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Avv.Lenti

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  1. Avv.Lenti

    Se i libri del catalogo li ha scritti... l'editore

    In editoria non va mai bene assolutizzare. Ci sono anche CE che hanno iniziato per dare modo all'autore di pubblicarsi (quando non esisteva ancora il self pub come lo si conosce oggi) e che poi sono diventate vere e proprie CE. L'esame del catalogo serve a capire se la nostra Opera nel cassetto è in lena ma i parametri per soppesare un editore sono altri.
  2. Ma certamente che anche l'editore deve fare il suo, ma qui si stva parlando di non essere permesso all'autore di autopromozionarsi, cosa ben diversa. E cmq un autore intraprendente può rimediare lui stesso contatti giornalistici e presentazioni. Poi naturalmente non è obbligato, ma il punto è che la sinergia paga. Sempre. E anche la Sua testimonianza qui sopra lo attesta.
  3. Ma dove sta scritto, scusi? E' completamente fuori strada.
  4. Semplice: può sublicenziarli se il contratto lo prevede, la legge non vieta pattuizioni contrarie. Se non lo prevede, ma l'affare è buono, l'autore e il primo editore possono sempre accordarsi modificando successivamente la clausola del primo contratto affinché possa avvenire il passaggio: si può prevedere la sublicenza oppure accordarsi per una risoluzione consensuale del primo contratto.
  5. Ehilà, buongiorno a Lei! Dare dei titoli assoluti non terrebbe conto delle disparità di livello di ciascun autore, perché c'è quello che deve partire da zero e quello che invece sa già un po' di cose, per ci il consiglio che darei è di spulciare Amazon con chiavi di lettura tipo "marketing per scrittori" , "web marketing, "social media marketing". Se poi si ha la fortuna di conoscere anche l'Inglese, lì il mercato è ancora più ricco
  6. non è questione di essere mago dei social. Anzitutto, in una situazione ottimale, l'autore dovrebbe iniziare a parlare del libro (e a farsi un sito, che sarebbe una buona cosa) prima dell'uscita e poi continuare a promuovere il libro anche se va avanti a pubblicarne altri (troppi autori smettono di promuovere i libri più vecchi). In secondo luogo è importante la costanza (e capisco che è gravoso perché gli altri impegni ci sottraggono quasi tutto il tempo), ma la costanza conta. In terzo luogo, in rete non esistono solo i social e nel mondo non esiste solo il virtuale. Dopodiché dipende anche dal tipo di libro (fiction, non fiction etc) e dal momento in cui esce. Dieci anni fa era senz'altro più facile rispetto a oggi, anche perché l'offerta è aumentata esponenzialmente, non da ultimo a causa del self pub, ma non solo) e perché le tasche dei lettori sono diventate purtroppo sempre più piccole per ragioni indipendenti dalla loro volontà. Per un esordiente odierno con un piccolo editore, 500 copie sono più che onorevoli, non ci sputerei sopra. Le partenze col botto sono sempre più rare (specie in Italia) e ritengo comunque che la soddisfazione di pagarsi anche solo "una birretta" coi proventi del proprio diritto d'autore sia una grandissima soddisfazione. Così come lo è sentirsi dire, anche da una sola persona: il tuo libro mi ha fatto volare/pensare/svagare. Da ultimo, ribadisco che promozione non significa rompere le scatole, c'è un errore concettuale di fondo.
  7. PS Preciso anche che è stata Lei a richiedere espressamente il mio parere, taggandomi. E io non solo Le ho dato il mio parre ma anche la mia esperienza. Poi ci faccia quello che crede.
  8. No, io non parteggio con nessuno, parlo egualmente con molti autori (e ho molti clienti autori) e vi dico solo come gira il settore. Poi liberi di credere altrimenti, ci mancherebbe. Non devo convincere nessuno, cerco solo di dare indicazioni utili per chi le voglia seguire e di combattere alcune leggende metropolitane che, proprio nell'interesse degli autori, se non combattute rischiano di 'zavorrarli'. Come ho detto, ho la fortuna, rispetto a tanti colleghi, di essere in grado di valutare aspetti che vanno al di là delle mere questioni legali, proprio perché ci ho vissuto in mezzo e li ho toccati con mano per tanto tempo (e in parte ci vivo tuttora). Il fatto che tutto il mondo sia collegato a FB etc non significa proprio nulla, la maggior parte degli autori li usa per i cavoli propri e non per promozionare i propri libri (il che non significa continuare a postare COMPRATE IL MIO LIBRO, naturalmente)
  9. Sì, sono la stessa cosa, fermo restando che potreste incontrare contratti (o accordi) definiti di edizione che invece nel merito non sono tali (e appunto prevale il merito, non il titolo,). Per esempio i contratti delle Eap.
  10. Molti editori non si fidano a dare i pdf in mano ai blogger. Un conto sono le testate, un conto i blogger (anche se può accadere che un blog sia più scrupoloso di una testata, per carità). Forse è stato questo il deterrente. In ogni caso promozione non è solo ricerca di recensori, potete benissimo fare dei post sull'argomento del vs libro e cercare presentazioni dal vivo o virtuali, per esempio.
  11. Lei è naturalmente libera di credere ciò che vuole ma che per promuoversi ci voglia una laurea in marketing è affermazione risibile. Certo se uno ha competenze di marketing (e ci sono splendidi manuali proprio tagliati su questo tipo di promozione, senza dover conseguire un titolo accademico) tanto meglio, ma per fare presentazioni ed essere attivi sui social (che è diverso dal "rompere le scatole a parenti e amici") non sono fondamentali. Io non ho mai detto che saranno garanzia di far decollare le vendite, non mi metta in bocca parole che non ho pronunciato. Preciso che avendo molti interessi, oltre a fare il legale, nella mia vita ho fatto anche tante cose collaterali, compreso collaborare con uffici stampa in ambito musicale prima (per 25 anni, quindi anche in era pre internet, dove tutto era molto più difficile) e poi librario (per 16). Quindi ritengo di conoscere un po' entrambi i settori al di là della mera teoria. Dopodiché, se via spettate che l'editore faccia tutto da sé, auguri. Quando vedrà che la situazione è questa, lascerà il vs titolo al suo destino e si concentrerà sui titoli dove l'autore è attivo (io con gli editori ci parlo tutti i giorni).
  12. E' chiaro il discorso che fa Lei, ma non è corretto. Nell'era di Internet, all'autore basta volere per essere un po' proattivo e non ha senso sentirsi dei Calimeri. Qualunque cosa facciate è sempre più di niente no? . L'autore da solo non va da nessuna parte (è il caso del self senza un piano che descrivevo sopra), ma l'editore senza l'autore ha le armi spuntate, sia perché i piccoli non hanno comunque tutti questi cannoni, sia perché i grandi puntano solo su pochi autori selezionati fra tutti quelli che pubblicano e se chi non ci rientra non si muove per conto suo, resta comunque al palo anche con l'editorone (ne ho conosciuti). Senza contare che l'editorone può sparare tutte le cartucce che vuole, ma se si trova con un autore refrattario, nemmeno questo è sufficiente, è logico
  13. Lo sfruttamento economico dell'Opera significa semplicemente che l'editore trae profitto dalla commercializzazione della stessa (diritto che all'origine appartiene all'autore e che, appunto, viene licenziato per un tot di tempo a un operatore della filiera che ha ben maggiore potenza di fuoco ed esperienza per poter ricavare denaro dal libro, oltre che impiegare denaro e mezzi per stamparla). Ma non vuol dire che l'autore non possa fare promozione, sono due cose estremamente diverse. E certamente che voglio incoraggiare gli autori a promuoversi. Aggiungo che voglio scoraggiarli a impegnarsi con un editore che li voglia tenere fuori: senza sinergia il libro non va da nessuna parte!
  14. No ragazzi, facciamo un po' di ordine I diritti che avete licenziato all'editore non c'entrano nulla col vs diritto a promuovere l'Opera. E' certamente più funzionale se editore e autore si coordinano, lavorando in sinergia (pensate ad es se non si parlassero, ed entrambi organizzassero una presentazione lo stesso giorno in archi di tempo non compatibili, magari perché in due luoghi troppo distanti o perché in orari sovrapponibili). Tuttavia nessuno può impedirvi di fare autopromozione ed è la prima volta che sento il caso riportato da cheguevara, il che testimonia che possono esistere senz'altro CE dalle politiche imbecilli, ma questo non è un motivo per affondare con loro. Ad ogni modo, nel 99,9% dei casi, le CE sono contentone se l'autore si rimbocca le maniche. Alcune addirittura si spingono IMO troppo in là pretendendo contrattualmente l'organizzazione di un tot di presentazioni, che è una clausola eccessivamente impegnativa (che vi sconsiglio di accettare) per un autore che abbia anche impegni familiari e lavorativi, specie se gravosi. Ma è l'altro raro estremo rispetto alla CE che non vuole ingerenze. Quanto alle rece non gradite, nessuno può prevederle e se metti in gioco il libro devi correre il rischio. Certo, anni fa mi è capitato di recensire negativamente un romanzo per una testata con cui collaboravo e di ritrovarmi poi con il relativo editore - persona assai umorale - che per quello ha troncato i rapporti con la redazione. Per una testata, che voglia mantenere la propria reputazione di obiettività presso i lettori, questi comportamenti sono a danno zero. L'editore si fa solo male da solo perché si preclude un canale, oltre a dimostrare di non essere professionale e a esporsi al ridicolo. Un paio di anni dopo è fallito e per me non è stata una sorpresa. Di nuovo, comunque, è stato un caso unico in 30 anni di collaborazioni giornalistiche. Le eccezioni ci sono ovunque. Riguardo alle difficoltà del sistema di selfpub, ci sono comunque servizi di assistenza apposita per chi non ha capacità o tempo o voglia di studiarne i meccanismi. IMO il self pub andrebbe adottato solo se si è determinati a investire tempo, energia e soldi nel libro, sia in termini di qualità (e quindi il testo va sottoposto a un editing professionale, così come professionale deve essere impaginazione e grafica) sia in termini di organizzazione di una promozione professionale. Senza questo si resta nel mare magnum senza alcuna visibilità. anche perché c'è da tenere presente la generale diffidenza, verso questa modalità, da parte del pubblico e degli addetti ai lavori.
  15. qui non sarei così pessimista. Ci sono alcune CE che sicuramente inseguono gli influencer, indipendentemente dal fatto che sappiano tenere una penna in mano, ma la circostanza va meglio precisata per tanti altri piccoli e medi editori: non si tratta del numero di follower, bensì di quanto è disposto a sbattersi l'autore per pubblicizzare il libro, che è un concetto diverso. Ed è posizione condivisibile, non siamo più ai tempi di Jane Austen, oggi con Internet un autore che voglia fare seriamente non può più dire "ecco il manoscritto, ora pensateci voi". Se non coadiuva l'editore dandosi da fare con presentazioni, blog post o attività social (e meglio ancora tutte e tre), il libro non si farà conoscere e resterà al palo. E allora, a parità di qualità di due buoni manoscritti, l'editore prediligerà quello dell'autore che è attivo in Rete (il che non vuol dire essere un influencer). Questo posso certamente confermarlo da parte di molti operatori del settore con cui parlo ogni giorno.
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