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LorenzoG

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  • Compleanno 12/01/2001

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  1. LorenzoG

    Porto Seguro Editore

    Salve! Dopo due mesi dall'invio di una raccolta poetica, mi hanno ricontattato telefonicamente per fissare un appuntamento, svoltosi ieri vicino ai Navigli a Milano, zona nella quale si accingono ad aprire una sede. Mi hanno fatto un'impressione molto positiva: garbati, affiatati, energici. Sono anche realistici, nel bene e nel male. Essendo una silloge, dicono anche che l'editing sarà alquanto veloce, il che mi sembra corretto. Sono anche disponibili al far aggiungere una prefazione nel caso si parli di poesia, un po' meno in ambito di prosa. Inoltre, chiariscono che c'è una presentazione mensile a cui gli autori sono invitati per presentare il libro, più (circa) due presentazioni individuali iniziali. Insomma: sanno come muoversi, ma l'autore si deve impegnare, soprattutto sull'aspetto social e, ovviamente, sul passaparola. Molto probabilmente firmerò con loro il contratto.
  2. LorenzoG

    Vale la pena pubblicare un libro di poesia oggi?

    Ti ringrazio, @Obs Snow, per l'intervento! Effettivamente, in tutto questo marasma di domande, non ho preso in considerazione che la pubblicazione con una big non porta necessariamente all'introduzione nei circoli letterari, ma, anzi, credo che, qualora il testo andasse male, sarebbe improbabile poter pubblicare nuovamente con loro. Grazie! Per quel che riguarda le altre domande, @Colored Shadows Prod, hai ragione sul fatto che avrei dovuto pormele prima, anzi, ragionissima! Credo di essere scisso tra la voglia di pubblicare e quella di scrivere un'opera decente. Chissà. Interessante l'alternativa che hai proposto: ammetto di averci pensato, ma, timido quale sono, non vorrei suonare troppo, ecco, provocatorio nel chiedere "ritenete che la mia opera sia ben scritta?". Ecco: magari riformulo la domanda in maniera più neutra e poi gliene parlo. Grazie!
  3. LorenzoG

    Lista, Giuria stagionale e Annunci

    Eccomi! Vi ringrazio tanto per il riconoscimento, davvero: avevo messo il cuoricino, ma mi ero dimenticato di ringraziarvi pubblicamente. Entro domani, ché oggi sono fuori casa, posto il testo! Un abbraccio.
  4. Salve! Faccio una premessa doverosa: sono giovane, forse giovanissimo. Diciannove anni. Qualche mese fa ho iniziato a inviare in giro alcuni testi a riviste varie, un po’ perché era un periodo di crisi e un po’ perché avevo bisogno di certezze, di comprendere se sapessi scrivere davvero. Consapevole della mia forza nel verso, i vari redattori hanno tutti approvato la mia scrittura lirica e hanno bocciato quella in prosa, dandomi dei rimandi estremamente molto interessanti sui quali sto lavorando per arginare e arginarmi: credo che l’umiltà sia sempre il primo passo per uno scribacchino e che, una volta comprovato il talento, bisogni studiare e affinarsi. Detto questo, ho letto vari libri in ambito di poesia contemporanea, ho anche conosciuto alcuni scrittori più o meno conosciuti che mi hanno spronato a inviare i miei versi a degli editori. Così ho scritto a quattro editori di cui avevo, ovviamente, letto in precedenza due o tre libri. Ricevuto un no gentilissimo e, anche qui, estremamente interessante, ho poi lavorato sulla base di questa critica nei mesi successivi. Fatto sta che ora mi ritrovo con tre contratti assolutamente free: a uno sono giunto tramite concorso, mentre agli altri due tramite invio spontaneo. Posto e considerato che probabilmente rifiuterò per varie ragioni il primo (quello cui sono pervenuto tramite contest!) e il secondo, ho un colloquio settimana prossima con un editore piccolo (o medio?) e ho tanti dubbi in testa, che ora vi espongo. Il primo è abbastanza apocalittico: vale la pena pubblicare un libro di poesia oggi sperando di arrivare da qualche parte? Cioè: essendo giovane, qualora accettassi la pubblicazione, punterei ovviamente a crescere a livello di pubblico, impegnandomi anche a livello di social e di promozione (in cui, tra l’altro, la casa editrice sembra essere molto attiva!) in modo da poter puntare a un editore più grande la prossima volta. E qui arriva il secondo dubbio: ma se provassi a scrivere a degli editori un po’ più grandi? Non mi interessa arrivare alla Feltrinelli o a Passigli, ma magari sto correndo troppo, sto bruciando le tappe: sono giovane e il tempo c’è, ma questo libro è in stasi da mesi e io mi sento soffocato. Ho bisogno di liberarmene per andare oltre. Chiudo: assodato che la poesia difficilmente vende, ma che, forse, con una buona prefazione e altro, forse riuscirei a portare qualcosa a casa, perché dovrei pubblicare un libro di poesie anziché tenerlo nel cassetto? Ci sono già tanti bravi scrittori a livello underground: che contributo potrei dare io? Vale la pena scrivere solo per un ideale estetico di Letteratura, oppure si può pubblicare anche solo per togliersi una soddisfazione? E, soprattutto, non bisognerebbe interrogarsi per coerenza sulla necessità della propria opera? Non so. Ringraziandovi per le (eventuali) gentili risposte, vi saluto! Buon proseguimento.
  5. LorenzoG

    Dove sono adesso le strilla e le urla?

    @Domenico S. Buondì! Ti ringrazio tanto per l'analisi, soprattutto per quel "non ha bisogno di stupire": tendo molto al manierismo per deformazione personale e, per questa poesia, ho scelto di abbandonarlo, più per sperimentare che per altro. Chissà. Un saluto!
  6. LorenzoG

    La vita è paterna.

    Ciao, @Mirkos91! Ti ringrazio per essere passato e aver commentato. Rispondendo alla tua domanda: sono un po' un sofista della scrittura, nella misura in cui per me ogni romanzo è sempre un impianto anche stilistico. In questo caso: sì, il testo è perlopiù organizzato in una logica dialogica, soprattutto perché la mia scrittura funziona per contrasti di personalità. Qui giungo alla seconda domanda: c'è un capitolo iniziale in cui i due personaggi sono introdotti e con le quali si stabiliscono due personalità differenti. Per questo ho evitato i vari "disse", "parlò": in questo caso li trovo superflui, in quanto, essendo il romanzo un'unità chiusa e in cui i personaggi dialogano sempre due a due, si capisce sempre chi parla. Almeno credo. Ripeto, però, che bisognerebbe aver letto il primo capitolo! Per quel che riguarda il "non amarsi", credo possa essere un rinnovamento della quotidianità perché introduce una problematica che, se compresa, porta a un rinnovamento della relazione, quindi della quotidianità vissuta dalla coppia. Per l'amarsi in eterno e la domanda, in realtà, se ricordo bene (ma potrei sbagliarmi: dovrei rileggere il testo e adesso mi è impossibile), ho scritto che il non amarsi è il vuoto, non che necessariamente l'amore debba terminare. Ti ringrazio, infine, per le varie segnalazioni tra ripetizioni e periodi ipotetici persi per strada: è importante, anzi, importantissimo! Un saluto.
  7. LorenzoG

    La vita è paterna.

    [Premetto che il seguente testo è uno stralcio del secondo capitolo di uno dei due romanzetti cui sto lavorando da qualche mese a questa parte. Non me la sento di pubblicare gli interi capitoli, più che altro perché c'è ancora molto da togliere e da aggiungere, perciò, ecco, pubblico qui in frammenti. Grazie a chiunque passi!] II Ti stringi a lei sul divano rattoppato. Le sfiori i seni con le labbra, per poi baciarla. «Forse questa volta sarà la volta buona, piccola.» «Lo spero tanto, amore. Lo spero davvero. Sono stanca.» «Di cosa?» «Di provare ad avere un figlio e continuare a fallire. Sono stanca.» «Be’, guarda il lato positivo: godi di più se lo facciamo senza preservativo.» «Idiota!» «Un idiota che ti fa ridere.» «Un idiota che mi fa ridere.» Mani intrecciate in tramonti incavati nelle finestre. «Come pensi che sarà la nostra famiglia?» «Sarà una famiglia felice.» «Ne sei sicuro?» «Certo! Ci mancherebbe altro…» «Credi avremo delle difficoltà?» «Come tutti, suppongo. Ma le supereremo come abbiamo sempre fatto. Hai paura?» «Forse un po’...» «Stringiti a me, allora: tutto sarà un po’ meno spaventoso.» «A volte ho paura di essere una cattiva madre…» «Perché dovresti?» «Non lo so, però a volte mi sento così: come se avessi paura di non riuscire a rendere la nostra creatura felice, di non rendere te felice.» «La paura è normale: l’importante è che non degeneri in fobia.» «E se lo facesse?» «Allora ti stringerò più forte e starai meglio.» «Se mi stringi troppo, mi fai male.» «A volte è solo stando male che riusciamo a stare bene.» «Tu dici?» «La letteratura insegna.» «La letteratura è finzione.» «E, come tale, è realtà: il nostro vivere è un eterno cambiare pelle, col risultato che non sappiamo più chi siamo.» «Nemmeno nel profondo?» «Se tu sai chi sono, dimmelo: io non so chi sono.» «Mio marito?» «“Marito” è solo un’etichetta, un involucro che cela l’abisso.» «Oppure il vuoto.» «Persino il nulla ha un significato.» «E quale sarebbe?» «Dipende dal contesto.» «In una relazione qual è il vuoto? Non amarsi?» «Ti correggo: non amarsi più.» «Credi accadrà anche a noi?» «Accade a tutti prima o poi: a un certo punto si va avanti solo per abitudine, per comodità. Ma va bene anche così: è solo un modo come un altro per rinnovare la propria quotidianità.» «Sempre ottimista, eh?» «Be’, mi hai scelto bene: sei già abbastanza pessimista di tuo.» «Ho solo paura…» «Ed è stupendo.» «Davvero?» «Sì, piccola, sì.» «Perché?» «Perché è nella fragilità che ci si riscopre un po’ più veri: il malessere è l’unica realtà in un mondo di felicità ed è anche l’unico modo per entrare in contatto con chi si ama. Sono tanto fortunato.» «Di esserti scelto una come me?» «Di amare una come te. Non ho avuto scelta, nel bene e nel male.» «E, se potessi scegliere, continueresti ad amarmi?» «Se potessi scegliere, ti amerei anche di più: magari così impareresti ad amarti un po’ anche tu.» «Credi non mi voglia bene?» «A volte ho questa sensazione.» «Forse ho paura di volermi bene…» «Perché dovresti averne?» «Non so nemmeno questo.» «A volte è nella domanda che si cela la più grande risposta.» «E sarebbe?» «Il non volerlo sapere.» «Perché non dovrei volerlo sapere?» «Abbiamo solo paura di scoprire di non essere ciò che pensiamo di essere.» «Ancora una volta hai ragione. Mi aiuterai a scoprirlo?» «Solo se tu prometterai di amarmi in eterno.» «Non potrei mai amare un altro. Tu potresti mai amare un’altra donna?» Silenzio. «No, non potrei mai amare un’altra donna.» Sorrisi invasati di verità. Ma la vita è paterna: ci manipola senza che possiamo accorgercene.
  8. LorenzoG

    [CP 4] Tènere carni di muschio

    Cara @Ippolita2018, leggerti mi addolcisce per un motivo fondamentale: sei capace di scavare con un lessico semplice, immediato, mai artefatto, sempre lirico. C'è questa capacità tipica della grande scrittura di rovesciare, di capovolgere lo sguardo: ci porti sopra una scala, ci fai vedere determinate cose, ci fai toccare con mano quel che è sopra di noi, in una prospettiva verticale, mai orizzontale; è come se fossi su una vertigine e guardassi il mondo dall'alto, ma senza quella sensazione di allucinazione che, lo ammetto, pure mi piace, ma che rovinerebbe una scrittura così, ecco, limpida. Ma è la limpidezza della luce, che acceca e rivela: non nascondi l'orrore di quei corpi deformi, il dispiacere per non essere riuscita a salvarli. Ecco: in te non c'è godimento nello spalancare l'Oltre all'inverso, bensì v'è la consapevolezza di essere fragile, caduca, labile; di essere impotente perché quel che è morto è morto, e non si può riportare in vita. C'è una tensione quasi cristiana alla misericordia, anche se, almeno in questo testo, non vedo un richiamo al miracolo, sebbene possa affermare che, forse, il miracolo è proprio nel secondo di contatto con le stelle e, perché no?, con l'abisso. Non so. Ho tanti dubbi in testa, ed è questo che deve fare la poesia: interrogare. Bravissima. Un abbraccio.
  9. LorenzoG

    Dove sono adesso le strilla e le urla?

    Premessa: chiedo perdono per il ritardo mostruoso col quale rispondo, ma l'incostanza mi caratterizza e io ho abbandonato la scrittura per tanto tempo. Perdonatemi, davvero. @INTES MK-69, ti ringrazio tanto per il commento, davvero: per questa poesia ho desiderato essere molto concreto e di evocare una situazione personale, il che è strano per me, che tanto rifuggo l'autobiografismo. Credo che vi sia, in questo testo, una sorta di uscita dal vittimismo, un riconoscersi come colpevoli e non solo come vittime, un uscire dalla dimensione dell'estremo. Non so. Grazie! @Weeping willow, ti ringrazio tanto, davvero! Diciamo che è un componimento proteso, forse, troppo al patetismo. Non so. Tendenzialmente sono più per la razionalità che per l'emotività in poesia, ma questo mi è uscito così. Non so. Grazie!
  10. LorenzoG

    [LP 7] La sfilata

    Buondì! Da aggiungere c'è poco: mi piace questo sviluppo interiore che coincide con uno sviluppo emotivo, questo passaggio dalla destabilizzazione adolescenziale a una ricerca di maturità dell'Io ventenne, che coincide anche con il dare un nome alle cose, col capire. Credo sia qualcosa che viviamo più o meno tutti, qualcosa che permette di ricondurre l'esperienza storica del singolo a quella dell'universale. Mi piace anche quel verbo: "sfiorare". Sarà che ho sovrinterpretato, però mi dà l'idea di un pensiero che si sta dissipando, quasi come se, dopo aver dato il nome a ciò che si ha in mente, l'Io narrante stesse tentando di andare oltre, proprio in virtù di una ricerca di maturità. In realtà, potrebbe essere anche esattamente il contrario, ma l'ambiguità, per me, e nelle persone e nei testi, è sempre qualcosa di interessante. Buon proseguimento!
  11. LorenzoG

    Lampi di Poesia 7 - Topic ufficiale

    Traccia 1. Il contenuto. Se esisto, non esisto.
  12. LorenzoG

    [LP 7] Se esisto, non esisto.

    Traccia 1. Il contenuto. Se esisto, non esisto. Il vento non mi porta mai lontano il sangue non deborda dalle vene la psiche lorda l’idioma del corpo: se esisto, non esisto.
  13. LorenzoG

    Rimpianto

    Trovo sempre interessante quando si pone lo sguardo all'altro, sia che l'altro sia un corpo sia che sia un topos letterario: permette di ampliare lo sguardo, di spalancarlo, di aprirlo. Che poi l'incontro possa essere devastante, volto al catabolismo, è sempre una possibilità da prendere in considerazione, soprattutto perché sono gli incontri più sofferti quelli che rimangono incisi, vuoi per una memoria emotiva selettiva, vuoi per altro. Detto questo, ho particolarmente apprezzato il finale: quel "i giorni ci hanno strappato la carne", come a dire che c'è stato un processo di annientamento che perdura ancora e che, tuttavia, si arresta durante la notte, la quale, nella mia povera mente perversa, ho letto come ricongiungimento, volendo, sessuale tra gli estremi, tra due corpi che si sono appartenuti ma che non si appartengono più. Ma qui, forse, sto andando oltre. Interessante anche l'uso dei trattini, che mi rimanda ad alcune poesie della Dickenson e della Plath. Mi è piaciuta. Alla prossima!
  14. LorenzoG

    Dove sono adesso le strilla e le urla?

    Ricordo mio padre capovolgermi con un sorriso — dove sono adesso le strilla e le urla? Ho perduto tempo a sbriciolarmi in pianto e non vedevo: la strazio era anche suo.
  15. LorenzoG

    Io qui ci vivo

    Credo che questa poesia sia un toccasana, perché frantuma uno stereotipo e offre una prospettiva diversa sul reale, che è quello che dovrebbe fare la poesia: non bisogna solo far provare emozioni e far riflettere, ma anche rovesciare, ribellarsi, volendo far arrabbiare, sicuramente spalancare. Credo sia anche vero che, oggi come oggi, si intenda a idealizzare, a parlare di ciò che affascina senza approfondire: manca il contatto con la realtà, che talvolta può portare a una rielaborazione assurda, lontana dal reale, il che va benissimo; i problemi sorgono quando si vuole dogmatizzare un qualcosa che, di fatto, non è così, né mai potrà esserlo. Ed è anche vero che la poesia, pur nelle sue mille sfaccettature, tende a una nostalgia finta, perché si rimpiange ciò che non si ha vissuto pur di adeguarsi a determinati canoni. C'è, insomma, una sorta di coscienza epigonale, che va bene fino a un certo punto. Ovvio: lungi da me dire che non si possa parlare di qualcosa che non si ha vissuto, ma bisogna vedere come lo si fa. Detto questo, a me piace molto anche il passaggio finale: c'è una cristallizzazione frantumata, un dire che non tutti vivono in quel mondo idilliaco che viene spesso rappresentato, perché alla fine siamo assorbiti, e forse svuotati, dalla quotidianità. Ma questa è già un'altra questioni. Ammetto anche che io ho un debole per il tuo stile: molto minimale, senza fronzoli, intenso, tagliente. E mi piace anche come gestisci gli spazi per inserire una pausa. Detto questo, me ne torno nel mio angolino. Cuori.
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