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EmperorOfDisaster

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    Monza.
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    Letteratura, teatro, cinema, musica e lingue. Scrivo, studio canto, recitazione, inglese, francese, spagnolo, latino e greco.

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  1. EmperorOfDisaster

    Altare della distruzione.

    @Shikana Il tuo commento è bellissimo, davvero, soprattutto perché mi ha dato tanti spunti di riflessione. Attualmente non posso rispondere bene perché sono in pullman, ma tornerò. Grazie mille ancora!
  2. EmperorOfDisaster

    Altare della distruzione.

    @Anglares Non so a chi si rivolga, in realtà. Diciamo che sono ancora chiuso nell'egocentrismo adolescenziale e ho la presunzione che il lettore voglia fare un passo verso di me. Non tutti sono disposti a farlo, però, e qui cade l'asino. Per quel che riguarda le soluzioni per arginare il tutto, sto lavorando a un romanzetto, ma non ne ho ancora postato nulla qui sul Writer's dream. Magari scelgo un capitolo e lo posto in frammenti. Vediamo. Per il filosofico, ci sto lavorando! Avrei voluto postare un racconto filosofeggiante, ma mi serve per un concorso e, dato che è raro che io scriva in prosa, non vorrei sprecarlo. Vedremo. Un abbraccio e grazie mille, come sempre!
  3. EmperorOfDisaster

    Altare della distruzione.

    Ti ringrazio tanto, @Torba, dell'opinione e del passaggio! Sono consapevole di tendere fortemente al lirico, sia che scriva in prosa sia che scriva in poesia, e che ciò non sia ben visto nel primo campo. Ho scritto anche testi meno barocchi e più fruibili, però non mi appartengono. Chissà. Grazie ancora!
  4. EmperorOfDisaster

    Altare della distruzione.

    Non so. Sono dell'idea che l'aggettivazione, se aggiunge e non banalizza, può essere anche pesante, anche se qui si entra nell'ambito del gusto personale. Diciamo che io amo l'eccesso. Butterò un'occhiata al concorso! Grazie mille per il passaggio.
  5. EmperorOfDisaster

    La decadenza ha ossa di latte.

    @Kalim Crumben Arrivo tardi come mio solito, ma ti ringrazio tanto per il passaggio. Sai che la tua interpretazione è stupenda? Scrivendo in maniera fortemente ermetico-simbolica, so che il simbolo può diventare fuorviante. In compenso, trovo che le analisi dei lettori siano edificanti, financo necessarie. In realtà, la chiave esegetica è proprio in quei primi tre versi. Ti lascio qui un breve commento che ho redatto al tempo della composizione del testo, se può farti piacere. È scarno e sarebbe da integrare, però va bene così. "Nell’apparente diversità, siamo tutti uguali alla base, perché tutto è liquido. La decadenza è statica, sempre uguale e, quando da lei erompono i liquidi, si corrodono sia le sue viscere sia l’esterno. La fatiscenza, dunque, si esaurisce, ma torna sempre. E la crisi ha membra di cemento, perché non dice nulla su se stessa: l’Arte ha il compito di studiarla e il Poeta è colui che massimamente elabora il messaggio e, pieno di hybris, esprime un giudizio, tentando di arginare la (propria) crisi". Un saluto e grazie ancora!
  6. EmperorOfDisaster

    La decadenza ha ossa di latte.

    [Scritta, rimaneggiata per evitare di perdere il legame tra il simbolo e il contenuto, tra la bellezza dei significanti e i significati, alla fine la posto qui: forse c'è un equilibrio maggiore tra forma e contenuto. Forse. La decadenza è un liquido che corrode e torna sempre. Krisis, in greco, significa anche "giudizio". L'effetto muro serve per mettere un argine al caos. A voi] La decadenza ha ossa di latte. La decadenza ha ossa di latte, un impasto di sangue e ombre tra le fronde del viso. Inumati, erompono di notte: corrodono le viscere e le stelle addossate al cielo. La fatiscenza è dolore. dislessici scrittori dell'avvenire, I giorni che pascolano e gli dei, sono come lei: tornano sempre. Ha membra di cemento la crisi: l'Arte la disseziona e lei, fredda, lascia che l'artista rediga parole nel nome del suo credo: il Poeta è colui che, dalla vertigine, vede l'abisso e, ingravidato di hybris, esprime un giudizio. Tutta l'Arte è un soliloquio recitato con verve in un teatro marciscente e il Poeta è colui che, empio di boria, brama d’arginare la (propria) crisi: gloria.
  7. EmperorOfDisaster

    Tramonti metropolitani

    Mi intrometto in punta di piedi per tentare di esprimere quello che mi ha lasciato questa poesia così... soffocante: le immagini si susseguono in un climax ascendente in cui non v'è spazio per il respiro del lettore; pochi segni di punteggiatura, tra cui spiccano i punti, trafiggono il lettore; i significanti si mischiano coi significati e il tutto risplende di una forte luce simbolista. Bella, nella maniera più pura che vi sia: è una bellezza costruita, perché frutto di un lavoro retorico evidente, e in fondo è questo che deve essere la poesia, no? L'importante è che vi sia un senso dietro alla retorica stessa e io, qui, vedo più significati: recuperando la tecnica dell'immedesimazione nel paesaggio esterno per parlare di ciò che è interiore e accostando il sacro al profano, è tutto una tempesta destinata a esplodere, una psicosi che porta con sé il lettore in questo delirio onirico. Mi sono piaciuti gli accostamenti di parole che rimandano a un contrasto tra staticità e mobilità, il rosso (del sangue?) che torna, i paradossi simbolisti e il contrasto tra il sole, immobile, e la città: tutto muta, ma nella freneticità rimane un punto fisso, un qualcosa al quale aggrapparsi. Vi è anche un bel contrasto tra la percezione scientifica e psicologica dell'ambiente. Attento solo a quell'E' e a "un estasi", che dovrebbero essere È e un'estasi. Per il resto, complimenti davvero! Cuori.
  8. EmperorOfDisaster

    Mentre divulghiamo menzogne

    @Nerio L'avevo detto che iscrivermi a questo forum mi avrebbe fatto bene. Recentemente mi hanno posto una domanda: "qual è il tuo prototipo di lettore"? Ho pianto. La verità è che mi sembra di saper dominare solo questo stile, di non saper scrivere nient'altro, che è anche il motivo per cui ho scelto di prendermi una pausa dalla poesia per un po' e di passare alla prosa: quest'ultima è più gestibile. Il problema è che, quando inserisco lirismi, mi crolla subito tutto: torno sempre al simbolismo un po' beat, in cui io mi sento tanto a mio agio, perché mi sembra di aver trovato davvero il mio stile, ma è tanto limitato. È che il mio modo di scrivere poesie è... scenografico: ho bisogno di gridare come se avessi paura di non essere sentito qualora optassi per un modo diverso. Alla fine mi sono detto che io non voglio cambiare, che scrivere così mi piace, che ingarbugliare la forma mi diverte e che violare l'endecasillabo è eccitante. Resta sempre il problema relativo al lettore. Insomma, tutto questo per dire che non so ancora per chi voglia scrivere e quale sia l'effetto che voglio ottenere sui miei lettori: talvolta vorrei restassero affascinati dallo stile e basta; altre vorrei scavassero più a fondo come hai fatto tu. Non so. Suppongo che sia questa la grande domanda: "per chi voglio scrivere?" Comunque, ti ringrazio tanto: mi hai permesso di ricordarmi che non ci sono solo io e che la scrittura, in fondo, non è solo ricerca estetica. Cuori a te.
  9. EmperorOfDisaster

    Mentre divulghiamo menzogne

    Ti ringrazio tanto! È sempre bello sapere che si può attuare un'universalizzazione di ciò che si scrive. Grazie! Uhm, sì, effettivamente l'endecasillabo diventa più pesante negli ultimi versi. Purtroppo ho il brutto vizio di non ritornare sui miei versi una volta completati, anzi, piuttosto cancello blocchi di poesie e mantengo in testa determinati immagini o concetti. Va bene così. Grazie mille!
  10. EmperorOfDisaster

    Mentre divulghiamo menzogne

    @Anglares Rispondo tardi e me ne dolgo, ma sono al quinto anno e il tempo è poco: chiedo venia. Salto tutta la parte tecnica e passo al secondo punto, anche perché, se le tue asserzioni mi intrigano nella maniera più assoluta, dall'altra parte la prendo come una sconfitta personale: mi sembrava di aver costruito una poesia che potesse offrire uno squarcio sul mio modo di vedere le cose (questa finzione che rivela e che dunque è verità: tutto è vero), eppure non è così. Non so. Posso chiederti cosa ti dà l'impressione che il mio scrivere sia solo un vezzo, un gesto di maniera? Forse me l'hai già detto altrove, ma io tendo a dimenticare, e mi dolgo anche di questo. Tuttavia, devo dire che il fatto di avere solo diciassette anni mi rincuora: non si può pretendere tutto. Vedremo. Grazie mille, comunque, per il tuo passaggio: mi fa davvero piacere! :3
  11. EmperorOfDisaster

    Divergenze Edizioni

    Approfittando dell'Instant young book, ho inviato loro il mio primo romanzo corredato da una sinossi: ho ricevuto una risposta sintetica ma acribica dove evidenziavano, a primo acchito, le forze e le debolezze del testo, indicandomi dei punti su cui lavorare. Adesso il tutto dovrà essere analizzato da una commissione di 36 lettori. Confermo che mi sembrano molto sinceri e competenti. Speriamo bene!
  12. EmperorOfDisaster

    Mentre divulghiamo menzogne

    [Ho tentato questa volta di indirizzare l'incedere del testo verso una metà più precisa e definibile, perciò mi sono affidato all'endecasillabo in modo da poter distillare meglio il contenuto senza perdere la ricerca semantica. A voi] Mentre divulghiamo menzogne Non so cosa sia questo divulgare menzogne, questo imbastire parole a finzione brandendo cuori come scudi e sorrisi scuciti come armi, né so cosa siano questi tramonti liquidi che, colando dal tuo pube, soggiogano il dolore. Siamo sporchi di purezza noi, che indossiamo volti verniciati di sogni, che impicchiamo cuori con preservativi forati perché, usurpati da amori disfatti, possano fingere d’essere veri, e non specchi sfregiati dove si vedono abissi capovolti e un Dio trafitto dal soffitto. Noi siamo l’empio falso: alétheia: verità che si disvela.
  13. EmperorOfDisaster

    Il tuo cammino, il tuo destino

    Buongiorno! Parto subito segnalando due errori: i tre puntini di sospensione dovrebbero essere attaccati alla parola che li precede; inoltre, tendenzialmente, gli incisi dovrebbero essere segnalati da un trattino lungo, non da quello breve. Ammetto che la poesia mi è piaciuta più per il significato che per le scelte semantiche: il meccanicismo decade, l'illusione di un destino controllato da un Dio o da qualsiasi altra entità pseudo-metafisica anche e tutto è giocato nella sfera interiore, mentre l'esterno è asservito all'Io, a tal punto che l'immagine delle stelle viene qui declinata in virtù di una scelta dell'Io stesso. Ho dei dubbi sul termine "occasione": se prima poni come condizione il fatto che non vi sia destino controllato dall'esterno, poi questo termine mi rimanda machiavellicamente a un qualcosa di esterno che l'individuo, tramite la virtù, deve cogliere. Bello anche il finale: in mezzo a tutte queste scelte, queste opportunità tra le quali l'Io si muove, ve n'è solo una che è vera, solo una che è sintonica con ciò che il singolo desidera (o di cui ha bisogno?) e quindi ricerca. Mi è anche piaciuto questo sottile collegamento all'uomo come divinità: quando tutto ciò che è esterno crolla, allora il singolo si deve ergere a Dio e creare ("lo crei nel cammino") ciò che brama, e non semplicemente generare, perché il generare è proprietà dell'uomo, mentre il creare è cristianamente (se le mie conoscenze storiche non mi tradiscono) proprietà di Dio. Bella anche la circolarità del testo. Questo per dire che il contenuto mi è piaciuto, però ho trovato che la poesia avesse in certi tratti una cadenza da filastrocca, forse per i continui omoteleuti con versi così brevi. Le immagini, invece, non le tocco: sono puro gusto personale e mi sembra che qui funzionino. Diciamo che è una poesia che, da un punto di vista semantico, ricorda più la prosa, però è bella e tutto funziona. Niente: alla prossima!
  14. EmperorOfDisaster

    Tra vene accartocciate.

    Parto dalla fine e arrivo alla tua domanda: personalmente credo poco nella scrittura come pura comunicazione e tanto come ricerca della "parola giusta", quindi un po' mi ha spiazzato questo messaggio, quel "parole gettate a caso"; se, invece, intendevi dire che la forma affossa il contenuto, lì sono d'accordo, ma non significa che il contenuto non ci sia, bensì che è nascosto. In fondo ogni poesia è alétheia: verità nascosta che il lettore deve disvelare. E la poesia, per me, resta una ricerca prettamente stilistica: per il contenuto chiaro, vi sono una determinata tipologia di prosa e la saggistica. Detto questo, sì, credo che l'esistenzialismo e la violenza possano convivere nella stessa persona: quando si integra la violenza in se stessi e se ne fa un modus essendi, allora si può svolgere su di essa anche una riflessione di carattere filo-esistenziale. Nulla di più, nulla di meno. Tra l'altro, credo nella sperimentazione: non si può parlare sempre di se stessi. Detto questo, il tuo commento è prezioso perché mi permette di avere un'altra prospettiva sul tutto: grazie!
  15. EmperorOfDisaster

    Altare della distruzione.

    [Premetto che il testo fa in realtà parte di una raccolta in divenire, "Apocalisse del senso", in cui tento di unire sacro e profano, barocco e maledettismo, senza perdere il senso del tutto. L'aggettivazione è pesante, così come l'incedere del testo: non so scrivere in un altro modo. Il paradosso finale è voluto] Altare della distruzione. Discettavamo d’amore con parole trasandate, ribellione economica in shot bollenti ingollati come fossero acqua santa, e Dio subornava l’Immenso perché ci apparisse distante, quand’invece ce l’avevamo dentro: eravamo infinito confinato nel pensiero d’essere finito. — Amami — gridavo — ché il tuo amore è altare della distruzione. Immoleremo vene per disgregarci nell’estasi cacofonica dell’Altissimo: l’orgasmo. Trasfiguravamo la notte arroventando candele e sfregiavamo il giorno rinchiudendoci negli scantinati per paura di vivere. — Stuprami. — Vodka su pelle lacerata. — Io sono noumeno e tu sei fenomeno: sono soprasensibile a cui aspiri. La violenza carnale è schematismo trascendentale: connette ragione e intelletto, cosicché, usurpando il mio corpo, otterrai l’immagine di ciò che sei realmente. Ci seducevamo con porno onirici, masturbazioni di parole, orgasmi rigurgitati su orologi senza batterie: il Tempo era un’illusione, un orpello di un mondo descientificizzato. Perché noi vivevamo al di là del Vero: noi eravamo Falso. — Prendilo in gola: soffoca. — strillavi. Sessantanove su sogni lastricati di liriche collassate. — Su e giù, su e giù: così. Non sei male, bambino, sai? La tua bocca ha la verve delle puttane. Persino lo spazio si disgregava: scopavamo tra le interiora del vuoto e gli arti divelti del nulla. Dilatazione dell’Io tra naufragi nello sperma e ammutinamenti delle ossa, che cedevano sotto le spinte perpetrate con la vigoria del Demonio: eravamo molluschi, sempre più piccoli, sempre più distrutti, sempre più negativamente infiniti. — Stringiti a me. — Conflagrazione del benessere psico-fisico. — Posso restare dentro di te? Si sta così bene. Siamo l’Arte all’alba del suicidio: trafiggiamoci la pelle con sigarette colme di dolore e implodiamo per anestetizzare il senso. Crollavamo al ritmo di un blues interiorizzato e ci misuravamo i battiti coi sismografi: infarto della razionalità. Raggiungimento dello sgretolamento. Distrutti, ci affacciavamo sulle macerie dei nostri corpi e guardavamo in alto. — Non lo vedi, amore? Questo è l’Infinito: essere niente rispetto al tutto, perché è quando siamo Nulla che ci identifichiamo con l’Assoluto, il quale è Non-Essere in perenne stasi. Realismo antropologico distillato con acribia, uno stillicidio di apoftegmi si riversava sulle cosce e noi ci stringevamo, ci amavamo e imparavamo a marcire. E intanto una speranza si ergeva sui rottami dell’esistenza: quella di essere senza dover necessariamente esistere.
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