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EmperorOfDisaster

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    Monza.
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    Letteratura, teatro, cinema, musica e lingue. Scrivo, studio canto, recitazione, inglese, francese, spagnolo, latino e greco.

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  1. EmperorOfDisaster

    Cosa cercate in una poesia?

    Ho letto i vari contributi e, con un po' di imbarazzo, mi inserisco anche io nel dibattito, precisando che, in realtà, non so cosa io cerchi effettivamente in una poesia. Mi interessa innanzitutto che ci sia una ricerca estetica, che non vuol dire assolutamente ricercatezza, ma implica il controllo degli strumenti che la poesia offre, perché è solo dopo aver conosciuto gli strumenti della poesia che si può andare oltre gli stessi, come con tutto. Ancora: Saba scrive che la poesia è specchio dell'Io e che lui ricerca una poesia onesta, vera. Non sono d'accordo. Per me la poesia deve essere reale nella misura in cui essa parla con gli strumenti del mondo (la parola), ma mi sono reso conto di preferire le poesie in cui il legame col mondo si spezza, in cui la Letteratura si aliena e si fa altro dal mondo: mi piace fondamentalmente la poesia che finge, che esulcera, che cade nell'eccesso. È limitante, lo so, ma è così. È che per me la poesia è anche stomaco e io non riesco a empatizzare con ciò che è vero, soprattutto perché non credo che gli scrittori provino davvero il dolore che vogliono trasmettere coi loro scritti: mi piace più pensare al tutto come a una teatralizzazione del dolore stesso, teatralizzazione che la poesia permette di esasperare. Da questo punto di vista, mi rendo conto di leggere testi più per la loro bellezza stilistica che per quella contenutistica, anche perché non ho mai tanto creduto alla poesia come estrema sintesi: in poesia, oggi come oggi, evitando i vani tentativi di creazione di poemi epici come pure ho visto fare, si giunge subito alla conclusione, mentre l'aspetto epidittico, l'aspetto dimostrativo viene spesso oscurato. In prosa non è così: se io voglio dire che la parola divide, dovrò arrivarci tramite un ragionamento, perché, se no, mi si accuserà di incapacità narrativa; in poesia, potrò sintetizzare il concetto e lasciare al lettore l'interpretazione. Credo sia anche questo il bello della poesia: dai tempi dei vari Bécquer e Rimbaud, la poesia è interpretazione, mentre la prosa è perlopiù dimostrazione di un'interpretazione; la poesia, oggi, appartiene al lettore, mentre la prosa allo scrittore. Senza entrare nel roveto dei romanzi lirici. Ancora: una cosa che mi piace nelle poesie e che, volendo, si può trovare anche in prosa è la presenza di simboli, di piccole chiavi esegetiche che permettono al lettore di mettere insieme i pezzi. Voglio dire: è bello scrivere una poesia densa di immagini sul nulla (e io sarei capace di leggerla!), ma alla fine la poesia è una forma di comunicazione e qualcosa, oltre alla bellezza, deve arrivare al lettore, senza necessariamente arricchirlo a livello culturale, ma almeno a livello emotivo. E niente: torno a studiare fisica, ché l'orale è vicino. Buon proseguimento a tutti... e grazie per i vari poeti e/o autori citati nel topic: da neo-poetastro, alcuni mi sembrano molto interessanti. Approfondirò.
  2. EmperorOfDisaster

    La Mirra di Alfieri.

    Ciao! Perdona il ritardo, ma la maturità mi ha rubato molto tempo. La trama, in realtà, è un po' novecentesca, nel senso che è molto introspettiva e si dipana in molti capitoli. Diciamo che questo capitolo è il primo vero capitolo, in quanto i primi due servono più da introduzione. Comunque, ti ringrazio tanto, anche per non essere rimasta, ecco, turbata dai termini poetici: la poesia rimane la mia più grande passione, nel bene e nel male. Alla prossima! @Gio gio
  3. EmperorOfDisaster

    La Mirra di Alfieri.

    @Anglares, grazie mille! La prossima voltà starò più attento. @AndC, ciao! Ammetto che, se la ripetizione di "superiori" è voluta, non sono volute quelle di "annientare" e "annichilire". Per quel "li" iniziali, v'è un capitolo precedente che chiarisce tutto, in quanto "La famiglia è tugurio del delirio" è il terzo capitolo vero e proprio: prima ve ne sono altri due e un'introduzione in cui si spiega il progetto. Invece l'immagine dello "shot" è voluta, perché tutto il testo verterà sulla contrapposizione tra barocco e terra-terra, tra astratto e concreto, tra aulico e violento. Invece, per quel che riguarda la storia, essa è tutta delineata nell'introduzione, ma di fatto si dipana molto lentamente, perché, sebbene l'intreccio sia complesso, mi interessano di più i personaggi come veicoli introspettivi di una filosofia di vita. La storia c'è, comunque, anche se qui non si scorge. Ti ringrazio per essere passato e per gli spunti di riflessione, che ho trovato utili! Provvederò a modificare laddove necessario. Un saluto!
  4. EmperorOfDisaster

    La Mirra di Alfieri.

    Ecco: ovviamente ho fatto un casino. Inizialmente avrei dovuto pubblicare il capitolo "La Mirra di Alfieri", però poi ho optato per un altro e ho dimenticato di cambiare il titolo. Chiedo perdono. >.<
  5. EmperorOfDisaster

    La Mirra di Alfieri.

    [Promettendo che sarò più presente sul forum quando avrò terminato la maturità, posto quello che è uno dei primi capitoli del romanzo cui sto lavorando e di cui ho redatto le prime cinquanta pagine. Così, giusto per avere un parere. Il mio venire dalla poesia si sente forse troppo, i personaggi sono solo uno strumento per costruire la distruzione e il romanzo ha ambizioni pseudo-esistenziali, ma va bene così: ci sarà tempo per cambiare. Un saluto!] La famiglia è tugurio del delirio. Sguardi intrecciati incensano la vita ed erigono statue in nome di Amore, despota che divarica le vertebre e li rende sepolcro di desideri trafugati, così abbarbicati alla paranoia del vivere: si sentono fragili di fronte a quella bambina che li osserva con occhi vispi. Sta giocando con delle bambole che, un tempo, sono state della madre, perché purtroppo non possono permettersi molto di più. Non ora, non con l’affitto da pagare. Sono felici, perché la vera felicità è povera: disadorna, si erge su pentole d’oro e anelli di diamanti, destinata a rimanere impressa come carezze grezze su un volto intessuto di utopie. La vera felicità è come la rima cuore-amore: banale. «Ha i tuoi capelli, piccola.» «E i tuoi occhi.» «Sono così fortunato.» «Perché?» «Perché mi sono riscoperto innamorato.» «Di lei?» «Di lei e soprattutto di te.» «Quante volte ti innamorerai ancora di me?» «Forse ogni giorno.» «Forse mai più.» «Perché questo pessimismo?» «Invecchierò anche io.» «Tanto meglio: se invecchierai così bene, sarai una bellissima milf.» «Daniele!» «Che c’è? È la verità...» «Sì, ma non dire certe cose davanti alla piccola.» «Mh, va bene. » Sorrisi lascivi stridono nell’anarchia dei giorni viscerali: potrebbero passare ore a scambiarsi silenzi eloquenti, a sedursi a vicenda con complimenti dirottati verso il nulla, per poi rivestirsi di concupiscenza nelle notti allucinate dai sessi schiusi come conchiglie. Il tempo è tiranno che incede senza periclitare la voglia di amarsi: più invecchiano, più si riscoprono incatenati l’uno all’altra e meno a se stessi. L’amore tra giovani è egoistico: parassita volto a colmare mancanze e fragilità esistenziali con corpi ingordi di vita. Poi cresciamo e ci riscopriamo carcasse del sentimento: uccisi, ci aggrappiamo l’uno all’altro pur di salvarci. Infine diveniamo baratro che accoglie l’abisso: ingolliamo le debolezze del compagno per farlo stare bene o, perlomeno, un poco meglio. Amarci significa annientarci, significa tentare di rinascere insieme alla persona che ci ha annichilito: l’amore è masochismo, è costruzione della distruzione; è vedere l’anima genuflettersi davanti alle macerie del cuore e godere di ciò, perché consapevoli del fatto che stia nel malessere l’unica grande verità. Bramiamo la distruzione perché coscienti di non poter essere costruttori: la costruzione appartiene agli Dei, forse persino agli uomini del passato, ma noi siamo bestie che giocano a essere umani. Possiamo anche provare a trascendere il tedio della vita quotidiana, ad ascendere all’infinito, ma guardiamo in alto, quando dovremmo guardare dentro: confinato nel finito, l’infinito non è altro che la percezione di tutto ciò che non siamo, perché è sul non-essere che ci concentriamo, piuttosto che sull’essere. Siamo diventati trans-umani perché abbiamo distrutto Dio, senza accorgerci che, tentando di annientarlo, ci siamo riconfermati suoi schiavi: gli abbiamo concesso il potere su di noi nel momento stesso in cui abbiamo provato ad annichilirlo, poiché abbiamo ammesso di essergli inferiori, quando nulla è superiore all’uomo. Nemmeno l’Arte, perché è dall’uomo che essa discende: non è l’idea platonica, bensì quella cartesiana. Antropocentrismo in shot bollenti. Ed è in questo essere superiori che si nasconde la nostra più grande fragilità: soffriamo, perché spesso in noi emotività e raziocinio viaggiano su due binari paralleli, sempre pronti a deragliare e a schiantarsi l’uno contro l’altro. Poi siamo mutati in dis-umani, dunque belve, perché come belve sappiamo, vediamo, ci accorgiamo di essere delirio, ma non sappiamo esplicitarlo: non sappiamo più chi siamo. La nostra vita è fingere di avere un’identità e talvolta persino fingere di fingere: siamo catastrofismo edulcorato dall’apparenza, ma l’unica grande realtà è la finzione, perché essa rivela ed è solo quando fingiamo di stare bene che stiamo male davvero e dunque siamo massimamente veri. Siamo tutti alétheia: verità nascosta che si disvela. E non c’è umanità nella rivelazione: umano è chi sempre domanda, non ciò che ha risposta. Quindi chi siamo noi? Forse siamo quell’uomo che abbraccia la moglie, la donna che si lascia coccolare, o la bambina che li osserva, incuriosita, con sguardo serpigno, per poi avvicinarsi, sfiorare la gamba della madre, slanciarsi per essere presa in braccio e chiederle: «Mamma, perché oggi desidero morire?» Ha sette anni e il Dolore è già il suo Dio. Lo scenario muta, polimorfo come il grande Teatro: la donna, una stella crollata; il padre, barlume di una razionalità liquefatta; la bambina, un sorriso tratteggiato di catastrofe. Distruzione psichica: tragedia lirica. Necrosi di ogni utopia genitoriale. La famiglia è tugurio del delirio: forse non siamo nulla, se non una distopia concretizzata.
  6. EmperorOfDisaster

    Io sola

    Un componimento interessante: la solitudine diviene momento di riflessione e di percezione sia di ciò che è esteriore sia soprattutto di ciò che è interiore, quasi fosse una presa di coscienza. Ed è qui, nel silenzio, che il corpo diventa un orpello, un qualcosa di inutile, perché tutto si svolge nella sfera del pensiero, portandoti a perderti nelle forme sfumate, vaghe degli oggetti, come se tu diventassi quegli oggetti, in un processo di trasfigurazione dell'Io, che assume ogni volta la forma degli oggetti che ti circondano: se tu non ha più un corpo, non significa che essi non ne abbiano uno, anzi!, continuano a essere ciò che sono, nonostante tutto. E alla fine ti abbandoni davvero: la solitudine diventa una trappola, una morsa che stringe e tu muori del tuo stesso pensiero, quasi fossimo continuamente vittime di noi stessi e di quella voglia di vivere che giunge solo dopo tanto dolore. Sono anche belle le immagini: desunte dalla quotidianità e afferenti a un mondo (quello della natura, delle birre e di ciò che si è rotto) che permette di universalizzare un'esperienza che, di fatto, appartiene a te e a te soltanto. E niente: ho molto apprezzato! Un saluto.
  7. EmperorOfDisaster

    Altare della distruzione.

    @Shikana Il tuo commento è bellissimo, davvero, soprattutto perché mi ha dato tanti spunti di riflessione. Attualmente non posso rispondere bene perché sono in pullman, ma tornerò. Grazie mille ancora!
  8. EmperorOfDisaster

    Altare della distruzione.

    @Anglares Non so a chi si rivolga, in realtà. Diciamo che sono ancora chiuso nell'egocentrismo adolescenziale e ho la presunzione che il lettore voglia fare un passo verso di me. Non tutti sono disposti a farlo, però, e qui cade l'asino. Per quel che riguarda le soluzioni per arginare il tutto, sto lavorando a un romanzetto, ma non ne ho ancora postato nulla qui sul Writer's dream. Magari scelgo un capitolo e lo posto in frammenti. Vediamo. Per il filosofico, ci sto lavorando! Avrei voluto postare un racconto filosofeggiante, ma mi serve per un concorso e, dato che è raro che io scriva in prosa, non vorrei sprecarlo. Vedremo. Un abbraccio e grazie mille, come sempre!
  9. EmperorOfDisaster

    Altare della distruzione.

    Ti ringrazio tanto, @Torba, dell'opinione e del passaggio! Sono consapevole di tendere fortemente al lirico, sia che scriva in prosa sia che scriva in poesia, e che ciò non sia ben visto nel primo campo. Ho scritto anche testi meno barocchi e più fruibili, però non mi appartengono. Chissà. Grazie ancora!
  10. EmperorOfDisaster

    Altare della distruzione.

    Non so. Sono dell'idea che l'aggettivazione, se aggiunge e non banalizza, può essere anche pesante, anche se qui si entra nell'ambito del gusto personale. Diciamo che io amo l'eccesso. Butterò un'occhiata al concorso! Grazie mille per il passaggio.
  11. EmperorOfDisaster

    La decadenza ha ossa di latte.

    @Kalim Crumben Arrivo tardi come mio solito, ma ti ringrazio tanto per il passaggio. Sai che la tua interpretazione è stupenda? Scrivendo in maniera fortemente ermetico-simbolica, so che il simbolo può diventare fuorviante. In compenso, trovo che le analisi dei lettori siano edificanti, financo necessarie. In realtà, la chiave esegetica è proprio in quei primi tre versi. Ti lascio qui un breve commento che ho redatto al tempo della composizione del testo, se può farti piacere. È scarno e sarebbe da integrare, però va bene così. "Nell’apparente diversità, siamo tutti uguali alla base, perché tutto è liquido. La decadenza è statica, sempre uguale e, quando da lei erompono i liquidi, si corrodono sia le sue viscere sia l’esterno. La fatiscenza, dunque, si esaurisce, ma torna sempre. E la crisi ha membra di cemento, perché non dice nulla su se stessa: l’Arte ha il compito di studiarla e il Poeta è colui che massimamente elabora il messaggio e, pieno di hybris, esprime un giudizio, tentando di arginare la (propria) crisi". Un saluto e grazie ancora!
  12. EmperorOfDisaster

    La decadenza ha ossa di latte.

    [Scritta, rimaneggiata per evitare di perdere il legame tra il simbolo e il contenuto, tra la bellezza dei significanti e i significati, alla fine la posto qui: forse c'è un equilibrio maggiore tra forma e contenuto. Forse. La decadenza è un liquido che corrode e torna sempre. Krisis, in greco, significa anche "giudizio". L'effetto muro serve per mettere un argine al caos. A voi] La decadenza ha ossa di latte. La decadenza ha ossa di latte, un impasto di sangue e ombre tra le fronde del viso. Inumati, erompono di notte: corrodono le viscere e le stelle addossate al cielo. La fatiscenza è dolore. dislessici scrittori dell'avvenire, I giorni che pascolano e gli dei, sono come lei: tornano sempre. Ha membra di cemento la crisi: l'Arte la disseziona e lei, fredda, lascia che l'artista rediga parole nel nome del suo credo: il Poeta è colui che, dalla vertigine, vede l'abisso e, ingravidato di hybris, esprime un giudizio. Tutta l'Arte è un soliloquio recitato con verve in un teatro marciscente e il Poeta è colui che, empio di boria, brama d’arginare la (propria) crisi: gloria.
  13. EmperorOfDisaster

    Tramonti metropolitani

    Mi intrometto in punta di piedi per tentare di esprimere quello che mi ha lasciato questa poesia così... soffocante: le immagini si susseguono in un climax ascendente in cui non v'è spazio per il respiro del lettore; pochi segni di punteggiatura, tra cui spiccano i punti, trafiggono il lettore; i significanti si mischiano coi significati e il tutto risplende di una forte luce simbolista. Bella, nella maniera più pura che vi sia: è una bellezza costruita, perché frutto di un lavoro retorico evidente, e in fondo è questo che deve essere la poesia, no? L'importante è che vi sia un senso dietro alla retorica stessa e io, qui, vedo più significati: recuperando la tecnica dell'immedesimazione nel paesaggio esterno per parlare di ciò che è interiore e accostando il sacro al profano, è tutto una tempesta destinata a esplodere, una psicosi che porta con sé il lettore in questo delirio onirico. Mi sono piaciuti gli accostamenti di parole che rimandano a un contrasto tra staticità e mobilità, il rosso (del sangue?) che torna, i paradossi simbolisti e il contrasto tra il sole, immobile, e la città: tutto muta, ma nella freneticità rimane un punto fisso, un qualcosa al quale aggrapparsi. Vi è anche un bel contrasto tra la percezione scientifica e psicologica dell'ambiente. Attento solo a quell'E' e a "un estasi", che dovrebbero essere È e un'estasi. Per il resto, complimenti davvero! Cuori.
  14. EmperorOfDisaster

    Mentre divulghiamo menzogne

    @Nerio L'avevo detto che iscrivermi a questo forum mi avrebbe fatto bene. Recentemente mi hanno posto una domanda: "qual è il tuo prototipo di lettore"? Ho pianto. La verità è che mi sembra di saper dominare solo questo stile, di non saper scrivere nient'altro, che è anche il motivo per cui ho scelto di prendermi una pausa dalla poesia per un po' e di passare alla prosa: quest'ultima è più gestibile. Il problema è che, quando inserisco lirismi, mi crolla subito tutto: torno sempre al simbolismo un po' beat, in cui io mi sento tanto a mio agio, perché mi sembra di aver trovato davvero il mio stile, ma è tanto limitato. È che il mio modo di scrivere poesie è... scenografico: ho bisogno di gridare come se avessi paura di non essere sentito qualora optassi per un modo diverso. Alla fine mi sono detto che io non voglio cambiare, che scrivere così mi piace, che ingarbugliare la forma mi diverte e che violare l'endecasillabo è eccitante. Resta sempre il problema relativo al lettore. Insomma, tutto questo per dire che non so ancora per chi voglia scrivere e quale sia l'effetto che voglio ottenere sui miei lettori: talvolta vorrei restassero affascinati dallo stile e basta; altre vorrei scavassero più a fondo come hai fatto tu. Non so. Suppongo che sia questa la grande domanda: "per chi voglio scrivere?" Comunque, ti ringrazio tanto: mi hai permesso di ricordarmi che non ci sono solo io e che la scrittura, in fondo, non è solo ricerca estetica. Cuori a te.
  15. EmperorOfDisaster

    Mentre divulghiamo menzogne

    Ti ringrazio tanto! È sempre bello sapere che si può attuare un'universalizzazione di ciò che si scrive. Grazie! Uhm, sì, effettivamente l'endecasillabo diventa più pesante negli ultimi versi. Purtroppo ho il brutto vizio di non ritornare sui miei versi una volta completati, anzi, piuttosto cancello blocchi di poesie e mantengo in testa determinati immagini o concetti. Va bene così. Grazie mille!
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