma. Per come la vede lui Lucia è davvero la sua domestica e la conversazione col prete è del tutto reale. Il punto è che quando scrivo una scena con più personaggi cerco di capire quale possa essere la reazione plausibile di ognuno di loro. E secondo me, in questo caso, il protagonista non può non notare il fatto che Lucia (la sua domestica) ha portato una sola tazza di caffè. Sarebbe troppo strano se non lo facesse. Però, ripeto, c'è qualcosa che non mi convince, sono giunta alla conclusione che la soluzione migliore sia eliminare del tutto questa parte. Per quanto riguarda Lucia è una presenza reale della casa e fa quello che il protagonista la vede fare, ovvero le pulizie. Solo che, a differenza di quanto crede, non è lui il suo datore di lavoro ma i nuovi proprietari della casa. Sono loro che le chiedono di fare qualcosa per il fantasma e a quel punto lei chiama il prete. Il protagonista è convinto di interagire con lei ma nella realtà non avviene. Qui ho fatto esattamente l'opposto rispetto allo spiegone della terrazza, ho lasciato tutto un po' vago, chiedendomi se non risultasse troppo vago e con la voglia di spiegare per filo e per segno tutto di lei. Forse avrei dovuto trovare una via di mezzo in entrambe le situazioni? Mi viene voglia di riscrivere questo racconto da ognuno degli altri punti di vista. Potrebbe essere un esercizio utile o sarebbe solo una perdita di tempo? Concludo ringraziandoti, ancora di cuore, grazie!
  14. Mene

    La casa

    Commento: Amo la mia casa, ci somigliamo noi due. Siamo decadenti ma eleganti, imponenti ma aggraziati, nonostante i nostri difetti. Per esempio io ho un naso adunco e un paio di denti storti, lei ha una parte di pietra e una di legno e un terrazzo su un lato che sporge asimmetrico. E siamo soli, molto soli. Finché non cala la notte. È in quel momento che questo posto diventa affollato. È successo tutto in modo graduale. Prima c’è stata la sensazione di non essere solo nella stanza, poi la sensazione si è trasformata in certezza. Non ho capito neppure che nome dare a queste cose. Presenze? Fantasmi? Allucinazioni? So solo che, col passare dei mesi, sono diventate sempre più tangibili. Non materiali, certo, non le posso toccare per dirne una. Voglio solo dire che ho capito che c’erano. Un attimo prima vivevo nel dubbio che fosse tutto nella mia testa, un attimo dopo ero consapevole di trovarmi di fronte a qualcosa di concreto. Ci ho messo un po’ a capire la natura di questa gente che si aggira per la casa. Ammetto che all’inizio propendevo per le allucinazioni, visto che non riuscivo a focalizzarle bene, me la sono fatta sotto dalla paura. Bevevo. Da prima dell’inizio di tutta questa storia. Non troppo, solo quel tanto che bastava a perdere il contatto con la realtà al calare del buio. Ironia della sorte, per combattere la solitudine. Ogni benedetta sera. Mi piaceva bere, provavo un grande sollievo a rifugiarmi nella consapevolezza che la parte lucida della mia giornata non sarebbe durata oltre il tramonto. Solo che poi sono arrivati loro e ho dovuto fare i conti con la realtà. Smettere di bere mi è sembrata l’unica strada percorribile. Non è stato facile, accettare tutta quella lucidità mi terrorizzava. Ma mi terrorizzava ancora di più perderla del tutto la lucidità, così mi sono buttato in quest’impresa con determinazione e ci sono riuscito. Ero fiero di me stesso, convinto di avere eliminato questo spiacevole effetto collaterale. Solo che a quel punto loro, invece di sparire, sono diventati ancora più reali. Si sono insinuati fino in fondo nella mia vita e ho imparato a conoscerli. Non si può dire che siano sfacciati, tutt’altro. Amano starsene per conto loro, senza badare a me, da questo punto di vista non mi danno fastidio. Ma ci sono e non posso ignorarli anche se loro, per fortuna, sembrano ignorare me. Accompagnano le mie serate, mi circondano, da soli o in gruppetti. Se ne vanno in giro, si spostano, me li trovo sempre tra i piedi. È come se vivessimo in due realtà parallele, io posso vederli mentre loro non possono vedere me. Non è così che immaginavo i fantasmi, ammesso che siano fantasmi. L’unica altra presenza nella mia vita è Lucia. Di lei non so praticamente niente, non so se ha una famiglia, dei figli, non so dove abita, ma almeno so che è una persona in carne e ossa. Avevo bisogno di qualcuno che badasse a questa grande casa, sembra assurdo ma non ricordo neppure come l’ho trovata. È come se si fosse materializzata davanti alla mia porta, dal nulla. Lucia arriva tutti i giorni alla stessa ora, preannunciata dal rumore insopportabile della sua marmitta scassata mentre il suo fuoristrada arranca su per la strada dissestata. È una donna solida come un tronco di quercia, grossi scarponi sformati le radici, i capelli scompigliati le fronde. Efficiente, parcheggia e si mette al lavoro, lustra la casa da cima a fondo. L’unico problema è che parla un dialetto stretto di cui non capisco nulla, ho provato tante volte a scambiare qualche parola con lei ma non c’è niente da fare. Ammetto che ora cerco di evitarla, mi imbarazza questa impossibilità di comunicare. Ma c’è una cosa che mi ha colpito di lei fin dal primo giorno che ha messo piede in questa casa. Ogni volta che entra in una stanza esegue una specie di rituale. L’ho vista farsi il segno della croce e mormorare parole incomprensibili, una preghiera forse. Quando i miei ospiti sono diventati una presenza fissa, prendendo possesso della mia casa ogni giorno al tramonto, ho agito d’impulso e ho chiesto aiuto a lei. Impossibile comprendere la sua risposta, ma oggi si è portata dietro un prete. Me lo presenta e, come al solito, non capisco niente. Per fortuna il prete è abbastanza perspicace da capire che non ho capito. Mi tende la mano: «Io sono padre Bruno.» Gliela stringo. «Venga padre, andiamo nel mio studio» gli dico subito dopo. Mi sento in imbarazzo, non sono abituato a parlare coi preti, mi hanno sempre messo soggezione. Comincio a maledirmi per aver chiesto aiuto a Lucia, dovevo aspettarmelo che è una persona superstiziosa. L’uomo si siede su una poltrona, io mi sistemo di fronte a lui. Intanto ne approfitto per osservarlo. È giovane, molto più giovane di quanto mi sarei aspettato da un prete di un paesino isolato. E siccome non so cosa dire è così che esordisco: «Lei è molto giovane, padre.» Mi sorride. «È vero, sono giovane. Ma le assicuro che sono più che qualificato per affrontare il suo caso.» «Il mio caso...» «Sì, Lucia mi ha raccontato tutto.» Mi guarda come se si aspettasse un cenno di assenso da parte mia. Mi guardo bene dall’accontentarlo. Ma il pretino non si arrende e prosegue: «Signor Carlini, sappiamo benissimo entrambi cosa sta succedendo in questa casa.» Mi guarda di nuovo e io di nuovo rimango impassibile. Mi sento a disagio, la mia infanzia cattolica mi impone soggezione nei confronti dell’abito che l’uomo seduto di fronte a me indossa. Al contrario, la sua giovane età mi induce a non riporre molta fiducia nelle sue doti, che esperienza potrà mai avere. Padre Bruno non si arrende: «Se vuole posso andare via, anche subito. Solo mi pareva di aver capito che lei avesse chiesto aiuto a Lucia.» Distolgo lo sguardo dal suo viso pulito, sono indeciso. Per fortuna veniamo interrotti da Lucia che irrompe nello studio portando un vassoio con una tazza di caffè fumante e un piatto di biscotti. Mi chiedo perché abbia portato una sola tazza di caffè, non è stato gentile da parte sua. Lei non dice una parola, si limita a depositare tutto sul tavolino che mi separa dal prete e si dilegua. Nonostante sia una donna massiccia, quando vuole riesce a essere incredibilmente silenziosa. Prendo tempo porgendo la tazza al prete e offrendogli il piatto coi biscotti che lui rifiuta con un gesto della mano. Continua a guardarmi dritto in faccia, ogni volta che gli lancio un’occhiata mi ritrovo i suoi occhi grigi puntati addosso. «Escono dopo il tramonto, vero?» mi chiede a bruciapelo. La domanda mi spiazza perché questo io non l’ho raccontato a Lucia. Mi ritrovo ad annuire mio malgrado e poi all’improvviso ho un’intuizione e non riesco a trattenermi dal domandare: «Lei sa chi sono, vero?» Questa volta è lui che si limita ad annuire. Dopo un po’ ricomincia a parlare: «Signor Carlini, non creda che quello che sta succedendo qui sia un evento raro. Certe cose esistono e basta. Le case sono dei luoghi che negli anni si riempiono di emozioni: gioia, paura, preoccupazioni, amore, disperazione. Potrei continuare all’infinito. Le pareti sono come delle spugne, assorbono un po’ dell’energia di ognuna di queste emozioni. Spesso, anzi diciamo pure sempre, la cosa si ferma lì e solo un animo molto sensibile può riuscire a percepire qualche residuo. Ma quando in una casa succede un evento molto brutto, qualcosa che coinvolge molte persone, beh, allora quello che rimane è un po’ più di qualche residuo.» Lo osservo, quest’uomo sa molte più cose di me su questa casa, il suo non è certo un discorso scelto a caso per fare conversazione. «Va bene padre. Mettiamo, per ipotesi si intende, che quello che lei dice sia vero.» Mi blocco, lui aspetta che io finisca la frase, ma mi rendo conto che non so come proseguire. Lo guardo, consapevole che il mio sguardo contiene una richiesta d’aiuto e che questo mi pone in una condizione di inferiorità. «Le parlano?» mi chiede. Sospiro, non ho altra scelta che andare avanti: «No, parlano solo tra di loro. Per ora. All’inizio erano solo ombre, niente più che un’intuizione nel buio. Sa come succede, immagino.» Padre Bruno mi sorride comprensivo. «E ora invece riesce a vederli meglio, vero?» Sono costretto ad ammettere che ha ragione: «Sì, man mano sono diventati più nitidi.» «Riesce a descrivermeli?» Mi concentro: «Sono uomini e donne, ci sono anche un paio di bambini. Sono tutti molto eleganti, le donne soprattutto sono bellissime.» Padre Bruno annuisce: «C’è una donna che ha notato in particolare, signor Carlini?» Ci devo riflettere un po’ prima di rendermi conto che è proprio così, c’è una donna che risalta sopra ogni altra. L’ho notata non solo perché è la più bella ma perché, a differenza degli altri, se ne sta sempre per conto suo. Quando, sera dopo sera, la sua immagine è diventata più chiara ho cominciato a scorgere sul suo volto una velata malinconia che ne esalta ancora di più i lineamenti delicati. «Si chiama Sara» dico senza avere la più pallida idea di come faccio a saperlo. Padre Bruno si limita ad annuire senza insistere su questo punto. Invece mi domanda: «Signor Carlini, ha notato se queste persone vanno da qualche parte?» Mi rendo conto che a questo non avevo mai pensato. Però è vero, in effetti seguono sempre una sola direzione. «Vanno verso la terrazza» dico con un filo di voce. «E lei non ci va mai sulla terrazza, signor Carlini?» «No, io no.» Padre Bruno mi si avvicina, mi fissa negli occhi e con un tono asciutto e deciso mi chiede: «Perché?» Vengo colto dal panico, comincio a sudare freddo e mi tremano le mani. In realtà sto tremando tutto, da capo a piedi, mi sento come se avessi la febbre. Odio questo prete le cui parole producono questo effetto devastante su di me. «Perché mi sta facendo questo, padre Bruno?» gli chiedo alzando il tono della voce. Sono arrabbiato con lui e voglio che tutta la mia rabbia traspaia nelle mie parole. La sua voce mi arriva dolcissima, anche se noto che è diventata più roca. «Voglio solo aiutarti a trovare la tua strada, figliolo.» Le sue parole mi spaventano, eppure contengono qualcosa di irresistibile. Dalla sua bocca cominciano a scaturire preghiere. Sono stupito, torno a guardarlo e quello che vedo mi fa fare un salto sulla sedia. Davanti a me non c’è più il pretino di campagna ma un vecchio, vecchissimo sacerdote. Eppure riconosco i suoi occhi grigi, potrei giurare che sono gli stessi dell’altro. Mi alzo e tutto gira intorno a me. O sono io che giro, non ne sono certo. I contorni della stanza si fanno incerti, mentre la testa mi si riempie della litania dell’uomo che continua a pregare. E sotto, lontanissima, posso udire una musica allegra. Non so quanto dura tutto questo, un attimo, un’eternità, perdo la percezione del tempo. Eppure devono essere passate ore perché quando torno in me è buio. Non ho più alcun dubbio su cosa devo fare. Esco dallo studio e mi dirigo verso la terrazza. Posso vedere gli altri fare lo stesso, ora tutti mi sorridono e io li riconosco. Non vedo più in loro le presenze che mi hanno tormentato a lungo, li riconosco perché queste persone sono i miei più cari amici. E quel bambino che mi taglia la strada non è un fantasma, si chiama Mario ed è mio figlio. Come ho potuto dimenticarlo? Poi la vedo. Sara, la mia bellissima, adorata Sara. Ha perso il velo di malinconia, mi sorride raggiante mentre mi porge le mani: «Ti stavo aspettando, andiamo a festeggiare.» La prendo sottobraccio e raggiungiamo gli altri sulla terrazza. Padre Bruno esce finalmente dalla casa. La notte è fredda e umida e un brivido gli attraversa la schiena. È molto stanco, è stata una giornata impegnativa, ma si sente appagato perché è consapevole di aver fatto, ancora una volta, un buon lavoro. I signori Parisi sono in piedi di fronte alla macchina, devono averlo aspettato per tutto il giorno. La donna gli va incontro: «Padre Bruno, com’è andata?» Lui la rassicura, sa che anche questo fa parte del suo compito: «Bene, molto bene.» «Quindi ritiene che non avremo più problemi con il fantasma?» «Stia tranquilla, signora, quell’uomo ha trovato la sua strada. A volte per loro è difficile, si smarriscono.» Il signor Parisi tira fuori il suo spirito pratico: «Rimangono incastrati.» Il prete annuisce: «Sì, potremmo dire così.» La donna guarda la terrazza di legno: «Non so se riuscirò a vivere in un posto dove è successa una tragedia del genere. Anche se ora è tutto… bonificato. Lucia ci ha raccontato che lei c’era quando è successo.» Padre Bruno ha lo sguardo assorto mentre ricorda: «Io c’ero. Ero appena stato ordinato sacerdote e fui assegnato a questa parrocchia. Mi sembra passato un secolo. Questa era la casa più elegante del paese, lo è ancora del resto. Carlini e sua moglie erano giovani, si erano trasferiti appena sposati. Lui era un ingegnere molto promettente a quei tempi. Avevano anche un bambino, si chiamava Mario, ricordo ancora il giorno in cui l’ho battezzato. Nessuno ha pensato che la terrazza non avrebbe retto il peso di tutte quelle persone. Stavano festeggiando, era il compleanno della signora e al marito è sembrata una buona idea farle spegnere le candeline in terrazza. Credo non abbia fatto in tempo, il pavimento ha ceduto all’improvviso e poi la tragedia.» La signora Parisi ha gli occhi lucidi. Si fa coraggio e con un filo di voce chiede: «Sono tutti morti, padre?» Padre Bruno si riscuote e la guarda: «Carlini fu l’unico a salvarsi. Venne trasportato in ospedale ma non c’era niente da fare, morì pochi giorni dopo.» «Magari è per questo che è rimasto indietro» osserva il signor Parisi. Il prete alza le spalle: «Chi può dirlo, non sappiamo molto di quello che succede dall’altra parte.» «Ma ora li ha raggiunti, no? Cioè, siamo sicuri?» insiste. «Sì, direi che sono sicuro.» «Direbbe? Quindi non è proprio sicuro sicuro.» Padre Bruno è stufo di parlare con quei due, vuole solo tornarsene a casa. Non sopporta più quella conversazione in cui si sente trattato come l’uomo delle pulizie. Cosa vogliono, una garanzia scritta? Li liquida spiccio: «Signori, ora devo andare. Statemi bene.» Parisi prova a fermarlo: «Padre, non mi ha detto quanto le devo.» Padre Bruno non gli risponde, si volta e si avvia spedito alla sua macchina, prima che l’uomo abbia il tempo di replicare. Intanto la signora Parisi non riesce a distogliere lo sguardo dal terrazzo. «Forse dovremmo vendere e andare via.» Il marito si spazientisce: «Sai quanto ci è costata questa casa?» «Ma quella presenza...» «Se ne è andata la presenza» le risponde stizzito. Lei lo guarda dubbiosa: «E se...» «Sono stufo dei tuoi capricci, Ada. Prima mi costringi a comprare questa assurda, enorme casa fuori mano. Te lo ricordi quanto hai insistito? E ora vuoi costringermi a venderla rimettendoci un sacco di soldi.» La moglie si sente mortificata, non le piace che le si rinfaccino le cose. Anche se sa che lui ha ragione, è proprio vero che si era fissata con quella stupida casa. E sa che si deve ritenere fortunata che il marito sia stato così generoso da non menzionare tutti i soldi che ha già speso per rimettere a posto quella villa che cade a pezzi. Lui cerca di risolvere la situazione a modo suo. «Vieni, andiamo» le dice. «Dove?» «Tu seguimi» le ripete mentre si avvia verso il retro della casa. Lei lo segue, sembra così determinato. Si fermano di fronte alla grande voragine piena di acqua stagnante che un tempo era la piscina. La superficie pullula di moscerini e si può scorgere qualche rana saltellare tra le alghe. «Perché mi hai portato qui?» chiede lei con una smorfia. Lui le mette un braccio intorno alle spalle. Le indica la pozza verdastra: «Farò ricostruire la piscina, esattamente come era un tempo.» Si gira a guardarla: «Pensi che questo potrebbe farti dimenticare la storia di quell’uomo, Ada?» Lei è talmente emozionata per la novità che ha solo la forza di mormorare: «Sì.» «Lo vedi che si aggiusta tutto?» conclude lui, soddisfatto. Tornano sul davanti, tenendosi a braccetto sotto la luce della luna. Non si accorgono della donna che li sta osservando sull’altro lato della piscina. Non possono vederla. Non ancora.
  15. Mene

    Atti avventati

    @Kyría Ciao, ti lascio qualche riflessione su quanto hai scritto. Questa prima fase non mi ha convinta del tutto, ho l'impressione che la ripetizione rimango in attesa e attendo il momento sia troppo. Qui, secondo me, gli occhi lucidi stonano. La protagonista parla in prima persona, è seduta davanti alla vasca, quindi non ha uno specchio. Come fa a sapere che ha gli occhi lucidi? Rimproveratori è proprio bruttino, sarebbe meglio di rimprovero. Ho letto i commenti sopra e ho capito che erano dovuto al fatto che non avevano un ombrello, a una prima lettura non ci ero arrivata. Quindi io lo direi: il passeggiare mano nella mano sotto la pioggia sotto gli sguardi di rimprovero dei passanti. Anche se pure la parola rimprovero un po' stona, io ci vedrei meglio di biasimo. Rose e fiori Via i due punti. di cui non ho mai rimane in sospeso se non dici di cosa, lo sostituirei con "che non ho" Adoro! Ma non capisco il contesto. Mi pare di capire che questi due abbiano problemi legati alle famiglie ma rimangono un po' vaghi. Via la virgola. Via i due punti. Non sono sicura della dinamica. Era in macchina col padre, hanno avuto un incidente, lui si è ferito al braccio, suo padre è rimasto incastrato nella macchina e lui lo ha tirato fuori. Giusto? Ho fatto un po' fatica a seguire questo pezzo. Velocizzata non mi è piaciuto molto, preferirei qualcosa tipo si è fatta più veloce. Io aggiungerei "subito" dopo non me ne rendo conto perché così sembra che stai descrivendo una cosa che non sai. Costruita così sembra vista dall'esterno. Forse sarebbe meglio "ti lancio uno sguardo perplesso" oppure "ti guardo, sono perplessa". Questa cosa dell'edicola non mi ha convinta del tutto. Dunque, io ero rimasta che tratteneva le lacrime, quando ha cominciato a singhiozzare? Non capisco per quale motivo questo brutto infame dovrebbe rispondere anche io al suo ti amo. Esiste ti voglio bene in italiano che faceva al caso suo. Al rogo subito! Che poi magari la sorella la odiano pure. Non capisco perché la protagonista non proceda all'istante a cospargerlo di benzina dandogli fuoco! Secondo me sarebbe meglio la mia forza eri tu. Mi chiedo se interrogarsi su una cosa così importante e volere una risposta sia compatibile col suicidio. Non è coerente col fatto che scrive in prima persona. Lei esercita la pressione e dovrebbe essere la protagonista, tipo "premo di più" Mi sembra che invertire dicendo mentre sento le forze lentamente renda la frase più scorrevole. Trovo questo pezzo poco scorrevole. Ho provato a invertire un po' di cose. "Penso a mia madre, perfino lei mi ha rifiutata fin dalla nascita. Rivedo il suo disprezzo, il mio soffrire in silenzio e maledico il giorno in cui mi ha dato alla luce. Il suo viso si offusca lasciando posto a quello dei nonni. Riesco a vedere nei loro occhi la tristezza che proveranno per il mio gesto." In generale questo pezzo mi è piaciuto e, a parte qualche frase un po' meno riuscita, l'ho trovato ben scritto. Dovresti un po' allenarti con la punteggiatura, anche se mi sento ridicola a dirlo io che quando uso un punto e virgola mi sento come quando da piccola mi infilavo le scarpe coi tacchi della mamma! A me consigliarono di rileggere ad alta voce e in effetti un miglioramento c'è. Per quanto riguarda la trama non mi è andato giù il fatto che lui si premuri di cercarla dopo mesi per dirle che la ama sì, ma come una sorella. Per via di un'edicola. Lui è un uomo, ovvero uno di quegli esseri che non amano stare lì a dare spiegazioni. Soprattutto quando non hanno alcun sentimento nei confronti della persona e questo tizio non ne ha, visto che la molla perché deve lavorare all'edicola. Quindi non riesco a capire per quale motivo dovrebbe prendersi la briga di chiamare e vederla. C'è anche da dire che essendo il racconto in prima persona la protagonista non può sapere cosa in effetti pensi o provi lui, bisogna tenerne conto. L'altra cosa che mi lascia un po' perplessa è la dinamica del suicidio. Premesso che non ne so nulla, quindi tutto ciò che dico è dettato solo dalla fantasia, è possibile che io dica stupidaggini. Però non so, tagliarsi le vene mi sembra un gesto dettato da un impulso. Questa ragazza torna a casa come un cane bastonato e poi rimane ore a piangere. Mi sembra strano che prenda la decisione dopo ore, quando dovrebbe essere talmente stanca da volere solo andare a dormire. Tra l'altro lui non lo vedeva da mesi, era già rassegnata. Però, ripeto, parlo da ignorante in materia, tienine conto. Comunque bel racconto, a me è piaciuto. Non hai scelto un tema facile da trattare, quindi doppiamente brava per esserti messa alla prova!
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